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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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28 febbraio 2012

L'Apologia di Socrate : un poco di me

Egò dè ouv kai autòs up’auton oligou emautou epelathomen, outo pithanos elegon.

In realtà anche io, proprio io, a causa di costoro mi sono dimenticato di un poco di me stesso. Tanto parlarono persuasivamente.

Ad una lettura di primo livello si tratta semplicemente di una operazione retorica in cui Socrate si complimenta con i suoi accusatori per essere stati persuasivi giusto per evidenziarne poi la capziosità. Tuttavia possiamo tentare una lettura di secondo livello.

Al centro di questo enunciato c’è egò dè ouv kai autòs che possiamo tradurre in diversi modi. Si traduce come “Io stesso dunque” oppure come “Appunto io” oppure come “proprio Io”. Cosa vuol dire questa locuzione? Proviamo a tradurre come “Questo io che vedete qui, proprio questo io, che vi dice che costoro stanno dicendo falsità, è quello stesso io che si è dimenticato di un poco di se stesso ascoltando i discorsi di costoro”. C’è dunque una contrapposizione tra due io, una sorta di avversativa “io adesso dico questo ma…”. Ma donde viene questa duplicità, com’è che un parlante si possa contraddire nel tempo?

 

 

Analizziamo i due termini egò e autòs.

Il primo fa pensare alla visione di Anassimandro, lo sfondo della filosofia occidentale. Diremmo lo sfondo orientale della filosofia occidentale. egò è comunque il frutto della separazione (ag-), della rottura dell’unità originaria dell’apeiron ed è dunque un frammento (agma) di questa rottura che deve pagare il fio di questa ubris portandone il peso (egk-). L’esistenza individuale è il dover portare il peso di se stessi, essendosi separati dall’apeiron. L’io è questa ubris (ogk-os, euk-omai) che è diventata iattura, punizione, responsabilità (eg-gue). L’Io è già internamente duplicato e tale duplicazione è l’essere di peso a se stessi, il trascinar-si nel tempo. Dunque il peso (egk-) è ciò che si ha (ekh-) in quanto ciò che ogni ente è, è in realtà estrinseco ad esso, è una sua proprietà (ousia, oik-os) ed è un suo limite, un ostacolo (kat-okhe). Il peso che ognuno porta con sé è se stesso o qualcosa di simile a sé (eoik-a, eik-), qualcosa di vicino (egg-us), qualcosa cui ci si approssima, in un movimento perenne che però non si realizza mai compiutamente, un agitarsi, un tremare (rig-eo) come continuo e vano tentativo di essere una sola cosa con se stessi.

Qui entra in gioco l’autòs: il turgore dell’ogk-os, quello che ad un certo punto è peso (egk-), è all’inizio crescita (auk-s) e poi piacere (ad-) e compiacimento, ma poi diventa sazietà e troppo (ad-en) e colpa, responsabilità (ait-). Perciò l’Io trabocca e diventa voce, parola, canto (aud-e).

La parola è il mezzo con cui l’Io duplicandosi si alleggerisce del peso che esso è per se stesso.

Il ritmo del tempo è come l’Uno di Plotino che si carica, si accresce, è sazio e trabocca, riproducendo con la voce e la parola un altro se stesso, ma rimanendo così identico a se stesso, ri-guardandosi e re-spectandosi (aid-), cioè guardando l’altro come se fosse sé (autòs) e riunendosi di volta in volta a se stesso.

Questo ritmo è un progressivo avvicinarsi di sé a se stesso che non viene, come si è detto, mai completamente realizzato: il proprio lui dell’autòs è prope (approssimazione) e come si è visto eg-gus (vicino), approssimazione all’interezza di sé, quel sollus che è unicità, identità puntuale di sé con sé, esser quello e non altro. Eppure tale interezza, tale unicità è paradossalmente solitudine (sollus è solus), mancanza, il peso (egk-) proprio del frammento (ag-ma) che è l’Io (eg-ò).

Socrate intuisce il rinvio all’infinito proprio del rapporto mai compiuto di sé con sé quando parla di oligou emautou, che traduciamo non canonicamente come “per un poco di me”, ma letteralmente come “di un poco di me” in quanto oligos (poco) è lic-(mutilare) così come piccolo è picc- (pezzo, frammento) e come paucus è pauo (cessato, troncato), quasi come se la piccolezza fosse un adattamento approssimato con sempre maggior precisione (preciso è prae-cisus ossia troncato) come in un primitivo procedimento di esaustione. Ma se lo stesso Io (eg-ò) è frammento (ag-ma), ed il me è mei (piccolo) ed è mer- (parte), allora oligou emautou è il frammento di un frammento, una parte progressivamente più piccola. Nell’anima sembra avvenire una sorta di paradosso di Zenone, visto che per Eraclito “..Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell'anima: così profondo è il suo lógos”. Questa parte progressivamente più piccola di sé che Socrate rischia di dimenticare è proprio il logos, possibilità di divisione (ratio), frazione continuamente riducibile, rapporto. Ma chi aveva parlato della parola come potente dominatore che con piccolissimo e invisibile corpo persuade Elena (che nel mito diventa non a caso immagine inesausta di sé, gemella di Clitennestra, con l’immagine a Troia e il corpo in Egitto, assolutamente incapace di ricomporsi e affranta dal peso della propria fuga da sé) a seguirla e a seguire Paride, scatenando una guerra? Se dunque Socrate risponde ai suoi accusatori, in realtà il suo bersaglio vero (o almeno il bersaglio di Platone) è Gorgia, il sofista che concepisce il logos come forza che trascina chi ascolta, mentre per Socrate il logos è un principio di ordine, di gestione del tempo proprio dell’anima, che evita all’Io il rischio di doversi duplicare nell’incoerenza in modo da dire “anche io, proprio io”.

 

 

 


1 febbraio 2012

L'Apologia di Socrate : gli accusatori

 

Oti men umeis, oi andres Atenaioi, peponthate upò emon categoron, ouk oida.

Che cosa voi, o uomini ateniesi, abbiate provato per mano dei miei accusatori non lo so (non ho visto).

In questa prima frase dell’Apologia di Socrate c’è un’intera impostazione filosofica, c’è tutta la tragedia che Socrate denuncia nel prosieguo dell’opera. Si tratta di una filosofia in parte consapevole, in parte suggerita dalla lingua stessa, in questo caso il greco antico.

Cominciamo da oi andres Atenaioi, dove c’è la precisazione che si tratta di andres. Da un lato ciò allude all’emarginazione delle donne, cosa che però Socrate non voleva sottolineare. La cosa importante è che Socrate precisa chi sia l’oggetto a cui si attribuisce il predicato. Sarebbe stato possibile infatti anche dire oi Atenaioi, ma Socrate circoscrive la classe di individui a cui si rivolge. Sembra, forse inconsapevolmente, che Socrate voglia evidenziare come bisogna essere precisi quando si predica qualcosa di qualcuno. Proprio perché il predicare è un’operazione pericolosa.

La chiave di tutta questa frase è nella parola categoron. Il termine “categoria”, usato da Aristotele per indicare i modi in cui l’essere si predica delle cose nelle proposizioni, è collegato all’accusare. Entrambe le accezioni derivano dal dire qualcosa di qualcuno. Nel caso filosofico si descrive attribuendo un predicato ad un oggetto. Nel caso giuridico si accusa qualcuno di qualcosa.

Gli accusatori sono coloro che in pubblico (agoreuo è soprattutto parlare in pubblico) dicono qualcosa (di negativo) di qualcuno. Soffermiamoci ancora su agoreuo : la radice è ag- che significa rompere, spezzare da cui deriva anche aghios (santo, separato), aghnos (puro, separato), aghnumi (rompere). Il rompere produce una molteplicità e ciò si rivela nel prefisso aga-(molto) e nell’avverbio agan (molto, troppo). Questa molteplicità viene messa in serie da un primo, un capo (agos) che si separa dagli altri (come puro e santo) ed, in quanto forte e buono (agathos), conduce (ago) la molteplicità e la raduna (agheiro). L’agorà è questa molteplicità radunata che è assemblea, piazza, mercato, foro, in cui ci può essere agòn (riunione vel rissa vel lotta vel gara vel processo), in cui si gira, si vagabonda e si compra (agorazo) oppure si mendica (agurthazo). Nell’agorà si verifica tutto quello che si può verificare in una molteplicità che occupa uno stesso luogo. Come pure si parla in pubblico (agoreuo) e si parla di qualcuno e contro qualcuno (kathagoreuo).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il parlare di qualcuno è già un atto che porta in sé una certa violenza e già il parlare è un frantumare un senso unitario in tanti suoni attraverso la bocca e i denti. Come la predicazione fa sì che una molteplicità di oggetti venga condotta sotto un concetto, così il predicare qualcuno, accusandolo, di qualcosa mobilita una molteplicità di persone contro un escluso secondo la procedura del capro espiatorio. In questo modo, la molteplicità riceve da questa violenza un’identità che non aveva. Essa può essere identificata grazie a colui che essa esclude, emargina, bandisce. Le categorie sono gli strumenti, i pregiudizi attraverso cui questa violenza viene esercitata, la rete attraverso le quali viene cacciata ed imprigionata (agreuo) la preda della collettività, lo strumento appuntito con cui si marchia il bestiame. Praedicatum è l’essere reso noto, l’essere elogiato o bandito. L’attributo (ad-tribuere) è ciò che viene affidato, assegnato, imputato a qualcuno e l’imputazione è l’incidere una tacca a qualcuno. L’argomentum, ciò di cui si parla, è ciò che viene fatto brillare, ciò che è evidenziato, ciò che è indicato. Il giudizio ha un carattere sia conoscitivo che giudiziario ed è un attribuire che è anche un separare, un dividere, un dare a ciascuno ciò che gli è proprio. Caino, dopo che ha ucciso Abele, viene prima scovato, poi marchiato (il marchio di Caino) in quanto nessuno, al di fuori di Dio, potesse disporre di lui ed infine bandito. L’oggetto di cui si parla è un criminale che viene catturato, marchiato, imprigionato o bandito. Con questo meccanismo sociale, il capo (agòs), che si è separato (aghios) dalla società, rompe (aghnumi) il legame sociale e crea una molteplicità (agorà) che, perché possa essere controllata, va indirizzata contro qualcuno (kathagoreuo).

Dunque il processo e l’accusa di Socrate sono una metafora di un procedimento conoscitivo, di una dissonanza cognitiva, di una opinione che si rivela falsa, ed al tempo stesso un evento politico, una presa o un consolidamento del potere. Platone attraverso il processo a Socrate mette le basi per una teoria della conoscenza che non permetta più che si verifichi un errore, perché l’errore cognitivo ha conseguenze politicamente rilevanti che possono essere gravissime.

C’è in questa frase anche tutta la tesi che Socrate svolge nella sua apologia, il rovesciamento di prospettiva che presenta ai suoi giudici: coloro che lo hanno riconosciuto colpevole stanno facendo del male a se stessi. Coloro che colpiscono sono a loro volta colpiti.

Infatti Socrate dice : cosa abbiate provato (sofferto) per mano dei miei accusatori, questo io non lo so, non l’ho visto (oida ci dice che, per la lingua greca, la conoscenza è figliuola dell’esperienza, dell’immediatezza di un vedere). E’ una presa di distanza, uno scansarsi: i miei accusatori volevano colpirmi, ma hanno colpito voi e io non so cosa possiate provare.Voi volevate giudicarmi e attribuirmi una colpa, ma alla fine avete marchiato a fuoco voi stessi. I miei accusatori, convincendovi a etichettarmi, vi hanno etichettato.

 


7 novembre 2011

Lettera alla Cgil : politica industriale

Inoltre, dice Del Monaco, è necessario che gli economisti di sinistra, nelle loro diversità, possano elaborare una risposta agli studi di Viesti, Rossi, Trigilia sui distretti: un piano industriale che declini, a partire dalla qualità del lavoro, cosa produrre, quale ricerca (per sostenere le filiere produttive) e quali infrastrutture sono necessarie, come tutelare l’ambiente. Per Graziani, Realfonzo e Brancaccio una nuova politica industriale deve stimolare gli investimenti pubblici e privati ed accrescere per tale via il Pil. Accanto agli investimenti privati servono considerevoli investimenti pubblici nelle infrastrutture, nella ricerca e nel trasferimento dei brevetti in modo da guidare l’apparato produttivo verso un salto tecnologico. 

 

 

Negli ultimi anni siderurgia, meccanica, elettronica, chimica e farmaceutica hanno trainato secondo Antonelli le esportazioni del Sud; tutti settori con imprese di grandi dimensioni e tecnologie avanzate, il cui insediamento nel Mezzogiorno è dovuto agli investimenti pubblici operati negli anni dell’intervento straordinario o a scelte localizzative di grandi gruppi multinazionali. Intanto investiamo nelle energie rinnovabili e compriamo i pannelli solari in Germania invece che produrli. L’Italia inoltre tra gli anni settanta e novanta non è entrata come partner con Germania, Spagna, Inghilterra e Francia nell’Airbus, la più avanzata filiera tecnologica, industriale e logistica europea. Per Antonelli un progetto di politica economica responsabile deve essere capace di distinguere gli orizzonti temporali. Si deve distinguere tra interventi di breve termine volti a contenere e ridurre la crescente disoccupazione e accelerare il ritorno a tassi di crescita adeguati, da interventi strutturali di medio periodo che sappiano finalmente porre le basi per un processo di sviluppo sostenibile. Per questo secondo livello di intervento è necessario elaborare un progetto strategico che individui il modello di specializzazione più adeguato alle capacità del paese e sia capace di organizzare vere e proprie coalizioni per l’innovazione in grado di orientare la convergenza e l’integrazione delle iniziative delle singole imprese su progetti collettivi di ampio respiro strutturale che promuovano l’introduzione di intere filiere innovative. A mio parere la strada è quella delle tecnologie del risparmio energetico e dello sfruttamento di fonti alternative di energia (il solare ad es.).


27 settembre 2011

Lettera alla Cgil : il debito pubblico e la speculazione

 

 

La crisi dei subprime ha costretto gli Stati ad iniettare forti dosi di liquidità nel sistema bancario e dunque li ha costretti ad aumentare il debito pubblico. A questo punto si è parlato di nuovo protagonismo del settore pubblico e di forte regolamentazione della finanza globale (su questo Paolo Giussani ha giustamente ironizzato). Può essere che il Capitale, sempre più finanziarizzato, non gradisca affatto una regolamentazione dei propri flussi e si sia dunque scagliato proprio sul debito pubblico degli Stati, volendoli costringere non solo a rinunciare ai propositi di una revanche ma anche (soprattutto in Europa) a cedere le loro residue quote di attività nel campo della politica industriale e dei servizi sociali, preparando evidentemente un processo di privatizzazione di questi ultimi. Molto discusse sono l’incidenza della speculazione finanziaria e gli interessi che essa serve. Per “speculazione” non s’intende la tendenza ad assecondare le dinamiche dei mercati finanziari per ottenere profitti privati, ma la capacità di attivare le dinamiche dei mercati finanziari per ottenere enormi guadagni e per condizionare la politica degli Stati-nazione. Questa capacità è in genere negata per ragioni ideologiche dalla maggior parte della letteratura. L’unica cosa che si ammette (vedi Shiller) è che nei mercati finanziari ci siano processi caotici e cumulativi che sono però causati da eventi spesso apparentemente irrilevanti e non tutti riconducibili ad un soggetto unitario. Anche studiosi di sinistra come Canale e Stirati sottovalutano ad es. il ruolo attivo del rating inteso come profezia autoconvalidante. Ma alcuni economisti e sociologi cominciano a prendere sul serio questa ipotesi (si pensi a Krugman, a Luciano Gallino, Sergio Bruno, Andrea Fumagalli, Emiliano Brancaccio ed a Bruno Amoroso) che potrebbe essere basata sull’esistenza di oligopoli finanziari a cui si dovrebbe applicare l’analisi già elaborata sugli oligopoli industriali da Chamberlin e Robinson. Secondo Fumagalli all’inizio del 2011 cinque Sim e cinque banche hanno raggiunto il controllo di oltre il 90% del totale dei titoli derivati. Per quanto riguarda il debito pubblico italiano l’87% è detenuto da investitori istituzionali. I mercati finanziari non sono qualcosa di neutrale, ma sono espressione di una precisa gerarchia: una piramide che vede al vertice pochi operatori finanziari in grado di controllare secondo Fumagalli il 70% dei flussi finanziari globali, mentre alla base una miriade di piccoli risparmiatori svolgono una funzione meramente passiva. Il fatto che l’ipotesi vada presa sul serio è dato anche dalle affermazioni di Warren Buffett (speculatore tra i più noti e ricchi oltre che grosso azionista di Moody’s) secondo il quale la lotta di classe la stanno facendo i ricchi e la stanno vincendo (per cui la tassa sui super-ricchi da lui sponsorizzata rischia di rivelarsi solo un confettino anti-costipazione, magari al dolce sapore di prugna). Va segnalata, a questo proposito, anche la teoria di un altro grande speculatore, George Soros, il quale ricorre alla categoria di riflessività per spiegare gli effetti caotici che si verificano sui mercati finanziari (utilizzando le categorie del sociologo Merton di profezie autoconvalidanti e il salire tutti sul carro del vincitore). Tale teoria è stata anche formalizzata dall’economista marxista Anwar Shaikh. Volendo tratteggiare uno schema semplificato dell’attività speculativa da parte degli oligopoli finanziari si può dire che questi speculatori (i pastori) ad es. fanno dei grossi acquisti, facendo salire il titolo e incoraggiando il gregge (gli altri investitori, più piccoli e dispersi) ad acquistarlo. Ciò aumenta a valanga il valore del titolo. A questo punto gli speculatori potrebbero già vendere il titolo ed incassare il surplus.

 

 

Ma, poiché la loro uscita provocherebbe un processo a valanga contrario, essi, sulla base di questa forza contrattuale, cercano di ricattare l’azienda o l’istituzione che fa capo a quel titolo, per ottenere dei vantaggi aggiuntivi o per condizionarne la politica, diventandone maggioranza azionaria. Se ciò non riesce, essi vendono il titolo e, seguiti dal gregge, ne riducono il valore. Alla fine il ciclo potrebbe tranquillamente ripartire daccapo. Gli acquisti ricominciano, le borse si risollevano e gli investitori istituzionali iniziano a fare incetta di titoli ai valori minimi. Nel giro di pochi giorni si maturano plusvalenze di tutto rispetto. Nel caso dei titoli del debito italiano, gli speculatori, dando il primo colpo, hanno scatenato l’effetto valanga e deprezzato il valore di questi titoli di modo che, nel momento in cui lo Stato indebitato è costretto a vendere i propri gioielli di famiglia (parti del territorio o azioni di aziende che producono beni o servizi essenziali) essi possono acquistarli a prezzi stracciati (sempre che, come nel nostro caso, all’aumento dello spread tra titoli di Stato si aggiunga un forte prolungato calo di Borsa) ed aumentare così il loro potere.  I primi che hanno venduto sono i principali investitori istituzionali: nei primi sei mesi del 2011 Deutsche Bank ha ridotto dell’80% la propria esposizione sui titoli del debito pubblico italiano, riducendo il proprio portafoglio di titoli da 8 mld di euro della fine del 2010 a 997 mln di euro di oggi. Fumagalli dice poi che, dopo il primo attacco speculativo di metà luglio contro i titoli italiani, greci e spagnoli, in seguito al piano europeo di intervento straordinario a sostegno della Grecia, il recupero sia stato tale da garantire plusvalenze record, sino a consentire a Goldman Sachs di godere di maggior liquidità della Federal Reserve americana.  Canale ipotizza una strumentalizzazione dei mercati finanziari da parte dei paesi forti dell’euro che intervengono in aiuto dei paesi periferici indebitati solo quando si teme l’effetto contagio: una strategia che si sta rivelando in realtà molto azzardata. Infatti gli speculatori sono pronti a scatenare nuove offensive non appena vi siano notizie tali da far riprendere le vendite di titoli da parte del gregge (soprannominato anche “parco buoi”) ed è inevitabile che tali notizie emergano. Infatti le grandezze di flusso (reddito e prodotto nazionale) non sono indipendenti da tasse e spese pubbliche. L’austerità non può che avere effetti depressivi su tutte le grandezze di flusso e dunque non può che indurre tendenze recessive, creando in tal modo le premesse di nuovi e diversi attacchi speculativi. Il raggiungimento del bilancio in pareggio per Fumagalli non interessa agli speculatori. Ciò che interessa è che lo spazio per la speculazione finanziaria al ribasso rimanga sempre aperto e in secondo luogo che nuova liquidità venga continuamente e costantemente iniettata nel circuito dei mercati finanziari, al fine di accrescere la solvibilità delle transazioni. L’attività speculativa è quindi sempre in azione. Il problema sta nell’enorme ed inflazionata massa di titoli finanziari detenuti in varie divise il cui valore eccede quello delle capacità produttive. È questo secondo stock, detenuto dal gregge per motivi cautelari o pensionistici, quello che consente agli speculatori professionisti di ingigantire a dismisura le variazioni di valore da loro innescate, inducendo i fenomeni di crisi di fiducia. Sono infatti le crisi di ansia dei possessori dispersi di questo stock di ricchezza (il gregge) che, in assenza di politiche e di garanzia credibili, moltiplicano gli effetti e le manovre speculative e le premiano. Inoltre, acquistando le azioni delle agenzie di valutazione, questi speculatori non hanno neanche bisogno di vendere inizialmente quantità considerevoli di un titolo. Infatti, in questo caso, basta anche una vendita di piccole quantità, seguita o preceduta da un report ovviamente interessato dell’agenzia di valutazione di cui essi sono in parte proprietari. L’effetto valanga, più che dalla consistente vendita iniziale, viene garantito dall’effetto annuncio dell’agenzia di valutazione. Per Fumagalli le società di rating hanno l’obiettivo di certificare ufficialmente una situazione di panico o di euforia ed è difficile individuare l’effettivo nesso di causa ed effetto tra declassamento del titolo sovrano e l’inizio della sua perdita di valore. Inoltre secondo Sergio Bruno, per operare tali manovre, i mezzi propri degli speculatori sono una piccola frazione di fondi totali che essi mobilitano in quanto i fondi propri sono moltiplicati i 10-20 volte da una leva finanziaria notevole, assicurata da banche d’affari che in ciò trovano il loro tornaconto.

 

 

 


20 settembre 2011

Le tesi di Emiliano Brancaccio sulla crisi del debito pubblico europeo

Emiliano Brancaccio, partendo da un punto di vista eterodosso, analizza la crisi del debito pubblico europeo con ben altri esiti rispetto agli economisti del mainstream. Egli parte dal presupposto che sia in corso in Europa una competizione tra capitali, competizione che rischia di smantellare l’assetto dell’UE, assetto sovrastrutturale e quindi del tutto dipendente dalle dinamiche economiche in atto. I capitali tedeschi, detenenti alti tassi di produttività, hanno un alto coefficiente di penetrazione negli altri paesi europei. Questo è il frutto della politica economica tedesca che ha, nel corso dell’ultimo decennio, privilegiato le esportazioni, mantenendo fermi i salari interni. Questa politica ha generato grossi squilibri nelle bilance commerciali di altri paesi europei, quali Spagna, Portogallo e Grecia (Brancaccio inserisce in questo discorso anche l’Italia).

 

 

Il deficit commerciale di questi paesi compromette la crescita di questi ultimi e la mancanza di crescita genera la sfiducia sulla possibilità di questi paesi di rimborsare il proprio debito pubblico. In questo modo gli speculatori vendono titoli di stato di queste nazioni perché puntano sul default del loro debito pubblico e sullo sganciamento dall’unione europea. La crisi del debito pubblico mette in difficoltà anche le banche dei paesi colpiti che hanno tra i loro crediti gli stessi titoli del debito pubblico. Ciò comporta difficoltà nei patrimoni di queste banche che sono viepiù costrette ad aumentare il proprio capitale con il rischio di scalate da parte di capitali stranieri (Brancaccio pensa soprattutto a capitali tedeschi. L’esito finale potrebbe essere una elevata mortalità delle imprese dei paesi periferici ed ad una desertificazione produttiva di questi ultimi.

Brancaccio ha anche ragione a criticare le politiche economiche che, secondo l’ortodossia liberista, dovrebbero contribuire a sanare il debito pubblico a rischio di insolvenza di questi paesi periferici. I prestiti rinviano soltanto il problema e l’austerità, comprimendo i consumi interni, abbassa il reddito nazionale lordo e riduce la capacità di rimborso dei prestiti, scatenando ulteriori crisi di fiducia nei mercati finanziari. Per Brancaccio un possibile rimedio sarebbe lo standard retributivo europeo, cioè una politica che obblighi i paesi dell’UE a garantire una crescita delle retribuzioni almeno uguale alla crescita della produttività del lavoro in modo da interrompere la caduta ormai trentennale della quota salari in Europa e di eliminare la tendenza recessiva che da essa consegue. Al di sopra di questa crescita minima dei salari, lo standard retributivo europeo legherebbe la crescita delle retribuzioni reali agli andamenti delle bilance commerciali allo scopo di favorire il riequilibrio tra paesi in surplus e paesi in deficit con l’estero. I paesi caratterizzati da surplus commerciale sistematico dovrebbero essere indotti ad accelerare la crescita delle retribuzioni rispetto alla crescita della produttività al fine di contribuire all’assorbimento degli avanzi con l’estero. In questo modo se in Germania si aumentano i salari relativi, i lavoratori tedeschi possono aumentare le importazioni e ridurre il disavanzo commerciale delle nazioni europee che esportano verso la Germania. Senza una politica di questo tipo, gli squilibri commerciali rimangono e i salari dei paesi in deficit tenderanno a ridursi con effetti ulteriormente recessivi.

Negli ultimi articoli Brancaccio ha sottolineato la necessità di un maggiore controllo sulla circolazione dei capitali e sulla possibilità che questo controllo venga effettuato dai singoli stati membri dell’UE. Brancaccio ha anche criticato il libero-scambismo di sinistra che tende ad escludere tale controllo dalle proprie proposte di politica economica.

Le tesi di Brancaccio sono complessivamente convincenti e tuttavia sono possibili due osservazioni:

1.      Non ha senso per i comunisti dichiararsi libero-scambisti, ma bisogna essere consapevoli, con Marx, che il libero scambio è una delle caratteristiche dell’espansione del capitalismo nel mondo e dunque non si può facilmente rimuovere senza che ci siano conseguenze ancora più conflittuali tra gli Stati. Le politiche protezionistiche hanno maggiore senso quando vogliono tutelare un’industria o un settore produttivo nascente, ma difficilmente possono essere messe in atto in chiave difensiva a tempo indeterminato. Né si può trascurare il fatto che questo tipo di politiche più facilmente si può collegare ad ideologie politiche nazionalistiche e dunque a conseguenze molto meno condivisibili. La strada maestra per la sinistra è, in presenza di circuiti economici e di zone di scambio che travalicano l’ambito nazionale e rendono più difficili politiche economiche tese alla redistribuzione del reddito verso i ceti meno abbienti, quella di rafforzare istituzioni politiche il cui intervento sia possibile a livello più esteso in modo da riattivare il controllo dei capitali a tale livello.  Quindi la sinistra deve lavorare perché sia possibile una politica fiscale europea, uno standard retributivo europeo, la nascita dei titoli di debito pubblico europei, il sistematico investimento pubblico europeo, una imposta sulle transazioni finanziarie a livello europeo. Ovviamente la difficoltà sta nel fatto che l’assenza di strumenti politici adeguati limiti la possibilità per una forza comunista di incidere nell’elaborazione di riforme politiche di tale estensione. Ma a livello sindacale si può spingere per iniziative sindacali coordinate a livello europeo, in quanto solo se le forze del lavoro si uniscono ad un livello più grande, è possibile un vero contraltare alla libera circolazione dei capitali nel nostro continente e nel mondo. Un altro punto è che un eventuale sganciamento o allentamento dai vincoli europei non può e non deve sfociare in forme di protezionismo angustamente nazionalistiche, che potrebbero avere vita breve (e di questo ne è consapevole lo stesso Brancaccio). Forse da questo punto di vista è più interessante l’ipotesi di Leonardo Amoroso, per il quale potrebbe essere necessaria un’area di Stati europei periferici del mediterraneo, con una moneta comune e la possibilità di più libero scambio all’interno. In questo modo una politica economica più autonoma sarebbe una opzione più forte ed anche più ragionevole.

2.      Un’altra osservazione che può essere fatta sulle tesi di Brancaccio è quella relativa al fatto che la crisi del debito pubblico italiano si possa collegare anch’essa fortemente agli squilibri della bilancia commerciale. Tuttavia tali squilibri non sono marcati come quelli di Portogallo, Spagna e Grecia. Da un lato si deve maggiormente valorizzare il ruolo della speculazione finanziaria che può essere considerata come un bastone volto a costringere gli Stati a ridurre ulteriormente il grado di protezione del lavoro e le politiche di redistribuzione del reddito (in Italia l’obiettivo che si vuole raggiungere è l’abolizione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, l’emarginazione definitiva della Cgil o la sua normalizzazione ed infine la privatizzazione delle municipalizzate, delle risorse naturali e delle quote azionarie detenute dallo Stato). D’altro canto un criterio da cui deriva la fiducia dei mercati finanziari sulla solvibilità del debito pubblico dei singoli paesi può essere il rapporto tra interessi del debito pubblico e tasso di crescita del Pil: in Grecia ed in Portogallo l’interesse del debito pubblico è eccessivo, mentre per ciò che riguarda l’Italia è il tasso di crescita del Pil ad essere troppo risicato. Ma questa ipotesi andrebbe comunque perfezionata. In realtà infatti l’interesse del debito pubblico si innalza anche per effetto della speculazione per cui tale rapporto non inquadra uno stato di cose reale, ma uno stato di cose costituito dalla speculazione stessa. Le intenzioni degli speculatori sono implicite nell’atteggiamento delle agenzie di valutazione nei confronti degli eurobonds, atteggiamento che nasconde l’avversità pregiudiziale della speculazione verso ogni soluzione che possa favorire un maggior equilibrio economico tra gli Stati membri dell’UE, dal momento che questo equilibrio potrebbe contrastare la svendita del patrimonio pubblico dei paesi periferici e della maggioranza azionaria delle imprese di tali paesi.

 

 

 


29 marzo 2011

Perchè Germania e Italia hanno andamenti divergenti ?

Nel trattare dell’ipotesi di Emiliano Brancaccio relativamente alla possibilità che le economie di Germania ed Italia possano nel futuro divergere in maniera sempre più rilevante, andrebbe spesa qualche parola sul perché c’è stata questa divergenza. Brancaccio e altri appartenenti alla scuola post-keynesiana sottolineano il ruolo della politica tesa all’aumento delle esportazioni da parte della Germania ed all’aumento del rapporto tra produttività e costo unitario del lavoro in Germania. La tesi è condivisibile ma va ulteriormente articolata. Ci preme in questa contingente riflessione sottolineare alcune cose :

 

La Germania con la Merkel è più esposta all'estero...

 

1.      L’Italia nel 1996 presentava una percentuale dei consumi delle famiglie sul Pil del 62,8%, mentre la quota dei consumi collettivi era del 17,3% e gli investimenti ammontavano al 17%. La bilancia commerciale era in attivo del 3%. Nel 2009 i consumi delle famiglie erano scesi al 59%, i consumi collettivi erano saliti al 20%, mentre gli investimenti sono saliti al 21%. La bilancia commerciale è sostanzialmente in pareggio, anche se nel 2008 era in passivo dello 0,2%. Il reddito procapite PPA è sceso da 76 del 1996 a 67,5 del 2009 (con gli Usa come riferimento a 100). La crescita del Pil da +2,9% del 1996 è scesa a +2% nel 2000 e a +1,2% nel 2001. Nel 2005 l’incremento è stato dello 0%, mentre con la crisi si è scesi sino a -0,2%. Le ragioni di scambio con la Germania sono passate da un sostanziale pareggio del 1996 (nel senso che il 19% delle nostre esportazioni era verso la Germania, mentre il 19,2% delle nostre importazioni proveniva dalla Germania) ad un peggioramento per cui il 12,8% delle nostre esportazioni è verso la Germania, mentre il 16% delle nostre importazioni proviene dalla Germania. Possiamo interpretare questi dati dicendo che una prima grande flessione si è avuta con l’entrata nel sistema dell’euro, in quanto la conseguente impossibilità di svalutazione della nostra moneta ha peggiorato le nostre ragioni di scambio (non a caso da un +2,9% nel rapporto tra export ed import del 1996 si è scesi ad un +1,2% del 2001). A ciò si è aggiunto il fatto che la diminuzione dei consumi  (delle famiglie e collettivi) dall’80,1% del Pil al 78,1% ha finanziato l’aumento degli investimenti dal 17,3% al 18,6%.  Questi investimenti però sono stati effettuati aumentando fortemente le importazioni (dal 20,1% del Pil al 27,2% del 2001) e dunque peggiorando le nostre ragioni di scambio (appunto da +2,9% del 1996 a +1,2% del 2001). Infine l’impatto delle crisi del 2000-2001 e del 2007-2009 ha ulteriormente indebolito la posizione delle nazioni europee già svantaggiate. L’ingresso nell’euro ha evidenziato le debolezze del nostro sistema economico che prima erano nascoste dalla possibilità di svalutazione della moneta. Al tempo stesso lo spostamento della ricchezza prodotta dai salari ai profitti ha diminuito i consumi interni e peggiorato ulteriormente le nostre ragioni di scambio.

2.      La Germania invece che nel 1996 aveva solo un risicato attivo commerciale dello 0,7% (sempre in rapporto al Pil), manteneva comunque i consumi complessivi più bassi (nell’ordine del 77% del Pil) a vantaggio degli investimenti (nell’ordine del 22,5% del Pil) che, pur pesando sulle importazioni, hanno comunque dato slancio alle esportazioni al punto tale che la bilancia commerciale del 2008 ha registrato un attivo equivalente a +7% (in rapporto al Pil, cioè le esportazioni equivalevano al 46,9% del Pil, mentre le importazioni equivalevano al 39,9% del Pil). La percentuale dei consumi sul Pil è rimasta più o meno inalterata sino al 2006. Con la crisi c’è stata una riduzione percentuale dei consumi delle famiglie dal 58,9% del 2006 al 56% del 2009 e questo tutto a vantaggio delle esportazioni e degli investimenti. Questi ultimi però sono scesi al di sotto del 20% e si può prevedere che la Germania nei prossimi anni non avrà lo slancio che ha avuto nel corso del primo decennio del terzo millennio. C’è da aggiungere che, seppure la Germania abbia migliorato le proprie ragioni di scambio con alcuni paesi europei, essa ha migliorato la propria bilancia commerciale soprattutto inserendosi nei mercati extraeuropei (le esportazioni verso l'UE25 erano il 63,9% del totale nel 2005, mentre quelle verso l'UE27 sono il 63,3 % del totale nel 2009), per cui sarebbe possibile mantenere un attivo della bilancia commerciale pur riequilibrando l’eccessivo sbilancio nei rapporti con gli altri paesi dell’unione europea.

 


21 marzo 2011

Uno standard retributivo europeo secondo Emiliano Brancaccio

L’articolo di Emiliano Brancaccio su uno standard retributivo europeo è l’ultimo contributo sinora dato da questo giovane economista che con sagacia ed acutezza cerca di ricostruire una concezione economica per la sinistra radicale, sintetizzando elementi della scuola post-keynesiana e della tradizione marxista.

In questo articolo Brancaccio nota che sembra oggi molto ingenua la concezione di Blanchard e Giavazzi per i quali l’ampliamento degli squilibri commerciali tra paesi europei sia un sintomo virtuoso della maggiore integrazione finanziaria della zona euro. Sembra infatti prendere quota un’altra lettura per la quale la crisi dell’unità europea non deriva solo da finanze pubbliche sbilanciate, ma ad uno squilibrio nei rapporti di debito e credito tra i paesi della UE.

Esiste cioè una profonda asimmetria tra economie forti ed economie deboli dell’area,  asimmetria che determina surplus crescenti per la Germania a fronte di deficit commerciali sistematici per i paesi periferici dell’UE. Tale squilibrio può essere una minaccia per la futura tenuta dell’unione monetaria.

 

 

 

La causa di questi squilibri potrebbe essere una divergenza tra i costi del lavoro per unità prodotta tra i vari paesi dell’unione. L’economista Charles Wyplosz ha respinto questa spiegazione dicendo che il cambiamento relativo del costo unitario del lavoro della Germania (anche se è vero che i salari sono cresciuti pochissimo rispetto alla produttività) non ha quasi mai superato i 10 punti percentuali. Data la bassa elasticità delle bilance commerciali ai costi del lavoro, Wyplosz conclude che le variazioni di questi ultimi sono state troppo modeste per rientrare tra le determinanti principali degli squilibri intra-europei.

Brancaccio però osserva che, se il problema consiste nel verificare la robustezza della zona euro di fronte all’eventualità di nuovi attacchi speculativi, allora si deve tener presente che gli operatori sui mercati finanziari elaborano le loro strategie anche alla luce degli andamenti attesi delle principali variabili economiche. Dunque si dovrebbe tener conto non solo degli squilibri commerciali già registrati, ma anche dei fattori che possono concorrere ad accentuarli ulteriormente in futuro.

Guardando alla proiezione delle tendenze in atto per gli anni futuri, la divaricazione tra i costi unitari del lavoro assumerebbe ben presto dimensioni eccezionali. In particolare, il costo unitario del lavoro in Germania diminuirebbe, mentre ci sarebbero incrementi estremamente accentuati in Irlanda, Spagna, Italia, Grecia e Portogallo. Probabilmente si genereranno divari di competitività senza precedenti con una mezzogiornificazione delle periferie europee, con desertificazioni produttive e migrazioni di massa.

Vi è chi ritiene questa eventualità una conseguenza logica del processo di centralizzazione dei capitali europei che è in atto da tempo e della connessa tendenza all’egemonizzazione tedesca dell’Europa.

Per Brancaccio il secondo limite dell’analisi di Wyplosz verte sul fatto che egli esamina le divergenze tra i costi unitari guardando soltanto ai loro effetti sui prezzi relativi e quindi sulla competitività dei paesi della zona euro. Egli cioè trascura il fatto che i mutamenti nei costi monetari unitari possono avere implicazioni anche sui margini di profitto e quindi sulla distribuzione del reddito. Se in Germania il costo monetario del lavoro per unità prodotta si riduce può accadere che le imprese tedesche decidano di ridurre i prezzi ma può anche darsi che scelgano di aumentare i margini di profitto. Se si fa questa seconda scelta, la quota salari si riduce e la quota profitti aumenta. Poiché la propensione al consumo sui salari è più alta della propensione al consumo sui profitti, si verificherà in Germania un calo della domanda e delle importazioni e quindi un ulteriore aumento del surplus commerciale tedesco.

Si può contrastare questa tendenza ? Quale meccanismo può arrestare l’ampliamento della forbice tra i costi ? Attualmente in Europa vige ancora l’idea che il mercato da solo sia in grado di correggere spontaneamente gli squilibri. Si esorta ad accrescere ulteriormente nei paesi più deboli la flessibilità del mercato del lavoro e ad abolire ciò che resta dell’indicizzazione dei salari. Brancaccio però commenta che questo inseguimento della Germania nella corsa al ribasso dei costi non ha né può mai attenuare gli squilibri, ma al massimo può far piombare l’Europa in un uova recessione.

Brancaccio perciò propone uno standard retributivo europeo e cioè l’obbligo dei paesi membri dell’unione europea a garantire una crescita delle retribuzioni reali (includendo beni e servizi collettivi garantiti dallo stato sociale) almeno uguale alla crescita della produttività del lavoro. In questo modo s’interromperebbe la caduta della quota salari in Europa e si eliminerebbe la tendenza recessiva che da essa consegue. Al di sopra della crescita minima lo standard legherebbe la crescita delle retribuzioni reali agli andamenti delle bilance commerciali : i paesi caratterizzati da surplus commerciale sistematico dovrebbero essere indotti ad accelerare la crescita delle retribuzioni rispetto alla crescita della produttività, al fine di contribuire all’assorbimento degli avanzi con l’estero. I paesi nei quali gli andamenti del rapporto tra retribuzioni reali e produttività fossero divergenti rispetto allo standard dovrebbero essere sottoposti a sanzioni.

Brancaccio conclude che la sua proposta di standard retributivo segue la lezione keynesiana secondo cui la crisi può essere scongiurata solo se il peso del riequilibrio commerciale viene spostato dalle spalle dei paesi debitori a quelle dei paesi creditori, attraverso un espansione della domanda da parte di questi ultimi, più che una contrazione da parte dei primi.

In questo contesto l’interesse generale dell’unità europea coincide con l’interesse complessivo e convergente dei lavoratori, siano essi tedeschi, italiani o greci, nonostante la divergenza tra i rispettivi costi unitari del lavoro.

Per quanto riguarda l’attuabilità politica di questa riforma, Brancaccio la subordina alla sua assunzione da parte delle sinistre europee ed al suo collegamento con le iniziative già esistenti sul salario minimo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


24 gennaio 2011

Simboli : l'acqua

L’acqua è sorgente, Origine, generazione. Al tempo stesso è mezzo di purificazione, di distruzione, di ricreazione, dunque di rigenerazione, di fecondazione.

Essa è il medio stabile del cambiamento.

In India l’acqua è la materia prima, la prakriti su cui Brahman (l’uovo del cosmo) galleggia così come nella Genesi Dio aleggia sulle acque.

Per i Cinesi l’Acqua è wu-chi, cioè il senza-apice, il Caos, l’Abisso.

In Grecia, Talete considera l’acqua come archè, il principio di tutte le cose.

In Polinesia ed in Australia l’acqua è una potenza cosmica. Per le antiche leggende la vita è portata sulla terra dall’acqua e questo ricorda le attuali teorie circa il brodo primordiale da cui è scaturita la vita.

Per i Tantra l’acqua è prana, energia, linfa vegetale, liquido seminale, origine ma al tempo stesso veicolo di vita.

In molte mitologie il Dio che forma il mondo separa le Acque Superiori (pioggia,neve) dalle Acque Inferiori (mare, fiumi e laghi): le prime costituiscono potenzialità informi, mentre le seconde hanno una forma che è data loro dalla terra.

Con la pioggia l’acqua è dono del cielo ed apporta fecondità e fertilità. L’acqua è anche strumento di abluzione e purificazione: in molte tradizioni (Islam, Giappone, Taoismo, Cristianesimo, Induismo, Precolombiani) a Capodanno si effettua un rituale purificatorio di aspersione.

In Cina Wen-tzu considera l’acqua principio di purezza, mentre Lao-tzu considera l’acqua simbolo di saggezza e immagine del Tao in quanto fluente, libera e senza costrizioni e rigidità: essa è il simbolo del wu-wei, il non-agire, la passività che è al tempo stesso l’azione somma.

L’acqua è anche misura, temperanza: l’acqua nel vino scioglie quello che è eccessivamente concentrato, consentendo di bere senza ubriacarsi. La stessa Eucarestia vede Cristo allungare il vino nell’acqua (trasformando la scarsità in abbondanza), al contrario del Dio greco dell’ebbrezza, Dioniso che lo vuole puro, così come Noè aveva sbagliato bevendo il frutto della vite nella sua purezza e finendo per ubriacarsi e per essere deriso dal figlio Cam. Cristo trasformò anche l’acqua in vino, così come l’Alchimista trasforma un elemento nell’altro (l’Acqua in Fuoco).

In Cina l’acqua è yin si contrappone al fuoco che è yang, ma l’acqua è anche legata al fuoco nel senso che la pioggia è legata al fulmine e nell’Alchimia si cerca di mutare l’acqua in fuoco e il Mercurio alchemico è l’acqua di fuoco, così come lo è ogni sostanza alcolica.

Sempre in Cina l’acqua è indicata negli I-King con il trigramma K’AN (l’abissale) e richiama l’albero dell’acacia, il Nord, il freddo, il solstizio d’inverno, i reni ed il colore nero.

Per i Sumeri l’acqua è un elemento puro ed è designato da un monogramma vocale e cioè –A-, che non a caso vuol dire pure “padre”, “prole”, “discendenza”, “frutto”

Per gli antichi Egizi l’acqua si scrive con l’ideogramma MU (MW) che è la matrice di tutte le cose, collegato con il termine (MWT = madre). Così pure la lettera N è indicata con il simbolo delle onde del mare. Ed un altro termine egizio per acqua è infatti NT.

L’acqua è comunque un simbolo ambivalente, portatore al tempo stesso di vita e di morte.

Nella Bibbia le fonti d’acqua ed i pozzi sono luoghi di incontro e di ristoro nei lunghi viaggi nel deserto dove l’ospite deve offrire l’acqua a colui che è ospitato, così come Rachele offre acqua ad Isacco e Cristo lava i piedi ai suoi discepoli.

 

 

 

Jahvè è come la pioggia di primavera (Zeus), la rugiada che fa crescere i fiori (Zeus, Eos l’aurora), le fresche acque che sorgono dalle montagne (così come il mondo procede dall’Uno nel Neoplatonismo). Sempre nella Bibbia il giusto è come un albero sulle rive di un fiume (l’olivo di Atena). Chi costruisce cisterne per contenere l’acqua è infedele a Dio, giacchè non ha fiducia nel fatto che Dio provvede a tutti e perché presume che un qualsiasi contenitore finito possa contenere l’infinità del flusso delle acque ed infine perché l’acqua conservata è come acqua morta che non serve a nessuno: conservare acqua è per la Bibbia contraddire la natura propria di questo elemento, fluido, dinamico, vitale.

In molte leggende il cervo (Atteone) cerca l’acqua così come l’anima cerca Dio. L’acqua è simbolo di saggezza (fonte del sapere, pozzo di saggezza) e mentre il pozzo richiama il sapere consolidato, la sorgente ricorda la cultura che elabora il sapere.

Gesù è sorgente di vita, dal suo costato esce acqua e sangue (temperanza). Nella Trinità il Padre è la sorgente, il Figlio è il fiume e lo Spirito è l’acqua una volta bevuta. Per Gregorio di Nissa l’Acqua di Vita è profonda come il pozzo ed immobile come il fiume così come in Montale il mare è “vasto ed impetuoso ed insieme fisso” cioè una metafora dell’Assoluto, sorgente inesauribile di tutto ciò che è ed al tempo stesso ricettacolo di tutto ciò che si è già formato.

Per Tertulliano l’acqua è materia perfetta, feconda ma semplice e trasparente, che con il battesimo trasforma l’uomo vecchio in uomo nuovo.

Le fonti di acqua sono considerate luoghi sacri: così nell’antichità la sorgente Castalia a Delfi ispirava le profezie della Pizia, grazie ai vapori generati dal riscaldamento delle acque.

L’acqua è anche un filtro, una prova, un criterio di giudizio e di selezione: c’è chi affonda e chi galleggia (le streghe, il sughero); le acque sono uno strumento di punizione, una ordalia (giudizio di Dio) da cui ad es. Mosè si salva. Le acque calme sono simbolo di pace, le acque agitate simbolo di disordine. E le acque che rompono gli argini sono simbolo di inondazione e di morte: con la rottura degli argini le acque separate si riuniscono e si ricompongono, a spese della terra e di chi ci abita. Così è stato sul mar rosso quando l’esercito egizio è stato travolto dal richiudersi delle acque (ed anche qui Mosè si salva dalle acque) allo stesso modo il diluvio che distrugge il mondo allora conosciuto è l’effetto della riunificazione tra le Acque Superiori (la pioggia) e le Acque Inferiori (mare e fiumi).

Le Acque Superiori (le acque sopra le montagne) sono di genere maschile perché fecondano la terra, mentre le Acque Inferiori e sotterranee sono di genere femminile, rappresentano la terra gravida o la luna e sono infide ed insicure. Le acque amare dell’oceano che l’uomo deve attraversare rappresentano (anche in Dante) l’al di là della vita.

Per l’Islam l’acqua versata produce l’uomo mentre le opere dei miscredenti sono come il miraggio dell’acqua nel deserto per chi è assetato.

Per il mistico Jami il trono di Dio con il suo spirito si erge nell’acqua, mentre per il grande mistico persiano Rumi Dio è l’acqua dell’Oceano mentre le onde sono le creature finite, così come nel buddismo la Vacuità è il mare mentre le forme sono le onde.

La sacralità dell’acqua è tale che anche la abluzioni quotidiane sono un momento liturgico e dopo di esse viene effettuata una preghiera.

Secondo la leggenda Alessandro Magno viene accompagnato nel suo viaggio da un cuoco (brahmano?) che lo deve guidare alla ricerca della sorgente della vita.

Il sangue invece è simbolo solare e di esso si nutre il sole, soprattutto presso gli Aztechi che chiamano “acqua preziosa” (chalchiu-atl) la giada verde. Presso i Dogon l’acqua verde feconda la terra e dà origine a dei gemelli (come Romolo e Remo) metà uomo e metà serpente. Sempre per i Dogon l’acqua equivale alla luce e rappresenta il verbo generatore ed è detta “ spirale di rame”.

L’acqua è come la parola: l’acqua umida presiede alla creazione del mondo ed è come la parola che viene detta, mentre l’acqua secca è come la parola che viene taciuta.

Tale parola taciuta viene considerata anche “parola rubata” al dio Am da Yurugu lo sciacallo (Seth o Anubi) che rappresenta l’Inconscio del linguaggio a cui i Dogon chiedono divinazioni; Yurugu è il fuoco sotterraneo, forse il Sole eclissato dalla Luna o quanto meno il Sole nel suo viaggio notturno negli Inferi.

Il dio Am con l’acqua umida crea il mondo semplicemente creando un suo doppio, Nommo (il suo rapporto con questo doppio si può paragonare al rapporto tra il Nirguna Brahman e il Saguna Brahman ).

Per gli Aztechi sia l’acqua che il fuoco sono legati tra loro dalla loro capacità di dare la morte (annegamento, folgorazione, incenerimento, gotta, idropisia). Narciso, poeta adultero, annega guardando nell’acqua che è mezzo di profezie e visioni poetiche.

Per i Celti l’acqua lustrale è ottenuta immergendo in acqua un tizzone sacrificale. Essi mettono un bacile d’acqua fuori la casa di un defunto per consentire l’aspersione a chi esce da essa (realisticamente anche per evitare un’infezione vista la natura spesso epidemica delle malattie mortali dell’epoca).

Per i Germani le acque si ghiacciano in Ymir, il gigante da cui ha origine il mondo.

L’acqua stagnante è considerata di genere femminile. La Terra genera senza piacere il Ponto, un mare sterile. Di genere maschile invece è l’insieme delle acque dolci su cui galleggia la Terra (in sumero Apsu ). Se i Sumeri considerano il mare dall’acqua salata di genere femminile (Tiamat), per i Greci l’Oceano è maschile e la sua spuma è lo sperma che genera Afrodite.

Tiamat è considerata principio del caos e del male e non si sa se sia il Golfo Persico oppure il mare occidentale (Mediterraneo) visto che per i Sumeri anche Humbaba, il mostro della foresta di cedri, si trova ad occidente.

Per gli Egizi segno e simbolo della creazione è la striscia di fango lasciata dalle acque, mentre la ninfea (il loto?) delle acque primordiali è la culla del sole.

Per il poeta Novalis l’acqua è un principio femminile, sensuale, materno ed il sonno non è che un flusso ed un riflusso delle acque. Per la psicologia del profondo l’acqua è fecondatrice dell’anima: l’acqua ferma, fangosa indica perversione, l’acqua ghiaccia indica frigidità, mentre l’acqua straripante indica l’inconscio all’attacco, la pesca (Platone, Gesù, Melville, Hemingway) rappresenta il conscio che trae a sé l’inconscio. L’acqua profonda è l’inconscio mentre l’acqua superficiale è il conscio.

L’Acquario, undicesimo segno dello zodiaco, è rappresentato come un uomo vecchio con un anfora da cui esce un acqua eterea (aria): quest’uomo è una sorta di mosaico androgino (l’anfora sembra quasi un ventre femminile) e labirintico. Esso è Saturno (satur, saturo, pregno) che libero dagli istinti va verso lo spirito attraverso la sua maternità spirituale.

La dialettica tra acqua e vino spiega la doppia natura del Cristo, celeste (fuoco del vino) e umana (fluidità dell’acqua).

L’acqua è piena di entità misteriose (i pesci, Gesù) e rappresenta l’inconscio. Il sole che s’immerge nel mare rappresenta il viaggio verso il mondo dei morti. L’acqua sotterranea è il Caos originario, l’acqua dal cielo rappresenta la prosperità, i gorghi e i fiumi in piena rappresentano gli sconvolgimenti, i fiumi calmi rappresentano la vita quotidiana mentre stagni e pozzanghere rappresentano geni benefici o malefici. L’acqua versata o sprecata nell’abluzione o dall’acquasantiera va alle anime del purgatorio (quindi niente viene sprecato).

Presso gli Aztechi il paradiso dei guerrieri (simile al Valhalla) è chiamato Tlalocan (paradiso di Tlaloc, dio delle piogge) mentre l’Aldilà degli uomini normali è Mictlan (simile alla terra vichinga Midgard). La guerra invece è detta Atl-tlachinolli (acqua-fuoco) perché è prima di tutto lotta tra gli elementi. Per i Maya il mese dura 20 giorni e il giorno della pioggia, atl, è il nono giorno, spesso un giorno (detto anche Muluc) sfortunato perché apporta umidità e febbri.

Molti luoghi di culto sono vicini ad acque termali e gettare monete in acqua è una forma di offerta alle divinità ctonie (anche così il dio dei morti diventa Ploutos cioè ricco da cui Plutone ) nelle quali si può annoverare anche Ermes dio del commercio ma anche dei ladri e dei crocicchi e psicopompo (la frase “o la borsa o la vita” rispecchia questa ambiguità di Ermes, dio che apporta ricchezza ma che può anche togliere la vita).

Sono state trovate vasche da bagno e catini lustrali sia a Mohenjio-Daro, a Cnosso, a Tenochtitlan, per effettuare abluzioni purificatrici; il battesimo sia nel mediterraneo che nell’antico Messico scaccia il peccato originale e le colpe dei padri. Le divinità ctonie venivano celebrate con acqua sorgiva mentre quelle celesti con acqua fluviale. La pioggia così come la manna è simbolo di Grazia, rugiada celeste, rugiada di maggio (mercurio solforoso).

Le creature dell’acqua (Yin) sono creature dell’inconscio come le Apsara indiane (seguaci di Indra, così come le Muse e alcune ninfe sono seguaci di Apollo), tentatrici di asceti, che si nascondono negli stagni dove fiorisce il loto. L’eroe Puruvaras nel poema Kalidasa ama una ninfa acquatica. Le Ondine, le Melusine; le Sirene sono creature elementari, metà donna e metà pesce, pericolose in quanto vogliono l’anima della loro vittima, visto che loro ne sono prive.

 

 


7 dicembre 2010

Il successo rimosso della teoria marxista della crisi

Dopo la pubblicazione della Lettera dei 100 economisti, nonostante alcune sbrigative e presuntuose critiche, a poco a poco l'idea di fondo della Lettera e cioè la crisi come l'effetto di bassi salari (tenacemente portata avanti da Emiliano Brancaccio), di una distribuzione del reddito iniqua, sta prendendo piede anche se l'indicazione dei rimedi a volte risente ancora del guinzaglio del Capitale.

In realtà questa tesi spesso è nascosta anche in quelle narrazioni della crisi che finiscono con le giaculatorie contro le rendite e contro l’assenza di regole del sistema del credito.

 

 

Prendiamo ad es. tre testi che rientrano in questo paradigma :

Il primo è  Marco Onado - I nodi al pettine- Laterza.

A pagina 7 di questo testo la spiegazione dei bassi salari è dipinta in poche righe :

La straordinaria crescita dell’economia americana degli ultimi venti anni è avvenuta in un contesto generale di salari sostanzialmente fermi in termini di potere d’acquisto e di forte aumento delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito e, ancora di più, della ricchezza. Come  conciliare reddito costante e consumi crescenti ? Con il debito, si capisce.

Il secondo è Fabrizio Garimberti – SOS economia – Laterza

A pagina 132 e 133 di questo testo si dice “Salari e stipendi sono rimasti fermi o sono cresciuti poco. Nell’altalena della distribuzione dei redditi, meno redditi da lavoro vogliono dire più profitti. Questi cambiamenti nella distribuzione dei redditi minacciavano conseguenze su quella che gli economisti chiamano la domanda effettiva, cioè a dire la domanda di beni e servizi che si sviluppa nell’economia. Dato che i redditi da lavoro vengono spesi quasi tutti, mentre i redditi da profitti hanno un contenuto di domanda effettiva più basso, una redistribuzione dei redditi più avversa al lavoro rischia di ridurre la domanda effettiva. Perché questo non succeda bisogna che i lavoratori non riducano la loro spesa e questa nuova esigenza crea spazi per nuovi strumenti di debito che permettano alle famiglie di continuare a spendere come prima, indebitandosi.

Il terzo è Charles R. Morris – Crack – Elliot

A pagina 190-191 di questo libro si dice “Una classica spiegazione della Depressione, anche se ora poco gettonata, punta il dito contro la tendenza che vedeva aumentare i profitti di impresa più dei nuovi investimenti, mentre diminuiva l’incidenza dei salari sui redditi nazionali. La conseguenza fu un costante aumento nelle entrate del percentile più alto della popolazione, un aumento che veniva indirizzato verso il mondo degli asset finanziari…. Sì, suona familiare. Per la cronaca, dal 1980 al 2007,l’indennizzo totale degli impiegati, inclusi i benefit, è sceso dal 60,1% del Pil al 56,3%

Il quarto è Nouriel Roubini – La crisi non è finita – Feltrinelli

A pagina 61 di questo libro si dice “La storia non ha ancora dato ragione a Marx. Ma la sua tesi più generale, cioè che la crisi è un aspetto endemico del capitalismo,costituisce una intuizione estremamente importante. Dopo Marx,  gli economisti  hanno dovuto fare i conti con la possibilità che il capitalismo contenga in sé i germi della propria distruzione. Le crisi non sono il risultato di un evento banale, come l’apertura di nuovi mercati o il mutato atteggiamento psicologico degli investitori. Il capitalismo è crisi. La sua affermazione ha prodotto un livello di instabilità e di incertezza che non ha precedenti nella storia umana”.

Il quinto è Federico Rampini Le dieci cose che non saranno più le stesse – Mondadori

A pagina 103 di questo libro si dice :  Questo ci conduce alla madre di tutti gli squilibri, la vera origine della crisi che attraversiamo. I mutui subprime, in fin dei conti, da che cosa nascono ?Sono un’invenzione di ingegneria finanziaria che ha risposto ad un bisogno reale : milioni di famiglie americane non guadagnavano abbastanza per poter accantonare dei risparmi decenti. La casa era diventata per loro un sogno irrangiungibile. Il sistema bancario ha escogitato un modo per dare la casa a tutti, con la proliferazione dei mutui facili, concessi senza fare troppe domande. Tutte le sottigliezze diaboliche della finanza creativa poggiano su questa necessità reale. Una grossa quota della popolazione americana, nonostante  decenni di crescita del Pil, si ritrovava sempre con l’acqua alla gola, faticava ad arrivare alla fine del mese. Ha preso il vizio di vivere al di sopra dei suoi mezzi, ma non solo per leggerezza ed irresponsabilità : la verità è che i suoi mezzi erano chiaramente insufficienti. Dal momento che lo Stato aveva rinunciato ad operare una distrbuzione più equilibrata della ricchezza nazionale, l’indebitamento diventava una droga utile che nascondeva il problema delle disuguaglianze sociali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


6 dicembre 2010

l'Irlanda è la dimostrazione che il liberismo fa cilecca

L’Irlanda è stata da anni pubblicizzata da economisti di destra come l’esempio che l’Italia doveva

seguire : una nazione con poche tasse sulle imprese, con basso costo e grande flessibilità del lavoro, la quale grazie a questo tipo di politica economica e dei redditi ha avuto negli ultimi 15 anni uno sviluppo degno di una Tigre asiatica.

Ora però la crisi irlandese costringe tutti i retori del mainstream a rivedere i loro giudizi, ma naturalmente le loro diagnosi sono peggiori e praticamente più pericolose dei loro sperticati elogi.

Ma andiamo per gradi :

L’Irlanda ad inizio anni Novanta sembrava essere un’economia che non decollava con un tasso di disoccupazione del 13% (il massimo è stato del 1984 con il 16,9%) Intanto però già dal 1973 essa fruiva di fondi strutturali europei che furono utilizzati per creare le infrastrutture indispensabili per lo sviluppo. Infatti nel 2008 le incertezze legate alla ratifica del Trattato di Maastricht, nel quale una nazione serva del capitale straniero fingeva autonomia politica, motivarono un rancoroso articolo di qualche opinionista su come il benessere irlandese fosse dovuto al moltiplicatore di sovvenzioni forti da parte della UE, superiori assieme a quelle dell’Est Europa (vedi il caso della Polonia) a tutte le altre fornite ad altre nazioni europee.

Inoltre, se dal 1994 al 2000 la crescita media è stata del 9,79%, comunque dal  1973 al 1979 e dal 1984 al 1990 la crescita media è stata di circa il 5%, mentre il tasso di inflazione medio dal 1986 al 1990 è stato del 3,3%. Quindi una crescita più sostenuta era in atto già dal 1973, ma con un andamento più oscillatorio e con periodi negativi (dal 1980 al 1983, dovuto alla crisi energetica),  e con una disoccupazione a due cifre per tutti gli anni Ottanta.

L’indice di sviluppo umano dal 1970 al 1990 è comunque cresciuto da 0.738 a 0.808, mentre dal 1990 al 2010 è cresciuto al 0.908. Dunque quello degli anni Novanta è stato il secondo take-off dell’Irlanda, non il primo, e comunque anch’esso con periodi negativi (l’inflazione tra 2000 e 2001 ha una impennata, tanto che già nel 2002 si parla di fine del miracolo irlandese).

Questo secondo take-off è comunque molto squilibrato: esso dipende in maggior parte dagli investimenti esteri. Le imprese estere a un certo punto costituiscono il 35% del Pil e l’80% dell’export. L’andamento del movimento di capitali è molto variabile (si va dal -6,7 % del 1998 al +10% del 2001 al +0,4% del 2003, al -2,7% del 2006, al +14,2% del 2008). L’Irlanda dunque è sfruttata imperialisticamente dalle imprese straniere e fortemente condizionata nelle sue scelte di politica fiscale e del lavoro.

Il basso costo del lavoro e le basse tasse sulle imprese impediscono all’Irlanda di sfruttare a pieno tali investimenti : dato che la maggior parte dell’industria manifatturiera è di proprietà straniera, un considerevole ammontare di profitti viene rimpatriato ogni anno, determinando un esteso gap tra PIL e PNL (il più ampio tra i paesi OCSE), anche se negli ultimi anni è risultato tendenzialmente in calo (dal 20% del 2004 al 15% del 2007).  La natura dipendente ed instabile dell’economia irlandese viene evidenziata dal fatto che nel 2007 la spesa registrata per importazioni ed esportazioni rappresentava il 151% del PIL, tra le più elevate al mondo, anche se in calo dal 183,6% del PIL del 2000.

Comunque il miglioramento è notevole : la speranza di vita da 73/79 del 1996 balza a 77,5/82,3 del 2008, il tasso di mortalità scende da 8,8  del 1996 al 6,4 del 2008, il Pil pro-capite a parità di potere d’acquisto sale da 54 (dato Usa =100) a 97,9.

Tuttavia già nel 2003 ci si lamenta della divaricazione dei redditi, per cui questi dati lusinghieri vanno ritarati : i consumi sul Pil dal 72% del 1996 scendono al 62% del 2008. In senso assoluto essi aumentano (sono più che quadruplicati), ma per evitare crisi di sottoconsumo il problema è la loro percentuale sul Pil. L’unica produzione che serve soprattutto per i consumi interni (oltre magari quella alimentare) è quella edilizia : i presupposti ci sono, cioè lavoratori giovani che intendono accasarsi, ma la spesa è di quelle che ha bisogno del credito. Perciò la costruzione di immobili costituisce alla fine circa il 15-20% del Pil, mentre si sviluppa un sistema bancario che finisce per avere una dimensione eccessiva rispetto all’economia reale che redistribuisce poco.

Si finisce così (a causa del bassi salari) per generare un alto debito privato (i debiti delle famiglie sono pari al 160% dei redditi). In genere i teorici del mainstream erano attenti solo al livello del debito pubblico, giusto per predicare la necessità dei tagli agli stipendi pubblici e alle prestazioni sociali. Al contrario Godley e Sylos Labini, che abbracciavano altri paradigmi, hanno notato questo squilibrio. Solo l’insorgere della crisi sta sensibilizzando tutti a guardare il debito nella sua totalità (pubblico, estero, privato, delle imprese). E il debito complessivo dell’Irlanda era notevole, mentre la si elogiava per il suo basso debito pubblico (la spesa pubblica irlandese era mediamente appena del 33,8% del PIL rispetto al 47,5% dell'Area Euro nel suo complesso). Un problema tra gli altri era che le entrate fiscali di Dublino dipendevano eccessivamente dalla speculazione edilizia e la ristrettezza della base imponibile ha reso l’economia e le finanze del governo particolarmente vulnerabili alla recessione.  Inoltre se la bilancia commerciale è saldamente in attivo, il saldo delle c.d partite invisibili è talmente in passivo da rovesciare la situazione, per cui al 2008 il saldo delle partite correnti si trova a -4,9% del Pil. Si aggiunga a questo che le banche irlandesi hanno attinto a piene mani al fondo della Banca Centrale Europea, con la conseguenza che l’Irlanda finanzia a breve con questi prestiti quasi la metà della ricchezza annuale prodotta (il 45% del Pil).

L’Italia invece, criticata per il suo alto debito pubblico, ha un debito aggregato più basso di quello di Usa, Spagna e Gran Bretagna. E tuttavia rischia perché adesso la speculazione sta attaccando i bond, per costringere il Welfare a sventolare bandiera bianca.

C’è stato comunque il tentativo ridicolo da parte di Riccardo Sorrentino di attribuire a salari pubblici più alti una qualche incidenza sugli eventi, ma in questo caso il problema sarebbe dovuto essere inizialmente il debito pubblico e non quello privato. Qualcuno parla di consumati dal consumismo, ma sarebbe meglio parlare di consumati dai debiti e dalla domanda che sarebbe stata scarsa se si prescinde dal debito.

L’Irlanda finisce perciò per subire la crisi da bassi salari che, iniziata nel 2007 (sfociando in una crisi del debito privato), sta dilaniando l’economia del paesi più sviluppati ancora ora e si sta trasformando, grazie alla speculazione, in una crisi del debito pubblico. La maggior parte dei grandi hedge fund che operano sui titoli di stato europei aveva infatti venduto il proprio portafoglio di "periferici" ben prima della fase acuta delle difficoltà greche, molti già nell'autunno scorso (questo a sottolineare anche l’aspetto speculativo della questione).

Forse poi non è un caso che il pensiero unico abbia denunciato la crisi irlandese solo dopo qualche mese che il governo di questo paese aveva cercato di mettere un argine ai licenziamenti convenienti, con vincoli e sanzioni per le aziende che fanno operazioni fraudolente al fine di abbassare il costo del lavoro. Ma il capitalismo internazionale non perdona i servi fedeli che ad un certo momento alzano un poco la testa. Il capitalismo internazionale è come il fondamentalismo islamico : qualsiasi apostasia viene punita a carissimo prezzo. Il carattere dipendente ed  imperialistico della crescita irlandese subito viene a galla.

All’inizio del 2008 Riccardo Sorrentino si dichiara dispiaciuto di constatare (alla fine, ovviamente) che la speculazione edilizia e la bolla immobiliare, l’inflazione (che Garimberti aveva elogiato e che in realtà dal 2004 al 2006 era stata tra il 2 e il 3 %, quindi non a livelli così preoccupanti, quando nel 2000 e nel 2001 era stata al 4-5%) e la forte dipendenza dall’economia Usa esponevano l’Irlanda alla bolla immobiliare. Ma guarda !!!  

In realtà un’economia che si basa sul basso costo del lavoro e sulla subordinazione completa al capitale internazionale non può mai avere una crescita che non sia drogata e sottoposta al capriccio della speculazione, ma Sorrentino se ne accorge solo quando l’Irlanda prova a mettere la testa fuori del sacco e a proteggere un poco di più i suoi lavoratori.

Sarebbe interessante sapere se le banche irlandesi abbiano acquistato titoli del debito pubblico irlandese : se non lo avessero fatto, sarebbero state dei parassiti senza scrupoli che mettono nei guai lo Stato che si precipita a salvarle. Ma, facendolo, rischiano nuove difficoltà se i bond irlandesi vengono attaccati dalla speculazione, a meno che la proposta fatta da Roubini (quella dello scambio di asset tra il paese che si avvia al default e gli altri) non sia seguita da aiuti volti non a ridurre i consumi interni, ma ad aumentarli creando al tempo stesso i presupposti di una nuova crescita (nuove infrastrutture ?).

Qualcuno dice che l’Irlanda debba pentirsi della solenne promessa di garantire tutti i depositi bancari: 400 miliardi di euro, il doppio del Pil. E tuttavia alla fine degli anni Ottanta il governo svedese ha avuto una crisi simile, ma è riuscita a risolverla sia pure con dei sacrifici (accettabili). Il problema è un livello di salari e di entrate pubbliche fiscali che non costringa ad un eccessivo indebitamento (né pubblico, né privato).

Il governo irlandese riceve inizialmente applausi perché cura la malattia con le stesse sostanze che l’hanno causata (abbassamento dei salari, tagli allo Stato sociale), ma la crisi di questi giorni è la conferma schiacciante che tale salasso aggrava la crisi invece di attenuarla (anche Krugman ha notato almeno l’inutilità dei salassi).  Ogni taglio alla spesa pubblica, nelle circostanze attuali, porterà ad un calo della produzione di due volte nel primo anno, e un calo complessivo di sei volte il taglio iniziale nell'arco di cinque anni. I dati del PIL irlandese sono a loro volta gonfiati, in parte, dalle multinazionali americane che spostano in Irlanda le vendite e i profitti maturati altrove per avvalersi di imposte sulle società pari al 12,5% (le più basse dell'area OCSE, tanto che qualcuno protesta per la presenza di una sorta di Stato offshore dentro la stessa UE). Rispetto ai settori interni, che rappresentano la stragrande maggioranza delle entrate fiscali, le misure sinora prese dal governo sono ora pari al 11,5% del PNL. I consumatori, spaventati dalle perdite di posti di lavoro e dal calo dei redditi, tagliano la spesa. Di conseguenza, le entrate dalla tassazione sono crollate, a partire da € 48 miliardi nel 2007 a una proiezione del governo di € 31 miliardi nel 2010. E ' la scomparsa di questi € 17 miliardi di gettito fiscale che è quasi interamente la responsabile di un deficit di bilancio, che si prevede quest'anno di € 18.7 miliardi. Nel frattempo, nonostante i tagli ripetuti allo stato sociale a vario titolo, e a tutte le voci di spesa pubblica, le spese di welfare sono salite passando da € 20.6 miliardi nel 2007 ai € 35.9 miliardi per effetto dell’aumento della disoccupazione e della povertà.

La teoria economica dominante ha fallito. Ha voglia il Bordin a denunciare i presunti sciacalli che approfittano di questa crisi, ha voglia a propinare i semplicistici slogan del too big to fail. Bisogna cambiare. Questo naturalmente solo se la classe lavoratrice si assume la responsabilità di guidare i processi sociali invece di essere mortificata dal Capitale. Altrimenti da questo momento in avanti il conflitto tra nazioni ed aree geo-economiche aumenterà e si getteranno le basi per il terzo conflitto mondiale : entro 15 anni.

 

 


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