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27 marzo 2009

Gnègnè e il Programma di Gotha

 

Gnègnè nel dibattimento sul rapporto tra marxismo e giusta redistribuzione ha voluto portare una lunga citazione dal Programma di Gotha di Marx, dicendo che noi pseudo-comunisti abbiamo dimenticato tale lezione. In realtà è Gnègnè a non ricordare che questo passo è stato più o meno già discusso e tale discussione giace tra i vari commenti ai post del suo blog (già allora finì a schifo, come è usuale nelle discussioni con Gnègnè che non siano rituali di autocompiacimento).

Ma veniamo al passo di Marx  il quale dice :

Non affermano i borghesi che l’odierna ripartizione è “giusta”? E non è essa in realtà l’unica ripartizione “giusta” sulla base dell’odierno modo di produzione?

La cosa che mi premeva osservare è che nel post dedicato all’articolo di Lunghini, quest’ultimo non pone direttamente il problema della giusta ripartizione (e, ripeto, lo potrebbe fare), ma dice : “Secondo la teoria economica dominante (la teoria neoclassica, quella che viene insegnata nella maggior parte dei corsi universitari e praticata poi dai responsabili delle politiche economiche nazionali e sovranazionali), il prodotto sociale dovrebbe essere distribuito tra i diversi «fattori» della produzione in proporzione al contributo che ciascuno di questi fattori ha dato al prodotto”…e poi aggiunge “Gli stessi cultori della teoria dominante dovrebbero convenire che se il prodotto sociale si riduce, chi non ne ha meritato una parte dovrebbe restituire il maltolto.” Lunghini cioè parte da una teoria della distribuzione che lui attribuisce ai neoclassici e semplicemente fa notare che, seguendo tale teoria, è giusto attribuire ai lavoratori quasi tutto il prodotto sociale, soprattutto se quest’ultimo si riduce (senza contare che le riflessioni di Lunghini ormai da tempo prendono spunto da Marx, ma in termini di politica economica si rifanno a Keynes, che sulla iniqua distribuzione del reddito sicuramente ha speso più di una parola). Quanto alla attribuzione ai neoclassici di una teoria della giusta distribuzione (contestata da Gnègnè sulla base del carattere scientifico e bla, bla, bla…) è meglio citare un altro testo di Lunghini dove questi dice : “L’idea che il capitale, al pari degli altri fattori, sia produttivo ha ovvie e importanti conseguenze sul piano della teoria della distribuzione del reddito. Per Smith il profitto era determinato dal saggio naturale del profitto, per Ricardo era un residuo, per Marx il risultato di un rapporto di sfruttamento. Per la teoria neoclassica della produttività marginale (Philip H. Wicksteed, Knut Wicksell, John B. Clark e altri) il profitto (qui, l’interesse), come qualsiasi altra quota distributiva, era univocamente determinato - date le condizioni tecniche della produzione - dalla produttività marginale del capitale. Il principio della marginalità era già presente in Ricardo, che su di esso basava la determinazione della rendita (e solo di questa). Gli economisti marginalisti generalizzano questo principio: tutti i fattori (variabili) della produzione devono essere remunerati, in equilibrio, secondo la loro produttività marginale; che è misurata dalla variazione del prodotto totale provocata dall’aggiunta o dalla sottrazione di un’unità del fattore considerato, quando sia mantenuta costante la quantità degli altri fattori. Tale tesi ha due importanti implicazioni, una logica l’altra normativa, riconducibili a questa questione: una volta che tutti i fattori della produzione siano stati remunerati secondo la loro produttività marginale, secondo il loro ‘contributo’ alla produzione stessa, si sarà esaurito il prodotto totale? Se così non fosse - se il prodotto totale non bastasse per una siffatta distribuzione, oppure se restasse un residuo - si tratterebbe di una teoria logicamente insoddisfacente. In effetti non tutte le funzioni di produzione godono di questa proprietà, anzi una soltanto: perché il prodotto risulti esaurito, occorre che la funzione di produzione sia di un tipo speciale, omogenea lineare (cioè con rendimenti di scala costanti). Ma ovviamente non c’è nessuna ragione per sostenere che le funzioni di produzione, nella realtà, siano necessariamente di questo tipo: quasi che si trattasse di “una sorta di misteriosa legge naturale” (Joan Robinson). Conviene osservare, inoltre, che una teoria della distribuzione basata sul principio della produttività marginale presuppone che per ciascun fattore questa possa essere calcolata indipendentemente dalla distribuzione del prodotto; occorre, in altri termini, che il valore del capitale non vari al variare della distribuzione, e questo - come oggi sappiamo, e come si vedrà più avanti - in generale non è vero. L’implicazione normativa di questa teoria della distribuzione, d’altra parte, è che essa - quando sia soddisfatto il requisito di cui si detto - sembra fornire un principio di giustizia distributiva: ciascun fattore della produzione deve essere remunerato secondo il suo contributo alla produzione, ed esiste una unica configurazione distributiva di equilibrio, imposta dalle condizioni tecniche della produzione e che non può né deve essere modificata dall’azione umana. Il profitto (l’interesse), in particolare, trova così una piena e doppia legittimazione, analitica ed ‘etica’. E del resto la natura comunque implicitamente normativa delle categorie economiche della scuola neoclassica si rivela qua e là nei loro scritti, come ad es. in questa frase di Jevons per il quale “Ogni lavoratore riceve il valore di quel che ha prodotto, dedotto che se ne sia una porzione adeguata da corrispondere al capitale quale remunerazione dell’ astinenza e del rischio” (a tal proposito sarebbe interessante vedere quale valenza strettamente descrittiva abbiano concetti quali “astinenza” e “rischio” e soprattutto il fatto che vadano remunerati)

Ma continuiamo nella lettura del passo di Marx, il quale dice : “Mi sono occupato ampiamente del “reddito integrale del lavoro” da una parte e dall’altra parte dell’”ugual diritto”, della “giusta ripartizione”, per mostrare che delitto si compie allorché, da un lato, si vogliono nuovamente imporre come dogmi al nostro partito concetti, che in un certo momento avevano un senso, ma ora sono diventati rigatteria di frasi antiquate”. Da questo passo si desume che Marx  non dice che i concetti analizzati siano sempre stati erronei, dal momento che essi “..avevano un senso”. Adesso questo senso non lo hanno più, perché nel frattempo è successo qualcosa, la critica ha seguito l’evoluzione storica che vede nel 1875 represso nel sangue un tentativo rivoluzionario (la Comune di Parigi) ben più consapevole di quelli precedenti, per cui il suo fallimento non priva Marx della fiducia nel fatto che ormai la classe operaia è destinata a forgiare nel movimento reale i concetti di cui essa ha bisogno per realizzare i propri obiettivi. Dunque l’idea della ripartizione non ha senso laddove non c’è autorità terza a cui appellarsi dal momento che la classe operaia con la rivoluzione prenderà le leve del potere e realizzerà un mutamento del modo di produzione (sarebbe interessante comunque vedere se il mutamento del modo di produzione non sia una forma anche violenta di distribuzione dei fattori di produzione sulla base di una implicita teoria della giustizia e della presenza delle condizioni materiali che rendono possibile tale trasformazione). Dunque le categorie teoriche non sono in sé buone o sbagliate, marxiste o socialiste, ma lo sono alla luce degli eventi in corso e dell’adeguamento della teoria a quegli eventi (già avvenuti o imminenti). Quando si studia Marx, è pericoloso parlare del “pensiero di Marx”, in quanto qualsiasi compendio è solo la cristallizzazione di una sorta di sismografo del movimento che toglie lo stato di cose presente (il fatto che molte delle opere di Marx non siano pubblicate non è un caso, ma la conseguenza quasi necessitata del fatto che Marx è, parafrasando Canetti, cane del suo tempo)

Continuiamo con la parte più consistente della citazione : “Prescindendo da quanto si è detto fin qui, era soprattutto sbagliato fare della cosiddetta ripartizione l’essenziale e porre su di essa l’accento principale. La ripartizione degli oggetti di consumo è ogni volta soltanto conseguenza della ripartizione delle condizioni di produzione. Ma quest’ultima ripartizione è un carattere del modo stesso di produzione. Il modo di produzione capitalistico, per esempio, poggia sul fatto che le condizioni oggettive della produzione sono a disposizione dei non operai sotto forma di proprietà del capitale e proprietà della terra, mentre la massa è soltanto proprietaria della condizione personale della produzione, della forza-lavoro. Essendo gli elementi della produzione così ripartiti, ne deriva da sé l’odierna ripartizione dei mezzi di consumo. Se le condizioni di produzione oggettive sono proprietà collettiva degli operai stessi, ne deriva ugualmente una ripartizione dei mezzi di consumo diversa dall’attuale. Il socialismo volgare ha preso dagli economisti borghesi (e, a sua volta, una parte della democrazia l’ha ripresa dal socialismo volgare) l’abitudine di considerare e trattare la distribuzione come indipendente dal modo di produzione, e perciò di rappresentare il socialismo come qualcosa che si muova principalmente sul perno della distribuzione. Dopo che il rapporto reale è stato da molto tempo messo in chiaro, perchè ritornare indietro?



Marx qui si badi bene, parla della ripartizione dei beni di consumo (mentre Lunghini parla del prodotto sociale nel suo complesso, che Marx divide in varie uscite, tenuto presente che sarà la classe operaia a gestirlo e dunque ad essa sarà andato grazie alla rivoluzione), inoltre dice che l’errore dei socialisti sta nel separare la distribuzione dal modo di produzione, mentre la prima è in un certo senso funzione della seconda. Non dice però che la questione della ripartizione non abbia senso, ma dice che essa verrà affrontata cambiando il modo di produzione. E aggiunge che qualsiasi distribuzione giusta cercando di rispecchiare le differenze esistenti tra gli uomini difficilmente si coniuga con l’eguaglianza. Ma questo implica che Marx si pone seriamente il problema della distribuzione e non lo considera problema da poco. Egli critica i socialisti per il fatto che vogliono ridistribuire il reddito, ma non vogliono toccare i rapporti di produzione (e cioè non vogliono toccare i proprietari dei mezzi di produzione), ma non perché il problema della distribuzione non sia rilevante.

Ora, come ho già avuto modo di dire, relativamente al contesto storico in cui si colloca un corsivo come quello di Lunghini, è difficile dire in che fase siamo : da un lato la classe operaia ha avuto da circa trent’anni sonore sconfitte, dall’altra però essa ha rivoluzionato nel secolo scorso la struttura della distribuzione del prodotto sociale (si pensi alla spesa pubblica, alle pensioni, all’assistenza), a partire dalle lotte fatte in fabbrica e dunque nei luoghi di produzione (e se è vero che la distribuzione è funzione della produzione, al tempo stesso una diversa distribuzione retroagisce anche sulla produzione, cosa che Marx sembra non aver sottolineato). Perciò non si deve valutare l’appello di Lunghini alla giusta distribuzione (qualora l’abbia veramente effettuato) alla luce di un’eventuale dottrina atemporale marxiana, ma alla luce della situazione concreta che viviamo adesso, del fatto che l’appello all’autorità terza non viene fatta sotto l’autoritarismo bismarckiano, ma in un regime politico che, seppure pericolante, è stato costruito dalle lotte operaie e ne rappresenta una tappa importante, se non gloriosa. In tale regime la classe operaia ha una voce sia pur non dominante (ed a volte flebile) e dunque l’appello al soggetto terzo ha un senso, laddove Marx parla di fronte ad uno Stato non democratico che va solo rovesciato con la violenza.

Gnègnè invece come al solito, nell’unire a suo modo produzione e distribuzione, ci vuole propinare

una sorta di non esplicito, ma ammiccante parallelismo tra la necessità marxiana di cambiare il modo di produzione attraverso la rivoluzione dei rapporti di produzione e il dogma della sintesi neoclassica che subordina il momento redistributivo alla crescita economica. Ma questo tentativo rimane una mistificazione.

 


17 marzo 2009

Marx e la giustizia

 

Anche il buon Mario è intervenuto nel velenoso dibattito tra me e Gnègnè, cercando di mettere un po’ d’ordine e di distacco e aggiungendo delle citazioni che possono tornare utili alla nostra riflessione.

Mario cita prima Gnègnè : “ed inoltre (Marx) ha sempre limpidamente negato che, nel modo di produzione capitalistico, lo sfruttamento economico sia anche uno sfruttamento giuridico, sia cioè un illecito (per Marx, finché i mezzi di produzione sono di proprietà privata, non c’è modo di evitare lo sfruttamento, che anzi è necessario perché la produzione raggiunga il livello massimo, e ciascuno dei tre fattori riceve esattamente la remunerazione a cui ha diritto, niente di più e niente di meno)
Poi Marx : “Gli economisti borghesi vedono soltanto che con la polizia moderna si può produrre meglio che, ad es., con il diritto del più forte [la borghesia che oppone il proprio diritto alla forza del signore feudale, laico od ecclesiastico]. Essi dimenticano soltanto -prosegue Marx- che anche il diritto del più forte è un diritto [infatti è sempre esistita una legislazione anche sotto il Medioevo] e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma anche nel loro 'Stato di diritto'
E commenta : “
Possiamo dire, sviluppando il suo pensiero, che "è cambiata la forma ipocrita in cui si cela il primato della forza" in quanto tutti i cittadini sono formalmente uguali davanti alla legge?
Questa è una esplicitazione di ciò che è la struttura portante del pensiero Marxista, la constatazione che non esiste un "diritto" naturale o principi eterni ed immutabili, ma che tale fatto (in questo caso distribuzione)è l'esplicitazione di un rapporto "sociale" che sancisce in quel particolare contesto di relazione economica (in questo caso il capitalismo) ed in funzione dei rapporti di forza esistenti tra le classi (capitalisti, salariati) un diritto.
E conclude : “Certo è che un marxista o un comunista non si accontenterebbe solo di quello (in quanto al comunista interessano il possesso dei "mezzi di produzione").
Per chiudere, il punto della distribuzione è una delle questioni che "SICURAMENTE" differenziano un socialista da un comunista. Un economista liberale, negando che questo aspetto sia di per sé elemento di conflitto di classe (quanto meno non prendendolo neanche in considerazione), il problema "autonomamente" neanche se lo pone.
Però la differenza esiste
.”
Poi cita Homolaicus : “Il socialismo utopistico infatti puntava molto sulla "distribuzione", in quanto con questa categoria, che implica dei processi di carattere etico-sociale, si poteva meglio affrontare la questione della democraticità della società borghese.
Insomma il problema che Marx vuole affrontare in questo capitolo è quello di capire in che rapporto stanno produzione e consumo, poiché in astratto (o nelle pubblicazioni degli economisti borghesi) tutto sembra funzionare perfettamente: produzione e consumo praticamente coincidono, in quanto si supportano reciprocamente, in una sorta di mutuo condizionamento, ma in concreto, nella realtà sociale del capitalismo sembra essere la produzione a dettare un ruolo egemonico e lo prova il fatto che tra produzione e consumo "s'interpone la distribuzione che, in base a leggi sociali, determina quale quota della massa dei prodotti spetti al produttore"(p. 19). Infatti sotto il capitalismo "il ritorno del prodotto al soggetto [che lo produce] dipende dalle relazioni in cui questi si trova con altri individui. Egli non se ne impossessa immediatamente"(ib.); sicché in altre parole produzione e consumo non coincidono affatto, in quanto la distribuzione appare sempre squilibrata, iniqua, frutto dell'antagonismo sociale. Marx non si esprime esattamente così, ma non v'è dubbio che il suo pensiero sia questo.
E ancora : “a suo parere -e qui veniamo al punto forte di contrasto tra il socialismo scientifico e quello utopistico- il problema non è quello di come intervenire sul versante della distribuzione, al fine di cambiare, in favore dell'operaio, il rapporto tra produzione e consumo, ma è quello di come intervenire direttamente sulla produzione, poiché "il modo determinato in cui si partecipa alla produzione determina le forme particolari della distribuzione, la forma in cui si partecipa alla distribuzione"(p. 20).
Su questo problema di natura economica ovviamente s'innesta quello di natura politica, i cui termini di confronto oggi vengono affrontati con maggiore flessibilità: riforme sociali, in direzione di un mutamento progressivo della distribuzione nell'ambito del sistema capitalistico, o rivoluzione politica, in direzione della conquista del potere per un ribaltamento immediato del modello capitalistico di produzione? Marx propendeva per questa seconda soluzione e il suo radicalismo lo porterà a rompere molto presto con tutto il socialismo utopistico.
Gli economisti borghesi, dal canto loro, erano su questo aspetto ancora più astratti dei socialisti utopisti, poiché nella distribuzione non vedevano neppure i problemi connessi ai conflitti di classe. Marx dice che secondo loro "la distribuzione si presenta come distribuzione dei prodotti e quindi essa è ben lontana dalla produzione e quasi autonoma rispetto ad essa"(p. 21). Gli economisti avevano interesse a mostrare questa diversità, in quanto non volevano che i critici della distribuzione ineguale facessero ricadere sulle forme della produzione i motivi dello scompenso tra produzione e consumo. Per il resto erano tranquillamente disposti ad ammettere che tra produzione e consumo vi fosse identità o reciproco condizionamento, ed erano del tutto indifferenti al fatto che -prosegue Marx- "all'origine, l'individuo non possiede alcun capitale, alcuna proprietà fondiaria. Fin dalla nascita esso è assegnato al lavoro salariato dalla distribuzione sociale"(ib.)."

Segnalo poi un’altra citazione da Gnègnè : “la distribuzione del reddito fra i fattori è parte del modo di produzione, non è indipendente da questo. Ne deriva tra l'altro (e anche questa conseguenza è stata esplicitamente tratta da Marx) che non è alterando la distribuzione che si cambia il modo di produzione, è il contrario che va fatto.
La frase di Marx di cui dubiti (e che non ricordo dove si trova, ma la cercherò) è appunto una critica a quelli che lamentavano l'ingiustizia della distribuzione, senza avvertire che parlare di 'giustizia' distributiva all'interno del modo di produzione capitalistico è una tautologia (perché il diritto borghese è determinato anch'esso dal modo di produzione borghese: all'interno di un 'sistema' che prevede che i mezzi di produzione spettano al proprietario e al capitalista mentre al proletario spetta solo la sua forza-lavoro, il capitalista si approprierà inevitabilmente del plusvalore, e questo non è affatto contrario al diritto. Lo sfruttamento marxiano è un concetto economico, non giuridico).
Quanto al resto, ripeto di nuovo: in *questo* modo di produzione, non c'è modo di impedire al capitalista di cercare l'investimento più redditizio. Se intervieni sulla distribuzione (tasse), almeno oltre un certo limite, il capitale andrà altrove, e il risultato sarà minor reddito (meno lavoro, ecc.). Se vuoi impedire questo (cioè se vuoi evitare che si smetta di produrre), devi intervenire sul modo di produzione, cioè devi, per l'appunto, espropriare il capitalista. Questo è quello che dice Marx (e quello che dico io): vedi un po' tu se è possibile agire sulla struttura con la magistratura o col fisco..."



Cosa dice Marx allora ? Lo sfruttamento non è immediatamente un illecito giuridico, ma semplicemente perché l’illecito giuridico dipende dall’ordinamento vigente che è il frutto della lotta di classe. Esso diventerà una sorta di illecito giuridico nella fase in cui il proletariato riuscirà ad imporre il suo dominio sulle altre classi e uniformerà il Diritto a questa sua egemonia. Ma per fare questo bisognerà aspettare una rivoluzione che avvenga in un arco di tempo ristretto ? Già i mezzi di produzione dovranno essere proprietà dei lavoratori ? L’astrazione del ragionamento di Gnègnè si rivela subito se ci facciamo questa domanda : in che fase stiamo adesso ? Non si può concepire (se non in termini molto generali) la periodizzazione storica come fatta di compartimenti stagni in cui o si è nel modo di produzione capitalistico (con tutte le sue conseguenze ideologiche) o si è nel modo di produzione successivo (ed allora la rivoluzione si è già compiuta con tutte le sue conseguenze ideologiche). Siamo nella lotta di classe, che è l’unica situazione concreta a cui ci possiamo rifare ed in questa fase c’è la possibilità che molti comincino ad elaborare quelle teorie e quelle categorie (morali, giuridiche, politiche) che debbono accompagnare il proletariato all’edificazione di una nuova società, per cui non è peregrino trovare una teoria della giustizia nella quale la situazione che dovrebbe verificarsi ad un certo punto della transizione rivoluzionaria venga elaborata come un sistema di diritti concepito astrattamente, come una teoria della giusta distribuzione del prodotto. Marx avrebbe riso a suo tempo se fosse uscita un argomentazione alla Lunghini, ma questo perché riteneva (teoricamente o per enfasi propagandistica) l’appello al diritto inutile in un momento di imminenza rivoluzionaria (e si sa che Marx abbia previsto fasi rivoluzionarie che non si cono invece concretizzate, ma anche questo fa parte di un programma di ricerca che va per tentativi ed errori, che si verifica compiutamente solo nella prassi). Ma ciò non implica che non sia possibile ricavare da Marx un’analisi in termini di teoria della giustizia che possa agire da strumento nella lotta di classe a livello di discussione teorica, di egemonia culturale, di lotta a livello parlamentare.
Dire che lo sfruttamento sino alla rivoluzione è necessario sino al raggiungimento di un punto massimo di produzione è non rendersi conto che la lotta di classe va intrapresa ben prima della rivoluzione e confondere l’”elogio” marxiano del capitalismo nel “Manifesto” con l’attendismo passivo di molti marxisti settari ed innocui di oggi, senza contare che da un secolo a questo punto, il capitalismo può aver benissimo raggiunto quel livello di produzione maturo perché la rivoluzione avvenga (può darsi che questo momento sia già passato e qualche occasione perduta…)
Cosa farebbe Marx oggi ? E ‘stupido domandarselo, come è stupido domandarsi “Dove sono i marxisti di una volta ?”. Essi sono dove possono essere a fanno e teorizzano quel che possono teorizzare sulla base del contesto materiale presente. E se agitando un modello di giusta distribuzione fanno comunque un’operazione legittima da un punto di vista marxista (e il fatto che fa bene lo si vede da come irrita chi retoricamente si appella al marxismo buono di una volta o ai lioni marxisti sudafricani…).
Marx non dice che non sia possibile aderire ad un’etica o ad una teoria della giustizia, ma pensa che l’appello al diritto o alla giustizia (appello che è sempre ad una istanza terza) non è possibile dove non vi sia un’istanza terza (vista la natura di classe dello Stato). Ma ciò non vuol dire che un intellettuale che partecipi alla lotta di classe (con maggiore o minore sincerità) non possa argomentare per una teoria della giusta distribuzione nell’ambito della lotta di classe, tentando non di appellarsi ad un’istanza terza, ma tentando (in quello che Agnes Heller chiamava polemicamente con Apel l’ambito “di discussione” e non di “dialogo”) di coinvolgere quanti più partecipanti possibili nella sua lotta. Il diritto del più forte soggiace anche allo “Stato di diritto”, ma questo non implica che l’istanza etica e rivendicativa sia nulla, ma che essa si situa nella lotta di classe e da sola sia destinata al fallimento, per cui chi si limita al solo richiamo al diritto potrebbe essere comunque funzionale allo stato di cose esistente. Ma come ho già fatto notare tale istanza muove Marx continuamente (altrimenti come potrebbe un piccolo borghese come lui fare quello che ha fatto) e tale spinta la si registra continuamente a livello linguistico (nella passione, nel sarcasmo, nell’invettiva). Per Marx l’appello al diritto è strategicamente inutile nel contesto dato, ma ciò non implica che sia inutile anche in questo contesto dato, o che lo sia anche nel momento in cui un intellettuale militante scriva un articolo (ed è stupido appuntarsi all’articolo come esempio tra i tanti di una inanità più complessiva, soprattutto se soggettivamente chi compie tale critica ci tiene ai buoni marxisti di una volta, ma non ci tiene ad esserlo personalmente un buon marxista di una volta…). Non è il senso di una teoria della giustizia ad essere in discussione (esso rimane in un ambito astratto), ma il proferimento di una teoria della giustizia ad essere valutabile strategicamente alla luce della lotta di classe (e dunque potenzialmente utile, inutile, dannoso a seconda del contesto in cui viene effettuato).
Sicuramente non esiste un diritto naturale, ma non è escluso che la forma che il Diritto assume nella transizione (e di cui i soggetti impegnati nella lotta di classe o quanto meno i borghesi alleati del proletariato nella lotta di classe) non concretizzi i diritti astrattamente enunciati nel momento in cui la borghesia è stata una classe progressiva e non li concretizzi almeno per il periodo in cui sarà ancora necessario uno Stato delle cui leve il proletariato si deve impossessare. Mentre il realismo politico intende l’etica solo come illusione dietro la quale si nasconde il rapporto di forza, nel marxismo la lotta di classe stessa si può concretizzare in una pluralità di posizioni etiche contrapposte una delle quali risulterà vincente proprio in quanto i rapporti di forza saranno decisi da processi materiali nei quali può essere rinvenuta una contraddizione dialettica, contraddizione che può essere declinata anche nel campo della discussione sul diritto e sull’etica (quando si dice che i rapporti di produzione capitalistici non possono tenere dietro all’aumento delle forze produttive non si fa riferimento anche alle conseguenze negative eticamente rilevanti di tale gestione privatistica delle forze produttive, gestione che porta a disordini, guerre, crisi etc etc ?)
Quando si dice che la centralità della distribuzione diventa teoricamente e praticamente un handicap, non si vuole dire che l’aspetto distributivo non abbia importanza, ma serve a costringere il proletariato a rendersi conto del fatto che non c’è indipendenza tra produzione e distribuzione, non a rassegnarci ad una certa distribuzione a certi rapporti di produzione assunti come dati : in altre parole sbaglia chi separa i due ambiti, non chi nel frattempo si adopera a migliorare la situazione in un ambito solo (se un partito nel frattempo che non riesce a cambiare i rapporti di produzione, pur consapevole di questo limite, combatte per migliorare la distribuzione, questo partito non solo fa benissimo ma certamente non sarebbe censurabile da un punto di vista marxista, mentre più ambiguo sarebbe un partito di sinistra che nell’ambito dello sviluppo trascuri le questioni redistributive per puntare tutto sulla crescita), anche perché la lotta per la distribuzione diventa nel lungo periodo anche una lotta per una crescita più equilibrata (e dunque non contraddice l’istanza marxiana di non impedire l’aumento delle forze di produzione, se questo piace agli idolatri della crescita)
L’ultima citazione di Gnègnè conferma quanto il nostro abbia un atteggiamento schematico, dal momento che parla di *questo* modo di produzione, senza pensare che in ogni momento ci troviamo di fronte ad un momento della lotta di classe (in alcune parti del mondo c’è addirittura una combattuta transizione tra modi di produzione precapitalistici e capitalistici, lotta che però è influenzata da quella tra capitale e lavoro nelle parti alte della filiera di produzione) per cui è astratto dire che ci troviamo in un certo modo di produzione e dunque il capitalista possa muoversi con il suo capitale come meglio crede. Ci troviamo in un momento della lotta di classe in cui è più difficile controllare il movimento dei capitali, ma ci sono stati momenti in cui tale controllo è stato più agevole (tutto dipende dall’esito della lotta di classe, dai processi economici, dalle soggettività in campo, dagli squilibri della condizione del proletariato nel mondo). Ma Gnègnè ha a cuore la schematizzazione e la semplificazione, dal momento che ha fretta di mettere Marx in una teca, di farci pensare che da lui è ormai possibile spremere tutto quello che può dare, di chiudere i conti (infatti per lui il contributo di Marx è la visione storica e dinamica dell’economia, una cosa che si può dire anche di Schumpeter o addirittura di Schmoller). Anche lui fa la sua lotta di classe e la fa in maniera conseguente, con la cazzimma che gli è propria.


12 marzo 2009

Vendesi Gnègnè

 Non sapendo più cosa dire, Gnègnè si dà alla psicoanalisi ed impegna molte righe in questa disamina. Peccato che voleva chiamarsi Karl Kraus che della psicoanalisi non aveva una grande opinione. Ma Gnègnè di Karl Kraus non ha l'ironia nè la leggerezza. . Come un vecchio neotomista egli si lamenta del postmoderno pensando che il senso di "scienza" in Marx sia lo stesso di quello di un Comte qualsiasi, magari il tardo Comte adoratore del Grande Essere. Questo sguardo semplicistico Gnègnè lo confonde con la cultura e accusa me di ignoranza, semplicemente perchè io ammetto quel che non so, ma provo comunque ad esprimere quel che penso sulla base delle informazioni di cui dispongo e aspetto fiducioso che il mio interlocutore mi chiarisca (se può) le idee, sempre se ciò sia fatto con correttezza, onestà, modestia (termini ignoti da quelle parti). Putroppo l'arroganza non è sinonimo di maggior cultura, per quanto Gnègnè ne dispensi a iosa. Trattasi di uno Sgarbi in miniatura.



Anche nella polemica su cui lui ha voluto fare un ultimo tentativo, i difetti di Gnègnè fanno inevitabilmente capolino : il punto non è quale sia la percentuale che lo Stato voglia tassare o confiscare, il punto è se in un sistema capitalistico si possa limitare ad un proprietario la disponibilità di quel che possiede, senza alcuna rivoluzione bolscevica e in certi casi senza nessun esproprio. La mia risposta è sì, ma Gnègnè si affatica a fare le percentuali, ed a confondere esproprio e rivoluzione proletaria semplicemente perchè la sua necessità è quella di rendere iperbolica la tesi di Lunghini. Perchè lui di quello che ha detto Lunghini non vuole comprendere un cazzo. Lunghini per lui è l'ennesimo pretesto per l'ennesima pippa sulla cultura politica della sinistra e, volendo concedergli l'attenuante (o l'aggravante) dell'intelligenza, il modo per lamentarsi dell'assenza di marxisti e per attaccare così coloro che hanno a cuore la redistribuzione delle risorse e in un certo senso ambiscono a frenare l'accumulazione del capitale. Questi sono i veri nemici di Gnègnè. Perciò
Gnègnè è un sicario in vendita per coloro che vogliono la libera accumulazione di capitale.
Accattatavill'...!

p.s. Del porco non si butta via nulla. In compenso la carne del pavone ha un uso per di più ornamentale ed è, per alcuni autori, quasi immangiabile, a leggere qui


11 marzo 2009

Le sce(me)nze umane di Gnègnè

Se non fosse per Gnègnè il mio groppo in gola da esule non si sarebbe mai sciolto. Le sue argomentazioni e i suoi insulti (ma si sarà arrabbiato? ) sono proprio un toccasana per la malinconia.
Egli dice:
1) Si può eccome analizzare un comportamento umano senza prendere in considerazione "giudizi di valore, criteri etici ecc." e lo si fa continuamente e con successo anche in campi diversi dall'economia (ad es. nello studo del traffico:
link).
2) Non ha senso farlo (argomentare su quale sia la giusta distribuzione tra i diversi fattori di produzione) all'interno di una teoria che non ti fornisce alcun criterio per determinare quale sia la 'giusta' distribuzione (perché infatti non te lo dice: né quella 'dominante', né quella marxiana, né nessun'altra) e per di più senza nemmeno spiegare quali sono questi criteri che ti inducono ad affermare, per l'appunto, che la distribuzione X è 'giusta'.
3) Siccome Marx ha detto nel corso della sua vita molte cose fra loro non particolarmente compatibili (e sarebbe strano il contrario, visto che ha cominciato come giurista ignaro di economia e impregnato di filosofia hegeliana, ed ha concluso la sua carriera come grande economista e fondatore di una filosofia rigorosamente materialistica), allora qualsiasi cosa, anche la più bislacca, può essere considerata 'marxiana' o 'marxista'. Anche le stronzate che scrive lui. (A pensarci, questa è una convinzione non esclusiva del poveraccio...)
4) Quel che il poveretto in questione non capisce è che non è perché Marx sosteneva le sue idee con molta convinzione, condita da istanze etiche, invettive e sarcasmi che le sue idee sono giuste, e viceversa. Anche Joseph de Maistre sosteneva le sue idee con non minore convinzione (e con non minori invettive e sarcasmi), ma questo non renderà affatto le sue idee più attraenti. Peggio ancora: perfino il polemista online è capace di usare invettive e sarcasmi, pur in assenza totale sia di convinzione sia di idee.
5) "
In *questo* modo di produzione (capitalistico), se io Stato dico: d'ora in poi al lavoratore spetta, non solo un 'alto' salario, ma TUTTO il prodotto, il giorno dopo l'imprenditore chiude la fabbrica, saluta gli operai e va a godersi il 'maltolto' ai Caraibi (o prende i suoi soldi e li investe altrove).
L'unico modo per impedire questo (cioè il fatto che il capitalista investe solo là dove il capitale gli garantisce il maggior profitto) è espropriare il capitalista: punto.
", con l'aggiunta di alcune bestialità (come il fatto che c'entri qualcosa la libera circolazione dei capitali). Ripeto a beneficio del poveretto: In *questo* modo di produzione (capitalistico), e finché non sarà cambiato (tramite l'espropriazione dei mezzi di produzione), il capitalista sceglierà di chiudere bottega, di dedicare i suoi capitali ad altro, e di fare in ultima analisi quello che ritiene più conveniente. Questa non è un giudizio (non sto dicendo che è 'bene' o 'giusto' che lo faccia), è una descrizione (=lo farà) di *questo* sistema economica, che funziona - per l'appunto - così.



Ingrata madre di Carrie, non avrai le mie ossa...

A) Gnègnè confonde un semplice modello che può essere elaborato trascurando alcuni aspetti del comportamento umano da una disciplina complessiva che vorrebbe (e non riesce) essere scienza e che per fare decentemente questo tentativo deve rispettare la complessità degli esseri umani e delle loro relazioni reciproche. Sul fascino ad es. che il formalismo matematico esercita su questa concezione ingenuamente oggettivistica delle scienze umane è interessante questa citazione di Amartya Sen : "È possibile che i formalismi matematici attualmente a disposizione, anche presi nel loro insieme, siano inadeguati per trattare alcune delle complessità sociali di cui le scienze sociali devono occuparsi. Alcuni analisti si sono ostinati ad utilizzare soltanto tecniche matematiche – e in certi casi solamente alcune particolari tecniche – rifiutandosi di tener conto di influenze importanti che tali tecniche non riuscivano a cogliere".
B)  Che Marx non dia strumenti ad un'economista per dire quale sia una giusta distribuzione del prodotto sociale tra i diversi fattori produttivi è semplicemente falso, se è Marx colui che dice "Con la diminuzione costante del numero dei magnati del capitalismo che usurpano e monopolizzano tutti i vantaggi di questo processo di trasformazione....Gli espropriatori vengono espropriati". Se la scienza di Marx fosse avalutativa, perchè parlare di esproprio (togliere a qualcuno ciò che è proprio) e di usurpazione (prendersi qualcosa senza esserne legittimati) ? Il problema è che si confondono le ragioni pratiche per cui Marx considera inutile il limitarsi all'invettiva moralistica con il carattere avalutativo della scienza economica che Marx non sostiene assolutamente, dal momento che la stessa elaborazione scientifica (soprattutto quella legata all'economia) è per lui legata alla lotta di classe ed al suo carattere storico.
C e D) Sola la sciocca capziosità di Gnègnè può concludere che secondo me da Marx si può dedurre qualsiasi cosa. In realtà io nego proprio che da Marx si possa dedurre l'idea di una scienza economica astrattamente oggettiva e avalutativa. E solo dalla sciocca capziosità di Gnègnè si può concludere che io nello stile appassionato di Marx io voglia dissolvere il nucleo forte del suo pensiero. Quello che faccio, evidenziando il suo stile, è di sottolineare che in Marx c'è una tensione etica che condiziona gli esiti del suo pensiero (anche la distinzione rigida tra giovane Marx e quello maturo indica che l'impostazione di Gnègnè è quella del causidico che studia per fare il compitino bel bello e per fare il bullo sul web, senza contare che il "rigoroso" materialismo di Marx sta già in quel papiello giovanile non pubblicato in vita che è "l'Ideologia tedesca").
E) Infine, dire che l'utilizzo diverso del capitale da parte del capitalista è "quello che farà in un sistema che funziona così" è proprio il crisma della assoluta e spudorata superficialità di Gnegnè che dice, con la faccia tosta del catatonico, le stesse cazzate con la pretesa di dare un chiarimento definitivo del suo pseudo-pensiero. Come pure assolutamente astratta è la locuzione "in questo modo di produzione", dal momento che, senza fare alcuna rivoluzione (e dunque "in questo modo di produzione"), è possibile con delle leggi limitare o scoraggiare la possibilità del capitalista di impiegare diversamente il capitale nel momento in cui vuole evitare una distribuzione del sovrappiù più vantaggiosa per i lavoratori. In realtà "quello che farà in un sistema che funziona così" secondo Gnègnè, succede fin quando Gnègnè guarda le cose col fiore in bocca o, più prosaicamente,  con la sua adesione morale convinta e militante alla classe dominante. Pure in tal caso, invece di nascondersi dietro l'avalutatività del fiore in bocca, potrebbe dire che a lui piacerebbe essere un intellettuale organico al Capitale ( del resto la sua disponibilità a "fare pulizia" nella già citata
lettera-guallera ad Ezio Mauro è un tentativo comico e patetico in questo senso)


9 marzo 2009

Saperla Lunghini : Gnègnè alla ricerca del marxismo

Gnègnè, come Diogene di Sinope, cerca qualcuno : il marxista vero. Perchè lui, pur non essendo marxista, sa cos'è un marxista vero, uno che sbaglia, ma sbaglia tutto d'un pezzo, uno che distingue l'essere dal dover essere, uno che non parla di giustizia (questi sono i socialisti utopisti...), ma che senza moralismi conquista il potere e realizza, se può (ma non può), un sistema più efficiente di quello del capitale. Non un sistema più equo, per carità !!! L'equità è una categoria deontologica e i marxisti schifano la deontologia. Anche la madre di Carrie rimprovera la Sinistra molle e situazionista (priva di un kit adeguato di coltelli da cucina), in nome di un marxismo presessantotto che adesso solo nel Terzomondo non terzomondista viene coerentemente applicato come vogliono alcuni bordighisti (prima il capitalismo su tutto l'orbe, ed ogni resistenza è reazione, poi eventualmente vedremo cosa si può fare)
Armato di queste buone intenzioni, Gnègnè analizza un passo del Prof. Lunghini e gli fa (a suo modo) le bucce.  Ecco cosa dice Gnègnè :
1)L' unicuique suum è un principio giuridico non economico perchè lo ha ben esplicitato Ulpiano che è un giurista latino.
2) L’economia è una disciplina descrittiva, non normativa; non dice come un certo prodotto deve essere distribuito fra i diversi fattori, ma come di fatto viene distribuito (poste certe condizioni). Questo è veramente singolare, ma come è visibile dal prosieguo non casuale. Lunghini sta facendo un discorso giuridico, o morale, ma certamente non un discorso economico.
3) Secondo la teoria economica moderna,  le remunerazioni dei vari fattori (rendite, salari, profitti) vengono fissate secondo certe regole descrittive che, ancora una volta, non hanno alcun valore normativo e non attribuiscono pertanto “diritti” a nessuno.
4) Marx ha sì una teoria sullo sfruttamento e sull’appropriazione del plusvalore da parte del capitalista, ma innanzitutto ha una teoria del capitalismo (del funzionamento del capitalismo), ed inoltre ha semrpe limpidamente negato che, nel modo di produzione capitalistico, lo sfruttamento economico sia anche uno sfruttamento giuridico, sia cioè un illecito (per Marx, finché i mezzi di produzione sono di proprietà privata, non c’è modo di evitare lo sfruttamento, che anzi è necessario perché la produzione raggiunga il livello massimo, e ciascuno dei tre fattori riceve esattamente la remunerazione a cui ha diritto, niente di più e niente di meno). Marx sostiene, notoriamente, un’altra cosa: che l’unico modo per eliminare lo sfruttamento economico è la rivoluzione, che avverrà quando (raggiunta la pienezza delle capacità produttive) verrà abolita la proprietà privata dei mezzi di produzione, e con essa l’intera vecchia società, religione, diritto, stato, e insomma tutta la vecchia Storia. Né, ovviamente, Marx si è mai sognato di asserire una stron*§@a colossale come l’idea che la “rivoluzione” si possa/debba fare tramite il Fisco o la magistratura.
5) La  ‘teoria’ di Lunghini non ha alcun senso. Inanzitutto, non si capisce che c’entra la  riduzione del prodotto sociale: se il prodotto si riduce, si riduce certamente il reddito complessivo (che altro non è che il prodotto, appunto), ma il criterio della ripartizione non cambia.  Chi sarebbe quello che “non ne ha meritato una parte” e che dovrebbe pertanto “restituire il maltolto”? Mistero. Ma soprattutto, che c’entra la “teoria economica dominante” con la tesi che chi ha rubato deve restituire il malloppo, grazie all’operato di giudici e magistrati?
6) Il problema è questo. In *questo* modo di produzione (capitalistico), se io Stato dico: d'ora in poi al lavoratore spetta, non solo un 'alto' salario, ma TUTTO il prodotto, il giorno dopo l'imprenditore chiude la fabbrica, saluta gli operai e va a godersi il 'maltolto' ai Caraibi (o prende i suoi soldi e li investe altrove).
L'unico modo per impedire questo (cioè il fatto che il capitalista investe solo là dove il capitale gli garantisce il maggior profitto) è espropriare il capitalista: punto.
Questo è il problema economico della distribuzione, ed ecco perché economicamente 'giusto' o 'ingiusto' a questo riguardo sono cose prive di senso. Anche la fiscalità, la tassazione insomma, è un problema di ottimalità o di efficienza, non di equità o di 'giustizia'.



E' incredibile come uno schema che ha solo valore didattico ed introduttivo qui venga propagandato come un detto della Bibbia, con una divisione tra economia, etica e teoria della giustizia che fa invidia alla dialettica dei distinti di Benedetto Croce. Dire che l'economia è una scienza descrittiva è un'astrazione erronea, in quanto i soggetti dell'economia sono esseri umani che spesso agiscono non solo in conseguenza di cause, ma anche in base a delle ragioni, per cui è inevitabile che nell'economia giudizi di valore, criteri etici, finalità morali si incrocino continuamente con descrizioni, ipotesi, verifiche. Per un testo o un autore tra i tanti si veda
qui
Inoltre Gnègnè confonde il piano giuridico con quello filosofico, dove un diritto viene presupposto, sancito, argomentato con ragionamenti filosofici (di etica, filosofia del diritto, filosofia della politica) e poi codificato nel diritto positivo ed interpretato giuridicamente (ed anche in questo caso i passaggi tra i vari livelli di ragionamento sono continui e non ostacolati da divisioni artificiose tra discipline) per cui non si vede perchè un economista non debba argomentare su quale sia la giusta distribuzione tra i vari fattori di produzione. Restringere l'economia alla sola questione dell'efficienza fa di quest'ultima una ennesima astrazione, mentre essa va continuamente commisurata ai vincoli che una società sceglie di porre a se stessa quando vuole raggiungere un certo numero di fini, certi fini e non altri, certi fini più che altri. Voler sganciare l'economia da certi presupposti etico-politici è comunque conseguente all'assunzione di alcuni presupposti etico-politici elaborati a torto o a ragione, per i quali la scienza deve essere autonoma, le scelte altrui vanno rispettate, una maggiore produttività è un bene per la società etc etc
Non si capisce poi la locuzione "regole descrittive" : sarebbe infatti meglio parlare (nel caso di descrizioni) di leggi, mentre le regole hanno un aspetto normativo e sono tali da poter essere cambiate, a meno che non si presupponga l'esistenza di regole storicamente aprioristiche che individuerebbero una presunta essenza umana o un ordine invisibile che guai se ci metti mano.
Quanto a Marx è letto con il solito atteggiamento da Bignami o da Lamanna , cioè schematicamente sistematizzato, come se Marx non fosse un autore che continuamente immetteva nuovi dati e nuove considerazioni nella sua riflessione, tanto che la pubblicazione dei suoi scritti è sempre sottoposta e revisione ed interpretazione.
In Marx, le considerazioni etiche, le invettive conseguenti, il sarcasmo sono un accompagnamento continuo delle sue riflessioni e disegnarlo come uno che tiene separate come due compartimenti stagni la riflessione teorica da tutto ciò che riguarda la prassi, vuol dire non capire niente di lui. Prendiamo ad es. una frase dai Manoscritti economico-filosofici "Mentre la divisione del lavoro aumenta la forza produttiva del lavoro e la ricchezza e lo sviluppo della società, nello stesso tempo impoverisce il lavoratore fino a farne una macchina" : qui "impoverisce" e "fino a farne una macchina" sono prive di ogni inflessione etica ? In che senso essere una macchina è un grado estremo di impoverimento ? In Marx il problema del senso e della riappropriazione soggettiva e collettiva delle condizioni materiali di vita è sempre presente e costituisce un criterio costante dell'analisi, un criterio che non è etico nel senso deontologico del termine, ma è collegato al problema della giustizia, tant'è che il passaggio di fase è proprio scandito da un cambiamento del criterio di redistribuzione (da ciascuno...a ciascuno...). Che poi dire che le condizioni materiali che rendono possibile tale trasformazione non si possono ottenere semplicemente agitando tale criterio come ideale è un altro discorso.
Che Marx neghi che la rivoluzione si possa fare con il fisco o con la magistratura è poi quantomeno discutibile visto che la presa del potere si concretizza (almeno nel Manifesto) proprio in misure di tipo giuridico e fiscale (imposta fortemente progressiva, confische, accentramento statale del credito). Il fatto che il padrone vada ai Caraibi non è la manifestazione di una legge neutralmente descritta, ma la conseguenza di scelte politiche che permettono la libera circolazione dei capitali. Ma Gnègnè, venendo dalla montagna del sapone e masticando pigramente il famoso fiore in bocca, queste cose sembra proprio averle dimenticate.



3 marzo 2009

Anti-Blanchard : un tentativo di approfondimento

La madre di Carrie, punta dal puntiglio di un povero insetto, sogna un bel lanciatore di coltelli. Le auguriamo maggior fortuna. Passiamo alle argomentazioni svolte dal suo alter-ego. 


Ci si crede api operose, ma ci si scopre vespe fastidiose


1) Laclaire può forse avere ragione nel dire che dal modello di Blanchard non si desume che la diminuzione dei prezzi faccia aumentare la produzione, ma può negare che dal modello di Blanchard si possa desumere che la diminuzione dei prezzi faccia aumentare la domanda?

Eppure sembra che Brancaccio neghi (o limiti) proprio la relazione tra diminuzione dei prezzi ed aumento della quantità domandata:

cioè nella relazione (dimP implica aumZ implica aumY), Laclaire si concentra sulla seconda relazione (aumZ implica aumY), mentre Brancaccio sulla prima relazione (dimP implica aumZ) e quindi non ha bisogno di introdurre la curva dell’offerta per argomentare che la diminuzione dei prezzi non provochi un aumento della domanda e quindi della produzione (il fatto che l’aumento della domanda non provoca necessariamente un aumento della produzione non implica che non ci sia un rapporto altrettanto incerto tra discesa dei prezzi ed aumento della domanda).

Ovviamente la presunta confusione (grave, assai grave!) tra spostamento lungo la curva e spostamento della curva si avrebbe solo se Brancaccio effettivamente dicesse quello che Laclaire gli fa dire, ma probabilmente Brancaccio (come ho tentato di spiegare) non intende approfondire questo punto.

 

2) Il “tutt’altro” a cui accenna Laclaire (la liquidity preference) in realtà è trattato da Brancaccio a pagina 45-46 delle sue dispense, proprio come uno dei problemi relativi al legame tra diminuzione dei prezzi, abbassamento dei tassi d’interesse ed aumento della domanda. Dunque non è vero che la spiegazione keynesiana venga buttata. Anzi, l’idea della AD verticale è proprio l’esemplificazione diagrammatica dell’effetto teorico che molteplici critiche alla concezione neoclassica hanno motivato.

 

3) Quando poi discute dell’accezione di “naturale” nel campo dell’economia, Laclaire cade  a mio parere in un atteggiamento superficiale, definendo il tasso di occupazione naturale come quello oltre il quale una ulteriore espansione produce inflazione. In tal modo l’ulteriore espansione produce inflazione così come una ghiandola secerne un ormone senza evidenziare gli step esistenti tra un fenomeno e l’altro e le scelte economiche consapevoli che determinano l’inflazione stessa.

Che Laclaire giochi a fare l’indiana e faccia retorica  si evidenzia anche dal fatto che, quando riporta un passo di Brancaccio a pagina 54 dell’AntiBlanchard sostituisce “segue mumbo jumbo del perché lo è” alla frase “ciò sta ad intendere, come sappiamo, che a causa della trappola della liquidità e della scarsa sensibilità degli investimenti al tasso d’interesse…”. Tale sostituzione evita a Laclaire di doversi ringoiare l’affermazione che Brancaccio abbia buttato la spiegazione keynesiana in nome di un errore tecnico e non interpretativo (in questo frangente la pretesa di distinguere le due cose è un altro segno della retorica saccente e formalista di Laclaire).

A proposito di tale posizione Laclaire dice che il fatto che l’aumento di P non ha effetto depressivo su domanda e produzione non ha niente a che vedere con la verticalità di AD, in quanto un aumento di P aumenta a sua volta la produzione e perché la domanda è stata aumentata d’imperio con una manovra espansiva. Laclaire dimentica di dire che non è l’aumento di P ad aumentare la produzione, ma lo stesso aumento della domanda causato dalla manovra espansiva, mentre l’aumento di P è successivo all’aumento di domanda e della produzione e sarebbe causato dalla spirale inflattiva. E qui viene verificata la tesi di Brancaccio che l’aumento di P non ha nessun effetto depressivo su domanda e produzione, e non al momento in cui inizia la manovra espansiva come capziosamente sembra far credere Laclaire. L’apparente legame immediato tra Y e P (esemplificato dal diagramma della curva di offerta aggregata AS) passa in realtà (come si desume dalla spiegazione data da Brancaccio a pagina 20)  per l’aumento dell’occupazione necessaria a realizzare la produzione in eccesso, per il rafforzamento dei lavoratori e per l’aumento del salario monetario richiesto. Laclaire invece, misticamente rapita dalla visione del modello, intende tale relazione (intuitiva, a guardare il diagramma) come immediata e questo a mio parere la porta fuori strada.

Laclaire mi pare si confonda anche quando dice che l’aumento di Y è permanente a condizione che l’offerta sia originariamente elastica e non verticale. Essa dimentica che l’AD verticale rappresenta la domanda aggregata e non l’offerta che per Brancaccio può benissimo essere elastica.

 

4) Laclaire poi analizza il caso dell’innalzamento della conflittualità esemplificato da pagina 55 a pagina 57 dell’AntiBlanchard. Qui la sua idolatria per i diagrammi raggiunge il parossismo: Brancaccio dice “di conseguenza la AS trasla in alto…” dove il “di conseguenza” è un modo colloquiale per introdurre la corrispondenza dello scaricamento degli aumenti salariali sui prezzi a livello di diagramma. La sacerdotessa dei modelli (che basta guardarli perché ti parlino, un po’ come la Signora di Lourdes a Bernadette Soubirous) invece prende alla lettera il “di conseguenza” e s’incarta su chi nasce prima, l’uovo o la gallina, dicendo che la traslazione della AS verso l’alto (che, precisa, in realtà è verso sinistra, si badi bene! Ma come fa a fare queste precisazioni? Io direi che si sposta in alto a sinistra, come il grande Partito Comunista…) avviene non quando gli aumenti di W sono scaricati su P, ma quando gli aumenti di W sono superiori a quelli di P. Laclaire illustra anche un ulteriore possibilità per le imprese, cioè quella di contrarre l’offerta ed identifica tale contrazione con lo spostamento di AS, dicendo che, nel caso della spirale inflazionistica, AS non si sposta da nessuna parte perché il caso in cui W aumenta come P è già contenuto nell’aumento di P dovuto all’espansione descritto in precedenza (qui Laclaire dimentica che nel diagramma a pagina 56 la politica espansiva non c’entra niente)

Qui ed in tutta l’argomentazione che segue a me sembra che Laclaire confonda il livello dei prezzi con l’inflazione: se aumentano i salari monetari aumenta anche il livello dei prezzi (sempre che, come argomenta Laclaire, P sia comprensivo di W) e se le imprese scaricano l’aumento di W sui prezzi dei beni prodotti, P (e cioè il livello dei prezzi) aumenta ancora e nessun fenomeno neutralizza tale aumento ( scaricare l’aumento di W sul prezzo dei beni prodotti può al massimo neutralizzare l’effetto dell’aumento di W, ma non scongiurare l’aumento complessivo di P).

Comunque da questa pippa se ne esce solo dicendo che, quale che sia l’aumento del salario monetario,c’è da parte delle imprese uno scarico sui prezzi dei beni prodotti e questo diventa, mantenendo AD verticale, ininfluente per domanda e produzione.

La verticalità di AD, lungi dall’essere una novità irrilevante nella discussione è la traduzione a livello di diagramma sia delle critiche di Keynes e degli economisti post-keynesiani al paradigma neoclassico (v. pag.) sia delle tesi sul carattere non assolutamente esogeno del markup.

Sulla questione del carattere esogeno o endogeno del markup o di altri parametri, Laclaire fa una grande confusione in quanto una volta dice che il parametro ‘z’ è esogeno per Brancaccio, poi una volta corretta, dice che è endogeno. La sua è una lettura superficiale in quanto Brancaccio dice che markup e parametro ‘z’ di conflittualità non debbono più essere considerati entrambi esogeni.

 

5) Alla fine Laclaire ci propina la sua verità: la conflittualità va posta a livello di produzione ed ogni volta che la produzione si contrae o è anelastica ne risentono contemporaneamente salari ed occupazioni. Naturalmente il fatto che AD essendo verticale permetta all’offerta di non contrarsi è per Laclaire del tutto indifferente. In realtà l’offerta aggregata AS è una variabile dipendente da P e da Y, (cioè dal livello dei prezzi e dalla produzione) almeno nel grafico considerato ed a meno che non si voglia accettare la tesi di Brancaccio che i rapporti di forza tra le classi determinino quali variabili siano esogene e quali endogene. Il fatto che le imprese possano contrarre la produzione è proprio in un certo senso la conferma del fatto che il conflitto condiziona le scelte : il sistema delle imprese potrebbe scegliere di diminuire il markup, ma non lo fa e per evitare un rafforzamento dei lavoratori diminuisce la produzione, oppure scatena la spirale inflattiva.

Dire però che il conflitto stia tutto nell’evitare che la produzione si contragga è un assoluta mistificazione e così pure tradurre Marx come uno che agisce a livello di organizzazione sociale della produzione, senza sottolineare che ciò vuol dire mutare i rapporti di proprietà e dare facoltà di decidere come, quando e quanto produrre.

 


2 febbraio 2009

Professori e dottori

La professoressa Laclaire (aka Lord Fener), come tutti i professori, tende a chiamare "professori" in senso spregiativo (come individui tesi a fare la ruota dicendo cazzate) molti di quelli con cui polemizza.
Ad es.
dopo averci intrattenuto  sul fatto che la teoria del manuale di Blanchard non era neoclassica, alle prime obiezioni (orecchiate a quanto pare da qualche uccellino o dal suo maggiordomo) ha subito rovesciato la frittata, dicendo che i nomi non sono importanti, ma è importante quello che l'autore fa tramite il modello usato, dimenticando che poi quello che fa lo devi comparare con quelli che altri hanno fatto e dunque il problema del nome esce dalla porta e rientra dalla finestra. Infatti Lord Fener attenta com'è a quello che il modello fa, dice "No, questa curiosità non viene MAI alla ziniztra, il che è precisamente uno dei tratti di cultura della ziniztra. Un "lifestyle". Se l'avesse, questa curiosità, si accorgerebbe che il modello 'di Blanchard' non è 'di Blanchard', ma semplicemente la descrizione, in un libro di testo di Blanchard per studenti del primo anno (freshmen), del modello di Keynes".
 


Cosa ha fatto Lord Fener con questa affermazione ? Vedendo (a suo dire) quel che fa il modello, ha abbracciato le tesi della sintesi neoclassica, per cui Keynes si traduce in un certo modo. Mo' io non dico che la sintesi neoclassica non abbia ragione, nè vedo cosa il modello fa (su questo Fener ha ragione), ma mi limito ad analizzare quello che Fener dice e a compararlo con quelli che altri dicono, e sottolineo che forse quand'anche vedessi il modello, non necessariamente dovrò affermare, folgorato sulla via di Damasco, "Mamma guarda ! Quello è Keynes !" ma potrei dire "Ah, mamma..la solita porcheria neoclassica...".
Non la pensa come me un buon uomo (che a volte ricorda Bouvard e Pecuchet soprattutto nel "boh" finale...sarà il maggiordomo?), il quale, scendendo dalla montagna del sapone dice (a proposito di altre implicazioni della teoria) : " Ed io veramente non capisco (nel senso che veramente non lo capisco, e non so se la spiegazione di K. è convincente) come sia possibile che premi Nobel e professori in università prestigiose come i Cochrane e i Fama ecc. (non un Brancaccio qualsiasi, insomma) non capiscano cose che anche un profano come me riesce a capire senza difficoltà. Boh? "
Caro amico, la vita è proprio un bel mistero e il cervello altrui è una sfoglia di cipolla e, se non fosse per il fatto che Karl Kraus (quello vero) detestasse la psicoanalisi, sarebbe il caso che tutti questi signori andassero un po' sul divano. 
Chissà, forse contrapponendo, alla deztra americana e alla ziniztra italiana, un grande zentro le cose miglioreranno d'incanto...
Nel frattempo io prego : "Signore, fa' che io veda...(il modello).."


28 gennaio 2009

Perchè una sintesi è neoclassica ?

Sul blog di Gnègnè c'è un' interessante recensione da parte del Dark Lord del blog e cioè la studiosa di economia e urbanistica Francesca Laclaire. Tale recensione si occupa della dispensa universitaria di cui è autore Emiliano Brancaccio e cioè l'Anti-Blanchard. Proverò a fare delle osservazioni sulla prima parte della recensione, che tratta in particolare delle categorie usate da Brancaccio per classificare il pensiero di Blanchard . Laclaire dice :
1) Qui conviene fare un po' d'ordine, più che altro mentale (cioè al solo scopo di capire meglio il modello conflittualistico di Brancaccio e quel che dirò fra un momento). Per prima cosa per 'neoclassica' si dovrebbe intendere la
sintesi neoclassica dell'economia Keynesiana e dei modelli di equilibrio (in particolare micro-economici) che è in opposizione all'economia classica. Perché mai si 'dovrebbe' intendere la sintesi neoclassica? Perchè la 'teoria neoclassica' punto e basta NON contiene e neanche sospetta l'idea di macro-economia o di curve AD-AS, di cui parleremo fra un attimo. Una interpretazione 'neoclassica'-punto-e-basta del modello AD-AS, e non si sa perché il 'modello dominante' sarebbe questa interpretazione, è un po' come l'interpretazione classica della meccanica quantistica, che non verrebbe mai in mente alla fisica 'dominante'.
2) 
Inoltre se si critica il 'modello dominante', allora questo è proprio la sintesi neoclassica. Propongo dunque che nel seguito, laddove si dice 'neoclassico' nel saggio di Brancaccio (e non mi spiego perché non dica semplicemente 'dominante', tranne che nel subtitolo) e in questo post, si intenda 'sintesi neoclassica'. Se questo è accettato, allora nella crisi degli anni Trenta gli economisti neoclassici non esistevano neanche, l'idea che bastasse ridurre i salari per ricondurre alla piena occupazione era l'ipotesi classica, smontata da Keynes nel primo capitolo della General Theory, e non è affatto nella sintesi neoclassica, la quale sintesi neoclassica, in accordo con Keynes,  afferma al contrario che il sistema macroeconomico può benissimo essere in un equilibrio stabile corrispondente alla sottoutilizzazione di risorse e soprattutto di occupazione.
3) Le prime due affermazioni, dunque “una riduzione dei salari riconduce alla piena occupazione” e “non occorre una politica espansiva per uscire da quel tipo di crisi” NON appartengono alla sintesi neoclassica. Questo pasticcio di nomi ed etichette, completamente inutile perché bastava come ho detto parlare di 'modello dominante', è un grave problema perché, forse per criticare nel modello dominante una affermazione che questo modello dominante NON fa, cioè forse nel preoccuparsi troppo di dare un nome 'inviso' al modello dominante chiamandolo neoclassico e finendo per attribuirgli le affermazioni associate a quel nome, invece di quelle associate a quel che FA, il critico commette quello che a me pare un grave errore di base (e non credo che sia casuale perché si ripete più avanti, come vedremo).



Le mie osservazioni sono le seguenti :
1) Cos'è la teoria classica a cui sarebbe in contrapposizione la sintesi neoclassica ? Laclaire non lo precisa. Io seguo questa distinzione: chiameremo classici gli economisti come Smith e Ricardo, mentre sono neoclassici economisti come Jevons, Walras e Marshall. La sintesi neoclassica ha come bersaglio polemico Smith e Ricardo? Sembrerebbe di no. Ha come bersaglio polemico Marshall ? Questo è forse oggetto di discussione.
Esiste una teoria neoclassica e basta ? Sarebbe forse meglio chiamarla marginalista, dal momento che da quello che posso desumere dalla scarno materiale a mia disposizione, quello neoclassico non è più una teoria, ma un vero e proprio paradigma. Del resto lo stesso link usato da Laclaire recita : " Today it is usually used to refer to
mainstream economics, although it has also been used as an umbrella term encompassing a number of mainly defunct schools of thought,[6] notably excluding institutional economics, various historical schools of economics, and Marxian economics, in addition to various other heterodox approaches to economics." Dunque sembra essere lecito usare il termine "paradigma neoclassico" come un termine con un contenuto semantico piuttosto ampio (ed è quello che fa Brancaccio). Dunque il fatto che la teoria marginalista non c'entri molto con la macroeconomia non implica che il paradigma neoclassico non sia collegato con quest'ultima, nè che non esistessero economisti neoclassici negli anni Trenta etc etc.
2) Vedere la sintesi neoclassica come una critica del modello dominante (si intende in questo caso la teoria marginalista ?) è, non un'opera di ordine mentale, ma un tentativo di interpretazione molto orientato. A quello che mi risulta, la sintesi neoclassica è stata considerata dai cosiddetti post-keynesiani come un travisamento delle idee di Keynes e del resto gli autori di quella sintesi  non ritenevano necessario l'abbandono delle ipotesi e della visione neoclassica per accogliere il pensiero di Keynes e negavano che il keynesismo fosse fondato su di un paradigma alternativo a quello marshalliano. Dunque la sintesi neoclassica se si accettasse ciò che è stato ora detto sarebbe una critica parziale e del tutto interna al paradigma neoclassico stesso.
3) Dire che l'idea che bastasse ridurre i salari per ottenere la piena occupazione non appartiene alla sintesi neoclassica è anch'esso un tentativo orientato di interpretazione, dal momento che se è vero che Blanchard ad es. ammette che sia opportuna una politica monetaria espansiva, tuttavia, dice Brancaccio : "Il modello AS-AD di Blanchard consente in primo luogo di dimostrare la tipica tesi liberista secondo cui il sistema capitalistico, fondato sul libero operare delle sole forze del mercato, è nella sostanza autosufficiente. Il modello mostra cioè che se anche dovesse verificarsi una crisi economica, l’economia di mercato potrebbe uscirne in modo spontaneo, senza cioè ricorrere necessariamente a una politica di espansione della moneta o della spesa pubblica. Il sistema è in grado infatti di tornare autonomamente al suo equilibrio “naturale”, dal quale la crisi lo aveva temporaneamente allontanato." anche se comunque "E’ bene tuttavia chiarire che Blanchard non condivide una interpretazione così estrema del modello AS-AD. Egli infatti non si spinge al punto di dichiarare che in caso di crisi le autorità politica dovrebbero restare a guardare. Il meccanismo spontaneo insito nel suo modello si basa infatti comunque sulla disponibilità dei lavoratori a ridurre i salari monetari, un fenomeno che dipende da vari fattori di ordine sindacale e politico e che non può certo darsi per scontato. Inoltre, Blanchard ha ben presente che il percorso di rientro verso l’equilibrio naturale tramite i soli meccanismi spontanei della riduzione dei salari e dei prezzi potrebbe rivelarsi molto lungo e tortuoso (magari a causa del fatto che i sindacati potrebbero fare resistenza contro la riduzione dei salari monetari). Egli non ha dimenticato la lezione della grande crisi del 1929, durante la quale proprio la tardiva risposta delle autorità e la pretesa di affidarsi ai soli meccanismi del mercato diedero luogo a una gravissima e prolungata depressione economica.  Ecco perché Blanchard considera l’aggiustamento spontaneo un mero caso di scuola. Nella pratica, se ci si trova in una situazione di crisi descritta dal punto A, egli invita comunque le autorità ad intervenire, in modo da accelerare la convergenza all’equilibrio naturale. In particolare, la sua proposta è che la banca centrale effettui una politica monetaria espansiva". Brancaccio dunque non è affatto inconsapevole della peculiarità della sintesi neoclassica, solo che questa peculiarità non è sufficiente per dire che essa non rientri nel paradigma neoclassico. Il fatto che sia possibile esemplificare un caso di scuola puramente liberista la dice lunga, a mio parere, sulla reale appartenenza degli esponenti della sintesi neoclassica. E del resto qui a pag. 345 viene detto "La disoccupazione tornò così ad essere, nel modello della sintesi neoclassica, un evento eccezionale causato dalla rigidità dei salari o dalla scarsa sensibilità degli investimenti al saggio di interesse... La tesi neoclassica sulla tendenza spontanea dell'equilibrio dei mercati concorrenziali finì con l'essere confermata anche adottando il metodo macroeconomico di Keynes" e qui a pag. 353, parlando di Leijohnfvud si dice : "Nell'approccio della sintesi neoclassica egli ritenne che non si era giunti ad una sintesi come mediazione di due teorie che avevano origini comuni, ma ad un utilizzo arbitrario del linguaggio keynesiano adattato ad una struttura teorica che rimaneva, fin dalle radici, neoclassica". 
Concludendo si potrebbe dire che le teorie del paradigma neoclassico precedenti alla sintesi neoclassica ritenevano necessario e sufficiente abbassare i salari per ottenere la piena occupazione, mentre secondo la sintesi neoclassica per l'equilibrio di piena occupazione è necessario in molti casi abbassare i salari, ma potrebbe essere non sufficiente. Proprio del paradigma neoclassico è dunque la necessità di abbassare i salari per ottenere la piena occupazione, anche se nel caso della sintesi neoclassica c'è obtorto collo una maggiore tolleranza delle lotte dei lavoratori che intendano mantenere una certa rigidità salariale ed un maggiore uso della leva monetaria e/o fiscale : probabilmente pannicelli caldi per la crisi in atto.


3 dicembre 2008

Le molte cazzate del Nobel Cazzaro

 

Il solito GnèGnè mi criticò dal momento che avevo dato del cazzaro a Gary Becker perché non aveva previsto la crisi attuale. Secondo GnèGnè gli economisti non sono tenuti a fare previsioni : la scienza è triste ma non Cassandra e forse nemmeno scienza, ma forse garbato strumento di censura sui blog (“ma tu sai cos’è l’inflazione ? Ma hai letto l’articolo del Prof Mankiw ? Ma se siamo tutte e due italiani, perché parliamo increse ?”) A me questa pare tesi assai strana. Ma non approfondiremo l’argomento.
Piuttosto voglio esaminare altre affermazioni e generose interviste del Becker che più che un economista sembra aver acquisito meriti come filosofo delle scienze sociali, elaborando un’ipotesi di riduzionismo linguistico.


Dietro questa maschera di cera c'è un intelletto da vero trickster...


Ma cosa ha detto ai giornali italiani Gary Becker in questi anni ?
Limitiamoci al momento alle dichiarazioni rilasciate nel biennio 1998-1999

1) Becker predicava ad esempio al Giappone qui di lasciar fallire le banche e le imprese non più in grado di reggere altrimenti la disoccupazione giapponese dal 4% sarebbe salita ed ancora salita. Ora il Giappone ha salvato le banche, ma la disoccupazione giapponese (dopo un picco del 5,5%) ora è a meno del 4% (anche se può di nuovo aumentare con la recessione causata dalla crisi americana) ed è inferiore a quella degli Usa dove si licenzia tranquillamente e dove il libero mercato più verrebbe assecondato o lo era stato nel caso delle Casse di Risparmio. Qui Becker si corregge (ma sarebbe importante riconoscere gli errori fatti) dicendo non che bisogna lasciar fallire le banche in crisi, ma bisogna ristrutturarle.

2) Nella stessa intervista il Becker comincia la sua pippa della necessità per l’Europa di rendere il lavoro più flessibile. Egli ripeterà questo mantra qui, poi qui, qui qui qui . Naturalmente accompagnerà questa raccomandazione con i luoghi comuni sullo Stato sociale troppo generoso (meglio il braccino corto di McCain ?), di sussidi di disoccupazione e sistemi pensionistici troppo generosi, etc etc (per lui sarebbe forse meglio il sistema sanitario Usa…)

3) Becker critica qui anche l’introduzione per legge delle 35 ore in Francia, dicendo che sarebbe stata un disastro (e attribuendo anche a coloro che erano favorevoli l’idea che l’ammontare del lavoro fosse fisso), mentre dal 1997 al 2001 la disoccupazione si ridusse dal 12,6 all’ 8,7, mentre un successivo rialzo (al 9,9%) si potrebbe attribuire anche alla politica deflazionistica di rientro nei parametri di Maastricht del governo Chirac

4) Becker qui poi fa affermazioni generiche e dunque superficiali sulla politica dicendo che fa male quando si mette in mezzo perché è inefficiente e si basa sulla popolarità (insomma dice cose che può affermare senza analisi approfondita qualunque passante ), mentre il mercato si basa sul rispetto delle leggi (e qui l’edulcorazione raggiunge livelli esagerati), sull’onestà e sul diritto (praticamente sembra che declami un Salmo o una serie di precetti sapienziali)

5) Qui Becker critica il fatto che la Malesia abbia posto vincoli alla libera circolazione dei capitali (già la valutazione di Krugman qui, seppur negativa, è più articolata), ma la Malesia da allora ha meglio gestito la crisi finanziaria del 1998 e gli eventi successivi di altri paesi coinvolti

6) Qui poi Becker supera se stesso nel mostrare un modo di pensare rozzo e becero dicendo che a migliorare le condizioni di vita in Usa è stata il drastico calo di criminalità dovuto principalmente all’aumento degli arresti e delle pene, senza sociologismi per cui sia necessario combattere la disoccupazione per combattere il crimine. Becker ipocritamente aggiunge con un certo cordoglio che per fare questo è stato necessario tenere nelle carceri 1,7 milioni di persone (nel 2004 è salita a 2,2) ossia l’1% della popolazione adulta. Inoltre ovviamente Becker prende come dato non tanto i crimini contro la persona, ma quelli contro la proprietà, giusto per farci capire cosa sia prioritario nella sua visione del mondo. Inutile dire che oggi invece i crimini violenti sono in aumento (nel 2006 dell’1,8 e nel 2007 dell’1,9 %). E forse la faciloneria nel Nobel cazzaro andrebbe un attimo messa in salamoia.

7) Qui Becker elogia le bellezze di un sistema pensionistico privato quando invece le crisi dei sistemi finanziari dimostrano che il modello privatistico in auge negli Usa rischia di avere conseguenze catastrofiche, come argomentato qui

8) Qui Becker sostiene la necessità di legare real brasiliano e dollaro, facendo anche l’esempio dell’Argentina : qualche anno dopo l’Argentina ha dovuto attraversare una crisi terribile proprio per la sopravvalutazione del peso legata all’ancoraggio con il dollaro Qui Becker era stato scettico circa l’ipotesi di una crisi catastrofica in arrivo ed anche qui il suo ideologico ottimismo aveva fatto clamorosamente cilecca

9) Qui Becker nega che il rapporto tra dollaro ed euro possa causare un conflitto politico tra Usa ed Europa. Alcuni economisti non condividono tale ottimismo. Intanto la guerra con l’Iraq è stata osteggiata da molti governi europei e per alcuni analisti il rapporto tra dollaro ed euro è all’origine della seconda guerra americana con l’Iraq


28 novembre 2008

Gnè Gnè cade per la prima volta

Avevo preannunciato che sarei tornato su di un post in cui GnèGnè vorrebbe prendersi gioco di Emiliano Brancaccio. La verità che l'articolo (da me attinto con tutta probabilità) è un'intervista a Riccardo Realfonzo, ma c'è da dire che Brancaccio e Realfonzo di frequente lavorano e scrivono insieme e dunque condividono spesso molte opinioni.
Ma che dice GnèGnè nella sua lagna pignola (chiedo venia per le frequenti -gn-, ma è il rumore di fondo del pensiero di GnèGnè) ?

Un assaggino:
Lasciamo perdere che, secondo il genio incompreso, tra la crisi del '29 e l'attuale depressione ci sarebbe "un grande elemento comune ... ed attiene alla vera causa di fondo, di cui ancora non abbiamo parlato. La depressione di quegli anni e quella che ora si sta aprendo sono accomunate dal ristagno della domanda. Soprattutto sono bassi i consumi.": udite udite, una depressione (=caduta della domanda e dei consumi) è, per l'appunto, una depressione. Chi mai ci sarebbe arrivato senza l'ec. gen. incomp.? Tra l'altro, dicendo una simile ovvietà, non stiamo ancora dicendo nulla sulle cause

Ma ohibò ohibò, la depressione non è un periodo più o meno lungo in cui la variazione annuale del Pil è negativa ? Perchè identificarlo con la caduta della domanda e dei consumi ? Questi non sono più uno dei fattori che lo costituiscono e che al tempo stesso ne possono accentuare i caratteri ? Una prima riduzione dei consumi non può causare (in maniera dominante, ma assieme ad altri fattori) una ulteriore riduzione dei consumi ? Questa rigidità terminologica di Gnè Gnè (che secondo me è il motivo delle sue non sempre riuscite sortite) è anche alla radice della critica a mio parere immotivata a Scalfari (che, premetto, mi sta sul cazzo come quant'altri mai...).

GnèGnè in quest'ultimo caso gniaula :
"le cause della crisi sono la caduta della domanda e per conseguenza il crollo degli investimenti", cioè:
caduta della domanda===>crollo degli investimenti===>crisi fin.,
(visto che recessione=caduta della domanda aggregata)????????
Come è possibile che la recessione sia allo stesso tempo causa e conseguenza della crisi fin.? E se gli investimenti sono parte della domanda aggregata, come fa il crollo degli inv. ad essere conseguenza della caduta della domanda, anziché causa della caduta della dom.????????

Ma una caduta della domanda (per consumi) può provocare un crollo degli investimenti ? E questo può causare ulteriori fenomeni (disoccupazione, ulteriore caduta della domanda etc etc) che costituiscono tutti insieme una recessione e perdurando una depressione ? Perchè inoltre GnèGnè finge di non considerare la natura autoalimentantesi di alcuni processi economici, tali da far parlare Gunnar Myrdal di causalità circolare ? Perchè non riesumare la categoria kantiana dell'interazione invece di chiedersi come mai la gallina è causa dell'uovo e l'uovo causa della gallina ? Perchè elevare uno dei fattori costituenti un processo (la domanda o i consumi) al tutto di quel processo ?



Mi immagino GnèGnè Doctor House che sente un suo assistente in corsia dire ad una donna "Suo marito è morto per un arresto cardiaco" ed un altra ad un ragazzo "Suo padre sta male perchè gli è collassato un polmone". GnèGnè imbestialito dirà allora : "Ma chi ti ha fatto laureare (GnèGnè è molto selettivo, ti boccia a libretto in men che non si dica) ? L'arresto cardiaco è la morte, che credi ? E' come se avessi detto che è morto perchè è morto..." e ancora "Ma chi ti ha messo lo stetoscopio in mano, Carlin Petrini ? Ma lo sai che il collasso del polmone è già stare male, anzi malissimo...Sarebbe come dire che il padre sta male perchè sta male..."
E al povero malcapitato che risponda " Dottore, ma se l'arresto cardiaco è la morte, se lo riprendiamo con il defibrillatore lo facciamo risorgere ?", GnèGnè Dottor House ruggirà con la sua pedagogica arroganza " Sai che ti dico ? Ti tolgo il saluto, ti cancello il commento e dulcis in fundo, tolgo il tuo link dai miei preferiti, come a quello stronzo di Pensatoio..."
 


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