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16 marzo 2011

Illogica logica : enunciati e proposizioni

Malatesta dice che ci sono espressioni complete ed incomplete.

Quelle incomplete si dividono in aventi o non aventi valore di verità

Le espressioni linguistiche aventi valore di verità sono gli enunciati. “Prendi questo!” non è un enunciato.

3+5=8”, “tre più cinque è uguale a 8”, “three and five makes eight

Sono tre enunciati diversi con lo stesso senso. Il senso di un  enunciato è la proposizione.

Anche “Tizio odia Caio” e “Caio è odiato da Tizio” sono due enunciati con lo stesso senso reso da una sola proposizione.

Ci sono anche casi di un solo enunciato con più sensi ad esso collegati.

Ad es. “Oggi è una brutta giornata” (meteorologica, morale, eventi).

 

http://www.youtube.com/watch?v=gH476CxJxfg

 

 

In realtà “Prendi questo” è un enunciato che ha un senso incompleto e a cui non corrisponde un valore di verità.

L’enunciato con valore di verità è l’asserzione a cui corrisponde una sorta di assunzione di responsabilità (etica del discorso)

Il senso di un enunciato è inesprimibile, altrimenti diventa un enunciato

I due enunciati, uno attivo, l’altro passivo sono qualcosa di diverso dai tre enunciati espressi con tre diverse lingue o linguaggi : essi invece non hanno lo stesso senso, ma lo stesso denotatum, si riferiscono allo stesso evento.

Infine “Oggi è una brutta giornata” ha sempre lo stesso senso. Semmai ha più spiegazioni causali.

Oppure è analoga alla proposizione “Giovanni è un mio parente”per cui può essere cugino, cognato, nipote. Ma ciò non implica che questo enunciato abbia molti sensi.

 

Sembra strano che il significato unifichi diversi enunciati, ma possa anche risultare diviso rispetto ad un enunciato.

Oggi è una brutta giornata” è un enunciato dal significato aperto, significato che si completa e si chiude al seconda del significato che si dà ai termini ed al contesto semantico e pragmatico che si rivela attraverso l’analisi. L’unicità dell’enunciato e la molteplicità delle proposizioni è la spia che non c’è una vera e propria subordinazione del mondo del linguaggio al mondo della realtà. Si tratta di due universi che si ampliano e si scoprono vicendevolmente.

 

 


15 marzo 2011

Illogica logica : diversità sintattica ed equivalenza semantica (ovvero il mistico di Wittgenstein)

Malatesta dice che ci sono espressioni in diverse lingue che hanno lo stesso senso, ma anche espressioni nella stessa lingua che hanno una diversità sintattica, ma sono semanticamente equivalenti (hanno cioè appunto lo stesso senso)., ad es. la forma attiva e passiva della stessa proposizione.

 

 

Anche qui però è necessario fare ordine. Infatti la forma passiva e quella attiva sono due sensi diversi. Si tratta cioè di due diverse proposizioni che si equivalgono materialmente, ma non sono la stessa proposizione. Esse hanno in comune lo stato di cose cui si riferiscono. Ma esprimono la stessa relazione vista però da due prospettive diverse : “Cesare è ucciso da Bruto” indica la stessa relazione di “Bruto uccide Cesare”, ma vista dalla prospettiva di Cesare. Parlando nei termini di Bradley essa esprime il rapporto che il termine Cesare ha con la relazione che tale termine intrattiene con il termine Bruto. Una relazione asimmetrica cioè viene declinata diversamente a seconda del termine che viene preso come riferimento. Una relazione simmetrica, dove tale duplicità di schemi sintattici non si verifica, è descritta ad es. dall’enunciato “Cesare e Bruto si odiano”, anche se essa è traducibile in “Bruto odia Cesare e Cesare odia Bruto”, con la possibilità di separare i due enunciati atomici e duplicarli ognuno in forma attiva e passiva. Ma l’enunciato così espresso non ha forma passiva e attiva.

In quanto tale, il senso di due enunciati in lingua diversa (la proposizione) non è esprimibile. Se lo fosse, sarebbe di volta in volta un diverso enunciato. Forse in questo senso si spiega il mistico di Wittgenstein.

 

 

 

 

 

 

 


15 luglio 2008

Odifreddure : la parola crea la realtà ?

Odifreddi esamina poi criticamente la tesi di Heidegger per cui la parola procura l'essere alla cosa. Egli dice che se Heidegger voleva dire che le banane non esistono fino a quando non si inventa la parola "banana", allora la cosa fa ridere ed infatti le scimmie se la ridono e mangiano le banane anche senza saper parlare. Se invece Heidegger voleva dire che lo spirito non esiste sin quando non si inventa la parola "spirito", allora aveva certamente ragione. E la dimostrazione che non si sbagliava sta nel fatto che la preoccupazione per un concetto e l'invenzione della relativa parola vanno di solito di pari passo.



Questo argomento evidenzia l'ingenuità filosofica di Odifreddi :in primo luogo perchè ciò che vale per lo spirito non dovrebbe valere per le banane ? Perchè ciò che mangiano le scimmie sono le banane ? In realtà ciò che mangiano le scimmie sono le banane solo quando questo qualcosa viene in qualche modo categorizzato. Heidegger non sta parlando della materialità delle banane, materialità che secondo la biologia precede magari la comparsa dell'uomo sulla Terra. Il problema è che quando parliamo delle banane non facciamo se non indirettamente riferimento a tale materialità (mentre il riferimento è più diretto quando le mangiamo e questo sino ad un certo punto perchè comunque le sbucciamo), mentre invece più immediatamente operiamo con categorie che appunto sarebbero collegate con le parole. Senza contare che è molto controverso il fatto che le scimmie se la ridano (e la battuta in realtà fa parte dell'argomento, in quanto se le scimmie realmente se la ridessero avremmo un argomento forte contro la tesi di Heidegger).
Piuttosto bisognerebbe criticare Heidegger proprio perchè pensa che sia ovvio che il pensiero si riduca al linguaggio, quando questo è un altro punto controverso. Inoltre si può criticare Heidegger proprio percorrendo la direzione opposta a quella di Odifreddi : Heidegger vuole dire che la parola dà essere alla "cosa". Ma facendo così pensa che la parola trascenda il suo esser parola, altrimenti dovrebbe dire che "parola" dà essere a "cosa" , ma ciò sarebbe arbitrario dal momento che non si vede perchè una determinata parola debba dare essere ad un'altra parola. La tesi di Heidegger dunque o presuppone il realismo che vuole rimuovere o diventa puro arbitrio. Ma Odifreddi proprio questo arbitrio viene ad abbracciare accettando il legame inesorabile tra parola e concetto. Crociano senza volerlo.


10 luglio 2008

Odifreddure : Verbum caro

Odifreddi  dice che nel Vangelo il mondo è posto in essere dalla parola.




Tuttavia non siamo di fronte al vescovo Berkeley : l’ipotesi magica che il mondo sia posto in essere dalla parola è quella che consente di usare il linguaggio di richiamare ciò che va via (soprattutto ciò che si ama).

Non si tratta di malinteso, ma di un vero e proprio tentativo di ricostituzione della realtà.

Non può essere dissolto dall’analisi del linguaggio, ma si tratta di questione vera, di un dramma.


8 luglio 2008

Odifreddure : i problemi della parabola

 

Odifreddi dice che il linguaggio è una tecnologia e può essere anche usato male. Ogni parola è infatti letteralmente una parabola che significando “messa a fianco” o “in parallelo” alla realtà, va interpretata e compresa e si presta dunque ad essere fraintesa. Ad es, le stesse parole che ci permettono di cogliere l’essenza del mondo fisico, possono anche illuderci di percepire la presenza di un mondo metafisico.



 

Odifreddi sbaglia : il linguaggio non è uno strumento artificiale dotato di un manualetto per le istruzioni. Il linguaggio è un ambito, un ambiente a cui si può accedere in molti modi : ci si può fare il bagno, ci si può immergere, lo si può solcare con barche e tracciarvi delle rotte, che non sono le sole traiettorie possibili. Può nascondere sorprese  e veri e propri misteri.

Al tempo stesso, il fatto che il linguaggio sia parabola della realtà vuol dire che il rapporto non è così univocamente semplice. Il problema dell’interpretazione e della comprensione (la possibilità del fraintendimento) indicano un ambito semantico non riducibile né al fatto linguistico né a quello degli oggetti. E’ la stessa riflessione sul rapporto tra linguaggio e realtà che apre alla questione metafisica.


3 luglio 2008

Odifreddure : il linguaggio come giusto mezzo

 

Odifreddi dice che il problema principale che pensiero e linguaggio devono risolvere è di riuscire a mediare tra gli eccessi di semplificazione e di proliferazione di un vocabolario : troppe parole rendono la comunicazione difficile, troppe poche parole la rendono banale.




Questo avviene anche nella scelta di un sistema numerico, dove si deve trovare la giusta misura tra il numero delle cifre da cui partire ed il numero di combinazioni necessarie per esprimere un numero. Se il numero delle cifre è alto, l’apprendimento è difficile, ma una volta raggiunto, l’applicazione è più facile. Se il numero delle cifre è basso, l’apprendimento è più facile, ma l’applicazione è quanto meno noiosa, se non difficoltosa (tanto che l’uso di un sistema binario viene delegato ad una macchina dal momento che essa non sia annoia mai, per quanto sia ripetitivo il suo lavoro)

 


2 luglio 2008

Odifreddure : la selezione

 

Odifreddi dice che non per ogni oggetto (o proprietà, o azione) c’è un nome (o un aggettivo o un verbo). Anzi, solo pochissimi oggetti, proprietà ed azioni ricevono attenzione e vengono battezzati con una parola. Gli altri vengono fatti rientrare nei primi con un processo di approssimazione che spesso diventa una semplificazione della complessità della realtà. Ma, conclude Odifreddi,  senza semplificazione non ci sarebbe né l’astrazione né il pensiero.



Campione d'Italia : riassume in sè tutte le caratteristiche del Bel Paese ?


Tale visione congetturale però potrebbe non essere l’unica.

Può anche essere che con il processo del nominare ci sia già, kantianamente, quella creazione di strumenti che consente di integrare la ricchezza degli individui nell’unità di un concetto.

Ed allora il nominare non è tanto un tentativo, quanto già un risultato maturo di un processo conoscitivo avviato.

Oppure che, platonicamente, dipenda dalla selezione degli oggetti il carattere efficacemente conoscitivo della semplificazione operata, per cui se si individuano degli esempi (dei campioni) è facile incorrere nell’errore (come mostrano i primi dialoghi di Platone), mentre se si accede alla visione dell’idea si è nella dimensione della verità.


26 giugno 2008

Odifreddure : il breve gioco delle coppie

Odifreddi dice che nelle lingue in genere il singolare è più frequente del plurale e ciò vorrebbe dire che riconosciamo più facilmente gli individui che non i generi e le specie o gli insiemi. E il plurale generico è più frequente di quello specifico (es. il duale) e ciò significherebbe che riconosciamo più facilmente generi e specie che i loro tipi cardinali.





In realtà può essere che non riconosciamo facilmente gli insiemi, ma l'uso del singolare è spesso legato all'esemplare (il campione), per cui il singolare vale conoscitivamente come il plurale e viene spesso legato o ad un articolo determinativo o scritto con la lettera maiuscola (come in tedesco) come in "Il cane è fedele" (che vuol dire "la maggior parte dei cani è fedele")
Inoltre inizialmente nelle lingue i plurali specifici sono usati più frequentemente, perchè una coppia è cosa ben diversa da un trio ed il numero è non mera molteplicità ma ordine e configurazione. La molteplicità all'inizio non è una classe, ma 
tutto ciò che non può essere computato (lo possiamo chiamare "l'assai"), una sorta di categoria residua che solo successivamente diventa classe per ricomprendere poi anche una coppia. Al tempo stesso inizialmente il numero era legato alla molteplicità e dunque l'1 non era un numero in senso proprio (e da questo forse il Neoplatonismo prenderà uno dei fondamenti della sua riflessione)


24 giugno 2008

Odifreddure : la prevalenza degli oggetti

Odifreddi dice che i bambini hanno più facilità a distinguere gli oggetti che le azioni ed imparano più facilmente i sostantivi dei verbi. In parte ciò si verifica anche negli adulti, visto che le lingue parlate moderne, hanno in genere molti più sostantivi che verbi. Il mondo ci apparirebbe così più naturale come insieme di cose che come insieme di eventi, benchè, secondo Odifreddi, nel greco antico era vero il contrario ed i nomi erano in gran parte derivati da verbi.



Il fatto che si imparano più facilmente i nomi che i verbi è presto spiegato. Per imparare un verbo un bambino tra tempi, modi,  persone e numeri deve imparare più di cinquanta locuzioni, mentre nella nostra lingua per imparare un nome bastano dalle due alle quattro locuzioni (genere e numero). Nelle lingue con le desinenze, per imparare i nomi si va da 10 a 20 locuzioni, mentre per gli aggettivi le locuzioni da memorizzare sono una trentina.
Il mondo ci appare più un mondo di cose, perchè per memorizzare ciò che accade tendiamo ad oggettualizzare. Se le cose cambiassero nel mentre le apprendiamo, potremmo ambire solo ad un difficile apprendimento comportamentale (come per il ghepardo inseguire la gazzella).
Probabilmente, se è lecito parlare filosoficamente di esperienze originarie queste riguardavano eventi, anche se la situazioni descritte erano statiche ("Oh che bel fiore !", "Ma come porti i capelli bella bionda !"), come teorizza un grande filosofo ed epistemologo del XX secolo,
A.N. Whitehead (ed in questo viene in parte ripreso da Quine).
Il passaggio ad un mondo di oggetti, avviene quando si deve ricomprendere in un quadro plausibile la differenza di durata degli eventi : ad es. l'evento "capelli rossi" unito a "naso aquilino"
ha una durata maggiore dell'evento "corre" (ci si stanca più a correre che ad avere i capelli rossi), per cui i primi due eventi (i capelli ed il naso) vengono considerati connaturati ad un qualcosa ed oggettivati attraverso una descrizione, che è il passaggio dal verbo (o da una relazione) al nome. Molti nomi infatti racchiudono una descrizione (Es. Nicola è "vincitore di popoli", Filippo "appassionato di cavalli" etc etc) non solo in greco (Sargon vuol dire "re legittimo,  riconosciuto",
almeno secondo alcuni, in accadico)


22 giugno 2008

Odifreddure : sostantivi, aggettivi e verbi

Odifreddi dice anche che ai sostantivi, aggettivi e verbi, corrispondono i personaggi (epica), i sentimenti (lirica) e le azioni (tragedia). 



Ma anche l’epica si occupa di un evento , come pure la tragedia fa parlare i personaggi in prima persona. Inoltre che rapporto c’è tra i sentimenti e gli aggettivi ? Forse chi attribuisce un aggettivo ad un sostantivo esprime un sentimento ?


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