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28 febbraio 2012

L'Apologia di Socrate : un poco di me

Egò dè ouv kai autòs up’auton oligou emautou epelathomen, outo pithanos elegon.

In realtà anche io, proprio io, a causa di costoro mi sono dimenticato di un poco di me stesso. Tanto parlarono persuasivamente.

Ad una lettura di primo livello si tratta semplicemente di una operazione retorica in cui Socrate si complimenta con i suoi accusatori per essere stati persuasivi giusto per evidenziarne poi la capziosità. Tuttavia possiamo tentare una lettura di secondo livello.

Al centro di questo enunciato c’è egò dè ouv kai autòs che possiamo tradurre in diversi modi. Si traduce come “Io stesso dunque” oppure come “Appunto io” oppure come “proprio Io”. Cosa vuol dire questa locuzione? Proviamo a tradurre come “Questo io che vedete qui, proprio questo io, che vi dice che costoro stanno dicendo falsità, è quello stesso io che si è dimenticato di un poco di se stesso ascoltando i discorsi di costoro”. C’è dunque una contrapposizione tra due io, una sorta di avversativa “io adesso dico questo ma…”. Ma donde viene questa duplicità, com’è che un parlante si possa contraddire nel tempo?

 

 

Analizziamo i due termini egò e autòs.

Il primo fa pensare alla visione di Anassimandro, lo sfondo della filosofia occidentale. Diremmo lo sfondo orientale della filosofia occidentale. egò è comunque il frutto della separazione (ag-), della rottura dell’unità originaria dell’apeiron ed è dunque un frammento (agma) di questa rottura che deve pagare il fio di questa ubris portandone il peso (egk-). L’esistenza individuale è il dover portare il peso di se stessi, essendosi separati dall’apeiron. L’io è questa ubris (ogk-os, euk-omai) che è diventata iattura, punizione, responsabilità (eg-gue). L’Io è già internamente duplicato e tale duplicazione è l’essere di peso a se stessi, il trascinar-si nel tempo. Dunque il peso (egk-) è ciò che si ha (ekh-) in quanto ciò che ogni ente è, è in realtà estrinseco ad esso, è una sua proprietà (ousia, oik-os) ed è un suo limite, un ostacolo (kat-okhe). Il peso che ognuno porta con sé è se stesso o qualcosa di simile a sé (eoik-a, eik-), qualcosa di vicino (egg-us), qualcosa cui ci si approssima, in un movimento perenne che però non si realizza mai compiutamente, un agitarsi, un tremare (rig-eo) come continuo e vano tentativo di essere una sola cosa con se stessi.

Qui entra in gioco l’autòs: il turgore dell’ogk-os, quello che ad un certo punto è peso (egk-), è all’inizio crescita (auk-s) e poi piacere (ad-) e compiacimento, ma poi diventa sazietà e troppo (ad-en) e colpa, responsabilità (ait-). Perciò l’Io trabocca e diventa voce, parola, canto (aud-e).

La parola è il mezzo con cui l’Io duplicandosi si alleggerisce del peso che esso è per se stesso.

Il ritmo del tempo è come l’Uno di Plotino che si carica, si accresce, è sazio e trabocca, riproducendo con la voce e la parola un altro se stesso, ma rimanendo così identico a se stesso, ri-guardandosi e re-spectandosi (aid-), cioè guardando l’altro come se fosse sé (autòs) e riunendosi di volta in volta a se stesso.

Questo ritmo è un progressivo avvicinarsi di sé a se stesso che non viene, come si è detto, mai completamente realizzato: il proprio lui dell’autòs è prope (approssimazione) e come si è visto eg-gus (vicino), approssimazione all’interezza di sé, quel sollus che è unicità, identità puntuale di sé con sé, esser quello e non altro. Eppure tale interezza, tale unicità è paradossalmente solitudine (sollus è solus), mancanza, il peso (egk-) proprio del frammento (ag-ma) che è l’Io (eg-ò).

Socrate intuisce il rinvio all’infinito proprio del rapporto mai compiuto di sé con sé quando parla di oligou emautou, che traduciamo non canonicamente come “per un poco di me”, ma letteralmente come “di un poco di me” in quanto oligos (poco) è lic-(mutilare) così come piccolo è picc- (pezzo, frammento) e come paucus è pauo (cessato, troncato), quasi come se la piccolezza fosse un adattamento approssimato con sempre maggior precisione (preciso è prae-cisus ossia troncato) come in un primitivo procedimento di esaustione. Ma se lo stesso Io (eg-ò) è frammento (ag-ma), ed il me è mei (piccolo) ed è mer- (parte), allora oligou emautou è il frammento di un frammento, una parte progressivamente più piccola. Nell’anima sembra avvenire una sorta di paradosso di Zenone, visto che per Eraclito “..Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell'anima: così profondo è il suo lógos”. Questa parte progressivamente più piccola di sé che Socrate rischia di dimenticare è proprio il logos, possibilità di divisione (ratio), frazione continuamente riducibile, rapporto. Ma chi aveva parlato della parola come potente dominatore che con piccolissimo e invisibile corpo persuade Elena (che nel mito diventa non a caso immagine inesausta di sé, gemella di Clitennestra, con l’immagine a Troia e il corpo in Egitto, assolutamente incapace di ricomporsi e affranta dal peso della propria fuga da sé) a seguirla e a seguire Paride, scatenando una guerra? Se dunque Socrate risponde ai suoi accusatori, in realtà il suo bersaglio vero (o almeno il bersaglio di Platone) è Gorgia, il sofista che concepisce il logos come forza che trascina chi ascolta, mentre per Socrate il logos è un principio di ordine, di gestione del tempo proprio dell’anima, che evita all’Io il rischio di doversi duplicare nell’incoerenza in modo da dire “anche io, proprio io”.

 

 

 


1 febbraio 2012

L'Apologia di Socrate : gli accusatori

 

Oti men umeis, oi andres Atenaioi, peponthate upò emon categoron, ouk oida.

Che cosa voi, o uomini ateniesi, abbiate provato per mano dei miei accusatori non lo so (non ho visto).

In questa prima frase dell’Apologia di Socrate c’è un’intera impostazione filosofica, c’è tutta la tragedia che Socrate denuncia nel prosieguo dell’opera. Si tratta di una filosofia in parte consapevole, in parte suggerita dalla lingua stessa, in questo caso il greco antico.

Cominciamo da oi andres Atenaioi, dove c’è la precisazione che si tratta di andres. Da un lato ciò allude all’emarginazione delle donne, cosa che però Socrate non voleva sottolineare. La cosa importante è che Socrate precisa chi sia l’oggetto a cui si attribuisce il predicato. Sarebbe stato possibile infatti anche dire oi Atenaioi, ma Socrate circoscrive la classe di individui a cui si rivolge. Sembra, forse inconsapevolmente, che Socrate voglia evidenziare come bisogna essere precisi quando si predica qualcosa di qualcuno. Proprio perché il predicare è un’operazione pericolosa.

La chiave di tutta questa frase è nella parola categoron. Il termine “categoria”, usato da Aristotele per indicare i modi in cui l’essere si predica delle cose nelle proposizioni, è collegato all’accusare. Entrambe le accezioni derivano dal dire qualcosa di qualcuno. Nel caso filosofico si descrive attribuendo un predicato ad un oggetto. Nel caso giuridico si accusa qualcuno di qualcosa.

Gli accusatori sono coloro che in pubblico (agoreuo è soprattutto parlare in pubblico) dicono qualcosa (di negativo) di qualcuno. Soffermiamoci ancora su agoreuo : la radice è ag- che significa rompere, spezzare da cui deriva anche aghios (santo, separato), aghnos (puro, separato), aghnumi (rompere). Il rompere produce una molteplicità e ciò si rivela nel prefisso aga-(molto) e nell’avverbio agan (molto, troppo). Questa molteplicità viene messa in serie da un primo, un capo (agos) che si separa dagli altri (come puro e santo) ed, in quanto forte e buono (agathos), conduce (ago) la molteplicità e la raduna (agheiro). L’agorà è questa molteplicità radunata che è assemblea, piazza, mercato, foro, in cui ci può essere agòn (riunione vel rissa vel lotta vel gara vel processo), in cui si gira, si vagabonda e si compra (agorazo) oppure si mendica (agurthazo). Nell’agorà si verifica tutto quello che si può verificare in una molteplicità che occupa uno stesso luogo. Come pure si parla in pubblico (agoreuo) e si parla di qualcuno e contro qualcuno (kathagoreuo).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il parlare di qualcuno è già un atto che porta in sé una certa violenza e già il parlare è un frantumare un senso unitario in tanti suoni attraverso la bocca e i denti. Come la predicazione fa sì che una molteplicità di oggetti venga condotta sotto un concetto, così il predicare qualcuno, accusandolo, di qualcosa mobilita una molteplicità di persone contro un escluso secondo la procedura del capro espiatorio. In questo modo, la molteplicità riceve da questa violenza un’identità che non aveva. Essa può essere identificata grazie a colui che essa esclude, emargina, bandisce. Le categorie sono gli strumenti, i pregiudizi attraverso cui questa violenza viene esercitata, la rete attraverso le quali viene cacciata ed imprigionata (agreuo) la preda della collettività, lo strumento appuntito con cui si marchia il bestiame. Praedicatum è l’essere reso noto, l’essere elogiato o bandito. L’attributo (ad-tribuere) è ciò che viene affidato, assegnato, imputato a qualcuno e l’imputazione è l’incidere una tacca a qualcuno. L’argomentum, ciò di cui si parla, è ciò che viene fatto brillare, ciò che è evidenziato, ciò che è indicato. Il giudizio ha un carattere sia conoscitivo che giudiziario ed è un attribuire che è anche un separare, un dividere, un dare a ciascuno ciò che gli è proprio. Caino, dopo che ha ucciso Abele, viene prima scovato, poi marchiato (il marchio di Caino) in quanto nessuno, al di fuori di Dio, potesse disporre di lui ed infine bandito. L’oggetto di cui si parla è un criminale che viene catturato, marchiato, imprigionato o bandito. Con questo meccanismo sociale, il capo (agòs), che si è separato (aghios) dalla società, rompe (aghnumi) il legame sociale e crea una molteplicità (agorà) che, perché possa essere controllata, va indirizzata contro qualcuno (kathagoreuo).

Dunque il processo e l’accusa di Socrate sono una metafora di un procedimento conoscitivo, di una dissonanza cognitiva, di una opinione che si rivela falsa, ed al tempo stesso un evento politico, una presa o un consolidamento del potere. Platone attraverso il processo a Socrate mette le basi per una teoria della conoscenza che non permetta più che si verifichi un errore, perché l’errore cognitivo ha conseguenze politicamente rilevanti che possono essere gravissime.

C’è in questa frase anche tutta la tesi che Socrate svolge nella sua apologia, il rovesciamento di prospettiva che presenta ai suoi giudici: coloro che lo hanno riconosciuto colpevole stanno facendo del male a se stessi. Coloro che colpiscono sono a loro volta colpiti.

Infatti Socrate dice : cosa abbiate provato (sofferto) per mano dei miei accusatori, questo io non lo so, non l’ho visto (oida ci dice che, per la lingua greca, la conoscenza è figliuola dell’esperienza, dell’immediatezza di un vedere). E’ una presa di distanza, uno scansarsi: i miei accusatori volevano colpirmi, ma hanno colpito voi e io non so cosa possiate provare.Voi volevate giudicarmi e attribuirmi una colpa, ma alla fine avete marchiato a fuoco voi stessi. I miei accusatori, convincendovi a etichettarmi, vi hanno etichettato.

 


22 febbraio 2011

Illogica logica : pragmatica e traduzione

La pragmatica secondo Malatesta studia ad es. nel caso della poesia quale relazione c’è tra i versi di Saffo ed i suoi destinatari vicini e lontani.

Questo ultimi si dividono in chi :

  • Ignora la lingua greca
  • Conosce i segni ma non li sa interpretare
  • Conosce il greco attico
  • Conosce il dialetto eolico (solo quest’ultimo può conoscere appieno il senso della poesia in greco)

 

 

Chi traduce sa operare una corrispondenza biunivoca di segni e stringhe tra linguaggio-oggetto (greco) e meta-linguaggio (italiano)

 

 

 

 


28 febbraio 2010

Dino Greco : paladini del bene o armata delle tenebre ?

 

Quando abbiamo letto della nuova crociata scatenata dal caudillo di Arcore ci siamo chiesti - e ne abbiamo scritto - se questa ennesima rincorsa paranoica non fosse indice di un logoramento, diremmo di un disturbo o di un’alterazione ormai così profondi da sfiorare i tratti di una dissimulata follia.



Solo un anno fa, issandosi sul predellino di un’automobile, Berlusconi aveva fondato quello che, nelle sue intenzioni, doveva essere un partito capace di raccogliere più del cinquanta per cento dei voti, la maggioranza assoluta dei consensi per un potere che pretendeva di diventare altrettanto assoluto. L’egotismo parossistico del gesto e l’intento dichiarato contenevano già, di per sé, qualcosa di inquietante, un’inclinazione molto più che autoritaria, una volontà protesa a ridurre al silenzio tanto gli avversari quanto gli alleati non immediatamente riconducibili alla cerchia ristretta dei suoi genuflessi corifei. Nonostante la fragilissima opposizione incontrata negli uni e la pazienza corriva degli altri, il disegno è entrato in crisi, più per autocombustione che per effetto di una manifesta caduta di consenso o sull’onda di una spinta sociale, forte e continua, che con tutta evidenza non vi è stata e non vi è. E forse, proprio per questo, una parte sempre più significativa dei “poteri forti” si è persuasa della possibilità e dell’opportunità di liberarsi, senza correre soverchi rischi, di un personaggio incapace di rappresentarne gli interessi se non in un quadro profondamente corrotto e avviato verso un rapido disfacimento della legalità democratica, ostico persino al reggimento liberale. Insomma, si è aperta una sfida, tutta interna al blocco sociale dominante. Una sfida al cui esito non si può certo restare indifferenti, e alla quale bisogna prender parte per forzarne i limiti, avendone tuttavia chiare caratteristiche e dinamiche.
Siamo stati più volte tentati, nel passato, di vaticinare la chiusura di una fase. Per poi dover constatare, una volta di più, che Berlusconi riusciva a ridistribuire le carte, a rilanciarsi nel gioco politico, proprio quando sembrava ormai alle corde. Ogni volta, tuttavia, perdendo dei pezzi e vedendo affievolita l’efficacia dei propri proclami da imbonitore, sempre più inadeguati a fronteggiare un malessere sociale difficilmente esorcizzabile esibendo uno sgangherato ottimismo o paventando il ritorno (?) del comunismo che, con riflesso maccartista, egli vede ovunque presente.
Confesso, tuttavia, che l’ultima invenzione, quella propinata ieri ai media con una estasiata Vittoria Brambilla al fianco, sembra davvero uscita da un altro mondo: la fondazione dei «paladini della libertà», una sorta si parva licet di «guardiani della rivoluzione», un corpo di fedelissimi, arruolati personalmente dal premier («dovranno rispondere solo a me») e ingaggiati per impegnare una lotta senza quartiere «contro il male».
Ora, c’è una sola domanda alla quale a questo punto occorre trovare una risposta, perché delle due l’una: o questo delirio da ayatollah nostrano è il seme di una superfetazione terminale che come tale viene avvertita, giudicata e definitivamente neutralizzata, oppure, se ciò non accade, vuol dire che il sogno totalitario dell’uomo è entrato in magnetica risonanza con una parte estesa della società, senza storia e memoria, che ne ha ormai metabolizzato le pulsioni e introiettato la patologia.
La storia del ’900 ci ha riservato drammatiche esperienze, quando sulla sconfitta del movimento operaio si consumò, nel cuore dell’Europa, un gigantesco fenomeno di reazione di massa. Il primo e più importante compito che è davanti a noi consiste nell’impedire che questo progetto si realizzi, che questa deriva si compia.
Si guardi al processo di annichilimento della vita pubblica, al ristagno della partecipazione, all’inaridimento delle fonti della cultura critica, all’implosione della rappresentanza sociale, sostituita da caste privilegiate ed autoreferenziali. E si capirà quanto il rischio di una lunga fase di decadenza sia tutt’altro che remoto.


5 marzo 2009

Dino Greco : intervista a Giorgio Cremaschi

 

Greco Siamo di fronte a una crisi mondiale del capitalismo, del sistema fondato sull'onnipotenza del mercato, malgrado i nostri emuli di Milton Friedman, come Giavazzi, continuino a negarlo. Siamo davvero di fronte ad un salto d'epoca?

Cremaschi Assolutamente si. La crisi è mondiale, ma ognuno ci arriva con le sue disgrazie. E noi abbiamo le nostre. Ed entriamo in questa crisi sicuramente con un livello di democrazia, un livello di poteri sociali, un livello di salari e di diritti, che sono sprofondati nel lungo periodo. Io penso che abbiamo di fronte una caduta della produzione e una caduta possibile dei redditi, da anni '30. La crisi sta in qualche modo risolvendo quel conflitto che ha percorso tutti gli anni ottanta e novanta tra due facce del liberismo: una è quella che predica mercato e concorrenza, l'altra è quella populista e autoritaria inaugurata da Craxi, poi ereditata da Berlusconi. La crisi distrugge l'autonomia della Confindustria e del sistema bancario, le liberalizzazioni e il libero mercato. E lascia sul campo solo il modello autoritario e dirigista di Berlusconi e Tremonti. Questo produce la crisi. Il potere di vita e di morte sulle imprese ce l'ha il potere politico. Un potere politico però di destra, che ha una idea autoritaria della società.

Greco Questo accade nella "provincia Italia". C'è tuttavia una dimensione più ampia, a partire da ciò che accade nel cuore del capitalismo, negli Stati Uniti di Barak Obama. Ci troviamo qui di fronte al tentativo di inaugurare un nuovo corso, una sorta di new deal rooseveltiano. Ci sono alcuni atti, come l'intervento su GM, sulle banche, cose che solo un anno fa sarebbero parse delle pure aporie.

Cremaschi Quello che voglio dire è che mentre il liberismo di mercato è sempre di destra, a differenza di quello che dicono Giavazzi e Alesina, non è detto che il ritorno del pubblico sia sempre di sinistra.
Siamo di fronte al fatto che c'è il fallimento della globalizzazione. La globalizzazione liberista non funziona più. Il meccanismo si è rotto. E non riprenderà più come prima. Quando ci sarà l'eventuale ripresa economica, in mezzo ci saranno stati tali e tanti interventi della politica che quel tipo di globalizzazione lì comunque non ci sarà più.



Greco Esiste la possibilità che prenda corpo l'idea di rafforzare il sindacato come agente di sviluppo dell'economia, contrariamente alle strategie delle passate amministrazioni?

Cremaschi Non lo so. Secondo me, questo non c'è l'ha in mente neanche Obama. Il fatto è che si è precipitati in acqua e si è disimparato a nuotare. Se devo vedere cosa fa Obama, vedo cose contraddittorie. Da una parte dice "buy american", che è uno slogan protezionista classico, che sta avendo già delle ripercussioni, perché vuol dire che l'acciaio europeo muore e significa una competizione selvaggia. Nello stesso tempo la G.M. ha detto ai sindacati americani che la condizione per ripartire per avere gli aiuti di Stato, è dimezzare i salari. Quindi c'è sì un intervento pubblico, ma non è detto che sia democratico, progressivo e partecipativo. E' la crisi totale del post-fordismo. Tutti i governi vanno avanti per tentativi e la prima cosa che fanno è mettere in piedi meccanismi che fino a poco tempo fa erano tabù.

Greco Tuttavia alcune scelte di impronta sociale sono ben visibili: il rilancio del welfare, l'estensione delle tutele sanitarie fatte pagare ai ricchi. E poi, in campo internazionale, l'apertura al mondo musulmano, la proposta di ridurre drasticamente gli arsenali nucleari...

Cremaschi Si, ma se la domanda era sul lavoro, ti dico non lo so. I dati non ci sono . Non è detto che l'intervento produca effetti socialmente importanti. Se devo vedere i segnali rispetto alla domanda di fondo che fai e cioè se c'è una idea progressista di gestione della crisi, una idea che dica facciamo crescere i redditi dei lavoratori e redistribuiamo la ricchezza, oggi tendenzialmente questo non c'è.

Greco
Torniamo all'Italia. Le imprese che hanno investito in modo massiccio nella speculazione finanziaria adesso si trovano i portafogli pieni di titoli tossici e di derivati. Sono le imprese che hanno pensato di fare i soldi con i soldi anziché investire nel processo e nel prodotto. Adesso quello che chiedono è che si intervenga con il denaro pubblico per ripulire il loro portafoglio, piuttosto che innescare un meccanismo di sviluppo che cambi i comportamenti tenuti in questi decenni. Il modello che in Italia si sta realizzando, dentro questo blocco politico sociale, è il modello Alitalia? Cioè debiti in collo alla collettività, macelleria sociale e rimessa in campo di una imprenditoria fraudolenta ed usuraria?

Cremaschi
Tutto quello che si sta facendo oggi produce regressione sul piano sociale. C'è una politica sempre più aggressiva che vuol far pagare tutti i costi della crisi ai lavoratori, ma non è vero che c'è un ruolo puramente subalterno della politica rispetto all'impresa. E' vero l'esatto contrario. Penso che i padroni vanno con il cappello in mano da Berlusconi e con il bastone dagli operai. Il mercato sparisce definitivamente e diventa una cosa che viene riservata solo ai poveri. La competizione è tra loro.

Greco Il conflitto orizzontale che sostituisce quello verticale...

Cremaschi Questo è quello che sta avvenendo in Italia ancora più che negli altri Paesi. I Tremonti-bond sono il modo con il quale il Governo italiano controllerà il sistema bancario, senza neanche avere fatto l'operazione trasparente della nazionalizzazione. Quindi sarà un controllo preciso, diretto, ad personam. Perché è chiaro che a quel punto chi presta i soldi è il padrone.

Greco Veniamo al sindacato. Dopo lo sciopero di Fiom e Funzione pubblica, la mobilitazione della Cgil proposta per il 4 aprile è sostenuta da una piattaforma programmatica in grado di dare respiro a questa iniziativa, oppure siamo ancora in una fase in cui si naviga a vista?

Cremaschi Siamo ancora in una fase in cui si naviga a vista, perché manca una piattaforma anticrisi. E manca perché il sindacato è stato parte interna al processo di egemonia culturale dell'impresa e del mercato. E quindi è spiazzato. A volte capita che siano più a sinistra i governi dei sindacati, perché sono i governi a dire nazionalizziamo prima che i sindacati. Questo avveniva anche negli anni '30, peraltro. In Italia, l'attacco ai diritti, ai contratti è avvenuto attraverso la concertazione, facendo partecipare i sindacati al processo di liberalizzazione, privatizzazione, precarizzazione del lavoro. Se questo da un lato ha salvato il sindacato come organizzazione, dall'altro ne ha ridotto la capacità di "fare" sindacato, contrattazione, di essere nel sociale. L'hanno istituzionalizzato. Intanto i salari italiani sono i più bassi d'Europa. Per tantissimi lavoratori oggi il sindacato è una istituzione inutile, cosa che c'è molto meno negli altri paesi in cui c'è invece un riavvicinamento al sindacato. Da questo punto di vista la rottura attuata dalla Cisl sul sistema contrattuale è una cosa importante...

Greco In articulo mortis...

Cremaschi ...esatto. E' semplicemente un fermarsi un metro prima del baratro. Di per sé, tuttavia, non definisce un percorso. E' chiaro che se la Cgil avesse firmato l'accordo separato ci troveremmo in un regime sindacal-berlusconiano. Questo oggi non c'è, ma non è detto che ci sia la risposta.

Greco Oggi c'è una intera generazione, forse due, allo sbando, senza che sia possibile immaginare come la loro condizione materiale ed esistenziale possa essere recuperata. Nell'arco di poco meno di vent'anni si sono abbattuti su di loro veri e propri colpi di maglio: il ripetuto intervento sul regime pensionistico, la devastazione del mercato del lavoro, il taglio delle retribuzioni attraverso l'attacco al contratto nazionale e, infine, i licenziamenti di massa senza disporre di adeguati ammortizzatori sociali. Oltre alla risposta alla crisi, quella sistemica, esiste una linea plausibile di difesa, esiste una strategia anche pragmatica da riprendere in campo qui ed ora per rispondere a questa condizione che qui ed ora ha bisogno di risposte?

Cremaschi Nella crisi, il modello delle relazioni sindacali diventa un modello autoritario dove da un lato conta soprattutto il Governo e le sue decisioni, mentre in azienda c'è la complicità. Al sindacato si chiede di adattarsi a questo. La complicità non può che essere azienda per azienda e quindi non può che alimentare la guerra tra i poveri. Cisl e Uil hanno progressivamente accettato questa cosa. E sono dentro. La Cgil ha detto di no a questo, ma non ha nessuna risposta alternativa perchè vive nel rimpianto della concertazione. In questo c'è una similarità tra gruppo dirigente della Cgil e Partito democratico. Una similarità di posizione impotente. Come il partito democratico, rimpiange il periodo in cui era la sinistra che gestiva la politica economica di destra, quando Agnelli diceva a D'Alema: "solo voi potete fare certe cose". Il Pd rischia l'estinzione politica per inutilità. La Cgil rischia di trovarsi nella stessa situazione.

Greco La Fiom ha fatto della questione democratica la sua bandiera. Su questo tema è possibile ricostruire le basi di un rilancio di un sindacato moderno?

Cremaschi Quella della Fiom non è una specificità di categoria, è un'ipotesi di sindacato confederale. O la Cgil si ristruttura e si riorganizza usando l'esperienza della Fiom, oppure si balcanizza e la maggior parte verrà riassorbita nel modello Cisl, aziendalistico ed autoritario. La democrazia è il cardine della partita. Perchè è chiaro che scegliere fino in fondo la pratica della democrazia sindacale significa scardinare il modello di sindacato nato dalla concertazione.

Greco Una battuta sulla politica. Si è determinata nel Prc l'ennesima scissione. Gli scissionisti pensano ad un cartello elettorale che comprenda anche socialisti e radicali,con un occhio all'Udc. Poi c'è stato un appello di un gruppo autorevole di intellettuali per una lista unitaria di tutta la sinistra sotto un ombrello definito "per la democrazia" Che ne pensi?

Cremaschi Con tutto il rispetto, mi pare un'operazione senza futuro. Mi dispiace, perchè sono persone che stimo. Penso che oggi c'è bisogno di una critica radicale ed organizzata al capitalismo. Non siamo più di fronte alla caduta del muro di Berlino, ma di fronte alla crisi del capitalismo reale.

Greco Siamo anche di fronte alla crisi del bipartitismo?

Cremaschi Del bipartitismo non lo so. Siamo di fronte alla crisi della politica dell'alternanza, questo sì. In Italia Berlusconi ha occupato lo spazio della politica delle alternanze e quindi c'è il rischio che l'alternanza a Berlusconi tra cinque anni sia Fini. O si costruisce un'alternativa oppure l'alternanza ci sarà solo nella destra.


17 settembre 2007

Digressione a partire da Marx : una scissione linguistica del lavoro ?

 

La distinzione tra work e labour che senso ha ?

In realtà labor che vuol dire “fatica” e anche dolore (“laboro capite” è “mi fa male la testa”) forse deriva dalla radice labh o rabh da cui si possono far discendere il greco “lambano” (prendere, afferrare) e laphyron (preda), il sanscrito rabhate (afferrare) da cui il tedesco arbeit (lavoro) o rabhas (impeto, forza) e italiano rabbia., lo slavo rabu (servo) da cui robota (lavoro servile) e dunque robot.

E paradossalmente “fatica” deriva dalla radice “fat” o “fet” da cui deriva “fendere” e “fessus”(stanco) e “fatisci” (venire meno).

 

 

Work” invece deriva dalla radice vrag (spingere) da cui il greco “ergon” (opera, funzione), il sanscrito “vragami” (andare), ma anche l’italiano “ergastolo” (campo di lavoro).

 

La radice delle due parole è più o meno la stessa : una forza che spinge ed afferra (il concetto e il lavoro sono equivalenti). Ma l’uomo ancora non è soggetto di questa forza, ma ne è l’oggetto (a causa delle relazioni sociali esistenti) per cui questa forza lo può lasciare, può venire meno, dal momento che il soggetto non può gestirla. Sicchè il lavoro è fatica, è alienazione (espropriazione di sé)

 

 

 

 

 

 


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