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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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20 marzo 2008

Ad ognuno il suo mestiere (ovvero strane omonimìe)

Sergio Cofferati, omonimo del più noto segretario generale della Cgil di qualche anno fa, ha rievocato la figura del giuslavorista Marco Biagi, ucciso dalle Brigate Rosse anni orsono, dicendo che "Marco Biagi e' stato ucciso da un folle disegno che aveva l'obiettivo di interrompere quel processo di modernizzazione e di valorizzazione delle relazioni e dei rapporti sui quali molti avevano lavorato prima di lui e sui quali lui aveva impegnato una parte importante della sua attivita' professionale e politica". Cofferati ha continuato dicendo che "Il professor Biagi e' stato ucciso dalle Brigate Rosse nel mentre svolgeva incarichi importanti per il suo Paese e per il Governo. Il professor Biagi si occupava della ricerca di soluzioni delicate, importanti ed impegnative, di regolazione dei rapporti tra i grandi soggetti di rappresentanza economica e sociale, tra il Governo e i suoi naturali interlocutori. Rapporti diventati ancor piu' importanti nel tempo per le dinamiche accentuate costantemente dalla globalizzazione nelle relazioni che si determinano tra i Paesi e tra le dimensioni sovranazionali. Un lavoro di grande delicatezza, nel quale era indispensabile l'equilibrio, la capacita' professionale, la precisione nella ricerca delle scelte di volta in volta piu' opportune e piu' efficaci".



Un piccolo quiz : l'uomo nella fotografia è il sindaco Cofferati o il sindacalista Cofferati ?

Come potete ben vedere, come succede nelle rievocazioni, il sindaco Cofferati non ha detto un cazzo. Alla fine cosa abbia fatto Biagi è un mistero. Ma lo comprendiamo : deve essere pur difficile essere l'omonimo di un sindacalista che ha organizzato una delle più grandi manifestazioni sindacali contro proprio la legge che portava forse impropriamente lo stesso nome del giuslavorista ucciso (si tratterà di un altro caso di omonimia). Uno dei due Cofferati (non so più nemmeno io se il sindacalista o il sindaco) scrisse un libro dal titolo "Ad ognuno il suo mestiere". Forse in questo libro, inneggiante nel titolo alla specializzazione del lavoro, si sosteneva la tesi che ognuno deve fare il suo mestiere ma il politico deve passare in rassegna tutte le professioni. Nel passare da un mestiere all'altro il soggetto per andare bene probabilmente avrebbe dovuto dimenticare completamente ciò che aveva detto e fatto nel mestiere precedente : un po' come nelle reincarnazioni della religione indù. Se questa è la tesi del libro però c'è una critica che andrebbe fatta : in questo delicato passaggio tra un mestiere ed un altro, perchè non si cambia anche il nome (un po' come fanno i monaci quando prendono il saio) ? Almeno così la palingenesi sarebbe stata completa e noi avremmo avuto una chiara spiegazione di cosa stava facendo il Professor Biagi di così importante per il nostro paese. Invece purtroppo ce lo dovremo far spiegare da Walter Veltroni, dal Professor Ichino e da Professor Giavazzi. Sperando che il primo, che addirittura condivide nello stesso istante più mestieri, non faccia la solita grossa, contraddittoria confusione e ci prenda per il culo per l'ennesima volta.


9 marzo 2008

Proposte imbecilli sulla scuola

 

Fuoco incrociato sulla scuola, pubblica naturalmente. Purtroppo sulla scuola in questi ultimi anni - e la campagna elettorale spinge a accentuare le semplificazioni - si è soliti intervenire con troppa leggerezza, con un deficit di cultura istituzionale e di conoscenza dei processi reali. Nel chiacchiericcio mediatico spuntano come funghi ricette e soluzioni. Ne cito alcune.
«Apriamo le scuole alla concorrenza», secondo l'idea che il sapere è qualcosa che ognuno si compra a seconda del denaro e del potere che ha. E ci sarebbe poi da chiedersi, se ci fossero delle scuole nettamente «migliori» delle altre - ma quali i parametri di questa misurazione? - chi avrebbe la possibilità di frequentarle? «Azioni di questo tipo» - ci dice un rapporto Ocse del 2003 - «si sono rilevate inefficaci». Né qualcuno è riuscito a dimostrare che la competizione tra scuole, anche in paesi di tradizione liberista, riesca a migliorare la qualità degli apprendimenti per tutti. Valga l'esempio del sistema statunitense, che ha prodotto e produce un alto grado di analfabetismo di ritorno o di illetteratismo.
Un'altra proposta che va in giro e vi prego di credere che non è uno scherzo (cfr. Andrea Ichino, Il Sole24ore, 22febbraio) è quella di multare con 50 euro al giorno gli insegnanti (definiti tout court assenteisti), anche in caso di assenza per malattia. E con quei soldi, data la pessima abitudine degli insegnanti di ammalarsi o addirittura di avere dei figli, pagare di più i «più bravi».
Buon ultimo Walter Veltroni. Che parla di svecchiare una scuola di tipo ottocentesco, arretrata, non al passo con i tempi, e fa l'esempio del tema in classe. Niente a che fare, pare, con una visione moderna e efficientista della scuola. Il dibattito sul tema ci riporta agli anni Settanta, a un percorso avviato da Tullio De Mauro, che ha sollecitato profondi cambiamenti nella didattica. Da tempo per esempio le tracce degli esami di maturità prevedono diversi strumenti di verifica della capacità di scrittura: dal saggio breve, all'interpretazioni del testo, etc. Oltretutto, se il tema servisse in alcune situazioni a imparare meglio a scrivere, che significa imparare a pensare e a documentarsi andrebbe bene anche quell'esercizio. Oppure dobbiamo chiamarlo report?
Nella scuola italiana, insieme a tante difficoltà, ci sono esperienze straordinarie, c'è capacità di ricerca, voglia di cambiare e di sperimentare. Semmai, è pericolosamente arretrato il livello dei finanziamenti nella formazione e nella ricerca. Il volume degli investimenti che il nostro paese fa in questo settore ci colloca saldamente ai livelli più bassi delle classifiche internazionali. Investire nella conoscenza vuol dire lavorare al futuro del paese, il più produttivo degli investimenti: solo ai sostenitori delle privatizzazioni questo non è chiaro.
I sistemi scolastici sono in difficoltà un po' in tutto il mondo, ma il tema non è la misurazione di un presunto tasso di modernità. Questa è una discussione provinciale e senza respiro. Il dibattito internazionale è un altro, e cioè se il sapere è bene comune da garantire a tutti, come diritto alla crescita culturale e civile dei singoli o è un bene di consumo, dove è la domanda del cliente a decidere e a definire appunto l'offerta.
Sono convinta che i sistemi scolastici e non solo quello italiano, sono di fronte all'esigenza di costruire le condizioni per un miglioramento qualitativo dell'intero sistema e di aumentare il numero dei laureati e diplomati. Per rendere l'istruzione strumento di mobilità sociale, senza arrendersi all'idea di certificare percorsi di vita già decisi, già precostituiti. Per riconoscere davvero il merito in qualsiasi famiglia, in qualsiasi territorio si nasca. Il recente rapporto di Alma laurea - consorzio interuniversitario che fornisce la più ampia banca dati dei laureati in Italia - rileva proprio questo. Che i figli dei farmacisti fanno i farmacisti, i figli degli avvocati gli avvocati, i figli dei docenti universitari i professori, e così via, mentre i figli degli operai difficilmente prendono la laurea e - se la conseguono - guadagnano meno degli altri. Tutta questa propaganda su privatizzazioni, efficientismi, concorrenza, svalorizzazione della scuola pubblica è una resa a tutto questo. Si salva chi può. Come diceva Don Milani, si vorrebbe tornare a fare della scuola un ospedale che cura i sani e espelle i malati. Ecco, penso che l'istruzione nelle società moderne non possa essere solo un servizio a domanda individuale, ma un diritto e un bene da garantire a tutti, se non vogliamo - come diceva Paolo Sylos Labini - precipitare a rotoloni lungo la china di un paese a civiltà sempre più limitata. E che nel nostro sistema scolastico, dove il 93 per cento degli studenti frequenta una scuola statale, e dove i risultati delle paritarie (come ci ha documentato l'ultimo rapporto Ocse sono peggiori persino di quelli non brillanti delle altre scuole) questo sia il compito della scuola pubblica.
Per fare un vero passo avanti, bisognerebbe lasciarsi alle spalle questo chiacchiericcio, che punta a importare ricette che hanno avuto esiti fallimentari lì dove sono state sperimentate, e scegliere - innanzitutto - di prestare maggiore attenzione sociale alla scuola. Poi, di modificare conseguentemente la sua collocazione nelle scelte di investimento del paese, destinando alla formazione e alla ricerca almeno le stesse risorse (in percentuale sul bilancio pubblico), che vengono impegnate mediamente in Europa. Infine, scegliere di espandere la scolarità, a partire dalla scuola dell'infanzia, consolidare l'obbligo d'istruzione a scuola e non in percorsi di formazione professionale, e dotare il paese di un efficace e questo sì «moderno» sistema di educazione degli adulti. Solo se in modo visibile si rilancia la sua funzione strategica, sarà possibile infatti raccogliere le migliori energie culturali presenti nella scuola, ma non solo in essa, e affrontare il nodo di una riforma del sistema, ineludibile, che sappia affrontare il problema irrisolto di una crescita qualitatitiva della «scuola di tutti».

(Alba Sasso)


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permalink | inviato da pensatoio il 9/3/2008 alle 17:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


12 febbraio 2008

La precarietà fa bene all'occupazione ?

Poichè alcuni commentatori del post sul programma di sinistra hanno rispolverato questo dogma e addirittura il milione di posti di lavoro di Berlusconi, vale la pena riproporre quest'articolo di Emiliano Brancaccio sull'argomento :

A  cosa sono realmente serviti il pacchetto Treu, la legge del settembre 2001 sull’abolizione delle causali per i contratti a termine, la legge Biagi e in generale le politiche del lavoro che sono state attuate in Italia e in Europa nell’ultimo quindicennio? La domanda, per quanto elementare, ha sempre messo in imbarazzo i sostenitori del cosiddetto “lavoro flessibile”. Gli esperti sanno, infatti, che la riduzione delle tutele e la diffusione dei contratti precari non stimolano la ricerca tecnica, né gli investimenti, né tanto meno favoriscono la crescita dimensionale delle imprese. Si può tuttavia ritenere che le politiche di flessibilità del lavoro abbiano almeno contribuito alla riduzione del tasso di disoccupazione e all’aumento del tasso di occupazione? Il professor Giavazzi ritiene di sì. In un editoriale pubblicato domenica sul Corriere della Sera, egli ha dichiarato che “da quando in Europa si è fatto qualche passo avanti nella liberalizzazione del mercato del lavoro, l’occupazione è salita”; ed ha inoltre aggiunto che la richiesta che le forze della sinistra hanno avanzato a Romano Prodi, di rispettare il programma dell’Unione ripristinando la centralità del contratto di lavoro a tempo indeterminato, avrebbe come effetto “di riportare la disoccupazione oltre il 10%”. A sostegno della sua tesi, Giavazzi si limita ad affermare che è solo grazie alla maggiore liberalizzazione del mercato del lavoro che nel decennio 1996-2006 l’Europa sarebbe riuscita a generare un aumento dell’occupazione finalmente prossimo a quello degli Stati Uniti. L’affermazione di Giavazzi in effetti sorprende per la genericità che la caratterizza. Messa in questi termini, essa suona un po’ come l’idea, tipica dei Maya, secondo cui più sacrifici umani si facevano, più abbondanti sarebbero stati i raccolti di grano. In realtà, come vedremo, l’affermazione di Giavazzi non trova riscontri attendibili sul piano scientifico: infatti l’analisi dei dati impedisce di stabilire un qualsiasi rapporto di causa ed effetto tra l’aumento della precarietà e il miglioramento degli indici di occupazione e disoccupazione.

            La nostra verifica, effettuata in collaborazione con Domenico Suppa, si basa sui dati degli Employment Outlooks pubblicati nel corso dell’ultimo decennio dall’OCSE. In particolare, abbiamo concentrato l’attenzione su 28 tra i principali paesi industrializzati e sull’andamento di tre variabili: il tasso di disoccupazione, che è il rapporto tra i disoccupati alla effettiva ricerca di un lavoro e la cosiddetta popolazione attiva (cioè la somma di occupati e disoccupati); il tasso di occupazione, che è il rapporto tra occupati e popolazione in età di lavoro; e l’indice del grado di protezione dei lavoratori calcolato dall’OCSE, detto EPL (Employment Protection Legislation). Questo è un indice ad ampio spettro, che comprende le tutele contro i licenziamenti ingiustificati ma anche la tipologia e la diffusione dei contratti a termine ed atipici. L’indice EPL si muove di pari passo con la quantità e qualità delle tutele di cui gode il lavoratore. Ad esempio, per quanto riguarda l’Italia, l’articolo 18 aumenta le protezioni e quindi innalza l’indice EPL, mentre il pacchetto Treu e la legge Biagi lo riducono. Con riferimento all’ultimo decennio, l’OCSE riporta i dati sull’indice EPL relativi agli anni 1998 e 2003. Pertanto abbiamo effettuato la nostra verifica lungo questo arco temporale, introducendo un ritardo di uno e due anni sugli indici di occupazione e disoccupazione in modo da dare tempo agli eventuali mutamenti legislativi di dispiegare pienamente i loro effetti. Sulla base di questa metodologia, abbiamo potuto vedere come si comportano i tassi di disoccupazione e di occupazione in rapporto all’andamento dell’indice EPL. Ebbene, in generale rileviamo che non sussiste alcuna correlazione statistica significativa tra queste variabili. A dimostrazione del fatto che l’attacco alle protezioni dei lavoratori è diffuso a livello globale, l’EPL si riduce nella maggioranza dei paesi considerati. Ma nel medesimo periodo i tassi di occupazione e disoccupazione fanno registrare gli andamenti più disparati, in molti casi addirittura opposti a quelli auspicati dai fautori della flessibilità. Ad esempio, nonostante una consistente riduzione dell’indice di protezione dei lavoratori, Austria, Germania, Giappone, Norvegia e Portogallo fanno registrare un aumento del tasso di disoccupazione. Di converso, a fronte di un leggero aumento delle protezioni, Spagna, Francia, Regno Unito, Irlanda e Nuova Zelanda si caratterizzano per una riduzione della disoccupazione. Gli esiti di questa nostra verifica susciteranno forse una certa sorpresa nel grande pubblico, abituato da anni a sorbirsi lo slogan liberista secondo cui la precarietà fa bene all’occupazione. Ma i medesimi risultati non costituiscono certo una novità per gli addetti ai lavori. Essi infatti non fanno che confermare la mancata correlazione tra precarietà e tasso di disoccupazione, alla quale l’OCSE – da sempre fautrice dei contratti flessibili - si era dovuta arrendere già nel 1999. Con un elemento aggiuntivo, però. All’epoca l’OCSE aveva riscontrato una sia pur minima relazione tra l’abbassamento dell’indice di protezione dei lavoratori e l’aumento dell’altro tasso, quello di occupazione. In realtà il legame tra le variabili era risibile, disperso in quella che gli statistici definiscono una “nuvola di punti”. Esso tuttavia venne usato, almeno dai più sfacciati apologeti della flessibilità del lavoro, per tentare di difendere le loro ricette. Ebbene, oggi rileviamo che pure quell’ultimo appiglio è svanito: la correlazione non sussiste nemmeno tra indice EPL e tasso di occupazione. 



Esisterà tuttavia anche oggi una minima eccezione, un singolo caso in cui la precarizzazione dei rapporti di lavoro si sia verificata in concomitanza con un miglioramento dei tassi di occupazione e disoccupazione? Questa eccezione in effetti esiste, ed è rappresentata guarda caso proprio dall’Italia. Dal pacchetto Treu alla legge Biagi, le riforme del mercato del lavoro attuate nel nostro paese hanno determinato un vero e proprio crollo del nostro indice EPL di protezione dei lavoratori, passato dal 3,57 del 1990 al 2,70 del 1998, per giungere infine all’1,95 del 2003. Forse qualcuno ricorderà che Berlusconi, riferendosi a questi risultati, arrivò a vantarsi del fatto che l’Italia era diventato il paese con la flessibilità del lavoro più alta d’Europa. In quella occasione l’ex-premier non fu troppo lontano dalla verità: infatti il nostro livello di protezione dei lavoratori risulta ormai inferiore a quello di moltissimi paesi europei, tra i quali Germania, Francia, Belgio, Olanda, Svezia, Finlandia, Norvegia e Spagna. Ora, bisogna in effetti riconoscere che questa picchiata dell’indice EPL italiano si è verificata in concomitanza con un cospicuo miglioramento dei tassi ufficiali di occupazione e disoccupazione. Sulla base di questa evidenza, i nostrani pasdaran della flessibilità si sono quindi nuovamente lanciati a sostenere che la precarietà crea posti di lavoro. Ma basta una lettura un po’ meno grossolana delle statistiche nazionali per capire che le cose non stanno affatto in questi termini. Infatti, se i fautori della flessibilità avessero ragione, la forte riduzione dell’indice EPL italiano rispetto alla media europea dovrebbe aver generato dei risultati occupazionali decisamente migliori della media dell’Unione. Accade invece che tra il 1998 e il 2006 il nostro tasso di occupazione cresce pressoché in linea con la media dell’Europa a 15, e dal 1993 (data di inizio della svolta liberista sulle politiche del lavoro) addirittura cresce di meno. Il che, si badi bene, è molto grave, considerato che il livello del nostro tasso di occupazione si situa ancora significativamente al di sotto di quello medio europeo. Ma soprattutto, se si guarda al tasso di disoccupazione nazionale, si scopre subito che la sua buona performance è dipesa in misura rilevante da un fenomeno tutt’altro che positivo, consistente nella crescita dei cosiddetti “lavoratori scoraggiati”, cioè coloro che rinunciano a cercare un lavoro dopo vari tentativi falliti. A questo riguardo, basti notare che nell’ultimo decennio in Italia la popolazione attiva (somma di occupati e disoccupati alla effettiva ricerca di un posto) è cresciuta del 4,55 percento rispetto alla popolazione totale in età di lavoro. Ma in Europa, nello stesso periodo, l’incremento è stato maggiore: 4,70 percento. Il modesto risultato dell’Italia si spiega col fatto che nel nostro paese gli “scoraggiati” sono cresciuti molto più della media europea, e questo ha evidentemente comportato una fuoriuscita di persone dalla popolazione attiva. Stando ai dati OCSE sul rapporto tra scoraggiati e forze lavoro, in Italia l'indice addirittura raddoppia, passando dal 2,39 percento del 2000 al 5,02 percento del 2005. Al contrario, nello stesso periodo l’indice medio europeo scende dall'1,91 all'1,51 percento. Ora, il punto chiave è che questo andamento si riflette sul tasso di disoccupazione, facendolo, paradossalmente, migliorare. Le persone che rinunciano a cercare un lavoro, infatti, fuoriescono sia dal novero dei disoccupati sia dalla popolazione attiva, cioè sia dal numeratore che dal denominatore del tasso di disoccupazione. L’effetto aritmetico è che, essendo il numero dei disoccupati solo una parte relativamente piccola della popolazione attiva, l’uscita degli scoraggiati pesa di più sul numeratore e quindi il tasso di disoccupazione si riduce. Se invece gli scoraggiati venissero contemplati nel calcolo del tasso di disoccupazione, questo risulterebbe assai peggiore in Italia che in Europa, sia nei livelli (negli ultimi anni circa due punti percentuali in più per l'Italia) che nella sua dinamica (in Italia il tasso di disoccupazione risulterebbe addirittura crescente negli ultimi anni).
L’assenza di un legame causale tra precarietà e occupazione crea non pochi problemi ai sostenitori della teoria neoclassica dominante, ma risulta perfettamente spiegabile dagli approcci marxisti alternativi. Questi infatti determinano l’occupazione in base all’andamento dei tassi di accumulazione, delle scelte tecniche, del grado di concorrenza tra i capitali, della politica monetaria e di bilancio, tutti fattori che non presentano relazioni univoche con il grado di flessibilità del lavoro. Ma allora, tornando alla domanda iniziale, dal momento che non contribuisce nemmeno a creare occupazione, a cosa è mai servita la precarizzazione del lavoro di questi anni? La risposta è semplice: a indebolire i lavoratori e quindi a ridurre i salari. Se c’è infatti una correlazione robusta, è quella che sussiste tra EPL e crescita salariale: più basso è l’indice di protezione dei lavoratori, più i salari arrancano. Ecco dunque spiegato il fondamento delle politiche di flessibilità del lavoro di questi anni. Esse costituiscono un tassello decisivo della linea di deflazione dei salari che trova nel nostro paese alcuni tra i suoi più fervidi sostenitori, e che in Italia risulta tenacemente perseguita da oltre un ventennio. Nella “lettera di Liberazione a Prodi” (5 agosto) e in varie altre occasioni, abbiamo avuto modo di chiarire che questa strategia deflazionista è fallimentare, dal momento che non riesce a frenare l’erosione di competitività del paese e la conseguente espansione del deficit nei conti con l’estero (e questo, detto tra noi, non perché la bilancia commerciale sarebbe ormai insensibile al cambio reale, come erroneamente sostiene Halevi – i dati ci dicono infatti che l’elasticità della bilancia nazionale ai prezzi relativi è ancora prossima all’unità – ma perché i salari monetari arrancano ormai in modo sempre più omogeneo a livello europeo, laddove invece le produttività divergono). Abbiamo quindi sollecitato il governo a prendere atto del fallimento della politica di precarizzazione del lavoro e di deflazione salariale perseguita in questi anni, e a riconoscere l’esigenza di una svolta negli indirizzi di politica economica e industriale. Del resto, come si vede, i dati sono dalla parte delle ragioni della sinistra.


(Emiliano Brancaccio)


15 dicembre 2007

Ichino e la Danimarca

 

In Danimarca, dice Ichino, sussiste “libertà di licenziamento per motivi economici ma al tempo stesso grande capacità del sistema di prendere per mano chi perde il posto, garantendogli continuità del reddito combinata con servizi efficienti di informazione e orientamento”. Secondo Ichino, dunque, la fusione di politiche sociali e del lavoro realizzata in Danimarca rappresenta una possibilità politica concreta che anche in Italia qualcuno dovrebbe una buona volta saper cogliere.
E’ pur vero infatti che in Danimarca non sussiste un equivalente dell’articolo 18 contro i licenziamenti nelle imprese con almeno 15 dipendenti. Ma è altrettanto vero che nel nostro paese gli indennizzi previsti per i lavoratori licenziati dalle piccole imprese sono molto minori di quelli danesi, e che le leggi Treu e Biagi hanno accresciuto a dismisura il novero dei lavoratori precari, privi cioè di qualsiasi tutela. Non è un caso che l’indice di protezione dei lavoratori italiani si collochi oggi anch’esso agli ultimi posti della classifica europea, appena mezzo punto al di sopra di quello danese, e dopo aver fatto registrare una delle più pesanti cadute a livello mondiale: meno 1,63 punti dal 1990 al 2003, contro una riduzione di appena 0,9 punti in Danimarca.



Ma la componente a nostro avviso più smaccatamente ideologica di questi continui rinvii alla Danimarca non si registra tanto nell’eccessiva enfasi sulle basse protezioni dei lavoratori, quanto piuttosto nella totale assenza di riferimenti alle altre principali variabili macroeconomiche del paese scandinavo. In particolare, è curioso che i liberisti del lavoro non spendano una parola su altre, ben più significative differenze che sussistono tra la Danimarca e l’Italia: innanzitutto la dimensione complessiva del bilancio statale, e poi la capacità di generare elevati tassi di crescita del reddito rimanendo in condizioni di surplus commerciale. Riguardo al bilancio, stando agli ultimi dati comparati messi a disposizione da Eurostat, nel 2004 la spesa pubblica danese ammontava al 56,3% del reddito totale prodotto, mentre in Italia si fermava al 48,5%. Una differenza di quasi otto punti percentuali, che comprende tra l’altro anche la spesa per interessi (molto più elevata in Italia). Stando a questi dati, dunque, se si volesse davvero prender la Danimarca come esempio, il problema non sarebbe tanto quello di abbattere le tutele del lavoro, poiché come abbiamo visto la distanza tra gli indici di protezione danesi e italiani appare ormai risibile. Piuttosto, bisognerebbe accrescere la spesa statale – e in larga misura le relative entrate fiscali – di un ammontare enorme, pari ad almeno 60 miliardi di euro. In pratica dovremmo non solo effettuare una manovra raddoppiata nelle dimensioni rispetto alla famigerata finanziaria “lacrime e sangue” di Padoa Schioppa dell’anno scorso, ma soprattutto dovremmo orientarla in una direzione espansiva anziché restrittiva, ossia esattamente opposta a quella che venne concretamente intrapresa. Se la sentirebbe Ichino di sostenere una simile iniziativa politica? Se così fosse si tratterebbe senza dubbio di una notizia.

(Emiliano Brancaccio)


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permalink | inviato da pensatoio il 15/12/2007 alle 18:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (19) | Versione per la stampa


15 novembre 2007

Precarietà ed occupazione secondo Emiliano Brancaccio

 

 

Emiliano Brancaccio è un giovane e brillante economista di sinistra la cui capacità di sintesi e di vis polemica stanno rapidamente imponendosi sia attraverso articoli di giornale sia attraverso la partecipazione a programmi televisivi

Parleremo qui della polemica che lo ha contrapposto a Francesco Giavazzi e Pietro Ichino.

In questa polemica Brancaccio si chiede se le politiche di flessibilità del lavoro abbiano almeno contribuito alla riduzione del tasso di disoccupazione e all’aumento del tasso di occupazione, visto che esse non stimolano la ricerca tecnica, né gli investimenti, né tanto meno favoriscono la crescita dimensionale delle imprese. Giavazzi dice di sì e porta come argomento l’aumento dell’occupazione in Europa dal 1996 al 2006.

Brancaccio nota la genericità della correlazione ed afferma anzi che l’analisi dei dati impedisce di stabilire un qualsiasi rapporto di causa ed effetto tra l’aumento della precarietà e il miglioramento degli indici di occupazione e disoccupazione.

Prima di procedere Brancaccio precisa i termini adottati e gli indici utilizzati : il tasso di disoccupazione, che è il rapporto tra i disoccupati alla effettiva ricerca di un lavoro e la cosiddetta popolazione attiva (cioè la somma di occupati e disoccupati); il tasso di occupazione, che è il rapporto tra occupati e popolazione in età di lavoro; e l’indice del grado di protezione dei lavoratori calcolato dall’OCSE, detto EPL (Employment Protection Legislation).




Quest’ultimo è un indice ad ampio spettro, che comprende le tutele contro i licenziamenti ingiustificati ma anche la tipologia e la diffusione dei contratti a termine ed atipici. L’indice EPL si muove di pari passo con la quantità e qualità delle tutele di cui gode il lavoratore. Ad esempio, per quanto riguarda l’Italia, l’articolo 18 aumenta le protezioni e quindi innalza l’indice EPL, mentre il pacchetto Treu e la legge Biagi lo riducono.

Brancaccio analizza il rapporto statistico tra i tassi di disoccupazione e di occupazione e l’indice EPL e conclude che non sussiste alcuna correlazione statistica significativa tra queste variabili.

Infatti l’EPL dal 1998 al 2003 si riduce nella maggioranza dei paesi presi in considerazione dall’analisi. Ma nel medesimo periodo i tassi di occupazione e disoccupazione fanno registrare gli andamenti più disparati, in molti casi addirittura opposti a quelli auspicati dai fautori della flessibilità. Ad esempio, nonostante una consistente riduzione dell’indice di protezione dei lavoratori, Austria, Germania, Giappone, Norvegia e Portogallo fanno registrare un aumento del tasso di disoccupazione. Di converso, a fronte di un leggero aumento delle protezioni, Spagna, Francia, Regno Unito, Irlanda e Nuova Zelanda si caratterizzano per una riduzione della disoccupazione.

Brancaccio nota però che esiste una eccezione, almeno un caso in cui la precarizzazione dei rapporti di lavoro si è verificata in concomitanza con un miglioramento dei tassi di occupazione e disoccupazione : Questa eccezione è rappresentata guarda caso proprio dall’Italia. Dal pacchetto Treu alla legge Biagi, le riforme del mercato del lavoro attuate nel nostro paese hanno determinato un vero e proprio crollo del nostro indice EPL di protezione dei lavoratori, passato dal 3,57 del 1990 al 2,70 del 1998, per giungere infine all’1,95 del 2003. Il nostro livello di protezione dei lavoratori risulta ormai inferiore a quello di moltissimi paesi europei, tra i quali Germania, Francia, Belgio, Olanda, Svezia, Finlandia, Norvegia e Spagna.

Ora, bisogna in effetti riconoscere che questa picchiata dell’indice EPL italiano si è verificata in concomitanza con un cospicuo miglioramento dei tassi ufficiali di occupazione e disoccupazione.

Ma, dice Brancaccio, basta una lettura un po’ meno grossolana delle statistiche nazionali per capire che le cose non stanno affatto in questi termini. Infatti, se i fautori della flessibilità avessero ragione, la forte riduzione dell’indice EPL italiano rispetto alla media europea dovrebbe aver generato dei risultati occupazionali decisamente migliori della media dell’Unione. Accade invece che tra il 1998 e il 2006 il nostro tasso di occupazione cresce pressoché in linea con la media dell’Europa a 15, e dal 1993 (data di inizio della svolta liberista sulle politiche del lavoro) addirittura cresce di meno. Il che, si badi bene, è molto grave, considerato che il livello del nostro tasso di occupazione si situa ancora significativamente al di sotto di quello medio europeo. Ma soprattutto, se si guarda al tasso di disoccupazione nazionale, si scopre subito che la sua buona performance è dipesa in misura rilevante da un fenomeno tutt’altro che positivo, consistente nella crescita dei cosiddetti “lavoratori scoraggiati”, cioè coloro che rinunciano a cercare un lavoro dopo vari tentativi falliti. A questo riguardo, basti notare che nell’ultimo decennio in Italia la popolazione attiva (somma di occupati e disoccupati alla effettiva ricerca di un posto) è cresciuta del 4,55 percento rispetto alla popolazione totale in età di lavoro. Ma in Europa, nello stesso periodo, l’incremento è stato maggiore: 4,70 percento. Il modesto risultato dell’Italia si spiega col fatto che nel nostro paese gli “scoraggiati” sono cresciuti molto più della media europea, e questo ha evidentemente comportato una fuoriuscita di persone dalla popolazione attiva. Stando ai dati OCSE sul rapporto tra scoraggiati e forze lavoro, in Italia l'indice addirittura raddoppia, passando dal 2,39 percento del 2000 al 5,02 percento del 2005. Al contrario, nello stesso periodo l’indice medio europeo scende dall'1,91 all'1,51 percento. Ora, il punto chiave è che questo andamento si riflette sul tasso di disoccupazione, facendolo, paradossalmente, migliorare. Le persone che rinunciano a cercare un lavoro, infatti, fuoriescono sia dal novero dei disoccupati sia dalla popolazione attiva, cioè sia dal numeratore che dal denominatore del tasso di disoccupazione. L’effetto aritmetico è che, essendo il numero dei disoccupati solo una parte relativamente piccola della popolazione attiva, l’uscita degli scoraggiati pesa di più sul numeratore e quindi il tasso di disoccupazione si riduce. Se invece gli scoraggiati venissero contemplati nel calcolo del tasso di disoccupazione, questo risulterebbe assai peggiore in Italia che in Europa, sia nei livelli (negli ultimi anni circa due punti percentuali in più per l'Italia) che nella sua dinamica (in Italia il tasso di disoccupazione risulterebbe addirittura crescente.

Ma, si domanda allora Brancaccio, tornando alla domanda iniziale, dal momento che non contribuisce nemmeno a creare occupazione, a cosa è mai servita la precarizzazione del lavoro di questi anni? La risposta è semplice: a indebolire i lavoratori e quindi a ridurre i salari. Se c’è infatti una correlazione robusta, è quella che sussiste tra EPL e crescita salariale: più basso è l’indice di protezione dei lavoratori, più i salari arrancano. Ecco dunque spiegato il fondamento delle politiche di flessibilità del lavoro di questi anni. Esse costituiscono un tassello decisivo della linea di deflazione dei salari che trova nel nostro paese alcuni tra i suoi più fervidi sostenitori, e che in Italia risulta tenacemente perseguita da oltre un ventennio.

Brancaccio conclude l’articolo dicendo che questa strategia deflazionista è fallimentare, dal momento che non riesce a frenare l’erosione di competitività del paese e la conseguente espansione del deficit nei conti con l’estero e questo non perché la bilancia commerciale sarebbe ormai insensibile al cambio reale, ( i dati ci dicono infatti che l’elasticità della bilancia nazionale ai prezzi relativi è ancora prossima all’unità ) ma perché i salari monetari arrancano ormai in modo sempre più omogeneo a livello europeo, laddove invece le produttività divergono.

 


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