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27 febbraio 2010

Guglielmo Forges Davanzati : la crisi del Mezzogiorno e gli errori del governo

 Allo scoppio della crisi economica, erano in molti a ritenere che i suoi effetti si sarebbero fatti sentire con maggiore intensità nelle aree più ricche del Paese, e che avrebbe colpito in misura modesta il Mezzogiorno. Si badi che questa convinzione non è del tutto scomparsa e che essa continua a sostenere la politica anti-meridionalista di questo Governo. E tuttavia, mentre ancora un anno fa vi era motivo di credere che – essendo meno esposte alla concorrenza internazionale – le imprese meridionali avrebbero sopportato meglio la caduta della domanda mondiale, oggi i dati disponibili segnalano un allarme che sarebbe opportuno non far passare in secondo piano. Secondo le ultime rilevazioni di Confcommercio, soltanto il 23,1% delle piccole e medie imprese del Mezzogiorno ha investito nel periodo 2008-2009. Il 54,9% delle imprese dichiara che non effettuerà investimenti nel periodo 2009-2010. Solo l’8,5% investirà “certamente”, mentre il 18,2% dichiara che è “probabile” che verranno effettuati nuovi investimenti.

E’ interessante rilevare che la tendenza ad effettuare investimenti nel periodo 2009-2010 prevale nelle imprese di piccole e medie dimensioni, mentre è meno accentuata nelle microimprese. Il fenomeno può essere spiegato con almeno due considerazioni:
1) per quanto attiene ai mercati di sbocco, va innanzitutto rilevato che le piccole imprese meridionali vendono prevalentemente nelle aree nelle quali sono localizzate, e che la domanda che fronteggiano è bassa e in calo[1]. Ciò dipende fondamentalmente da due fattori. In primo luogo, i consumi complessivi dei cittadini meridionali tendono a ridursi soprattutto a ragione del fatto che i flussi migratori riducono la popolazione residente e, di conseguenza, riducono le spese delle famiglie meridionali rivolte alle produzioni locali. Il rapporto SVIMEZ 2009 segnala, a riguardo, che tra il 1997 e il 2008 sono emigrati dal Mezzogiorno circa 700 mila individui, prevalentemente giovani e con alta scolarizzazione, prefigurando la tendenza allo spopolamento negli anni 2030. In secondo luogo, i consumi tendono a essere sempre meno alimentati dalla spesa pubblica, dal momento che, come rilevato dalla SVIMEZ, la spesa pubblica pro-capite è decrescente nel Mezzogiorno ed è maggiormente rivolta al Nord (10.400 euro circa al Sud contro i 12.300 euro al Nord)[2]. A ciò si possono aggiungere due ulteriori considerazioni. Innanzitutto, appare rilevante la composizione merceologica della produzione nel Mezzogiorno, concentrata in settori maggiormente esposti alla crisi. In più, vi è ampia evidenza teorica ed empirica in merito al fatto che la produttività del lavoro cresce al crescere delle dimensioni aziendali. Ciò accade soprattutto a ragione del fatto che le imprese di più grandi dimensioni riescono più facilmente ad accrescere la divisione del lavoro al loro interno, generando maggiore specializzazione dei propri dipendenti. Non a caso, come registrato nell’ultimo rapporto SVIMEZ, il divario di produttività fra le imprese meridionali e quelle settentrionali supera i 22 punti percentuali. In tali condizioni, risulta pressoché impossibile reagire al calo della domanda mediante strategie finalizzate a riconversioni produttive che agevolino le innovazioni di processo e di prodotto. Da ciò segue che, riducendosi la domanda interna, le imprese – soprattutto quelle che vendono in loco - sono indotte a posticipare gli investimenti;
2) sul versante dei costi, le imprese meridionali scontano più alte passività finanziarie e/o minore accesso al credito bancario, a ragione del razionamento del credito a sua volta imputabile alle piccole dimensioni aziendali. Minori disponibilità finanziarie, oppure più alti tassi di interesse passivi, comportano un più bassa produzione (e una minore occupazione) e più bassi margini di profitto. In tali condizioni, non è sorprendente rilevare l’elevatissimo numero di fallimenti e di crisi aziendali nel Sud, con conseguente spirale viziosa che fa riferimento all’incremento della disoccupazione alla conseguente riduzione dei salari e della domanda.

A fronte di queste evidenze, il Governo sta agendo nella direzione esattamente opposta a ciò che occorrerebbe fare, varando – anche con la Legge Finanziaria 2010 – provvedimenti di contenimento della spesa pubblica che, alla luce di quanto precedentemente rilevato, molto verosimilmente  penalizzeranno ulteriormente le regioni meridionali, e le fasce più povere dei lavoratori di quelle aree[3]. E’ opportuno chiedersi quali sono le motivazioni che sorreggono questa impostazione. In linea generale, vale quanto rilevato da Graziani[4]: “E’ una regola storica che la politica meridionalistica attraversi fasi alterne a seconda della situazione che domina nel resto del Paese. Quando l’industria del Nord attraversa fasi di espansione, si fanno piani di sviluppo produttivo anche al Sud; quando il Centro-Nord vive le sue fasi di ristrutturazione e di assestamento, per il Mezzogiorno non rimane che una politica di sostegno assistenziale”. E la storia dei rapporti Nord-Sud è stata in larga misura una storia di dipendenze. Con alterne vicende, il Mezzogiorno è stato concepito come mercato di sbocco, come serbatoio di consensi, come fonte di approvvigionamento di prodotti intermedi e di fattori produttivi. Nella fase attuale, sembra che le imprese settentrionali siano soprattutto interessate ad accrescere l’offerta di lavoro in loco, attingendo alle emigrazioni dal resto d’Italia. Dovrebbe risultare chiaro che le emigrazioni impoveriscono il Mezzogiorno, sia a ragione del fatto che lo privano di potenzialità produttive, sia perché riducono la domanda interna, sia perché – nella gran parte dei casi – gli emigrati (per lo più giovani e altamente istruiti) non sono in grado, come accadeva in passato, di ottenere redditi tali da generare rimesse di segno positivo per le famiglie di origine. Accade semmai il contrario, sia per effetto dei bassi redditi reali (e della precarietà dell’impiego), sia per effetto dell’alta propensione al consumo dei giovani meridionali emigrati[5]. Ed è altrettanto ovvio che le emigrazioni, accrescendo l’offerta di lavoro al Nord, contribuiscono alla riduzione dei salari in quelle aree, in un contesto nel quale – anche grazie alle politiche fiscali restrittive del Governo – il Sud non può costituire un mercato di sbocco significativo per le produzioni settentrionali. Né vale la tesi liberista secondo la quale una elevata mobilità del fattore lavoro, rendendolo relativamente scarso nelle regioni più povere, determinerebbe in queste aree un aumento dei salari. Questa tesi potrebbe valere solo a condizione di assumere che la forza-lavoro sia omogenea. Nei fatti, le nuove emigrazioni riguardano individui scolarizzati che competono con lavoratori meno istruiti solo se non emigrano e si collocano, nel Mezzogiorno, in condizioni di sottoccupazione intellettuale[6].

La spirale perversa impoverimento-emigrazioni-impoverimento dovrebbe essere contrastata con ben altri indirizzi di politica economica rispetto a quelli in atto. In primo luogo, se uno (se non il) problema del Mezzogiorno è il ‘nanismo’ imprenditoriale, e la conseguente incapacità delle nostre imprese di attuare innovazioni, occorrerebbe promuoverne il ‘salto tecnologico’, mediante dispositivi normativi che incentivino le aggregazioni fra imprese. In secondo luogo, e con effetti di breve periodo, sarebbe auspicabile una politica di fiscalità di vantaggio, non a favore delle imprese ma delle famiglie meridionali. La ratio di questa proposta risiede in una duplice constatazione. In primo luogo, le politiche di detassazione delle imprese che investono nel Mezzogiorno – attuate negli ultimi anni – non hanno prodotto risultati significativi per quanto attiene all’attrazione di investimenti. Sia sufficiente richiamare il fatto che, stando all’ultimo rapporto SVIMEZ, il tasso di crescita degli investimenti ‘esterni’ all’area si è ridotto, rispetto al precedente biennio, e comunque prima del propagarsi della crisi, dal 2.4% allo 0.5%. In secondo luogo, occorrerebbe prendere atto del fatto che la propensione al consumo cresce al ridursi del reddito disponibile, ovvero che le famiglie con più basso reddito sono quelle che, in termini percentuali, destinano una quota più alta a consumi. Una politica di ridistribuzione del reddito a vantaggio del Mezzogiorno, e delle famiglie più povere lì residenti, garantirebbe una aumento dei salari nell’area, con il conseguente aumento dei consumi, del livello di produzione e  di occupazione[7]. Se la domanda aumenta, e la domanda di lavoro viene rivolta a lavoratori altamente qualificati, vi è ragionevolmente da attendersi un ribaltamento del meccanismo perverso che, mediante le emigrazioni, rende il tasso di crescita dell’economia meridionale minore di quello del Nord da circa sette anni, e con ulteriore accelerazione in regime di crisi.


 

[1] Ciò accade anche per le imprese meridionali che lavorano su subfornitura delle imprese settentrionali, dal momento che – riducendosi gli investimenti in quell’area – si riducono gli ordinativi e, dunque, i profitti al Sud.
[2] Si osservi che la minore spesa pubblica nel Mezzogiorno non può essere neppure motivata con un minor gettito tributario in quelle aree, dal momento il rapporto fra gettito e PIL è significativamente più elevato per le grandi Regioni del Sud (Campania, Puglia, Sicilia) rispetto a grandi Regioni del Centro-Nord (Veneto e Toscana). A ciò va aggiunta la peggiore qualità dei servizi pubblici nel Sud. Sul tema si rinvia a G. Mazzola, Il federalismo fiscale e lo squilibrio Nord-Sud, in “StrumentiRes”, I, n.4, novembre 2009.
[3] Sebbene non esistano o non siano stati divulgati dati ufficiali e attendibili sull’argomento, vi è motivo di credere che la linea prudenziale scelta dal Governo sia (anche) finalizzata ad accumulare risparmi per finanziare il federalismo fiscale. Per una spiegazione della linea restrittiva in regime di crisi, si rinvia al mio Il Governo, la crisi e i costi sociali del rigore finanziario su questa rivista, e alla bibliografia lì citata.
[4] A. Graziani, I conti senza l’oste, Boringhieri, Torino 1997, pp.155 ss..
[5] A riguardo occorre osservare che la visione mainstream fa ancora propria, in larga misura, l’ipotesi del ciclo vitale, stando alla quale gli individui massimizzano la somma delle utilità derivanti dal consumo nel corso della loro vita, dato il vincolo delle risorse disponibili durante la vita. Da ciò discende che il consumatore tenderà a risparmiare da giovane per poter poi aumentare i propri consumi da anziano. E tuttavia, da diversi anni – e soprattutto in ambito sociologico e nel campo dell’economia cognitiva – è stato messo in evidenza che la propensione al consumo è largamente influenzata da ulteriori e molteplici fattori, fra i quali i dispositivi di autocontrollo, generalmente meno rilevanti per le fasce di età più giovani, giungendo alla conclusione opposta (è verosimile che i giovani abbiano una propensione al consumo maggiore degli anziani). Sul tema, si rinvia, fra gli altri, a D.Kanheman and R.Thaler, Economic analysis and the pshyicology of utility: Applications to compensation polic, “American Economic Review”, May, 1991, pp.341-346.. ?
[6] Per sottoccupazione intellettuale si intende una condizione stando alla quale lavoratori altamente istruiti svolgono mansioni per le quali non è richiesto il titolo di studio in loro possesso. Sul tema, sia consentito rinviare a G.Forges Davanzati, Moneta, istituzioni, distribuzione del reddito, Pensa, Lecce 2005, cap.II e alla bibliografia lì citata.
[7] Un’azione di questo genere andrebbe accompagnata – ed è questo un punto ormai ineludibile – a una maggiore e migliore fornitura di beni e servizi pubblici da parte dello Stato. Non si tratta di una questione di sola giustizia distributiva (argomento pure rilevantissimo, dal momento che anche su questo fronte l’Italia è già divisa in due), ma soprattutto di una questione di efficienza del sistema. Una maggiore e migliore fornitura di beni e servizi pubblici, accrescendo i salari indiretti delle famiglie meridionali, consentirebbe loro di disporre di maggior potere d’acquisto, con conseguenti effetti moltiplicativi sulla domanda interna e, dunque, sull’occupazione. Sul tema si rinvia al contributo di R.Patalano e R.Realfonzo, Salari meridionali in gabbia, su questa rivista.

 


23 marzo 2009

Presi i 2+2 rumeni : così è se ai media pare...

Finalmente presi i due rumeni che hanno violentato la ragazza della Caffarella. Uno dei due confessa. Riconosciuto nettamente dalla ragazza.



Finalmente presi i due rumeni che hanno violentato la ragazza della Caffarella,
I due confessano e sono riconosciuti dalle vittime.

Inquirente : " Ma lei è Alexandru Loyos o Ionut Alexandru ?"
Violentatore: "Che importa ? Tanto i romeni sono come i cinesi...sono tutti uguali. Io sono colui che il poliziotto, il giornalista, la ggente,  Maroni e Gasparri credono"


5 luglio 2008

La scuola disastrata da Tremonti

 

Saranno gli insegnanti le principali vittime del decreto fiscale proposto dal governo Berlusconi, oggi al voto di fiducia alla Camera. Una vera gogna per la scuola e per tutti i settori della conoscenza. L'esecutivo vuole recuperare ben 8 miliardi di euro in tre anni - dicono i sindacati che hanno ottenuto in anteprima una bozza della manovra finanziaria - salteranno quasi 150 mila posti di lavoro: 100 mila cattedre e 43 mila posti di personale Ata (amministrativo, tecnico e ausiliario).
Sotto la fantomatica dichiarazione di guerra ai «fannulloni» si giustificano tagli indiscriminati, con conseguenze pesantissime sull'intero sistema scolastico. Per la Flc-Cgil, «la scuola è diventata la principale fonte di risparmio della spesa pubblica». Obiettivo: debilitarel'istruzione pubblica, accantonare il tempo pieno e addirittura tornare al vecchio maestro unico, per il quale non provavamo certo nostalgia. Queste sono alcune delle ipotesi, inserite nel decreto, che farebbero balzare l'Italia indietro di quasi quarant'anni. Era, infatti, il 24 settembre del 1971, il giorno in cui il tempo pieno diventava legge, prevedendo la presenza di due docenti per classe. Ma gli attacchi non finiscono: caleranno i fondi alla ricerca ed è in cantiere una proposta di privatizzazione delle università, sotto forma di fondazioni.
Il decreto fiscale presenta 174 articoli, attraverso i quali il mondo della conoscenza subirà ampie sforbiciate, tanto da far pronunciare a Enrico Panini un duro atto d'accusa: «Il governo - afferma il segretario generale della Flc-Cgil - scommette sull'ignoranza». In Italia si spende il 2% in meno del Pil rispetto agli altri Paesi europei e, negli ultimi dieci anni, la spesa per ricerca, scuola e università si è ridotta costantemente in rapporto al totale della spesa pubblica: «È evidente - aggiunge Panini - che i risultati di queste decisioni disastrose saranno pagati dal Paese, dai lavoratori e dagli strati meno ricchi».
Vediamo nel dettaglio i punti caldi della bozza, partendo dal settore più a rischio. La scuola sarà sottoposta a un risparmio record di 7,832 miliardi di euro, il 30% dei quali saranno successivamente reinvestiti in politiche contrattuali di incentivazione. Quali le conseguenze? Si parla di un taglio di 100 mila cattedre in tre anni che Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda, considera «uno smantellamento della scuola statale». Gli istituti si spopoleranno anche di bidelli, tecnici e segretari; il personale Ata verrà infatti ridotto del 17%. A tale disastro, si aggiunge una devastazione degli ordinamenti scolastici, che «per la prima volta - commenta Panini - saranno più poveri di quelli precedenti». Al vaglio ci sono il ritorno del maestro unico nelle elementari e una riduzione di ore e materie nella scuola secondaria. Critico anche Francesco Scrima della Cisl scuola: «È un'operazione che porta solo a un depotenziamento della rete territoriale delle scuole, che non potranno più assicurare quel fondamentale diritto costituzionale che è l'istruzione per tutti».
Per quanto riguarda l'università, agli atenei verrà fornita la possibilità di trasformarsi in fondazioni; una norma che - secondo la Cgil - alienerebbe il patrimonio pubblico a favore dei privati. Si rallentano poi gli scatti automatici ai docenti e si dà una stretta alle assunzioni: per il triennio che va dal 2009 al 2011 le università potranno, infatti, assumere nei limiti del 20% dei pensionamenti e del 50% dal 2012. Il fondo di finaziamento ordinario degli atenei subirà un taglio di 500 milioni di euro in due anni.
Infine, arriviamo alla ricerca. Anche qui, la scure di Tremonti non si concede nessuna pietas. Saranno soppressi tutti gli enti di ricerca con meno di 50 unità di personale e per tutti gli altri è previsto un riordino e una riconferma assolutamente non scontata. Gli enti di tutela ambientale vengono riuniti sotto l'Irpa e passano sotto il ministero dell'Ambiente. Per gli enti pubblici di ricerca sono confermate le procedure in vigore dal primo gennaio. Le assunzioni per il triennio 2010-2012 avverranno nei limiti del 80% della spesa complessiva e del 100% del turn over, con un peggioramento rispetto alle previsioni della finanziaria 2007. Ormai è chiaro, il nuovo corso Gelmini si apre con le peggiori prospettive per i lavoratori della conoscenza.

(Mauro Ravarino)


3 luglio 2008

La politica dei redditi a perdere

 

Sarà un caso se la caduta verticale dei salari italiani, e la contestuale divaricazione con i principali paesi dell'area euro, origina dall'inizio degli anni '90, dalla sperimentazione cioè di una politica che per definizione aveva l'obiettivo di governare la distribuzione del reddito? In tempi di «crisi» e di riforma del modello contrattuale, conviene porre la domanda. Scriveva già qualche tempo fa Pierre Carniti in un'analisi pubblicata dal sito di Eguaglianza&Libertà: «Proprio nel periodo in cui sono state sperimentate concertazione e politica dei redditi, la quota del reddito da lavoro è diminuita sensibilmente a vantaggio di quella attribuita a profitti e rendite».
Di questione salariale si parla ormai diffusamente e variamente. Non c'è studio o ricerca (nazionale e internazionale) che non certifichi la progressiva discesa dei salari italiani. Dice l'Ires Cgil: dal 1993 i salari sono rimasti sostanzialmente in linea con l'inflazione, senza una crescita reale. Ripete la Banca d'Italia: se negli ultimi dieci anni l'occupazione è aumentata considerevolmente nonostante lo sviluppo modesto del prodotto, ciò è il risultato della moderazione salariale, delle riforme e degli accordi contrattuali che hanno aumentato la flessibilità del lavoro. Certifica infine l'Ocse: su trenta paesi, i salari italiani sono al ventitreesimo posto, dietro a Francia, Germania e Gran Bretagna, e dietro anche a Grecia e Spagna (nello specifico, si veda il box sotto).
Colpa di una più elevata pressione fiscale italiana, e perciò di un più alto costo del lavoro, rispetto agli altri paesi europei? Non si direbbe. Nel 2005 il cuneo fiscale - la differenza tra il costo del lavoro sostenuto dall'impresa e la retribuzione netta che va al lavoratore - era pari al 52% in Germania, al 50% in Francia, al 45% in Italia, al 39% in Spagna, al 34% nel Regno Unito. La pressione media è in linea con quella degli altri paesi, con l'avvertenza però che i dati non tengono conto del peso che da noi ha l'economia sommersa, e l'evasione fiscale, e la pressione al ribasso che questi fattori esercitano sui salari regolari.
Colpa dell'inflazione? Secondo l'Ires Cgil, il legame all'inflazione programmata ha avuto un peso determinante nel ristagno dei salari italiani, insieme ai ritardi nei rinnovi contrattuali, alla mancata restituzione del fiscal drag, e alla scarsa redistribuzione della produttività. Dal '93 ad oggi, le retribuzioni di fatto sono cresciute mediamente del 3,4% all'anno, del 2,7% le retribuzioni contrattuali, a fronte di un'inflazione al 3,2%. Dal 2005 si è cominciato a rinnovare i contratti sulla base dell'inflazione 'attesa', ma le sorti dei salari non si sono risollevate di molto. Certo quell'1,7% che il governo ha previsto nel Dpef quale tasso di inflazione per quest'anno - due punti sotto all'inflazione reale certificata dall'Istat - non può non suonare come una presa in giro, tanto più che a nessuno risulta l'esistenza di vincoli europei (quali invece esistono per deficit e debito) sull'obbligo di previsione al di sotto del 2%, addotto dal ministro Tremonti. Ma anche l'inflazione da sola non basta a spiegare la caduta dei salari, secondo il sociologo torinese Luciano Gallino. Anche perchè dal '98 al 2006, periodo di ingresso nell'area euro, le retribuzioni di fatto nell'area euro sono cresciute in media del 10%, in Italia sono rimaste ferme. Con tassi d'inflazione non così divaricati, proprio in ragione dell'euro. Di più: secondo Gallino, insistere sull'aggancio all'inflazione è un segno di debolezza da parte dei sindacati, nella misura in cui tradisce una scarsa fiducia sulla contrattazione.
Colpa della produttività stagnante? Su questo le analisi convergono, a condizione d'intendersi sulla definizione di «produttività» che, dice l'Ocse, è il valore aggiunto per ora lavorata e non per il numero di ore lavorate come invece intendono gli economisti nostrani. Gallino non ha dubbi: «La stasi della produttività - a cui contribuiscono la 'piccolezza' delle nostre imprese, l'assenza di formazione e gli scarsi investimenti - è un fattore determinante». Non è un caso - aggiunge - se è sempre all'inizio degli anni '90 che si apre la stagione delle grandi privatizzazioni che, in salsa italiana, ha contribuito a smantellare l'apparato industriale.
Infine, e torniamo al punto di partenza, la politica dei redditi. Quale il nesso tra politica contrattuale e politica economica? «La politica economica dovrebbe tenere conto delle disuguaglianze e della distribuzione dei redditi - osserva Gallino - Il contratto nazionale da questo punto di vista è fondamentale, e non a caso si cerca di smantellarlo». Secondo Carniti, la politica dei redditi per come l'abbiamo conosciuta si è sostanzialmente risolta in una «politica dei salari», chiudendo un occhio sui profitti, non riuscendo a governare gli investimenti e senza alcuna politica di controllo dei prezzi: «In sostanza - dice Carniti - una politica immaginata per evitare tensioni inflazionistiche derivanti dalla conflittualità sociale ha di fatto finito per trasformarsi in una modifica della distribuzione del reddito tra profitti e salari (a danno di questi ultimi), e in una redistribuzione delle risorse tra diversi settori sociali». Un pretesto per scaricare sul lavoro dipendente il costo dell'aggiustamento economico, di questo si è trattato.
Sarà un caso se la caduta verticale dei salari italiani, e la contestuale divaricazione con i principali paesi dell'area euro, origina dall'inizio degli anni '90, dalla sperimentazione cioè di una politica che per definizione aveva l'obiettivo di governare la distribuzione del reddito? In tempi di «crisi» e di riforma del modello contrattuale, conviene porre la domanda. Scriveva già qualche tempo fa Pierre Carniti in un'analisi pubblicata dal sito di Eguaglianza&Libertà: «Proprio nel periodo in cui sono state sperimentate concertazione e politica dei redditi, la quota del reddito da lavoro è diminuita sensibilmente a vantaggio di quella attribuita a profitti e rendite».
Di questione salariale si parla ormai diffusamente e variamente. Non c'è studio o ricerca (nazionale e internazionale) che non certifichi la progressiva discesa dei salari italiani. Dice l'Ires Cgil: dal 1993 i salari sono rimasti sostanzialmente in linea con l'inflazione, senza una crescita reale. Ripete la Banca d'Italia: se negli ultimi dieci anni l'occupazione è aumentata considerevolmente nonostante lo sviluppo modesto del prodotto, ciò è il risultato della moderazione salariale, delle riforme e degli accordi contrattuali che hanno aumentato la flessibilità del lavoro. Certifica infine l'Ocse: su trenta paesi, i salari italiani sono al ventitreesimo posto, dietro a Francia, Germania e Gran Bretagna, e dietro anche a Grecia e Spagna (nello specifico, si veda il box sotto).
Colpa di una più elevata pressione fiscale italiana, e perciò di un più alto costo del lavoro, rispetto agli altri paesi europei? Non si direbbe. Nel 2005 il cuneo fiscale - la differenza tra il costo del lavoro sostenuto dall'impresa e la retribuzione netta che va al lavoratore - era pari al 52% in Germania, al 50% in Francia, al 45% in Italia, al 39% in Spagna, al 34% nel Regno Unito. La pressione media è in linea con quella degli altri paesi, con l'avvertenza però che i dati non tengono conto del peso che da noi ha l'economia sommersa, e l'evasione fiscale, e la pressione al ribasso che questi fattori esercitano sui salari regolari.
Colpa dell'inflazione? Secondo l'Ires Cgil, il legame all'inflazione programmata ha avuto un peso determinante nel ristagno dei salari italiani, insieme ai ritardi nei rinnovi contrattuali, alla mancata restituzione del fiscal drag, e alla scarsa redistribuzione della produttività. Dal '93 ad oggi, le retribuzioni di fatto sono cresciute mediamente del 3,4% all'anno, del 2,7% le retribuzioni contrattuali, a fronte di un'inflazione al 3,2%. Dal 2005 si è cominciato a rinnovare i contratti sulla base dell'inflazione 'attesa', ma le sorti dei salari non si sono risollevate di molto. Certo quell'1,7% che il governo ha previsto nel Dpef quale tasso di inflazione per quest'anno - due punti sotto all'inflazione reale certificata dall'Istat - non può non suonare come una presa in giro, tanto più che a nessuno risulta l'esistenza di vincoli europei (quali invece esistono per deficit e debito) sull'obbligo di previsione al di sotto del 2%, addotto dal ministro Tremonti. Ma anche l'inflazione da sola non basta a spiegare la caduta dei salari, secondo il sociologo torinese Luciano Gallino. Anche perchè dal '98 al 2006, periodo di ingresso nell'area euro, le retribuzioni di fatto nell'area euro sono cresciute in media del 10%, in Italia sono rimaste ferme. Con tassi d'inflazione non così divaricati, proprio in ragione dell'euro. Di più: secondo Gallino, insistere sull'aggancio all'inflazione è un segno di debolezza da parte dei sindacati, nella misura in cui tradisce una scarsa fiducia sulla contrattazione.
Colpa della produttività stagnante? Su questo le analisi convergono, a condizione d'intendersi sulla definizione di «produttività» che, dice l'Ocse, è il valore aggiunto per ora lavorata e non per il numero di ore lavorate come invece intendono gli economisti nostrani. Gallino non ha dubbi: «La stasi della produttività - a cui contribuiscono la 'piccolezza' delle nostre imprese, l'assenza di formazione e gli scarsi investimenti - è un fattore determinante». Non è un caso - aggiunge - se è sempre all'inizio degli anni '90 che si apre la stagione delle grandi privatizzazioni che, in salsa italiana, ha contribuito a smantellare l'apparato industriale.
Infine, e torniamo al punto di partenza, la politica dei redditi. Quale il nesso tra politica contrattuale e politica economica? «La politica economica dovrebbe tenere conto delle disuguaglianze e della distribuzione dei redditi - osserva Gallino - Il contratto nazionale da questo punto di vista è fondamentale, e non a caso si cerca di smantellarlo». Secondo Carniti, la politica dei redditi per come l'abbiamo conosciuta si è sostanzialmente risolta in una «politica dei salari», chiudendo un occhio sui profitti, non riuscendo a governare gli investimenti e senza alcuna politica di controllo dei prezzi: «In sostanza - dice Carniti - una politica immaginata per evitare tensioni inflazionistiche derivanti dalla conflittualità sociale ha di fatto finito per trasformarsi in una modifica della distribuzione del reddito tra profitti e salari (a danno di questi ultimi), e in una redistribuzione delle risorse tra diversi settori sociali». Un pretesto per scaricare sul lavoro dipendente il costo dell'aggiustamento economico, di questo si è trattato.

(Sara Farolfi)

Nel confronto internazionale, i livelli retributivi sono in Italia più bassi che negli altri principali paesi dell'Ue, dice la Banca d'Italia. Secondo l'istituto di statistica europeo (Eurostat), le retribuzioni mensili nette italiane (dati al 2001-2002) risultano inferiori di circa il 10% a quelle tedesche, del 20% a quelle britanniche e del 25% a quelle francesi. Secondo i dati riportati dal Rapporto sui diritti globali 2008 (edito da Ediesse) le retribuzioni nette si sono attestate, nel 2005, a 30.774 nel Regno unito, 23.942 euro in Germania, 21.470 in Francia, 16.538 euro in Italia e 16.493 euro in Spagna. E il sorpasso spagnolo è nel frattempo accaduto: nel primo trimestre di quest'anno i salari sono cresciuti del 5,3%, con un'inflazione media nel periodo al 4,4% (da noi è al 3,6% a maggio).

La Bundesbank, la banca centrale tedesca che i conti tradizionalmente li fa molto più seriamente del ministro Tremonti, ieri ha sentenziato che nel 2008 i prezzi al consumo aumenteranno del 3,0%. Sarà questo aumento a regolare tutti i contratti che saranno rinnovati quest'anno in Germania. Sempre ieri abbiamo saputo dal Dpef che per il 2008 in Italia l'inflazione aumenterà in media del 3,4%, ma l'inflazione programmata, che regola i contratti - in Italia - deve rimanere inchiodata all'1,7%, la metà esatta dell'inflazione reale. Perché? «La natura di inflazione importata e i continui richiami della Bce a non generare 'second-round effects' alimentando la dinamica salariale suggeriscono di mantenere invariato il tasso programmato per il 2008, adottando misure redistributive per alleviare l'impatto negativo sui redditi più bassi», spiega il Documento di Programmazione.
«Fate lo 00496913...è il numero della Bce, che vi spiegherà cosa bisogna scrivere nel Dpef a proposito dell'inflazione» ha aggiunto due giorni fa Giulio Tremonti, chiamando in causa la Banca centrale europea, per spiegare le ragioni «tecniche» del tasso d'inflazione programmata all'1,7%. Certo, la Bce anche nell'ultimo «Bollettino» ha paventato i rischi di una spirale prezzi salari, ma non ha dato nessuna indicazione sul tasso programmato di inflazione. Ma Tremonti non demorde: a modo suo ha fornito anche una giustificazione «politica» di quell'1,7%, spiegando che «non stiamo parlando di inflazione, perché quello che sta succedendo si può chiamare in tutti i modi ma non inflazione: è un fenomeno straordinario che non ha nulla a che vedere con la dinamica domanda-offerta, si tratta di speculazione». E ha citato l'esempio del petrolio: «di colpo - ha detto - la speculazione si è mossa passando dalle perdite sul mercato finanziario a tentati guadagni sul mercato delle materie prime».
Poi, con una frase ad effetto ha concluso: «la speculazione è la peste sociale di questo secolo». Ma, dice lui, sinistra e sindacati di speculazione non parlano. Tremonti, invece, ne straparla, ma non fa nulla per cercare di convincere i grandi della terra a bloccarla. Magari con una tassa sui future che ogni giorno vedono scambi per un miliardo di barili di petrolio. Insomma, ne parla, ma poi sceglie la via più semplice: da uomo di «classe» vuol far pagare l'inflazione a chi non può esportare capitali all'estero perché campa del proprio lavoro.

(Galapagos)


29 giugno 2008

La discarica a Chiaiano non si può fare

 

«Insistono a dire che la cava è idonea perché se no devono rendere conto dei milioni che ci vogliono per metterla in sicurezza, soldi che usciranno dalle tasche dei contribuenti». Il professor Ortolani scalda la folla a Marano, riunita ieri pomeriggio nella sala consiliare, spiegando punto per punto i motivi per cui il progetto di fare una discarica da 700mila tonnellate di tal quale nella selva di Chiaiano è una follia. E' uno dei tecnici designati dai comitati nella commissione governativa che dovrà decidere sull'idoneità della cava di Chiaiano ad ospitare la megadiscarica. E domenica prossima avranno un nuovo incontro con la struttura commissariale. «La stampa rilancia le parole del governo, è tutto un coro di è possibile, ma come si fa a dirlo se stiamo ancora aspettando i risultati delle analisi?» il professor de Medici racconta del plico di poche pagine che, secondo la controparte, esauriva le analisi per ottenere i permessi: «Abbiamo chiesto gli approfondimenti dovuti per legge, solo allora si vedrà». Intanto gli unici risultati certi sono che i suoli delle cave sono inquinati da piombo e antimonio, per aprire lo sversatoio bisognerebbe bonificare il luogo, eliminando tonnellate di terra da stoccare in discariche speciali, spendendo cifre che in altri luoghi hanno dissuaso dall'aprire la discarica. In quanto poi alla viabilità, il professor Milone definisce l'afflusso dei previsti 130 compattatori a Chiamano, zona ad altissima presenza di pendolari, «un infarto viario, con congestione della zona e costi altissimi per la comunità». Per i comitati è evidente che solo interessi come le cave della Fibe e il braccio di ferro con le realtà locali giustifica l'apertura: «Con la volontà di dismettere i parchi, il governo apre la via per cementificare la selva e riempire le altre cave. Vuol dire che riprenderemo la lotta lì dove ci eravamo fermati». Domenica è prevista una marcia da Acerra a Napoli per un altro piano di smaltimento, a partire dalla logica dei rifiuti zero.

(Adriana Pollice)


29 giugno 2008

La geniale miseria di Tremonti

 

L'effetto più evidente della globalizzazione è riscontrabile nell'ampliamento della forbice tra ricchi e poveri: sempre più ricchi i già ricchi, sempre più indigenti, i poveri.
Nei paesi industrializzati, lo indicano chiaramente le statistiche, mediamente una cittadino su sette vive al di sotto della soglia di povertà.
Certo, si tratta di una povertà relativa, almeno se confrontata con quella dei paesi che molti si ostinano a chiamare del «Terzo mondo». Anche se relativa, però, è pur sempre povertà. E come tale provoca sofferenze, anche psicologiche, e privazioni materiali.
Per contrastare l'emarginazione, molti paesi anziché ricorrere a politiche di integrazione, preferiscono la soluzione più antica del mondo: la carità. Nel paese più ricco e potente del mondo - gli Stati uniti - l'obolo si chiama «Food stamp»: è un buono acquisto da 100 dollari al mese destinato, come contributo all'acquisto di cibo, ai molto poveri. Attualmente ne sono «elargiti» 26 milioni. Visto che la popolazione Usa supera i 300 milioni, questo significa che circa 12 cittadini su 100 hanno bisogno di un obolo mensile per poter sopravvivere. Recentemente ci sono state molte proteste: l'aumento dei generi alimentari ha reso insufficiente la somma elargita: 100 dollari al mese, poco più di 70 euro al mese. Ovvero 1.200 dollari l'anno, l'equivalente di 850 euro.
Secondo molti esperti, sarebbe necessario raddoppiare l'importo del food stamp. Ma servirebbero troppi soldi, rispondono gli uomini di Bush. In realtà quei 100 dollari al mese moltiplicati per i cittadini che li percepiscono comportano una spesa inferiore ai 30 miliardi di dollari l'anno. Non pochi, ma nulla se confrontato con la spesa per la difesa (600 miliardi l'anno) e la spesa pubblica complessiva che supera i 4 mila miliardi di dollari.
Tremonti che è uomo di mondo e conosce molto bene la realtà statunitense ha fatto una pensata: importare in Italia il food stamp. Un assegno (probabilmente una carta di credito prepagata) che sarà elargita a 1,2 milioni di molto poveri. La pensata geniale è di associare questo obolo alla Robin Hood tax, un tassa che colpirà le imprese più «odiate» dagli italiani: compagnie petrolifere, banche e assicurazioni. Però, importando dagli Usa il buono pasto per i poveri, il governo Berlusconi è stato un po' stitico: non 75 euro al mese come negli Usa, ma appena 40. Come dire 1,33 euro al giorno, neppure un cappucino e cornetto. E questo nonostante la platea dei beneficiari sia molto più limitata: 1,2 milioni di cittadini molto poveri, secondo i calcoli del governo. Che ha aggiunto: i soldi potranno essere utilizzati per acquistare da mangiare o per pagare le bollette. C'è da dubitare che con 480 euro l'anno (per una spesa complessiva che supererà di poco i 500 milioni di euro) si possano pagare molte bollette di luce, gas, riscaldamento, telefono e nettezza urbana, abbonamento alla tv.
Il proverbio dice: «A caval donato non si guarda in bocca». D'altra parte anche il centro sinistra non era stato molto generoso con i molto poveri. La tecnica era stata sempre quella della regalia a quelli che con una brutto termine sono definiti «incapienti».
Forse qualcuno si vergognerà nel ricevere la carta di credito prepagata, ma sicuramente saranno in molti a benedirla. Tutto bene, allora? Non proprio. Quello che proprio non va è l'ideologia del provvedimento di stampo liberista. Per i poveri la cosa necessaria sono i servizi. Ma sul fronte di questi trasferimenti il governo è pronto ad abbattere la mannaia in primo luogo sui fondi agli enti locali. E vedrete che i 400 euro l'anno non copriranno gli aumenti che a livello locale saranno approvati per far fronte ai tagli.

(Galapagos)

Poco più di un mese fa ha lasciato il ministero pubblicando un libro, «Il lavoro interrotto» (Rizzoli, con Angelo Faccinetto), quando ancora il suo successore (allora in pectore), Maurizio Sacconi, annunciava «continuità dove possibile». Ma il «risveglio» non è piacevole per l'ex ministro del Lavoro Cesare Damiano, che si vede smantellare velocemente la gran parte di misure varate dopo un'opera certosina di concertazione con i sindacati, la Confindustria, le stesse forze - alleate - della Sinistra (che avrebbero voluto riforme più radicali). «Dopo le prime dichiarazioni di "miele", di dialogo, il governo va verso una deregolarizzazione feroce. E' un attacco generale al Protocollo sul welfare e al Testo Unico sulla sicurezza. Ancora più preoccupante perché erano testi costruiti rispettando l'equilibrio tra la competitività chiesta dalle imprese e le tutele richieste dal mondo del lavoro».

Ad esempio si abroga la tutela rispetto alle dimissioni in bianco.
Sono tanti interventi distinti rispetto all'unico, simbolico, scelto nella passata legislatura Berlusconi, l'attacco all'articolo 18. Qui sono singoli cambi silenziosi, che però insieme fanno rumore. E' grave ad esempio l'abrogazione del modulo per le dimissioni in bianco, perché purtroppo questa è una pratica ancora molto diffusa in alcune regioni e nelle piccole imprese, e che soprattutto colpisce le donne. Faccio notare che fu approvata dal Parlamento, con il voto favorevole di Alleanza nazionale. Allora: se vogliamo semplifichiamola, ma certo non va eliminata facendo venir meno lo scopo principale per cui era stata emanata.

Il governo farà saltare anche il limite ai contratti a termine e i cosiddetti «indici di congruità».
Sul limite di 36 mesi per i contratti a termine, va osservato che quella norma fu concordata con sindacati e imprese, che hanno persino condiviso la durata della proroga di 8 mesi. Stupisce che questo governo, che a parole invoca avvisi comuni e la non ingerenza nell'autonomia negoziale delle parti, voglia intervenire su un argomento pacifico. Anche gli indici di congruità erano stati concordati con le parti sociali, e sono utili per smascherare relazioni perverse tra il numero di addetti e la qualità del lavoro svolto, per sanare situazioni di nero o subappalti fittizi. Parliamo di tante misure che, secondo i dati Inail diffusi ieri - 1210 morti nel 2007 contro i 1341 del 2006 - hanno certamente influito su una diminuzione degli infortuni. Ma qui si vuole smontare tutto.

Si riferisce anche al Testo Unico sulla sicurezza?
Ci avevano accusato di averlo varato sull'«onda emotiva» di grossi infortuni, quando oggi il governo annuncia interventi di emergenza o altre misure che in realtà quello stesso Testo contiene. Noi siamo nettamente contrari al suo depotenziamento: loro puntano a una riscrittura, ma le sanzioni previste sono equilibrate e commisurate alle violazioni commesse.

Un altro capitolo sono gli orari: conteggiare le 35 ore di riposo su 14 giorni anziché 7, e poi arrivare a 65 ore lavorative settimanali.
Il governo svolge un'azione preoccupante sugli orari. Ha cambiato le alleanze europee: noi eravamo in un cartello, con Francia e Spagna, per la difesa del modello sociale europeo, per respingere la proposta britannica di allungare gli orari fino a 65 ore. Adesso il nuovo esecutivo italiano, insieme alla Francia, cambia fronte e vara una direttiva che porta alle 65 ore. E' vero che l'Italia è protetta dalla contrattazione collettiva, che va in un'altra direzione, ma sembra che il governo voglia preparare un «terreno» che poi recepisca quella direttiva. Io spero che venga affossata al Parlamento europeo, con un'alleanza del Pse anche con forze del campo avverso che con la direttiva non sono d'accordo.

In conclusione, il Pd riuscirà a fare un'opposizione efficace?
Io ho chiesto a Walter Veltroni di tenere una riunione del governo ombra sui temi del lavoro, e di farne parte integrante dell'Assemblea costituente del Pd. Ma credo che dobbiamo lanciare una mobilitazione forte: non solo del partito, ma anche delle forze sociali, del territorio, delle aziende. E spero che il sindacato ci sostenga nel difendere il Protocollo welfare e il Testo Unico sulla sicurezza.


(Antonio Sciotto)


29 giugno 2008

Chiaiano frontiera di democrazia

 

Dice Alex Zanotelli: «Adesso c'è paura. La gente, i ragazzi, temono di essere arrestati». Il missionario comboniano vive a Napoli, sabato parteciperà alla «Marcia dei mille» che comincerà ad Acerra, dove si sta costruendo l'unico inceneritore prodotto dalla valanga di denaro che il governo e Antonio Bassolino hanno versato nelle tasche di Fibe-Impregilo (Romiti); poi la gente si sposterà in treno fino a Napoli, Piazza Dante.
Perché «mille»? «Un po' per via dei garibaldini - dice Alex - e anche per i 'mille volontari' che Berlusconi vorrebbe mandare a ripulire la Campania». Zanotelli, con una limpidezza che è difficile trovare ormai nelle parole e nelle azioni delle sinistre politiche - le quali non accennano ad abbandonare il barcone del presidente della Regione - indica il problema sostanziale. Che, è vero, è stato a suo tempo, e con scarso successo, segnalato su «la Repubblica» da Stefano Rodotà: il decreto sui rifiuti, oltre a insistere sulla fallita strada dell'«emergenza» degli ultimi quindici anni, oltre a violare ogni norma ambientale, avvia alla rottamazione la democrazia. Non solo la ex «sinistra radicale» campana si confonde nel mucchio, ma il Partito democratico non ha trovato nulla di strano nel fatto che si minaccino arresti e pene severe contro i cittadini, le comunità, che vogliano opporsi appunto a quella demente politica sui rifiuti, e che i loro comitati vengano sciolti d'autorità.
L'esercito a sorvegliare le discariche (così come le strade metropolitane) sono il compimento esibizionistico di un piccolo colpo di stato. A Veltroni sembra fregare solo di Rete4 e dei processi di Berlusconi, e lasciamo stare i rom e i «clandestini», la detassazione degli straordinari e gli annunci di una ulteriore «flessibilizzazione» del lavoro, ecc..
Ma, dice ancora Zanotelli, la Campania è una cavia: se l'esperimento funzionerà qui, sarà esportato - come la democrazia di Bush - nelle valli piemontesi e nelle città venete e ovunque cittadini organizzati oppongano coesione, resistenza e democrazia costituente a ogni tipo di «grande opera» e di aggressione a un territorio esausto.
Io non so se questa - tra «sviluppo» e territorio, parola che comprende l'ambiente e le società locali - sia la «contraddizione principale».
Credo non sia nemmeno interessante stabilirlo: è un vecchio sport che non suscita più l'entusiasmo delle folle.
Certo, se le teste pensanti della sinistra italiana rispolverassero il vecchio vizio di piegare la schiena e guardare da vicino il loro prossimo, magari scoprirebbero che il novanta per cento di quel che vanno ripetendo sulla «ricostruzione della sinistra» serve solo a confortare, e confermare, se stessi. Là fuori c'è vita, c'è una società che resiste e che avrebbe bisogno di aiuto.
E invece no: sentiti e letti dirigenti che non dirigono più nulla e intellettuali che rimasticano il passato dire e scrivere che sì, la politica fa schifo, ma tanto fa schifo anche la società, e anzi è la politica a dover «rimettere ordine» nella società. Alibi.
Domenica prossima, il giorno dopo la «marcia dei mille», sarà reso noto il responso su Chiaiano, cavia numero uno del parco-cavie campane. E già si annuncia - la Protezione civile, cioè Bertolaso, cioè il governo - che la cava è idonea.
Cosa accadrà poi? Che la gente di lì, e tutti i loro amici, si arrenderanno di colpo? O che non si arrenderanno, e allora rivedremo Genova in un'altra dimensione e forma, tanto poi ogni violenza poliziesca viene perdonata, anzi premiata?
Siamo alla vigilia di un «dentro o fuori» molto più drammatico, ed essenziale, della partita tra Italia e Francia. Per chi tifiamo, noi? Chiaiano è sola?
Post Scriptum. La nostra maglietta «Clandestino» sta avendo un successo imprevisto. Ce ne stanno chiedendo a pacchi sedi sindacali di Fiom e Cgil, circoli dell'Arci, commercio equo, associazioni, perfino alcuni edicolanti, e centinaia di persone.
L'altro giorno è venuto un ragazzo del Bangla Desh per comprarne sei: «Sono fatte nel mio paese», ha spiegato. E noi: «Come l'hai saputo?». «Sono un lettore di Carta, no?».
Non abbiamo avuto il coraggio di dirgli: se vai in giro così, magari qualche poliziotto ti prende sul serio.

(Pierluigi Sullo)


28 giugno 2008

L'autogestione della monnezza

 

Per certi versi è un po' come l'occupazione delle fabbriche del 1921; ma i tempi sono cambiati e nessun giornale o telegiornale ha riportato la notizia. Da più di quindici giorni in Campania gli operai dei sette «Cdr» fanno marciare gli impianti «da soli». I direttori degli stabilimenti sono stati tutti arrestati nell'ambito della retata che ha messo in galera i vertici della Protezione civile; poi sono stati rilasciati (hanno dimostrato di aver avvertito per tempo l'ex commissario straordinario, ora sottosegretario, della pessima qualità dei materiali che uscivano dagli impianti); ma sono stati diffidati dal riprendere il loro posto. Il Genio militare, che il governo ha incaricato di sostituirli, non è ancora subentrato. Ma quando lo farà, non servirà a molto: l'Esercito non ha knowhow in questo campo e i suoi ufficiali ci metteranno un po' prima di acquisire una competenza anche solo paragonabile a quella degli operai che ci lavorano da anni.
Nel frattempo i «Cdr» hanno funzionato come sfogo per la monnezza raccolta sulle strada (l'esportazione in Germania non basta), prevenendo l'accumulo di decine di migliaia di tonnellate in più. Per garantire questa funzione di pubblica utilità, il 13 giugno i sindacati hanno persino revocato uno sciopero indetto per protestare contro lo smantellamento degli impianti previsto dal decreto governativo sull'emergenza rifiuti in Campania del 23 maggio scorso. Il decreto prescrive infatti che i «Cdr» campani vengano chiusi, messi in vendita e - eventualmente - riutilizzati dai nuovi compratori come impianti di compostaggio, riattivando cioè solo la linea di stabilizzazione della frazione organica e dismettendo quella di trattamento della frazione secca. Il che comporterebbe il licenziamento della metà, e anche più, delle maestranze in forza negli impianti, e la possibilità per gli altri di riprendere il lavoro solo se gli impianti troveranno dei compratori. La lotta degli operai dei «Cdr» va sostenuta, anche perché sul loro destino si gioca una partita più grande.
In merito, gli indirizzi enunciati dalla Regione Campania e illustrati a suo tempo dal nuovo assessore all'Ambiente Walter Ganapini, sono quelli di un'urgente riabilitazione e adeguamento (revamping) di questi impianti, attualmente fermi o malfunzionanti non per fondamentali difetti di progettazione e costruzione (come è invece il caso dell'inceneritore di Acerra), ma perché inspiegabilmente sigillati senza essere mai entrati in produzione (è il caso dell'impianto di Tufino); oppure, perché intasati da cumuli ancora non lavorati di Fos (Frazione organica stabilizzata: è il materiale che si ricava dal trattamento della parte organica del rifiuto urbano indifferenziato: destinata, se il ciclo di lavorazione viene completato, alla copertura di discariche o a bonifiche ambientali); oppure ancora, e per lo più, perché fatti funzionare per anni al di sopra delle loro capacità, senza preoccuparsi di separare correttamente la frazione organica putrescibile e mescolando al tutto anche rifiuti radioattivi e rifiuti tossici introdotti surrettiziamente dalla camorra, insaccando il tutto in milioni di ecoballe che attendono il fuoco purificatore dell'inceneritore di Acerra; con il beneficio delle generosissime tariffe incentivanti per l'energia elettrica prodotta (Cip6), erogati a spese delle energie rinnovabili e delle bollette elettriche pagate da tutti noi.
Il revamping dei «Cdr» - per il quale l'assessore Ganapini, dopo un'ispezione tecnica agli impianti, aveva stimato un costo complessivo di 3-5 milioni di euro e pochi mesi per essere completato - permetterebbe di avviare immediatamente la frazione secca combustibile (plastica, carta e stracci, e non quell'ammasso di rifiuto indifferenziato e triturato di cui sono fatte le ecoballe) a impianti in grado di utilizzarli come combustibile addizionale, perché già dotati degli apparati di abbattimento delle emissioni che ne verrebbero generate: cementifici o centrali elettriche alimentate a carbone; oppure a uno stabilimento di arricchimento con l'addizione di pneumatici fuori uso: trattamento per il quale la Pirelli dispone già di un impianto in provincia di Cuneo, che intende potenziare. Trattative per attivare questi sbocchi sono state avviate da tempo. Quanto alla Fos, una volta completato il trattamento e depurata da materiali estranei, può essere utilizzata con effetti benefici (assorbe la diossina presente nel suolo) nella bonifica di terreni agricoli compromessi e non utilizzabili per diversi anni in colture alimentari. Da mandare in discarica resterebbe in tal caso solo il «sottovaglio», cioè lo scarto di lavorazione (cocci, cicche, frammenti di plastica e vetro, polveri, ceneri, ecc.). Infine, un potenziamento delle linee di lavorazione della frazione «secca», con operazioni sia meccaniche che manuali, potrebbe portare a un recupero quasi completo dei materiali contenuti. Impianti del genere (detti Mbt) sono già in funzione in diversi paesi; in Italia una performance di eccellenza, con il recupero integrale di tutto il rifiuto conferito, è stato raggiunta in un impianto di Vedelago (Tv). Il costo complessivo di interventi del genere è una frazione di quello di un inceneritore di capacità equivalente, e non ha bisogno di incentivi Cip6. La capacità di trattamento dei sette «Cdr» campani è comunque già oggi sufficiente ad assorbire tutta la produzione di rifiuti urbani della regione.
Ma non ce ne sarà bisogno. Il decreto governativo del 23 maggio prescrive di portare la raccolta differenziata al 50% entro il 2010 (e al 25% entro il 2008). Complessivamente sono 3-3.500 tonnellate di rifiuti urbani al giorno che verranno recuperati dai consorzi aderenti al Conai (Conosorzio nazionale imballaggi) in impianti già esistenti o in programma e in impianti di compostaggio che la regione Campania si accinge a finanziare e di cui sono in corso identificazione, dimensionamento e localizzazione. Se questi ambiziosi obiettivi verranno raggiunti, o anche solo avvicinati, sarà grazie alla riorganizzazione del servizio promosso dalla regione attraverso la creazione di nuove società che sostituiranno i consorzi inefficienti, e non certo grazie agli «angeli della monnezza» reclutati in via estemporanea dalla Protezione Civile. L'altra metà dei rifiuti campani (altre 3-3.500 tonnellate al giorno) viene destinata dal decreto del governo a finire direttamente nei quattro inceneritori previsti (quando ci saranno), saltando il passaggio nei «Cdr» e, in attesa che gli inceneritori vengano realizzati e attivati, nelle 10 discariche presidiate dall'esercito. Ma la capacità prevista per i quattro inceneritori è il doppio del rifiuto residuo destinato a combustione. Se poi i «Cdr» verranno riabilitati, ci sarà un eccesso di capacità di incenerimento ancora maggiore: il governo intende utilizzarlo per bruciare le ecoballe già prodotte e altri rifiuti tossici estratti dalle zone di bonifica (materiali che richiedono soluzioni e impianti di tutt'altro tipo); ma potranno venir inceneriti in Campania anche rifiuti provenienti da regioni che non godono degli incentivi Cip6. La popolazione della Campania non ne sarà molto contenta; l'Unione europea probabilmente neanche. Le misure per rimettere in sesto i «Cdr» prima che il piano di incenerimento si concretizzi è una corsa contro il tempo.

(Guido Viale)


28 giugno 2008

Una manovra federalista e classista

 Al governo non basta presentare il Dpef, il documento di indirizzo della politica economica: vuole mostrarsi decisionista - come era già successo nel 2001 con i famosi e nefasti «100 giorni» - varando provvedimenti immediati per dare un segnale forte. L'azione del ministro Tremonti questa volta si è fatta più prudente e meno sfacciata, ma quello che il governo si appresta a varare fa lo stesso parecchio schifo. Giulio Tremonti e i suoi soci cavalcano l'onda emotiva anti «casta» e programmano interventi di stampo populista per dare l'impressione di fare un po' di pulizia.

La parola d'ordine è: dagli ai «fannulloni». E nel mucchio finiscono anche incolpevoli e utili (al territorio) comunità montane e soprattutto lo smantellamento dello stato sociale con tagli pesanti nei trasferimenti agli enti locali. Il problema delle risorse indubbiamente esiste, ma quello che sta per varare il governo è diverso e soprattutto è un insieme di provvedimenti molto opachi. Non è chiaro a cosa serviranno i tagli e la «Robin tax» che sarà accolta con molto favore visto che colpisce gli odiati petrolieri, le banche e le assicurazioni. Per quest'anno risorse supplementari non ne servivano, visto che la due diligence commissionata dal governo per sputtanare Prodi ha verificato che lo scostamento sarà di appena lo 0,1 per cento rispetto alle previsioni. Cioè il deficit rispetto al Pil dovrebbe essere del 2,5 per cento anzichè al 2,4 lasciato in eredità. Di più: se la congiuntura dovesse migliorare un po' le cose andrebbero decisamente meglio. Mentre se dovesse peggiorare, la manovra sarebbe una vera iattura. Per il 2009 anche Pordi aveva previsto una «correzione», ma di entità minore e soprattutto finalizzata a una distribuzione del reddito in senso egualitario e di alleggerimento della pressione fiscale per i redditi più bassi. Come nel 2001 la politica economica del governo ha una componente decisamente di classe, che avvantaggia pochi. Apparentemente è neutrale, ma in realtà non lo è. Non a caso, nessuno parla di risorse per onorare i contratti dei pubblici dipendenti, ma solo di mazzate ai fannulloni; per tutti i lavoratori (e i pensionati) non c'è un centesimo di sgravi fiscali; per il lavoro, c'è un ripensamento di quei pochissimi provvedimenti buoni presi dal centro sinistra per limitare la precarietà. E in più, con la benedizione dell'Unione europea, c'è anche un ripensamento degli orari di lavoro. C'è l'abolizione del divieto di cumulo tra pensione e lavoro. Chi favorirà: i manager delle aziende o i manovali di 65 anni che torneranno sulle impalcature dei cantieri? Con la scusa di incrementare le risorse alla lotta all'evasione, si comincia a smantellare quello che di buono aveva fatto Visco e la lotta all'evasione diventerà sempre più complicata. E per chi verrà pizzicato, cioè per evasori che hanno subito un controllo della finanza, sarà sempre possibile un concordato fiscale in piena concordanza con lo stile di Silvio Berlusconi in fatto di giustizia. Difficile dire se in Italia ci siano pochi o tanti insegnati, ma tagliarne 100 mila sembra una enormità. Il dubbio è che il depotenziamento della scuola pubblica risponda in realtà alle promesse che il cavaliere ha fatto al papa. Per ultima la sanità: circolano strane voci. La più gettonata indica un taglio di due miliardi ai fondi previsti da Prodi. Di più: si parla di reintrodurre un ticket di 10 euro. E si parla con sempre maggiore insistenza di sanità complementare: dopo la previdenza, ora è la volta del diritto alla salute a essere messo in causa. O meglio: sarà messo in causa nelle regioni del Sud, perché la manovra avviata dal governo non è che il primo passo del federalismo fiscale. Anche i conti hanno un loro senso politico.

(Galapagos)


25 giugno 2008

La repressione parte per la tangenziale

Solo dei media asserviti dai poteri forti potevano recepire la protesta pacifica  degli abitanti di Chiaiano sulla tangenziale di Napoli come una sorpresa.
Nessuno ha evidenziato e tematizzato a sufficienza il fatto che non c'era accordo sui risultati della commissione tecnica che avrebbe dovuto analizzare la fattibilità della discarica nel quartiere di Chiaiano stesso. 



Ora Berlusconi addirittura vuole far intervenire l'esercito : si puniranno persone che camminano in auto a 20 all'ora, mentre centinaia di persone muoiono all'anno a causa di chi va oltre i centotrenta all'ora. E' uno dei paradossi della fase politica attuale : il trionfo del liberismo coincide con quello dell'autoritarismo repressivo. Non è un caso.
 


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