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25 novembre 2009

Domenico Moro : Usa, è vera decadenza ?

 

Alla vigilia del viaggio del presidente Obama in Estremo Oriente, il Sole24ore ha pubblicato un fondo di John Plender. La tesi del rinomato editorialista del Financial Times è semplice: la decadenza degli Usa è meno forte di quanto si creda e la loro egemonia non è realmente in discussione. Secondo il columnist gli Usa non sono condannati a ricalcare le orme della Spagna nel XVII secolo e della Gran Bretagna nel XX secolo, costrette al collasso dall’eccessivo allargamento dei loro imperi. Soprattutto Plender, pur riconoscendo la pericolosità dell’enorme debito Usa (delle famiglie, statale e del commercio estero) nei confronti dei paesi creditori (in primis la Cina) ritiene che: “Se la classe politica statunitense dimostrerà di essere all’altezza della sfida fiscale e se gli americani impareranno a risparmiare di più ci sono buone possibilità che questo paese riesca a sottrarsi a un significativo declino e resti la potenza economica e militare più importante al mondo ancora per molto tempo.” Il punto è che c’è qualche “se” di troppo nel ragionamento di Plender. Invertire la tendenza all’indebitamento è non solo molto difficile, ma contrasta direttamente con i rapporti economici dominanti sia all’interno degli Usa sia tra gli Usa ed il resto del mondo. Se i lavoratori americani si indebitano non è per capriccio ma perché non vi sono altri modi per conservare i loro standard di consumo, che sono condizione necessaria agli alti tassi di profitto delle imprese Usa. Secondo l’Hedrich Center for Workforce Development della Rutger University negli ultimi venticinque anni il salario reale dei lavoratori Usa (la cosiddetta classe media) è crollato. Gli standard di consumo delle famiglie sono stati mantenuti solo grazie all’ingresso delle donne nel mercato del lavoro e all’aumento delle ore di lavoro (negli anni 90, 50 e 60 ore lavorative sono divenute la norma per molti lavoratori). Ma tutto ciò non è bastato e i lavoratori sono stati costretti a indebitarsi con le banche, a loro volta incitate a prestare oltre ogni logica dal governo e dalla Federal Bank mediante un bassissimo costo del denaro. La conseguenza è che il tasso di risparmio delle famiglie è crollato e che in venticinque anni i fallimenti individuali sono cresciuti del 400%. Ciò prima della crisi attuale, dopo il crollo dei mutui nel 2007 la situazione è ancora peggiorata. Contemporaneamente, negli Usa i profitti hanno raggiunto la quota più alta sul reddito nazionale degli ultimi 75 anni. Quale è la ragione di questa apparente contraddizione? La radice delle questione risiede nella tendenza alla caduta del saggio di profitto che si presenta più forte proprio al centro del sistema economico capitalistico, che oggi è negli Usa: quando si raggiunge un alto livello di accumulazione di capitale, l’ulteriore aumento del capitale investito e della produttività non determina una adeguata e proporzionale crescita del profitto. Dal momento che questo, per il modo di produzione capitalistico, è inconcepibile, sul piano interno ne consegue una tendenza alla diminuzione dei salari e alla produzione di profitto senza produzione di merci, cioè mediante una sempre più spasmodica speculazione. Sul piano esterno, si determina una tendenza a sfruttare i surplus di risparmio dei Paesi subalterni e a sostituire il dominio economico con quello militare con l’effetto però di peggiorare la situazione non solo della bilancia commerciale estera ma anche di quella dello Stato. Ma se la massa dei cittadini-lavoratori diventa più povera e lo Stato più indebitato, c’è una minoranza che si arricchisce in virtù di questa situazione, il capitale finanziario che impiega gli enormi flussi di liquidità che arrivano dall’estero, le multinazionali che impiegano lavoratori a salari più bassi in patria e all’estero, le imprese monopoliste e le burocrazie che come parassiti crescono all’ombra dell’indebitamento dello Stato. Pur con enormi differenze, sia la Spagna che la Gran Bretagna hanno attraversato queste fasi, abbandonando la produzione domestica per appoggiarsi sull’impero. La Spagna visse dei prestiti dei ricchi stati italiani garantiti dall’argento che fluiva dalle colonie americane, lasciando deperire la sua base produttiva in Castiglia, e dissanguandosi nelle guerre delle Fiandre nel tentativo di mantenere la propria egemonia. 



La Gran Bretagna compensava i propri deficit commerciali (anche allora con la Cina!), mediante gli enormi surplus commerciali dell’India, sua colonia, e successivamente anche grazie al dominio della finanza mondiale mediante l’egemonia della sterlina. La causa della decadenza degli imperi moderni, quindi, non sta nell’eccessivo allargamento, ma nel parassitismo, che a lungo andare rinsecchisce le radici vitali e produttive del centro imperiale. A questo fenomeno, dato che la produzione capitalistica mondiale è caratterizzata da uno “sviluppo diseguale”, si accompagna l’emergere di nuove potenze economiche che crescono più rapidamente. Quando, dopo la Prima guerra mondiale, gli Usa divennero la prima economia mondiale, passando da debitori a creditori dell’Europa, si capì che l’egemonia inglese e della sterlina dovessero essere sostituite da quelle degli Usa e del dollaro. Cosa che avvenne solo dopo una seconda conflagrazione mondiale con la sconfitta degli altri pretendenti in rapida ascesa industriale, la Germania e il Giappone. Oggi la storia si ripete e Plender prende un granchio citando come esempio di forza il fatto che la spesa militare Usa sia la metà di quella mondiale e molto superiore a quella cinese, specialmente considerando i pessimi risultati della macchina bellica Usa in Iraq e soprattutto in Afghanistan, che si stanno rivelando le Fiandre statunitensi. Gli Usa non possono “imparare” a risparmiare di più né possono semplicemente “deciderlo” i politici. L’indebitamento è oggi condizione necessaria al funzionamento degli Usa e ragione di arricchimento per chi detiene le leve del potere economico. Il vero nodo è che ciò entra in contraddizione con i sommovimenti prodotti dal mercato mondiale, che, accelerati dalla crisi, impongono un trasferimento di ricchezza e di potere a livello mondiale
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permalink | inviato da pensatoio il 25/11/2009 alle 9:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


21 febbraio 2009

Sara Volandri : Gran Bretagna, rischio povertà per oltre tre milioni di bambini

 

La crisi rischia di avere pesanti conseguenze sulle fasce più deboli della società. E se i governi sono pronti ad investire milioni di euro per salvare banche ed aziende automobilistiche servirà inverstirne altrettanti per evitare che millioni di bambini soffrano la fame.
E' questo il contenuto di uno studio britannico in cui si avverte il governo di Londra che dovranno essere spesi almeno 4.2 miliardi di sterline se vorrano mantenere quanto si erano impegnati a fare per ridurre la povertà infantile entro il 2010.
SEcondo lo studio del Joseph Rowntree Foundation nel 2010 in Gran Bretagna il numero di bambini in povertà sarà di 2,3 milioni, un dato di lunga superiore a quello che avveva fissato Tony Blair nel 1999 che all'epoca aveva stabilito che l'obbiettivo doveva essere di 1,7 milioni. Sembrerà un tragico conto quello fatto dalla fondazione britannica ma che nello studio reso noto ieri vuole lanciare un allarme: la crisi economica rischia di avere conseguenze drammatiche sui più deboli. «Complessivamente è possibile che la recessione produrrà maggiori difficoltà e povertà tra i bambini - si legge ne l rapporto - ance se questo non influirà sul numero totale. Ma questo certamente sigificherà maggiori costi nel futuro per combattere questa piaga»



Fallire l'obbietivo del 2010 avrà una seconda conseguenza, il fallimento dell'impegno preso che prevede l'erdicamento di questo problema per il 2020. Il rapporto stima che senza nuove politiche per aiutare le famiglie a basso reddito la povertà infantile potrebbe arrivare a 3 milioni e 100 mila, quasi ai livelli dell'epoca Blair che era di 3,4milioni.
L'allarme che arriva dalla Gran Bretagna dovrebbe essere un campanello d'allarme per tutto il continente europeo. Stando all'ultimo rapporto della Commissione europea dello scorso febbraio sono oltre 78 milioni le persone che sono esposte al rischio di povertà. Di questi, più di 19 milioni sono bambini. "La loro povertà - si legge nel rapporto sulla "Protezione sociale" dalla Commissione Europea - dipende da varie cause, tra cui la disoccupazione dei genitori, l'inadeguatezza dei salari o l'assenza di iniziative appropriate a sostegno dei redditi. Le realtà più preoccupanti sono quelle di Italia, Lituania, Ungheria, Romania, Lettonia e Polonia». Tra i settori su cui concentrare gli sforzi per contrastare la povertà infantile, la Commissione Europea indica, in particolare, l'ambito scolastico: "occorrono politiche sociali mirate - si legge nel rapporto - e si deve fare in modo che ogni bambino renda meglio a scuola se si vogliono assicurare pari opportunità per tutti".
Lo studio mette in evidenza anche notevoli differenze nei modelli pensionistici, nelle retribuzioni e nei sistemi sanitari. Da questo quadro emerge che la soglia di povertà cambia da Paese a Paese: negli Stati dell'Europa occidentale si ritiene necessario per un nucleo di 4 persone un reddito mensile lordo di 1500 - 1900 euro. Negli Stati dell'est sono invece necessari 400 - 650 euro al mese. Tra i Paesi più virtuosi ci sono Danimarca, Finlandia, Slovenia, Germania e Francia che, secondo la Commissione Europea, hanno adottato mirate e adeguate politiche sociali.
Viene da chiedersi: e in Italia, che è già fanalino di coda in questa triste graduatoria, che cosa accadrà?


1 febbraio 2009

Loris Campetti :guerre tra operai

 «Sporchi immigrati. Tornate a casa vostra. Togliete lavoro a gente di qui che ne ha bisogno». Non siamo a Gela, e gli «sporchi immigrati» che rubano il lavoro agli operai indigeni non sono «bassa manovalanza» tunisina o rumena. Siamo al porto di Grimsby, nel Lincolnshire, e i lavoratori contestati sono italiani. Siciliani per la precisione. Gli operai in lotta che sfilano in corteo in molti porti inglesi contro gli «stranieri» lanciano un'accusa non priva di fondamento: le ditte italiane non rispettano le norme di sicurezza. Poi dicono un'altra cosa, probabilmente falsa, comunque preoccupante: gli italiani fanno errori sul lavoro. Insomma, siamo in pieno dumping sociale? Tutto è iniziato con un'asta lanciata dalla raffineria francese della Total e vinta da una ditta di Siracusa, la Irem, che si porta in Gran Bretagna centinaia di operai italiani, e portoghesi. Questa volta l'esercito del lavoro di riserva siamo noi, gli italiani. E il prode presidente della Sicilia, Lombardo, urla non più contro i migranti nordafricani ma contro «la perfida Albione» e a sua volta minaccia: visto «l'odio xenofono contro i siciliani» romperemo le trattative con l'inglese Erg-Shell che dovrebbe realizzare un rigassificatore a Priolo, nella stessa provincia di Siracusa che è la patria della Irem, contestata in Gran Bretagna insieme ai suoi operai «stranieri».
Quando la crisi economica precipita, brucia posti di lavoro e determina l'emergenza sociale, contraddizioni come questa esplodono ovunque, ingigantite dalle politiche statali protezioniste. Ognuno difende i suoi prodotti. E i suoi operai, che per essere più competitivi devono costare di meno, in salari e diritti. Dal nord degli Usa le lavorazioni non si spostano più oltre il muro della vergogna che spacca in due l'America ma nel sud degli States, dove salari e diritti sono competivi con quelli delle maquilladoras messicane. Obama dice che l'acciaio usato nel suo paese dev'essere prodotto nel suo paese. Sarkozy darà i soldi a Peugeot e Renault solo se non delocalizzerano il lavoro all'estero per difendere quello degli operai francesi. 



Fa eccezione Berlusconi, che tanto è ottimista.
Qualche crisi fa, quando i giapponesi invasero il mercato Usa dell'auto, fece parlare di sè un concessionario californiano della Gm che aveva messo a disposizione del pubblico una Toyota rossa fiammante e chiedeva 10 dollari per ogni martellata. C'era la fila davanti al suo autosalone.
L'illusione di difendersi contrapponendo tra loro gli stati si traduce a livello sociale in una suicida guerra tra poveri, il conflitto tra capitale e lavoro rischia di precipitare in un conflitto tra lavoratori. L'Europa a 27 si dimostra lontana mille miglia da qualcosa che assomigli a un'entità politica, e ogni paese dà risposte individuali. E i sindacati, rispetto alla globalizzazione capitalistica sono, se non nudi inadeguati. Non è contro i processi di internazionalizzazione che si possono alzare le barricate, ma in difesa - e per l'estensione - dei diritti dei lavoratori, a partire dal diritto al lavoro. E' facile a dirsi, terribilmente difficile da realizzare. Ma è l'unica strada possibile.


11 dicembre 2008

Guido Caldiron : l'Irlanda di Bobby Sands

«Sono un prigioniero politico. Sono un prigioniero politico perché sono l'effetto di una guerra perenne che il popolo irlandese oppresso combatte contro un regime straniero, schiacciante, non voluto, che rifiuta di andarsene dalla nostra terra (...) Credo di essere soltanto uno dei molti sventurati irlandesi usciti da una generazione insorta per un insopprimibile desiderio di libertà. Sto morendo non soltanto per porre fine alla barbarie dei Blocchi H o per ottenere il giusto riconoscimento di prigioniero politico, ma soprattutto perché ogni nostra perdita, qui, è una perdita per la Repubblica e per tutti gli oppressi che sono profondamente fiero di chiamare la "generazione insorta"». Bobby Sands aveva compiuto da poco ventisette anni quando scrisse nel suo diario queste frasi. La sua morte, avvenuta il 5 maggio del 1981 in uno degli H Blocks di cemento armato del carcere di massima sicurezza di Long Kesh, dopo sessantasei giorni di sciopero della fame, segnò il punto più alto della protesta dei detenuti repubblicani che chiedevano di ottenere lo status di "prigionieri politici". Altri nove uomini, sei dell'Ira e tre dell'Inla, seguirono la sua stessa sorte tra il maggio e l'agosto del 1981. Sands, che aveva aderito all'Esercito repubblicano irlandese quando aveva solo diciott'anni entrando nella Brigata Belfast, stava scontando una condanna a 14 anni per possesso di armi da fuoco. La sua storia, che Sands ha raccontato nel diario dal carcere uscito dopo la sua morte - Un giorno della mia vita (Feltrinelli, 1996) - ha rappresentato l'avvenimento più drammatico e terribile di un conflitto, quello dell'Irlanda del Nord, per altro caratterizzato da lutti e tragedie nel corso di tutto il Novecento. Forse per questo in molti considerano lo sciopero della fame del 1981 come l'evento determinante perché si giungesse molti anni dopo, il 10 aprile del 1998, alla firma dell'Accordo del Venerdì Santo, la prima vera tappa verso una soluzione di pace del lungo conflitto tra Londra, e i lealisti dell'Ulster, e il movimento repubblicano irlandese.
Un film, The Hunger - diretto da Steve McQueen e interpretato da Michael Fassbender - già passato nella rassegna "Un certain regard" a Cannes, appena presentato al Torino Film Festival ma ancora in attesa di distribuzione nel nostro paese, torna a raccontare ventisette anni dopo la storia di Bobby Sands, commuovendo e facendo discutere ancora una volta l'Irlanda del Nord.
A Silvia Calamati, tra gli ospiti dell'Irish Film Festa che si conclude questa sera alla Casa del Cinema di Roma, che si occupa da tempo delle vicende irlandesi - a cui ha dedicato diverse opere, oltre a curare l'edizione italiana dei diari di Sands, tra cui Irlanda del Nord. Una colonia in Europa (2005), Figlie di Erin. Voci di donne dell'Irlanda del Nord (2001) e, ora, Qui Belfast. Vent'anni di cronache dall'Irlanda di Bobby Sands e Pat Finucane (pp. 362, euro 16,00), tutti pubblicati dalle Edizioni Associate - abbiamo chiesto di aiutarci a capire cosa resta nella memoria dell'Irlanda del Nord di oggi della figura di Bobby Sands.
«In Irlanda del Nord la figura di Bobby Sands è presente oggi come all'ora, all'epoca dello sciopero della fame dei prigionieri repubblicani, oltre venticinque anni fa - ci spiega Calamati, che aggiunge - La sua morte, come quella degli altri suoi compagni, l'orrore di Long Kesh, l'atteggiamento assunto dal governo britannico in quella terribile circostanza, tutte queste cose sono ancora lì, come se fossero accadute ieri. Si tratta di una vicenda che ha segnato un punto di non ritorno nella storia irlandese. Per la comunità repubblicana, in particolare, ha rappresentato un vero trauma: ci sono persone che ancora oggi stanno male nel raccontare quanto accadde nel 1981 in quel carcere». «Credo - sottolinea Calamati - che il commento più significativo a quei fatti sia venuto dalla voce di Bernadette Devlin che nella prefazione a Nor Meekly Serve My Time. The H-Block Struggle 1976/1981 , un libro dedicato a quel dramma e pubblicato nel 1994, ha scritto «niente ha sconvolto la mia vita più di quella tragica vicenda». Un'affermazione fatta da chi ha incarnato fin dagli anni Sessanta la lunga lotta degli irlandesi per i loro diritti, finendo in galera e rischiando più volte la vita, che illustra fino in fondo il peso di quelle morti e di quella vicenda. L'indifferenza mostrata dalle autorità britanniche verso chi stava soffrendo in un modo così terribile in carcere, la sua indisponibilità a trattare in alcun modo con i prigionieri, la chiusura di qualunque forma di dialogo hanno costituito un vero trauma per l'Irlanda del Nord».




Ma cosa ha rappresentato lo sciopero della fame del 1981 nella storia del movimento repubblicano irlandese?

Parto da un esempio. Due anni fa in occasione del 25° anniversario della morte di Bobby Sands, grandi manifestazioni hanno ricordato in tutto il paese gli avvenimenti del 1981, dimostrando ancora una volta quanto gli irlandesi di tutte le generazioni sentano la propria vicinanza per i protagonisti di quella vicenda. Nell'agosto del 2006 gli ex prigionieri di Long Kesh, sia donne che uomini, molti con indosso le coperte con cui si vestivano durante lo sciopero della fame, sono sfilati lungo Falls Road, nel cuore della Belfast repubblicana, tra migliaia di persone. Dopo il movimento per i diritti civili alla fine degli anni Sessanta, represso duramente dagli inglesi fino all'epilogo nel "Bloody Sunday" nel 1972, lo sciopero della fame e la morte dei prigionieri repubblicani nel 1981 rappresenta il punto più alto della lotta degli irlandesi per la libertà. Anche perché la totale chiusura di Londra rispetto alle rivendicazioni dei prigionieri si è rivelata un boomerang. Dico questo perché l'attenzione internazionale suscitata da quella vicenda e il clima nuovo che si è cominciato a respirare da allora in Irlanda del Nord hanno portato a un rapido cambiamento della situazione. E' stato dopo la morte di Bobby Sands e dei suoi compagni che lo Sinn Fein, la formazione che rappresenta storicamente il movimento repubblicano, ha cominciato quell'ascesa elettorale che lo ha portato a diventare il primo partito "nazionalista" dell'Ulster, una controparte credibile per gli unionisti e per lo stesso governo inglese. E' allora che si è aperto quel processo che ha condotto alla firma dello storico "Accordo del Venerdì Santo": il vero inizio, sebbene ancora parziale, di una stagione di pace nel paese.

Ma da quello che ha lasciato scritto, come possiamo immaginare lo stato d'animo di Bobby Sands in quel terribile momento?

Nella prima pagina del suo diario Sands parla di sé come di uno dei tanti giovani irlandesi che hanno conosciuto la galera e la repressione in nome della libertà del proprio paese. Ciò che ne ha fatto una figura unica, è stata probabilmente la sua lucidità, la capacità di scrivere e spiegare al mondo quanto stava accadendo in quel momento nelle celle del carcere di Long Kesh. Il suo modo di raccontare ciò che stava vivendo è stato talmente forte che altri prigionieri, penso ai curdi detenuti a Diyarbakir, che molti anni dopo hanno dato vita a un lungo sciopero della fame, si sono esplicitamente ispirati a lui. Ricordo di aver parlato all'inizio degli anni Novanta con un giornalista di Dublino dell' Irish Times che lo aveva incontrato nei primi giorni dello sciopero della fame. Mi colpì molto il suo modo di descriverlo. Mi disse: "Mi ha fatto pensare ai mistici irlandesi del Medioevo. Mostrava una consapevolezza estrema del gesto che stava compiendo e che avrebbe portato fino alle estreme conseguenze, ma sembrava avere dentro una grande serenità".

Oggi c'è un progetto che prevede di trasformare Long Kesh in un campo di calcio. Cosa si sta facendo sul terreno della memoria di questi lunghi anni di guerra?
 
Credo non abbia senso pensare di cancellare il carcere di Long Kesh. In quel luogo è stata scritta una terribile pagina di storia che non può essere dimenticata o cancellata così, con un tratto di penna. Deve rimanere così com'è perché continui a raccontare ciò che ha rappresentato, in modo che tutti possano riflettere su quanto accaduto. Il problema è che il governo di Londra vuole fare tutt'altro. Così, dopo l'accordo del Venerdì Santo è stata creata una commissione, denominata Historical Enquiries Team, a cui è affidato il compito di fare luce su tutte i capitoli più controversi della storia recente dell'Irlanda del Nord. Solo che si tratta di una speciale sezione della polizia, vale a dire lo stesso corpo che ha coperto e nascosto violenze e uccisioni quando non ha partecipato attivamente alla loro realizzazione. Non a caso le organizzazioni per la tutela dei diritti umani l'hanno soprannominata "Gate to the truth", il cancello della verità: lo strumento con cui le autorità inglesi aprono a loro piacimento solo qualche spiraglio sui tanti casi senza giustizia in cui sono stati coinvolti in oltre trent'anni soldati, poliziotti e membri dei gruppi paramilitari lealisti.

Ma a dieci anni dagli accordi di pace qual'è la situazione in Irlanda del Nord?

Molte cose sono cambiate e stanno cambiando ancora adesso, ma temo solo in apparenza. Belfast e Derry sono quasi irriconoscibili: i vecchi quartieri sono stati ristrutturati, ovunque ci sono locali e case nuove. Sono arrivati i soldi, anche se la disoccupazione continua a colpire soprattutto i giovani delle zone cattoliche. Certo, si vive meglio e emerge una volontà di pace e di dialogo tra le due comunità. Ci sono segnali di contatti e di iniziative comuni soprattutto da parte delle associazioni di donne. Sul fondo resta però un problema, quello del disarmo dei gruppi paramilitari lealisti. L'Ira lo ha già fatto, molte formazioni orangiste ancora no.


23 luglio 2008

La fede ad intermittenza di Tony Blair

La mia fede fonda i valori a cui mi riferisco, forgia la mia visione dell'umanità. Il mio impegno per l'Africa o le mie posizioni sul cambiamento climatico sono un suo riflesso. Ma ciò non vuol dire che tutte le mie decisioni passano attraverso il prisma della religione. Ho cercato sempre di fidarmi semplicemente di ciò che pensavo giusto. E' stato il caso dell'invio di truppe in Afhanistan ed Iraq.

(Tony Blair)




Caro Tony, la laicità per te è solo il momento per fare cazzate ?


5 luglio 2008

La crisi del miracolo economico laburista

 «Come la mattina dopo della sera prima» si dice qui dopo una notte di stravizi, quando ti aggiri come un fantasma alla ricerca di una tazzona di caffè da spararti in vena. A leggere i giornali britannici e a sentire i più ascoltati economisti, sembrerebbe che l'economia del Regno unito si trovi proprio nella situazione della mattina dopo della sera prima, con un brusco risveglio dopo un decennio di folleggiante benessere sotto il governo del Labour Party.
Vede nerissimo la Cbi (Confederation of British Industries), la Confindustria inglese, che annuncia 1) un aumento del 18 % delle chiusure di imprese (oltre 19.000 l'anno prossimo, la cifra più alta dal 2002 dopo la fine della bolla delle dotcom); 2) un tasso di crescita allo 0,4%, il più basso dal 1992; 3) un mercato immobiliare in crisi e che non risalirà prima di quattro anni; 4) 150.000 disoccupati in più, che porterà il totale a 1,79 milioni (circa il 6%).

L'inflazione galoppa verso il 4%
A conferma di tanto pessimismo, altre brutte notizie: il numero di case costruite quest'anno sarà il più basso da 63 anni a questa parte, cioè dal 1945: 147.700 unità contro le 203.900 del 2007, con un crollo del 27,6% in un solo anno. Ancora più preoccupante è che, nonostante la debolezza dell'offerta, dovuta proprio al ristagno di nuovi edifici, i prezzi delle case siano già scesi dell'8%. Per di più, il governatore della Banca d'Inghilterra, Mervyn King, ha annunciato che l'inflazione ha sforato il 3%, si situa ora al 3,3% e supererà il 4% a fine anno. La situazione economica è diventata così grave che i giornali chiamano il governatore per nome, Mervyn, proprio come si diceva Tony per Blair o Diana per la principessa. Con un ministro del tesoro, Alistair Darling, che per cognome fa appunto darling ("amore", "carino", "tesoro") si può immaginare il numero (e il livello) di battute su «quanto è carino dover stringere la cinta», «digiuna tesoruccio», e così via.
È tornata la parolaccia: «stagflazione», termine coniato nel 1974 per indicare un periodo in cui sono presenti insieme stagnazione e inflazione (di solito la recessione è associata a fasi di deflazione, di calo dei prezzi per mancanza di acquirenti, mentre i periodi d'inflazione sono invece associati a cicli di crescita: la stagflazione rappresenta quindi la perversa congiunzione di due patologie opposte). Perciò è tutto un chiedersi se sono tornati anche i terribili anni '70, con i sindacati carttivoni che pretendevano aumenti salariali per compensare l'inflazione.
Vista dal continente, per dieci anni la Gran Bretagna sembrava effettivamente un'isola felice, in crescita anche quando il resto del mondo stagnava, capace di evitare persino la recessione dopo l'11 settembre. Ma quale è stato il motore del miracolo britannico? La vulgata diffusa dagli ideologi del Labour somiglia a quella della Milano craxiana, «la Milano da bere» degli anni '80: qui si parlava della generazione di Blair come della Rockn'roll generation.
«La Gran Bretagna produce pochissimo, a differenza della Germania e del Giappone» mi dice Larry Elliott, nella sede del Guardian, di cui è il responsabile economico. Elliott è anche autore di vari libri sull'economia inglese: l'ultimo, sulla recessione, l'ha scritto insieme a Dan Aktinson, ed è appena uscito presso i tipi di The Bodley Head: The Gods That Failed: How Blind Faith in Markets Has Cost Us Our Future («Il dio che è fallito: come la cieca fede nei mercati ci sta costando il nostro futuro»).
Come c'era il New Labour, così c'era la New Economy, non più fondata su manifattura e industrie, ma su conoscenza e creatività. Elliott cita come esempio della vulgata dominante una frase di David Puttnam: «L'Inghilterra non è più 'un'isola di carbone circondata da pesce', secondo la famosa espressione del laburista Nye Bedvan, creatore del servizio sanitario nazionale nel 1946, ma 'un'isola di creatività circondata da comprensione (understanding)'».

Solo l'industria bellica è in salute
Certo è che dal punto di vista economico i dieci anni laburisti hanno acuito la deindustrializzazione perseguita da Margaret Thatcher. I lavoratori nell'industria sono passati da 4,3 milioni nel 1991 a 2,9 milioni nel 2007: un terzo in meno. Gli unici settori in cui il Regno Unito è ancora all'avanguardia sono quello farmaceutico e l'industria bellica: proprio in questi giorni si è appreso che nel 2007 la Gran Bretagna è stata il maggiore esportatore di armi al mondo. Ma la bilancia commerciale inglese è in rosso profondo per quanto riguarda i prodotti manufatturati: il deficit rappresenta circa il 6% del Prodotto interno lordo (Pil).
Il vero settore trainante dell'economia britannica è stata la City, la finanza, che dal 1996 al 2006 è cresciuta allo straordinario ritmo del 7% l'anno (il 200% in 10 anni) e che ha fatto di Londra una delle capitali globali del capitalismo globalizzato. Da questo punto di vista, l'Inghilterra rappresenta in grande quello che le isole Cayman sono in piccolo, una base offshore per investimenti globali. Sono i profitti all'estero di questi investimenti che hanno finanziato la crescita inglese e limitato il deficit. Nel 1992 l'Inghilterra era dovuta uscire dal serpente monetario europeo sotto gli attacchi della speculazione (in particolare del finanziere Gorge Soros) contro la sterlina, costretta (insieme alla lira italiana) a svalutare rispetto al marco tedesco. Ma da allora, e per dieci anni, la Banca d'Inghilterra ha praticato una politica di sterlina forte, tanto forte da sopravvalutarla (la sterlina valeva 3.000 lire e poi 1,5 euro). A sua volta la sterlina forte ostacolava l'export industriale inglese, ma rendeva più a buon mercato le importazioni, mentre favoriva l'afflusso di capitali. A sua volta l'afflusso di capitali nella City faceva lievitare il mercato immobiliare londinese con effetto a cascata su tutta l'Inghilterra. È così che l'occupazione del settore immobiliare è quella che in assoluto ha visto la crescita più rapida passando da 2,4 milioni di addetti nel 1991 a 4,5 milioni nel 2006, mentre nel settore finanziario in senso stretto l'occupazione è rimasta stabile a un milione di unità.
L'afflusso di capitali ha fornito allo stato un extra gettito che a sua volta ha consentito di aumentare le spese pubbliche. Contro la vulgata corrente, il Labour ha invertito la cura dimagrante thatcheriana e ha espanso la spesa pubblica che dal 1999 al 2006 è aumentata del 29% in termini reali. Parte di questa spesa è però andata a finanziare i privati attraverso iniziative a partecipazione mista. Però è cresciuto il numero di addetti all'istruzione (da 1,9 a 2,4 milioni di occupati: + 26%) e, soprattutto alla sanità (da 2,4 a3,3 milioni: + 37,5%). A confronto, «l'economia creativa» (tv, cinema, design, pubblicità...) è cresciuta sì del 49%, ma su un totale così basso (798.000 addetti nel 2006 contro 536.000 nel 1991) che mostra quanto sia sovrastimata la sua influenza.

Il governo chiede sacrifici a tutti
Ma con la crisi bancaria Usa e, soprattutto con l'inflazione importata, tutto questo bel castello si sta sfasciando e il circolo da virtuoso si tramuta in perverso. Già oggi la Gran Bretagna ha un deficit pubblico al 4%, diminuendo il margine di manovra del governo. Si discute sulle ragioni della crisi che si abbatte sull'isola (vedi articolo accanto), ma la sua realtà è indubitabile, e i consumatori già stringono la cinta. Ora il governo chiede sacrifici a tutti, ma quando ha provato a imporre una tassa di 30.000 sterline l'anno ai 20.000 finanzieri stranieri residenti in Inghilterra, ha sollevato un putiferio con tutta la stampa a difendere i poveri miliardari «costretti» a fuggire da una tale persecuzione.
Il governo si era preso tutto il merito della crescita economica. Ora rischia di addossarsi tutta la colpa della crisi e si trova ora preso in una tenaglia politica, oggetto della prossima puntata.

La City travolta da Wall Street

Ormai tutti gli economisti spiegano la recessione col meccanismo americano: anche in Gran Bretagna, come negli Usa l'economia tirava solo grazie a una politica di crediti facili che alimentavano sia il consumo delle famiglie, sia il mercato immobiliare: con la stretta del credito, queste due componenti sarebbero venute a mancare a l'Inghilterra sarebbe precipitata nella recessione. È l'opinione che Larry Elliott (vedi articolo accanto) mi ripete durante la nostra conversazione.
In realtà, le ragioni che hanno causato la crisi inglese sembrano diverse da quelle americane. Intanto, in Gran Bretagna non c'è stato nessun aumento vertiginoso dei mutui (vedi grafico accanto). Il numero totale dei mutui è cresciuto solo dell'1% l'anno (10% in 10 anni, da 10,5 milioni nel 1995 a 11,5 milioni nel 2005). Perciò la bolla immobiliare c'è stata quanto a crescita del valore delle case, ma senza corse all'indebitamento come negli Usa, e quindi senza un'ondata di mutui subprime. Né quest'ondata poteva esserci perché la Bank of England, a differenza della Federal Riserve americana, non ha mai concesso crediti facili. Mentre dopo il 2001 il tasso di sconto della Fed era negativo in termini reali (cioè inferiore al tasso d'inflazione), il tasso di sconto della Banca d'Inghilterra è sempre stato il più alto dei paesi industrializzati, proprio per tenere alto il valore della sterlina. Ancora oggi il tasso base è del 5%. E se si guarda la tabella dei tassi a 3 mesi pubblicata dall'Economist, si vede che in Gran Bretagna sono al 5,93% contro il 4,96% nell'area Euro e il 2,14% negli Usa. Gli alti tassi hanno impedito che la crescita del consumo fosse finanziata dal credito facile, anzi: contro l'idea di «spese pazze», «negli ultimi sei anni il consumo delle famiglie è sceso di tre punti percentuali rispetto al prodotto interno lordo» sostiene Chris Giles del Financial Times.
Infine, né in Gran Bretagna, né nell'area euro si è mai consolidata la pratica di re-ipotecare la casa al suo valore più alto per finanziare i propri consumi, pratica radicata solo nella cultura economica statunitense.
Wynne Godley, per anni direttore del dipartimento di economia applicata a Cambridge, mi dice al telefono che la crisi del credito in Gran Bretagna è cominciata molto più tardi che in America e quindi c'è uno sfasamento temporale. In realtà, la crisi è stata esportata in Inghilterra dalla politica della Fed e del tesoro Usa: per salvare il sistema bancario e per impedire un crollo di Wall street, le autorità monetarie Usa hanno semplicemente stampato carta moneta, sia iniettando liquidità diretta, sia con tagli drastici del tasso di sconto. Queste decisioni hanno provocato una svalutazione del dollaro rispetto a euro e yen. A sua volta la svalutazione che ha provocato il rincaro del petrolio e di altre materie prime. A loro volta i rialzi del petrolio e delle materie prime hanno innescato una spirale inflattiva che ha ridotto il potere d'acquisto dei cittadini che hanno così limitato i consumi rallentando l'economia.
Questa politica Usa ha spinto la Gran Bretagna a svalutare la sterlina che in un solo anno ha perso il 20% del suo valore rispetto all'euro (dalla cui area importa la maggior parte dei beni). La sterlina svalutata ha reso ancora più salato il conto delle materie prime importate (in particolare petrolio e alimentari), facendo impennare l'inflazione che non è stata compensata da nessun aumento salariale: da qui il rallentamento dei consumi e del mercato immobiliare.
Naturalmente nella capitale mondiale della finanza il vero effetto della crisi americana si è fatto sentire sulle banche. Basti pensare alla Northern Rock, la banca che aveva pesantemente investito nei mutui subprime Usa e che il governo britannico ha dovuto prima salvare e poi nazionalizzare a spese dei contribuenti.
La crisi del credito colpisce al cuore la principale industria inglese: la finanza. Capitale del credito e del mercato dei derivati, la City è la prima a risentire, e in modo più doloroso, della crisi del credito. E quando la City starnutisce, il mercato immobiliare si preende la polmonite.
Può sembrare curioso, ma a guardare gli annunci delle agenzie immobiliari, si scopre che, con la sterlina svalutata, in alcuni quartieri di Londra i prezzi degli appartamenti sono inferiori a quelli di Roma. E nella finanza il peggio deve ancora venire, perché, come mi dice Robin Blackburn (di cui la New Left Review ha appena pubblicato un saggio sulla «Subprime Crisis»), «mentre le banche Usa hanno confessato abbastanza presto i loro disastri, le nostre sono state molto più discrete e non ci hanno ancora detto tutto».



(Marco D'Eramo)


26 giugno 2008

Povertà ed etnie nella Gran Bretagna del dopo Blair

 

La condizione di povertà ha vari livelli. E' definito in condizione di povertà anche chi pur lavorando guadagna meno del 60% dello stipendio medio che in Gran Bretagna è definito di 100 sterline alla settimana per adulto single senza figli a carico, 183 sterline per una coppia senza figli a carico, 186 sterline per un genitore solo con due figli a carico e 268 sterline per una coppia con due figli a carico. La percentuale di indigenti varia in modo sostanziale a seconda dell'appartenenza etnica. Così per esempio il 65% dei cittadini del Bangladesh, il 55% dei pakistani, il 45% degli africani sono indigenti. I caraibici neri hanno una percentuale di indigenza attorno al 30%, gli indiani attorno al 25% come altre etnie «bianche». I «bianchi» inglesi hanno la percentuale più bassa di povertà, al 20%.
Per quello che riguarda la popolazione che appartiene o ha un background diverso da quello «bianco» la percentuale di povertà è molto più alta in qualunque categoria, nuclei familiari mono parentali, coppie, single. Le differenze sono maggiori nelle famiglie dove almeno un componente lavora. In queste famiglie circa il 60% dei bangladeshi, il 40% dei pachistani e il 30% degli africani sono registrati come poveri. Percentuali che superano di molto il 10-15% che riguarda gli inglesi bianchi. Questi ultimi si ritrovano in percentuali simili un po' in tutto il paese. Mentre gli appartenenti a minoranze etniche hanno percentuali molto diverse. Per esempio ci sono molti più poveri a Londra e nel nord del paese che nelle Midlands o al sud. Il 70% delle persone che vivono in stato di indigenza a Londra appartiene a minoranze etniche.
C'è poi un divario enorme rispetto alle donne. Secondo il censimento del 2001 circa il 15% degli uomini inglesi bianchi over 25 non hanno un lavoro pagato. Simili proporzioni si riscontrano in uomini indiani. Ma tra i bangladeshi, i pakistani, gli africani e i neri caraibici la percentuale è tra il 30 e il 40%. Per le donne, se tra le donne inglesi bianche over 25 la percentuale di quelle che non hanno lavoro è di circa il 30%, tra le donne africane si arriva al 50%. Ma il dato più impressionante riguarda le donne bangladeshe e pakistane: l'80% non è occupata. Anche se in possesso di una laurea gli uomini pakistani e bangladeshi hanno meno possibilità di trovare lavoro. Ancora una volta oltre alle donne sono i bambini quelli che soffrono maggiormente. Infatti due terzi dei bambini pakistani e bangladeshi vivono in condizione di povertà. Un dato che è il doppio rispetto ai bambini inglesi bianchi. Se un bambino su quattro tra i minori inglesi bianchi vive in povertà, ben il 74% dei bambini pakistani, il 60% di quelli bangladeshi e il 56% di quelli africani vive in condizioni di indigenza. Le associazioni che lavorano sulla povertà concordano nel sostenere che i pakistani e i bangladeshi sono nello scalino più basso, sono cioè i più discriminati anche sula qualità del lavoro e sui salari.

(Maeve Kelly)


25 giugno 2008

La middle-class ingannata da Blair

 

Quando fu incoronato primo ministro nel 1997 Tony Blair promise agli inglesi che sarebbero diventati tutti «middle-class». I dati pubblicati nei giorni scorsi dal ministero del lavoro e pensioni dicono che oggi la Gran Bretagna è un paese molto più ineguale di quando il new Labour salì al governo. Per l'attuale premier, Gordon Brown, non poteva esserci notizia peggiore. In un momento in cui la sua popolarità è ai minimi termini e quella del Labour nel suo complesso non gode certo di buona salute, la conferma che la povertà tra bambini e pensionati è aumentata rende il cammino di Brown verso un qualche tipo di risalita ancora più difficile.
Il gap tra ricchi e poveri in Gran Bretagna si è allargato. Quel che è peggio è che i dati riguardanti i minori che vivono sotto la soglia di povertà stabilita dal governo sono allarmanti: per il secondo anno consecutivo infatti centomila nuovi minori si sono aggiunti agli esistenti poveri. Un pessimo risultato per un governo che aveva fatto della eliminazione della povertà tra i bambini entro il 2020 uno dei suoi cavalli di battaglia. Impietosi i dati parlano chiaro. Il Labour non è riuscito, nonostante i miliardi spesi, ha raggiungere il suo obiettivo che era, nel 2005, quello di ridurre di un quarto la povertà tra i minori. Che tradotto significa che se il governo Brown vuole anche solo sperare di arrivare vicino all'obiettivo fissato per il 2010, dovrà trovare qualcosa come due miliardi e ottocentomilioni di sterline all'anno. Una sfida che gli analisti e i consultenti del Labour definiscono «tough», dura, visto che le casse dello stato sono già in un profondo rosso.
Il ministero del lavoro e pensioni rivela che la crescita economica che pure c'era stata all'inizio del terzo mandato laburista ha fallito nell'aiutare i meno abbienti. Le entrate del 20% di famiglie più povere sono diminuite dell'1,6% tra il 2005-06 e tra il 2006-07 mentre quelle delle famiglie più ricche sono aumentate dello 0,8%. Una disparità che è confermata dai dati riguardanti la crescente importanza della City rispetto all'economia. La forbice della diseguaglianza è oggi la più alta da quando sono disponibili dati in materia, cioè dal 1961. Il governo si è affrettato a controbattere che se il Labour non avesse fatto tutto ciò che ha fatto in questi undici al potere per combattere la povertà ci sarebbero oggi un milione e mezzo di bambini poveri in più e altrettanti pensionati. Il problema, fanno notare le associazioni che si occupano di povertà, è che Tony Blair aveva promesso ben altro.
Help the Age per esempio sostiene che il fatto che oggi ci siano trecentomila pensionati in più «è mortificante per il governo perché dimostra che le politiche adottate non sono state efficaci». Non solo, per l'associazione, «il problema è che quando gli anziani vivono contando su un'entrata fissa è per loro praticamente impossibile uscire dalla condizione di povertà».
Per Gordon Brown la pubblicazione dei dati sulla povertà è in qualche modo una doppia batosta. Infatti anche nei suoi dieci anni da ministro del tesoro, l'attuale premier, aveva fatto della lotta alla povertà la sua bandiera. La realtà dice che un bambino su cinque oggi vive in condizioni di relativa povertà. Sono infatti due milioni e novecentomila i minori che vivono in relativa povertà. E questo è il dato che non considera i costi della casa. Se si considerano anche i costi della casa, allora il numero sale a tre milioni e novecentomila. Per il secondo anno consecutivo dunque c'è stato un aumento consistente nel livello di povertà tra i minori.
Per Donald Hirsch, consulente della Joseph Rowntree Foundation che ogni anno pubblica un dettagliato rapporto sulla povertà, «i due miliardi di sterline messi a disposizione dal governo per affrontare il problema della povertà tra i minori negli ultimi due anni sono serviti a migliorare le condizioni di cinquecentomila minori. Ma per raggiungere l'obiettivo che il governo si è prefisso per il 2010 - ha aggiunto - cioè quello di ridurre drasticamente la povertà sarebbe necessario migliorare le condizioni di un altro milione e duecentomila bambini». Un'impresa titanica.
La metà dei minori che vivono in condizioni di indigenza sono in famiglie dove almeno un componente lavora. Quando poi i minori diventano maggiorenni e entrano nel mondo del lavoro la loro condizione non migliora. Infatti il tasso di disoccupazione tra gli under 25 è aumentato costantemente dal 2004. Un dato che è opposto rispetto a quello che riguarda gli over 25 tra i quali la disoccupazione è praticamente costante. Nel complesso tra il 2004 e il 2006 il numero di persone che vivono in povertà è aumentato di circa settecentocinquantamila persone. Attualmente ci sono tredici milioni di persone in stato di indigenza. Di queste un milione e mezzo sono giovani adulti di età compresa tra i 16 e i 24 anni. Due terzi sono single e senza figli a carico, molti vivono ancora con i genitori. Le donne in stato di indigenza sono più degli uomini (circa cinque milioni contro i quattro milioni di uomini).
L'altro dato inquietante riguarda le persone diversamente abili o con problemi di tipo psichiatrico. La povertà delle persone tra i 25 e i 65 anni arriva al 30%, il doppio rispetto a quelle senza problemi. Due milioni e duecentomila le persone che ricevono sussidi per oltre due anni. Di questi, tre quarti sono diversamente abili.

(Maeve Kelly)


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permalink | inviato da pensatoio il 25/6/2008 alle 3:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


25 agosto 2007

Thank you, Mr Blair....

Tre soldati britannici : "Noi siamo stati uccisi da fuoco amico in Afghanistan...."

Rhys Jones: "Io non mi sono nemmeno dovuto spostare da dove abito..."

Per un piccolo approfondimento qui e qui


29 giugno 2007

Un chiaro messaggio al ministro degli esteri britannico

"Non permettetevi di andare via dall'Iraq". E' questo il chiaro messaggio di chi ha messo le auto imbottite di esplosivo a Piccadilly Circus. Si tratti di Al Qaeda, che ha bisogno di truppe straniere in Iraq come motivo principale di legittimazione, o si tratti dei poteri interni agli Usa che sono stati complici dell'attentato delle Due Torri e che hanno bisogno di restare sul terreno della guerra, il fatto che questi tentativi siano stati fatti in concomitanza con la venuta del nuovo premier britannico e di un ministro degli esteri che ha criticato l'intervento in Iraq, non è assolutamente un caso.


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