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22 giugno 2009

Sergio Cesaratto : gli inutili venti della seconda grande crisi

 Il G 20 dell'inizio di Aprile non ha portato ai risultati concreti necessari per far fronte alla seconda grande crisi. Si scontravano due posizioni. Quella americana che chiedeva un maggior impegno europeo nel sostegno di politica fiscale alla ripresa, e quella europea volta a imporre una maggiore disciplina e supervisione internazionale sul settore finanziario indicato al grande pubblico come il responsabile della crisi. Né gli uni né gli altri hanno prevalso, e le misure decise riguardano sostanzialmente altro. Ma gli europei sono probabilmente i grandi sconfitti. Vediamo perché.

1. Grande mattatore della vigilia è stato Sarkozy che aveva minacciato di alzare i tacchi se gli americani non avessero accettato i suggerimenti europei di una più forte regolazione dei mercati finanziari. Ha così costituito una inedita alleanza con la Merkel ferma nell’attribuire le cause ultime della crisi nella dissolutezza del consumatore americano, mai sazio di beni e di debiti, laddove i tedeschi son saldi nella loro proverbiale assennatezza finanziaria. Eppure lo scorso autunno Sarkozy aveva strepitato contro sia la passività della politica fiscale dei tedeschi che la flemma della BCE, chiedendo di istituzionalizzare il coordinamento di politica fiscale e monetaria fra i paesi dell’Eurozona (l’Eurogruppo) così da costituire una controparte politica alla BCE. Di fronte al nein tedesco, timoroso che la BCE dismettesse il suo ruolo di guardiana di salari e prezzi e soccombesse, da organo tecnico qual è, a fronte di un Eurogruppo rafforzato politicamente rafforzato, Sarkozy ha, com’è nel corso naturale delle cose, dapprima cominciato a adottare o minacciare misure protezioniste per poi, come s’è visto, cambiare fronte e schierarsi con i tedeschi nel respingere il keynesiano americano, sia nella precedente versione Greenspan del consumatore indebitato, che in quella Obama della più classica spesa pubblica. Con un dirigente dopo l’altro sequestrato dai lavoratori francesi inferociti, a Sarkozy non era rimasto che cercare di indirizzare la loro rabbia, come si usa fare, verso il nemico esterno, le economie a bassi salari che sottraggono posti di lavoro, o l’avidità del capitalismo americano.



Gli americani, d’altra parte, di troppi controlli non ne vogliono sapere. L’establishment finanziario Usa non ha avuto difficoltà a collocare i suoi uomini a fianco di Obama, così nei risultati del G20 al di là della vaga affermazione, buona per soddisfare Sarkozy, non si è andati. D’altronde sia gli americani che gli europei, per non parlare dei cinesi, non sperano altro in cuor loro che di licenziare questa crisi come una parentesi e continuare nel casino-capitalismo di prima. Jeffrey Garten, docnte a Yale e alto funzionario al Commercio con Clinton ha ben sintetizzato la situazione: “ Qui c’è il paradosso centrale. Ciascuno ha perso la fiducia sul sistema americano perché più se ne viene a sapere più si capisce che si è perseguito un capitalismo molto irresponsabile. Ora ciascuno sta aspettando che gli Usa li vengano a salvare. …L’ironia è che molti dei nostri partner, dopo averci rimproverato per essere stati irresponsabili ed avidi, vogliono ora ritornare all’era quando i consumatori americani sostenevano il mondo, quando noi spendevamo molto e risparmiavamo poco” (NYTimes.com, 31/3/09).

A fronte di questa posizione Obama non brandirà l’arma del protezionismo, anche se anche gli Usa, come altri 17 paesi dei 20 paesi, hanno intrapreso passi in questa direzione in maniera da assicurarsi che gli stimoli siano spesi per merci americane. Il protezionismo costituisce il pericolo paventato dal ministro britannico Lord Malloch-Brown che ha organizzato il G 20: “L’idea più pericolosa che gira è che il mondo in qualche modo si aspetti che il consumatore americano accorra in soccorso. …Se questa idea persiste condurrà l’America al protezionismo” (Int.Herald Tribune, 23/3/09). L’America non lo farà, sarebbe la fine della sua leadership mondiale, ma lo minaccerà seriamente, specie contro gli europei.

2. L’atteggiamento incostante di Sarkozy ha fatto perdere l’occasione per guidare l’opinione pubblica europea verso i veri problemi, progressivamente emersi già dalla fine degli anni settanta: (a) superare la situazione in cui tre fra le quattro più grandi economie, Germania, Giappone e successivamente la Cina, pretendono di vendere ma non acquistare dagli altri, lasciando così agli Usa il ruolo di locomotiva solitaria, cioè di mercato di ultima istanza, ruolo svolto col keynesismo balordo di cui abbiamo detto; (b) restituire ai salari la quota del reddito che hanno perso (nel caso della Cina, che non ha mai avuto) negli ultimi 25 anni sì da stabilizzare la domanda.

Le misure concordate dal G20 non affrontano tali questioni. Le cifre eclatanti stanziate, 1100 miliardi al Fmi, consistono in gran parte di erogazioni già previste o di mere promesse. Sopratutto esse curano uno degli effetti della crisi, le possibili crisi finanziarie dei paesi in via di sviluppo, ma non le cause. K.S.Rogoff di Harvard ha per esempio dichiarato: “I paesi ricchi si congratulano per aver intrapreso i passi giusti, come se il solo problema ora fosse di aiutare i mercati emergenti” (NYTimes.com 3/4/09). Tale aiuto è in realtà un salvataggio indiretto delle banche creditrici europee e americane, e se avverrà con il tradizionale corredo di misure restrittive, non c’è da stare allegri in quanto contributo alla deflazione mondiale. Il resto, come la denuncia dei paradisi fiscali, costituisce il solito specchietto per le allodole. Se è per questo, l’UE i paradisi fiscali se li è già portati in casa sotto forma, ad esempio, delle repubbliche baltiche. Non si è mancato di costituire la classica “commissione” che si istituisce quando non si fa nulla di concreto allargando il Financial Stability Forum ai paesi emergenti. Nessun potere di supervisione internazionale sulla finanza come richiesto a gran voce da Sarkozy, solo un ruolo di osservatore affidato al Fmi. Sulle politiche di stimolo fiscale solo un vaghissimo impegno.

Un serio coordinamento delle politiche economiche globali richiederebbe ben altro, sia come volontà politica che come salto intellettuale. E’ possibile che gli americani lo faranno, almeno in qualche misura, con un interlocutore più serio come la Cina, in un G2 che emarginerà gli europei, mentre questi ultimi continueranno a subire il neomercantilismo tedesco.


3 aprile 2009

La sindrome del crocierista

 A parte le volpine finalità propagandistiche nei confronti dei propri acefali elettori, la ragione di questa voglia tremenda di Berlusconi di farsi notare, facendosi fare fotografie degne del miglior pensionato in vacanza premio, va spiegata probabilmente dall'oscura consapevolezza di essere un intruso ad un grande buffet o ad un grande programma televisivo. 




Una volta scovato e scacciato via, tornando verso la sua grigia vita da impiegato, avrà bisogno di supporti materiali (foto, articoli di giornale) che gli dimostrino che il suo inganno non ha coinvolto solo se stesso, ma milioni di persone.
Oppure si può pensare alla consapevolezza del crocierista che sta vivendo in un certo senso un sogno da cui uscirà una volta finita la crociera.
 


2 aprile 2009

Un corsivo di Lucio Manisco sulle manifestazioni contro il G20

La kermesse dei “biggies” a Londra è stata preceduta da tre giorni di proteste di massa nella capitale e in molte città europee. Ci sono stati disordini, pesanti interventi della polizia, arresti di no-global e minacciosi moniti di Scotland Yard. La BBC, la ITN, i quotidiani inglesi hanno dedicato ampio spazio a questo più che motivato preambolo dei G-8, G-20, ecc. Lo stesso hanno fatto tutti gli altri mass media europei con l’eccezione di quelli italiani: solo qualche breve accenno alle severe misure di sicurezza predisposte nella capitale britannica, ma su tutto il resto silenzio assoluto della RAI-MEDIASET e della nostra stampa benpensante.



Evidente il timore di un contagio delle masse giovanili del nostro paese, come se i ragazzi dell’Onda attingessero le notizie dal TG1 o dal TG5 e non dall’internet
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21 marzo 2009

Antonio Tricarico : il G20 cerca la quadra tra Europa e Stati Uniti

 

Il clima più informale del solito e la tranquillità della campagna inglese del West Sussex non hanno facilitato un accordo tra i ministri delle finanze del G20, riunitisi ieri per preparare l'importante scadenza del vertice dei capi di stato del 2 aprile a Londra.
Preceduto da una due giorni di incontri tra i negoziatori del Financial Stability Forum guidato da Mario Draghi e dagli sherpa dei ministri finanziari, il vertice di Horsham si è chiuso con un nulla di fatto. Anzi, con un passo indietro. Eppure la notizia che lo scorso venerdì diversi paradisi fiscali avevano accettato di introdurre più trasparenza secondo i criteri dell'Ocse aveva fatto sperare che qualcosa si muovesse davvero. Ma tale accordo non è stato neanche menzionato nelle conclusioni ufficiali del vertice.
Il tema delle misure da mettere in campo per far fronte alla crisi economica si è invece intrecciato pericolosamente con l'obiettivo originario del G20, come definito al vertice di Washington di novembre, di definire una nuova regolamentazione della finanza globale nonché una diversa governance dell'economia mondiale.



Lo stesso formato del G20 come nuova potenziale cassa di compensazione politica delle globalizzazione economica, rischia di fallire in partenza, perché incapace di generare un vero consenso diffuso. Fallimento che si lega alla sorte personale di Gordon Brown, padrone di casa del G20, criticato anche dal suo ministro del Tesoro Alistair Darling, secondo cui le aspettative rispetto all'esito del 2 aprile vanno ridimensionate. Darling ha ammesso che, in assenza di forti e nuovi regolatori globali, ogni governo avrà la responsabilità di attuare in proprio qualsiasi tipo di misura si deciderà a Londra.
Il divario tra le due sponde dell'Atlantico è netto. Allo stesso tempo la Cina ha finalmente iniziato a giocare la sua partita ponendo dubbi sulla tenuta dell'economia americana - che finanzia ampiamente comprando i Bot del Tesoro americano. In risposta l'amministrazione Obama ha iniziato la ricerca di sostegno alle sue posizioni tra i paesi del Sud, a partire dal Brasile di Lula, ieri in visita alla Casa Bianca.
Il ministro del Tesoro americano Timothy Geithner spinge per un impegno di ciascun paese del G20 per uno stimolo pubblico all'economia, scontrandosi contro le resistenze europee che vorrebbero limitare tali interventi, dando invece precedenza alla regolamentazione internazionale del sistema bancario. Soprattutto Francia e Germania vogliono forti limitazioni per l'operato di hedge funds, fondi di private equity e veicoli fuori bilancio usati dalle banche, esplorando la necessità di standard unici vincolanti a livello globale nonché la possibilità di avere regolatori e supervisori globali. Un approccio inaccettabile per gli Usa, sempre sensibili alle esigenze di Wall Street e allergici ad interferenze esterne alla propria sovranità economica.
Per sbloccare la situazione, il rafforzamento delle risorse del Fondo monetario internazionale viene utilizzato da entrambe le parti come leva per un possibile scambio. Ieri non c'è stato accordo, ma la partita è aperta. Gli Usa si dicono possibilisti per un cospicuo rifinanziamento del Fmi - anche fino a 500 miliardi di dollari - offrendo così agli Europei risorse per aiutare i vari paesi dell'est Europa che rischiano il tracollo finanziario, mentre trovano alleati nelle economie emergenti quando aprono all'eventualità di dar loro più potere di voto. Il tutto a condizione che quei paesi contribuiscano finanziariamente al Fondo anche in via bilaterale, a danno della sovra-rappresentanza degli europei nel consiglio direttivo dell'istituzione. In cambio gli Usa chiedono a tutti i paesi impegni di spesa anche del 2 per cento del Pil. A Washington si iniziano a rendere conto che il rallentamento della crescita in Europa e nel Sud del mondo sta danneggiando il proprio export.
Gli europei di contro sono disposti a rifinanziare il Fondo monetario, ma solo seguendo il sistema di quote di governo attuale. Nel frattempo utilizzano questa concessione per ottenere nuovi poteri di regolatore per l'Fmi, anche nei confronti delle economie che contano, a partire da Usa e Cina. Un rompicapo non da poco per la presidenza inglese, che, come recita il debole comunicato finale di Horsham, si accontenterebbe di impegni di spesa individuali dei singoli paesi, di creare un collegio internazionale di supervisori e definire la riforma interna del Fondo monetario entro il 2011. Al riguardo, il fronte delle nuove «potenze» del Sud chiede senza mezzi termini di avere adeguato potere decisionale nelle istituzioni finanziarie internazionali, prima di dar loro nuovi poteri e soldi. Non sembrano infatti accontentarsi dell'ingresso nel Financial Stability Forum, promosso dagli americani come il nuovo pilastro della governance mondiale. In vista del summit del 2 aprile, su Londra si stanno addensando molte nubi.


18 novembre 2008

Tristi nuove dal G20

Molti si lamentano che al momento il G20 non ha preso impegni precisi. Questo è già un brutto segnale : vuol dire che i Potenti della Terra non vogliono cambiare nulla dell'andazzo che ha portato a questa crisi. Per fortuna che le Borse hanno risposto da par loro.
Tuttavia le velleità mostrate in questa riunione lasciano pensare ancora peggio : si parla di riduzione del carico fiscale per imprese e famiglie e di portare a termine il Doha Round.




In pratica le solite ricette liberiste.  Ma, a parte il fatto che a dispetto delle buone intenzioni, sia Usa che Europa si apprestano a sostenere l'industria dell'auto dobbiamo porci alcune domande :
Come aumenta la spesa pubblica se le imposte e le tasse vengono ridotte ? E' sicuro che gli aiuti alle imprese verranno usati in modo da aumentare la domanda interna ? E come aumentano i consumi interni se si incoraggia lo smantellamento di interi settori commerciali che soddisfano appunto il mercato interno ? Certo è possibile che, a fronte di settori commerciali destabilizzati, se ne formino degli altri, ma ho paura che tali processi scoraggino alla fine la tenuta della domanda interna : coloro che perdono il lavoro diminuiscono i consumi (i contadini indiani e coreani suicidatisi per protesta hanno consumato solo tramite le loro celebrazioni funebri), ma coloro che lo acquistano non è detto che si sentano abbastanza sicuri per intraprendere spese che abbraccino il lungo periodo (acquisti rateali e mutui). Sempre che non si adattino a gonfiare nuove bolle...


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