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8 marzo 2009

Andrea Catone : Georges Labica e la capacità di ripartire dalle sconfitte

 

Georges Labica (nato a Tolone nel 1930 e scomparso giovedì scorso), entrato come assistente di ruolo di Filosofia all'Università Paris X-Nanterre nel 1968 - come egli ricorda 40 anni dopo, in una recentissima ricostruzione critica del maggio francese e del movimento che ad esso seguì, di cui fu «testimone e attore fino alla fine degli anni 70» (Le carrefour de mai 68) - prima ancora che l'importante professore emerito, il Direttore onorario al Centro Nazionale della Ricerca scientifica, il professore onorario dell'Università del Popolo di Pechino, e l'autore di numerosi libri e saggi di marxismo e filosofia politica (tra cui, scritto con Bensussan, il prezioso Dizionario critico del marxismo , I edizione 1982), è stato, fino a quando le forze lo hanno sostenuto, un intellettuale marxista militante. Un comunista critico e controcorrente, l'antimperialista engagé e appassionato, che non ha mai perso la capacità di indignarsi - a differenza di accademici tartufi - dinnanzi all'oppressione dei popoli, difendendo a viso aperto il loro diritto alla resistenza, alla lotta, all'«l'uso della violenza emancipatrice ogniqualvolta sia necessario».



Ancora a metà ottobre dello scorso anno è a Caracas, nella capitale della "rivoluzione bolivariana", per una conferenza dal titolo anomalo e provocatorio, "La transizione al socialismo in Europa e negli Stati Uniti". E' la riflessione sulla grande crisi strutturale del capitalismo mondializzato che si manifesta all'inizio di autunno col fallimento delle banche e lo scoppio di una immensa bolla finanziaria legata ai mutui subprime, dinnanzi alla quale va in pezzi l'ideologia neoliberista che dal crollo dell'Urss era divenuta pensiero unico: i media ritornano a parlare di intervento dello stato e nazionalizzazioni. Qui riannoda i fili di una riflessione ininterrotta, mai appagata e mai banale, sui caratteri del mondo contemporaneo, su quella totalità del mondo capitalista che non si limita ai soli rapporti economici, ma si istalla pervasivamente nella vita quotidiana, occupa le menti e i cuori, si impadronisce delle parole, che non sono mai innocenti, con una violenza indicibile - interventi e riflessioni raccolte qualche anno fa in un libro politicamente scorretto sin dal titolo, Democrazia e rivoluzione (pubblicato anche in Italia dalla Città del Sole, 2007) e in Théorie de la violence (Napoli-Parigi, 2008). La specificità del capitalismo nella sua fase attuale, a differenza dell'epoca di Marx ed Engels che sottolineavano nel Manifesto , il ruolo progressista della borghesia nella liquidazione del feudalesimo e nella rivoluzione permanente dei mezzi di produzione, risiede nel suo carattere distruttivo, che non risparmia nessun ambito, il lavoro, la salute, l'ambiente, la democrazia, quello sociale, giuridico o intellettuale, e neanche il sistema finanziario, che, come vediamo ora, giunge a divorare se stesso. Tutto si svolge, ci dice Labica, come se ci fossero uomini di troppo, disoccupati, sans papiers , esclusi di ogni tipo, e anche popoli di troppo, come in Palestina o in Iraq, di cui ci si vorrebbe sbarazzare come se si trattasse di rifiuti. Lo Stato, organizzatore dell'insicurezza, ha fatto della paura, delle paure, che accompagnano le distruzioni che esso stesso provoca, uno strumento di egemonia, assicurandosi il monopolio della violenza. Guerra e terrorismo di Stato accompagnano e assecondano funzionalmente lo sfruttamento economico, portato al suo culmine, creando sempre maggiore disuguaglianza. L'imperialismo, sotto la guida degli Usa, ha mondializzato la violenza. In Europa e negli Usa c'è una situazione di "servitù volontaria" dovuta all'assenza di qualsiasi prospettiva decisamente anti-sistemica. E' la situazione più paradossale: da un lato, la crisi mette a nudo gli ingranaggi del dominio che l'hanno provocata, dall'altro, le masse continuano a subire la loro incapacità di cogliere l'opportunità offerta loro di
"cambiare il mondo". Ma, in confronto con le precedenti crisi, l'occasione è veramente eccezionale, rende visibile il responsabile in persona, il modo di produzione capitalista giunto allo stadio della globalizzazione.
Georges Labica, è stato impegnato sin dai primi anni '70 in una lettura critica e attenta dei testi marxisti da Marx ( Le marxisme d'aujourd'hui , 1973; Le statut marxiste de la philosophie , 1977; L'Oeuvre de Marx, un siècle après , 1985; Karl Marx, Les Thèses sur Feuerbach , 1987; Karl Marx, L'Expropriation originelle -Présentation, 2001), a Gramsci (ricordo la sua partecipazione al convegno di Torino su "Gramsci e la rivoluzione in Occidente", nel 1997) a Lenin, di cui ha ripreso e attualizzato - in polemica con Negri - la categoria di "imperialismo" e condannato la rimozione, rivendicandone l'attualità teorica e politica, con alcuni interventi del 2003-2004 (Ilitch 2003; C'est à Lénine qu'il faut revenir). Rispetto alla versione staliniana del marxismo-leninismo era stato decisamente critico, interpretandola come filosofia del potere di stato ( Le marxisme-léninisme, Eléments pour une critique , 1984). Negli anni successivi alla fine del "socialismo reale" e alla crisi profonda dei partiti comunisti dell'Occidente, Labica ha accentuato il suo ruolo di intellettuale militante, nella consapevolezza che quello era il tempo per non rinchiudersi nell'accademia o tornare a casa, ma di intervenire con forza, prendendo posizione, orientando, rivendicando testardamente la grandezza di una tradizione teorica del movimento operaio e al contempo la necessità di aprirla alle sfide del futuro, per leggere i tratti nuovi del dominio capitalista contemporaneo. E così, oltre i libri, sono numerosissimi i suoi interventi di orientamento, puntualizzazione, polemica su riviste di tutto il mondo. Negli anni in cui la sconfitta del socialismo sembrava sommergere ogni cosa e ogni proposta di trasformazione radicale della società, l'attività teorico-politica di Labica si è radicalizzata. Non rassegnato al nuovo ordine mondiale ha provato a riflettere sul passato e a costruire nel fuoco delle contraddizioni del presente una nuova prospettiva. Con grandi difficoltà, lavorando a tentoni, cercando dei punti fermi sui quali fare leva per non lasciarsi travolgere dalla grande fiumana della "fine del comunismo" e del vangelo del mercato e delle privatizzazioni. Si trattava di lavorare sulle contraddizioni del presente e di non abbandonare la bussola preziosa del marxismo. La quale indicava, ad onta dei peana intonati al libero mercato, che la contraddizione principale del capitale, indicata dagli studi di Marx non si era affatto spostata, non era affatto divenuta secondaria nel mondo contemporaneo, ma si era anzi vieppiù approfondita, era divenuta mondiale. E su scala mondiale occorreva ora affrontarla. Ma il marxismo doveva essere capace di riconoscerla e di liberarsi dell'egemonia del capitale mondiale penetrata sin dentro le parole. E quando usi le parole dei dominanti, le parole che esprimono i concetti dei dominanti - sei già preso nel vortice, sei catturato: «la società fondata sui rapporti di sfruttamento, il capitalismo, pensa nelle nostre teste. Ecco perché essa è nelle nostre parole». Il lavoro critico marxista deve saper affrontare anche questo terreno. Ma, nonostante tutto, nonostante le enormi difficoltà della situazione odierna, la rivoluzione, secondo Labica, è un problema posto, e bisogna «restituire acuità al suo concetto» ( Democrazia e rivoluzione ).


24 gennaio 2009

Astrit Dakli : un milione di morti a est grazie alle riforme-shock

 

Un milione di morti. Questo potrebbe essere il terribile bilancio reale delle privatizzazioni accelerate imposte ad alcuni paesi dell'ex Unione sovietica negli anni '90, secondo uno studio dell'università di Oxford pubblicato ieri dalla più autorevole rivista medica internazionale, Lancet. La mostruosa cifra, una delle più alte che si possano direttamente associare a un deliberato atto politico, è la traduzione di quel 12,8 per cento di aumento della mortalità che gli analisti di Oxford hanno riscontrato nella dinamica demografica del decennio scorso nei paesi presi in esame: un aumento (quasi interamente fra i maschi in età lavorativa) che lo studio mostra essere strettamente legato, nel tempo e nello spazio, al parallelo aumento della disoccupazione provocato dall'applicazione forsennata delle politiche neoliberiste - e in particolare i programmi di privatizzazione di massa - dopo il crollo dei regimi «socialisti».
Nell'insieme dei paesi dell'Europa orientale e dell'ex Urss, fra il 1991 e il 1994 le privatizzazioni portarono a un aumento del 56 per cento nel numero dei disoccupati (e a quel 12,8 per cento di crescita della mortalità citato prima); ma all'interno del quadro complessivo cinque paesi conobbero in quegli anni uno shock particolarmente violento. Russia, Kazakhstan, Lituania, Lettonia ed Estonia ebbero aumenti di disoccupazione fino al 300 per cento, mentre nel resto della macroregione il contraccolpo delle privatizzazioni fu minore, per le diverse condizioni sociali e culturali presenti. 


O' puorc' 'mbriac'...


Il rapporto fra privatizzazioni accelerate e disoccupazione non ha bisogno di troppe spiegazioni: l'arrivo di privati - e con essi di una logica di profitto - alla guida di aziende in cui l'efficienza produttiva era da decenni subordinata all'utilità sociale, ha provocato quasi sempre il licenziamento di moltissimi lavoratori, in un contesto economico di crisi molto grave in cui trovare un nuovo impiego (soprattutto per persone non giovanissime) era praticamente impossibile. E il lavoro «a vita» in aziende di stato era in quei paesi, fino al '91-'92, una condizione esistenziale globale: con il lavoro si aveva la casa, l'assistenza sanitaria, le vacanze, un'immagine sociale: perdendo il lavoro, si perdeva tutto in un colpo. E in paesi dove il fumo, l'alcol e stili di vita imprudenti erano già pericolosamente diffusi tra la popolazione maschile, lo shock psicologico di questa perdita ha portato a un vero e proprio crollo fisico. Si aggiungano altri due effetti diretti (e contemporanei) delle politiche neoliberiste come il collasso delle strutture sanitarie gratuite e il vertiginoso aumento del prezzo dei farmaci, e gli ingredienti per l'avvio di quella che a tutti gli effetti è stata una strage di massa diventano chiari.
Meglio è andata, sottolinea lo studio dei professori David Stuckler e Lawrence King, in paesi magari più arretrati ma con una migliore rete di sostegno famigliare, come in Albania, o dove c'erano organizzazioni di difesa sociale più efficienti, come in Polonia o nella Repubblica Cèca, o ancora in alcune repubbliche asiatiche dove le privatizzazioni sono state introdotte in modo molto più graduale. Lì l'aumento di disoccupazione è stato molto minore, e non ci sono state variazioni nella mortalità - anzi in qualche caso questa è addirittura diminuita. Il che induce, secondo gli autori dello studio, a trarre delle importanti lezioni sul modo in cui i cambiamenti economici e sociali possono essere introdotti nei paesi dove questi sono ancora in corso, come in Cina, in India o altrove: le «terapie di shock» costano care in termini di vite umane.
Ma di quel milione di morti qualcuno dovrebbe ben portare la responsabilità: la scelta - in Russia, dove si è concentrato il disastro peggiore - di applicare in modo brutale, senza preparazione, senza esperimenti-pilota, senza nessun tipo di paracadute sociale possibile, le privatizzazioni dell'intero sistema produttivo è una scelta che non è venuta dal cielo come la pioggia. Ci sono uomini in carne ed ossa che questo hanno voluto e imposto: l'allora presidente Boris Eltsin, ovviamente, ma ancor più di lui che forse non era in grado di capire quel che stava succedendo sono stati gli «economisti» affascinati dal neoliberismo come Egor Gaidar o Anatoly Chubais (che tuttora ha una posizione di altissima responsabilità) a volerlo e a imporlo ad ogni costo, per non parlare della schiera di «consiglieri» occidentali come Jeffrey Sachs o Anders Aslund, tuttora prodighi di consigli rivolti ai governanti russi (o di critiche per il fatto di non applicare politiche abbastanza «di mercato»). E, naturalmente, non poca responsabilità dovrebbero prendersi i leader che allora tennero sotto l'ala Eltsin, a patto che non si fermasse «sulla strada delle riforme»: il democratico Bill Clinton prima di tutti.


19 gennaio 2009

Saskia Sassen : il 1989 diede la stura al neoliberismo

 

Saskia Sassen è una delle voci controcorrente nell'America che celebra i vent'anni del crollo del muro di Berlino, simbolo trionfale dell'irreversibile declino dell'Unione Sovietica, "l'impero del male" secondo Ronald Reagan.
Sassen non cede però ai trionfalismi: «Oltre a quelle su democrazia e nuove libertà - ci dice - il 1989 ha segnato anche l'inizio di storie diverse. Sono storie originate dallo spostamento verso un mondo unipolare, con l'ascesa impetuosa degli Stati Uniti come unico potere dominante. Il 1989 rappresenta il disfarsi degli assetti esistenti, nella geopolitica così come nelle strutture profonde delle economie capitaliste».
Nel corso dell'anno appena cominciato la docente di sociologia alla Columbia University, nota in tutto il mondo per i suoi studi su globalizzazione, confini e città globali (in Italia ha pubblicato, tra gli altri libri, Una sociologia della globalizzazione con Einaudi e Territorio, autorità e diritti con Bruno mondadori) presenterà l'altra faccia del 1989 in pubblicazioni e convegni. In un'intervista condotta via e-mail Sassen illustra le geografie della trasformazione post-muro. 



Professoressa Sassen, qual è l'aspetto della caduta del muro che considera più rilevante?

Ho appena chiuso un saggio per un libro collettivo sul 1989. Mentre parecchi altri autori lodano la fine della repressione sovietica in Europa Centrale, io sottolineo che gli eventi di vent'anni fa hanno anche segnato l'inizio dell'era neoliberista e il massiccio impoverimento di interi paesi. La fine della guerra fredda ha lanciato una delle fasi economiche più brutali dell'era moderna. Archiviata la relativa giustizia distributiva del periodo keynesiano, gli Stati Uniti sono diventati lo spazio di frontiera per una radicale riorganizzazione del capitalismo. La pretesa americana al titolo di leader del mondo libero è stata resa possibile dalla caduta dell'Unione Sovietica e dall'entusiasmo autentico per le nuove libertà nell'Est e Centro Europa. Il 1989 ha aperto le porte al progetto americano di trasformare l'intero globo in un mercato dominato da grandi corporation. In questa fase si sono sviluppate modalità inedite di estrarre profitto da dove sembrava difficile farlo che alla fine sono diventate parte integrante del capitalismo avanzato. Ovviamente, così come la caduta del muro di Berlino è diventata la rappresentazione simbolica di un processo cominciato molto tempo prima, anche la globalizzazione delle corporation esplosa a fine anni Ottanta era iniziata negli anni precedenti.

Può fare qualche esempio dei nuovi modi di profitto nel capitalismo post-1989?

Ho rintracciato almeno tre meccanismi che hanno attivato nuove forme di accumulazione primitiva nella fase successiva al 1989. Quella più visibile è l'attuazione del programmi di aggiustamento strutturale nel Sud Globale per mano del Fondo monetario internazionale e del Wto. Il secondo è la crescita del lavoro informale e il ridimensionamento del settore manifatturiero nel Nord Globale. Infine, c'è stato lo sviluppo di nuovi tipi di mutui per la casa orientati a persone a basso reddito e venduti sul mercato finanziario.

Lei parla dei mutui e finanza ad alto rischio, quindi è d'accordo con chi, come l'economista italiana Loretta Napoleoni, vede una relazione tra gli eventi del 1989, la deregulation dei mercati finanziari e l'attuale crisi economica?

Assolutamente sì. La finanza ad alto rischio ha innescato un insieme di micro e macro crisi che hanno messo in difficoltà economie potenti, penso ad esempio al settore manifatturiero in Corea del Sud. Poi c'è stata la crisi dei mutui subprime e la bancarotta di molte istituzioni finanziarie statunitensi di primo piano. Nel corso di queste crisi, le banche centrali spesso ricorrono al denaro dei contribuenti per salvare banche che hanno corso rischi consistenti per ricavare profitti esorbitanti. Anche la finanza funziona come un particolare meccanismo di accumulazione primitiva.

I suoi studi spiegano come l'era della globalizzazione coincida con forti migrazioni. Qual è stato l'effetto della caduta del muro sui movimenti attraverso i confini?

Il crollo del muro ha reso leggibili due trend importanti: l'indebolimento del controllo su merci e capitali e la sfida ai limiti alla libertà di movimento delle persone. Poi, nell'ultimo decennio il controllo sui migranti è stato rinforzato. Mi chiedo se l'apertura dei confini per flussi di denaro e informazioni possa coesistere con controlli sempre più stretti per le persone. Nel caso degli Stati Uniti, ad esempio, la militarizzazione dei confini ha favorito l'ampliamento del numero di immigrati clandestini perché chi entra poi è bloccato, non ha possibilità di fare avanti e indietro e quindi cerca di portare dentro anche la famiglia. C'è un'ironia rivelatrice in tutto questo.

Come vede la reazione dell'Europa di fronte ai migranti del dopo muro?

La politica europea è stata contraddittoria, eccessivamente dura in termini di violazione dei diritti umani. Il progetto di governare il flusso di migranti non ha funzionato. Mi sembra ci sia indecisione sulla politica di lungo termine da seguire. L'Europa dovrebbe orientarsi verso una forma di governo dei confini che includa la protezione dei diritti dei clandestini, per non parlare degli immigrati regolari. Fino ad ora, sia negli Stati Uniti che in Europa, il prezzo pagato in termini di vite umane e diritti calpestati è stato troppo alto.

C'è una relazione tra il vecchio muro tedesco e le nuove barriere costruite dopo il 1989 al confine tra Messico e Stati Uniti Messico o in Israele?

Ho scritto molto a riguardo: penso che i muri siano insostenibili e siano il sintomo di una crisi che il potere non sa come gestire. In politiche migratorie: dal controllo alla governance, un articolo disponibile su OpenDemocracy.net osservo come i paesi più potenti abbiano ri-orientato porzioni enormi del loro apparato statale per controllare persone vulnerabili e senza potere che cercano di guadagnarsi la sopravvivenza.

Nell'accademia statunitense prevale l'opinione che l'Unione Sovietica non fosse riformabile e ora molti sono critici verso la Russia di Putin. Quali sono i limiti maggiori del processo di democratizzazione?

Ora è perfino difficile parlare di democratizzazione di fronte alla rapina portata avanti dagli ex burocrati. La maggior parte dei russi hanno perso qualcosa, assistenza sanitaria, educazione, case e lavoro. Le donne hanno perso terreno, tra gli uomini la longevità è inferiore. Correzione e abusi fanno orrore. Il regime sovietico aveva raggiunto un livello medio di benessere, i bisogni di base dell'intera società erano soddisfatti.

Le relazioni tra Russia e Stati Uniti hanno toccato il livello più basso degli ultimi quindici anni. Da che cosa dipende?

Gli Stati Uniti hanno un atteggiamento aggressivo verso il mondo intero. Il collasso dell'Unione Sovietica ha messo in chiaro che l'America non sa come usare il suo peso su scala internazionale. In assenza di una potenza rivale, semplicemente il governo americano abusa del suo potere. Non mi sorprende che la leadership russa non stia seduta a guardare di fronte all'esibizione di forza americana. Dopotutto Putin era un uomo del Cremlino.


23 luglio 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : i limiti del keynesismo

 

Quel keynesismo che si è disfatto nel corso degli anni Settanta è, in ogni caso, morto, e nessuno potrà resuscitarlo. Vi sono ragioni che inducono alla cautela anche rispetto alla prospettiva, certo dignitosa, di voler recuperare il 'vero' Keynes non soltanto contro il neoliberismo, ma anche contro il vecchio keynesismo 'bastardo'. Queste ragioni sono, schematicamente, le seguenti tre. Per prima cosa, nel Keynes più noto, quello della Teoria generale, è presente una condizione distributiva precisa, secondo la quale il salario reale deve ridursi al crescere della produzione e dell'occupazione; una condizione che presuppone, da parte del movimento dei lavoratori, la rinuncia a mettere in discussione non soltanto la distribuzione del reddito, ma anche la natura e la dinamica della produttività di cui l'andamento del salario dovrebbe mantenersi una variabile dipendente. Seconda perplessità: ancora nel Keynes dell'opera maggiore l'impulso di domanda richiesto per innalzare l'attività produttiva rimane generico, ed esterno alla sfera capitalistica. Induce, infine, alla prudenza la circostanza che lo stesso termine 'piena occupazione' nei 'trenta gloriosi anni' si riferisse in realtà soltanto ai maschi nelle fasce d'età centrali. Questi tre caratteri di una economia 'keynesiana', a ben vedere, sono esattamente i punti su cui si è esercitata la critica, teorica e pratica, di sinistra: con le lotte del movimento dei lavoratori; con la coscienza suscitata dal movimento verde sulla questione della natura; con la rivoluzione femminista.
Resto convinto che la problematica che si pose tra gli anni Sessanta e Settanta, dentro i conflitti sociali, non fu più di tipo distributivo, o di parità ed emancipazione, ma esprimeva una istanza, in senso proprio, di liberazione: una critica materialistica - fondata su movimenti reali - della centralità della produzione, che si prolungava in un interrogativo sulla possibilità di un diverso lavoro, di una diversa tecnologia, di un diverso modo di stare insieme. Un interrogativo estraneo all'orizzonte culturale e politico di Keynes. In questo sta davvero, se si vuole, uno spartiacque storico.


(Riccardo Bellofiore) 


18 luglio 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : il mito dell'era keynesiana

 

Occorre, innanzitutto, sgombrare il terreno dai falsi bersagli. Spesso, nella discussione degli ultimi anni, si è attribuita l'etichetta di 'keynesiano' all'intero trentennio che segue la fine del secondo conflitto mondiale. Il keynesismo di cui si parla sarebbe stato la risposta 'dall'alto' alla crisi della domanda degli anni trenta, indotta dal salto organizzativo e tecnologico, prima di Taylor e poi di Ford, a fronte del sottoconsumo delle masse. Tale risposta sarebbe consistita, per un verso, in una crescita della domanda di consumi parallela alla crescita della produttività, e, per l'altro verso, in una spesa pubblica in disavanzo. È un quadro, bisogna dirlo, alquanto sbrigativo.



Per cominciare, non si può attribuire a Keynes l'idea che i consumi trainino la domanda effettiva e, quindi, il reddito: sono semmai, gli investimenti privati, la spesa pubblica, e le esportazioni nette ad essere le componenti autonome, cioè 'indipendenti' della domanda, che si trascinano dietro i consumi (su cui può incidere la politica delle imposte). In effetti, lo sviluppo postbellico fu prodotto da un eccezionale dinamismo di tutti e tre gli ingredienti della domanda autonoma. In secondo luogo, è bene non perdere di vista il fatto che, nonostante l'inedita crescita dei salari reali, anche nel periodo in questione questi ultimi restarono indietro rispetto alla produttività, e il salario relativo registrò una caduta, secondo la tendenza naturale del modo di produzione capitalistico. In terzo luogo, i bilanci dello stato rimasero in sostanziale pareggio sin quasi alla fine degli anni Sessanta pressoché dappertutto. La vicenda dei disavanzi è storia degli anni Settanta e Ottanta; il che non sminuisce, evidentemente, il contributo alla crescita economica che fu portato da una spesa pubblica che cresceva in assoluto, assieme alle imposte. Per ultimo, ma non da ultimo, va segnalato che politiche dichiaratamente keynesiane non furono attuate, se non a partire dai primi anni Sessanta negli Stati Uniti di Kennedy e di Johnson e, con qualche ritardo, in Europa. Il 'successo' delle politiche keynesiane, guarda un po', si generalizza negli anni Settanta, fuori tempo, per così dire: in presenza di forti spinte inflazionistiche dal lato dell'offerta, e in un contesto non più di cambi fissi e di rigidi controlli dei movimenti di capitale ma di cambi flessibili e di una già marcata deregolamentazione. L'era 'keynesiana', per come viene oggi ricostruita è poco meno che una leggenda Il punto chiave, comunque, è che le condizioni che consentirono la crescita della 'età dell'oro' furono del tutto peculiari e, in quella forma, irripetibili. Quel 'miracolo' capitalistico nacque sulla base di determinate condizioni istituzionali, costruite dalla politica - e che rispondevano agli scontri e alle crisi del periodo tra le due guerre - e il modello in cui si incarnò non poteva non rivelarsi instabile per ragioni interne. Tra le condizioni istituzionali vanno almeno ricordate, oltre all'egemonia degli Stati Uniti e al sistema di cambi fissi ma aggiustabili di Bretton Woods, anche la sconfitta operaia e il definirsi di governi conservatori alla fine degli anni Quaranta; a fronte di tutto ciò, però, la fresca memoria della guerra contro il nazifascismo e il simultaneo costituirsi del blocco sovietico, l'uno e l'altro cruciali nel spingere quei governi ad assumere come proprio l'obiettivo della 'piena occupazione'. Tanto il primato economico degli Stati Uniti su Giappone e Germania quanto la fiducia nel dollaro si rivelarono intrinsecamente fragili e destinati all'autodissolvimento, aprendo un'era di conflitto tra 'regioni' capitalistiche e di crisi nelle relazioni monetarie internazionali. Qualcosa di simile si può dire a proposito della situazione di debolezza del mondo del lavoro in presenza di politiche orientate verso livelli alti e stabili di occupazione. Il coincidere, tra la metà degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta, dell'esaurirsi di tutte e tre le condizioni propizie alla crescita accelerata e globale spiega la crisi del fordismo e apre al conflitto finanziario, produttivo e sociale che si svolge, ancor oggi, sulle macerie delle vecchie istituzioni, piegate ai nuovi interessi.

 

 (Riccardo Bellofiore)

 

 

 

 

 


17 luglio 2008

Il fallimento del G8

 

Guardano al futuro, i leader degli otto paesi più industrializzati del mondo. Tanto guardano al futuro che non sono riusciti a darsi alcun obiettivo nel breve e medio termine per fermare il riscaldamento globale del clima: in una dichiarazione diffusa ieri, nella località termale di Tayako in Giappone, si impegnano solennemente a lavorare per dimezzare le emissioni di gas «di serra» entro il 2050.
La dichiarazione del G8 sul clima riempie ben otto pagine fitte con appelli a «rallentare e invertire la crescita globale delle emissioni» di gas che alterano il clima, e a «muovere verso una società a bassa intensità di carbonio». Non fissa però obiettivi intermedi, e sorvola su come dimezzare le emissioni di gas di serra, attraverso quali politiche energetiche e quali investimenti.
Il presidente della Commissione europea José Barroso l'ha definita «un segnale forte»: passa per grande risultato diplomatico il fatto che gli Stati uniti sottoscrivano un testo che fa riferimento alla trattativa mondiale sul clima promossa dalle Nazioni unite (il Protocollo di Kyoto scadrà nel 2012 e i negoziati per definire un nuovo trattato, avviati a Bali lo scorso dicembre, dovrebbero concludersi entro la fine dell'anno a Copenhagen con un nuovo vertice delle quasi 200 nazioni firmatarie della Convenzione sul clima). E negli ultimi otto anni, da quando l'amministrazione Bush ha deciso di tirarsi fuori dal protocollo di Kyoto, gli Stati uniti hanno rifiutato il quadro delle Nazioni unite. Ora rientrano: ma dopo aver preteso che quella dichiarazione faccia appello a «una risposta globale» alla sfida del clima da parte di «tutte le maggiori economie» mondiali, allusione a paesi come la Cina o l'India. Washington insomma mantiene il suo punto: non accetterà impegni vincolanti a ridurre le emissioni di gas «di serra» finché anche questi paesi non accetteranno di fare la loro parte.
Quella sul clima non è l'unica dichiarazione firmata ieri dal G8 ma è forse quella che ha fatto il pieno di critiche. «Manca ogni riferimento a quanto le nazioni industrializzate pensano di emettere nel 2020», fa notare Yvo De Boer, segretario generale della Convenzione mondiale sul clima, e aggiunge: «La prova del budino» sono i punti di riferimento: dimezzare rispetto a cosa?
Per le organizzazioni ambientaliste, quella dichiarazione è una «opportunità mancata». «I G8 sono responsabili per il 62% dell'anidride carbonica accumulata nell'atmosfera terrestre, dunque sono i principali colpevoli del cambiamento del clima», fa notare il Wwf: «E' patetico che rifiutino le proprie responsabilità storiche».
Per il ministro dell'ambiente del sudafrica, la dichiarazione del G8 è «uno slogan vuoto». Nella località termale giapponese in effetti sono presenti anche le «economie emergenti» , come si usa chiamarle: in particolare Cina, India, Brasile e Messico rappresentati dai rispettivi capi di governo o di stato, oltre al Sudafrica. In un comunicato congiunto emesso ieri chiedono al G8 di assumersi le proprie responsabilità sul clima, indicando obiettivi precisi: tagliare le loro emissioni di gas di serra dell'80-95% entro metà secolo rispetto ai livelli del 1990, e del 25-40% entro il 2020.
Oggi i cinque «emergenti» avranno un incontro con i G8 sul clima, e in qualche modo anticipano: «Chiediamo alla comunità internazionale, soprattutto i paesi sviluppati, di promuovere modelli di consumo sostenibili», dice ancora il comunicato. I G8 dovrebbero spendere lo 0,5% dei loro Pil per aiutare i paesi in via di sviluppo a far fronte al cambiamento del clima, aggiungono. Insieme, quei 5 paesi fanno il 42% della popolazione mondiale. Ieri hanno avuto commenti assai critici verso gli Otto «grandi». «L'aumento dei prezzi degli alimentari proietta un rischio di stagflazione sull'economia mondiale», ha detto il premier indiano Manmohan Singh. Gli 8 «devono rispondere della speculazione finanziaria che fa salire i prezzi del cibo e dell'energia», ha aggiunto il presidente messicano Felipe Calderon.

(Marina Forti)

«Spettacolare» giornata ambientale al G8: i leader del mondo industrializzato prima di iniziare i lavori (quattro sessioni dedicate ai problemi del pianeta: dal caro petrolio all'emergenza cibo, dal clima allo sviluppo) hanno celebrato il rito della riforestazione. Ovvero, hanno gettato un po' di terra nelle 8 buche scavate da giardinieri in guanti bianchi nelle quali era stato inserito un alberello. Al termine del lavoro manuale, al riparo delle indiscrete telecamere, hanno deciso i destini del mondo e ci hanno fatto sapere che, contro il cambiamento del clima, hanno deciso che entro il 2050 le emissioni di CO2 saranno ridotte del 50%. Il problema è che tra oltre 40 anni questi «grandi» non ci saranno più (questione d'età) e forse anche il mondo, come lo conosciamo, sarà scomparso.
I grandi hanno anche deciso un rilancio alla grande del nucleare: secondo Berlusconi (che a parte i giornalisti italiani nessuno si fila) è stata decisa la progettazione e la costruzione di 1000 (mille) nuove centrali. Ovviamente l'Italia sarà in prima fila. Insomma una triplicazione delle centrali atomiche esistenti. Ovviamente le centrali serviranno per rallentare il cambiamento climatico, ma anche come deterrente agli aumenti del prezzo del petrolio. I cui recenti aumenti - sempre secondo Berlusconi che però, sentito Bush, ha deciso di partecipare anche lui alla cerimonia di apertura dei giochi di Pechino- sono colpa della Cina.
Il «nostro» leader passa sopra un paio di piccoli particolari. Il primo è che gli Usa con il 4% della popolazione mondiale consumano il 25% dell'energia prodotta nel globo. Il secondo (a proposito di prezzi e senza tener conto del «piccolo» particolare delle scorie) è che la quotazione dell'uranio in pochi anni è cresciuta del 1.100% e che le riserve non sono poi tante. Nonostante oggi il maggior produttore sia il Kazakhstan che sta riciclando (per fortuna) il vecchio arsenale nucleare ereditato dall'Unione sovietica.
Certo, nel centro termale di Toyako si è anche parlato di sviluppo di energie alternative, ma solo «per memoria» e senza impegni precisi, in particolare di investimenti.
E' stato, invece, lanciato il tradizionale appello ai paesi produttori di petrolio: debbono aumentare le prospezioni e l'estrazione di oro nero perché senza aumento dell'offerta - nel breve e medio periodo - i prezzi sono destinati a salire. Con o senza speculazione. Ma i grandi si sono accorti che c'è una strozzatura anche sul fronte della raffinazione per superare la quale servono nuovi impianti e investimenti elvatissimi che le «7 sorelle» non realizzano preferendo guadagnare montagne di soldi con le attuali quotazioni del petrolio in presenza di una offerta che nel breve periodo non può crescere di molto.
Il documento finale approvato ieri dal G8 conferma la fiducia «sulle prospettive di crescita dell'economia globale». Il G8, tuttavia, esprime «forte preoccupazione per gli alti prezzi delle materie prime, specialmente petrolio e alimentari, perché pongono una seria sfida a una stabile crescita globale, hanno serie implicazioni per i più vulnerabili e aumentano le pressioni inflazionistiche globali». I grandi concordano anche sul fatto che «le condizioni del mercato finanziario sono un po' migliorate nei mesi passati, ma serie tensioni permangono ancora» e affermano che «la globalizzazione è un elemento chiave per la crescita globale e per delle economie forti e floride, sostenute da valori comuni di democrazia, libertà economica e istituzioni affidabili».
Per quanto riguarda il «commercio e gli investimenti» I paesi del G8 si impegnano a resistere « alle pressioni protezioniste» che frenano lo sviluppo. Il documento ricorda la necessità di «chiudere i negoziati del Doha round» dell'Organizzazione mondiale del commercio, tramite un accordo «ambizioso ed equilibrato». E tutti i paesi «dovrebbero adottare misure per sviluppare, mantenere e promuovere regimi che accolgano gli investimenti stranieri». Sull'energia, si esprime preoccupazione «per l'impennata dei prezzi del petrolio, che pone dei rischi all'economia globale. E si sollecita l'aumento della produzione sostenendo che «i paesi produttori di petrolio dovrebbero assicurare un clima adatto per gli investimenti stabili e trasparenti che faciliti un innalzamento della capacità produttiva necessaria per soddisfare la crescente domanda globale.
Per quanto riguarda la domanda è, invece, importante fare ulteriori sforzi per migliorare l'efficienza energetica così come incrementare gli sforzi per seguire una diversificazione energetica». Ma il G8 sostiene anche gli sforzi «delle più importanti autorità nazionali per una maggiore trasparenza nei mercati dei futures nelle materie prime». Infine le «materie prime»: Il G8 ribadisce l'importanza «di mercati delle materie prime aperti, quale meccanismo più efficiente per la distribuzione delle risorse», sottolineando l'importanza della «trasparenza, sostenibilità e 'governance' della crescita economia» in questo settore.

(Roberto Tesi)

Come prevedibile il vertice del G8 di Toyako si è chiuso con un riciclo di impegni già presi in campo ambientale, per lotta alla povertà e la gestione delle crisi economiche e finanziarie in corso, a partire da quella del cibo. I grandi del pianeta, pur in presenza di una crisi finanziaria sistemica che non si arresta, ribadiscono un infondato ottimismo sulle sorti dell'economia mondiale globalizzata e preferiscono dilungarsi su temi non economici, con una sana dose di populismo. Ma chi crede più alle promesse del G8? L'ultimo decennio è stato segnato dalla de-economicizzazione delle discussioni al club dei ricchi e da una serie di impegni e promesse, a partire dagli aiuti ai paesi più poveri, nella gran parte dei casi non mantenuti. Il parlare (di ambiente, questioni sociali e sviluppo) è stata quasi una strategia per non mettere in discussione le ricette che hanno segnato gli ultimi 25 anni di globalizzazione liberista, di cui il G8 è stato motore e custode.
Il G7 nacque alla metà degli anni '70 proprio per trovare quadrature politiche tra i tre blocchi economici di allora (Usa, Europa e Giappone), e alcune palesi contraddizioni segnano il passaggio storico di oggi. Se il fine del G8 è quello di creare una cassa informale di compensazione politica alle tensioni economiche e finanziarie mondiali, allora risulta inevitabile l'allargamento a tutte quelle nuove potenze che ormai influenzano i mercati. E poi, ogni volta che di fronte a crisi sistemiche si prova a rivedere le forme attuali di governance multilaterale - si tratti di cambio climatico, riforma delle istituzioni finanziarie, crisi alimentare o lotta alle pandemie - alla fine si cerca sempre la benedizione del G8, che ben poco può fare se non sancire un inutile status quo. Questo perché anche la triade Banca mondiale-Fmi-Wto, attuatrice della globalizzazione liberista, è entrata da alcuni anni in profonda crisi.
E' il mondo che è cambiato, così come il vento liberista si è affievolito. Lo sa bene il poliedrico Sarkozy, che in maniera lungimirante apre all'allargamento del G8 proprio per far sopravvivere l'attuale sistema. Non riescono a capirlo l'uscente Bush e il suo fido portaborse italiano, nonché il governo giapponese perennemente in crisi dopo il boom dell'economia nipponica negli anni '80.
Il vertice si chiude aggiornando il circo del G8 all'appuntamento italiano a La Maddalena nel luglio del 2009. Il governo italiano si illude che la trasformazione del G8 da foro a processo di dialogo con altri governi e istituzioni internazionali possa ridare fiato a questo club esclusivo, bloccando però la radicale trasformazione di questo spazio politico. Proprio nel 2009 giungerà a compimento in Italia il processo partito lo scorso anno in Germania: il dialogo su alcuni temi con il G5, le cinque economie emergenti (Cina, India, Messico, Brasile e Sudafrica). Queste hanno già fatto capire che sono insoddisfatte e in Sardegna non basteranno le berlusconate a rabbonirle. Per non parlare dei paesi più poveri, che stretti tra vecchie e nuove potenze hanno tutto l'interesse a scompaginare le carte.
Al riguardo, un auspicabile fallimento della «mini-ministeriale» convocata dall'indomito leader del Wto Pascal Lamy a Ginevra il 21 luglio sancirebbe il tracollo definito del sistema di multilateralismo unipolare targato G8 che fino ad oggi ha guidato la globalizzazione. Il ministro Tremonti, che ha demonizzato il «mercatismo» e chi lo ha attuato - a partire dalla Wto - se fosse coerente dovrebbe smarcarsi dal suo primo ministro e usare il prossimo G8 per aprire la strada a un cambiamento sistemico. Mettendo sul tavolo la necessità di una nuova e democratica conferenza finanziaria mondiale ci si toglierebbe dall'imbarazzo di dover allargare il G8 solo a Cina e dintorni e si potrebbe mettere mano alla governance mondiale in maniera democratica e allo stesso tempo alle diverse politiche finanziarie e monetarie di cui tutti abbiamo bisogno.

(Antonio Tricarico)


15 luglio 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : tra crisi da domanda e crisi finanziaria

 

Nell'Europa continentale, negli anni Ottanta, si è venuto imponendo, a partire dalla Germania, un modello di crescita trainata esclusivamente dalle esportazioni. Se una strategia del genere ha luogo in un contesto di politiche restrittive e di generale ristagno della domanda si è, se va bene, in grado di crescere a spese dei concorrenti, ma si finisce comunque per rimanere, prima o poi, intrappolati in una situazione di deflazione generalizzata. Gli investimenti privati sono, infatti, rimasti a livelli insoddisfacenti negli ultimi due decenni, e a ciò ha senz'altro contribuito la crescita degli interessi, nominali e reali, seguita alla 'svolta' monetarista dei primi anni Ottanta avviata dalla signora Thatcher e da Reagan. La spesa pubblica, dal canto suo, è stata compressa in quest'ultimo decennio per adeguarsi ai parametri previsti dal Trattato di Maastricht, prima, e dal 'Patto di solidarietà e sviluppo' siglato ad Amsterdam e Dublino, poi. Benché la situazione dei singoli paesi sia non poco variegata, non pare contestabile che in Europa una strategia di risposta alla disoccupazione di massa debba passare per politiche macroeconomiche di espansione della domanda aggregata.

Il rischio di deflazione da bassa domanda è, comunque, più generale, ed investe anche il continente asiatico. Negli anni Novanta, la crescita lenta e l'accumularsi di squilibri non sono degenerati in crisi generale da sovrapproduzione e in instabilità aperta grazie alla crescita goduta dagli Stati Uniti e all'approfondirsi del disavanzo commerciale di quel paese, l'uno e l'altro favoriti dal ruolo di valuta di riserva mondiale ancora svolto dal dollaro e dalla posizione di Wall Street come centro del capitale finanziario. D'altra parte, il ridimensionamento del peso degli USA nell'economia mondiale impedisce al paese leader di essere in grado di trascinare all'espansione il resto del mondo. L'istituzione dell'euro - nella misura in cui quest'ultima fosse davvero in grado di costituirsi come moneta di riserva alternativa al dollaro - accentua il rischio di fluttuazioni rilevanti e improvvise dei rapporti di cambio, e rafforza il timore di una fuga dal dollaro qualora le contraddizioni della crescita americana si rivelassero prima o poi, come è probabile, insostenibili. L'economia mondiale, in breve, naviga rischiando, da un lato, gli scogli di una crisi da bassa domanda, e, dall'altro lato, quelli della crisi finanziaria.



 

 

Bellofiore non poteva prevedere ovviamente otto anni fa la congiuntura oggi in atto, ma l’alternativa tra crisi da bassa domanda e crisi finanziaria sembra ben individuata e così pure il ruolo dei rapporti di cambio (con l’aumento del petrolio collegato con il basso valore del dollaro)

Mi chiedo cosa succederebbe se i paesi esportatori di petrolio decidessero di essere pagati in euro (a breve potrebbe comunque loro non convenire) e se sia possibile in questa fase fare politiche di sostegno alla domanda attraverso l’intervento pubblico ed attraverso interventi in infrastrutture tese al risparmio energetico.

 

 

 

 


13 luglio 2008

la globalizzazione secondo Marx ed Engels

 

Dopo quasi mezzo secolo dalla sua prima comparsa, nella elegante collana La Cultura de il Saggiatore, viene riproposta nei Tascabili dello stesso editore l'antologia di scritti di Karl Marx e Friedrich Engels su India Cina Russia (il Saggiatore, pp. 390, euro 13). Una ristampa che testimonia la possibilità di «usare» la riflessione marxiana sulle realtà cinese, indiana e russa in rapporto all'attualità geo-politica in cui i tre paesi svolgono un ruolo nevralgico nelle relazioni internazionali. Pagine illuminati, perché consentono di ricostruire la genealogia dello sviluppo economico, sociale di realtà nazionali che sono diventate i case studies del moderno capitalismo. L'attualità delle corrispondenza di Marx e Engels non sta, infatti, nel descrivere fedelmente i rapporti di sfruttamento vigenti, ma di offrire il loro background storico.
Molti degli scritti raccolti nel volume sono apparsi tra il 1853-1860 sulla New York Daily Tribune e ricostruiscono le diverse forme di penetrazione capitalistica in paesi considerati «arretrati». In filigrana sono presenti alcuni dei temi sviluppati nel Manifesto del partito comunista, in cui Marx e Engels, analizzando lo sviluppo storico della borghesia, avevano individuato nel mercato mondiale la forma economica e sociale che avrebbe soppiantato i tradizionali rapporti economici. Rilette dopo più di 150 anni, questi scritti appaiono dunque profetici, perché «immaginano» uno scenario divenuto realtà. Come ha scritto lo storico britannico Eric J. Hobsbawm, il Manifesto «può oggi essere letto come una concisa caratterizzazione del capitalismo alla fine del ventesimo secolo».
Quel che contraddistingue l'analisi di Marx ed Engels è la consapevolezza del carattere internazionale del capitalismo fin dalle sue origini, carattere che si manifesta attraverso un lungo sviluppo storico che, seppur anticipato dai molteplici scambi nell'antica Eurasia, prende compiutamente piede con la conquista dei immensi mercati americani, africani e asiatici a partire dal XVI secolo. Dal 1500 il rapporto tra Europa e Stati Uniti e, successivamente, e il resto del mondo diviene una relazione di dominio nei confronti della maggioranza dei popoli del pianeta che ha consentito di rappresentare il capitalismo come l'unico modello possibile di organizzazione socio-economica.

Pagine mercenarie
Due sterline ad articolo: tanto era il compenso che Karl Marx, «il nostro corrispondente da Londra», percepiva per i suoi documentati reportage sul quotidiano statunitense New York Daily Tribune, articoli che spaziavano dalla schiavitù in America al Risorgimento italiano, dalle guerre dell'oppio in Cina al colonialismo britannico in India, dalla servitù della gleba nella Russia zarista alla guerra di Crimea, dalle dittature borghesi di Napoleone III (1808-1873) e Lord Palmerston (1784-1865) alle crisi finanziarie e commerciali dei principali paesi europei. La New York Daily Tribune era stata fondata nel 1841 come giornale della componente di sinistra del partito whig americano. Tra il 1840 e il 1850 si era contraddistingo come il quotidiano che aveve veicolato una campagna contro la schiavitù. Negli anni in cui vi collaborarono Marx ed Engels era l'organo del partito repubblicano statunitense. Il giornale contava più di 200.000 lettori ed era il quotidiano più diffuso nel mondo in quel periodo. Marx dall'inizio del 1853 scriveva gli articoli direttamente in inglese e alcuni venivano talvolta pubblicati senza l'indicazione dell'autore. Ma le indicazioni contenute nei taccuini in cui Marx e sua moglie Jenny annotavano la data di stesura o di spedizione dei singoli articoli e quelle presenti nella corrispondenza di Marx ed Engels negli stessi anni consentono di individuarne, al di là di ogni dubbio, la paternità letteraria.
«I fenomeni dell'accumulazione primitiva - scrive il curatore Bruno Maffi - che il I Libro del Capitale descriverà in pagine anche letterariamente poderose, vedendoli pure in controluce sullo sfondo delle imprese di conquista transoceaniche dell'Inghilterra capitalistica, apparivano qui ingigantiti dalla virulenza raggiunta in patria dalla rivoluzione industriale e dal crollo subitaneo nelle colonie assoggettate o da assoggettare degli ultimi bastioni di un'economia arretrata ma, nei suoi limiti storici, razionale e, per antichissima tradizione, molto più sollecita del destino dei gruppi, delle famiglie e degli individui. Le artiglierie pesanti del commercio abbattevano qui non solo le sovrastrutture putrefatte del "dispotismo orientale", ma quelle piccole isole primitive di un solidarismo proto-comunista che erano le comunità di villaggio indiane, le unità domestico-patriarcali cinesi, più tardi le comuni agricole e le cooperative artigiane in Russia, tutte fondate sull'assenza di proprietà terriera privata e personale e sull'appropriazione collettiva, in varia forma, del prodotto di un'attività consociata». Per Marx la penetrazione del capitalismo in società non capitaliste, dopo una prima brutale fase di sconvolgimenti delle forme di vita tradizionali, era da considerare un processo necessario per consentire l'industrializzazione di quei paesi e la conseguente formazione di un proletariato moderno.

Officina mondiale
Un dispositivo analitico, quello di Marx, non sempre efficace, specialmente quando è stato applicato in modo dogmatic. «Pensare che il materialismo storico - ha scritto lo studioso sudafricano Hosea Jaffe - implicasse un'unica sequenza lineare di modi di produzione - dal "comunismo primitivo" alla schiavitù, al feudalesimo, al capitalismo al socialismo - significa fraintendere Marx e il marxismo. La lettera a Vera Zasulic in cui Marx definiva possibile e anzi probabile che la Russia non sarebbe passata attraverso una fase capitalista e avrebbe invece compiuto un salto diretto dal feudalesimo al socialismo dimostra che il suo principio del materialismo storico era più hegeliano che cartesiano».
La politica coloniale inglese, che conosce il suo apogeo nel XIX secolo, ma che durerà fino alla seconda metà del Novecento (l'indipendenza del «gigante nero» dell'Africa, la Nigeria, risale appena al 1960), ha rappresentato la più potente espansione del capitalismo su scala planetaria prima dell'inizio dell'egemonia mondiale degli Stati Uniti d'America. Negli anni dei governi liberali di Palmerston e di Gladstone (1850-1874) l'Inghilterra esercitò una supremazia assoluta nel mondo. La Grande Esposizione Industriale, inaugurata a Londra il primo maggio del 1851, rappresentò il riconoscimento mondiale dei risultati della Rivoluzione industriale inglese. L'«officina del mondo» monopolizzava quasi tutti i commerci ed esercitava un dominio sicuro sui mari del pianeta.
Temi, problematiche ampiamente affrontati negli articoli di Marx e Engels e che resistituiscono un mondo già abbondantemente globalizzato al quale, per quanto concerne la Gran Bretagna (assieme ai possedimenti coloniali francesi, olandesi, belgi) hanno contribuito in maniera determinante le colonie e, tra queste, l'India, la «perla» dell'impero. Marx aveva chiara la funzione dell'Inghilterra, «rivoluzionaria malgrado se stessa», nell'espansione mondiale del capitalismo e nella distruzione di tutti gli antichi modi di vivere e produrre. «Fu l'invasore inglese a spezzare il telaio e il filatoio a mano. L'Inghilterra cominciò ad espellere le cotonerie indiane dal mercato europeo; poi introdusse nell'Indostan (l'India, n.d.r.) i suoi filati ritorti; infine, inondò dei suoi manufatti cotonieri la patria stessa del cotone».

L'oppio dei popoli
A proposito del tradizionale sistema di villaggio indiano, che scomparirà «per gli effetti del vapore e del libero scambio made in England» Marx non mostra alcuna esotica nostalgia: «Non si deve dimenticare che queste idilliache comunità di villaggio, sebbene possano sembrare innocue, sono sempre state la solida base del dispotismo orientale; che racchiudevano lo spirito umano entro l'orizzonte più angusto facendone lo strumento docile della superstizione, asservendolo a norme consuetudinarie, privandolo di ogni grandezza, di ogni energia storica. (...) Non si deve dimenticare che queste piccole comunità erano contaminate dalla divisione in caste e dalla schiavitù. (...) Il problema è: può l'umanità compiere il suo destino senza una profonda rivoluzione nei rapporti sociali dell'Asia? Se la risposta è negativa, qualunque sia il crimine perpetrato dall'Inghilterra, essa fu, nel provocare una simile rivoluzione, lo strumento inconscio della storia».
Marx è naturalmente consapevole delle sofferenze del popolo indiano; così come è altrettanto consapevole che il processo di trasformazione capitalistica del pianeta è ineluttabile e necessario per consentire fasi superiori dello sviluppo storico (che egli identifica con il comunismo). «La profonda ipocrisia, l'intrinseca barbarie della civiltà borghese ci stanno dinanzi senza veli, non appena dalle grandi metropoli, dove esse prendono forme rispettabili, volgiamo gli occhi alle colonie, dove vanno in giro ignude. (...) Gli effetti distruttivi dell'industria inglese, visti in rapporto all'India - un paese grande come tutta l'Europa - si toccano con mano, e sono tremendi. Ma non dimentichiamo ch'essi non sono che il risultato organico dell'intero sistema di produzione com'è costituito oggi. Questa produzione si fonda sul dominio assoluto del capitale».
Per ritornare alla Cina di Marx, va segnalata la grande attenzione che egli dedica ad una delle pagine più nere della storia cinese, quelle legate alla imposizione del consumo di oppio da parte degli inglesi. A conclusione di uno degli articoli dedicati al commercio dell'oppio (25 settembre 1858), articoli nei quali si alternano il rigore documentario e la l'attenta ricostruzione storica, Marx denuncia con toni veementi le politiche monopolistiche di imposizione dell'oppio alla Cina da parte della Gran Bretagna che si vorrebbe paladina indiscutibile del libero scambio.
Marx mostra inoltre uno scrupolo documentario costruito attraverso la lettura di lettere, atti parlamentari, testi di commissioni parlamentari, rapporti politici ed economici, oltreché di studi dedicati a questioni particolari. Negli scritti giornalistici è presente, inoltre, uno stile sferzante, pungente, veemente, a tratti ironico, velenoso e penetrante, che spesso ricorre alla martellante iterazione di fatti e nomi, uno stile irriverente del potere, ma mai declamatorio, con metafore, immagini, espressioni colorite, emblematiche, memorabili, con colti riferimenti storici, economici, letterari. Gli articoli di Marx restituiscono infine la vicenda storica degli anni in cui furono scritti. Ne emerge un lucido analista del capitale globale, proponendoci una chiave di lettura della compiuta unificazione planetaria ad opera del capitale.

(Donatello Santarone)

Marx teorico della globalizzazione. È uno dei luoghi comuni della riflessione contemporanea attorno all'opera dell'autore del Capitale. Come molti dei luoghi comuni occorre una buona dose di scetticismo e disincanto quando ci si imbatte in essi. È indubbio che alcune pagine del Manifesto del partito comunista o degli altri scritti del filosofo tedesco mettendo al centro la tendenza del capitalismo ad affermarsi come modello unico di produzione della ricchezza. Così come è certo che il pensiero critico che si è considerato erede di Marx abbia «lavorato» su alcune pagine dei suoi scritti per analizzare l'imperialismo e il consolidarsi del mercato mondiale, Due nomi per tutti: Rosa Luxembourg e Vladimir Ilich Lenin. E tuttavia questa «moda» di Marx teorico della globalizzazione è quanto di più consolatorio che il pensiero di sinistra possa mettere in campo.
La globalizzazione è sì la diffusione su scala planetaria dei rapporti sociali capitalistici, Ma ha caratteristiche, tendenze e «strutture profonde» che Marx non poteva certo, profeticamente, anticipare. Il capitalismo punta a includere e sottomettere realtà ai suoi rapporti sociali, ma per dare corso a questa tendenza onnivora deve continuamente mutare le forme e i modi di produzione. Da questo punto di vista la globalizzazione è, al tempo stesso, la realizzazione di un mercato mondiale, ma non coincide con l'omologazione dei modi di produzione. Semmai si assiste alla compresenza di sviluppo e sottosviluppo, di organizzazioni produttive «postmoderne» con rapporti servili di lavoro, di antico e moderno. Da questo punto di vista, l'analisi marxiana è figlia del suo tempo e non aiuta alla comprensione della realtà contemporanea, e dunque delle possibilità di trasformazione.
La nuova edizione degli scritti di Karl Marx e Frederich Engels delle corrispondenze sull'India, la Cina e la Russia da parte del Saggiatore vanno quindi lette come componenti di quel laboratorio di analisi e censimento dei problemi che i due studiosi «accumulavano» prima di cimentarsi nel lavoro di produzione di concetti adeguati alla critica del regime fondato sul lavoro salariato. Con pacato realismo va detto che il mercato mondiale è ormai realtà e che l'ordine dei problemi posti dal capitalismo hanno a che fare con quell'interdipendenza tra lavoro cognitivo, servile, industriale che lo caratterizza.
Sono questi i motivi che portano a dire che il Marx del manifesto del partito comunista non è un teorico della globalizzazione, quanto un militante di quella critica dell'economia politica che non poteva certo prevedere come il conflitto di classe lo avrebbe profondamente modificato. Il suo laboratorio continua a offrire materiali preziosi, ma propedeutici a una sua necessaria e radicale innovazione teorica.

(Benedetto Vecchi)


4 luglio 2008

Il supercapitalismo di Robert Reich

 

L'orgoglio di essere un liberal Robert Reich l'ha manifestato quando negli Stati Uniti le «guerre culturali» vedevano l'esercito dei «teo-con» all'offensiva con Fox News che annunciava la sua vittoria. Ma anche se era vittoria, la loro era una vittoria di Pirro, sosteneva l'ex-ministro del lavoro di Bill Clinton nel pamphlet Perché i liberal vinceranno ancora (Fazi editore). Nella società statunitense, i comportamenti, le attitudini che, con disprezzo, venivano considerati dai conservatori evangelici «nemiche dell'american way of life», erano invece maggioritari, come attestavano alcuni sondaggi citati dall'economista statunitense che sconfessavano il mantra teo-con sul consenso di massa alla controrivoluzione neoliberale. Da qui il suo invito agli altri liberal ad abbandonare la paralizzante melancholia da sconfitta e a riprendere la parola con l'orgoglio di chi, appunto, esprime il meglio della nazione americana.
Con lo stesso orgoglio Reich analizza il Supercapitalismo (Fazi editore, pp. 317, euro 25) che ha demolito il compromesso tra capitale e forza-lavoro su cui si basava il «capitalismo democratico» del secondo dopoguerra. Per Reich, la società americana, ma anche l'Europa occidentale, sono cresciute economicamente e socialmente grazie allo scambio politico, garantito dallo stato, tra movimento operaio e élite imprenditoriali illuminate. Aumenti salariali e servizi sociali in cambio di produttività e rinuncia al progetto politico di superare il capitalismo: questa era la formula magica degli anni «quasi» d'oro del keynesismo, che garantiva lo sviluppo economico. Ma la storia raccontata da Reich è storia nota. Ciò che più conta è perché quel compromesso sia andato in crisi. Ed è all'analisi dei motivi che hanno portato alla sua crisi che il libro di Reich è dedicato.
In primo luogo, gli anni Settanta non sono solo il decennio della crisi petrolifera, della sconfitta statunitense in Vietnam e dell'ascesa del Giappone come potenza economica. È il decennio in cui viene inventato il microprocessore, il container diventa un oggetto usuale nel trasporto delle merci e le grande imprese multinazionali cominciano, grazie alle tecnologie digitali, un decentramento produttivo per aggirare la rigidità operaia. E sono anche gli anni in cui alcune «regole» della finanza vengono modificate per facilitare il flusso di capitali oltre le frontiere nazionali. Quando Ronald Reagan e Margaret Thatcher vincono le elezioni nei loro rispettivi paesi, le basi del neoliberismo sono già state gettate. A loro spetta il compito di accelerarne le tendenze, trasformando radicalmente la forma stato per far diventare l'individuo proprietario il perno attorno al quale far ruotare l'insieme delle attività sociali e economiche. Il neoliberismo, per Reich, è dunque da considerare l'avvio del divorzio non consensuale tra democrazia e capitalismo, anche se non vengono aboliti né i diritti civili, né quelli politici.
Il libro di Robert Reich spazza via definitivamente ogni legittimità teorica alla querelle sulla vittoria o il fallimento della globalizzazione. Certo, siamo lontani anni luce dal tempo in cui l'economista americano analizzava acutamente i mutamenti nella composizione sociale della forza lavoro e la nuova divisione internazionale del lavoro. Nel Supercapitalismo Reich sostiene con altrettanta passione che la globalizzazione è un fenomeno irreversibile, che può conoscere momenti di stagnazione e di crisi, come dimostra la recessione in atto, ma non c'è nessun ritorno al passato all'orizzonte. È compresenza di modelli produttivi diversi, di lavoro servile, di catena di montaggio e di prevalenza degli «analisti simbolici» che garantiscono innovazione organizzativa e di prodotto. Poco convincente è invece la centralità che Reich vede nell'alleanza tra il consumatore e degli investitori, rappresentata dal successo di Wal-Mart in quanto impresa tipicamente postfordista per quanto riguarda i rapporti tra capitale e forza-lavoro.
È indubbio che in quegli ipermercati le merci hanno prezzi molti bassi, grazie al fatto che i fornitori e i produttori nel Sud del mondo ricevono quasi l'elemosina per i loro prodotti. Allo stesso tempo, anche chi lavora a Wal-Mart riceve salari spesso al di sotto della soglia di povertà. I consumatori sono contenti, gli investitori anche. Chi non lo è, sono i cittadini, che guardano con orrore le violazioni sistematiche dei diritti sociali, sindacali e umani compiute dalle grandi imprese.
Il limite del libro di Reich sta dunque nelle dissonanze provocate dall'uso delle categorie del consumatore, dell'investitore e del cittadino.
In primo luogo, ogni uomo e donna è sia produttore che consumatore e, talvolta, anche investitore attraverso il proprio fondo pensione o i propri risparmi. Pensare che il limite del supercapitalismo stia nel conflitto tra questi momenti distinti della vita di un singolo rimuove dall'analisi quella «guerra di classe» contro la forza-lavoro che è stata una costante del capitalismo neoliberista. Ridimensionarla, come fa Reich, conduce a quei salti mortali che fanno passare, appunto, senza soluzione di continuità, dal consumatore all'investitore e da questo alla figura salvifica del cittadino, che grazie al voto può scegliere i migliori rappresentanti per mitigare gli effetti del supercapitalismo.
Robert Reich ci offre una versione light del politico, che fa sue le regole oggettive dell'attività economica per poi chiedere che una parte della ricchezza prodotta sia destinata alla riproduzione del legame sociale, senza il quale il supercapitalismo implode per le sue dinamiche interne. La proposta politica di Reich è quella dei liberal ad ogni latitudine. Proposta che ritiene inessenziali o irrilevanti i conflitti sociali e di classe, perché presuppone che la società è un manufatto teorico prodotto all'interno di un sofisticato dispositivo di governance che garantisca la «convergenza parallela» degli interessi di quelle figure, tanto astratte quanto inagibili politicamente, del consumatore, dell'investitore e del cittadino. Il divorzio tra democrazia e capitalismo sarebbe così evitato. C'è da dubitare però che la compatibilità tra supercapitalismo e democrazia possa essere trovata mantenendo inalterati i rapporti di potere nella società. Semmai, va invertita la prospettiva e preferire la politicità dei conflitti sociali e di classe, relegando in soffitta la visione ingegneristica del politico tanto agognata dai liberal .

(Benedetto Vecchi)


2 luglio 2008

L'illuminismo e la globalizzazione

 Il libro che Rino Genovese ha dato alle stampe col titolo "Gli attrezzi del filosofo" è un libro sul destino dell'illuminismo. Dell'illuminismo come progetto filosofico-politico, come motore della storia non solo moderna ma contemporanea, come matrice antropologica di quell'essere umano che siamo noi occidentali. Matrice in crisi, perché l'orizzonte dei diritti non ci ha liberati, bensì asserviti; perché la libertà di comunicazione non ha dato voce ai conflitti in corso, bensì li ha uniformati nella chiacchiera in cui ciascuno ha le sue ragioni e dunque i suoi torti, il forte come il debole, il ricco come il povero. Perché, infine, la logica della rappresentazione democratica del confronto sociale non ha affrontato tensioni e disuguaglianze, bensì le ha neutralizzate in un gioco delle parti sempre più estrinseco e ineffettuale.
Tutti noi siamo promessi alla terra dei diritti, e certo è meglio che un bambino abbia il diritto di studiare piuttosto che la certezza di finire in mano a un mercante di schiavi. Eppure la logica dei diritti non dà, ai pochi fortunati e ai tanti aspiranti di ogni parte del mondo, altro che la possibilità di diventare uno spettatore televisivo e un compratore di automobili, un docile produttore di nulla e un allegro consumatore di nulla. È un fallimento, e in questo caso che fare? È una realizzazione, e in questo caso sarà bene accontentarsi di quel che di buono ne può venire? Soprattutto, dove si colloca questa domanda sul fallimento o sulla realizzazione dell'illuminismo?
È questa terza domanda che caratterizza della riflessione di Genovese, e del suo modo di intendere la filosofia, o come preferisce dire la teoria. Per un verso infatti una domanda simile segna la fine del progetto illuministico. L'uomo dei diritti è giunto in porto, ma il porto è quello sbagliato. Il diritto all'uguaglianza è diventato un dovere di uguaglianza: questo colonialismo dal volto umano, questa sistematica esportazione del libero mercato a colpi di bombe non sono poi così estranei al progetto riformistico e nobilmente umanistico della globalizzazione dei diritti «dell'uomo e del cittadino». Per altro verso la domanda è tutt'altro che estranea all'illuminismo, se l'illuminismo è il progetto di un'incessante messa in questione di ogni figura dell'umano e di ogni progetto politico, sociale, economico.
Non sarebbe però azzardato porre l'itinerario di Genovese sotto il segno di Nietzsche, che occhieggia in ciascuno dei passaggi chiave della sua proposta teorica. È infatti una tesi nietzscheana, ricorrente negli Attrezzi del filosofo, che il fenomeno centrale di ogni esperienza umana sia l'evento di un punto di vista; che la teoria stessa sia non tanto la fondazione di un sistema di verità, ma la messa in opera di un punto di vista sulla verità; che l'uomo occidentale, autocosciente, utilitarista, edonisticamente individualista, sia non tanto un universale quanto un particolare, la cui particolarità sta esattamente in questo suo pensarsi e realizzarsi «globalmente» come universale; che la realtà umana sia conflitto di punti di vista non destinato a democratica riconciliazione ma a incessante ristrutturazione e dislocazione del dissidio; che l'illuminismo sia, appunto, mito di un'umanità razionale e universale, ma anche e insieme messa in questione di ogni mito.
Di qui l'intero itinerario che Genovese percorre, sollevando con crescente radicalità questo gioco di specchi. Come abitare dunque l'eredità illuministica, ovvero come pensare l'Occidente senza agirne meccanicamente i tic, gli automatismi politici, le cieche necessità economiche? Difficile dar conto di un percorso tanto ricco. Se ne possono indicare però alcuni snodi centrali: una acuta e puntuale critica della dottrina habermasiana del riconoscimento e dell'agire comunicativo; un efficace smontaggio dell'ermeneutica di Hans-Georg Gadamer e del suo ideale di fusione degli orizzonti; una pungente messa in questione della sua «teoria della giustizia» di John Rawls. Di qui, anche, la domanda che Genovese ha il merito e la forza di sollevare lungo tutto il percorso di questi venti saggi, che rendono conto di un quindicennio circa di interventi pubblici in bilico tra l'attualità sociopolitica e la riflessione teorica.
Come pensare, allora, una politica dell'emancipazione quando tutti gli strumenti dell'emancipazione hanno dato prova di una curiosa inclinazione a realizzare il contrario? Come immaginare un progetto progressista che non precipiti istantaneamente e necessariamente nell'amministrazione (appena temperata) dell'esistente? Come immaginare un modello di riconoscimento che non segua né lo schema dell'abbandono dei più deboli al loro destino di debolezza né quello dell'annessione (ideologicamente rischioso e storicamente infondato, se è vero, come propone Genovese, che non si dà oggi vera e propria globalizzazione, ma più esattamente ibridazione, compromesso localmente definito e circoscritto, «creolizzazione»)?
Nel complesso è un libro che tratteggia una sistematica decostruzione della tela di fondo entro cui si è mosso tutto il pensiero progressista - italiano, europeo, statunitense - degli ultimi venticinque anni. E se da un certo punto di vista questi «attrezzi» aiutano a riflettere su un passaggio in ogni senso epocale dell'eredità culturale moderno-contemporanea, da un altro punto di vista parlano con tono eloquente e inquieto a chiunque abbia a cuore la discussione che le sinistre italiane stanno faticosamente avviando in questa difficile stagione post-elettorale, interrogandosi non solo tatticamente, ma strategicamente, intorno alla propria ragione politica, sociale, filosofica.

(Federico Leoni)


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