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29 marzo 2010

Roberto Tesi : meno 428.000 posti di lavoro

Fine anno con il «botto» per l'occupazione: nell'ultimo trimestre del 2009 sono stati distrutti 428 mila posti di lavoro rispetto allo stesso trimestre del 2008. Il numero degli occupati è sceso a meno di 23 milioni e il tasso di disoccupazione (dato non destagionalizzato) è salito all'8,6%, contro il 7,1% nel quarto trimestre del 2008. A conferma che trovare un lavoro è sempre più difficile e scoraggiante, il numero dei senza lavoro è salito in un anno di «appena» 369 mila persone, cifra inferiore a quelli che hanno perso il posto di lavoro. A fine anno i disoccupati ufficiali erano 2 milioni 145 mila. Come sempre il tasso di disoccupazione el Mezzogiorno è più che doppio (13,2%) rispetto a quello del Nord (6,1%). Ancora peggio è il confronto sul tasso di occupazione: 65,2% del Nord ( sui livelli degli altri paesi europei) e 21 punti in meno (44,2%) nel Mezzogiorno.


Per il ministro Sacconi la disoccupazione italiana è migliore di quella dell'eurozona degli Usa: «il dato medio - 7,8% - del 2009» si confronta con quello dell'eurozona del 9,4%, secondo un differenziale che si conferma anche nel dato congiunturale di gennaio». Poi ha aggiunto che il tasso ufficiale è stato contenuto dalla decisione di utilizzare strumenti come i contratti di solidarietà e la cassa integrazione sotto varie forme. La caduta del numero degli occupati, che è ovviamente la prima rispetto alla precedente crisi della prima metà degli anni Novanta, è stata contenuta dal fatto che si stima circa un milione di persone abbiano usufruito degli ammortizzatori sociali, che hanno garantito la sopravvivenza del rapporto di lavoro». Tutto vero, ma - come osserva anche Bankitalia - molti dei cassintegrati sono a rischio. E, come calcolato dall'Istat, «nell'industria e nei servizi 334 mila occupati (contro i 115 mila nel quarto trimestre 2008) hanno dichiarato di non aver lavorato nella settimana di riferimento dell'indagine, o di aver svolto un numero di oro di ore inferiore alla norma, perché in Cassa integrazione guadagni. Se parte di questi lavoratori (il cui numero è molto più ampio di 334 mila perché in molte azienda la Cig è a rotazione) non rientrasse stabilmente al lavoro nei prossimi mesi, il tasso di disoccupazione schizzerebbe immediatamente oltre la soglia dell'11%.
Molto critico Cesare Damiano, capogruppo del Pd in Commissione lavoro della Camera: «quello che Sacconi dimentica sempre di dirci è che il dato più rilevante è costituito dal tasso di attività che si attesta al 57,5% con un calo dell'1,2% ed è tra i più bassi dell'Ue. Sottovalutare ancora i problemi occupazionali sarebbe colpevole. Il Governo anziché tingere artificialmente di rosa la situazione, a puro scopo elettorale, farebbe bene a dire la verità e a mettere in cantiere misure idonee per uscire dalla crisi. occorre una politica industriale che guardi all'innovazione e individui i settori strategici; l'adozione di ammortizzatori sociali universali; il potenziamento del reddito delle famiglie per stimolare i consumi interni, come da tempo chiede il Pd con le sue proposte».
Altro dato evidenziato dall'Istat, per la media dell'intero 2009, è che il risultato negativo dell'occupazione totale tiene conto della riduzione molto accentuata dalla componente italiana (-527 mila unità) controbilanciato dalla crescita, pur se con ritmi inferiori al passato, di quella straniera (+1478 mila unità)». Che significa? Che gli immigrati rubano il posto agli italiani? No. La verità è molto più semplice: l'ultima sanatoria ha fatto emergere come regolari lavoratori immigrati che già in passato lavoravano «in nero» come badanti e in generale collaboratori domestici. E questo significa che senza nuove regolarizzazioni la situazione ufficiale sarebbe molto più drammatica.
La caduta dell'occupazione sta avvenendo pur in presenza di una crescente flessibilità: gli occupato dipendenti part time sono arrivati a quota 3,281 milioni, mentre i lavoratori a termini (a volte si sovrappongono a quelli part time) sono 2.071 milioni. Altra dato che fotografa la drammatica situazione del Mezzogiorno è costituito dal «tasso di inattività»: il 48,2% della popolazione del Sud che potrebbe lavorare è fuori del mercato del lavoro costituito da chi lavora e da chi cerca occupazione. E la quota di donne inattive cresce drammaticamente al 63,9%.


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18 luglio 2009

Saverio Ferrari : le camicie verdi dal fascismo alla Lega

 

Quando nel maggio 1996 la Lega Nord decise di istituire le Camicie verdi, l'onorevole Domenico Gramazio della direzionale nazionale di An così commentò la notizia: «Bossi non sa che le Camicie verdi appartengono alla storia e alla tradizione del vecchio mondo attivistico della destra italiana. Apparvero per la prima volta nel 1953 ai funerali del maresciallo d'Italia Rodolfo Graziani. È proprio con le Camicie verdi che nel lontano 1956 l'allora segretario giovanile del Movimento sociale italiano, Giulio Caradonna, preparò il famoso attacco alle Botteghe Oscure, al quale parteciparono con la camicia verde, fra gli altri, Vittorio Sbardella, Mario Gionfrida, Romolo Baldoni e tanti altri attivisti dell'Msi».
Gramazio, pur sbagliando data, rammentò un episodio realmente accaduto. L'assalto alla sede nazionale del Pci avvenne infatti un anno prima, nel 1955, la sera del 9 marzo, quando un centinaio di neofascisti con camicie verdi, bracciali tricolori e cravatte nere, scesi da due pullman, tentarono di irrompere all'interno del Bottegone. La porta venne prontamente chiusa. A quel punto si scagliarono contro la sottostante libreria Rinascita con molotov, pietre e bastoni. Nell'occasione Mario Gionfrida, detto "er gatto" (mai appellativo fu così azzardato), nel tentativo di lanciare una bomba si tranciò di netto una mano. Lo si rivedrà di nuovo in giro con una protesi in legno.



Tornando al 1996, il 15 settembre Umberto Bossi dichiarava l'indipendenza della Padania, minacciando il ricorso a vie non democratiche. Il 22 settembre, come filiazione delle Camicie verdi, decideva anche di istituire la Guardia nazionale padana, suddivisa in cinquanta compagnie e dedita all'«esercizio del tiro a segno come motivo di aggregazione sociale».
Erano gli anni in cui ai magistrati ricordava che «una pallottola costa solo 300 lire». L'ex senatore Corinto Marchini, il primo comandante delle Camicie verdi, poi fuoriuscito dalla Lega, solo qualche anno fa in un'intervista a Claudio Lazzaro che stava appunto girando "Camicie verdi", un film-documentario uscito nel 2006, raccontò come lo stesso Bossi lo avesse istigato a organizzare manifestazioni eclatanti, ben più del semplice bruciare il tricolore nelle piazze. «Bossi mi chiamò all'una e mezza di notte - ribadì Marchini - mi disse di sparare ai carabinieri, che le Camicie verdi dovevano essere pronte a sparare». Seguirà a fine gennaio 1998 la richiesta di rinvio a giudizio del procuratore della Repubblica di Verona Guido Papalia per tutta la dirigenza della Lega e una ventina di Camicie verdi. I reati: attentato contro la Costituzione e l'integrità dello Stato, oltre a formazione di associazione militare a fini politici. Un processo mai fatto.
Sarà forse un caso, ma la camicia verde come uniforme fu anche adottata in Europa nel secolo scorso da alcuni dei principali movimenti fascisti. Tra loro, le Croci frecciate ungheresi, fondate nella primavera del 1935 da Ferenc Szalasy, un ufficiale ultranazionalista. Lo stemma ricordava la bandiera nazista: un cerchio bianco, su sfondo rosso, con all'interno al posto della svastica due frecce disposte a forma di croce. Strutturate come un ordine religioso invocavano la benedizione del cielo per la loro crociata «contro gli ebrei e i bolscevichi». Alleati dei nazisti, costituirono nell'ottobre del 1944 un governo fantoccio in Ungheria sotto la guida di Szalasy, autoproclamatosi «Reggente della nazione», deportando migliaia di ebrei nei campi di sterminio. Almeno 15 mila, invece, secondo gli storici, gli ebrei direttamente massacrati in quei mesi dalle Croci frecciate a Budapest.
Assai simile all'esperienza ungherese fu la Guardia di ferro rumena, movimento fanatico e antisemita fondato nel 1927 da Cornelius Zelea Codreanu. Nel gennaio del 1941, in un tentativo di colpo di Stato, le bande paramilitari della Guardia di ferro, con tanto di camicia verde, fecero irruzione al quartiere ebraico incendiando case e sinagoghe. Al termine trascinarono al mattatoio comunale centinaia di sventurati. Molti di loro furono sgozzati, simulando una cerimonia kosher, altri decapitati. I corpi furono successivamente appesi ai ganci da macellaio. «Li avevano scorticati vivi, a giudicare dalla quantità di sangue», riferì in un suo telegramma l'ambasciatore degli Stati uniti in Romania. Tra loro anche una bambina di cinque anni appesa per i piedi.
Movimenti fascisti a sfondo mistico-religioso che percorsero l'Europa, come furono anche i Verdinazo (Vereinigung dienst national-solidaristen) o Associazione dei solidaristi fiamminghi, fondata negli anni Venti da Joris van Severen, il cui progetto era di riunificare il Belgio, il Lussemburgo, i Paesi Bassi e le Fiandre francesi, riportando la ruota della storia al tempo dell'impero di Carlo V. Dotata di milizie con camicia verde, originò anche un corpo parapoliziesco che collaborò con i nazisti. Storie terribili e lontane, chissà se conosciute dai dirigenti leghisti.


18 luglio 2009

Lettera a Giorgio Napolitano

 

Caro Presidente Napolitano, sono un vecchio italiano ebreo, figlio di antifascisti, nato 79 anni fa nell'Italia fascista, bandito nel 1938 in quanto ebreo da tutte le scuole del Regno d'Italia. Sull'atto integrale di nascita a me intestato, che si conserva negli archivi dell'anagrafe di Milano, sta ancora oggi scritto a chiare lettere «di razza ebraica». Memore del fascismo e delle sue aberrazioni razziste, mi permetto di rivolgermi a Lei per chiederLe di non ratificare il cosiddetto «pacchetto sicurezza» approvato dal Senato il 2 luglio scorso, dopo ben tre voti di fiducia imposti dal governo. È un provvedimento che, in palese violazione dei principi fondamentali della Costituzione della Repubblica italiana, introduce nei confronti dei gruppi sociali più deboli misure persecutorie e discriminatorie che, per la loro gravità, superano persino le mostruosità previste dalle leggi razziali del 1938. 



Si pensi, ad esempio, al divieto imposto alle madri immigrate irregolari di fare dichiarazioni di stato civile: un divieto che, inibendo alle genitrici il riconoscimento della prole, farà sì che i figli, sottratti alle madri che li hanno generati, vengano confiscati dallo Stato che li darà successivamente in adozione. Per buona sorte, le garanzie previste dai costituenti Le consentono, caro Presidente, di correggere questo e altri simili abusi. Anche in omaggio alla memoria delle migliaia di vittime italiane del razzismo nazifascista Le chiedo di non promulgare un provvedimento che, ispirato nel suo insieme a una percezione dello straniero, del «diverso», come nemico, mina alla radice la convivenza civile, pacifica e reciprocamente proficua tra italiani e stranieri, rischiando di alterare in modo irreversibile la natura stessa della nostra Repubblica.

Bruno Segre


14 luglio 2009

Stefano Liberti : la guerra tra poveri nelle township

 

Abdallahi ancora trema dalla paura quando pensa alla pallottola che gli ha sfiorato la spalla. «Era tardo pomeriggio. Stavo nel negozio riordinando la merce e ho sentito lo sparo. Subito dopo, ho visto il sangue. Per fortuna mi hanno colpito solo di striscio». Mentre parla, questo ragazzo dal fisico affilato che dalla Somalia meridionale si è trasferito nella township di Gugulethu, a un quarto d'ora di macchina dal centro di Cape Town, abbassa gli occhi a terra. A tratti ansima. E si guarda intorno intimorito. Abdallahi se l'è cavata con una corsa all'ospedale e una bendatura. «Oggi, posso dire che mi è andata bene». Meno bene è andata a due suoi connazionali - Omar Josef e Hazim Amad - rimasti uccisi pochi giorni dopo nell'incendio divampato improvvisamente nel loro negozio alle tre del mattino. I due stavano dormendo come sempre all'interno del locale e sono stati sorpresi dalle fiamme. Vicino ai loro resti inceneriti, sono state trovate un paio di taniche di benzina.
Quelli di Abdallahi, di Omar, di Hazim, non sono casi isolati: a Cape Town, nell'ultimo mese, c'è stata una recrudescenza di attacchi contro gli stranieri, soprattutto di cittadini del martoriato paese del Corno d'Africa. Altri due commercianti somali sono rimati feriti in un assalto a Delft, un quartiere al di là dell'aeroporto, e un negozio sempre gestito da somali è stato dato alle fiamme, questa volta senza provocare vittime, nella gigantesca e derelitta township di Khayelitsha. «Siamo nel mirino di bande organizzate e la polizia non fa nulla per proteggerci», si infervora Hussein Omar, responsabile nella regione del Western Cape della Somali Association of South Africa. «Ce l'hanno con noi perché siamo più bravi nel fare commercio, teniamo aperti più a lungo i nostri negozi e manteniamo i prezzi più bassi, sempre avendo un profitto».



La guerra per il commercio rischia di rinfiammare le township, dopo l'esplosione di violenza del maggio dell'anno scorso, quando folle inferocite hanno preso d'assalto negozi e case degli immigrati in tutto il Sudafrica, con un bilancio di almeno 62 morti, 150mila sfollati e un numero imprecisato di feriti e di donne stuprate. Una fiamma xenofoba che ha sconvolto il mondo, soprattutto perché scatenata da persone nate e cresciute durante il regime razzista dell'apartheid. «Oggi siamo ancora in pericolo», tuona Omar Hussein, che si divide tra il suo lavoro di tecnico informatico e il ruolo di capo della comunità. «La situazione a Gugulethu è esplosiva. Lo abbiamo detto ripetutamente alla polizia, ma loro non fanno nulla».
Una cultura dell'impunità
Da qualche settimana questa township di Cape Town, che non è neanche tra le più disastrate, è sotto tutti i riflettori. A metà giugno, un uomo non meglio identificato ha recapitato a tutti i commercianti somali del quartiere la fotocopia di una lettera scritta a mano in un inglese approssimativo, in cui dava loro una settimana di tempo per «abbandonare l'area». La lettera con l'ultimatum proveniva dal Gugulethu Business Forum, una sorta di associazione dei commercianti locali, che accusano gli stranieri di essere «disonesti». I somali si sono rivolti alla polizia, che ha cercato di mediare. Ma intanto, a macchia di leopardo, hanno cominciato a verificarsi attacchi contro gli stranieri anche in altre township, e non solo a Cape Town. «Il problema è che si sta sviluppando una vera e propria cultura dell'impunità. Quando i commercianti somali vengono uccisi e la polizia non muove un dito, si diffonde l'idea che chiunque può fare ciò che vuole ai somali e non subirà alcun processo», sottolinea ancora Hussein Omar. La polizia ha classificato tutti gli attacchi contro gli stranieri, avvenuti dopo la fine «ufficiale» dell'ondata di violenze dell'anno scorso come «fatti di criminalità comune». Sia le forze dell'ordine che i politici resistono a pronunciare la parola «xenofobia», temendo un drammatico danno d'immagine proprio nel momento in cui il paese si prepara a ospitare la Coppa del mondo dell'anno prossimo ed è completamente proteso verso il grande evento.
«Loro dicono che sono fatti di cronaca comune, ma intanto non indagano. Nessuno è stato accusato. Noi abbiamo fornito un identikit dell'uomo che ci ha dato la lettera. È conosciuto nel quartiere. Ma la polizia non lo cerca», accusa Abdirrahman Aweys, portavoce dei commercianti somali di Gugulethu. Che aggiunge: «Gli altri venditori ce l'hanno con noi perché siamo più bravi nel fare affari. Ma la cosa più grave è il razzismo della polizia, che ci considera cittadini di serie b». Da quando è partita la lettera ed è scaduto l'ultimatum, per il momento senza ulteriori danni, ci sono stati diversi incontri tra i commercianti somali e quelli locali, anche con la partecipazione delle forze dell'ordine, ma la situazione è rimasta in una specie di stallo.
«La guerra dei prezzi ha fatto esplodere delle tensioni già presenti all'interno del quartiere», afferma Mncedisi Twalo, un attivista locale che ha assunto una funzione di mediazione tra i due gruppi. «Non è la prima volta che si verificano episodi di intolleranza. Già negli anni scorsi la comunità somala è stata presa di mira», racconta Twalo, mentre si prepara a condurre l'ennesimo incontro di mediazione.
Il compromesso mancato
All'interno di un centro sportivo di Gugulethu, una trentina di persone stanno sedute guardandosi in cagnesco. Ai giornalisti è vietato l'ingresso. Da fuori, si sentono discussioni infervorate. Dopo un paio d'ore, esce il commissario e sostiene che «tutto è stato risolto, hanno trovato un accordo». Poi si eclissa senza rispondere alle domande. Passano pochi minuti e si aprono le porte ai media. La tensione è alle stelle. «Abbiamo trovato un compromesso sui prezzi», annuncia Twalo. Poi partono le domande. I commercianti locali sembrano a disagio. Non rispondono. Finché uno di loro sbotta: «Avevate detto che i giornalisti sarebbero rimasti cinque minuti». I media sono invitati a uscire di nuovo. Dopo un po' compare Omar Hussein. Ha la faccia scura, ma l'espressione sicura di chi sa il fatto suo: «Vi dicono bugie per non far esplodere il caso sulla stampa. Temo che sarà difficile trovare un accordo. Ma se pensano di cacciarci, si sbagliano di grosso. Ne abbiamo viste talmente tante in Somalia che quello che accade qui è una barzelletta».


23 marzo 2009

Presi i 2+2 rumeni : così è se ai media pare...

Finalmente presi i due rumeni che hanno violentato la ragazza della Caffarella. Uno dei due confessa. Riconosciuto nettamente dalla ragazza.



Finalmente presi i due rumeni che hanno violentato la ragazza della Caffarella,
I due confessano e sono riconosciuti dalle vittime.

Inquirente : " Ma lei è Alexandru Loyos o Ionut Alexandru ?"
Violentatore: "Che importa ? Tanto i romeni sono come i cinesi...sono tutti uguali. Io sono colui che il poliziotto, il giornalista, la ggente,  Maroni e Gasparri credono"


17 marzo 2009

Augusto Graziani 1990 : presupposti per una politica economica

Una politica economica incisiva deve individuare i ceti meritevoli di sostegno, divisare azioni di carattere generale volte a rafforzare la loro posizione nella compagine sociale, in modo che le misure prese non siano destinate di fatto a cadere nel vuoto ...



Nell'analisi delle componenti sociali, sarebbe piaciuto assai di più se, nell'individuare possibili alleati, invece di indicare gli uomini di buona volontà, si fosse concentrata l'attenzione sui ceti subalterni, che nella fase storica attuale, rischiano di essere respinti sempre più in basso : i lavoratori emarginati, privi di protezione sindacale, i disoccupati del Mezzogiorno, i lavoratori di colore cui viene elargita ratealmente la grazia di emergere dalla clandestinità.


20 febbraio 2009

Alessandro Dal Lago : quella degli immigrati è una rivolta annunciata

 

Prendete poco meno di novecento persone - che già hanno affrontato i rischi di un viaggio per mare - e stipateli in un centro che al massimo ne potrebbe contenere un terzo. Teneteli lì per due mesi e più in condizioni igieniche facilmente immaginabili, in attesa di rimandarne cento alla volta in Tunisia oppure di essere deportati chissà dove. Nell'ansia, nella paura e nella solitudine. In una situazione tale che da mesi il sindaco di Lampedusa definisce il Centro di prima identificazione ed espulsione un «lager». Che vi aspettate se non una rivolta?
Rivolte e fughe sono già avvenute, e anche a Lampedusa, quando per la prima volta la popolazione ha solidarizzato con gli stranieri internati e ha cacciato una ex sindachessa divenuta deputato della Lega. Ma questa volta le dimensioni della protesta indicano un salto di qualità. Una protesta di massa che non ha solo di mira un internamento disumano, ma anche la politica della «cattiveria», quella che il nostro ministro degli interni, Bobo Maroni, ha annunciato e sta praticando. Per mille vie, gli stranieri internati sanno.
Sanno ciò che li aspetta. Se sfuggiranno alla deportazione, finiranno nella zona oscura dell'emarginazione, della precarietà, dell'odio di una società che - in parte almeno apparentemente preponderante - ha deciso di risolvere il problema della loro esistenza cancellandoli dal novero degli umani, riducendoli a una sorta di merce frutto di traffici illegali e buona per traffici «legali». Perché di questo si tratta. Il crimine di uno, di due o di cento li stigmatizza come bestie, a partire dal loro trattamento appena sbarcati, per continuare e finire con la vita che faranno.



Che un paese, nella sua parte preponderante, almeno a giudicare dai monotoni risultati elettorali, non sia capace di pensarli e trattarli diversamente comincia a non sorprendere più nessuno. È una questione europea, anzi mondiale, che azzera ogni illusione nello stato di diritto quando si occupa dei non cittadini.
Una democrazia formale può convivere con l'esistenza di una quota di esseri umani espulsi di fatto dall'umanità. Qualcosa che ricorda, non troppo alla lontana, gli Stati Uniti d'America prima di Lincoln, compresa l'aria di linciaggio che spira dalla Padania, e non solo. Ma compresi anche i primi sussulti di consapevolezza collettiva e di rivolta.
Tutto questo, ormai, non può sorprendere: dalla mercificazione alla rivolta. Sorprende di più che gli statisti oggi al potere da noi non riescano nemmeno a intuire - nonostante gli avvertimenti della Chiesa, in altre occasioni così tanto ascoltata - di trovarsi di fronte a esseri provvisti, come chiunque altro, di dignità.
Se uno affronta i tanti rischi della morte in un deserto, che volete che sia l'incendio di un centro su un'isola al centro di quel Mediterraneo su cui hanno appena rischiato la vita? E se si sfidano gli elementi e poi si resiste all'ostilità diffusa, non verrà il momento di un'opposizione sociale?
Prime crepe nel muro della fortezza, di cui l'Italia d'oggi costituisce il perimetro più sgangherato. Piccoli annunci di futuro. Le tante destre del nostro paese, i tanti suoi ragionevoli moderati, tutto questo non lo capiscono. Non dovrebbe suggerire qualcosa almeno a ciò che resta della sinistra?


10 gennaio 2009

Oltre la tassa sugli immigrati....

Si potrebbe :




1) Tassare i guadagni degli scafisti o costituire con loro una joint-venture
2) Organizzare il rientro dei clandestini tramite gli stessi scafisti a prezzi scontati
3) Far annegare direttamente gli individui meno produttivi prima del rientro in maniera da razionalizzare le perdite
4) Far apparire il nome di uno sponsor italico sugli scafi.
5) Far diventare Lampedusa la nuova isola dei Famosi e sorteggiare un clandestino perchè partecipi allo show.
6) Fare una convenzione con un'agenzia di scommesse perchè gli abitanti di Lampedusa scommettano sul numero giornaliero dei clandestini ed il numero dei morti annegati
7) Sorteggiare tra i clandestini sbarcati per la seconda volta quello che parteciperà a "Carramba, che sorpresa"


23 settembre 2008

Soldati al soldo di chi ?

Si manderanno truppe sul litorale domizio ed in Terra di ex-lavoro.



A chi abbaierà il cane da guardia ?

Ma servono per reprimere il clan dei Casalesi o le manifestazioni degli immigrati ?
Visto il trattamento riservato ai giornalisti dell'Espresso, si accettano scommesse....


8 luglio 2008

Retoriche del disumano

 

Dunque, le cose stanno così.
C'è un piccolo numero di persone, quelle che stanno in alto, più in alto di tutti, dichiarate per legge al di sopra di ogni giudizio. Investite, in quanto tali, per ciò che sono non per ciò che possono aver fatto, del privilegio dell'impunità. E ce ne sono altre, più numerose, ma razzialmente delimitate, separate dai buoni cittadini da un confine etnico - quelle che stanno in basso, più in basso di tutti, considerate invece, per legge, in quanto tali, per ciò che sono, non per ciò che possono aver fatto, colpevoli. Almeno potenzialmente. Pre-giudicate.
Alle prime non si guarderà mai in tasca, anche se fossero colte, per un accesso di cleptomania, in furto flagrante; alle seconde si prendono fin da bambini le impronte digitali, le si fotografano, perquisiscono, spostano, schedano e controllano senza limiti, come appunto con i delinquenti abituali, o per natura.
Questa è oggi, sotto il profilo giuridico e politico, l'Italia. In un solo consiglio dei ministri i due estremi che definiscono i nuovi confini sociali e morali della costituzione materiale della «terza repubblica» sono stati mostrati a tutti, come in un'istantanea.
In pochi mesi, in nome dell'ammodernamento e dell'innovazione nell'arte del governo, abbiamo abbattuto ad uno ad uno alcuni dei pilastri fondamentali della modernità, a cominciare dall'universalismo dei diritti. Dal principio dell'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Dal carattere personale della responsabilità giuridica. L'immagine che offre oggi il Paese è quella di un ritorno brutale, rapido, in buona misura inconsapevole, ma devastante, alle logiche di una società di caste: universi sociali separati e gerarchicamente sovrapposti. Signori, e servi. Eletti, e paria. Uomini, e topi.
È un'immagine inguardabile. Dovrebbe produrre un moto istintivo di disgusto, repulsione, vergogna, in chiunque si sia formato nell'orizzonte di valori di una sia pur debole e moderata democrazia. Invece non è così. Inutile nascondercelo: lo scandalo è tale solo per pochi. Tace miseramente - miserabilmente - quell'ombra di opposizione che non rinuncia a credersi e a fingersi governo senza più esserlo. Tacciono pressoché tutti gli opinion leaders (quelli che magari si commuovono per Obama, ma lasciano correre sulla schedatura del popolo rom). Con poche, nobili per questo, ma limitatissime eccezioni. Tace, e in qualche misura acconsente, anche quell'opinione pubblica fino a ieri considerabile «di sinistra», socialmente sensibile, «politicamente corretta»... Tace, magari soffre, ma tace. Per varie ragioni.
Perché questo ritorno in buona misura irrazionale al pre-moderno, all'imbarbarimento dello stato di natura, è argomentato con ragioni «pragmatiche», tecniche, efficientistiche, in qualche misura a loro volta «moderne»: perché «serve». Perché «funziona». Perché bisogna «fare».
Maroni non è Goebbels (non ne possiede né il fanatismo né la cultura): non tratta i rom come untermenschen - sottouomini - per ragioni «genetiche», ma per ragioni «pratiche».
Non perché sono razzialmente «inferiori», ma perché razzialmente disturbano i suoi elettori. La nuova segregazione razziale ha il volto dell'imprenditore brianzolo dai metodi spicci ma efficaci, non più quello dell'ideologo berlinese della razza ariana.
E d'altra parte in un universo sociale sempre più complesso e indecifrabile, pagano le semplificazioni estreme: la logica atroce del «capro espiatorio».
Ma soprattutto la proposta indecente che viene dall'alto trova consenso nella società che sta in mezzo - nel grande ventre molle di quelli che cercano faticosamente di restare a galla nella crisi che cresce senza affondare sotto la soglia di povertà - perché in tempi di deprivazione le «retoriche del disumano» hanno un devastante potenziale di contagio. Chiamo con questo nome le forme del discorso che negano un tratto comune di umanità a una parte dell'umanità. Che con espedienti retorici pongono un pezzo di umanità al di fuori dell'umanità. Che appunto, in forma diretta o indiretta, tracciano un confine tra uomini e non-uomini, producendo un dispositivo di esclusione e segregazione. Che separano le persone da trattare «come persone» e quelle da trattare «come cose». E in alcune circostanze è drammaticamente gratificante, o comunque rassicurante - per chi è sempre più incerto sulla propria identità e sulla propria condizione sociale, per chi teme di «scendere» o di «cadere» -, essere riconosciuti «come persone» per differenza da chi tale non è. Godere del privilegio di appartenere alla categoria degli «uomini» per differenza da altri, da questa esclusa. Si troverà sempre un imprenditore politico spregiudicato, pronto a quotare alla propria borsa questa risorsa velenosa, ma potente. Questo acido sociale, che scioglie il timore sul proprio futuro in rancore e in consenso.
Questo accade oggi in Italia. La deprivazione economica e sociale che colpisce una fascia crescente di popolazione, si converte in deprivazione morale, in un quadro sociale ed economico che vede diventare sempre più intoccabile chi sta in alto (sempre meno redistribuibili le grandi ricchezze), e sotto la spinta di una retorica politica non più contrastata. Di un ordine patologico del discorso che non trova più anticorpi, perché le culture democratiche di fine novecento si sono consumate, nell'agire sconsiderato di un ceto politico a sua volta impegnato prevalentemente a salvare se stesso dal naufragio. Per chi non ci sta, si apre un periodo di sofferenza e responsabilità. Di secessione culturale. Una condizione da esuli in patria. Da apolidi. Per questo la tentazione di mettersi in coda, davanti alle Prefetture, per pretendere che siano rilevate anche a noi le impronte digitali, è grande. Non tanto per solidarietà. Ma perché siamo noi più che loro - i quali in grande misura sono cittadini italiani a tutti gli effetti e risiedono stabilmente sul territorio da decenni - i veri nomadi.

(Marco Revelli)

Il nazismo nell'individuare quello che ai suoi occhi era il parassita da combattere, sceglieva quello più pericoloso. Noi siamo più pavidi e scegliamo quello con cui anche il vile si può un po' allargare.
I rom hanno il torto di occupare zone di merda della città, cercando di adattarsi alla merda. E' questo che non perdoniamo a loro. Il voler sopravvivere. Ai nostri occhi questo adattarsi dà fastidio, questo loro stare insieme dà sui nervi, perchè noi non sappiamo più stare insieme. Ciò vale anche per i musulmani di viale Jenner che si adattano insieme ad un disagio (un cortile troppo piccolo) e generano il disagio a chi deve passare e non sa a sua volta adattarsi.
Soprattutto al nord ormai non si sopporta più niente. Si esce per lavorare e per fare la spesa. E qualsiasi schiamazzo, qualsiasi sguardo fa saltare i nervi, perchè sovrappone altre linee a quelle ordinate che tracciamo andando e tornando dall'ufficio o dal supermercato.
Al sud poi chi fa una vita di merda e disprezza lo Stato (le tasse, la registrazione, il poliziotto) si sente ad un certo punto cittadino quando può inveire ed escludere qualcun altro. Quando può bruciare un campo rom con l'ammiccamento degli altri. Quando filmato dalla telecamera può fingere di turarsi il naso dinanzi ad un mucchio di letame che due secondi prima ha alimentato con un lancio sguaiato.
Prima lo zingaro era tollerato, una figura da scansare. Ora deve scaricare la nostra frustrazione, deve pagare per aver elemosinato da anni senza vergogna, mentre noi ci vergogniamo pure di combattere per i nostri diritti.
In questo miscuglio vischioso di sentimenti la retorica del disumano occupa un livello più alto di giustificazione : la base elettorale di questi stragisti userebbe tranquillamente un linguaggio più franco e crudele, perchè pur di ammazzare ammazzerebbe pure se stessa.


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