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L'argomentazione apagogica sulla verità in Vittorio Hosle
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Pensiero di Pensiero...
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La teoria delle descrizioni definite di Bertrand Russell

La x è solo un segno ?

Dall'assenza del segno al segno dell'assenza

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Senso e denotazione in G. Frege

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Concetto e rappresentazione in G.Frege

Funzione e concetto in G. Frege

Il senso e la denotazione dei concetti in Frege

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30 marzo 2011

Hegel e la scienza del Diritto

La scienza del Diritto è parte della filosofia. Deve quindi svolgere, dal concetto, l’idea come quella che è la ragione di un oggetto. Oppure, il che è lo stesso, essa scienza deve essere spettatrice del peculiare immanente svolgimento della cosa stessa. Come parte, essa ha un dato punto di partenza, che è il risultato e la verità di ciò che precede e di ciò che ne costituisce la cosiddetta dimostrazione.

Il concetto del diritto, quindi, conforme al suo divenire, resta fuori dalla scienza del diritto. La sua deduzione è qui presupposta ed esso deve ammettersi come dato.

 

 

 

Hegel, pur ammettendo la scienza del Diritto come parte della filosofia, afferma giustamente che il concetto del Diritto è un dato in essa, un presupposto che forse è la filosofia stessa a dover dedurre, e non la scienza del diritto che su di esso si basa.

Dunque l’hegelismo può prevedere che la filosofia deduca i concetti fondanti le singole scienze positive, mentre queste ultime hanno tali concetti fondanti come dati, in maniera assiomatica.

Da qui l’impossibilità per le scienze (non per gli scienziati che potrebbero, in linea di principio, filosofare) di riflettere su se stesse. Di qui forse una apparente separazione tra filosofia e scienza, in quanto non v’è continuità tra le due dimensioni,occupando la filosofia un livello meta-scientifico.

Il fatto però che il presupposto di ogni singola scienza non possa essere sottoposto a verifica sperimentale e/o empirica, ma solo alla elaborazione filosofica, espone ogni scienza al rischio della ideologia, non tanto relativamente alle nozioni che essa elabora, quanto all’essenza ed allo scopo immanente alla singola scienza stessa.

 

 


7 febbraio 2011

Gli ingegni minuti arrivano sempre secondi

Armando Massarenti, nella sua recensione del libro di Lucio Russo  «Ingegni minuti. Una storia della scienza in Italia», Feltrinelli, Milano, ricorda che il termine “ingegni minuti”era stato coniato da Giovanni Battista Vico ed apostrofa quest’ultimo come un campione del nostro antiscientifico spirito nazionale.

Come al solito, la verve polemica ha prodotto un dorato momento di superficialità. Nella sua autobiografia infatti Vico aveva evidenziato un problema di apprendimento delle scienze esatte da parte di chi era più avvezzo ad usare concetti universali.  Leggendo lo scritto di Vico ci si rende conto che la sua posizione era molto articolata, che i suoi interlocutori erano strettamente legati al periodo storico in cui scriveva, e che la questione sollevata si inseriva in un problema di didattica della matematica che riguardava l’opportunità di utilizzare le figure geometriche o di iniziare immediatamente con la versione analitica della geometria. Lo spirito antiscientifico dunque c’entra ben poco. Più di un secolo dopo Frege riconoscerà la natura problematica dell’insegnamento delle matematiche, proprio dicendo che, per evitare che i ragazzi si annoino, era necessario cercare di sfrondare dalla matematica alcuni aspetti di eccessivo rigore logico. Dobbiamo pensare che anche Frege fosse un esponente dello spirito antiscientifico ?

 

Anche l’accanimento con cui si accusa Croce di aver fatto danno alla formazione scientifica delle nuove generazioni a seguito della sua polemica con Enriques ci sembra francamente una esagerazione. Croce non era laureato né aveva un ruolo nelle università italiane. La sua polemica con il positivismo ed il pragmatismo era tesa a salvaguardare l’autonomia del sapere filosofico da quello delle scienze. Senza dubbio la sua sottovalutazione del sapere scientifico è stata un errore, ma non si può pensare che le conseguenze di questo errore siano state così devastanti. Inoltre le sue riflessioni erano comunque frutto di un tentativo continuo di aggiornamento e non a caso il collegamento delle scienze con il momento economico dello Spirito sono stati il frutto di una sua personale lettura del pensiero di Mach.

Del resto collegare all’egemonia di un pensiero slegato a quello della scienza il triste destino del sapere scientifico nell’ambito di una nazione è pure una operazione piuttosto superficiale. In Francia Bergson prima e Sartre poi hanno esercitato un’ influenza fortissima sulla pubblica opinione, ma ugualmente lo studio delle scienze è stato considerato primario all’interno del sistema scolastico francese. Ugualmente in Germania l’hegelismo prima ed Heidegger poi hanno spesso dominato la scena, ma non hanno impedito lo sviluppo di una tradizione forte di studi scientifici.

Il problema non è questo o quel pensatore, questo o quel momento storico ma una serie di processi economici e sociali che possono portare un paese al vertice o al declino. E del resto questa è proprio la tesi del libro di Russo e Santoni.

In Italia la tendenza delle imprese a far ricadere sui salari i problemi della propria competitività internazionale ha evitato in larga parte le innovazioni tecnologiche che avrebbero potuto stimolare lo studio sistematico e capillare delle scienze all’interno del nostro paese. Il fatto che anche lo stato non abbia sufficientemente investito nella ricerca è invece il risultato di una gestione politica tesa più al consenso elettorale di breve periodo che non a porre i presupposti naturali e culturali per lo sviluppo a lungo termine della povera patria.

 

 


4 febbraio 2011

Frege ed Hegel

Le tesi di Frege hanno a che fare con i rapporti tra platonismo ed hegelismo : quali sono i rapporti tra le idee ? C'è un movimento ? C'è uno sviluppo ? Qual è il rapporto tra Idea e Concetto ?

Tra in-sè e per-sè ?

Ma c'è un rapporto anche con la tematica sviluppata da Putnam e Kripke su i designatori rigidi (si veda la questione di "oro" o di "H2O"). Riguardo a questa questione si può ipotizzare che c'è un nome a cui possono corrispondere diversi sensi, ma questi sensi sono ben delimitati e sono relazionati ed inviluppati gli uni negli altri grazie al fatto che cadono sotto lo stesso nome.
Le tesi di Frege sono una critica indiretta all'hegelismo : mentre per Hegel il logico non ha un rapporto meramente estrinseco con lo storico (e dunque con l'empirico, l'estetico e lo psichico) , per Frege bisogna distinguere nettamente i due ambiti. Frege è a buon titolo un platonista : il concetto contraddittorio è pur sempre un concetto definito. E come tale non può cambiare, nè deve farlo.
Per l'hegelismo invece il concetto contraddittorio, in quanto tale genera il cambiamento. E' difficile dire chi dei due indirizzi valorizzi più la contraddizione.

 

 

L'hegelismo ne fa qualcosa di fecondo ma proprio per il fatto che non può reggersi su se stessa. Frege fa l'esatto opposto. Il suo approccio per certi versi sembra più rispettoso per la contraddizione in sè considerata. Tuttavia l'esempio che egli fa dello zero come "diseguale da se stesso" è alla base di uno sviluppo che porta poi all'uno ed alla serie numerica, per cui la posizione hegeliana mantiene un suo fascino ed una sua plausibilità. Frege pensa alla distinzione tra i singoli fotogrammi di una pellicola, l'hegelismo allo scorrere della pellicola stessa, che mette in un continuum temporale i singoli fotogrammi. Un problema per Frege è come si concilia la sua posizione con il fatto che vi sono concetti non immediatamente contraddittori, concetti che possono avere una contraddizione tra le loro note caratteristiche e dunque non immediatamente evidenti
A mio parere, c'è un livello ontologico ideale dove le idee sono tutte distinte tra loro ed immutabili e dove anche la contraddizione ha una sua consistenza propria. C'è poi un livello storico-epistemico dove le idee si trasformano reciprocamente e dove le contraddizioni fanno da motore del divenire. Tale secondo livello è solo fenomenologico e conoscitivo, dal momento che anche le relazioni tra concetti sono date ab aeterno. Tuttavia la verità dell'approccio storico è che esso ci impedisce di considerare dato una volta e per tutte (in un istante interno alla dimensione temporale)il contenuto di un concetto. Per cui l'evoluzione della nostra conoscenza di un concetto non ha in linea di principio nessun termine, per cui lo stesso concetto è inattingibile in maniera completa al soggetto conoscente.
Perciò è problematica anche l'esatta delimitazione del concetto, processo che può appunto essere infinito, che ha a che fare con la questione delle antinomie e del carattere a volte occulto delle contraddizioni in un sistema.

Insomma, c'è armonia tra carattere oggettivo ed extramentale del concetto e la sua delimitazione ? O l'oggettività (la realtà) ha a che fare con la vaghezza ?

 

 


1 febbraio 2011

Frege : concetto e rappresentazione

Frege contrappone concetto e rappresentazione nel senso che il concetto ha una validità oggettiva, mentre la rappresentazione ha come prima caratteristica la soggettività.

A nostro parere, prima di esaminare questa contrapposizione, è necessario stabilire a quale livello epistemologico si collochino sia il concetto che la rappresentazione.

Sul concetto ci soffermeremo meno, in quanto lo stesso Frege non lo definisce in tutte le sue articolazioni. Per fare questo dobbiamo esaminare altri scritti, quali “Funzione e Concetto” e “Concetto e Oggetto”. Quello che ci basta in questa sede è evidenziare come per Frege il concetto sia una realtà oggettiva, il cui accesso non passa per l’ambito sensoriale ma è direttamente collegato con l’ambito logico e semantico.

Frege però non esamina più approfonditamente la nozione di rappresentazione.

In realtà concetto e rappresentazione si trovano a due livelli diversi. Se il concetto lo si può individuare ad un livello semantico, a livello cioè del sinn, la rappresentazione può essere definita come un segno o un complesso di segni, grammatologici o verbali oppure immaginali, che fanno riferimento ad un oggetto preesistente con il quale hanno un rapporto isomorfico, a diverse gradazioni, che può andare da una vera e propria mimesi iconologica (in questi casi spesso lo scopo è puramente estetico) ad un rapporto più astratto di modellizzazione (ed in questo caso lo scopo è più propriamente conoscitivo). Un modello si può infatti definire come una rappresentazione isomorfa ad un elevato grado di astrazione.

Proprio perché la rappresentazione si situa a livello segnico essa può più facilmente sembrare un artefatto della nostra mente e dunque evocare caratteristiche più legate alla soggettività. Ma in realtà questa associazione non è una relazione logica o semantica vincolante, per cui la dicotomia tra rappresentazione e concetto così come la configura Frege può per certi versi essere fuorviante.

 

La tesi di Frege per cui non si può parlare di una rappresentazione senza specificare chi ne sia il portatore è un ipotesi plausibile sulla natura artificiale della rappresentazione stessa e dunque sulla sua genesi come strumento più o meno consapevolmente elaborato per assolvere i diversi scopi che un soggetto può porsi nel corso della sua azione. E tuttavia una rappresentazione, quand’anche fosse stata creata da un soggetto, può avere istanze e proprietà epistemologiche del tutto scollegabili dal soggetto che ne è il portatore. Qualsiasi studioso di semiotica può evidenziare come la storia delle rappresentazioni trascenda molto spesso le intenzioni dei soggetti che le hanno elaborate o utilizzate, tanto da costituire una sorta di storia della cultura che ha una sua oggettività, analoga a quella dei concetti e della logica.

Sia il concetto che la rappresentazione hanno un carattere insaturo : il concetto sembra essere necessariamente “concetto di …” e così pure la rappresentazione è spesso “rappresentazione di …”. Ma questa insaturazione, apparentemente analoga, è piuttosto differente nei due casi considerati. Nel caso del concetto si tratta di determinare il contenuto che lo individua. Nel caso della rappresentazione si tratta di individuare l’oggetto o lo stato di cose ad essa isomorfo ed a cui essa si riferisce più o meno estrinsecamente. La rappresentazione sembra avere un rapporto più accidentale con ciò che è rappresentato : si tratta di due stati di cose tra loro somiglianti e dei quali uno viene riferito all’altro in base ad una sorta di convenzione. Nel caso del concetto invece il rapporto con il proprio contenuto è molto più immanente ed immediato, tale cioè da essere essenziale per la determinazione del concetto stesso.

Possiamo dire perciò che l’apparente maggiore soggettività della rappresentazione è data proprio dal suo carattere più propriamente materiale dal rapporto più estrinseco che intrattiene con lo stato di cose cui fa riferimento, con gli scopi molteplici e complessi che essa assolve.

Ingenua e schematica sembra anche la tesi per cui ad es. scienze come la fisica hanno a che fare con corpi o concetti, ma non con rappresentazioni. Eppure, se intendiamo un modello come una forma assai astratta di rappresentazione, dobbiamo convenire con il fatto che la rappresentazione ha in fisica un ruolo importante. Ci possono essere diversi modelli di un complesso di eventi naturali ed in questi modelli possiamo anche riconoscere delle componenti soggettive legate a coloro i quali hanno elaborato i modelli stessi. Ciò non toglie che le rappresentazioni modellistiche non svolgano una funzione conoscitiva che si realizza nonostante la presenza di tali componenti soggettive. Le rappresentazioni potrebbero essere considerate un elemento necessario di mediazione tra la dimensione dei concetti e quella sensoriale degli oggetti naturali il cui comportamento va descritto e spiegato.

 


30 novembre 2010

Giovanni Mazzetti : il comunismo non è uno stato di cose (l'astuzia della ragione)

Quando afferma che “il comunismo è la struttura necessaria ed il principio propulsore del prossimo futuro. Ma non è come tale la meta dello svolgimento storico, la struttura della società umana”, Marx richiama la nostra attenzione su una distinzione essenziale tra ciò che costituisce il principio dinamico sottostante al processo di trasformazione in corso, che corrisponde a ciò che gli uomini fanno, e i risultati che conseguono da tale processo, che corrisponde a ciò che essi di volta in volta ottengono come processo. Ed è proprio perché è in grado di tenere presente questa distinzione essenziale che Marx nega che la comunità possa essere razionalmente definita come un particolare stato di cose da instaurare.

Egli ha costruito la sua analisi in piena coerenza con un principio enunciato da A. Ferguson “Gli uomini nel seguire il sentimento presente nelle loro menti, sforzandosi di rimuovere le difficoltà o di raggiungere vantaggi alla loro portata giungono a risultati che neppure la loro immaginazione avrebbe potuto prevedere e, come gli altri esseri viventi, procedono sul sentiero della loro natura senza percepirne il fine…ciascun passo ed ogni movimento della moltitudin, persino nelle epoche che si definiscono illuminate, sono compiuti con eguale cecità riguardo al futuro, e le nazioni inciampano in istituzioni, che sono il risultato non voluto dell’azione umana”.

Il comunismo non può, per questo ineliminabile principio dell’azione umana, porsi come disegno da realizzare, senza assumere con ciò stesso una forma irrazionale ed utopistica.

 

Qui Mazzetti fa tesoro della lezione della storia che comunque ha visto conseguenze inintenzionali dell’azione umana. Di questa lezione si fa mentore oggi chi segue von Hayek che vede lo stesso mercato come istituzione che è frutto inintenzionale dell’azione di milioni di esseri umani, ma in realtà gli antecedenti sono Lao-tzè ed Eraclito, gli Stoici, Ferguson, Hegel e Wundt. Si pensi ad Hegel quando dice che la ragione “utilizza ogni cosa e realizza i propri scopi segreti mediante avvenimenti che sembrano agli uomini arbitrari e insignificanti. Essa lusinga gli uomini con l’esca dell’interesse personale e con ciò realizza la propria opera”.

Per un comunista tenere presenti questi limiti è importante, perché ancora con questa metodologia di analisi egli dovrà interpretare il fallimento del socialismo reale novecentesco, nella sua versione autoritaria ed in quella socialdemocratica. E tuttavia il comunista deve elaborare un progetto sia individualmente, sia insieme agli altri, pur sapendo che l’astuzia della ragione lo porterà magari da un’altra parte. Alla risultante impersonale degli interessi e delle passioni, bisogna cercare di sostituire la sintesi intersoggettiva delle  ragioni e delle passioni.

Ribadire la necessità del limite soggettivo è importante, per non cadere di nuovo nel socialismo utopistico. Ma non si può rimanere nell’abbandono nudo e crudo di questa soggettività, ma cercare di costituire nuovi livelli di soggettività, in armonia con il retaggio lasciatoci da Kant in “Cos’è l’Illuminismo” e da Marx nella prima pagina de “Il Manifestoo del paragone tra l'ape e l'architetto

 


9 marzo 2010

Hegel fa posto a Marx

Del resto, anche a dire una parola sulla dottrina di come deve essere il mondo, la filosofia arriva sempre troppo tardi. Come pensiero del mondo, essa appare per la prima volta nel tempo, dopo che la realtà ha compiuto il suo processo di formazione ed è bella e fatta. Prima l’ideale appare di contro al reale, nella maturità della realtà, e poi esso costruisce questo mondo medesimo, colto nella sostanza di esso, in forma di regno intellettuale. Quando la filosofia dipinge in chiaroscuro, allora un aspetto della vita è invecchiato e dal chiaroscuro esso non si lascia ringiovanire, ma solo riconoscere : la nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo


 

La teoresi che guarda tutto sub specie eternitatis diventa nel tempo sapere storico che guarda tutto come passato e dunque ha bisogno che la realtà sia compiuta e perfetta nel presente per poterla contemplare. Il sapere storico è come una immagine temporale del sapere filosofico. Ne è la realizzazione. Ma esso non è sapere per il futuro se non indirettamente. La filosofia arriva troppo tardi. Essa vive nella dialettica tra passato e ricordato, in questa lotta, in questa disperazione che cerca di diventare immediatamente gioia. Ma si apre un territorio inesplorato, che Hegel deve negare (o meglio deve omettere), altrimenti la compiutezza della sua visione storica sarebbe lesa. Ma questo silenzio apre la strada. Tutta il pensiero post-hegeliano è lasciato essere dal sistema di Hegel (e forse giace nelle pieghe del suo sistema sia pure in forma embrionale e caricaturale). E tutto il pensiero post-hegeliano è ammissione della fine della teoresi (e del suo riperpetuarsi solo come forma di terapia dell’anima o come riepilogo raffinato dalla logica) e dunque dell’ammissione della compiutezza del sistema. E tutto il pensiero post-hegeliano è un partire che ha analogie, un partire da qualcosa, senza pretesa di auto fondazione : l’esistenza di Schelling e Kierkegaard, il fatto positivista, il mistico di Bergson, la prassi marxiana, l’amor fati di Nietzche.

Marx tra questi epigoni ha due caratteristiche che lo distinguono : più degli altri ammette la fine della filosofia e dunque vede il suo pensiero come sismografo produttivo di congetture ed ipotesi e cane fedele della realtà nel suo sviluppo storico. E, contrariamente a Nietzche, vede questo agire del pensiero che si costituisce come prassi e cioè intersoggettivamente, pena l’annegamento della previsione nell’utopia.

 

 

 

 

 

 

 


8 marzo 2010

Il reale secondo Schlick

 

La conoscenza e i fatti reali

 

Conoscere per Schlick vuol dire designare i fatti mediante i giudizi usando un numero di concetti il più piccolo possibile ottenendo lo stesso una coordinazione univoca.

A tal proposito i problemi di realtà sono quelli che riguardano direttamente gli oggetti designati, e non i segni relativi agli oggetti ed il loro concatenamento.

Un problema di realtà è implicito in ogni giudizio sintetico, laddove il giudizio analitico ha il suo fondamento di legittimità solo nelle regole di designazione fissate una volta e per tutte nelle definizioni.

Invece nel giudizio sintetico tipo “La Gallia fu conquistata dai romani” vengono collegati tra di loro dei concetti che non sono messi in relazione da alcuna definizione.

Schlick poi si chiede : che ne sappiamo noi dei fatti reali ? Ci sono dati immediatamente ? Li ricaviamo per inferenza ?

Partendo dal presupposto che, prima che si possa parlare di designazione univoca di oggetti, questi oggetti devono esserci, allora cosa sono gli oggetti, i fatti, la realtà ?

Schlick dice che la risposta deve essere un giudizio, ma un giudizio è un segno dove un oggetto è sussunto in un concetto e dove non si dà ciò che è designato, che rimane al di là del conoscere. Infatti nel conoscere non si vuole aderire al designato, ma solo ordinare e coordinare dei segni. Questa non è la debolezza, ma è l’essenza della conoscenza. Il designato non ha senso indipendentemente dal designare, come il suono non ha esistenza senza qualcuno che lo ascolti.

 

 

Il reale

 

Schlick poi dice (correggendosi) che il reale preesiste ad ogni conoscenza ed è ciò che è designato prima ancora del designare. Il giudizio lo designa, ma non lo determina né lo crea.

Non si ottiene co(noscenza) della realtà, ossia intuizione di essa, mediante la conoscenza (il giudizio) della realtà. La prima invero precede la seconda : il regno dei dati di coscienza semplicemente esiste prima di qualsiasi interrogazione, ma non è l’unica realtà conoscibile.

Schlick poi si chiede quali oggetti siano reali e dice che non si possono separare gli oggetti reali da quelli irreali, perché questi ultimi non ci sono affatto.

Egli sembra voler ovviare alla possibile difficoltà di questa tesi, dicendo (come Locke) che, nel corso della ricerca, combinando concetti che designano qualcosa di dato, noi formiamo concetti che a loro volta non designano qualcosa di immediatamente noto (dato). La questione sarebbe allora se a questi nuovi concetti sia coordinato qualcosa di reale oppure se alle caratteristiche di tali concetti sia connesso anche il predicato “reale”.

La risposta alla questione della realtà di un oggetto va fatta con determinate designazioni, ma essa dipenderebbe dalla definizione di realtà. Ma è possibile definire la realtà ? Quest’ultima non si lascia mostrare solo nell’immediato esperire ? Schlick sostiene che un’analisi del concetto di realtà fa parte delle richieste che non possono essere soddisfatte, anche se è possibile reperire un contrassegno che caratterizzi tutto il reale e serva come criterio linguistico della realtà di un oggetto. Tale criterio è essenziale per la vita pratica nella quale viene usato continuamente, ma andrebbe esaminato dal punto di vista epistemologico. Il problema dunque è quale sia questo criterio e come sia possibile poi la successiva determinazione del reale (che tipo di concetti vanno usati e così via …).

 

 

La definizione di realtà

 

Per Schlick il concetto di realtà non è un concetto scientifico e non è un prodotto di una ricerca specifica (come ad es. “integrale” e “energia”). Alle scienze non importa nulla di determinare il concetto di realtà, in quanto ogni scienza si muove in un terreno di astrazioni o meglio essa è teoria ed ha per oggetto astrazioni irreali. La nozione di realtà ha un’accezione eminentemente pratica, così come affermava Dilthey. L’ascrizione di “realtà” ad un oggetto da parte di un uomo ingenuo deve quindi essere rivista ed eventualmente confermata o rielaborata ad un livello epistemologico. L’individuo ingenuo considera realtà gli oggetti della percezione sensoriale senza però essere consapevole della distinzione tra l’oggetto percepito e la rappresentazione percettiva. Egli infatti non dice “Ho la percezione di un tavolo”, ma “Vedo un tavolo”.

Schlick dice che anticamente la distinzione tra realtà ed irrealtà si cominciò a delineare solo quando si tematizzano il sogno, gli inganni sensoriali e le menzogne. Il criterio di realtà si costituisce attraverso la verifica intersoggettiva e l’approccio e la convergenza di più interfacce sensoriali (ad es. quando si tocca quel che si vede). In questo caso le rappresentazioni sono reali, ma il loro oggetto è irreale.

Tuttavia anche oggetti non percepiti vengono considerati reali (quando ad es. si vede un animale morto e si inferisce la presenza di un predatore). In tal caso si definisce “reale”ciò che produce effetti e dunque il principio di realtà si collega al principio di causalità, principio che viene continuamente utilizzato nella vita pratica. Inoltre il fatto che un oggetto non percepito produca effetti genera l’idea che esso sia autonomo dal soggetto percipiente e che addirittura fuori dalla percezione esso continui ad esistere con le qualità intuitive (primarie e secondarie) date all’interno della percezione. Questo per Schlick è realismo ingenuo dove pensare le cose vuol dire rappresentarle intuitivamente : la cosa in sé di Kant è proprio il frutto di tale concezione popolare ed il suo concetto viene introdotto da Kant senza alcuna definizione.

Schlick poi si chiede se la filosofia può assumere i criteri di realtà della visione ingenua del mondo. Egli approva la tesi ingenua per cui il propriamente dato vale come reale (Husserl ?) e cita Beneke, correggendo la tesi ingenua dove questa vuole introdurre una demarcazione tra i dati (più o meno reali). Addirittura egli, contraddicendosi in parte, toglie qualunque importanza alla distinzione tra oggetto reale e rappresentazione. Tuttavia però la seconda tesi del pensiero ingenuo, per cui non solo il dato stesso è reale, ma anche le cause nascoste del dato, viene invece considerata con la massima prudenza. Ridurre la realtà a causalità (capacità di produrre effetti) non è soddisfacente, in quanto la causalità è concetto più complesso e presuppone quello di realtà, in quanto la relazione causale è sempre relazione tra oggetti reali. Per Schlick il pensiero del realismo ingenuo presuppone una realtà in sé che non perviene mai all’esperienza, né come tale, né nei suoi effetti e , per la quale, i criteri di verità sono vanificati.

 

 

 

Due strade

 

Schlick dice che, a partire dal realismo pre-filosofico è possibile battere due strade :

  • Il realismo filosofico per cui si integra scientificamente la concezione popolare.
  • Il coscienzialismo (o positivismo idealistico) per cui si deve negare il secondo passo (realistico) del pensiero ingenuo.

Egli passa ad esaminare dunque la posizione realistica per la quale il reale è sia ciò che viene esperito, sia ciò che causa quest’ultimo. Per il realismo questo secondo fattore non è riducibile al primo (ci sono cause non esperite), ma il primo fattore è riducibile al secondo (ci sono rapporti di causa ed effetto anche tra dati esperiti).

Schlick però nota che, una volta superata la sfera del percepito, si potrebbero cominciare anche a prendere in considerazione entità che non producono vissuti come loro effetto.

Il realismo però vieta questo fatto : reale è solo ciò che agisce, ciò che esercita un effetto.

A tal proposito, Schlick esamina l’etimologia di “reale” : in tedesco esso è “wirklich” e deriva da “wirken”, ciò che agisce e in greco è “energheia” da en-ergon (in-atto, in-funzione, al-lavoro, in-azione). Egli cita poi alcuni filosofi, come Leibniz per il quale “quod non agit, non existit”, Schopenhauer per il quale la materia è causalità oggettivamente concepita ed infine Erdmann per il quale reali sono gli oggetti efficaci.

Schlick però a queste concezioni obietta giustamente che si può pensare l’Essere separatamente dall’agire ed è lo stesso pensiero ingenuo a svolgere tale separazione anche in maniera netta e conclude che il criterio dell’agire presuppone quello dell’Essere e quest’ultimo è più generale del primo, perché appunto l’Essere si può pensare senza agire. Infine a suo dire il criterio della causalità dissolve ogni importanza dell’immediatamente dato.

 

 

Lotze, Mill e Kant

 

Schlick esamina poi la posizione di Lotze, la quale renderebbe la rappresentazione della realtà ancora più evanescente, in quanto concepisce come caratterizzazione del reale, lo stare-in-relazione (non solo causale), ma in questo modo egli non distinguerebbe più tra relazioni ideali e relazioni irreali (i numeri per Schlick non sono reali, ma sono tra loro interrelati nell’aritmetica) e sarebbe costretto a dire che quel che significa “essere” in contrapposizione al non-essere è indefinibile e lo si può solo esperire. Schlick conclude che Lotze è perciò costretto (dicendo che la relazione va esperita) a pensare di nuovo le relazioni reali come relazioni causali ed a tornare al punto di partenza.

Schlick poi si dedica alla concezione più fenomenista, per cui va mantenuto il contatto tra il reale ed il propriamente dato : ad es. J.S. Mill sostiene che, se si ammette come realtà esterna non solo il dato della percezione, ma anche qualcos’ altro, questo viene rappresentato come se fosse dato nella percezione e come qualcosa che effettivamente comparirebbe in una percezione date certe condizioni. Dunque per Mill le cose reali sono condizioni di percezioni possibili.

Schlick obietta a tale posizione il fatto che essa è una riduzione del reale al possibile, ma la possibilità si definisce in riferimento alla realtà e dunque sarebbe un circolo vizioso definire la realtà in riferimento alla possibilità.

Schlick aggiunge che, per rendere in qualche modo utilizzabile la teoria della possibilità di sensazioni, dovremmo specificare le condizioni in cui compaiono sensazioni. A tal proposito, Schlick considera superiore a Mill la concezione di Kant, per il quale ciò che è connesso con le condizioni materiali dell’esperienza (la sensazione) è reale, mentre la possibilità fa riferimento alle condizioni formali. Da ciò Schlick fa discendere che la possibilità viene da Kant ricondotta solo indirettamente a relazioni con l’intuitivo. Nell’espressione kantiana “è connesso”, c’è però ancora vaghezza, in quanto Kant dice che il postulato relativo al conoscere la realtà delle cose richiede la percezione, ma non direttamente, bensì indirettamente e cioè richiedendo una connessione di tale oggetto con qualche  percezione reale, secondo le analogie dell’esperienza che prospettano ogni nesso reale in un’esperienza in generale.

Schlick a tal proposito evidenzia che il rinvio a determinazioni complicate e sintetiche non consente alla posizione kantiana di dirci quale sia il criterio di realtà e più specificatamente non ci dice da cosa si dovrebbe riconoscere il sussistere di quelle relazioni di cui si parla nelle analogie dell’esperienza.

 

 

Il metodo cartesiano e Hilbert

 

Schlick poi, prima di intraprendere la sua definizione di un criterio del reale, sottolinea l’esigenza di ancorare la determinazione del reale all’immediatamente dato (sensazioni) esprimendo con ciò l’impossibilità di un definizione puramente logica del concetto di realtà. Egli parte dalla definizione di Riehl per cui “essere reale” e “fare parte del contesto delle percezioni e della loro interconnessione” è una sola e medesima cosa.

Egli dice poi che il metodo che va seguito per risolvere la querelle parte dal constatare che l’aspirazione alla conoscenza filosofica ha dinanzi a sé due strade :

  • La strada di Descartes per cui, da tutti i giudizi ritenuti veri, si espungono tutti quelli su cui si può dubitare fino a che si arriva all’assolutamente certo, dal quale, con un procedimento sicuro, si erige l’edificio di verità filosofiche. In tal modo verrebbe tracciato un confine minimale per il regno della conoscenza. Schlick a questa via obietta che il procedimento sicuro è la deduzione, ma questa è tautologica per cui ciò che si può edificare è solo la stessa base ripetuta con altre parole. Tale concezione inoltre è costretta ad integrare il misero nucleo sottratto al dubbio fino ad un sistema compiuto.
  • La strada (che chiameremo di Hilbert), per cui si scartano dalle conoscenze usuali tutti i giudizi certamente falsi. Tale metodo scalpella dal di fuori tutto ciò che è inconsistente e pone al regno della verità un confine massimale oltre cui non ci si può estendere. Essa parte da un mondo inesauribile, pieno di processi naturali ed individui pensanti e purifica tale immagine dalle contraddizioni, così l’ampiezza del regno della nostra conoscenza viene ad essere compresa tra il confine minimale del primo metodo ed il confine massimale del secondo, ma nessuno sa con precisione dove si trova con esattezza.

 

Schlick dice pure  a tal proposito che la via cartesiana, apparentemente più rigorosa, è incoerente in quanto, arrivata alla sua meta, già deve tornare indietro e lo può fare solo seguendo lo stesso cammino che la seconda aveva preso sin dall’inizio. Il metodo cartesiano si deve fermare a ciò che è percepito nel momento presente e non può concludere per l’esistenza del mondo esterno, per contenuti di coscienza altrui e per altri soggetti.

 

 

 

 

Il carattere temporale del reale

 

Seguendo in questo Frege ed Husserl, Schlick poi afferma che la realtà è nel tempo, ma i concetti sono atemporali, ma poi afferma che il carattere temporale del reale può essere una caratteristica tale da assumere il ruolo di criterio di realtà così a lungo cercato.

Come Frege egli dice che i concetti non sono nemmeno nella mente di chi pensa, perché nella mente esistono processi reali psichici che assumono la funzione dei concetti, funzione e contenuto che sono però atemporali. Ciò vale anche per gli oggetti irreali che non sono concetti, tipo i viaggi immaginati, che non sono distinguibili da quelli reali per il loro contenuto (qui egli cita Kant per il fatto che 100 talleri immaginati non hanno nulla di meno di 100 talleri reali). Schlick poi cerca di individuare la differenza tra viaggio reale e viaggio immaginato e dice che il viaggio immaginato è più vago, più indeterminato, né deve essere dettagliato al contrario del viaggio reale che non ha la stessa libertà di determinazione.

Schlick precisa che bisogna trovare il tipo specifico di determinatezza del reale, tipo specifico che è uno stabile ordinamento spazio-temporale che pone ogni processo del mondo reale in un’interconnessione univoca con tutti gli altri processi del mondo. Ad ogni elemento di realtà compete uno ed un solo posto nel tempo, posto pienamente e stabilmente determinato, una volta scelte un’unità di misura ed un sistema di riferimento temporali.

Schlick poi cerca di rispondere all’obiezione per cui una determinazione temporale è possibile anche per un viaggio immaginario che si può fissare nel tempo sin nei secondi. Egli argomenta  supponendo che le interconnessioni naturali renderebbero necessario de facto che i singoli momenti del viaggio possano aver luogo solo in un certo modo ed in tempi determinabili anticipatamente. Ciò vuol dire che tali processi debbono avvenire esattamente come si è detto e che quindi il viaggio non è affatto qualcosa di meramente immaginario ma possiede futura realtà e non appena le circostanze naturali determinano il momento, l’evento allora si produce realmente. Naturalmente non tutte le circostanze saranno calcolabili, per cui non è mai possibile giudicare con certezza se ciò che all’inizio è immaginario diventerà anche reale. Ma tutto questo sempre si esprime nel fatto che, per il mio rappresentare o immaginare, non sussiste costrizione assoluta ad assegnare univocamente, a ciò che è rappresentato o immaginato, un punto temporale. Arbitrarietà ed incertezza rimangono comunque ed un discorso analogo vale anche per realtà passate. Infatti non si potrà mai determinare con perfetta certezza se il passato che ci rappresentiamo sia anche stato reale, in quello stesso modo in cui viene rappresentato. Tuttavia, quanto maggiore è la precisione con cui riusciamo a localizzarlo spazio-temporalmente, tanto maggiore è la sicurezza con cui possiamo dire di aver colto la realtà. Infatti, una visione onirica al risveglio viene riconosciuta come irreale perché non c’è niente che ci costringa a collocare in determinati punti temporali i processi svoltisi in questa visione, essa non ha lasciato dietro di sé delle tracce con il cui ausilio potrebbe venire temporalmente collegata in modo univoco ai vissuti del presente.

Schlick poi si rende conto che il criterio della localizzazione spazio-temporale è kantiano, ma attribuisce a Kant l’interpretazione contenutistica del contrassegno spazio-temporale che non appartiene a Kant. Egli poi dice che apparentemente il coordinamento oggettivo spazio-temporale sembra essere sganciato dall’immediatamente dato. Ma, egli precisa, la determinazione temporale, essendo relativa ad un’altra determinazione temporale, rischia di scatenare un processo ad infinitum se non ci fosse un riferimento a sua volta non relativo ad altri e cioè il presente.

Schlick aggiunge che, se il criterio della realtà di un oggetto lo poniamo nel suo esserci ad un determinato tempo, l’interconnessione del reale con il propriamente dato viene ad espressione con chiarezza.

Schlick dice poi che il filosofo non ha diritto di dare alla parola “realtà” un senso nuovo diverso da quello che il pensiero pre-filosofico ha prodotto e di cui si serve, perchè è da lì che alla filosofia vengono posti i suoi problemi ed i problemi non li può risolvere introducendo nuove definizioni. In tal modo ci si prepara sin dall’inizio il proprio particolare concetto di realtà per scansare dei problemi che altrimenti non riuscirebbero a dominare. Tali sistemi che affermano che l’equazione “reale = temporalmente determinato” non sia vera si dividono a loro volta in quelli che ritengo  tale equazione come angusta (e questi sarebbero stati confutati da Kant) e quelli che ritengono tale equazione troppo liberale.

Schlick dice che la determinazione spazio-temporale presuppone l’esistenza di un oggetto a prescindere dalla sua percepibilità. Tempo e spazio inoltre non sono in sé reali come la penna con cui scrive. Egli considera cose in sé gli oggetti di cui si afferma la realtà senza che ci siano dati, ma essi non sono quel che resta di una cosa, quando si sono tolte tutte le proprietà. Egli aggiunge giustamente che il termine “cosa” è anche fuorviante, perché spesso la realtà è fatta di processi. La cosa in sé, intesa come residuo, è un assoluto, un ignoto portatore di proprietà.

Il fatto che oggetti non immediatamente dati debbono essere pensati come temporalmente determinati non vuol dire che la temporalità sia una proprietà delle cose in sé.

 

 



Coordinamento dei segni e convergenza verso l’oggetto

 

Già Schlick non è del tutto preciso quando considera “La Gallia fu conquistata dai romani” come un giudizio sintetico, dal momento che ciò dipende dal fatto se nella definizione di “Gallia” sia compresa la funzione “essere conquistata dai Romani”. Infatti Schlick in questo caso parte convenzionalmente da un concetto di Gallia che è solo geograficamente e non anche storicamente connotato. Proprio per questo egli erroneamente dice che invano si tenterebbe di derivare dalle caratteristiche del concetto di Gallia il fatto che un giorno sarebbe stata conquistata dai Romani.

La sua concezione per cui la conoscenza non è adesione al designato, ma solo ordinamento e coordinamento di segni nel prendere spunto da Hilbert finisce per assomigliare ad Hegel. Tuttavia egli non spiega come si faccia a coordinare i segni senza farli convergere verso l’oggetto. Che tipo di coordinamento dovrebbe infatti essere adottato ? E quale criterio regola tale adozione ? Anche la concezione per cui il designato indipendentemente dal designare non abbia senso andrebbe chiarita: egli riduce l’oggetto alla sua relazione con il segno ? L’esperienza è un evento irriducibilmente interiore ? Non c’è dell’idealismo gnoseologico in questa posizione ?

Non a caso Schlick un momento dopo si corregge parzialmente, ma ugualmente, per dire che il mondo dei dati non sia l’unica realtà conoscibile e che sarebbe necessario prima averlo conosciuto interamente.

 

 

 

 

Realtà ed irrealtà

 

Anche la tesi per cui non si possono separare gli oggetti reali dagli oggetti irreali in quanto questi ultimi non ci sono affatto non spiega perché di questi ultimi si può parlare. Ciò vuol dire che essi hanno almeno un grado minimo di esistenza. Schlick presume che gli oggetti irreali siano combinazioni di concetti che designano qualcosa di dato e dunque di essi si potrebbe verificare se siano coordinati a qualche oggetto reale. Questa teoria che ricorda Locke presuppone però che tutti i concetti siano derivabili da segni che designano qualcosa di dato. Ma è davvero possibile una così completa derivazione ? Il concetto ad es. di “Infinito” è derivabile dall’empiria ?

In realtà quello che viene chiamato principio di realtà è un principio solamente pratico e viene semplicemente presupposto così com’è dalla scienza, la quale deve lasciare alla filosofia il compito della sua definizione. Schlick lo dice in certi momenti, ma poi sembra dimenticarlo.

Schlick va incontro a tesi paradossali quando dice che le scienze si muovono in un terreno di astrazioni irreali. Perché esse non perdano la loro valenza conoscitiva, c’è bisogno di una filosofia che spieghi perché queste cosiddette astrazioni irreali abbiano invece uno statuto ontologico positivo.

 

 

La cosa in sé è un concetto popolare ?

 

Schlick considera ingenua la visione del senso comune che si accontenta di dire “vedo un tavolo” e non distingue tra l’oggetto percepito e la rappresentazione percettiva. Ma ci si domanda se questa distinzione introdotta da Schlick invece che un momento di maturità conoscitiva non sia in realtà una specifica svolta storica con possibili effetti di distorsione, per la quale si potrebbe ipotizzare una rappresentazione con un oggetto irreale. Ma se l’oggetto irreale non avesse un grado minimo di esistenza, di cosa sarebbe rappresentazione la rappresentazione di un oggetto irreale ? Dire poi che la cosa in sé sia il frutto di una concezione popolare è pure sbagliato, in quanto popolare è la coincidenza tra cosa in sé e fenomeno ed il fatto che Kant introduca la cosa in sé senza definizione non è indice del fatto che sia un concetto popolare, ma del fatto che si tratta di un concetto residuale, a cui cioè sono state tolte tutte le proprietà degli oggetti fenomenici. Perciò il concetto di cosa in sé è contro il senso comune, in quanto separa con il pensiero le proprietà fenomeniche dalla realtà intuibile.

 

 

Realtà in quanto produce effetti

 

Quando poi Schlick respinge la tesi che le cause di ciò che è dato sono anch’esse reali, dicendo che la riduzione della realtà a causalità non sia soddisfacente ( in quanto la seconda sarebbe un concetto più complesso e ristretto del primo), egli opera un sofisma giocando con le diverse accezioni del termine “realtà”. Infatti la realtà che produce effetti è la realtà nel senso materiale del termine, mentre la realtà dei termini presupposta dal rapporto di causalità è la realtà nel senso noematico del termine. Perché ci sia un rapporto di causalità tra due oggetti, questi devono essere entrambi reali. Perciò la causa di un dato empirico (considerato reale nel senso percettivo del termine) deve essere anch’essa reale (almeno nel senso materiale del termine). Come si vede, ammettendo i presupposti di Schlick, si può giustificare il secondo passo del realismo ingenuo su cui invece Schlick sospende il giudizio. In realtà egli da un lato confonde il realismo del senso comune con la concezione kantiana della cosa in sé, dall’altro critica giustamente la concezione pragmatistica per cui ciò che è reale è solo ciò che produce effetti, ma in tal modo restringe la definizione del reale solo a ciò che è immediatamente dato : la sua critica invece di allargare l’estensione semantica di “reale”, ne riduce ingiustificatamente i confini.

Schlick nella critica del reale pragmatisticamente inteso sembra voler preservare sia le entità più astratte che i dati empirici, ma egli non fa l’unica operazione che potrebbe rimettere le cose a posto: riconoscere un livello minimo di realtà a tutti gli oggetti e distinguerli in base ai livelli successivi di realtà entro i quali essi sono inseriti.

 

 

Critiche non ben fondate

 

Schlick ha in parte ragione quando critica Lotze dal momento che quest’ultimo usa una sola accezione di “reale”ed al tempo stesso crede ad una distinzione tra reale ed irreale. Ma queste due cose non sono a nostro parere conciliabili. Anche Schlick però in questo caso presuppone troppe cose senza argomentare ed incorre così anche lui nell’errore ad es. quando dice che i numeri non sono reali.

Quanto alle tesi di J.S.Mill in esse c’è sia Kant (l’esistenza come possibilità di essere percepiti), c’è il realismo ingenuo (ciò che è fuori dalla percezione lo è solo contingentemente) e c’è anche la scienza moderna (la riproducibilità dei processi fisici a certe condizioni). Criticandolo Schlick fa confusione, in quanto :

·         Mill  non riduce il reale a possibile, ma definisce il reale “ciò che può essere percepito” e non “ciò che può essere”.

·         La concezione di Mill non è un coscienzialismo, ma una forma di realismo ingenuo che cerca di conciliare la concezione causale del reale con quella fenomenistica.

Schlick subordina l’utilizzabilità scientifica della tesi di Mill alla specificazione delle condizioni in cui compaiono sensazioni. Ma l’utilizzazione scientifica non è il criterio di giustificazione di una teoria filosofica.

Anche nella critica a Kant Schlick ripete i medesimi errori giacché confonde anche in questo caso la possibilità (intesa come possibilità di esistere) con la possibilità di essere percepiti (che è propria dell’accezione materiale di “esistenza”). Egli non si rende conto che proprio la concezione di Kant è ambigua dal momento che questi identifica la sensazione con le condizioni materiali dell’esperienza, le quali sono solo la possibilità della sensazione : in realtà Kant è molto più vicino a Mill di quanto Schlick possa pensare. D’altro canto cosa intende lo stesso Kant con “percezione reale”? Una percezione già verificatasi o anche una percezione possibile ? E le analogie dell’esperienza sono gli unici fragili ponti per superare il solipsismo ed andare verso l’intersoggettività propria della scienza ?

Quanto alla definizione di Riehl ci sono da porsi solo alcune domande : il contesto delle percezioni è a sua volta composto solo dalle percezioni ? Il contesto è un attributo delle percezioni (e perciò esterno ad esse) ? O le percezioni determinano il contesto (e dunque il contesto è costituito solo da percezioni) ?

 

 

I vantaggi presunti della via hilbertiana

 

Invece sulla distinzione operata da Schlick tra via cartesiana e via hilbertiana alla conoscenza, ci sono da fare le seguenti osservazioni :

·         Schlick anticipa il falsificazionismo di Popper e l’empirismo liberalizzato, dimostrando una concezione più aperta di quella neopositivista che adotterà successivamente.

·         Anche la via hilbertiana deve escludere ciò che è indubitabilmente falso. Dunque il criterio dell’indubitabilità viene solo spostato ad un livello logico differente. Senza contare che per ogni proposizione indubitabilmente falsa, esiste una proposizione indubitabilmente vera (la negazione della prima).

·         Esistono teorie immediatamente contraddittorie ? E se non sono immediatamente contraddittorie bisogna ricorrere alle contraddizioni perlocutorie ? In questo caso l’incertezza aumenta ancora.

·         Anche il metodo di Hilbert dovrà tornare sui suoi passi per inserire criteri più selettivi che orientino il soggetto all’interno della molteplicità di ipotesi e credenze rimaste in piedi.

 

 

Viaggi reali e viaggi immaginari

 

         Quanto alla tesi di Schlick per cui la temporalità è criterio necessario del reale va detto che tale criterio potrebbe essere fenomenologico, ma non ontologico. Nel dire che la nostra conoscenza del reale non si rivela mai altrimenti che nella forma del tempo, Schlick abbraccia la concezione kantiana, anche quando circoscrive la necessità della forma dello spazio ad un sotto-insieme del reale e cioè il mondo esterno.

Schlick, affermando che i concetti non sono nemmeno nella mente di chi pensa in quanto nella mente esistono solo processi psichici, non tiene conto del fatto che quello che lui chiama psichico è invece l’ambito di ciò che è fenomenologicamente dato, all’interno del quale i noemi appaiono e scompaiono, ingrediscono e non ingrediscono, ma non hanno un inizio ed un termine nel tempo : sono quelli che Whitehead chiamava oggetti eterni. Schlick confonde anche i concetti con gli oggetti dell’immaginazione (ad es. un viaggio fantasticato). Egli non tiene conto del fatto che un viaggio immaginato è più vicino alla effettivamente avvenuta battaglia di Farsalo che non ad una funzione concettuale. Nel dire poi che 100 talleri immaginati non hanno nulla di meno di 100 talleri reali, pensa erroneamente che una descrizione per quanto dettagliata possa essere equivalente ad un oggetto fisico reale, mentre in realtà l’approssimazione della prima verso il secondo è in linea di principio illimitata. Cosa mancherebbe ai 100 talleri immaginati ? Forse la prova ontologica allude al fatto che certi livelli di esistenza non sono garantiti a tutti gli oggetti, ma sono posizioni legate alla potenza. Schlick argomenta che l’esistenza non si può inferire, ma poi allude troppo confusamente ad un predicato del tutto nuovo e ad un qualcosa d’altro a cui l’oggetto ipotizzato dovrebbe relazionarsi tramite questo predicato nuovo. La tesi è così poco chiara che ci rende impossibile seguirne la traiettoria. Schlick inoltre nella sua argomentazione confonde il viaggio immaginario ancora tutto da descrivere e lo compara con il viaggio reale già bello e compiuto. In questo modo ha facilmente buon gioco, ma si provi a comparare un viaggio immaginato ben descritto nei dettagli con un viaggio reale in cui molte cose vanno ancora scoperte o descritte. Sulla comparazione tra viaggio reale e viaggio immaginario andrebbero fatte anche queste altre osservazioni :

1.      A volte un viaggio reale ha imprevisti, mentre non ne ha un viaggio immaginario (si pensi ad un romanzo già scritto).

2.      Schlick considera irrilevante lo scarto tra la previsione ed il processo reale ai fini del carattere determinato di quest’ultimo. Ma non dà ragione di questa irrilevanza.

3.      Cosa vuol dire che l’evento si produce realmente, quando devi ancora definire ciò che è reale ? Nell’argomentazione di Schlick c’è un evidente petitio principii.

4.      Il fatto che nell’immaginazione non ci sia una costrizione a determinare non vuol dire che non ci sia una determinazione oggettiva di ciò che è immaginario. Inoltre, qual è la costrizione che ci spinge a descrivere in maniera dettagliata i processi reali ? Questa mancata consapevolezza tradisce l’intento ideologico del criterio che Schlick sta elaborando. Non potrebbe il reale essere ciò che noi vogliamo determinare ?

 

 

La determinazione temporale ed il presente fenomenologico

 

Schlick poi considera la determinatezza del reale come sottoposta ad uno stabile ordinamento spazio-temporale. Ma chi assicura a Schlick tale stabilità se non una tesi metafisica occultamente presupposta ? La stabilità di un elemento di realtà va verificata definendo questo elemento rigorosamente, risalendone al concetto e dunque individuandolo in una trama ideale ed atemporale di rapporti.

Quanto alla tesi di Schlick per cui la determinazione temporale può scatenare un rinvio ad infinitum, per cui bisogna fare riferimento al presente come dimensione in cui la determinazione viene operata, si tratta in questo caso di un paralogismo, dal momento che il presente (l’immediatamente dato) non è assolutamente rapportabile ad una determinazione spazio-temporale che può essere fatta solo escludendo gli indicali (tipo “ora”) ed è contenutisticamente del tutto vuoto (Hegel). Tale connessione problematica tra determinazione temporale e presente fenomenologico dà origine ad una connessione altrettanto problematica tra il reale considerato nel tempo e ciò che è immediatamente dato.

Schlick all’inizio presenta il dato  temporale del reale come l’inserimento del reale nella corrente di coscienza (e dunque la riduzione del reale ad immediatamente dato) e poi presenta la temporalità come determinazione univoca (stare in quel posto e a quel tempo). Ovviamente l’argomentazione risulta alla fine ambigua. Infine  la determinazione spazio-temporale del reale somiglia al relazionismo (interconnessionismo) di Lotze senza specificare perché tale determinazione sia reale, mentre le altre sarebbero solo ideali. Ovviamente dire che ciò che riconosciamo come reale è temporale, non presuppone che noi già riconosciamo qualcosa come reale prima di vedere che ha una dimensione temporale ? E tale previo riconoscimento come può essere spiegato o giustificato ? Non siamo di nuovo di fronte ad una petitio principii ?

Infine il fatto che la determinazione temporale si applichi anche ad oggetti non immediatamente dati non mette fuori gioco qualsiasi necessità di rapporto con il presente fenomenologico e l’immediatamente dato ? Ed inoltre non sancisce (contrariamente a quel che pensa Schlick) che la temporalità sia una proprietà delle cose in sé ?


1 marzo 2010

Giudizio e conoscenza in Schlick

 

La conoscenza come riconoscimento e relazione

 

Schlick dice che conoscere un oggetto vuol dire ritrovare in esso un altro oggetto e la locuzione “in esso” ha un senso figurato. Per comprendere rettamente questo senso, si deve esaminare più da vicino il rapporto tra il concetto che designa l’oggetto e il concetto di come tale oggetto venga conosciuto.

Schlick dice che “Io conosco A come (in quanto) B” equivale a “Io conosco A che è B”.

Oppure “Io conosco che la luce è un processo di oscillazione” vuol dire

I concetti A (luce) e B (processo di oscillazione) designano un solo e medesimo oggetto ed il fenomeno può essere designato sia con il concetto di luce che con quello di processo di oscillazione” . Egli aggiunge che, a tal proposito, si può lasciar stare il caso irrilevante della tautologia, dove i due concetti sono assolutamente identici (stessa origine, stessa definizione, stesso nome) come nel caso “La luce è la luce

Schlick continua dicendo che sussiste la possibilità che i due concetti, sin dall’inizio, sono diventati segni dello stesso oggetto in forza di una stipulazione arbitraria. E fa l’esempio di

La causa per cui due sostanze si combinano violentemente l’una con l’altra è la loro forte affinità chimica”. In questo enunciato i due concetti “causa di una reazione violenta” e “forte affinità chimica” designano una sola e medesima cosa. Il concetto di affinità chimica non aveva una sua precedente definizione e non era già noto altrimenti da altre enunciazioni. Per cui il giudizio era solo una definizione e non conteneva alcuna conoscenza.

Schlick fa un altro esempio :

La causa dell’azione attrattiva esercitata dall’ambra è l’elettricità”. In questo caso si pretende di spiegare un qualche fenomeno per mezzo di una qualitas occulta e così si ottiene semplicemente di designare la stessa cosa in due modi diversi.

Schlick dice che invece la conoscenza effettiva si ha quando due concetti designano lo stesso oggetto, non solo in virtù delle loro definizioni, ma in forza di nessi eterogenei. Si tratta cioè di due concetti definiti in modo diverso, per poi trovare oggetti che cadono in entrambi i loro domini. Si tratta di nessi reali (individuati attraverso l’osservazione) o nessi concettuali (individuati attraverso un’analisi successiva). Quest’ultima è la conoscenza di tipo matematico.

La conoscenza è scoperta della relazione tra oggetti e come tale viene designata da un giudizio (che però non deve essere né falso, né tautologico, né definitorio)

 

 

La distinzione convenzionale tra definizioni e giudizi

 

Schlick poi espone una tesi molto interessante : egli dice che la differenza tra definizioni e giudizi non definitori (assiomi e teoremi) è relativa dal punto di vista logico. Ciò non contraddice la natura della conoscenza giacchè questa relatività non è tale dal punto di vista storico : infatti se un giudizio  contenga o no una conoscenza dipende da quello che sapevamo prima che fosse emesso quel giudizio. Egli fa il seguente esempio :

se un oggetto, che noi designiamo con il segno x, ci è sempre stato noto attraverso le proprietà A e B,ed in seguito accertiamo che esso possiede anche le proprietà C e D, allora il giudizio “x possiede le proprietà C e D” contiene una conoscenza (sintetica). Questo giudizio però sarebbe solo una definizione se x ci fosse sempre stato dato attraverso le proprietà C e D.

Schlick precisa che all’inizio il termine “x” significa un concetto che è diverso nei due casi (prima è A, B ; nel secondo è C,D) e solo in seguito risulta chiaro che designa un solo oggetto. A tal proposito si può fare l’esempio di un bambino che in una notte buia conosce per la prima volta la neve con il tatto (fredda) e poi la mattina la vede con la vista (bianca) ed ottiene nuova conoscenza.

Schlick dice poi un’altra cosa interessantissima : quando però una scienza diventa una struttura armonizzata e compiuta non è più la successione casuale (temporale) delle esperienze a determinare cose sia definizione e cosa sia conoscenza. Le definizioni saranno i giudizi  che risolvono un concetto in maniera tale da costruire con esse il più alto numero possibile di concetti, riducendo i concetti di tutti gli oggetti al minor numero possibile di concetti-base.

Schlick parla dunque di conoscenza come di eguaglianza tra oggetti e di corrispondente identificazione di concetti. Lotze, Munstenberg e Meyerson pure hanno sostenuto che l’essenza del giudizio è una posizione di identità, ma tale identità per Schlick non è una tautologia.

Egli continua dicendo che, nel caso della neve, da un lato, c’è un’impressione visiva “x è bianca”,dall’altro un’impressione tattile “x1 è fredda”. All’inizio x ed x1  non sono lo stesso, ma nemmeno ci troviamo di fronte a due tautologie, come dice Lotze quando dice “S è S” e “P è P”, giacchè “x è bianca” non è una mera identità, ma una copula, cioè una sussunzione.

 

 

Lo spazio, il tempo e l’identità degli oggetti

 

Schlick poi parla della tesi di Benno Erdmann sulla subordinazione di un concetto ad un altro  secondo il contenuto. Il giudizio sarebbe la subordinazione di un oggetto nel contenuto di un altro, basata sull’uguaglianza di contenuto delle componenti materiali. Schlick obietta che, poiché contenuto ed estensione di un concetto si corrispondono, la teoria della subordinazione equivale alla teoria della sussunzione per cui il giudizio è l’asserzione dell’appartenenza di un soggetto ad una classe.

Schlick poi esamina il problema di come identificare o eguagliare gli oggetti (x ed x1) designati dal pronome dimostrativo in “Questo è bianco” e “Questo è freddo”, tenendo presente che “bianco” non è “freddo”. Secondo alcuni (ad es. Herbart) tale identità la possiamo statuire solo riferendo “bianco” e “freddo” ad un oggetto secondo una logica cosa/proprietà e sostanza/attributo. Ma Schlick, come Lotze, rifiuta come metafisica questa impostazione. In realtà, dice Schlick, le proprietà vengono riunite in un aggregato e la base per formare questo aggregato sta nel presentarsi di queste qualità nel medesimo luogo ed al medesimo tempo e dunque l’identità statuita nel giudizio è l’identità di un punto spazio-temporale. La posizione nello spazio oggettivo ascritta alla neve può essere a sua volta definita mediante l’aggregato costituito dalla posizione del “bianco” nello spazio soggettivo della vista e da quello del “freddo” nello spazio soggettivo del tatto.

Schlick si pone poi il problema di come da una mera identità spazio-temporale possa già per noi venir fuori un’identità dell’oggetto. Cose che si presentano sempre insieme nel medesimo luogo ed al medesimo tempo non le possiamo semplicemente porre come identiche. Schlick aggiunge che indubbiamente noi abbiamo il diritto di compendiarle in una unità e di principio siamo liberi di compendiare attraverso il pensiero elementi qualsiasi, anche estremamente distanti nello spazio e nel tempo, semplicemente convenendo che alla totalità di questi elementi venga coordinato un concetto. Schlick continua dicendo che una tale unificazione non ha senso o scopo, se non là dove ci sia un motivo per farla, altrimenti mancherebbe al nuovo concetto ogni possibilità di impiego. Egli ipotizza che il motivo più forte è dato da una persistente coincidenza spazio-temporale ed articola il suo ragionamento dicendo che nella realtà sensibile spazio e tempo sono i grandi unificatori e separatori, e tutte le determinazioni con cui circoscriviamo e distinguiamo un oggetto del mondo esterno come individuo rispetto ad altri individui, consistono in definitiva di specificazioni di spazio e tempo.

Schlick fa l’esempio per cui supponiamo che più elementi A, B e C (ciascuno distinguibile dagli altri)  compaiono sempre in questo modo : quando c’è A, ci sono anche B e C, mentre B e C compaiono spesso senza A. Ora ABC viene considerato un’unità e l’elemento A ci apparirà l’essenziale dell’oggetto, mentre B e C appariranno proprietà che l’oggetto ha in comune con altre.

 

 

La localizzazione spazio-temporale

 

Schlick dice che l’analisi qui delineata va distinta dalla risoluzione positivistica di un corpo in un complesso di elementi (Mach). Infatti, dice Schlick

  • L’oggetto di cui parliamo non necessariamente deve essere un corpo, ma può essere un processo, uno stato
  • Si è usata la parola “elemento” nello stesso ampio senso della parola “oggetto”.
  • Non si è ancora affermato che un oggetto corporeo è nient’altro che un complesso di elementi. Anzi, la questione di come si debba pensare il rapporto di un oggetto con le sue proprietà resta completamente aperta. Qui si intendeva solo richiamare l’attenzione sull’indubbio diritto che si ha di designare collettivamente attraverso un concetto cose che sempre si presentano insieme.

Tale analisi, dice Schlick, può essere riproposta per qualsiasi tipo di conoscenza di oggetti del mondo sensibile. Infatti tutto nel mondo esterno è in un determinato luogo ed in un determinato tempo. Ritrovare una cosa in un’altra vuol dire assegnare ad ambedue il medesimo luogo nel medesimo tempo. Anche nella storia per Schlick c’è questa localizzazione spazio-temporale di quel che accade nell’umanità. L’identificazione nella maggioranza dei giudizi storici consiste nel fatto che l’autore di una determinata impresa viene identificato ad una determinata persona che appare anche altrove. E’ attraverso le personalità dei portatori dell’evento storico che principalmente si interconnettono gli avvenimenti storici stessi.

Schlick poi dice che nelle discipline esatte la conoscenza è più profonda : l’identificazione non è solo una posizione spazio temporale o un individuo che permane nel tempo, ma una legiformità : il calore ad es. è un movimento di molecole perché il suo comportamento può essere descritto attraverso le stesse identiche leggi che riguardano il comportamento di uno sciame di particelle in rapido movimento. Schlick poi parla della volontà che sarebbe una sequenza di rappresentazioni e sentimenti identificata solo attraverso coordinate temporali.

 

 

L’identità e la relazione

 

Schlick dice che la possibilità di identificazione, basilare per l’edificio della conoscenza, si presenta laddove l’oggetto è dato attraverso relazioni con altri oggetti. In tal caso conoscere significa ritrovare un solo e medesimo oggetto quale membro di diverse relazioni.

Schlick fa questo esempio :

dato un oggetto O, definito per noi dalla relazione R1 con un oggetto noto A1,

noi troviamo che lo stesso oggetto O sta con un altro oggetto A2 nella relazione R2.

Nel caso in cui O è un vissuto immediato di coscienza, l’oggetto è dato direttamente e non attraverso relazioni e conoscerlo vuol dire trovare che questo O è anche membro di una relazione R con A.

Schlick fa anche un altro esempio :

nell’enunciato “Un raggio luminoso è costituito da onde elettriche”, il concetto “raggio luminoso” non designa un vissuto d’esperienza e può essere osservato solo nel senso che i corpi posti sul suo cammino (es. granellini di polvere) vengono illuminati e che un occhio colpito dal raggio luminoso ha una sensazione di luce. Dunque esso può essere conosciuto solo attraverso la relazione (ad es. di causalità) con oggetti che possono magari essere osservati

Schlick conclude che non sussiste il minimo impedimento che i due oggetti “causa dell’illuminazione = raggio luminoso” e “onda elettrica” siano posti come identici tra loro perché una stessa cosa può avere certe relazioni con certe cose ed altre relazioni con altre cose.

Schlick però poi precisa che un oggetto A che sta con un altro oggetto B in un complesso di relazioni ben determinato, non può stare nello stesso preciso complesso di relazioni con un terzo soggetto C (a meno che questo non sia lo stesso che B). Date tre cose A, B e K (ad es. due oggetti ed una relazione), due qualsiasi di esse determinano già da sempre univocamente la terza.

Infatti, precisa Schlick, la relazione “maggiore di…” può sussistere tra i numeri F e G ed anche tra F e H, ma “maggiore di…” è una classe di relazioni. Se invece la relazione è “maggiore di…in relazione del valore D”, allora G ed H (se F in tutti e due i casi è il primo termine della relazione) sono lo stesso identico numero. Schlick conclude che una cosa può avere relazioni uguali con cose diverse solo finchè tali relazioni non sono specificate sino all’ultimo dettaglio.

Schlick poi argomenta che la neve è sì causa sia del freddo che del bianco, però la relazione causale non è la stessa nei due casi, giacché i due processi causali sono processi naturali differenti. Le due cause non sono identiche ed in “La neve è bianca” non c’è un’identità del tipo “La luce consiste di onde elettriche”. Infatti in quest’ultimo giudizio il concetto di luce è definito come termine di una relazione causale. E per il motivo qui esposto la descrizione scientifica è lo stesso di una spiegazione causale.

 

 

Identità, sussunzione e concetti puri

 

Schlick poi dice che l’essenza dell’identificazione la si può percepire con la massima chiarezza nel caso di giudizi che si riferiscono a puri concetti.. Ogni conoscenza puramente concettuale consiste nella dimostrazione che un concetto definito attraverso gli assiomi (che statuiscono certe relazioni) compare al tempo stesso come membro di altre relazioni determinate. La piena identità (es. 2x2 = 2+2) si ha quando il concetto è determinato completamente da ciascuno dei due termini. Se però uno dei complessi non è sufficiente a dare una determinazione univoca, allora ha luogo un’identificazione parziale chiamata sussunzione. Schlick a tal proposito fa l’esempio di 2 = Ö4 dove Ö4, oltre il concetto ‘2’, contiene anche il concetto ‘(-2)’.

Egli conclude che ogni problema matematico la cui soluzione rappresenta sempre una conoscenza concettuale, non è nient’altro che la richiesta di esprimere un certo concetto che è dato attraverso certe relazioni, con l’ausilio di altre relazioni. Schlick fa l’esempio per cui trovare le radici di un’equazione ad un’incognita vuol dire rappresentare i numeri definiti da quella equazione come una somma di numeri interi e frazionari (anche con infiniti membri).

Schlick dice poi che l’interesse della scienza empirica è per l’universale e dunque le identificazioni in questo campo sono quasi sempre sussunzioni (la x è una Y).

Un giudizio come “La luce gialla del calore delle D-linee dello spettro è un processo di oscillazione elettrica di circa 509 bilioni di periodi al secondo” descrive un’identità completa e dunque reversibile. Tale giudizio però per Schlick non è fondamentale come “La luce consiste di onde elettriche”.

Obiettivo delle scienze empiriche è quello di rendere perfettamente determinato l’individuale. In questo caso, dice Schlick, il concetto che fa da predicato (es. WASP) è un’intersezione di più concetti generali (White, Anglosaxon, Protestant). Tale determinazione dettagliata utilizza determinazioni quantitative perché niente come i numeri determina con precisione campi di concetti.

In sintesi la tesi di Schlick sul rapporto tra giudizio e conoscenza è la seguente :

  • Ogni giudizio designa uno stato di fatto
  • Se lo fa con un segno nuovo il giudizio è in realtà una definizione
  • Se tutti i segni sono già noti, il giudizio costituisce una conoscenza
  • Designare un oggetto per mezzo di concetti già coordinati ad altri oggetti è lecito solo se prima in quell’oggetto sono stati ri-trovati questi oggetti (e questo è il conoscere).
  • Il concetto coordinato all’oggetto che viene conosciuto sta con i concetti con cui l’oggetto viene conosciuto in relazioni di sussunzione.

 

 

 

 

 

 

“Io conosco A come B”

 

La prima osservazione da fare è : cos’è per un empirista un senso figurato ? Io credo che l’uso di alcune forme retoriche sia difficile da spiegare per un empirista radicale, perché egli proprio non riflette sulle condizioni di possibilità della relazione semiotica stessa e sulle sue ulteriori articolazioni.

In secondo luogo l’equivalenza tra “Io conosco A come (in quanto) B” e “Io conosco A che è B” non è assoluta come sembra. Quando dico “Io conosco A come (in quanto) B”, si esplica l’idea che ci siamo fatti di A, o ancor meglio l’idea che ci siamo fatti di A con il sentito dire, senza cioè nemmeno prendere una posizione precisa (del tipo “Io ritengo che A è B”).

Quando dico “Io conosco (so) che A è B” si fa riferimento al grado di stabilità di una conoscenza, o al grado di consapevolezza di uno stato di cose. Esso può voler dire “Sono certo che A è B” oppure “Sono consapevole che A è B”.

Naturalmente bisogna vedere come suona in tedesco (la lingua di Schlick) “Io conosco A come B”.

Anche nel caso della tautologia, dove i due concetti sono assolutamente identici, è possibile che ci troviamo non di fronte a due concetti, ma a due occorrenze dello stesso nome e dello stesso concetto.

A proposito dell’identità tra i due concetti “causa di una reazione violenta” e “forte affinità chimica”, quest’ultima è qualcosa di ben preciso e non si risolve solo nell’essere la causa dell’attrazione violenta. Dunque, dire che la causa è l’affinità chimica vuol dire aprire le porte ad un ulteriore descrizione che deve portare ulteriore conoscenza. Se poi l’affinità chimica si risolvesse nell’essere causa dell’attrazione violenta, essa sarebbe un mero nome per tale causa e solo in questo contesto si potrebbe parlare di definizione. Così però non si sarebbe di fronte a due concetti, ma ad un nome (“affinità chimica”) e ad una descrizione (“causa dell’attrazione violenta”). Naturalmente la distinzione tra nome (spesso un segno singolo) e descrizione/concetto non è assoluta. Entrambi sono segni della stessa realtà di cui uno viene eletto ad interpretante (la descrizione) dell’altro (il nome).

La qualità occulta di cui parla Schlick è come la virtus dormitiva di Moliere, ma comunque quel nome misterioso è un segno che va poi s-viluppato, un passaggio verso spiegazioni successive. Quindi non bisogna del tutto censurare l’uso di termini che non hanno un significato assolutamente chiaro. Essi sono propedeutici ad una ulteriore attività di chiarificazione concettuale.

 

L’esempio della neve

 

Sembra che per Schlick la vera conoscenza sia dunque una sorpresa, una novità che sovverte il senso comune. Inoltre non si capisce se per Schlick la conoscenza matematica, notando nessi concettuali prima non rilevati, sia o meno una conoscenza sintetica.

Schlick giustamente ritiene che la natura analitica o sintetica dei giudizi sia relativa allo stato delle conoscenze acquisite.

Nell’esempio fatto da Schlick del bambino che fa esperienza tattile e visiva della neve, in entrambe le esperienze vi è nuova conoscenza : la prima è quella che in un determinato contesto (ad es. il giardino di casa di notte) vi è qualcosa di freddo al tatto, poi questo qualcosa di freddo lo si chiama “neve”, poi vi è la seconda conoscenza (ottenuta il mattino dopo) per cui questo qualcosa di freddo (la neve) è di colore bianco.

Sempre relativamente a questa esperienza, il freddo avvertito dal bambino è quella sensazione precisa di freddo (tale da poter essere ricordata) : può una sensazione essere un predicato ? Schlick non si sofferma sulla costituzione della classe dei vari sense-data “freddo”. Per cui se il bambino non ha avuto altre sensazioni di freddo oltre quella, “x è freddo” prima di essere una predicazione, risulta essere una vera e propria identità (come “S è S” di Lotze). O meglio c’è un qualcosa che si risolve nella sensazione con cui appare al soggetto percipiente.

 

Sostanza/attributo e Tutto/parte

 

La tesi poi di Schlick per cui contenuto ed estensione di un concetto si corrispondono non tiene conto della differenza tra intensione (che è il concetto) ed estensione che sarà rilevata da Carnap.

La relazione sostanza/attributo equivale al rapporto totalità/parte tra l’intero (aggregato) e la proprietà presa in considerazione. Ma come parlare di medesimo luogo e medesimo tempo se non rispetto all’aggregazione di queste qualità ? Far dipendere l’aggregazione da una presunta convergenza spazio-temporale significa rovesciare il ragionamento. In realtà in questo caso il Tutto (oggetto metafisico) è la condizione di possibilità della sintesi conoscitiva che unifica “bianco” e “freddo” nel giudizio “Ciò che è bianco  è anche freddo”. Già nel solo primo giudizio “Questo è freddo” si è costituita una sostanza, e tale sostanza è l’insieme, prima implicito e potenziale (reso semplicemente dall’indicale), poi sempre più articolato, delle qualità in esame. Esso perciò è il soggetto logico delle successive proposizioni conoscitive (“Questo freddo è anche bianco”). Naturalmente le proposizioni successive dipenderanno dal coincidere delle varie sensazioni, ma questo coincidere non è l’aggregato arbitrariamente sincronico, ma una lineare attribuzione di qualità ad un soggetto già costituito che è il segno della oggettività della nostra scoperta : noi scopriamo progressivamente le proprietà di un insieme esistente.

 

 

La libertà di compendio del pensiero

 

Quanto al diritto ed alla libertà di compendiare elementi qualsiasi attraverso il pensiero, Schlick non si domanda da dove si desume questa libertà, come viene giustificato questo diritto. Come cioè il pensiero può coordinare un concetto ed unificare in tal modo elementi così estremamente distanti dal punto di vista spazio-temporale. Questo è il mistero della concezione meramente aggregazionistica della sostanza, mistero che Schlick nel suo empirismo radicalmente ingenuo non prova nemmeno a spiegare. Tale mistero si può spiegare solo cambiando metafisica (da quella aristotelica del soggetto e del predicato a quella monista del rapporto tra il Tutto e la parte), ma non uscendo dalla metafisica, altrimenti sparirebbe il livello concettuale di spiegazione.

Quando Schlick dice che una tale unificazione non ha senso se non là dove ci sia motivo di farla, egli subordina la sortita di un aggregato a motivazioni puramente pragmatiche per cui si spiega il fine di un operazione mentale, ma non il come né le condizioni di possibilità di tale operazione.

Da un lato Schlick parla di libertà di aggregare elementi spazio-temporalmente dispersi, dall’altro dice che il criterio di aggregazione è la contiguità e la coincidenza spazio-temporale. Ma allora che fine fanno la libertà ed il diritto così proclamati, dal momento che è il contesto empirico a scandire i processi di aggregazione ?

Quando Schlick fa l’esempio dei tre elementi (uno dei quali essenziale) è un peccato che egli non ci faccia un esempio più concreto : perché in tal caso l’elemento essenziale sarebbe la sostanza (la parte residua dell’aggregato), mentre gli altri due elementi sarebbero semplicemente le proprietà prese in considerazione in un dato momento. Perciò la tesi di Schlick (derivata dall’empirismo inglese), per cui a noi sembra che ci sia solo un individuo, prima di essere accettata va verificata con un esempio più concreto di proprietà essenziale, giacchè un elemento dominante riproporrebbe l’idea di sostanza anche a livello di elementi dell’aggregato.

 

 

 

 

Il problema dell’oggetto come coincidenza spazio-temporale

 

Quanto al fatto che l’oggetto non debba essere necessariamente un corpo, ci si può domandare in che senso un processo si distingue da un corpo o da uno stato di cose. Inoltre se la nozione volgare di oggetto sembra più vicina a quella di corpo, in che senso sarebbero da considerare oggetti anche processi e stati di cose ? Anche in essi c’è una coincidenza spazio-temporale di proprietà ? O nel definirli c’è una maggiore libertà effettiva ? Qual è il criterio per vedere cosa è una base e cosa invece un costrutto ?

Schlick ad un certo punto fa marcia indietro e parla del diritto che abbiamo di designare collettivamente, pur senza fondarlo (anzi, insistendo sulla natura puramente aggregazionistica della sostanza, tale diritto sembra per lo più un arbitrio). Sintomaticamente Schlick aggiunge che ad un’analisi più rigorosa (ma perché più rigorosa ?) l’identità dell’oggetto e del punto spazio-temporale sembra svanire. Ma allora l’impressione di arbitrio (e non di diritto) si rafforza e il tentativo di costituire l’oggetto si rivela fallimentare. Schlick in questo caso è come chi promette di costruire un edificio senza struttura metallica e poi sconsolato ammette che l’edificio si è disgregato. Il tutto senza pagare pegno.

Schlick non definisce più il giudizio da un punto di vista logico, ma lo riduce alla registrazione (o alla costituzione) di una coincidenza empirica. Ma per quanto riguarda i giudizi logico-matematici ? Schlick dice che il giudizio non ha alcuna fondazione, ma è solo il risultato di una coincidenza spazio-temporale di qualità. Cosa siano spazio e tempo e cosa siano le coincidenze spazio-temporali non lo si dice e magari per spiegarle ci si dovrebbe rifare agli oggetti innescando un ovvio circolo vizioso. Nell’applicare questa concezione alla filosofia della storia Schlick considera quest’ultima una mera sequenza di date, di fatti : una visione più  primitiva di quella di Carnap, che era più consapevole relativamente alle scienze umane. Ma se la storia è fatta di eventi che in maniera discontinua popolano il corso del tempo, dove è più la contiguità spazio-temporale, dove la localizzazione nello stesso spazio-tempo ?

Nelle discipline esatte, dove la conoscenza è più profonda, Schlick introduce improvvisamente un livello di analisi molto più complesso, con molti postulati nascosti in più di quello precedente (relativo alla storia) : cos’è infatti il comportamento del calore ? Che c’entra l’isomorfismo strutturale tra le leggi di due fenomeni con la coincidenza spazio-temporale di qualità ? Cos’è una legge ? Schlick insomma introduce nel discorso concetti indeducibili dal contesto precedente (quello cioè dell’attribuzione di una proprietà ad un soggetto e del legame tra due proprietà coincidenti).

La spiegazione fisiologica della sensazione di luce operata da Schlick risulta problematica : infatti che un’onda elettrica possa essere causa del vissuto luminoso è solamente una supposizione di un legame aleatorio. Il fatto che un oggetto A, che sta con un oggetto B in un complesso di relazioni ben determinato, non possa stare nello stesso complesso di relazioni con un oggetto C, non è una verità logica ma solo un assunto metodologico e pragmatico.

Nell’esempio fatto da Schlick dove, date tre cose, due qualsiasi di esse determinano già sempre univocamente la terza, in realtà la suddetta relazione non è così ovvia : infatti se A è Caio e K è la relazione “padre di…”, non si sa se la terza B (che chiameremo Tizio) sia il padre o il figlio di Caio, a meno che A non sia “Caio padre di…” o K non sia la relazione “padre di Caio”.

Nell’universo dei numeri ovviamente l’assunto metodologico di cui abbiamo parlato prima è effettivamente una verità logica, ma questo perché la sostanza del numero è la sua funzione, per cui due numeri tra loro indiscernibili sono in realtà lo stesso numero, mentre nel caso degli oggetti reali, due oggetti indiscernibili per quel che riguarda le loro intrinseche proprietà non è detto che siano lo stesso oggetto.

 

 

 

 

Descrizione e spiegazione

 

Schlick poi sbaglia nel dire che “La neve è bianca” sia un caso diverso da “La luce consiste di onde elettriche” (intendendo quest’ultima come relazione causale). Infatti anche la neve può essere intesa in termini di relazione causale se la s’intende come il concetto prodotto dall’identità “Questo che di freddo è un che di bianco”. Per cui in “La neve è bianca” già “la neve” contiene in sé la relazione causale con il freddo. In questo caso “la neve” ha lo stesso statuto de “Il colore” e “la luce”. Sono cioè degli oggetti cosali, che indicano realtà di per sé esistenti nello spazio e nel tempo. Il giudizio invece “Questo che di freddo è un che di bianco” non è effettivamente come “La luce consiste di onde elettriche”, ma questa differenza non vale nel caso di “La neve è bianca”.

Inoltre, seppure la genesi della sensazione di “bianco” sia diversa da quella di “freddo”, non ci troviamo di fronte ad un caso diverso da “La luce consiste di onde elettriche”, dal momento che anche l’accesso sensoriale alla luce è del tutto diverso da quello che si ha nel risolvere empiricamente il concetto “onde elettriche”. Dunque la differenza qualora ci sia va diversamente descritta.

Inoltre “La luce è onde elettriche” si può considerare in due sensi. Schlick lo considera un rapporto tra due concetti astratti (nessuno dei due sarebbe un vissuto di esperienza). Ma se invece “luce” si considera come un fenomeno empirico (risolvendolo nella sensazione ricevuta dal soggetto) , allora si tratterebbe di un’identificazione tra un fenomeno empirico e la sua causa (onde elettriche). In realtà dire, come fa Schlick,  la luce è causa” è un che di pleonastico, una mediazione inutile tra il piano fenomenico (le sensazioni luminose) e quello della causa  (le onde elettriche). Sarebbe come aggiungere, alla sensazione di calore ed al movimento degli atomi, il flogisto che medierebbe tra questi due termini. L’equivalenza di Schlick tra la spiegazione scientifica e la spiegazione causale però sarebbe in realtà per Whitehead e Husserl una concretizzazione malposta, dal momento che anche il rapporto tra onde elettriche e sensazione luminosa sarebbe difficile da concepire in termini causali (e nessuno pseudo-concetto intermedio, come abbiamo visto, potrebbe facilitarci l’operazione)

 

 

Concetti puri e scienza empirica

 

Inoltre il fatto che l’essenza dell’identità per Schlick la si può percepire con la massima chiarezza nel caso dei concetti puri è in contraddizione con i presupposti empiristici già espressi per cui l’identità equivale ad una coincidenza spazio-temporale di qualità.

La tesi di Schlick, per cui Ö4 può essere sia (+2) sia (-2) e dunque l’equivalenza è in realtà parziale e dunque si tratta di una sussunzione, va integrata ammettendo che la relazione di “radice quadrata di…” è come la relazione “multiplo di…”, per cui si tratta di una relazione che si può avere con più individui. Un’altra possibilità è quella di distinguere a livello simbolico la radice quadrata di 4 equivalente a (+2) e la radice quadrata di 4 equivalente a (-2).

Se per Schlick un problema matematico, la cui soluzione rappresenta sempre una conoscenza concettuale, non è che la richiesta di esprimere un certo concetto, dato attraverso certe relazioni, con l’ausilio di altre relazioni, allora forse trovare ad es. le radici di un equazione significa trovare un numero che sia il plesso delle relazioni costituenti la parte nota dell’equazione. Tuttavia con alcune specie di numeri (tipo i numeri relativi), la soluzione non è più univoca ma comprende più possibili risultati. Cioè anche nel mondo dei numeri l’univocità dei termini viene subordinata alle relazioni nelle quali essi sono coinvolti.

L’interesse della scienza empirica non è, come pensa Schlick, nella ricerca dell’universale e dunque le identificazioni in questo campo non sono sussunzioni. L’identità scientifica è in realtà una riduzione per cui diversi fenomeni sono ricondotti ad un solo livello di realtà.

Anche nel caso dettagliato della luce gialla intesa come processo di oscillazione elettrico, la locuzione “circa 509 bilioni di periodi al secondo” indica comunque una certa imprecisione del concetto. Inoltre la problematicità dell’equivalenza è data anche dal fatto che non si può dire che il processo di oscillazione sia il colore giallo. Naturalmente l’approssimazione all’esattezza è il presupposto del grande potere esercitato dalla tecnologia, potere che legittima la pretesa conoscitiva delle scienze. Infatti quando Schlick dice che obbiettivo delle scienze empiriche è di rendere perfettamente determinato ciò che è individuale, oltre a somigliare alla pretesa di Hegel di dedurre anche la penna con cui scriveva, rende perfettamente l’idea della scienza come sapere che vuole essere anche potere. Tale esattezza però ha come conseguenza la difficoltà di tradurre la scienza nei linguaggi storicamente comuni e l’allontanamento della scienza stessa da quel mondo fenomenologicamente inteso  a cui essa si vorrebbe relazionare sistematicamente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


26 febbraio 2010

Hegel : la superficialità e lo Stato

Dapprima la superficialità par bene che sia compatibilissima, almeno con l’ordine e la quiete esteriore, poiché non viene a toccare, anzi nemmeno a sospettare, la sostanza delle cose. Perciò nulla essa parrebbe avere contro di sé, almeno per parte della polizia, se lo Stato non chiudesse in sé ancora il bisogno di più profonda cultura e di conoscenze, e non esigesse dalla scienza l’appagamento del medesimo.

Qui Hegel giustamente vede nella cultura sofistica un qualcosa di inoffensivo nell’ordine sociale (pensiamo a quanto sia stato coccolato dal consenso craxiano il tema del pensiero debole negli anni Ottanta, sino a quando gli stessi propugnatori si sono accorti della trappola e non hanno sopportato nonostante la mediocrità il triste destino che li attendeva). Inoltre vede, rispetto a tali opinion maker, anche lo Stato svolgere una funzione progressiva. Pensiamo ad es. ad una scuola pubblica che volesse fare sul serio. Quanto ci metterebbe a buttare buona parte dei giornali nella spazzatura ?


25 febbraio 2010

Hegel : la superficialità e la legge

 

E’ questo il principale intento della superficialità : collocare la scienza, invece che nello sviluppo del pensiero e del concetto, più tosto nell’osservazione immediata e nell’immaginazione accidentale. Far dissolvere quindi la ricca membratura dell’ethos in sé, che è lo Stato, l’architettonica della sua razionalità … nella pappa del cuore, dell’amistà e dell’ispirazione …
Con il semplice rimedio casalingo di collocare nel sentimento ciò che è l’opera più che millenaria della ragione e dell’intelletto, è certamente risparmiata ogni fatica dell’intendimento razionale e della conoscenza…
La forma speciale della cattiva coscienza, che si manifesta nella specie di retorica, di cui si pavoneggia quella superficialità, può rendersi osservabile soprattutto nel fatto che essa, dove è più priva di spirito, parla maggiormente dello “spirito”, dove più aridamente parla, ha in bocca parole come “vita” e “iniziare alla vita”; dove più manifesta il più grande egoismo del vano orgoglio, più ha in bocca la parola “popolo”. Tuttavia il marchio proprio che reca in fronte è l’odio contro la legge. Quella coscienza che pone il diritto nella convenzione soggettiva riguarda la legge come la più ostile a sé. La forma del diritto, in quanto obbligo ed in quanto legge, è sentita da quella come lettera morta e fredda e come una pastoia, giacchè in essa non riconosce se stessa, quindi non si riconosce libera in essa, perché la legge è la ragione della cosa e questa non concede al sentimento di esaltarsi alla propria singolarità.



Hegel fa bene ad incutere alla coscienza soltanto soggettiva il rispetto dell’oggetto, ciò che ci giace di contro e che per essere tolto permanentemente, va accettato nel frattempo e conosciuto, nella sua forza vitale e nelle sue profonde radici. E tuttavia il fastidio che la coscienza sente verso la legge che non è stata interiormente verificata è comunque l’intuizione di uno spazio possibile che dalla differenza tra la realtà e la soggettività può portare ad una realtà diversa, solo per se stessi o anche per gli altri.
Hegel fa bene a non dissolvere l’oggettività storica dell’istituzione solo nel sentimento che la rifiuta, eppure è importante che l’istituzione non vada imposta , ma sempre rielaborata da ogni coscienza, altrimenti con il passare del tempo resterebbe un vuoto scheletro.
Hegel fa bene a diffidare di chi nega la realtà solo con le parole, ma farebbe bene ad insegnarci anche a come si comincia a negare qualcosa.


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