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4 novembre 2010

Schumpeter e Rostow

Schumpeter invece dà all’innovazione tecnica una rilevanza maggiore e dunque contesta le tesi stagnazioniste e nega il ruolo svolto dalla conquista dei mercati esteri nello sviluppo delle economie capitalistiche. Egli ritiene che sia assolutamente gratuito ritenere che le iniziative suscettibili di sostituire le colonizzazioni vengano ad essere inevitabilmente meno importanti quale che sia il significato che si vuole attribuire a questo aggettivo. Al contrario è possibile per Schumpeter che la conquista dell’aria possa avere una importanza superiore a quella dell’India : non bisogna confondere le frontiere economiche con quelle geografiche. Per Schumpeter le analisi marxiste dell’imperialismo sono solo divagazioni perché i grandi gruppi hanno esercitato assai scarsa influenza sulla politica estera ed anzi essi si uniformano alla politica dei loro paesi piuttosto che non determinarla secondo i loro interessi. A suo giudizio sebbene non ci sia da temere una scomparsa delle occasioni di investimento, il capitalismo verrà comunque meno, ma le ragioni sono sociologiche giacchè si tratterebbe della decomposizione della borghesia. Secondo Schumpeter la remunerazione del capitale è essenzialmente la ricompensa delle innovazioni realizzate dagli imprenditori dinamici. Ma il progresso tecnico diviene sempre più il monopolio di specialisti addestrati che lavorano su ordinazione facendo diminuire progressivamente i redditi della borghesia che si ridurranno a salari analoghi a quelli che remunerano le normali mansioni amministrative. Il potere della borghesia diminuirà nella stessa misura dei suoi redditi e sarà così la fine del capitalismo. La tesi di Schumpeter, secondo Denis, deriva dalla tesi del reddito del capitale : se il profitto non è un prelievo sul valore creato dal lavoro e se invece è solo la giusta remunerazione dell’imprenditore che innova, allora è chiaro che la burocratizzazione del processo di innovazione tecnologica deve effettivamente determinare il progressivo venir meno dei profitti.

 

 

W. W. Rostow distingue nell’evoluzione economica e sociale di ogni regione del mondo le seguenti fasi :

·         Società tradizionale

·         Condizioni per il decollo

·         Decollo

·         Progresso verso la maturità

·         Era del consumo di massa

Egli ha lo scopo di stabilire che la storia sociale è sempre la stessa in tutte le parti del mondo ed in tutte le situazioni, sicchè quella attuale si spiega semplicemente in base a determinati scarti cronologici e determinati ritardi che caratterizzano alcune regioni del globo rispetto alle altre. Tale tesi però viene a negare deliberatamente che il progresso degli uni e il ritardo degli altri possano essere dei fenomeni complementari la cui contrapposizione costituisce la caratteristica fondamentale del periodo storico in cui ci troviamo a vivere.

Rostow sull’imperialismo afferma che mentre il colonialismo è praticamente morto, il capitalismo ha conosciuto uno sviluppo straordinario. Secondo Denis però tutto questo non significa che sia finito lo sfruttamento economico dei paesi sottosviluppati. Per convincersene basterà dare uno sguardo alle cifre relative allo sviluppo degli scambi tra zone industrializzate e paesi sottosviluppati.  Del resto, dice Denis, quando Rostow ha descritto l’economia britannica del 1800 ammette il ruolo dell’apertura dei mercati di Cina, Asia ed Africa nella risposta al problema della sovrapproduzione e descrive anche la consapevolezza dei gruppi delle grandi imprese nel vedere nelle colonie una possibilità di salvezza. Per Denis la teoria di Rostow è una ideologia che consente ai gruppi dirigenti dei paesi sottosviluppati di credere in un futuro decollo.

Rostow dichiara che il saggio di sviluppo di un’economia dipende da :

·         La propensione a sviluppare la scienza di base

·         La propensione ad applicare la ricerca scientifica ai fini economici

·         La propensione ad accettare le innovazioni

·         La propensione a ricercare il benessere materiale

·         La propensione a consumare

·         La propensione ad avere figli

Secondo Denis si può riassumere la teoria di Rostow dicendo che per lui il progresso dipende dalla propensione a progredire. Anche le sue raccomandazioni alle nazioni sottosviluppate sono assolutamente vuote in quanto egli afferma di fatto che non c’è progresso perché non si desidera il progresso. La sua ideologia liberista secondo Denis lo porta anche a richiedere un intervento dello stato a livelli minimali.

 

 


10 settembre 2010

Tugan Baranovskij tra sottoconsumo e sproporzioni

L’economista russo Tugan-Baranovskij  respinse la tesi sia che le crisi derivano dalla caduta tendenziale del saggio di profitto, sia che risultino dal sottoconsumo delle masse. Egli affermò che non vi può mai essere né sovrapproduzione né deficienza di domanda, purchè la produzione nei vari settori sia proporzionata. La tesi che la crisi deriverebbe da sproporzioni fu adottata da Hilferding, ma influenzò anche Lenin nella critica alle tesi sottoconsumistiche, populistiche e sismondiane circa l’impossibilità da parte del capitalismo di sviluppare un proprio mercato. La spiegazione di Tugan Baranovskij finiva con il negare il carattere organico dei mali del capitalismo e con il suggerire che il sistema può porre rimedio ai suoi guai. La seconda sottoclasse della linea interpretativa qui esaminata afferma appunto la crisi causata da deficienza della domanda. All’origine di queste teorie sottoconsumistiche, oltre all’influenza di Sismondi vi è quella di Malthus per il quale il profitto può declinare non per un aumento dei salari ma per una caduta nei prezzi delle merci dovuta a deficienza della domanda, a sua volta causata dal fatto che l’accumulazione di capitale avviene troppo velocemente ed a spese del consumo. Anche Rodbertus abbracciò questo punto di vista e Dobb ha commentato che una teoria formulata originariamente come apologia dei proprietari terrieri e dei detentori di titoli di stato, divenne un’arma nelle mani del proletariato. La tesi di Tugan per la quale se anche dovesse scomparire quel settore del consumo che è rappresentato dalla classe operaia, ciò non disturberebbe il processo di valorizzazione del capitale, agì come un vero e proprio catalizzatore per le teorie sottoconsumistiche, le quali però secondo Claudio Napoleoni contrapposero a Tugan un errore non meno grave e cioè quello di considerare la produzione come produzione per il consumo, mentre nel capitalismo questa finalizzazione è soltanto secondaria, in quanto il movente della produzione capitalistica è l’accrescimento del plusvalore. Ciò non significa, continua Napoleoni che Marx avrebbe condiviso le tesi di Tugan : egli respinge la versione più rozza del sottoconsumo con l’argomento che l’esplosione della crisi è preceduta in genere da un regime di alti salari e tuttavia in altri passi Marx insiste con forza sulla contraddizione che insorge tra l’impulso del capitalismo ad espandere illimitatamente la produzione ed il suo interesse a limitare almeno parzialmente il consumo. Dobb ha in parte riconosciuto che la sua critica al sottoconsumismo di Sweezy era in parte ingenerosa. Tuttavia, conclude Napoleoni, la spiegazione della crisi deve essere valutata nel quadro dell’affermazione marxiana che la logica del capitalismo è la produzione per la produzione e non la produzione finalizzata immediatamente al consumo (come è invece nella maggior parte dei teorici del sottoconsumo)

 

 

 

 

 

A questa conclusione però va obiettato che i sottoconsumisti non dicono (almeno non tutti) che la produzione capitalistica sia produzione per il consumo, ma che il non essere produzione per il consumo porta a crisi di realizzo, giacchè anche la produzione per la produzione alla fine deve rapportarsi con il consumo (tale rapporto può essere rinviato molte volte, ma nel momento in cui si verifica, più il rinvio è stato temporalmente significativo, più la crisi di realizzo diventa grave). Più precisamente si può dire che la produzione capitalistica è produzione per la produzione nel senso che in essa tende a lievitare la domanda di mezzi di produzione. Tuttavia proprio questa tendenza è un fattore di crisi in quanto essa viene a deprimere ulteriormente la domanda per i consumi (portando all’aumento della composizione organica di capitale ed all’espulsione sempre più marcata dei lavoratori dalla produzione). Questo calo poi da un lato deprimerebbe nel tempo la stessa domanda per mezzi di produzione (visto che le aspettative dopo un certo tempo possono diventare pessimistiche, soprattutte per le imprese che producono beni di consumo), anche se nell’immediato tale domanda dovrebbe compensare il calo stesso dei consumi.  La Luxemburg aveva capito che l’assunzione delle tesi di Tugan avrebbe avuto conseguenze nefaste per il movimento rivoluzionario : il politicismo leninista, la violenza rivoluzionaria sono infatti la conseguenza dell’abbandono delle tesi che vedevano in capitalismo incamminato irreversibilmente verso la sua autodissoluzione. Tale abbandono implicava ovviamente quella forzatura rivoluzionaria che avrebbe dovuto colmare la mancanza di necessità del crollo, mentre la politica deve gestire e favorire la transizione, ma non deve colmare alcun vuoto se non quello di un intervento che impedisca alla crisi di essere un movimento senza soggetto e dunque un movimento che riporti i sistemi sociali a situazioni di barbarie, a nuove accumulazioni basate sulla rapina.


9 settembre 2010

Il capitalismo e la crisi : Sweezy, Sternberg e Baran secondo Denis

Sweezy, Sternberg e Baran mettono in evidenza il fatto che l’evoluzione dei paesi capitalistici progrediti non può essere più studiata isolatamente, dato che fa parte di un processo mondiale i cui diversi momenti vanno presi in considerazione simultaneamente. La fondamentale contraddizione interna della produzione capitalistica porta all’espansione, all’interazione sistematica ed al conflitto verso la realtà esterna. Quest’ultima poi conduce ad una ristrutturazione della situazione interna la quale viene liberando le forze che spingono verso un nuovo ordine mondiale. Sternberg rifiuta la concezione di Hilferding, ripresa da Lenin, che definisce l’imperialismo come una conseguenza dello sviluppo dei monopoli. Egli dice infatti che la spinta imperialistica si manifestò in Inghilterra ed in Francia molto tempo prima che si potesse constatare una concentrazione monopolistica appena considerevole.

 

 

L’appoggio fornito dagli imperialisti europei alle feudalità locali ed all’azienda artigianale non potrà più durare a lungo in Asia. È estremamente improbabile che in questa parte del mondo una lunga fase di capitalismo liberale conduca l’economia dallo stadio feudale e precapitalistico a quello delle grandi aziende monopolistiche e dei colossali concentramenti finanziari. Tutto porta invece a ritenere che in parecchi paesi asiatici l’alleanza dell’imperialismo con la feudalità sarà spezzata a vantaggio di un sistema economico che darà di colpo allo stato un compito decisivo nello sviluppo e nella modernizzazione sia dell’industria che dell’agricoltura. Baran dimostra che l’imperialismo ha ingenerato il sottosviluppo e che le regioni arretrate non possono colmare il divario che le separa da quelle progredite nel quadro del modo capitalistico di produzione. Le prime infatti continuano ad essere dominate dalle seconde che le riducono a strumenti del proprio arricchimento e della propria potenza.

Sweezy sembra anche lui ammettere che nel periodo del capitalismo concorrenziale i mercati esteri non abbiano assolto ad una funzione essenziale nello sviluppo economico europeo. La sua teoria si basa sull’idea che, nel corso dello sviluppo capitalistico, il risparmio della classe borghese tenda a costituire una parte sempre più grande del reddito nazionale, poiché i profitti hanno la tendenza ad aumentare più rapidamente dei salari e poiché quindi si manifesta nei capitalisti la propensione a risparmiare una aliquota sempre più cospicua dei loro redditi. Ma allora, se tutto il risparmio si investe, non può non accadere che l’investimento cresca più celermente del consumo effettivo. Se poi le tecniche produttive non si modificano, la produzione di beni di consumo aumenta ogni anno nella stessa percentuale dell’investimento. La produzione dei beni di consumo dunque cresce più rapidamente del consumo effettivo e la conseguenza inevitabile è la crisi. Denis obietta che non sembra effettivamente possibile sostenere che la produzione di beni di consumo cresca necessariamente allo stesso ritmo degli investimenti. Sostenendo questa tesi si trascurerebbe il fatto che le nuove attrezzature possono essere utilizzate per fabbricare degli altri beni di produzione supplementari e non dei beni di consumo. Certo non sarebbe possibile sostenere che un simile processo potrebbe proseguire all’indefinito, dice Denis, a meno di non ricadere nell’errore di Tugan Baranovskij. Tuttavia sembra necessario sottolineare che, per spiegare realmente il ciclo, bisogna poter dimostrare sia perché, durante un certo tempo, si verifichi effettivamente nell’economia capitalistica un processo di produzione d’attrezzature per la produzione d’attrezzature sia perché poi questo stesso processo s’interrompa. Secondo Denis Sweezy non risponde né alla prima, né alla seconda questione ed in realtà non potrebbe rispondervi se al centro dell’analisi non si mette il principio (affermato da Malthus e Luxemburg) secondo il quale il processo della produzione capitalistica rimane subordinato ad uno sviluppo preliminare dei suoi sbocchi.

Secondo Denis bisogna ammettere che ogni espansione capitalistica è dovuta in origine all’azione di un fattore esterno che crea una nuova domanda di prodotti e suscita una prima ondata di investimenti. Se questa prima ondata è abbastanza forte l’investimento supera il risparmio normale e la domanda globale di prodotti è superiore all’offerta globale di maniera che ne risultino sollecitati nuovi investimenti. L’azione del fattore esterno viene così moltiplicata e si sviluppa un processo di generale espansione di cui non sono sempre evidenti i legami con la causa reale che lo ha provocato. Tuttavia dopo un certo tempo la propensione ad investire non può non diminuire fortemente negli ambienti industriali, dato che cresce rapidamente la massa degli investimenti in via di realizzazione. D’altra parte poiché anche il risparmio normale aumenta rapidamente, giunge ben presto un momento in cui tale risparmio diviene più grande dell’investimento. È proprio a questo punto che si spezza e s’interrompe il processo di espansione.

Nel corso dell’ultimo secolo i più importanti fattori esterni dell’espansione sono stati da un lato la penetrazione del commercio e del capitalismo in nuove zone del mondo e dall’altro lato specialmente negli Stati Uniti, lo sfruttamento di nuove terre fertili su larghe estensioni. Dopo la fine della seconda guerra mondiale il processo di decolonizzazione sommato con l’aiuto ai paesi arretrati, ha determinato di nuovo in questi ultimi paesi un rapido incremento della domanda di beni industriali. Si è aggiunto a ciò l’incremento della spesa pubblica e delle spese militari. Si ritiene che si possa spiegare così il fatto che lo sviluppo economico dei paesi capitalistici progrediti (divenuto assai più lento tra le due guerre mondiali) abbia potuto riprendere ad un ritmo sostenuto.

I tre economisti qui studiati secondo Denis non prendono in sufficiente considerazione la necessità di principio che esistano preliminarmente degli sbocchi. Baran dice che, allargando il mercato per i prodotti di imprese private il commercio estero può determinare un aumento della produzione e degli investimenti che in caso contrario non si sarebbe mai verificato. Delle condizioni di un commercio equilibrato per Baran l’effetto del commercio estero sul complesso dell’economia è meno certo, poiché l’espansione delle industrie esportatrici può venire pienamente compensata da una contrazione delle industrie colpite dall’importazione di beni sui loro mercati. Ma Denis obietta che, nel caso di rapporti commerciali con le regioni sottosviluppate, il commercio anche squilibrato o persino deficitario dal punto di vista delle zone industriali è non di meno un potente fattore di sviluppo, dato che queste zone stesse importano delle materie prime e delle derrate agricole, le quali non esercitano alcuna concorrenza sulla loro produzione nazionale. Baran a tal proposito dice che il significato del commercio estero come fattore dinamico, come fonte di un movimento che aiuta l’economia capitalistica ad uscire fuori da una situazione data, sta innanzitutto nel fatto che esso dà origine al meccanismo dell’esportazione di capitali. Sternberg invece non ha minimizzato l’importanza degli sbocchi esterni secondo Denis, ma li avrebbe considerati solo una valvola di scarico della produzione capitalistica sovrabbondante. Denis ritiene invece che in mancanza di occasioni esterne di investimento non si sarebbe mai avuto sviluppo della produzione capitalistica.

 


9 settembre 2010

Crisi di realizzo e aumento della composizione organica di capitale

Dice Napoleoni che per la teoria delle crisi di realizzo la crisi discende sempre dalla caduta del saggio di profitto, ma questo declino non è spiegato con l’aumento della composizione organica di capitale, bensì con l’impossibilità per i capitalisti di realizzare il pieno valore delle merci che essi producono. In realtà non è vero che non ci sia legame con l’aumento della composizione organica, in quanto tale impossibilità si dispiega in maniera più completa e grave proprio quando tale aumento viene attuato con l’espulsione dei lavoratori dal processo produttivo, la diminuzione del loro potere d’acquisto e la conseguente caduta della domanda aggregata che causa la crisi di realizzo.

 

 

Tale caduta non è compensata dagli aumenti dell’occupazione nel settore degli investimenti, in quanto :

1)      Dal salario di questi lavoratori deve essere estratto il plusvalore

2)      I profitti aggiuntivi nella misura in cui diventeranno reddito per i capitalisti saranno in parte assorbiti dalla minore propensione al consumo di questi ultimi

3)      Le stesse imprese produttrici di beni di investimento potrebbero aver aumentato la composizione organica di capitale (assorbendo una minore quantità di lavoratori rispetto a quelli fuoriusciti dalle imprese produttrici di beni di consumo) e allungato la catena dello sfruttamento e della produzione di plusavalore che non viene prontamente reinserito nel circuito economico.

 

 


8 settembre 2010

Il capitalismo e la crisi : il problema del capitalismo in Russia

Contro i populisti Lenin affermò che la Russia avrebbe inevitabilmente seguito la stessa via che era stata percorsa dai paesi occidentali ed infatti si poteva già constatare lo sviluppo di un’industria capitalistica e di una forte penetrazione del capitalismo nelle campagne. Per quanto tal tesi fosse giusta,  essa conduceva Lenin a sottovalutare fortemente il problema del ruolo degli sbocchi esterni nel processo di crescita delle economie capitalistiche. In realtà il capitalismo russo era in larga misura un capitalismo importato : analogo a quello che si sviluppa normalmente nei territori delle colonie. La molla dello sviluppo capitalistico in Russia era l’introduzione massiccia di capitali stranieri all’interno del paese. I capitalisti degli altri paesi investivano direttamente i propri capitali in determinati settori redditizi (ad es. le miniere e l’industria metallurgica) e questo bastava a creare un potere d’acquisto addizionale che si riversava sui mercati e conduceva progressivamente alla rottura del modo tradizionale di produzione.

 

 

Che sia possibile un certo sviluppo capitalistico in regioni economicamente arretrate (come effetto dell’importazione di capitali stranieri) non contraddice in alcun modo la tesi secondo cui nei paesi dominanti il capitalismo si sviluppa sulla base della conquista di mercati esterni. Nel 1915 Bucharin si oppose apertamente alla tesi della necessità dei mercati esteri per lo sviluppo del capitalismo. Egli sostiene che la ricerca di tali mercati deriva soltanto dal fatto che un allargamento del mercato consente una produzione su scala più grande e dunque una diminuzione dei costi non che un conseguente aumento dei profitti. Non si deve intendere però questa legge della produzione di massa nel senso che l’espansione al di là delle frontiere nazionali sia in qualche modo una necessità assoluta. Bucharin ammette che l’imperialismo porta ad un aumento dei salari nei paesi economicamente progrediti per alcuni strati della classe operaia. Ma egli spiega un tale fenomeno dicendo che i capitalisti possono aumentare i salari grazie ai sovrapprofitti che essi realizzano con le loro vendite all’estero. Una tale spiegazione,  usuale negli ambienti marxisti, è inadeguata in quanto il rialzo dei salari si spiega con l’enorme sviluppo della produttività del lavoro e del reddito nazionale, determinato dalla conquista dei mercati esteri. Inoltre per Bucharin l’imperialismo eleva sì i salari nelle regioni progredite, ma conduce alla guerra tra le grandi potenze e le conseguenze di un simile conflitto non possono non restituire al proletariato dei paesi avanzati le sue convinzioni rivoluzionarie. Questa convinzione si è rivelata però erronea, in quanto dopo le due guerre mondiali, la capacità di produzione dei paesi sviluppati si è rapidamente ricostituita ed il livello di vita si è ristabilito dopo alcuni anni, per cui le guerre non hanno portato a situazioni rivoluzionarie. Per Lenin invece il fenomeno imperialistico è connesso all’azione dei monopoli, alla supremazia delle banche sull’industria ed all’esportazione dei capitali. Nel periodo della libera concorrenza, l’investimento dei capitali non solleva problemi, poiché ogni capitalista si fa posto sul mercato a danno dei suoi vicini. Ma nella fase dei monopoli e del dominio delle banche un procedimento simile risulta compromesso e da ciò derivano le enormi eccedenze di capitali e l’imperialismo.

 

 


7 settembre 2010

Il capitalismo e la crisi : gli schemi di Grossman

Dopo la prima guerra mondiale la teoria che domina è quella di Tugan-Baranovskij nell’interpretazione di Hilferding. Lo stesso Kautsky che aveva criticato Tugan nel 1902, nel 1927 sposa la linea maggioritaria per la quale man mano che nel capitalismo procedono la concentrazione, la cartellizzazione e la capacità di intervento delle banche, gli squilibri del sistema si attenuano e si riducono. Per Hilferding la cartellizzazione ha eliminato la struttura antagonistica del capitalismo. L’antagonismo sopravvive solo nel campo della distribuzione. Per il socialismo si tratta solo di trasformare, con l’aiuto dello stato e della regolazione sociale consapevole, l’economi diretta ed organizzata dai capitalisti in un’economia diretta dallo stato democratico.

 

 

Grossmann invece sostiene la teoria del crollo, ma mentre la Luxemburg aveva dovuto attaccare gli schemi della riproduzione allargata di Marx, sostenendo l’impossibilità dell’accumulazione in condizioni di capitalismo puro, Grossmann tenta di dimostrare che la tendenza del capitalismo al crollo sussiste anche nel caso che si assuma una proporzionalità nello sviluppo delle due sezioni degli schemi di riproduzione e dunque anche nel caso che si ammetta la realizzabilità di tutto il plusvalore prodotto. Egli accoglie gli schemi di riproduzione elaborati da Otto Bauer contro la Luxemburg (con i quali Bauer intendeva dimostrare la possibilità di uno sviluppo proporzionato nel capitalismo) limitandosi a calcolarne gli effetti per un arco di anni più ampio di quello considerato da Bauer stesso. Il risultato è che, con il progressivo aumento della composizione organica del capitale, diminuisce tanto il saggio del profitto quanto (da un certo punto) la massa stessa del plusvalore e del profitto la quale non è più sufficiente ad assicurare la valorizzazione del capitale. Bauer aveva sviluppato lo schema per soli quattro anni, mentre Grossmann continua a svilupparlo fino a che il periodo di tempo raggiunge i 35 anni. Nel 21° anno l’ammontare del plusvalore lasciato al consumo dei capitalisti comincia a diminuire e nel 34° anno non esiste più. A partire da questo punto i capitalisti non solo corrono il rischio di morire di fame, ma non riescono più a mantenere il saggio di accumulazione previsto nello schema. Si tratta in sostanza di una teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto. L’aumento della composizione organica del capitale ha come effetto che, ad un certo punto dello sviluppo, la massa del plusvalore e quindi la massa assoluta del profitto non è più sufficiente alla valorizzazione del capitale. La variante fondamentale è che, mentre in Marx alla caduta del saggio di profitto si accompagna l’aumento della massa del plusvalore e per conseguenza del profitto stesso, per Grossmann le grandezze che cadono sono tanto il plusvalore quanto il profitto. In realtà molti fattori assunti negli schemi di Bauer e di Grossmann hanno un carattere arbitrario. Per Sweezy il saggio di aumento della popolazione è fissato ad una cifra molto alta (il 5%), l’ipotesi che il capitale costante aumenti in proporzione doppia rispetto all’aumento del capitale variabile è assolutamente irreale. Ma l’ipotesi che la forza lavorativa si sviluppi del 5% all’anno è addirittura fantastica. Grossmann nella sua tendenza a dedurre il crollo del capitalismo esclusivamente dalla tendenza alla caduta del saggio di profitto tralascia la ricerca analitica riguardo alle altre cause di crisi ed alle stesse tendenze che contrastano la caduta del saggio di profitto.

 

 


6 settembre 2010

Il capitalismo e la crisi : Lenin

Per Lenin l’imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo. Esso è il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza ed è cominciata la ripartizione del mondo tra i grandi trust internazionali e dunque tra i più grandi paesi capitalistici. Alla fine della cosiddetta grande depressione che iniziò verso il 1873 per prolungarsi fino al 1895 si erano compiuti eventi storici di importanza fondamentale : la fine del monopolio industriale inglese nel mondo e l’inizio della lotta internazionale per i mercati al fine di esportare i capitali in eccesso. L’ascesa dell’industria tedesca ed americana provocò quelle tensioni che porteranno a due guerre mondiali. In connessione con questi fenomeni, si determinarono anche ripercussioni profonde nei rapporti di classe all’interno dei maggiori paesi imperialistici.

 

 

I profitti monopolistici e la nuova prosperità delle nazioni più fortunate crearono per la classe lavoratrice delle metropoli la possibilità di partecipare in qualche misura ai guadagni dello sfruttamento coloniale. Nasce una aristocrazia operaia formata da quei settori della classe lavoratrice che si trovano in una situazione relativamente privilegiata rispetto al proletariato del resto del mondo. Questi sono gli schiavi di palazzo della madrepatria imperialista, schiavi che a differenza degli schiavi di piantagione alla periferia dell’impero sentono una parziale identità di interessi con i loro padroni ed una riluttanza a turbare l’equilibrio raggiunto, un fatto che ha caratterizzato per Lenin l’intero periodo della Seconda Internazionale ed ha generato il fenomeno dell’opportunismo nel movimento operaio. La teoria sviluppata da Lenin costituisce un tentativo di spiegare il fatto che nei paesi capitalistici più altamente sviluppati non sia ancora scoppiata la rivoluzione. Al tempo stesso però Lenin ha cercato di enunciare sotto quali aspetti il nuovo stadio dello sviluppo capitalistico modifica o trasforma alcuni elementi caratteristici della fase precedente, in maniera anche contraddittoria rispetto alle tesi di Marx. La tesi di Lenin è che l’imperialismo produca una situazione nuova ma è una fase dello sviluppo capitalistico che alla fine confermano gli elementi essenziali dell’analisi di Marx. L’imperialismo non è un regime totalmente nuovo, ma è il capitalismo stesso giunto alla fase culminante ed estrema che è anche la fase della decadenza e della crisi generale. L’insistenza sull’acutizzazione di tutte le contraddizioni spiega la polemica di Lenin con la concezione dell’ultraimperialismo di Kautsky, il quale riteneva che l’imperialismo non fosse che una politica che, come tale, potesse essere anche abbandonata, per cui era possibile un capitalismo non-monopolistico e non-imperialista. Kautsky avanzava anche l’idea che nell’ultraimperialismo si sarebbe costituito un unico monopolio mondiale che avrebbe estinto tutti i conflitti e le tensioni presenti. Lenin comunque non escludeva che la decadenza del capitalismo consentisse comunque la manifestazione di alcuni periodi di espansione. Nell’età dell’imperialismo i singoli paesi palesano ora l’una ora l’altra di queste tendenze. Anzi, il capitalismo cresce assai più rapidamente di prima ma in maniera sempre più sperequata e tale sperequazione si manifesta particolarmente nell’imputridimento dei paesi capitalisticamente più forti.

 

 


13 luglio 2009

Il dibattito sull'Iran all'interno di Rifondazione

 A proposito degli avvenimenti in corso in Iran, Marco Sferini ha scritto: “Dalla parte del popolo iraniano”.
Di quale popolo? Dei ceti medi urbani, colti e facoltosi, che reclamano (giuste) libertà civili per avvicinarsi ai modelli consumistici occidentali?
O dei ceti proletari, contadini, poveri che usufruiscono del sostegno statale, del prezzo politico del pane e di una seppur parziale redistribuzione del reddito e dei proventi del petrolio?
Dei gruppi che lamentano l’eccessivo intervento dello stato nella produzione e nella redistribuzione e che vogliono imporre una politica liberista di riduzione della spesa pubblica e di privatizzazioni?
Dei gruppi che reclamano giuste libertà civili ma che si prestano alla realizzazione di una nuova “rivoluzione arancione” (“verde”) filo occidentale?
So dei plotoni d’esecuzione sommari allestiti dagli islamici contro i comunisti iraniani, che avevano collaborato lealmente alla rivoluzione contro lo Scià e gli americani.
Conosco le torture inflitte al segretario del partito comunista iraniano dall’instaurato regime islamico.
So che il regime islamico impone una cappa maltollerata dalla società iraniana.
So che finora gli iraniani hanno usato una tattica adattativa nei confronti delle restrizioni, della corruzione e del dispotismo del regime.
Il regime è islamico e dispotico, ma c’è una diffusa istruzione pubblica e l’università zeppa di donne, anche se con il tanto vituperato velo.
Queste cose le ho sentite direttamente da un compagno iraniano.
Come ho sentito direttamente dallo stesso compagno iraniano del pane a prezzo politico, della parziale redistribuzione, anche in chiave islamica, del reddito, della politica pubblica di riorganizzazione dell’industria e della politica internazionale (contraddittoria) del regime (indipendenza dall’imperialismo occidentale e politica di potenza regionale).
Ora, le elezioni recenti ci hanno restituito esattamente questo quadro.
Gli iraniani si sono espressi su queste scelte vitali nell’unico modo loro concesso dal regime: nella scelta di due candidati entrambi islamici, espressione delle elites islamiche e che non rappresentano nette collocazioni alternative di classe. Tuttavia, su di essi si sono riversate due diverse tendenze, l’una legata alle classi più agiate e l’altra legata alle classi più povere.
Ci sono stati brogli?
Su questo si sta facendo molta propaganda pregiudiziale e poche dimostrazioni di fatti.
E’ giusto che il nostro partito dica: noi non siamo con il regime di Teheran, siamo contro il regime islamico, vogliamo elezioni alle quali possano partecipare anche altri partiti, come il partito comunista iraniano. Ma non possiamo dare appoggio incondizionato a queste proteste in atto. Non basta dire: noi siamo col popolo iraniano e non con Mousavi. Noi non possiamo chiudere gli occhi sulle conseguenze, non solo internazionali, ma anche di classe delle proteste in atto.
La posizione del partito mi sembra invece timida, superficiale e subalterna.
Spero, almeno, che il partito abbia preso qualche contatto con i compagni comunisti iraniani, prima di assumere posizioni ufficiali e di manifestare davanti all’ambasciata dell’Iran a Roma.


Mario Galati




Cari compagni di essere comunisti,

sono un nuovo iscritto a Rifondazione (non so per quanto viste le ultime dichiarazioni di Ferrero sul "polo della sinistra") e vi leggo più o meno ogni giorno. Non faccio parte di nessuna corrente, semplicemente sono iscritto a Rifondazione.

Le prese di posizione del partito riguardo alla questione iraniana hanno imbarazzato molto anche me, come il compagno Riccardo e ho fatto finta di non vedere le dichiarazioni che si limitavano a condannare la violenza della repressione, senza aggiungere altro.

La premessa fondamentale è che la nostra analisi deve essere necessariamente di classe e dobbiamo ragionare con le categorie dell'imperialismo, che hanno conferme quotidiane.

Quindi se questa è un confronto tra compagni, è fuori discussione che qualcuno difenda le teocrazie e gli assassini. Detto questo militiamo in un partito comunista e uno si aspetta, giustamente, che l'analisi vada un po' più in là e sia profonda e sappia dare risposte che vadano oltre le spiegazioni confortanti che siamo (troppo) abituati a leggere sui media nostrani.
Le similitudini che questa protesta iraniana ha con altre "rivoluzioni colorate" vanno ben oltre la semplice apparenza e la violenza della repressione va certamente condannata ma un partito comunista non può limitarsi a ciò e, anzi, se lo fa, commette un errore imperdonabile.

Compagni, nelle rivoluzioni colorate, c'è sicuramente tanta buona fede da parte di chi vi partecipa e ci (ri)mette anche la pelle ma i burattinai stanno altrove: l'intervento diretto nel finanziamento di questi movimenti da parte della CIA e di altri organi imperialisti più o meno esplicitamente legati a stati occidentali è molto di più di un semplice sospetto. Gli esempi sono purtroppo numerosi: apparte il sudamerica, abbiamo numerosi esempi in Europa a partire dalla Serbia anzitutto, fino all'Ucraina e alla Georgia. Ed esistono associazioni analoghe, che usano le stesse tecniche di mobilitazione genuine in altri stati balcanici e che sono profumatamente finanziate con soldi occidentali, pronte a scomparire o ad essere assorbite nel caso non succeda nulla, ma in caso contrario ad intervenire.
In effetti questa delle rivoluzioni colorate è una fine tecnica, la quale piuttosto che usare la violenza (tipico colpo di stato alla Pinochet) piuttosto la subisce, diventando molto più digeribile all'opinione pubblica occidentale sempre più convinta di essere il centro e il meglio del mondo e affamata di "esportazione della democrazia". Una bella invenzione dell'imperialismo, non c'è che dire.
I fatti iraniani non mi sembrano fare eccezione e forse testimoniano anche che più opzioni erano pronte da parte dell'amministrazione americana e che il cambio di presidente può anche avere avuto un'influenza sulla scelta poi effettuata, ma gli scopi restano i medesimi.
Inoltre, pensiamoci anche solo un attimo, i media occidentali stanno dedicando moltissimo spazio a queste proteste per canalizzare l'opinione pubblica, ma accadono fatti nel mondo che sono altrettanto gravi e nessuno se ne cura. L'attenzione deve essere alta perchè la pressione deve essere alta. Ricordo per esempio quando Otpor venne premiata ad MTV...

Quindi, cercando di concludere, se la nostra analisi deve essere non banale, profonda e di classe non può prescindere dal riconoscere il ruolo e gli scopi dell'imperialismo in questa vicenda. La posizione del partito, perciò, non può limitarsi a condannare le violenze ma alla nostra gente dobbiamo dire chiaramente chi c'è dietro questi giochi e quali sono i suoi obiettivi. Ciò ci renderà impopolari od esclusi di media perchè siamo cattivi? Beh, non me ne può fregare di meno, tanto la situazione attuale non è che sia migliore...
Beninteso che ciò non significa sposare le tesi negazioniste di Amadinejhad o difendere le teocrazie. Anzi, proprio il contrario, ma è esattamente con la coerenza di ogni nostra presa di posizione rispetto alle nostre categorie interpretative che lo si dimostra.

E' per questi motivi che trovo imbarazzante la presa di posizione da voi pubblicata nella home page del sito di "essere comunisti". Lungi da me sposare l'Iran in quanto antiamericano e antimperialista, perchè il muro di Berlino è caduto da un pezzo e ragionare "per stati" non funziona più da un pezzo... Ma se c'è una analisi semplicistica non è quella del compagno Riccardo, quanto piuttosto la vostra che si limita a dire, appunto "semplicemente con il popolo iraniano" e vi diro di più: un partito comunista che ha il cuore tenero e si limita a fare i sit-in di fronte all'ambasciata, senza fare il minimo sforzo per elevare il ragionamento della propria gente, fa molto comodo ai famosi burattinai.

Saluti Comunisti,
Andrea
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Caro compagno Andrea,
della tua nota critica è senz’altro condivisibile la richiesta di un maggiore approfondimento in merito alla questione iraniana. Ritengo che un utile passo in questa direzione sia fornito dalla pubblicazione da parte del sito di un ben argomentato e documentato contributo, datato 29-6-2009: “Gli antimperialisti nella trappola iraniana”. Ti invito quindi a leggerlo.
L’accordo con la tua lettera si ferma tuttavia qui. Infatti, proprio un’analisi “di classe” e l’invito a “ragionare con le categorie dell’imperialismo” conducono, a mio parere, a conclusioni diverse da quelle che tu (e non solo tu) trai. Tu stesso riconosci che “è fuori discussione che qualcuno difenda le teocrazie e gli assassini”, che ragionare con le categorie suddette “non significa sposare le tesi negazioniste di Ahmadinejhad o difendere le teocrazie”, che non è tua intenzione semplicemente “sposare l’Iran in quanto antiamericano e antimperialista”. Questo è chiaro. Del resto, sarebbe difficile per un comunista dimenticare che la Repubblica islamica dell’Iran ha massacrato, a partire dal 1981, migliaia di militanti della sinistra (anche comunista), ponendosi a tutela della proprietà privata, sopprimendo i sindacati, scatenando feroci repressioni contro i lavoratori, negando ai contadini anche l’ombra di una riforma agraria, instaurando un regime di terrore, opprimendo minoranze e sacramentando una delle legislazioni più reazionarie della storia planetaria in tema di diritti civili. Il rispetto delle differenze culturali e la relatività dei costumi non può evidentemente impedire di chiamare “fascista” un simile regime (di cui, fino a prova contraria, Ahmadinejad è ancora espressione); né può far dimenticare il fatto che la Rivoluzione d’Ottobre ha abituato noi comunisti ad usare il termine “rivoluzione” per significare un mutamento progressivo sul terreno dei rapporti sociali e, in generale, su quello dei diritti fondamentali della persona (è sempre utile ricordare che, ad esempio, nel 1918 si tenne il Primo Congresso delle donne lavoratrici russe dal quale nacque un organismo permanente per la promozione della partecipazione delle donne alla vita pubblica, per le iniziative sociali e la lotta all'analfabetismo: le donne ottennero il diritto di voto e di essere elette, il diritto all'istruzione, all'assistenza di maternità, a un salario eguale a quello degli uomini. Nel 1920 venne anche introdotto il divorzio e il diritto all’aborto). Pur se tu riconosci – implicitamente – tutto questo, tuttavia, per un verso, sembri escludere pregiudizialmente il fatto che possa sussistere un’opposizione legittima e di segno progressivo ad un tale regime e, per altro verso, affianchi a questa sottovalutazione un giudizio a mio parere semplificato e in definitiva sbagliato circa il ruolo dell’Iran nell’attuale contesto mediorientale.
In particolare, così come altre voci dell’anti-imperialismo militante, anche tu accosti l’attuale rivolta iraniana alle famigerate “rivoluzioni colorate” di matrice Cia, condotte secondo un’ormai ben sperimentato clichè di “esportazione della democrazia”. Su questo sito abbiamo a suo tempo dedicato al tema un’attenzione particolare, essendo immediatamente evidente il potenziale di disinformazione e di equivocità politica che tali “rivoluzioni” riversavano anche a sinistra, persino all’interno del nostro partito (cfr. ad esempio B. Steri, L’ “imperialismo democratico” al lavoro in Bielorussia, 25-3-2006). Ma ricondurre semplicemente la vicenda iraniana al suddetto contesto di “imperialismo soft” – contrapponendo l’ennesima “rivoluzione colorata” ad un regime supposto“oggettivamente antimperialista” – oltre a glissare sulla pesantezza della realtà interna dell’Iran, occulterebbe la vera portata del gioco condotto oggi dall’Iran sullo scacchiere mediorientale. Beninteso, non sarebbe affatto sorprendente che l’amm.ne statunitense appoggi il “riformista” Mousavi nel suo tentativo di delegittimazione istituzionale dell’attuale leadership iraniana: non ci facciamo alcuna illusione sulla personalità politica di questo outsider, già Primo ministro nonchè costruttore di stretti rapporti con la Cia ai tempi dell’affaire Iran/Contra (come documentano i rapporti del Pentagono). Si tratterebbe di una chiara e inammissibile ingerenza all’interno di quello che comunque resta “uno scontro tra i vertici della Repubblica iraniana, che vede contrapposti i poteri religiosi rappresentati da Khamenei e da Rafsanjani, uno scontro giocato tutto sulla pelle del popolo iraniano” (come recita l’appello firmato anche dal Prc).
In ogni caso, sul fronte interno, non può essere sopravvalutato il consenso “di classe” tributato ad Ahmadinejad, altra faccia della sottovalutazione di un persistente dissenso “di classe”: tanto più se accreditati sulla base di un sondaggio del ‘Washington Post’ condotto “per telefono da un Paese confinante, su un campione di 1.001 interviste su tutto l’Iran (…), da una società di sondaggi che collabora con ABC News e con la BBC, indagine finanziata dalla Rockefeller Brothers Fund” (!!!). Né, sul piano esterno, può essere sottaciuto il ruolo dell’espansionismo sciita iraniano: una volontà di potenza che non ha lesinato un criminale impegno – in compartecipazione con l’aggressione imperialista - nella distruzione dell’Iraq. Su questi punti non mi soffermo qui e rinvio al citato “Gli antimperialisti ecc”.
Sulla base di tali generali orientamenti, non è affatto strano che dei comunisti condividano con altri democratici e progressisti un appello che ha come richiesta fondamentale la cessazione della repressione e degli arresti e la liberazione dei prigionieri politici del regime teocratico iraniano.
Sperando di ritrovarti ancora con Rifondazione e con la lista comunista e anticapitalista.

Bruno Steri


26 giugno 2009

Marco Sferini : dalla parte del popolo iraniano

 

Ho avuto un interessante scambio di opinioni alcuni giorni fa con un giovane compagno, uno di quelli che mettono grande impegno nella quotidianità della lotta sociale e politica. Uno di quelli che alle due di notte è appunto capace di parlarti di Iran, sommosse popolari, imperialismo, teocrazia e libertà negate.
Riccardo tentava di convincermi, senza peraltro che io ne fossi convinto, che Moussavi non è un rivoluzionario e che sta anzi contrastando la giusta posizione internazionale iraniana: l’antimperialismo, l’antiamericanismo.
Tanta passione merita attenzione e, per questo, mi sono impegnato con lui in una partita di battute e controbattute via chat che si è prolungata per oltre venti minuti.
Ne è venuto fuori un quadro secondo cui io sarei stato una specie di radicale di sinistra e lui, invece, un comunista fedele ai principi del leninismo o giù di lì. Non so se Riccardo mi leggerà qui, ma voglio dirgli anzitutto che quella conversazione impersonale che abbiamo avuto mi ha fatto molto riflettere e, riguardo la questione iraniana, ho tratto le seguenti riflessioni…
Penso che i comunisti, e in particolare Rifondazione Comunista, debbano trovare sempre la direzione in cui volgersi sulla bussola dell’oggi proiettato velocissimamente nel domani. I fatti di Teheran sono caotici sia nelle espressioni di piazza che nel ritmo in cui si susseguono. Così come sono altrettanto veloci le fucilate che i Pasdaran riversano senza alcuna discriminazione e distinzione di sorta su chi meglio gli capiti a tiro. Nelle poche immagini che sono arrivate dalla capitale sciita, abbiamo potuto vedere una ragazza morire dopo essere stata centrata al petto da una di quelle fucilate. Il sangue si è sparso sul suo volto fino a coprirlo mentre intorno le si accalcava una folla che malediceva gli ayatollah, i Guardiani, i Pasdaran e ogni potere che in quel momento stava nelle strade a reprimere una giusta protesta. I comunisti devono sapere e dire che questa è la parte dalla quale stanno: quella di chi muore solo per aver reclamato il diritto di parola, di contraddizione, di contestazione.



Rosa Luxemburg per una vita ha detto e scritto che il comunismo è anzitutto libertà dal bisogno per i proletari, ma è anche una società in cui non può essere negato il dissenso che vuole migliorare quella stessa società, perché altrimenti altro non è che una sterile polemica.
Ecco, io credo che gli iraniani che a centinaia di migliaia sono scesi e ancora oggi scendono per le strade e nelle piazze della loro capitale non siano degli sciocchi servitori di un altro padrone, di un Moussavi che è stato anch’egli promotore di azioni tuttaltro che nobili.
C’è nella rivolta una richiesta di superamento della teocrazia di Khamenei e del suo dispotismo che lega le donne all’osservanza delle leggi coraniche e gli uomini alla rigida interpretazione del ruolo di maschi più che mariti, di sentinelle più che di fidanzati.
Ma c’è tutta una società che è difficile poter identificare con i confini del pensiero politico di Moussavi. La folla gli si raduna intorno perchè oggi è lui il simbolo della resistenza ad ogni costo al potere di Ahjmadinejad che è emanazione non delle elezioni, ma del consenso di Alì Khamenei e della sua potente corte teocratica.
Nel dare il nostro sostegno e la nostra simpatia alla grande protesta popolare non costruiamo nessun sillogismo che possa dire di attribuire questi sentimenti al candidato moderato alla presidenza dell’Iran.
La nostra storia ci insegna che laddove c’è un oppresso, ebbene lì stanno concentrate le nostre attenzioni e la nostra voglia di poter fare qualcosa di materialmente tangibile per prestargli aiuti, per dargli soccorso.
Ciò non significa, come mi replicava benevolmente polemico Riccardo, che all’improvviso diventiamo amici dell’imperialismo nel momento in cui contrastiamo un governo, un regime teocratico che, contro gli espansionismi economici e bellici americani, volge il suo interesse al petrolio di Hugo Chavez. E se Ahjmadinejad stringe la mano del presidente venezuelano, ciò non vuol dire che il primo sia diventato un socialista o che il secondo sia diventato un teocrate.
I semplificazionismi rischiano sempre di raffazzonare anche i perimetri delle vicende più palesi, meno articolate e semplici da individuare.
Per questo, a Riccardo e a quelle compagne e compagni che hanno avuto un brivido quando Rifondazione Comunista ha promosso una manifestazione davanti all’ambasciata di Teheran in Italia, dico che non siamo diventati dei radicali pannelliani, che siamo fermamente consapevoli della parte dove stare e da dove continuare a provare a lavorare per un mondo senza teocrazie, senza imperialismi e senza più i tanti bivi che ci vengono posti innanzi.


30 gennaio 2009

Adriano Ascoli : a Gaza non è genocidio ma guerra imperialista

 Mi permetto di dissentire su certi paragoni molto in voga in questi giorni, semplificazioni secondo cui Israele è uguale al nazismo. Non perché voglia scusare in alcun modo i crimini di guerra e la guerra terroristica condotta dalle forze militari israeliane e dai loro comandi politico-militari contro una intera popolazione rinchiusa dentro un gigantesco ghetto, ma perché il paragone mi pare totalmente inadeguato. A meno di non voler equiparare al nazismo pure le altre guerre imperialiste condotte in questi anni nel mondo ed alle quali ha partecipato in modo significaivo pure il nostro paese.



Vorrei ricordare il totale silenzio per la carneficiana di civili colpiti in una sola notte, la scorsa estate, dalle forze georgiane alleate dell'occidente (e sostenute dall'apparato militare e satellitare Usa e israeliano) contro la popolazione osseta (duemila morti in una sola notte, e non una sola parola di condanna qui da noi, se non per la comprensibile reazione russa); vorrei ricordare la guerra di aggressione in Jugoslavia nel 1999 di cui il nostro paese fu tra i principali responsabili, senza che allora si levasse una opposizione di massa significativa, e anzi con la propaganda della missione arcobaleno e della guerra umanitaria vi fu un forte sostegno di massa. La guerra del '99 è culminata con l'occupazione militare del Kosovo, dove continuano a stazionare le nostre forze occupanti e dove centinaia di migliaia di persone sono in fuga da anni. Quelli sono i nostri territori occupati, ma spesso ce lo dimentichiamo pure noi. E potremmo andare avanti con gli esempi: Iraq, Afghanistan e via di seguito. Dunque: siamo nazisti pure noi?
Vorrei ricordare che in un quadro di grande debolezza e di isolamento c'è chi nel popolo di Israele rifuta di partecipare a quella guerra, sfidando le leggi e la disciplina militare di quello Stato, cosa mai successa qui da noi, Ricordo infine la posizione espessa dal Partito Comunista di Israele che chiede una mobilitazione all'estero e plaude al ritiro dell'ambasciatore venezuelano operato da Chavez, come un esempio da seguire per isolare politicamente e diplomaticamente la guerra di Israele contro la popolazione palestinese (ma i giornali italiani e pure le aree critiche spesso non si accorgono di queste posizioni).
Si potrà sostenere che in Israele le posizioni critiche sono esigue, marginali, che alle elezioni vincono le componenti più scioviniste... vorrei ricordare che ci governa Berlusconi, che il centro sinistra operò una politica non meno imperialista e guerrafondaia e fu artefice della prima guerra di aggressione condotta dal nostro Paese contro un Paese vicino. In fondo sulla politica estera e militare la posizione del centro sinistra pare distinta, in parte, solo riguardo al Medio Oriente (vedi interposizione in Libano, vedi posizione di D'Alema), dove forse sono in ballo interessi nazionali diversificati. Tra questi l'ipotesi, che sarebbe da approfondire, della presenza di importanti riserve di gas nel mare di Gaza, cosa che potrebbe gettare una luce differente pure sugli eventi di questi giorni, sulla deriva degli ultimi anni e sul risultato di tutto questo per la causa palestinese e della pace tra i popoli della regione. Una guerra insomma che si rivelerebbe ben più fedele alla classica guerra imperialista e di conquista che non ad altri aspetti peculiari del repertorio ideologico sionista, o del suo strumentale e speculare utilizzo.
Penso che nei prossimi mesi ci sarà molto da riflettere su quanto sta avvenendo, e sulle prospettive possibili per il futuro.


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