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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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Quelli che la crisi l'avevano prevista

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7 dicembre 2010

Il successo rimosso della teoria marxista della crisi

Dopo la pubblicazione della Lettera dei 100 economisti, nonostante alcune sbrigative e presuntuose critiche, a poco a poco l'idea di fondo della Lettera e cioè la crisi come l'effetto di bassi salari (tenacemente portata avanti da Emiliano Brancaccio), di una distribuzione del reddito iniqua, sta prendendo piede anche se l'indicazione dei rimedi a volte risente ancora del guinzaglio del Capitale.

In realtà questa tesi spesso è nascosta anche in quelle narrazioni della crisi che finiscono con le giaculatorie contro le rendite e contro l’assenza di regole del sistema del credito.

 

 

Prendiamo ad es. tre testi che rientrano in questo paradigma :

Il primo è  Marco Onado - I nodi al pettine- Laterza.

A pagina 7 di questo testo la spiegazione dei bassi salari è dipinta in poche righe :

La straordinaria crescita dell’economia americana degli ultimi venti anni è avvenuta in un contesto generale di salari sostanzialmente fermi in termini di potere d’acquisto e di forte aumento delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito e, ancora di più, della ricchezza. Come  conciliare reddito costante e consumi crescenti ? Con il debito, si capisce.

Il secondo è Fabrizio Garimberti – SOS economia – Laterza

A pagina 132 e 133 di questo testo si dice “Salari e stipendi sono rimasti fermi o sono cresciuti poco. Nell’altalena della distribuzione dei redditi, meno redditi da lavoro vogliono dire più profitti. Questi cambiamenti nella distribuzione dei redditi minacciavano conseguenze su quella che gli economisti chiamano la domanda effettiva, cioè a dire la domanda di beni e servizi che si sviluppa nell’economia. Dato che i redditi da lavoro vengono spesi quasi tutti, mentre i redditi da profitti hanno un contenuto di domanda effettiva più basso, una redistribuzione dei redditi più avversa al lavoro rischia di ridurre la domanda effettiva. Perché questo non succeda bisogna che i lavoratori non riducano la loro spesa e questa nuova esigenza crea spazi per nuovi strumenti di debito che permettano alle famiglie di continuare a spendere come prima, indebitandosi.

Il terzo è Charles R. Morris – Crack – Elliot

A pagina 190-191 di questo libro si dice “Una classica spiegazione della Depressione, anche se ora poco gettonata, punta il dito contro la tendenza che vedeva aumentare i profitti di impresa più dei nuovi investimenti, mentre diminuiva l’incidenza dei salari sui redditi nazionali. La conseguenza fu un costante aumento nelle entrate del percentile più alto della popolazione, un aumento che veniva indirizzato verso il mondo degli asset finanziari…. Sì, suona familiare. Per la cronaca, dal 1980 al 2007,l’indennizzo totale degli impiegati, inclusi i benefit, è sceso dal 60,1% del Pil al 56,3%

Il quarto è Nouriel Roubini – La crisi non è finita – Feltrinelli

A pagina 61 di questo libro si dice “La storia non ha ancora dato ragione a Marx. Ma la sua tesi più generale, cioè che la crisi è un aspetto endemico del capitalismo,costituisce una intuizione estremamente importante. Dopo Marx,  gli economisti  hanno dovuto fare i conti con la possibilità che il capitalismo contenga in sé i germi della propria distruzione. Le crisi non sono il risultato di un evento banale, come l’apertura di nuovi mercati o il mutato atteggiamento psicologico degli investitori. Il capitalismo è crisi. La sua affermazione ha prodotto un livello di instabilità e di incertezza che non ha precedenti nella storia umana”.

Il quinto è Federico Rampini Le dieci cose che non saranno più le stesse – Mondadori

A pagina 103 di questo libro si dice :  Questo ci conduce alla madre di tutti gli squilibri, la vera origine della crisi che attraversiamo. I mutui subprime, in fin dei conti, da che cosa nascono ?Sono un’invenzione di ingegneria finanziaria che ha risposto ad un bisogno reale : milioni di famiglie americane non guadagnavano abbastanza per poter accantonare dei risparmi decenti. La casa era diventata per loro un sogno irrangiungibile. Il sistema bancario ha escogitato un modo per dare la casa a tutti, con la proliferazione dei mutui facili, concessi senza fare troppe domande. Tutte le sottigliezze diaboliche della finanza creativa poggiano su questa necessità reale. Una grossa quota della popolazione americana, nonostante  decenni di crescita del Pil, si ritrovava sempre con l’acqua alla gola, faticava ad arrivare alla fine del mese. Ha preso il vizio di vivere al di sopra dei suoi mezzi, ma non solo per leggerezza ed irresponsabilità : la verità è che i suoi mezzi erano chiaramente insufficienti. Dal momento che lo Stato aveva rinunciato ad operare una distrbuzione più equilibrata della ricchezza nazionale, l’indebitamento diventava una droga utile che nascondeva il problema delle disuguaglianze sociali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


6 dicembre 2010

l'Irlanda è la dimostrazione che il liberismo fa cilecca

L’Irlanda è stata da anni pubblicizzata da economisti di destra come l’esempio che l’Italia doveva

seguire : una nazione con poche tasse sulle imprese, con basso costo e grande flessibilità del lavoro, la quale grazie a questo tipo di politica economica e dei redditi ha avuto negli ultimi 15 anni uno sviluppo degno di una Tigre asiatica.

Ora però la crisi irlandese costringe tutti i retori del mainstream a rivedere i loro giudizi, ma naturalmente le loro diagnosi sono peggiori e praticamente più pericolose dei loro sperticati elogi.

Ma andiamo per gradi :

L’Irlanda ad inizio anni Novanta sembrava essere un’economia che non decollava con un tasso di disoccupazione del 13% (il massimo è stato del 1984 con il 16,9%) Intanto però già dal 1973 essa fruiva di fondi strutturali europei che furono utilizzati per creare le infrastrutture indispensabili per lo sviluppo. Infatti nel 2008 le incertezze legate alla ratifica del Trattato di Maastricht, nel quale una nazione serva del capitale straniero fingeva autonomia politica, motivarono un rancoroso articolo di qualche opinionista su come il benessere irlandese fosse dovuto al moltiplicatore di sovvenzioni forti da parte della UE, superiori assieme a quelle dell’Est Europa (vedi il caso della Polonia) a tutte le altre fornite ad altre nazioni europee.

Inoltre, se dal 1994 al 2000 la crescita media è stata del 9,79%, comunque dal  1973 al 1979 e dal 1984 al 1990 la crescita media è stata di circa il 5%, mentre il tasso di inflazione medio dal 1986 al 1990 è stato del 3,3%. Quindi una crescita più sostenuta era in atto già dal 1973, ma con un andamento più oscillatorio e con periodi negativi (dal 1980 al 1983, dovuto alla crisi energetica),  e con una disoccupazione a due cifre per tutti gli anni Ottanta.

L’indice di sviluppo umano dal 1970 al 1990 è comunque cresciuto da 0.738 a 0.808, mentre dal 1990 al 2010 è cresciuto al 0.908. Dunque quello degli anni Novanta è stato il secondo take-off dell’Irlanda, non il primo, e comunque anch’esso con periodi negativi (l’inflazione tra 2000 e 2001 ha una impennata, tanto che già nel 2002 si parla di fine del miracolo irlandese).

Questo secondo take-off è comunque molto squilibrato: esso dipende in maggior parte dagli investimenti esteri. Le imprese estere a un certo punto costituiscono il 35% del Pil e l’80% dell’export. L’andamento del movimento di capitali è molto variabile (si va dal -6,7 % del 1998 al +10% del 2001 al +0,4% del 2003, al -2,7% del 2006, al +14,2% del 2008). L’Irlanda dunque è sfruttata imperialisticamente dalle imprese straniere e fortemente condizionata nelle sue scelte di politica fiscale e del lavoro.

Il basso costo del lavoro e le basse tasse sulle imprese impediscono all’Irlanda di sfruttare a pieno tali investimenti : dato che la maggior parte dell’industria manifatturiera è di proprietà straniera, un considerevole ammontare di profitti viene rimpatriato ogni anno, determinando un esteso gap tra PIL e PNL (il più ampio tra i paesi OCSE), anche se negli ultimi anni è risultato tendenzialmente in calo (dal 20% del 2004 al 15% del 2007).  La natura dipendente ed instabile dell’economia irlandese viene evidenziata dal fatto che nel 2007 la spesa registrata per importazioni ed esportazioni rappresentava il 151% del PIL, tra le più elevate al mondo, anche se in calo dal 183,6% del PIL del 2000.

Comunque il miglioramento è notevole : la speranza di vita da 73/79 del 1996 balza a 77,5/82,3 del 2008, il tasso di mortalità scende da 8,8  del 1996 al 6,4 del 2008, il Pil pro-capite a parità di potere d’acquisto sale da 54 (dato Usa =100) a 97,9.

Tuttavia già nel 2003 ci si lamenta della divaricazione dei redditi, per cui questi dati lusinghieri vanno ritarati : i consumi sul Pil dal 72% del 1996 scendono al 62% del 2008. In senso assoluto essi aumentano (sono più che quadruplicati), ma per evitare crisi di sottoconsumo il problema è la loro percentuale sul Pil. L’unica produzione che serve soprattutto per i consumi interni (oltre magari quella alimentare) è quella edilizia : i presupposti ci sono, cioè lavoratori giovani che intendono accasarsi, ma la spesa è di quelle che ha bisogno del credito. Perciò la costruzione di immobili costituisce alla fine circa il 15-20% del Pil, mentre si sviluppa un sistema bancario che finisce per avere una dimensione eccessiva rispetto all’economia reale che redistribuisce poco.

Si finisce così (a causa del bassi salari) per generare un alto debito privato (i debiti delle famiglie sono pari al 160% dei redditi). In genere i teorici del mainstream erano attenti solo al livello del debito pubblico, giusto per predicare la necessità dei tagli agli stipendi pubblici e alle prestazioni sociali. Al contrario Godley e Sylos Labini, che abbracciavano altri paradigmi, hanno notato questo squilibrio. Solo l’insorgere della crisi sta sensibilizzando tutti a guardare il debito nella sua totalità (pubblico, estero, privato, delle imprese). E il debito complessivo dell’Irlanda era notevole, mentre la si elogiava per il suo basso debito pubblico (la spesa pubblica irlandese era mediamente appena del 33,8% del PIL rispetto al 47,5% dell'Area Euro nel suo complesso). Un problema tra gli altri era che le entrate fiscali di Dublino dipendevano eccessivamente dalla speculazione edilizia e la ristrettezza della base imponibile ha reso l’economia e le finanze del governo particolarmente vulnerabili alla recessione.  Inoltre se la bilancia commerciale è saldamente in attivo, il saldo delle c.d partite invisibili è talmente in passivo da rovesciare la situazione, per cui al 2008 il saldo delle partite correnti si trova a -4,9% del Pil. Si aggiunga a questo che le banche irlandesi hanno attinto a piene mani al fondo della Banca Centrale Europea, con la conseguenza che l’Irlanda finanzia a breve con questi prestiti quasi la metà della ricchezza annuale prodotta (il 45% del Pil).

L’Italia invece, criticata per il suo alto debito pubblico, ha un debito aggregato più basso di quello di Usa, Spagna e Gran Bretagna. E tuttavia rischia perché adesso la speculazione sta attaccando i bond, per costringere il Welfare a sventolare bandiera bianca.

C’è stato comunque il tentativo ridicolo da parte di Riccardo Sorrentino di attribuire a salari pubblici più alti una qualche incidenza sugli eventi, ma in questo caso il problema sarebbe dovuto essere inizialmente il debito pubblico e non quello privato. Qualcuno parla di consumati dal consumismo, ma sarebbe meglio parlare di consumati dai debiti e dalla domanda che sarebbe stata scarsa se si prescinde dal debito.

L’Irlanda finisce perciò per subire la crisi da bassi salari che, iniziata nel 2007 (sfociando in una crisi del debito privato), sta dilaniando l’economia del paesi più sviluppati ancora ora e si sta trasformando, grazie alla speculazione, in una crisi del debito pubblico. La maggior parte dei grandi hedge fund che operano sui titoli di stato europei aveva infatti venduto il proprio portafoglio di "periferici" ben prima della fase acuta delle difficoltà greche, molti già nell'autunno scorso (questo a sottolineare anche l’aspetto speculativo della questione).

Forse poi non è un caso che il pensiero unico abbia denunciato la crisi irlandese solo dopo qualche mese che il governo di questo paese aveva cercato di mettere un argine ai licenziamenti convenienti, con vincoli e sanzioni per le aziende che fanno operazioni fraudolente al fine di abbassare il costo del lavoro. Ma il capitalismo internazionale non perdona i servi fedeli che ad un certo momento alzano un poco la testa. Il capitalismo internazionale è come il fondamentalismo islamico : qualsiasi apostasia viene punita a carissimo prezzo. Il carattere dipendente ed  imperialistico della crescita irlandese subito viene a galla.

All’inizio del 2008 Riccardo Sorrentino si dichiara dispiaciuto di constatare (alla fine, ovviamente) che la speculazione edilizia e la bolla immobiliare, l’inflazione (che Garimberti aveva elogiato e che in realtà dal 2004 al 2006 era stata tra il 2 e il 3 %, quindi non a livelli così preoccupanti, quando nel 2000 e nel 2001 era stata al 4-5%) e la forte dipendenza dall’economia Usa esponevano l’Irlanda alla bolla immobiliare. Ma guarda !!!  

In realtà un’economia che si basa sul basso costo del lavoro e sulla subordinazione completa al capitale internazionale non può mai avere una crescita che non sia drogata e sottoposta al capriccio della speculazione, ma Sorrentino se ne accorge solo quando l’Irlanda prova a mettere la testa fuori del sacco e a proteggere un poco di più i suoi lavoratori.

Sarebbe interessante sapere se le banche irlandesi abbiano acquistato titoli del debito pubblico irlandese : se non lo avessero fatto, sarebbero state dei parassiti senza scrupoli che mettono nei guai lo Stato che si precipita a salvarle. Ma, facendolo, rischiano nuove difficoltà se i bond irlandesi vengono attaccati dalla speculazione, a meno che la proposta fatta da Roubini (quella dello scambio di asset tra il paese che si avvia al default e gli altri) non sia seguita da aiuti volti non a ridurre i consumi interni, ma ad aumentarli creando al tempo stesso i presupposti di una nuova crescita (nuove infrastrutture ?).

Qualcuno dice che l’Irlanda debba pentirsi della solenne promessa di garantire tutti i depositi bancari: 400 miliardi di euro, il doppio del Pil. E tuttavia alla fine degli anni Ottanta il governo svedese ha avuto una crisi simile, ma è riuscita a risolverla sia pure con dei sacrifici (accettabili). Il problema è un livello di salari e di entrate pubbliche fiscali che non costringa ad un eccessivo indebitamento (né pubblico, né privato).

Il governo irlandese riceve inizialmente applausi perché cura la malattia con le stesse sostanze che l’hanno causata (abbassamento dei salari, tagli allo Stato sociale), ma la crisi di questi giorni è la conferma schiacciante che tale salasso aggrava la crisi invece di attenuarla (anche Krugman ha notato almeno l’inutilità dei salassi).  Ogni taglio alla spesa pubblica, nelle circostanze attuali, porterà ad un calo della produzione di due volte nel primo anno, e un calo complessivo di sei volte il taglio iniziale nell'arco di cinque anni. I dati del PIL irlandese sono a loro volta gonfiati, in parte, dalle multinazionali americane che spostano in Irlanda le vendite e i profitti maturati altrove per avvalersi di imposte sulle società pari al 12,5% (le più basse dell'area OCSE, tanto che qualcuno protesta per la presenza di una sorta di Stato offshore dentro la stessa UE). Rispetto ai settori interni, che rappresentano la stragrande maggioranza delle entrate fiscali, le misure sinora prese dal governo sono ora pari al 11,5% del PNL. I consumatori, spaventati dalle perdite di posti di lavoro e dal calo dei redditi, tagliano la spesa. Di conseguenza, le entrate dalla tassazione sono crollate, a partire da € 48 miliardi nel 2007 a una proiezione del governo di € 31 miliardi nel 2010. E ' la scomparsa di questi € 17 miliardi di gettito fiscale che è quasi interamente la responsabile di un deficit di bilancio, che si prevede quest'anno di € 18.7 miliardi. Nel frattempo, nonostante i tagli ripetuti allo stato sociale a vario titolo, e a tutte le voci di spesa pubblica, le spese di welfare sono salite passando da € 20.6 miliardi nel 2007 ai € 35.9 miliardi per effetto dell’aumento della disoccupazione e della povertà.

La teoria economica dominante ha fallito. Ha voglia il Bordin a denunciare i presunti sciacalli che approfittano di questa crisi, ha voglia a propinare i semplicistici slogan del too big to fail. Bisogna cambiare. Questo naturalmente solo se la classe lavoratrice si assume la responsabilità di guidare i processi sociali invece di essere mortificata dal Capitale. Altrimenti da questo momento in avanti il conflitto tra nazioni ed aree geo-economiche aumenterà e si getteranno le basi per il terzo conflitto mondiale : entro 15 anni.

 

 


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