.
Annunci online

  pensatoio passeggiate per digerire l'attuale fase storica
 
Diario
 


 

 

Sono marxista

 




Darfur Day

Annuncio Pubblicitario

gaza_black_ribbon






sotto la media l'Italia arranca, con questi media l'Italia crepa







  


        
Articoli di filosofia

Il futuro delle filosofie
http://www.italonobile.it/Il%20futuro%20delle%20filosofie.htm

L'argomentazione apagogica sulla verità in Vittorio Hosle
http://www.italonobile.it/Esiste%20verità.htm

Pensiero di Pensiero...
http://www.italonobile.it/pensiero%20di%20pensiero.htm

La teoria delle descrizioni definite di Bertrand Russell

La x è solo un segno ?

Dall'assenza del segno al segno dell'assenza

Dallo zero alla variabile


Frege e la negazione

Frege e l'esistenza

Senso e denotazione in G. Frege

Concetto e Oggetto in G. Frege

Frege e la logica

Frege e il pensiero

Concetto e rappresentazione in G.Frege

Funzione e concetto in G. Frege

Il senso e la denotazione dei concetti in Frege

La connessione dei concetti in Frege

Ontologia del virtuale
http://www.italonobile.it/Ontologia%20del%20virtuale.htm

L'eliminazione della metafisica di R. Carnap

Conoscenza e concetto in M. Schlick

Schlick e la possibilità di altre logiche

Tempo e spazio in Schlick

Schlick e le categorie kantiane

Apparenza e realtà in Schlick

Concetti e giudizi in Schlick

Analitico e sintetico in Schlick

Evidenza e percezione in Schlick

Giudizio e conoscenza in Schlick

Il reale secondo Schlick

La critica di Schlick all'intuizione

Definizioni e sistemi formali in Schlick

La logica in Schlick

La verificazione in Schlick

La verità in Schlick

Lo scetticismo nell'analisi secondo Schlick

Lo scopo della conoscenza in Schlick

Logico e psicologico in Schlick

L'unità di coscienza secondo Schlick

Schlick e la svolta della filosofia

Schlick e l'induzione

Matematica e realtà in Schlick


Alexius von Meinong e la teoria dell'oggetto


Bernard Bolzano e una logica per la matematica

Contenuto e oggetto in Kazimierz Twardowski

Jean Piaget e la conservazione delle quantità continue

L'attualità di Feyerabend

Sul Gesù storico
http://www.italonobile.it/La%20spartizione%20delle%20vesti.htm

La coscienza secondo Thomas Nagel
http://www.italonobile.it/la%20doppia%20vita%20del%20conte%20Dracula.htm

Filosofia e visione
http://www.italonobile.it/l'immagine%20della%20filosofia.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614562

Ermeneutica della luce e dell'ombra
http://www.italonobile.it/all'ombra%20della%20luce.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614557

Il test di Fantuzzing: mente e società
http://www.italonobile.it/Test%20di%20Fantuzzing.htm

Metafisica oggi
http://www.italonobile.it/metafisica.htm

La merce in Marx

Una teoria marxista della crisi : un primo livello di riflessione


Globalizzazione economica e giuridica
http://www.italonobile.it/globalizzazione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615609

Guerra, marxismo e nonviolenza
http://www.italonobile.it/Guerra,%20marxismo%20e%20non%20violenza.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615613

Utopia e stato d'eccezione
http://www.italonobile.it/utopia%20e%20stato%20d'eccezione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=622445

Il reddito di cittadinanza
http://www.crisieconflitti.it/public/Nobile1.pdf

Keynes da un punto di vista marxista

Appunti marxiani 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10



STORIA DEI NUMERI E DELLE CIFRE NUMERICHE
http://www.italonobile.it/genealogia%20della%20matematica.htm

La comunicazione nel linguaggio scientifico e la filosofia

 http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614558



Lemmi Wikipedia da me integrati
Alexius Meinong
Bernard Bolzano
Storia dei numeri
Sistema di numerazione
Sistema di numerazione cinese
Sistema di numerazione maya


Il Capitale di Marx e altro
1 2  3  4  6  7  8  9
10  11  12  13  14  15  
16  17  18  19  20  21
22  23  24  25  26  27
28  29  30  31  32 

 

Dibattito su Emiliano Brancaccio
1 2 3

Quelli che la crisi l'avevano prevista

Cazzari Nobel

Le molte cazzate del Nobel cazzaro

 

DISCLAIMER (ATTENZIONE):
l'Autore dichiara di non essere
responsabile per i commenti
inseriti nei post. Eventuali
commenti dei lettori, lesivi
dell'immagine o dell'onorabilità
di persone terze non sono da
attribuirsi all'Autore, nemmeno se
il commento viene espresso
in forma anonima o criptata.







29 marzo 2011

Perchè Germania e Italia hanno andamenti divergenti ?

Nel trattare dell’ipotesi di Emiliano Brancaccio relativamente alla possibilità che le economie di Germania ed Italia possano nel futuro divergere in maniera sempre più rilevante, andrebbe spesa qualche parola sul perché c’è stata questa divergenza. Brancaccio e altri appartenenti alla scuola post-keynesiana sottolineano il ruolo della politica tesa all’aumento delle esportazioni da parte della Germania ed all’aumento del rapporto tra produttività e costo unitario del lavoro in Germania. La tesi è condivisibile ma va ulteriormente articolata. Ci preme in questa contingente riflessione sottolineare alcune cose :

 

La Germania con la Merkel è più esposta all'estero...

 

1.      L’Italia nel 1996 presentava una percentuale dei consumi delle famiglie sul Pil del 62,8%, mentre la quota dei consumi collettivi era del 17,3% e gli investimenti ammontavano al 17%. La bilancia commerciale era in attivo del 3%. Nel 2009 i consumi delle famiglie erano scesi al 59%, i consumi collettivi erano saliti al 20%, mentre gli investimenti sono saliti al 21%. La bilancia commerciale è sostanzialmente in pareggio, anche se nel 2008 era in passivo dello 0,2%. Il reddito procapite PPA è sceso da 76 del 1996 a 67,5 del 2009 (con gli Usa come riferimento a 100). La crescita del Pil da +2,9% del 1996 è scesa a +2% nel 2000 e a +1,2% nel 2001. Nel 2005 l’incremento è stato dello 0%, mentre con la crisi si è scesi sino a -0,2%. Le ragioni di scambio con la Germania sono passate da un sostanziale pareggio del 1996 (nel senso che il 19% delle nostre esportazioni era verso la Germania, mentre il 19,2% delle nostre importazioni proveniva dalla Germania) ad un peggioramento per cui il 12,8% delle nostre esportazioni è verso la Germania, mentre il 16% delle nostre importazioni proviene dalla Germania. Possiamo interpretare questi dati dicendo che una prima grande flessione si è avuta con l’entrata nel sistema dell’euro, in quanto la conseguente impossibilità di svalutazione della nostra moneta ha peggiorato le nostre ragioni di scambio (non a caso da un +2,9% nel rapporto tra export ed import del 1996 si è scesi ad un +1,2% del 2001). A ciò si è aggiunto il fatto che la diminuzione dei consumi  (delle famiglie e collettivi) dall’80,1% del Pil al 78,1% ha finanziato l’aumento degli investimenti dal 17,3% al 18,6%.  Questi investimenti però sono stati effettuati aumentando fortemente le importazioni (dal 20,1% del Pil al 27,2% del 2001) e dunque peggiorando le nostre ragioni di scambio (appunto da +2,9% del 1996 a +1,2% del 2001). Infine l’impatto delle crisi del 2000-2001 e del 2007-2009 ha ulteriormente indebolito la posizione delle nazioni europee già svantaggiate. L’ingresso nell’euro ha evidenziato le debolezze del nostro sistema economico che prima erano nascoste dalla possibilità di svalutazione della moneta. Al tempo stesso lo spostamento della ricchezza prodotta dai salari ai profitti ha diminuito i consumi interni e peggiorato ulteriormente le nostre ragioni di scambio.

2.      La Germania invece che nel 1996 aveva solo un risicato attivo commerciale dello 0,7% (sempre in rapporto al Pil), manteneva comunque i consumi complessivi più bassi (nell’ordine del 77% del Pil) a vantaggio degli investimenti (nell’ordine del 22,5% del Pil) che, pur pesando sulle importazioni, hanno comunque dato slancio alle esportazioni al punto tale che la bilancia commerciale del 2008 ha registrato un attivo equivalente a +7% (in rapporto al Pil, cioè le esportazioni equivalevano al 46,9% del Pil, mentre le importazioni equivalevano al 39,9% del Pil). La percentuale dei consumi sul Pil è rimasta più o meno inalterata sino al 2006. Con la crisi c’è stata una riduzione percentuale dei consumi delle famiglie dal 58,9% del 2006 al 56% del 2009 e questo tutto a vantaggio delle esportazioni e degli investimenti. Questi ultimi però sono scesi al di sotto del 20% e si può prevedere che la Germania nei prossimi anni non avrà lo slancio che ha avuto nel corso del primo decennio del terzo millennio. C’è da aggiungere che, seppure la Germania abbia migliorato le proprie ragioni di scambio con alcuni paesi europei, essa ha migliorato la propria bilancia commerciale soprattutto inserendosi nei mercati extraeuropei (le esportazioni verso l'UE25 erano il 63,9% del totale nel 2005, mentre quelle verso l'UE27 sono il 63,3 % del totale nel 2009), per cui sarebbe possibile mantenere un attivo della bilancia commerciale pur riequilibrando l’eccessivo sbilancio nei rapporti con gli altri paesi dell’unione europea.

 


21 marzo 2011

Uno standard retributivo europeo secondo Emiliano Brancaccio

L’articolo di Emiliano Brancaccio su uno standard retributivo europeo è l’ultimo contributo sinora dato da questo giovane economista che con sagacia ed acutezza cerca di ricostruire una concezione economica per la sinistra radicale, sintetizzando elementi della scuola post-keynesiana e della tradizione marxista.

In questo articolo Brancaccio nota che sembra oggi molto ingenua la concezione di Blanchard e Giavazzi per i quali l’ampliamento degli squilibri commerciali tra paesi europei sia un sintomo virtuoso della maggiore integrazione finanziaria della zona euro. Sembra infatti prendere quota un’altra lettura per la quale la crisi dell’unità europea non deriva solo da finanze pubbliche sbilanciate, ma ad uno squilibrio nei rapporti di debito e credito tra i paesi della UE.

Esiste cioè una profonda asimmetria tra economie forti ed economie deboli dell’area,  asimmetria che determina surplus crescenti per la Germania a fronte di deficit commerciali sistematici per i paesi periferici dell’UE. Tale squilibrio può essere una minaccia per la futura tenuta dell’unione monetaria.

 

 

 

La causa di questi squilibri potrebbe essere una divergenza tra i costi del lavoro per unità prodotta tra i vari paesi dell’unione. L’economista Charles Wyplosz ha respinto questa spiegazione dicendo che il cambiamento relativo del costo unitario del lavoro della Germania (anche se è vero che i salari sono cresciuti pochissimo rispetto alla produttività) non ha quasi mai superato i 10 punti percentuali. Data la bassa elasticità delle bilance commerciali ai costi del lavoro, Wyplosz conclude che le variazioni di questi ultimi sono state troppo modeste per rientrare tra le determinanti principali degli squilibri intra-europei.

Brancaccio però osserva che, se il problema consiste nel verificare la robustezza della zona euro di fronte all’eventualità di nuovi attacchi speculativi, allora si deve tener presente che gli operatori sui mercati finanziari elaborano le loro strategie anche alla luce degli andamenti attesi delle principali variabili economiche. Dunque si dovrebbe tener conto non solo degli squilibri commerciali già registrati, ma anche dei fattori che possono concorrere ad accentuarli ulteriormente in futuro.

Guardando alla proiezione delle tendenze in atto per gli anni futuri, la divaricazione tra i costi unitari del lavoro assumerebbe ben presto dimensioni eccezionali. In particolare, il costo unitario del lavoro in Germania diminuirebbe, mentre ci sarebbero incrementi estremamente accentuati in Irlanda, Spagna, Italia, Grecia e Portogallo. Probabilmente si genereranno divari di competitività senza precedenti con una mezzogiornificazione delle periferie europee, con desertificazioni produttive e migrazioni di massa.

Vi è chi ritiene questa eventualità una conseguenza logica del processo di centralizzazione dei capitali europei che è in atto da tempo e della connessa tendenza all’egemonizzazione tedesca dell’Europa.

Per Brancaccio il secondo limite dell’analisi di Wyplosz verte sul fatto che egli esamina le divergenze tra i costi unitari guardando soltanto ai loro effetti sui prezzi relativi e quindi sulla competitività dei paesi della zona euro. Egli cioè trascura il fatto che i mutamenti nei costi monetari unitari possono avere implicazioni anche sui margini di profitto e quindi sulla distribuzione del reddito. Se in Germania il costo monetario del lavoro per unità prodotta si riduce può accadere che le imprese tedesche decidano di ridurre i prezzi ma può anche darsi che scelgano di aumentare i margini di profitto. Se si fa questa seconda scelta, la quota salari si riduce e la quota profitti aumenta. Poiché la propensione al consumo sui salari è più alta della propensione al consumo sui profitti, si verificherà in Germania un calo della domanda e delle importazioni e quindi un ulteriore aumento del surplus commerciale tedesco.

Si può contrastare questa tendenza ? Quale meccanismo può arrestare l’ampliamento della forbice tra i costi ? Attualmente in Europa vige ancora l’idea che il mercato da solo sia in grado di correggere spontaneamente gli squilibri. Si esorta ad accrescere ulteriormente nei paesi più deboli la flessibilità del mercato del lavoro e ad abolire ciò che resta dell’indicizzazione dei salari. Brancaccio però commenta che questo inseguimento della Germania nella corsa al ribasso dei costi non ha né può mai attenuare gli squilibri, ma al massimo può far piombare l’Europa in un uova recessione.

Brancaccio perciò propone uno standard retributivo europeo e cioè l’obbligo dei paesi membri dell’unione europea a garantire una crescita delle retribuzioni reali (includendo beni e servizi collettivi garantiti dallo stato sociale) almeno uguale alla crescita della produttività del lavoro. In questo modo s’interromperebbe la caduta della quota salari in Europa e si eliminerebbe la tendenza recessiva che da essa consegue. Al di sopra della crescita minima lo standard legherebbe la crescita delle retribuzioni reali agli andamenti delle bilance commerciali : i paesi caratterizzati da surplus commerciale sistematico dovrebbero essere indotti ad accelerare la crescita delle retribuzioni rispetto alla crescita della produttività, al fine di contribuire all’assorbimento degli avanzi con l’estero. I paesi nei quali gli andamenti del rapporto tra retribuzioni reali e produttività fossero divergenti rispetto allo standard dovrebbero essere sottoposti a sanzioni.

Brancaccio conclude che la sua proposta di standard retributivo segue la lezione keynesiana secondo cui la crisi può essere scongiurata solo se il peso del riequilibrio commerciale viene spostato dalle spalle dei paesi debitori a quelle dei paesi creditori, attraverso un espansione della domanda da parte di questi ultimi, più che una contrazione da parte dei primi.

In questo contesto l’interesse generale dell’unità europea coincide con l’interesse complessivo e convergente dei lavoratori, siano essi tedeschi, italiani o greci, nonostante la divergenza tra i rispettivi costi unitari del lavoro.

Per quanto riguarda l’attuabilità politica di questa riforma, Brancaccio la subordina alla sua assunzione da parte delle sinistre europee ed al suo collegamento con le iniziative già esistenti sul salario minimo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


25 giugno 2009

Alessandro Figà Talamanca : gli errori della "Gelmini-Giavazzi" sui concorsi universitari

 Tra i molti problemi che dovrebbe affrontare il sistema universitario italiano, quello delle procedure dei “concorsi” di prima e seconda fascia, sembrerebbe, a priori, uno dei meno importanti. Questi concorsi, infatti, riguardano, in massima parte promozioni di docenti ultraquarantenni e ultracinquantenni che già insegnano all’università. Certamente le promozioni sono molto importanti per i diretti interessati, le loro famiglie, i loro amici ed i loro sostenitori accademici. Ma non sembra proprio che abbiano la stessa importanza per gli studenti o la società in generale. L’esito del concorso può modificare lo “status” e lo stipendio dei vincitori, ma non la loro funzione di docenti all’interno del sistema universitario. Inoltre, normalmente, tutti i candidati ragionevoli usufruiscono di diverse opportunità di competere per ottenere una promozione. L’esito di un concorso che a qualcuno appare “ingiusto” è spesso corretto in un concorso successivo. Per fare un esempio (apertamente reso pubblico dall’interessato in
www.renatobrunetta.it/documenti/new/2e.pdf) il  Ministro Renato Brunetta, non promosso ad ordinario in un concorso molto controverso degli anni novanta, ebbe modo di far valere i suoi meriti in un concorso successivo.
Eppure sono i “concorsi”, specialmente quelli di prima fascia, che infiammano l’animo degli interessati e dei loro sostenitori, e che danno luogo a discussioni, che assumono il carattere di vere e proprie guerre di religione.
Dobbiamo osservare, a questo punto, che sarebbe un gran brutto segno se tutti fossero d’accordo in un ambito così opinabile come è quello dei giudizi sul valore dei contributi scientifici. Vorrebbe dire che prevale un “pensiero unico” difficilmente compatibile con il vero progresso della scienza e della cultura. Un giudizio ragionevolmente sicuro sul valore di un contributo scientifico può essere dato, con poche eccezioni, a distanza di diversi decenni dal conseguimento del risultato. Non è un caso che i premi Nobel vengano spesso attribuiti a settuagenari per risultati conseguiti quando erano trentenni. I giudizi sul valore di contributi recenti sono invece più incerti e quindi più discutibili.
Una discussione accesa sugli esiti dei concorsi è quindi fisiologica, ed anche opportuna, se ristretta all’ambito degli esperti. E’ anche naturale che questi esiti possano essere previsti e criticati in anticipo da chi è interno al sistema. Infatti le valutazioni concorsuali riguardano “pubblicazioni” che sono appunto pubbliche, e le diverse opinioni in merito alla validità delle ricerche possono trovare maggiore o minore credito nella comunità scientifica destinata ad esprimere le commissioni. Per quanto strano possa sembrare a chi non riflette sulla natura di un concorso universitario, è ben possibile che l’esito di un concorso, o di una analoga valutazione per una promozione in ambito internazionale, sia noto con grande anticipo rispetto al suo svolgimento.
E’ invece un’anomalia, credo solo italiana, che un professore, deluso dal prevedibile esito di concorsi per la sua disciplina, si appelli al governo perché blocchi attraverso lo strumento del decreto legge (che la Costituzione riserva ai “casi straordinari di necessità ed urgenza”), oggi con la fiducia convertito in legge, i concorsi già banditi ed in procinto di essere svolti per tutte le discipline, anche quelle per le quali egli non può sapere nulla.  Ancora più strano è che il governo si affretti, nel giro di pochi giorni, ad accogliere l’appello e che il parlamento assecondi senza molte obiezioni questa stranezza. Perché di questo stiamo parlando: di un provvedimento che, sui concorsi universitari,  recepisce l’appello di Francesco Giavazzi, un simpatico economista di  Milano. Questa legge dovrebbe infatti passare alla storia come legge Gelmini-Giavazzi dai nomi del ministro proponente e del professore suggeritore.



Veniamo ora però al merito della legge, dopo questa necessaria introduzione. Cominciamo con un aspetto positivo. L’innovazione di prevedere solo professori di prima fascia nelle commissioni per i concorsi di ricercatore, è certamente positiva. E’ sperabile che, in tal modo, questi concorsi, che sono gli unici veri strumenti per il  reclutamento, acquistino un carattere nazionale e internazionale. Il commissario designato dalla facoltà dovrà confrontarsi con due colleghi dello stesso rango. Saranno quindi incoraggiate le domande provenienti da chi non appartiene alla stretta cerchia degli allievi del “membro interno” della commissione. Forse si scateneranno  “guerre di religione” (un buon segno, come ho già detto) anche per questi concorsi, che finora erano stati avvolti da un clima di omertà, in base al principio “cujus regio ejus religio”, applicato a piccoli feudi accademici. Certo, sarebbe stato meglio eliminare anche l’ipotesi di un “membro interno” delle commissioni, come è da anni richiesto da una associazione sindacale (ANDU) che raccoglie molti ricercatori universitari. Ma sicuramente è stato fatto un passo avanti.
Diverso è invece il giudizio sulle innovazioni introdotte per i concorsi di prima e seconda fascia. Non parlo del passaggio dal sistema elettivo (per i 4/5 delle commissioni) al sistema misto, di elezioni seguite da sorteggio. Questo passaggio potrebbe modificare le dinamiche interne delle comunità scientifiche dando  luogo a diverse aggregazioni, alleanze e competizioni. I risultati, almeno a medio termine, non sarebbero modificati di molto: dipenderebbero, come sempre, dal livello dei candidati e, poiché stiamo parlando, in massima parte, di candidati “interni”, dal livello raggiunto dalla comunità scientifica di riferimento. Del resto abbiamo già avuto per quasi venti anni commissioni scelte in base a questo sistema misto.
Il problema, invece, è che, sul piano tecnico, le disposizioni della legge Gelmini-Giavazzi non stanno in piedi. Per ogni concorso già bandito di prima e seconda fascia (considerati assieme) bisognerebbe eleggere 12 professori ordinari. Dall’insieme complessivo degli eletti verrebbero sorteggiate le commissioni. La Camera, nel ratificare il decreto, si è accorta che l’elezione di un così alto numero di professori poteva risultare impossibile per un piccolo settore, e ha saggiamente disposto che quando il numero dei professori ordinari è insufficiente, si proceda direttamente al sorteggio. Non ha però fatto il passo ulteriore di prevedere il sorteggio anche nel caso in cui il numero dei professori ordinari è sufficiente, ma non si raggiunge un numero sufficiente di eletti. Facciamo il caso di un settore scientifico disciplinare che conosco bene: quello dell’Analisi Matematica. In questo settore i professori ordinari e straordinari sono 280, godrebbero dell’elettorato passivo 231 professori (tolti cioè 30 straordinari e 19 membri interni). Con 15 concorsi di seconda fascia e 4 di prima, già banditi, bisogna eleggere 228 professori. Possono 280 elettori eleggerne 228? A priori nulla lo vieta. Ma la partecipazione al voto per le commissioni di concorso si è attestata nel passato al 60%.  E’ improbabile comunque che votino più di 200 professori. Si vota in genere per colleghi noti. Chi è noto ad una persona sarà noto anche a due o tre altre persone. In pratica i voti, quando espressi, si concentreranno su un centinaio di persone note. Eppure secondo la legge almeno 228 persone dovrebbero essere votate per essere sorteggiate. La stessa situazione si verifica, in misura più o meno grave in tutti i settori della matematica, e presumibilmente in molti altri settori. Chi è responsabile di questo pasticcio? Certamente non il professore ispiratore. Non solo egli aveva originariamente chiesto il puro sorteggio ma è così lontano dal rendersi conto del problema, che ha proposto che non siano eletti per il sorteggio professori che non sono più molto attivi nella ricerca.
Possiamo dire che è responsabile il Ministro? Anche lei aveva portato in Consiglio dei Ministri la proposta di puro sorteggio. E’ responsabile dunque il Ministro Brunetta che, a quel che si è saputo, avrebbe chiesto, in Consiglio dei Ministri, di introdurre la elezione prima del sorteggio? Ma Brunetta ha fatto una proposta politica che doveva essere messa a punto sul piano operativo dai tecnici. Allora è colpa dei tecnici? Quali tecnici? E come, se il decreto, approvato un venerdì, doveva essere pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale prima di lunedì, per bloccare, secondo gli ordini impartiti dal prof. Giavazzi, le elezioni delle commissioni?
Ritorniamo quindi alle considerazioni iniziali. Un simpatico professore, un po’ superficiale, ha tutto il diritto di pensare che la mancata promozione dei suoi allievi o dei candidati da lui sostenuti, configuri un “caso straordinario di necessità ed urgenza” ai sensi dell’art. 77 della Costituzione, per il quale sia opportuno e costituzionalmente lecito, intervenire con un decreto-legge, ed ha certamente diritto di esprimere questo parere su un quotidiano. In un paese normale, però, il Governo dovrebbe agire con continuità secondo una politica chiara non soggetta ad improvvisazioni, sostenuta da analisi tecniche sulle effettive possibilità di applicare le disposizioni che si propongono.
Gli errori della legge Gelmini-Giavazzi in tema di concorsi saranno corretti in qualche modo. Ma la lezione dovrebbe essere appresa e meditata. Le risse concorsuali dei professori sono fisiologiche, ma non dovrebbero interferire nell’attività legislativa. Inoltre, visto che non esiste un sistema di concorsi a prova di errore, il Ministro dovrebbe vigilare perché siano sempre assicurate le possibilità di correggere gli inevitabili errori, attraverso successive opportunità offerte ai candidati perdenti. In altre parole, indipendentemente dal sistema di formazione delle commissioni, dovrebbe essere assicurato un flusso costante (anche se modesto) di concorsi per promuovere il personale docente. E’ quello che, miracolosamente, è avvenuto negli ultimi dieci anni, dopo anni di arbitrarie sospensioni dei concorsi. Speriamo che la legge Gelmini-Giavazzi non sia un segnale che si vuole interrompere questo flusso.


24 giugno 2009

Laura Chies : l'istruzione italiana invischiata nella trappola della conoscenza

 In questi ultimi mesi il dibattito sull’istruzione in Italia si articola su due grandi temi: la qualità dei risultati (scarsa) e la dimensione della spesa (eccessiva). Tale dibattito è stato stimolato dalla pubblicazione di rapporti che illustrano il mondo dell’istruzione con l’ausilio di numerosi indicatori e confronti internazionali. La pubblicazione di libri scandalistici, pamphlet informativi, articoli scientifici ha coinvolto molti economisti e sociologi, i quali hanno spiegato compitamente dimensione e caratteristiche del problema. L’intervento più sconcertante è stato però quello del Governo italiano che ha deciso a priori tagli alla spesa pubblica e al personale, giustificandoli poi, a qualche mese di distanza, con motivi riconducibili alla scarsa produttività didattica e scientifica delle nostre scuole e università. Il dato negativo sulla qualità dell’istruzione italiana è inserito in un quadro mondiale che vede le capacità di apprendimento dei giovani arretrare ovunque tra i paesi avanzati dell’OCSE, ma che colpisce in modo particolare l’Italia, che parte da posizioni di retroguardia. Il punto dolente è proprio questo. Perché l’Italia si trova quasi sempre in coda alle classifiche dei paesi avanzati, quando l’argomento è lo stato dell’istruzione e soprattutto della conoscenza? La risposta che si può suggerire è che il coordinamento istituzionale è assolutamente deficitario. Ognuno degli attori in gioco (il sistema politico, quello dell’istruzione, quello delle imprese e il sistema sociale) sembra agire sulla base di finalità indipendenti, se non addirittura contrapposte. Guardando all’istruzione dal punto di vista di un economista, la scelta dell’investimento in istruzione ha un unico obiettivo, quello di migliorare le prospettive di reddito e di favorire l’aumento del livello di sviluppo umano ed economico. Leggendo invece le analisi condotte dal Governo e quelle che derivano dalle indagini sulle preferenze delle imprese nelle assunzioni, il livello dell’istruzione degli individui non risulta essere un investimento altamente produttivo, ma solo un aggravio di costi. Il coordinamento tra mondo dell’istruzione e quello della produzione pubblica o privata che sia, appare molto labile. La scarsa valorizzazione del capitale umano nazionale è evidente nel settore privato, quando si analizza l’indagine Excelsior di Unioncamere sulle esigenze occupazionali delle imprese. Gli imprenditori, infatti, non ritengono l’istruzione una caratteristica importante sia ai fini della selezione del personale, che per gli scopi della produzione. Il 60% delle imprese considera il titolo di studio poco o per nulla importante al fine della scelta del candidato idoneo all’assunzione, mentre nelle previsioni delle piccole imprese (il 95% circa del totale delle imprese italiane) l’assunzione di un laureato è un evento che tocca solo il 5% del totale del turnover annuo. Se il settore privato non premia l’istruzione, quello pubblico e quello delle “libere professioni” usa la laurea come una sorta di barriera all’entrata, dato il valore legale della stessa, più che come utile strumento di segnalazione di capacità individuali. Le famiglie, infine, costituiscono il luogo più alto di coordinamento tra gli incentivi misurati in termini di salari relativi dell’istruzione, che provengono dal sistema della produzione, e incentivi privati all’incremento della capacità di apprendimento come strumento di emancipazione sociale. Entrambi i segnali risultano distorti in Italia e il risultato è un livello di spesa delle famiglie modesto, anche se sconta il fatto che la spesa per l’istruzione primaria e secondaria è per lo più spesa dello Stato e non delle famiglie, che in totale ammonta comunque a poco più dello 0.5% del PIL (vedi Tavola sottostante).

Il risultato è più soddisfacente se visto in termini quantitativi, infatti, il livello dell’istruzione aumenta tra gli italiani e i laureati costituiscono poco meno di un terzo degli occupati, ma è la popolazione in età lavorativa compresa tra i 25 e 64 anni ad essere ancora poco scolarizzata (solo il 13% è in possesso di una laurea, contro una media OCSE del 27% e UE del 24%) che male si attaglia ad un sistema di produzione di frontiera tecnologica proprio degli altri paesi avanzati [1], in cui l’istruzione specialistica è il fattore chiave. Un Paese come il nostro nel quale i costi del coordinamento istituzionale sono elevati e in cui i risultati della formazione sono modesti, non può che presentare un sistema di istruzione prevalente di tipo generico e non specialistico, proprio dei paesi avanzati. L’Italia non è in grado quindi di sfruttare quei vantaggi di produttività attribuibili ai lavoratori con profili di specializzazione elevati che compensano la scarsa produttività dei lavoratori manuali. Il problema reale è che questi lavoratori altamente specializzati sono troppo pochi e gli incentivi individuali troppo ridotti per promuovere un vero cambiamento del sistema. Il fatto più grave è che gli attori principali politici, economici e sociali non riescano ad avere una visione unica del problema rappresentato dal debole legame tra produttività e capitale umano e che offrano come soluzione la riduzione della spesa, sperando che in una situazione di scarsità di risorse passa emergere spontaneamente un equilibrio economico migliore. Il risultato del mancato coordinamento è preoccupante. Se nel 1997 potevamo affermare con soddisfazione di aver raggiunto e superato il livello di reddito pro capite medio dell’Europa a 27 Paesi di ben 19 punti, oggi le previsioni Eurostat ci pongono in netto svantaggio rispetto agli altri partner (vedi grafico) sia rispetto alla variazione del PIL pro capite (-17,8% tra il 1997 e il 2008), sia rispetto al valore di parità. Fatto 100 il valore di parità UE a 27 Paesi l’Italia segna oggi un misero 97,8.


9 giugno 2009

Emiliano Brancaccio : la crisi sta finendo ?

 E’ giunta inattesa, ed è stata da molti sottovalutata[1]. Eppure siamo di fronte alla crisi più grave dai tempi del dopoguerra. Senza indugio, vi è chi già la paragona alla Grande Crisi degli anni Trenta. Il confronto è prematuro ma non del tutto azzardato. Basti notare che in questi mesi la velocità di caduta del reddito e dell’occupazione mondiale è arrivata a oltrepassare quella che si registrò nel 1929[2]. Stando alle previsioni del Fondo monetario internazionale, un tale precipitoso declino determinerà per il 2009 una riduzione del reddito reale dell’1,3% a livello mondiale, del 2,8% negli Stati Uniti, del 4,2% nell’area euro, del 4,4% in Italia[3]. E proprio oggi il governatore della Banca d’Italia va oltre, prevedendo per il nostro paese una caduta del reddito intorno a cinque punti percentuale. Le pesanti conseguenze in termini occupazionali sono evidenti in tutto il mondo, e saranno ancor più marcate nel prossimo futuro. In particolare, in Italia abbiamo già assistito ad una esplosione delle ore di cassa integrazione. Stime prudenti della Commissione europea prevedono cinquecentomila disoccupati in più entro fine anno[4], e Draghi parla oggi di un tasso di disoccupazione che potrebbe ben presto superare il dieci per cento. Tra l’altro, è importante chiarire che tutte le previsioni sul 2009 sono fondate sulla aspettativa di una ripresa mondiale nel 2010. E al momento è difficilissimo dire se si tratti di una fondata previsione o di una mera speranza[5].

Le tesi prevalenti: crisi da eccesso di avidità o di credito

Sulle cause della crisi, si è fatto un gran parlare di greed: cioè a dire di una immorale, sconfinata avidità che avrebbe indotto manager, banchieri e speculatori ad assumere comportamenti irresponsabili e al limite truffaldini. L’abisso nel quale siamo piombati sarebbe l’esito delle spregiudicate manovre compiute in questi anni da una pletora di novelli Gordon Gekko, lo spietato finanziere interpretato da Michael Douglas nel celebre Wall Street di Oliver Stone. Tanto cara a Obama, così come a Benedetto XVI, questa del greed è una tesi che ha trovato largo seguito tra i media, ma vi è motivo di credere che la realtà del problema sia ben diversa dalla narrazione suggerita dalla grande stampa e dalla televisione. Bisognerebbe infatti ricordare che i vituperati agenti del capitale erano quasi tutti rispettosi esecutori delle leggi: quella dello stato e quella ancor più cogente del mercato. Lo dimostra il fatto che le truffe sono state una goccia nel mare della speculazione legalizzata, e che mantenevano i posti di comando delle banche d’affari solo gli operatori capaci di tenere i rendimenti dei titoli al passo con le esplosive medie dei mercati. Delle chiavi di lettura moralistiche quindi è bene non fidarsi. Il problema, infatti, non è quello di rimuovere il marcio da un sistema sano e prospero. Il problema è il sistema.



Non appena però ci si azzarda a mettere sotto accusa il sistema nel suo complesso, ecco puntuali serrarsi i ranghi dell’ortodossia, che subito propone una spiegazione sotto vari aspetti minimalista del tracollo. Infatti, la tesi più accreditata tra gli esponenti del mainstream neoclassico è che le determinanti della crisi siano da ricercare in una politica monetaria americana lassista, e nell’assenza di vincoli all’uso della leva finanziaria da parte delle banche. Stando insomma alla interpretazione dominante, la recessione sarebbe stata provocata da troppa moneta e da troppo credito[6]. Ritenuti colpevoli di non aver saputo anticipare la crisi, gli economisti del mainstream appaiono dunque impegnati nell’esortare i governi a irrigidire e a rendere più uniformi a livello mondiale i sistemi di regolamentazione della finanza. Un invito che a quanto pare trova diversi riscontri in ambito politico, come dimostra la crescente attenzione internazionale verso il legal standard, una proposta avanzata dal ministro Tremonti al fine di introdurre un comune codice etico globale dei mercati finanziari e dei sistemi bancari[7]. Al momento in verità non è chiaro se quella proposta da Tremonti sia una mera carta d’intenti o una normativa dotata di opportune sanzioni. Ad ogni modo, sia pure con diverse sfumature sul piano delle coercizioni previste, è indubbio che una maggior disciplina finanziaria trovi d’accordo molti esponenti dell’ortodossia neoclassica[8]. Al tempo stesso, però, tra gli economisti ortodossi si levano altrettanto numerose le grida contro una eventuale ripresa delle regolamentazioni sul mercato del lavoro. In particolare, alcuni economisti neoclassici sono arrivati a dichiarare che l’introduzione di minimi salariali o di vincoli ai licenziamenti finirebbe per aggravare ulteriormente la recessione[9].

Una tesi alternativa: la crisi di un mondo di bassi salari

Per quanto diffusa, l’interpretazione mainstream della crisi appare sotto molti aspetti superficiale e per certi versi fuorviante. Che l’espansione monetaria americana e l’eccesso di leva abbiano giocato un ruolo è un fatto evidente. Tuttavia questa non è semplicemente una turbolenza finanziaria. La Federal reserve, la finanza, il crollo dei mutui c’entrano tutti, ma rappresentano i complementi di un meccanismo più profondo, che può essere opportunamente messo in luce adottando una chiave di lettura di tipo storico-materialista, e traendo da essa lo spunto per una rinnovata elaborazione della critica della teoria economica dominante. Muovendoci lungo questo sentiero alternativo di ricerca, possiamo affermare che questa è la crisi di un sistema che compensava una tendenza strutturale alle sproporzioni e alla sovrapproduzione attraverso la creazione di continue bolle speculative[10]. In termini analitici, si può quindi definire questa recessione una crisi speculativa da sovra-sproporzioni[11]. Il che implica, semplificando al massimo, che questa può essere anche considerata la crisi di un mondo di bassi salari[12]. Dove il riferimento è ai salari sia diretti che indiretti: cioè direttamente erogati dalle imprese ma anche indirettamente erogati dallo stato tramite i servizi pubblici, il welfare, i diritti sociali universali.
L’odierno mondo di bassi salari rappresenta l’esito di tre processi interrelati, che sono andati dispiegandosi nell’ultimo trentennio in tutti i paesi OECD. Innanzitutto, una vasta deregolamentazione dei mercati: dei mercati finanziari, dei mercati delle merci, e soprattutto del mercato del lavoro. Inoltre, una impetuosa centralizzazione dei capitali: la proprietà effettiva e il controllo effettivo del capitale sono finiti in poche mani, in sempre meno mani. Infine, una continua frammentazione e divisione dei lavoratori: oggi abbiamo lavoratori identici, che svolgono mansioni identiche, magari fianco a fianco, e che tuttavia possono essere sottoposti a padroni, a contratti e persino a leggi diverse. Dunque: deregolamentazione dei mercati, centralizzazione dei capitali, frammentazione del lavoro. A causa di questi tre fenomeni interconnessi il capitale si è progressivamente rafforzato sul piano sociale e politico, mentre il lavoro e le sue rappresentanze si sono progressivamente indeboliti, in tutta Europa e in gran parte del mondo. Il risultato principale di questo spostamento nei rapporti di forza è il seguente: negli ultimi trent’anni abbiamo assistito a una divaricazione progressiva tra la produttività oraria dei lavoratori e il salario lordo orario dei lavoratori. La produttività oraria cresceva continuamente mentre il salario orario arrancava, spesso restava fermo al palo, e talvolta addirittura regrediva. Questa divaricazione è stata globale. Tra il 1996 e il 2006, il divario tra produttività e salari reali è aumentato di oltre 1 punto percentuale in Italia, di 2 punti in Spagna e in Grecia, di 3 punti in Austria, Finlandia e Francia, di 4 punti in Germania, e così via. In Cina e nei paesi asiatici il divario è stato ancora più grande. Ed è bene tener presente che c’era un divario significativo anche negli Stati Uniti[13].

Questo scarto crescente tra produttività e salari indica una cosa in fondo semplice: grazie al progresso tecnico e grazie anche alla intensificazione dei ritmi produttivi, i lavoratori sono stati in grado di produrre sempre di più, ma non sono stati più in grado di acquistare quel che producevano. La capacità produttiva dei lavoratori dunque cresceva, ma la loro capacità di spesa no. Il processo tendeva oltretutto ad auto-alimentarsi. La bassa capacità di spesa dei lavoratori dava luogo infatti a una bassa domanda interna, e induceva quindi le imprese dei vari paesi ad esercitare ulteriori pressioni al rialzo sulla produttività e al ribasso sui salari, in modo da abbattere i costi unitari, rendere più competitive le proprie merci e cercare quindi all’estero uno sbocco per la produzione realizzata. Il problema è che così facevano le imprese di tutti i paesi, in una corsa senza fine allo schiacciamento delle retribuzioni e alla intensificazione degli sforzi lavorativi. Ma allora, se la forbice tra la crescente capacità produttiva dei lavoratori e la declinante capacità di spesa degli stessi andava progressivamente allargandosi, e se tutti cercavano di compensare la conseguente caduta della domanda interna tramite le vendite all’estero, chi mai comprava al fine di garantire la tenuta complessiva del sistema?[14] La risposta è che questo mondo di bassi salari ha potuto funzionare soprattutto perché gli Stati Uniti hanno lungamente agito come una gigantesca spugna assorbente delle eccedenze produttive mondiali. Quel che gli altri producevano, gli americani lo compravano. Questa spugna sussisteva non certo perché i salari dei lavoratori americani fossero alti, ma perché negli Stati Uniti montava un debito privato eccezionale, in grado di finanziare gli enormi acquisti di merci importate dall’estero. Per avere un’idea della dimensione del fenomeno, va tenuto presente che l’onda del debito statunitense ha man mano coinvolto tutti gli strati sociali della popolazione. Si è passati dai dirigenti ai quadri del sistema americano, fino ad arrivare ai lavoratori delle periferie estreme delle metropoli, spesso già insolventi e pignorati. Il sistema era ormai talmente drogato che permetteva a un operaio di pagare i debiti di un mutuo accendendo un nuovo prestito, e di rimborsare i soli interessi del prestito attivando una carta di credito, e così via. Insomma, parafrasando Hyman Minsky[15], potremmo parlare di ultra-speculative working poors, cioè di poveri tramutati loro malgrado in ultra-speculatori.

Il volto nuovo e feroce dell’America deflazionista

Alla fine però la bolla speculativa americana è scoppiata. E’ quindi venuta meno la fiducia sulle attività denominate in dollari, la cui continua emissione faceva montare il debito privato americano. L’effetto sugli equilibri mondiali è pesantissimo: gli Stati Uniti non sembrano più in grado di fungere da spugna delle eccedenze produttive mondiali. Anzi, al di là dei proclami e delle apparenze, la politica espansiva statunitense sembra essersi improvvisamente trasformata nel suo opposto: non più comoda spugna ma macchina da guerra commerciale. All’epoca del boom speculativo gli Stati Uniti alimentavano la domanda mondiale e in questo modo contribuivano a mitigare gli effetti della sfrenata competizione salariale nella quale si cimentava il resto del mondo. Adesso invece l’America si presenta anch’essa sulla scena internazionale con intenzioni ferocemente deflazioniste. Con i sindacati in ginocchio, il dollaro sospinto verso il declino e un governo pronto a erogare montagne di denaro pur di rimettere in carreggiata le aziende nazionali, oggi gli Stati Uniti non attenuano ma al contrario rendono ancor più violenta la concorrenza mondiale sulle retribuzioni e sulle condizioni di lavoro[16]. L’America sembra insomma intenzionata ad abdicare dalla propria leadership politico-monetaria globale. La conseguenza è che il sistema mondiale non dispone più di una spugna assorbente, cioè non dispone del meccanismo che garantiva la sua stessa sopravvivenza. E poiché sembra alquanto remota la possibilità di individuare a breve termine una nuova spugna per le eccedenze di produzione, ecco spiegato il motivo per cui questa potrebbe rivelarsi una crisi lunga, per molti versi refrattaria alle politiche economiche convenzionali e soprattutto priva di contrappesi alla dilagante deflazione salariale.

Quell’ombra in fondo al tunnel

Il governatore della Banca centrale europea ha aggiunto di recente la propria autorevole voce a quelle di coloro che insistono sull’idea che una luce in fondo al tunnel della crisi finalmente si intravede. Di contro, negli ultimi tempi si possono trovare in giro dei cartelli stradali imbrattati da una scritta maliziosa: “a causa della crisi economica, la luce alla fine del tunnel è temporaneamente spenta”[17]. In effetti, al momento la situazione appare talmente incerta che questi ironici graffiti potrebbero rivelarsi ben più azzeccati degli austeri bollettini emessi dal banchiere centrale di Francoforte[18].

* Una versione estesa del presente articolo è in corso di pubblicazione sulla rivista Marxismo oggi, 2009/1. Parte del materiale citato in questo articolo è disponibile sul sito www.emilianobrancaccio.it.

[1] «Questa è la più grande crisi finanziaria della Storia. Rischia anche di essere una delle recessioni più profonde e durature. La prima recessione davvero globale, che avviene su scala planetaria. Nessuno di noi redattori de lavoce.info, dobbiamo riconoscerlo, l’aveva prevista. Molti di noi l’avevano sottovalutata». Dalla introduzione dei redattori del sito lavoce.info al libro a cura di Loriana Pellizzon (2009), Il mondo sull’orlo di una crisi di nervi, Castelvecchi, Roma 2009.
[2] Barry Eichengreen, Kevin O’Rourke, A tale of two depressions, in
http://www.voxeu.org/, 6 april 2009.
[3] International Monetary Fund, World Economic Outlook, spring 2009.
[4] Corrispondenti a un incremento del tasso di disoccupazione dal 6,8% del 2008 all’8,8% previsto a fine 2009. Si veda European Commission, Economic forecast, spring 2009.?
[5] Basti notare la quantità di ipotesi restrittive che sono state stabilite per poter formulare le previsioni del World Economic Outlook, cit. (le ipotesi sono esplicitate nella premessa al documento).
[6] Sembra questo nella sostanza il parere di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi in La crisi. Può la politica salvare il mondo? Il Saggiatore, Milano 2008. Di simile avviso appare anche la maggioranza dei contributi riportati nel volume a cura di Emilio Barucci e Marcello Messori, Oltre lo shock. Quale stabilità per i mercati finanziari, Egea, Milano 2009. Per un esempio della influenza di questa interpretazione anche in ambito divulgativo, si veda Massimo Gaggi, La valanga. Dalla crisi americana alla recessione globale, Laterza, Bari 2009. E’ interessante notare come questa interpretazione sia stata subito condivisa dalle rappresentanze degli istituti bancari. Per esempio, in Italia l’ABI ha esplicitamente aderito ad essa. Del resto, è noto che dopo il crack di Lehman Brothers la fiducia e la patrimonializzazione delle banche sono cadute, e gli istituti di credito hanno quindi optato per una ferrea linea di razionamento del credito. Per giustificare questo cambio di strategia – che molti problemi ha comportato alle attività produttive – le banche hanno quindi trovato naturale fare riferimento agli economisti che attribuivano la crisi a un’epoca di eccessi nelle erogazioni creditizie.?
[7] Giulio Tremonti, “La crisi è globale perché ha origine nella globalizzazione”, Italianieuropei 1/2009. Si vedano anche gli articoli apparsi sul Financial Times del 16 gennaio 2009, sul Corriere della Sera del 10 marzo 2009 e sul Foglio dell’8 aprile 2009, dedicati alla proposta di Legal standard internazionale in campo finanziario e alla decisione del ministro di costituire un team di esperti incaricato di redigere un “manifesto del diritto futuro”, che definisca le basi per un accordo tra i paesi.
[8] E non solo tra i neoclassici: alcuni economisti che molto tempo fa potevano esser considerati di scuola sraffiana hanno espresso pareri favorevoli sulla iniziativa di Tremonti. Si veda Luigi Spaventa, Legal standard una speranza per i mercati, in Affari&Finanza di Repubblica, 19 gennaio 2009.
[9] Ad avviso di Alesina e Giavazzi, fu proprio l’interventismo politico sul mercato del lavoro a far sì che la recessione del 1929 si trasformasse in una grave depressione: «Hoover intervenne nelle contrattazioni salariali, impedendo alle imprese di tagliare le retribuzioni. In un periodo di recessione e di deflazione molte imprese non riuscirono a mantenere costanti i salari e fallirono. L’interventismo nel mercato del lavoro finì per rivelarsi controproducente: invece di mantenere il potere d’acquisto dei salari e sostenere la domanda la ridusse, aumentando disoccupazione e miseria» (in Alesina e Giavazzi, cit., p. 26). La posizione di Alesina e gavazzi si basa sul presupposto che la riduzione dei salari monetari attivi un meccanismo in grado di ricondurre il sistema economico verso la piena occupazione. Ma questa assunzione è smentita dalla teoria e dai fatti. Basti pensare che il calo dei salari può implicare una caduta dei prezzi e dei redditi in rapporto agli oneri finanziari, e quindi può condurre a una esplosione dei fallimenti. Di fatto, Alesina e Giavazzi sembrano proporre un ritorno alle tesi pre-keynesiane, ampiamente superate dal dibattito novecentesco su flessibilità dei salari e piena occupazione e ritenute oggi insostenibili anche dai principali manuali americani di macroeconomia, come ad esempio Olivier Blanchard, Macroeconomia, Il Mulino, Bologna 2009 (di cui tra l’altro Giavazzi è il curatore italiano).
[10] Appare invece più difficile dire se questa sia o meno una crisi che attenga pure a una tendenziale caduta del saggio di profitto. Il problema non verte tanto sulla ascesa del saggio di profitto che è stata empiricamente registrata negli ultimi anni. Potremmo infatti trovarci semplicemente di fronte a una controtendenza rispetto a un processo di più lungo periodo. Piuttosto, vi sono i noti problemi di ordine teorico derivanti dalla impossibilità di accettare la interpretazione tradizionale del valore-lavoro, sulla quale la versione originaria della legge di caduta tendenziale del profitto si basa. Inoltre, sul piano empirico sembra difficile trarre elementi di supporto o di smentita della legge guardando ai soli dati relativi a singoli paesi o a gruppi di paesi. Riteniamo in questo senso che le eventuali verifiche empiriche della legge andrebbero effettuate su un campione di dati rappresentativo della intera economia mondiale o di una parte altamente significativa della medesima. E’ bene comunque precisare che eventuali elementi a sostegno della legge, in quanto tali, non entrerebbero in contrasto con l’interpretazione del crollo in termini di “crisi speculativa da sovra-sproporzioni”, ma anzi potrebbero ulteriormente rafforzarla. Ad ogni modo, a sostegno della caduta tendenziale del saggio di profitto, si vedano tra gli altri Gerard Dumenil e Dominique Levy, Capital resurgent, Cambridge MA, Harvard University Press 2004.
[11] Per un approfondimento sul paradigma di riferimento teorico da cui traiamo spunto, si veda Emiliano Brancaccio, “Una teoria monetaria della riproduzione sociale”, in La crisi del pensiero unico, Franco Angeli, Milano 2009.
[12] Per una esposizione didattica del confronto tra la interpretazione ortodossa della crisi e la interpretazione da bassi salari, si veda Emiliano Brancaccio, Dispense integrative al manuale Macroeconomia di Olivier Blanchard, Università del Sannio, anno 2009 (riportate nella sezione didattica del sito:
http://www.emilianobrancaccio.it/).
[13] I dati sono tratti dal database OECD. Per un approfondimento sui dati europei rinviamo a Emiliano Brancaccio, “Deficit commerciale, crisi di bilancio e politica deflazionista”, in Studi economici, n. 96, 2008/3.
[14] Per una esposizione analitica del problema, mi permetto di rinviare a Emiliano Brancaccio, “Una teoria monetaria della riproduzione sociale”, in La crisi del pensiero unico, cit.
[15] Sulla interpretazione della crisi capitalistica basata sul concetto di posizioni finanziarie coperte, speculative e ultra-speculative, si veda Hyman P. Minsky, Potrebbe ripetersi?, Einaudi, Torino 1984. Di Minsky, si veda anche la recente ristampa di Keynes e l’instabilità del capitalismo, Bollati Boringhieri 2009, con una introduzione inedita di Riccardo Bellofiore.
[16] La recente intesa tra Fiat e Chrysler ci pare emblematica, in tal senso. Si veda Emiliano Brancaccio, “Dietro l’accordo Fiat-Chrysler”, Liberazione, 3 maggio 2009.
[17] Marcello De Cecco, “Poca luce in fondo al tunnel”, La Repubblica, Affari & Finanza, 11 maggio 2009.
[18] Del resto, il motivo per cui nei giorni scorsi si è parlato di “luce in fondo al tunnel” è che si sono semplicemente registrati alcuni, modesti segnali di “rallentamento del deterioramento”, vale a dire di minore velocità di caduta del reddito e dell’occupazione (una variazione tra l’altro modestissima, come si evince dall’indice €-coin della Banca d’Italia:
http://www.bancaditalia.it/). Il timido ottimismo di Bernanke e Draghi di aprile, e ora di Trichet, verte esclusivamente su questo tipo di rilevazioni. Ed è curioso notare come alcuni esponenti politici e padronali (tra i quali la presidente di Confidustria Emma Marcegaglia) abbiano tradotto la minore velocità di caduta del reddito con l’impropria espressione “ripresa”. Tra l’altro, in assenza di una “spugna”, vi è motivo di credere che anche nel momento in cui una vera ripresa effettivamente affiorasse, la dinamica del sistema sarebbe per lungo tempo caratterizzata da ripetute “false partenze”: piccoli slanci e immediate ricadute.


14 aprile 2009

Ugo Pagano : scorpacciate di risparmio o digiuno di investimenti ?

Le cause immediate della crisi sono fatte spesso risalire all’assenza di regolamentazione e alla politica espansiva della Fed che, mantenendo i tassi d’interesse artificialmente bassi, avrebbe provocato un’eccessiva offerta di risparmio. Come è ampiamente spiegato nei noti modelli di selezione avversa, quest’ultima avrebbe, a sua volta, provocato la formazione di un pool di debitori sempre più scadente con le conseguenze che sono ormai sotto gli occhi di tutti.
Secondo
un articolo dell’Economist dello scorso gennaio un benefico “flow” di risparmio sarebbe diventato una disastrosa “flood” ma l’inondazione sarebbe dovuta più alle “global imbalances” generate all’estero che un frutto endogeno della economia e della politica americana.



In effetti, il governatore Bernanke
sostiene da molto tempo che il ruolo della Fed nell’espansione del credito è stato marginale e che la causa ultima della crisi è stata una scorpacciata di risparmi (saving glut) cui gli Stati Uniti sono stati costretti a causa del massiccio afflusso di risparmi proveniente da altri paesi (v. su questo anche Sergio Cesaratto, www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/a-sinistra-della-crisi/).
C’è qualche cosa di simpaticamente infantile nella formulazione della tesi del Governatore della FED. A molti di noi (per quanto mi riguarda, a casa della mamma) capita di attribuire le scorpacciate, e le crisi digestive che esse provocano, all’ottimo e sovra-abbondante cibo che viene cucinato. Il vero limite della tesi di Bernanke non sta tuttavia tanto nell’infantilismo della sua formulazione ma nell’inesattezza dei suoi contenuti. Come mostrano i dati contenuti nel
paper della Banca di Francia di Moec e Frey, negli altri paesi non c’è stata una sovrabbondanza di risparmi ma piuttosto un digiuno d’investimenti. Negli ultimi anni, nel mondo, i risparmi non sono cresciuti. Invece, specialmente al di fuori degli Stati Uniti, sono diminuiti gli investimenti. In altre parole, l’abbondanza di cibo in America sarebbe stata il frutto di un blocco dei sistemi di digestione dei vicini.
Si potrebbe sostenere che, in questa situazione, gli americani dovevano generosamente digerire anche per conto degli altri paesi e fornire loro trasfusioni di cibo pre-digerito. Parte del risparmio assorbito dall’America era infatti iniettato sotto forma d’investimenti diretti nella circolazione dei paesi colpiti dal blocco del loro sistema digerente.
Non è dunque colpa dei vicini se essi non sono riusciti a creare adeguate opportunità d’investimento, per di più intossicando gli americani con la loro inondazione di risparmi?
Il problema è che le lobby legate alle multinazionali americane, facendo pressione per la nuova architettura del commercio internazionale partorita a Marrakesh nel 1994 hanno avuto un ruolo niente affatto marginale nel causare il blocco dei sistemi digestivi dei loro concorrenti.
Partiamo dal 1992 quando George Bush Senior conclude una presidenza piena di successi in politica estera in un quadriennio che vede, fra l’altro, il crollo delle economie socialiste e la disintegrazione dell’Unione Sovietica. Eppure lo slogan “it’s the economy stupid!” basta a fargli perdere le elezioni contro Clinton. La causa non è tanto la crisi congiunturale iniziata nel 90 ma la consolidata percezione che il “modello americano” sia perdente rispetto a quelli alternativi giapponesi e tedeschi. Nel decennio precedente si sono consumati fiumi d’inchiostro per descrivere i miracoli del management giapponese e suggerire i vari modi in cui gli americani avrebbero potuto imitarlo.
Alla fine degli anni 90 il quadro si è capovolto. Gli Stati Uniti (e l’Inghilterra) sono diventati il modello da imitare e gli eroi di ieri (non solo Germania e Giappone ma, dopo la crisi del 97, anche tutte le tigri asiatiche) si affannano a ristrutturare le loro economie sulle orme del cosiddetto modello anglo-americano. Frattanto l’economia cinese ha un rapidissimo sviluppo. Cosa ci porta a questo improvviso rovesciamento della situazione?
La spiegazione potrebbe essere fatta risalire al solito ritornello liberista: solo gli americani (e gli inglesi) avrebbero riscoperto improvvisamente le virtù del mercato, offrendo così numerose opportunità d’investimento precluse ai loro rigidi concorrenti.
E, tuttavia a ben guardare, non sono state le virtù della concorrenza ma i vantaggi del monopolio intellettuale a far riguadagnare rapidamente terreno agli Stati Uniti rispetto alle altre economie occidentali. Infatti, nella prima metà degli anni 90, gli Stati Uniti non hanno più rivali militari e politici globali e possono riorganizzare l’economia mondiale in un modo diverso che valorizzi al massimo la loro leadership scientifica e tecnologica e soprattutto le loro posizioni di monopolio.
Le caratteristiche salienti del nuovo mondo sono contenute nei
TRIPS firmati a Marrakesh il 15 Aprile del 1994. Significativamente, i TRIPS costituiscono l’annesso 1C dell’accordo con cui viene fondato il WTO.
Il preambolo dei TRIPS recita come cosa ovvia che “intellectual property rights are private rights” come tutti gli altri diritti di proprietà privata. Eppure questa ovvietà era sconosciuta a un economista dell’innovazione del calibro di Schumpeter ed è stata recentemente messa in discussione nel bel libro di Boldrin e Levine
Against Intellectual Monopoly. Se il riconoscimento dei diritti di proprietà (inclusi quelli intellettuali) costituiva la base naturale del libero scambio, la ratificazione dei TRIPS non poteva non costituire un annesso degli accordi del WTO e un requisito obbligatorio per accedere al commercio internazionale. Diversamente da tutti i precedenti accordi internazionali relativi alla proprietà intellettuale, l’inclusione dei TRIPS nella costituzione del WTO comportava un efficace meccanismo per far rispettare la proprietà intellettuale. Gli Stati potevano ora essere disciplinati mediante le istituzioni dello stesso WTO e, in casi estremi, si sarebbe potuto limitare l’accesso al commercio internazionale ai “ladri” di proprietà intellettuale.
A dispetto dell’accattivante retorica declamante libero scambio e proprietà privata, gli accordi di Marrakesh introducono surrettiziamente super-tariffe tali da far impallidire il protezionismo più spinto. Con i TRIPS i diritti di proprietà intellettuale diventano dei monopoli globali e cioè, in un certo senso, dei dazi doganali dal valore quasi infinito. Non solo i concorrenti degli altri paesi non possono esportare il bene nel paese del monopolista intellettuale ma hanno anche il divieto di produrlo nel loro stesso paese. Quando alcune multinazionali di qualche paese si organizzano in “patent pools”, la desertificazione economica di quel settore negli altri paesi diventa inevitabile e sembra non lontano dalle passate imposizioni dell’Inghilterra alle sue colonie e in particolare, all’India (Marcello De Cecco,
Money and Empire, Rowman and Littlefield, 1975).
Salvo qualche notevole eccezione come
Krugman abbiamo assistito in questi mesi a un coro di allarmi per i danni di un incombente protezionismo. Si fa notare come uno degli effetti peggiori delle crisi finanziarie sia che esse possono disintegrare il libero scambio. E tuttavia, il rapporto fra i due fenomeni presenta una complessità del tipo problema uovo-gallina che non ammette facili soluzioni.
E’ certamente vero che la crisi sta portando ad atteggiamenti protezionistici e a
ritorni di nazionalismo economico.
E’ però anche vero che il protezionismo, celandosi sotto le sacre vesti dei diritti di proprietà privata, ha contribuito a generare la crisi finanziaria. Esso ha fatto inizialmente solo scemare le opportunità d’investimento fuori dagli Stati Uniti mentre questi ultimi, grazie agli investimenti diretti delle loro multinazionali, hanno per un certo tempo digerito anche per gli altri. Infatti,
come mostrano Moec e Frey la crisi è stata preceduta, prima di tutto, da una caduta degli investimenti fuori dall’America. In parte, questa caduta è stata inizialmente attenuata dagli investimenti diretti delle multinazionali dotate di un’imbattibile ricetta a base di monopolio intellettuale americano e lavoro cinese a basso costo.
Alla caduta degli investimenti degli altri paesi si è poi aggiunto un graduale blocco digestivo delle stesse imprese multinazionali americane. Già nel luglio 2005 l’Economist parlava di un
“corporate savings glut” e nel sottotitolo notava come ormai le grandi corporation, ancora di più delle economie emergenti, fossero diventate i leader mondiali della corsa globale verso la frugalità. Lo stesso articolo faceva poi riferimento al famoso paradosso della frugalità di Keynes secondo cui se tutti vogliono risparmiare dovrà (in assenza d’investimenti) calare il risparmio… anche se passando naturalmente prima per bolle speculative e varie “innovazioni finanziarie” (vedi Marcello De Cecco, www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=449).
In conclusione, se le crisi finanziarie hanno provocato il protezionismo, il superprotezionismo della proprietà intellettuale ha fatto calare gli investimenti. Ciò è avvenuto in due fasi (largamente sovrapposte nel tempo) e secondo due meccanismi.
Nella prima fase, dopo i TRIPS, si è avuto il lancio del modello cino-americano e una corsa a investimenti tesi a consolidare i monopoli intellettuali americani. Mentre si aprivano nuovi spazi per le compagnie americane superdotate di queste “risorse”, si chiudevano molte opportunità d’investimento autonomo per il Giappone e per le ex-tigri asiatiche che non avevano né le dotazioni monopolistiche americane né i bassi costi cinesi. La crisi asiatica del 1997 rappresenta il culmine di questa fase.
Nella seconda fase, secondo i meccanismi descritti nelle note
tragedie degli anti-commons, i monopoli intellettuali mondiali sono diventati troppo pervasivi e hanno cominciato a bloccarsi a vicenda. A questo punto comincia a incepparsi anche il meccanismo d’accumulazione dei grandi “proprietari di conoscenza”.
La caduta degli investimenti ha quindi creato alcune delle condizioni che hanno portano alla crisi finanziaria, e quest’ultima ha a sua volta portato il livello degli investimenti verso nuovi precipizi da cui sarà difficile risalire senza un notevole numero di misure di politica economica. Tra di esse non dovrebbe mancarne una che, coniugando le politiche keynesiane con la capacità della conoscenza di essere usata infinite volte senza deteriorarsi, generi un
supermoltiplicatore degli investimenti. Sostegno alla domanda aggregata e riappropriazione della conoscenza possono costituire due facce di una stessa politica tesa a liberare l’innovazione dalla gabbia del monopolio intellettuale e a fornire più opportunità d’investimento per tutti. 


9 aprile 2009

Sergio Cesaratto : la crisi vista da Sinistra

 Fra gli economisti di orientamento critico vi è ormai un certo consenso sulle dinamiche che hanno caratterizzato il capitalismo mondiale in anni recenti e che hanno condotto alla crisi in corso[1]. In questa nota si riassume per sommi capi tale interpretazione e si indicano alcune prospettive future.

1. Siamo tutti keynesiani, ma qualcuno di più
Oggi tutti invocano Keynes (o Minsky), ma da sempre gli economisti meno conformisti utilizzano Keynes (e Kalecki) per spiegare le dinamiche del capitalismo. Al centro di questa interpretazione vi è l’idea che l’economia di mercato cresca, nel breve come nel lungo periodo, guidata dalla crescita della domanda aggregata per beni e servizi. Questa consiste di domanda per beni di consumo, investimenti e spesa pubblica. Per un singolo paese essa consiste anche di esportazioni (mentre le importazioni sono una sottrazione alla domanda per i propri beni). Finché non esporteremo su Marte, l’economia-mondo è come se fosse un singolo paese per cui domanda e crescita sono guidate dalle sole prime tre voci. Siccome gli investimenti dipendono a loro volta dalla domanda attesa (gli imprenditori investono sulla base di quanto si attendono di vendere), le fonti ultime della domanda sono consumi e spesa pubblica. Il capitalismo gira se li foraggia dotando di liquidità consumatori e stati[2].

Negli anni più recenti gli Stati Uniti hanno costituito il motore ultimo che ha generato domanda e crescita globale. I consumi degli americani sono stati, in particolare, il motore di questo processo. I consumi dei lavoratori americani (incluso il ceto medio) hanno però sofferto, come altrove, dei mutamenti a loro sfavorevoli nella distribuzione del reddito. Ciò è stato tuttavia più che compensato dall’azzeramento della propensione al risparmio (cioè dalla quota di reddito che viene risparmiata invece che spesa per consumi) e dall’ampio foraggiamento ai consumi che è provenuto dal credito al consumo, inclusi i mutui immobiliari, oltre che dall’”effetto ricchezza”[3] dovuto all’aumento dei valori mobiliari, prima, e immobiliari, poi. In ambedue i modi i lavoratori americani hanno cercato di mantenere o migliorare gli standard di vita acquisiti[4]. Il capitalismo americano ha dal suo punto di vista potuto compensare in tal modo la caduta dei consumi conseguenza della peggiorata distribuzione del reddito e assicurare la piena occupazione in una società priva di ammortizzatori sociali. La memoria degli elevati tassi di disoccupazione sperimentati negli anni ’80, oltre che i cospicui flussi migratori dal Messico, hanno tenuto a bada il conflitto distributivo. Bellofiore e Halevi hanno efficacemente sintetizzato il modello come quello del lavoratore terrorizzato e indebitato[5].
La stabile crescita dell’economia americana, in anni noti ora come quelli della “grande moderazione”, ha determinato un crescente disavanzo commerciale soprattutto con i paesi del sud-est asiatico. Le importazioni di prodotti di largo consumo a basso prezzo dall’Asia (modello Wall Mart) hanno contribuito a loro volta, assieme al credito al consumo, a mantenere tollerabile il peggioramento della distribuzione del reddito negli Usa.

2. Le “global imbalances”
Molti paesi asiatici, Cina in testa, hanno dunque visto crescere i loro avanzi commerciali con gli Usa. Per impedire un rivalutazione del proprio cambio che avrebbe nuociuto alle loro esportazioni, base della loro crescita, essi hanno volentieri reinvestito i crediti accumulati in buoni del Tesoro americani finanziando in tal modo il disavanzo estero americano. Europa e Giappone non hanno partecipato se non marginalmente al festino in seguito alla depressa domanda interna, per scelta e disgrazia, rispettivamente[6]. Se ne è avvantaggiata però la Germania (ma pure il Giappone) che esporta beni capitali in Asia conseguendo forti attivi commerciali. Questo modello è stato suggestivamente, se non del tutto appropriatamente, denominato Bretton Woods II[7]. Esso si basa sul patto scellerato fra paesi dell’est asiatico e Usa: i primi pronti a sostenere il debito estero americano purché questi continuino ad acquistare le loro merci e consentano loro un cambio competitivo.
Si vede dunque come il modello di crescita Usa basato sull’indebitamento delle famiglie di lavoratori americani sia diventato la base del funzionamento dell’intera economia mondiale. E’ la creazione di potere d’acquisto da parte del sistema finanziario Usa la fonte ultima della domanda mondiale, mentre l’”esorbitante privilegio” di emettere la principale moneta di riserva internazionale fa in modo che la liquidità creata sia tranquillamente accettata in pagamento anche all’estero. E’ questo modello che è ora entrato in crisi. Dei suoi due aspetti, l’indebitamento interno delle famiglie Usa e quello esterno, l’indebitamento verso i paesi asiatici, è saltato il primo, e piuttosto inaspettatamente in quanto le più rinomate cassandre internazionali, come il famoso Roubini, pronosticavano che sarebbe stato il secondo a saltare col crollo verticale del dollaro[8].
Siccome fa tuttavia comodo dare la colpa agli altri, con una acrobatica inversione di cause ed effetti l’interpretazione dominate dovuta al presidente della Fed Bernanke, e prontamente sottoscritta da Alesina e Giavazzi, addebita la responsabilità degli squilibri all’eccesso di risparmio dei paesi asiatici (il “saving glut”)[9]: tale risparmio avrebbe trovato utilizzazione nei prestiti alle famiglie americane, certo andati un po’ oltre la normale prudenza. Questa interpretazione di chiaro stampo neoclassico trascura che i risparmi asiatici si sono formati come conseguenza dell’aumento di reddito in quei paesi dovuta al trascinamento della domanda Usa. La capacità di credito alle famiglie del sistema finanziario americano è infatti del tutto indipendente dai risparmi asiatici, come insegna la teoria della moneta endogena condivisa nei suoi tratti più generali dagli economisti meno conformisti.




3. Cosa è andato storto

I fatti recenti sono ormai a tutti noti nei loro tratti salienti: è saltato l’anello più debole del debito delle famiglie americane, i mutui immobiliari concessi nella totale assenza di garanzie di restituzione e di consapevolezza dei mutuatari di ciò che sottoscrivevano. Questi mutui venivano rimpacchettati e venduti ad altri istituti finanziari con l’idea che, in tal modo, il rischio si spargesse su una pluralità di soggetti diventando così inoffensivo. Finché il prezzo delle case cresceva tutti erano soddisfatti. Se per esempio i mutuatari non erano in grado di pagare il sistema gli riaccendeva un altro mutuo di più alto valore, sì da restituire il vecchio con tanto di interessi. Con l’aumento progressivo dei tassi di interesse da parete della Fed a cominciare dal 2004 e l’inizio del calo del prezzo delle case il sistema ha cominciato a scricchiolare con un effetto domino che, attraverso lunghi mesi, si è prima trasmesso all’insieme dell’economia finanziaria e successivamente all’economia reale.
E’ così entrato in difficoltà anche l’altro pezzo del modello, il modello export-led della Cina che vede le proprie aspettative di crescita scemare, il che non è proprio salutare per un paese in cui si affacciano ogni anno nel mercato del lavoro decine di milioni di giovani, di cui molti laureati, per non pensare alle centinaia di milioni di contadini non ancora beneficiati dalla crescita. Non è tuttavia ancora crollata la fiducia cinese nel dollaro, che in questa tempesta ha visto addirittura accresciuto il proprio valore mentre le autorità cinesi non hanno certo intenzione alcuna, ora, di proseguire nella lenta rivalutazione dello Yuan. Questo potrebbe tuttavia non continuare a essere ben visto dagli Usa come dimostrano le prime prese di posizione dello staff di Obama. Dove abbia condotto la logica delle svalutazioni competitive ben sappiamo dalla crisi degli anni trenta.

4. Cosa si può raddrizzare
L’esperienza recente nei paesi avanzati, in particolare negli Usa, mostra come il sostegno alla domanda aggregata che deriva dall’indebitamento privato sia assai più fragile di quella basata sull’indebitamento pubblico[10]. Diffuso appare ora il ricorso a misure keynesiane di spesa pubblica, in genere ritenute più efficaci dei tagli fiscali. A destra si paventa da parte di molti il pericolo che finita la crisi il debito pubblico accumulato faccia aumentare i tassi di interesse diventando esso stesso un fattore di recessione. A sinistra ci si domanda se la crisi corrente dimostri che il capitalismo è profondamente irriformabile tagliando l’erba sotto ogni ipotesi riformista. Al primo problema si può rispondere che il livello dei tassi di interesse è in buona misura condizionato dalle banche centrali che lo utilizzano per tenere sotto controllo le dinamiche salariali, mentre il rapporto debito/Pil dipende non solo dall’ammontare del debito, che aumenta lentamente se i tassi di interesse si mantengono bassi, ma anche dalla crescita del Pil. Allora la prima questione ci rimanda alla seconda: è possibile disegnare un capitalismo che coniughi crescita e controllato conflitto sociale? In via di principio ci si potrebbe avvicinare a ciò attraverso un contratto sociale che assicuri una distribuzione diretta e indiretta (attraverso la spesa sociale) del reddito a favore delle classi lavoratrici e sostenga per questa via la domanda aggregata[11]. Diversa la questione della realizzabilità politica di tale assetto, difficilissima. Ciò non vuol dire però che la realizzabilità teorica non possa essere brandita come arma di lotta politica in particolare a fronte delle difficoltà che il capitalismo potrebbe avere a trovare altre vie d’uscita agli elevati tassi di disoccupazione prodotti dalla crisi.


1 aprile 2009

Duccio Cavalieri : neoliberismo, interventismo, keynesismo

 

La crisi economica globale del sistema capitalistico, oggi in atto, deve indurre gli economisti teorici ad interrogarsi su quanto sta accadendo e a cercare di prevederne i prossimi sviluppi e gli esiti. Uno dei compiti storici della scienza economica è infatti la spiegazione e la previsione di quanto avviene nella realtà.

Un primo punto sembra sufficientemente chiaro. Si tratta di una crisi che ha avuto inizio nel mondo della finanza e che ha poi contagiato l’economia reale. E’ emersa la forte instabilità di un sistema di intermediazione finanziaria che anziché incoraggiare il risparmio delle famiglie e assicurare che esso affluisse senza ostacoli agli investimenti delle imprese e agli impieghi delle amministrazioni pubbliche, è stato utilizzato per finanziare pericolose operazioni speculative compiute sul mercato dei capitali e su quello dei cambi. Questo è avvenuto in un contesto di bassi livelli dei salari reali e in presenza di una politica dell’amministrazione repubblicana degli Stati Uniti che ha alimentato nei lavoratori una forma inedita e sottile di illusione monetaria, consentendo alle banche e ad altre istituzioni finanziarie di concedere loro ampio credito e mutui ipotecari a condizioni molto facili (i subprime mortgages a tassi variabili) per indurli ad acquistare di più e consumare di più, nonostante i bassi salari.

Una situazione di questo tipo non può durare indefinitamente. Quando le banche cominciano a incontrare delle difficoltà nel rientro dei capitali prestati e vengono a trovarsi a corto di liquidità per l’insolvenza dei debitori, il flusso del finanziamento bancario alle imprese di produzione tende necessariamente ad interrompersi. Per allontanare nel tempo questa evenienza, le banche hanno fatto ricorso a strumenti innovativi di ingegneria finanziaria allo scopo di attuare una strategia finanziaria tutt’altro che nuova: quella della Ponzi finance, efficacemente descritta da Hyman Minsky. Hanno infatti cercato di trasformare i crediti in sofferenza in fonti di nuove rendite finanziarie, facendo ricorso a operazioni di cartolarizzazione (securitization) e successiva inclusione dei crediti frazionati in prodotti finanziari derivati, con l’intento di arrivare a disperdere il rischio individuale.



In tali condizioni, chi comprende come stanno andando le cose e dispone di liquidità non la investirà più, ma la tratterrà, ripromettendosi di farne uso in seguito, quando la crisi avrà prodotto i suoi effetti più devastanti, per acquistare le attività patrimoniali superstiti a prezzi stracciati. Viene in essere cioè una situazione abbastanza simile a una trappola della liquidità, ma in presenza di tassi di interesse non ancora ridotti al minimo. Tale situazione non può tuttavia durare a lungo. Essa è destinata a cambiare non appena sul mercato dei capitali i tassi scendono ulteriormente e diventa possibile compiere operazioni vantaggiose di acquisto di capitale azionario, anche finanziandole a credito. Ossia creando degli appositi consorzi finanziari che si indebitano per acquistare imprese (è il cosiddetto leverage buyout) e che possono conteggiare il debito come un costo detraibile dalle tasse, scaricandone l’onere sulle società acquistate (che non di rado vengono poi abbandonate al loro destino di bad companies).

Questo contribuisce ad aumentare la scarsità di liquido e tende a determinare una crisi del mercato interbancario. Per l’eccessivo livello dell’indebitamento, le banche non si fidano più l’una dell’altra e non si prestano denaro tra loro. La crisi è aggravata dal fatto che nel frattempo si diffondono voci allarmanti sull’esito di investimenti troppo rischiosi effettuati dalle banche e i risparmiatori tendono di conseguenza a ritirare i loro depositi e a compiere spostamenti di capitali dai titoli privati a quelli pubblici, ritenuti più solidi, anche se non del tutto sicuri in una situazione di rischio sistemico.

Ne risulta appunto una sorta di trappola anomala della liquidità, che penalizza chi ha bisogno di prestiti per motivi non speculativi. E quindi danneggia in primo luogo le imprese, che possono essere costrette dapprima a ridurre e poi addirittura a cessare la loro attività. A questo punto la crisi diventa generale e coinvolge l’economia reale, a ulteriore dimostrazione della non neutralità della moneta. E attraverso nuovi meccanismi di trasmissione degli impulsi monetari e finanziari sulle variabili reali, che meriterebbero di essere ulteriormente indagati, la crisi si scarica per intero sui lavoratori e sulle loro famiglie.

Le principali cause della fragilità strutturale del sistema finanziario possono a questo punto facilmente individuarsi. Sono la tendenza a un eccessivo ricorso al finanziamento esterno da parte delle imprese; la diffusa pratica bancaria consistente nell’utilizzare credito a breve termine, continuamente rinnovato, per finanziare impieghi di capitale a medio e lungo termine; la facilità con cui vengono realizzate operazioni finanziarie e creditizie ad alto rischio; la scarsa trasparenza di molte operazioni finanziarie, che alimenta la possibilità di compiere vere e proprie frodi nel trasferimento dei rischi. Frodi che sono messe in atto dagli intermediari finanziari ai danni dei risparmiatori e vengono non di rado avallate da compiacenti agenzie di valutazione (rating companies), che, male interpretando le proprie funzioni, mettono in grado alcune società di indebitarsi per somme molto superiori al loro effettivo valore di mercato.

In breve, la crisi ha evidenziato la mancanza nel sistema capitalistico attuale di validi meccanismi di autoregolazione del mercato. In questo senso, si può certamente parlare di fallimento del neoliberismo e di riconosciuta necessità di ricorrere ad interventi pubblici per salvare banche e aziende in difficoltà, anziché lasciare che il mercato penalizzi l’insuccesso delle iniziative economiche meno efficienti. Al vecchio paradigma dell’efficienza allocativa del mercato oggi credono ancora solo pochi epigoni della Mont-Pélerin Society, della scuola di economia di Chicago e della London School of Economics. Quelli che hanno sempre insistito nel presentare il neoliberismo come antitesi al keynesismo e al dirigismo economico degli anni ’30; e che hanno ispirato il programma economico conservatore di Margaret Thatcher in Gran Bretagna e quello di Ronald Reagan negli USA, l’uno e l’altro favorevoli alla deregolamentazione, alle privatizzazioni e a un contenimento della dinamica salariale e della spesa pubblica per finalità sociali.

E’ un duro colpo per il neoliberismo, un indirizzo di pensiero che ha cercato di affossare le conquiste dello Stato sociale e ha inquinato il quadro teorico con la supply side economics e la ‘critica di Lucas’ all’efficacia della politica economica. Dopo la dissoluzione dei regimi economici dei paesi del cosiddetto ‘socialismo reale’ il neoliberismo ha creduto di avere ormai partita vinta e si è apprestato a seppellire definitivamente l’interventismo statale di tipo keynesiano. Ma oggi il neoliberismo subisce una dura lezione dalla storia. Perfino i più tenaci assertori di questo indirizzo di pensiero, posti di fronte alla drammatica alternativa tra aiutare Wall Street a uscire dalla crisi, sovvenzionando un sistema capitalistico dimostratosi largamente corrotto, o lasciare che esso precipitasse nel caos finanziario più assoluto, sono stati indotti a invocare un intervento straordinario dello Stato nella sfera economica per salvare dal fallimento grandi banche ed imprese. Con l’intenzione di addossare al Tesoro, ossia ai contribuenti, l’onere dell’acquisto dei crediti inesigibili. Senza quindi arrivare a delle vere e proprie nazionalizzazioni.

Ma non è stata, a ben guardare, una vittoria del keynesismo. L’odierna crisi globale ha semplicemente mostrato la necessità della politica economica, riaprendo in un certo senso il confronto teorico tra liberismo e keynesismo. Ma l’aumento della spesa pubblica, che oggi da tante parti si invoca, non riguarda la spesa sociale in istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione. Riguarda il sostegno di banche e società finanziarie in difficoltà e il salvataggio di grandi imprese industriali. Un salvataggio che ci si propone di realizzare continuando a comprimere i salari reali e le pensioni. E’ quindi un sostegno non alla domanda, ma all’offerta.

Tutto questo ha ben poco di keynesiano. E può accrescere il divario tra l’offerta e la domanda, anziché aiutare a superare le difficoltà di realizzo della produzione sul mercato. Difficoltà dovute alla maldistribuzione del reddito e tipiche di un sistema in cui il capitale non riesce a porsi fini diversi da quello del proprio continuo accrescimento. Tali difficoltà oggi non presentano più carattere esclusivamente ciclico, ma tendono ad assumere carattere strutturale. Segno che il capitalismo resta un problema (il problema di fondo) e che il problema tende ad aggravarsi.


25 marzo 2009

Massimo Florio : la finanza punta dell'iceberg della crisi mondiale

 

Sbaglierebbe chi pensasse che quella che stiamo vivendo sia principalmente una crisi finanziaria. E' una crisi del meccanismo di accumulazione reale. Le origini stanno nella svolta in chiave neoliberista degli anni '80. Marx, Schumpeter e Keynes, nelle loro diverse prospettive, avevano visto un rischio autodistruttivo del capitalismo. Per mantenere adeguato il rendimento dell'investimento occorre inventare sempre nuove cose. Questa è la grande forza del capitalismo, la sua legittimazione storica. Il suo problema è che i profitti dipendono dalla capacità di consumo. Se il prodotto generato attraverso l'investimento, la combinazione di capitale e lavoro data una tecnologia, non è redistribuito in certe proporzioni, i lavoratori-consumatori non hanno capacità di spesa sufficiente a sostenere la domanda e quindi le stesse aspettative di profitto delle imprese.
C'è una tensione fra struttura della proprietà, quindi distribuzione dei redditi, e accumulazione. La soluzione per Marx era tout-court la socializzazione della proprietà. Per Schumpeter era l'accettazione delle periodiche distruzioni di valore, ma egli era convinto che alla lunga democrazia e capitalismo imprenditoriale, con i suoi cicli, fossero incompatibili e il socialismo, che aborriva, avrebbe prevalso. Per Keynes la soluzione era l'economia mista, in cui la spesa pubblica mette un argine al ciclo autodistruttivo di valore. Più in generale pensava che occorresse minimizzare i rendimenti del risparmio («eutanasia del rentier ») e favorire alti consumi. Una combinazione di queste tre visioni (con una aggiunta di solidarismo cristiano e di socialdemocrazia in Europa), ha retto la politica economica dei paesi sviluppati fino agli anni 70, quando si è temuto che il mondo andasse "troppo" in direzione anticapitalista, anche per la concomitanza dell'espansionismo sovietico successivo alla sconfitta Usa in Vietnam, delle rivolte giovanili, e della crisi fiscale. 



La vincente controffensiva Reagan-Thatcher ha determinato un enorme indebolimento delle forze genericamente anticapitaliste e un ridimensionamento del ruolo dello Stato (privatizzazioni, politiche fiscali e monetarie restrittive, contrazione dei servizi pubblici). Invece dell'eutanasia del percettore di rendite finanziarie, si è avuta una sua resurrezione. La distribuzione dei redditi diventava spettacolarmente più diseguale (meno imposte progressive, meno lotte sindacali, meno garanzie, e la quota del lavoro cadeva di oltre dieci punti in molti paesi nell'arco di un ventennio). Si determinavano bolle speculative una dietro l'altra. La massa dei profitti generata da questa redistribuzione doveva trovare impiego in qualcosa per sostenere sempre nuova accumulazione. Uno dei primi target storicamente sono stati gli immobili. Anche le privatizzazioni sono state una operazione speculativa connessa all'ampliamento delle capitalizzazioni borsistiche. La bolla della new economy ha creato società virtuali in pura perdita con azioni ipervalutate. L'epicentro concreto e ideologico di questa palingenesi della rendita sono gli Stati Uniti. Per non fare esplodere le bolle le autorità monetarie inondavano il sistema di possibilità di indebitamento (Greenspan).
Buccia di banana: la vendita di immobili alle minoranze etniche e ai ceti a minore reddito. Si finanziano poveri cristi che in realtà non hanno redditi per pagare il mutuo, poi si cartolarizza il debito, lo si affetta e si costruiscono dei derivati, mescolando vari tipi di rischio. Più che tossica, questa è finanza allucinogena. A dipendenti precari di Mc Donald, pagati pochi dollari l'ora, sono stati fatti mutui da centinaia di migliaia di dollari. Non poteva durare.
Ironia: un sistema che non vuole assicurare alle persone redditi sicuri e accettabili, che rende praticamente impossibile il ricorso al sindacato, che terrorizza una parte considerevole dei meno abbienti con la mancanza di copertura delle cure mediche universali e delle pensioni garantite dallo stato, che li fa indebitare per la scuola e università se vogliono emergere, poi ha bisogno di fingere che queste stesse persone abbiano un discreto reddito, che il loro è un buon debito su cui scommettere al rialzo.
Nessuna ri-regolazione, nessun appello all'etica degli affari, può raddrizzare uno squilibrio strutturale fondamentale che continuerà a riprodursi se la distribuzione dei redditi fra profitti e salari non ricostituisce una capacità solvibile di consumo, negli Usa e su scala globale.


13 marzo 2009

Mazzetti : la favola della sfiducia di Giavazzi

 

Una favola circola tra i pensatori della cultura dominante e ripetuta spesso dal Presidente del consiglio. Possiamo riassumerla con le parole usate di recente da Giavazzi sul Corriere: «il mondo potrebbe avvitarsi in una depressione, ma se accadrà sarà soltanto responsabilità nostra, cioè dei nostri governanti. Il mondo non è radicalmente diverso oggi da quanto fosse un anno fa, tranne che si è persa la fiducia». Questo modo idealistico di ragionare pone la fiducia come un moto dell'anima che può essere evocato con una deliberazione soggettiva. Se si rinuncia a fantasticare, si deve però convenire che la fiducia è un senso di affidamento e di sicurezza che viene da una speranza che poggia su qualcosa. La fiducia o ha una sua base concreta o è destinata a dissolversi al primo impatto con una realtà che la nega.
Ha ragione Giavazzi nel sostenere che «le aziende sono ancora tutte lì, le case e le nostre risorse naturali e i lavoratori hanno oggi la medesima esperienza di ieri», ma ha torto quando sostiene che sono solo la sfiducia e l'irragionevolezza a non permetterci di riconoscere l'esistenza di quelle ingenti risorse. Pur affogandola in una miriade di analogie - abisso, spirale, ecc. - Giavazzi conviene che stiamo attraversando quella che può essere definita una fase di crisi, in cui, nonostante il mondo oggettivo sia lo stesso di prima, esso appare nell'interazione del soggetto molto diverso da come veniva sperimentato. Il significato della crisi si riassume cioè nel riconoscimento che qualcosa, nel proprio modo di essere, è cambiato al punto che la vita non può più procedere come ha fatto fino a quel momento. In genere ciò accade perché gli esseri umani hanno modificato le condizioni della loro stessa esistenza, e le relazioni sociali date, che fino a quel momento mediavano inerzialmente il processo riproduttivo, non appaiono più in grado di farlo. La mancanza di fiducia costituisce pertanto l'effetto del disgregarsi delle relazioni sociali che, nella fase storica precedente, hanno dato forma alla vita, non la causa di quella disgregazione, come credono gli evocatori della fiducia a oltranza. Mentre chi opera l'inversione crede che sia stata «la sfiducia a trascinare il mondo nella situazione assurda» in cui si trova; un sostegno esplicito agli sproloqui di Berlusconi, che imputa al pessimismo altrui gli eventi negativi.
Dobbiamo da ciò desumere che i pensatori delle classi dominanti siano così ingenui da non sapere, o intuire, quali siano le radici della sfiducia? O dobbiamo esplorare se il loro appello a ritrovare la fiducia non esprima, piuttosto, un bisogno specifico, che va contrastato?
In genere, le persone reagiscono alla crisi in due modi diversi. La maggior parte la considera come una sorta di tempesta, un terremoto, un evento negativo che è per caso sopravvenuto sulla società. Sa poco o nulla dei mutamenti intervenuti nella forma dei rapporti produttivi, e ancora meno concepisce la possibilità di fenomeni complessi come le contraddizioni sociali. Se gli eventi vengono imputati al suo stato d'animo, come gli suggeriscono i sacerdoti della fiducia a oltranza, non potrà che sentirsi confusa, anche perché non saprà in che modo tirarsi fuori da una situazione che non sente di determinare, bensì di subire. Una minoranza ci vede, invece, lo «zampino umano», ma se lo rappresenta in forma ingenua, come manifestazione diretta di una volontà negativa, cosicché anche a essa sfugge il ruolo essenziale della contraddizione. Non ci sarà dubbio o disorientamento a spiegare quello che sta succedendo, ma poiché questa spiegazione è ingenua, la confusione avvolgerà il «che fare?». Per entrambi i gruppi, l'appello alla fiducia centra la sua finalità: agisce sul sintomo per negare la malattia sottostante. Analizziamo i tranquillanti che ci prescrive Giavazzi: «Per far uscire i mercati dal vortice della sfiducia il governo americano dovrebbe garantire tutte le attività finanziarie collegate al mercato immobiliare, cioè impegnarsi a acquistarle a un prezzo prefissato, superiore all'attuale prezzo di mercato. Una simile garanzia rialzerebbe immediatamente (!) i prezzi e con essi la ricchezza delle famiglie».



Il senso della cura è evidente: poiché le famiglie sono andate a picco sulla base delle politiche di credito degli istituti finanziari, se si sanano i conti di questi istituti si salvano le famiglie. Questa tesi può significare una cosa soltanto e cioè che quando parlano di crisi, i predicatori del fideismo economico sbagliano metafora, ritengono che non ci troviamo affatto nel mezzo di un evento patologico, bensì di un fenomeno fisiologico. «Come la pioggia», scrive ad esempio Galimberti sul Sole 24 ore, «la crisi un giorno o l'altro finirà». Ma se è vero ciò che afferma Keynes, e cioè che nelle crisi sopravviene «un fallimento nelle articolazioni immateriali della mente, nel funzionamento dei moventi che dovrebbero condurci alle decisioni e all'azione che sono necessari per mettere in movimento le risorse e i mezzi tecnici di cui già disponiamo», tutto cambia, perché il tessuto sociale e produttivo ne risulta lacerato. Anche dopo il crollo del 1929 molti economisti, politici e giornalisti sostennero che si trattava solo di «riparare il sistema finanziario e di far tornare la fiducia» (Galimberti). Ma ci vollero ben 10 anni e indicibili sofferenze, prima che la società imboccasse, su una base completamente diversa, la via di uno sviluppo alternativo.
Com'è noto, nell'ultimo trentennio si è sostenuto che il movente dell'accumulazione e dell'interesse privato avrebbe garantito il superamento delle difficoltà che, negli anni '80, avevano investito il welfare keynesiano. Che imboccando quella via avremmo goduto di una crescente soddisfazione dei bisogni. Ora che questa mediazione è saltata, e è sopravvenuto un tracollo, si insiste che ci sarebbe solo bisogno di rimettere la locomotiva sui binari - con l'aiuto dello stato - e tutto procederebbe come era stato promesso.
Ma se la crisi ha il significato indicato da Keynes occorre procedere in maniera opposta. Bisogna ridimensionare la mediazione sociale prevalente, che limita artificialmente la soddisfazione dei bisogni e espandere lo spazio per una mediazione alternativa. Per accennare al concreto. I mutui subprime non spuntano dal nulla. Gli istituti finanziari li hanno erogati per la semplice ragione che il mercato immobiliare dei mutui prime, cioè dei creditori affidabili, era ormai saturo e la produzione immobiliare poteva procedere solo fabbricando case per i più poveri. Il guaio è stato quello di voler inserire tutto ciò all'interno di un processo finalizzato al guadagno, e per di più a un guadagno speculativo. Se veramente si vuole affrontare la situazione, non si deve tornare a far leva su questo lato del processo. Non bisogna cioè «ridare fiducia ai mercati». Si deve piuttosto dare fiducia alle persone, facendo in modo che le risorse produttive esistenti non vengano sprecate nella vana attesa dei mercati. La soddisfazione dei bisogni abitativi dei più poveri, che è tecnicamente possibile, appunto perché ci sono le risorse necessarie, deve cioè costituire una finalità che lo stato deve perseguire in sé. Una mediazione difficile per una società diseducata per un trentennio e che, posta di fronte a questa prospettiva, non sa far altro che balbettare: «ma i soldi dove si trovano»?


sfoglia     febbraio        aprile
 

 rubriche

Diario
Filosofia
Politica
Articoli
deliri
Schegge
Ontologia
Epistemologia
Storia
Ermeneutica
Conto e racconto
Comunismo

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

italo nobile
Periecontologia
blog filosofia analitica
porta di massa (filosofia)
Crisieconflitti
Blog di crisieconflitti
Rescogitans
Spettegolando
Being and existence
Josiah Royce
filosoficonet
Russell on proposition
Wittgenstein against Russell
Landini on Russell
Kalam argument
Internet enciclopedy of philosophy
Sifa
swif
Moses
Grayling
Bas Van Fraassen
Gilbert Harman
Nordic journal of Philosophical logic
Paideia Project
Ousia
Diogene : filosofare oggi
formamentis
riflessioni
Articoli filosofici
Ancient Philosophy
Dialegesthai
Hegel in MIA
MIA . risorse filosofiche
Gesù e la storia
piergiorgio odifreddi
renato palmieri
Dizionario sanscrito
Lessico aramaico
Cultura indù
Lessico indiano
Mitologie
Egittologia
Archeogate
Popoli antichi
Antichi testi cristiani
Bibbia
Testi biblici e religiosi
Agiografia
Eresie
Critica della Bibbia
Psychomedia
Rabindranath Tagore
La Pietà di Michelangelo
Sapere
google
Wikipedia
Libri in commercio
google traduttore
libri su google
Emiliano Brancaccio
Libri in commercio2
Dispense
crisieconflittiblog
l'ernesto
Essere comunisti
manifesto
Liberazione
Proteo Vasapollo
Appello degli economisti
Krisis
Rivista del Manifesto
n+1
Temi marxisti
Ripensare Marx
Gianfranco La Grassa
Ripensare Marx 2
Costanzo Preve
CriticaMente
Mercati esplosivi
Intermarx
Archivio marxista
35 ore
Gianfranco Pala
Contraddizione
falcemartello
Comunisti internazionalisti
Comedonchisciotte
Che fare
Teoria critica libertaria
Bellaciao
Anarcocomunisti
Informationguerrilla
Scambio senza denaro
Chaos
Guerra globale
Peacelink
Altraeconomia
Brianza popolare
indymedia napoli
Partito comunista internazionale
Prometeo
Giano
Cervetto
Rivoluzione comunista
P.C.internazionale (sinistra)
Teoria e prassi
Contropiano
Mazzetti
mazzetti2
vis a vis
Rotta comunista
Erre
Indymedia lavoro
Il pane e le rose
Articoli neweconomy
Noam Chomsky
Malcom X economia
La Voce.info
Z-Anarchismo
Iura Gentium
Domenico Gallo
Articolo 21
ansa
Openpolis
Asca (agenzia stampa)
Repubblica
Corriere della Sera
Adnkronos
Agenzia giornalistica italiana
Il Foglio
Informazioni on line
Rapporto Amnesty
Governo italiano
Inail
Avvisatore Parlamento
Inps
Istat
Censis
Rete no-global
Greenpeace
Utopie
Associazione pro Cuba
Rassegna stampa
Rassegna sindacale
Lucio Manisco
Nonluoghi
Osservatorio Balcani
Comunisti italiani
Rifondazione
Peace reporter
Centroimpastato
Democrazia e legalità
Società civile
Beppe Grillo
Alternative
Un mondo possibile
Laboratori di società
Antiutilitarismo
Mediawatch
Megachip
Le monde diplomatique
Report
Forum Palestina
Il filo rosso
Il Dialogo
Giulietto Chiesa
Guerraepace
Namaste
NensVisco Bersani
Unità
Sinistri progetti
Socialpress
Cafebabel
Terreliberedallamafia
Maria Turchetto
Carta
Carmilla
Lettera internazionale
Jacopo Fo
Globalproject
Attac
Anarchivio
Resistenze
Micromegas
Sbilanciamoci
War news
Tobin tax
Un ponte per
Uruknet
Lettera 22
Rainews
Reti invisibili
Centomovimenti
Euronews
Nidil Cgil
Chain workers
Cani sciolti
Ivan Ingrilli (sanità)
Sanità mondiale
Almanacco dei misteri
Rapporto Amnesty
Diritto del lavoro
Atlante geopolitico
Criticamente
Disinformazione
istitutobrunoleoni
Statistiche Bankit
Debitopubblico
Economia politica
Rasegna stampa economia
Dizionario economia
Cnel
formazionelavoratori
Confcommercio
Affari esteri
Teocollectorborse
Businessonline
Linneo economia
Economia e società aperta
Statistiche annuario ferrarese
Eures
Cgil Lombardia
Fondazione Di Vittorio
Fai notizia
Luogo comune
Zoopolitico
ok notizie
Wikio
La mia notizia
Youtube
Technorati
Blog
Answers
La leva di Archimede
Eguaglianzaelibertà
Liberanimus
Link economici
campioni pugilato
All words (dizionari)
Babelfish traduttore
Dieta
Cucina 2 : Buonissimo
Calorie
Cucina
Primi piatti
Dieta 2
Last minute
Dica 33
Schede medicinali
Dizionario etimologico
Dizionari
E-testi
Foto da internet
Ferrovie dello Stato
La Gazzetta dello Sport
Incucina
Cucina napoletana
Tabelle nutrizionali
Altalex
Pagine bianche
Calcola inflazione e interessi
Film Tv
Fuoco
Studium
Amica Mia di Pigura
prc valdelsa
Siddhartino
Altromedia
Trashopolis
lotte operaie nel mondo
vulvia
Korvo Rosso
La tela di Penelope
Conteoliver
Mario
Cloroalclero
Fronesis
Il mondo di Galatea
Polpettine
Tisbe
Lameduck
aiuto
Daciavalent
Arabafenice
Batsceba
Pibua
Guevina
Vietato cliccare
Cattivomaestro
Khayyamsblog
Francesco Nardi
Alex321
Ciromonacella
Comicomix
Devarim
Raccoon
La grande crisi del 2009 (cronache)
Giornalettismo
Zio Antonio
Radioinsurgente
Garbo
Vita da St(r)agista
sonolaico
serafico
jonathan fanesi
Valhalla
Millenniumphoenix
gianfalcovignettista
occhidaorientale
Undine
Capemaster
Mimovo
antonio barbagallo
Nefeli
Secondoprotocollo
Nessunotocchisaddam
Pragmi
Rigitans
Alessandro
Formamentisblog
Corso di traduzione letteraria
Filosofia del web
Mediamente
Psicopolis
Blog cognitivismo
Dswelfare
Caffeeuropa
Stefano Borselli
Domenico De simone
Andrea Agostini
democrazia diretta
Finkelstein
Movisol
Società e conflitto
menoStato
Settantasette
la Cia
misteri e cospirazioni
Globalizzazione
Centroimpastato
Tugan Baranovsky
Wright su reddito garantito
Contro il lavoro
Assenteismo e operai
Auschwitz e il marxismo
Cestim migrazioni
Salute naturale
Signoraggio
Umanitànova
Crisi della liquidità
Cooperazione tra cervelli
La Grassa su Bettelheim
Marx e Lange
Gramsci e la globalizzazione
Marx e la crisi
Prc quinto Congresso
Lessico gramsciano
Il virus inventato
Lotte disoccupati francesi
Biospazio
Storia nonviolenza
Tax justice network
Marx e la crisi
Seminari della controra
Valori e prezzi
Veti Usa a risoluzioni Onu
Anarchici
Nuovi mondi media
Stele e cartigli egizi
Libro dei morti
Egitto
Egitto2
Egitto3
Egitto4
Egitto5
Storia delle Brigate Rosse
Guide di Dada net
Aljazira.it
Arab monitor
Il Giornale
Cultura cattolica
Il denaro
Aldo Pietro Ferrari
Asianews
Storia della birra
Storia contemporanea
Dossier Legge Biagi
Ateneonline

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom