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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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16 giugno 2009

Emiliano Brancaccio : Draghi ci metta una pietra sopra

 

«La fiducia non si ricostruisce con la falsa speranza». Il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi chiude le sue Considerazioni annuali con una implicita stoccata a Berlusconi e alla sua allegra brigata di ottimisti, ancora convinti che da questa crisi si possa uscire a botta di sorrisi e di pacche sulle spalle. I dati riportati da Bankitalia del resto parlano chiaro: la recessione non ha ancora pienamente dispiegato i suoi effetti distruttivi, ed è già pesantissima. In Italia il crollo del reddito previsto per il 2009 ha ormai raggiunto i cinque punti percentuali e Draghi ammette che ben presto la disoccupazione «potrebbe salire oltre il 10 percento». Un dato inquietante, considerato che 1,6 milioni di lavoratori dipendenti e parasubordinati non hanno diritto ad alcun sostegno in caso di licenziamento e che quasi un milione di dipendenti risulta coperto da una indennità inferiore ai 500 euro mensili. La relazione degli uffici tecnici di Palazzo Koch oltretutto mette in luce che il tracollo non è uguale per tutti: la precipitazione dei consumi alimentari segnala in modo evidente «il brusco impatto della crisi sulle famiglie a basso reddito». Il che la dice lunga sulla credibilità di quei giornalisti e commentatori che volutamente adoperano un linguaggio indistinto, e parlano genericamente di "famiglie italiane colpite dalla recessione". Bisognerebbe più spesso puntare l'indice contro questo linguaggio, ogni giorno sempre più fuorviante e in malafede.
Riguardo al futuro, a denti forse un po' stretti, Draghi si trova obbligato a frenare gli entusiasmi di chi già intravedeva una luce in fondo al tunnel: «I recenti segnali di un affievolimento della fase più acuta della recessione provengono dai mercati finanziari e dai sondaggi d'opinione, più che dalle statistiche finora disponibili sull'economia reale». E si sa bene quanto i sondaggi e le stesse quotazioni dei mercati possano distorcere la realtà, specialmente in una fase turbolenta come quella attuale. Per questi motivi, sembra difficile considerare l'annunciata ripresa nel 2010 alla stregua di una solida previsione fondata su elementi concreti. Piuttosto, bisognerebbe valutarla per quello che è: poco più di un flebile auspicio.



Dalle Considerazioni annuali del governatore della Banca d'Italia scaturisce dunque una cruda esposizione dei fatti, che costringe a prendere atto della durissima realtà di questa crisi.
Tuttavia la fredda analisi dei dati non sembra accompagnata da riflessioni altrettanto convincenti nel momento in cui Draghi passa ad esaminare le cause della recessione e le misure per fronteggiarla.
Sulle cause, il governatore si attarda sulla interpretazione finora dominante della crisi, considerata come il banale riflesso di una carenza di regolamentazione presso i principali centri della finanza mondiale. Sui rimedi, Draghi sostiene senza indugio le massicce iniezioni di denaro pubblico a sostegno dei capitali privati, ed anzi invita le autorità ad andare oltre, per esempio diffondendo garanzie pubbliche sui prestiti a rischio o autorizzando la sospensione dell'obbligo di versare all'Inps le quote di Tfr. Quando poi si tratta di pagare il conto per arginare la conseguente espansione del debito pubblico, il governatore concede un breve acuto sulla lotta all'evasione ma poi torna a fischiettare gli antichi motivetti liberisti: innalzamento dell'età pensionabile, riduzione della spesa pubblica corrente, riduzione di fatto dei trasferimenti al Sud, liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Eppure, se riconoscesse che al fondo delle cose questa può ben definirsi la crisi di un mondo di bassi salari (diretti e indiretti), il governatore dovrebbe conseguentemente ammettere che le sue ricette accentuano le disuguaglianze sociali, e quindi rischiano di aggravare anziché attenuare la caduta in corso del reddito e dell'occupazione.
L'ostinazione di Draghi ha un che di affascinante e di grottesco, al tempo stesso. Egli non sembra ancora disposto a riconoscere il fallimento delle soluzioni liberiste propugnate in questi anni, ed anzi pare in alcuni momenti cimentarsi in vere e proprie arrampicate sugli specchi pur di difenderle. Ad esempio il governatore lancia l'allarme sul crollo dei rendimenti dei fondi pensione aperti e negoziali, che sta sollevando forti dubbi sulla loro effettiva sostenibilità. Subito dopo, però, il capo di palazzo Koch sostiene l'esigenza di preservare il pilastro previdenziale fondato sulla capitalizzazione ed invoca la diffusione di nuovi prodotti finanziari che riducano la rischiosità degli investimenti man mano che ci si avvicini al pensionamento. Una nuova finanza creativa che venga in soccorso alla vecchia? Forse il governatore farebbe meglio a rassegnarsi e a metterci una pietra sopra.


8 aprile 2009

Victor Castaldi : liberati i manager, riprendono le trattative

 

Abbiamo vinto? Non saprei, mi sembra presto per dirlo, ma certo abbiamo segnato un punto a nostro favore». Benoit Nicolas, delegato sindacale Cgt della Caterpillar di Grenoble non nasconde il proprio ottimismo, ma ci tiene anche a restare con i piedi per terra, sa bene che il conflitto sarà ancora molto lungo e difficile. Quando lo raggiungiamo al telefono le agenzie hanno battuto da poco la notizia che i quattro manager “trattenuti” per ventiquattr’ore dagli operai sono di nuovo liberi: hanno passato la notte sulla moquette di un ufficio della direzione e al mattino sono stati svegliati dai lavoratori con croissant caldi e caffè e la notizia che la trattativa era stata sbloccata.
«Abbiamo ottenuto molti impegni dai vertici europei e americani del gruppo - spiega ancora Nicolas - ora dovremo verificare che vengano rispettati. Ci hanno promesso che i lavoratori perderanno una minima parte del salario con la cassa integrazione e che non ci sarà nessun
licenziamento. Per questo abbiamo deciso di sospendere l’occupazione degli uffici e abbiamo ripreso a trattare». E i quattro dirigenti bloccati dagli operai sono potuti tornare a casa.
Si è concluso così il terzo “sequestro” del genere avvenuto in Francia nelle ultime settimane, dopo quelli dei dirigenti di Sony France e dell’azienda 3M. Ieri, a fare le spese del duro clima sociale che si respira da alcuni mesi in Francia era stato il patron del gruppo del lusso Ppr, Francois Henri Pinault, bloccato per un’ora in un taxi, a Parigi, da una cinquantina di dipendenti in stato di agitazione contro la prospettiva del licenziamento. «Non sappiamo ancora se torneremo a occupare l’azienda - ci racconta ancora al telefono il delegato della Cgt, la maggiore confederazione sindacale del paese - ora serviva mettersi attorno a un tavolo e lo abbiamo fatto». L’azienda di Grenoble, leader mondiale delle macchine per cantieri, sta infatti discutendo da tempo di un piano di ristrutturazione che prevede 733 licenziamenti su un totale di 2.800 lavoratori presenti oggi nello stabilimento di Grenoble. Tra i segnali che hanno contribuito a sbloccare la situazione della  Caterpillar c’è stato probabilmente anche quello lanciato dal Presidente della Repubblica Nicolas Sarkzoy che, in partenza per il vertice del G20 di Londra, si era detto deciso, in un’intervista radiofonica, a «salvare lo stabilimento e difendere i posti di lavoro». La crisi della Caterpillar, aveva però aggiunto il Presidente, è globale e arriva a seguito della caduta di domanda di costruzioni - solo in Usa in diminuzione dell’80% -. Così l’azienda ha annunciato già a gennaio la soppressione di 22mila posti di lavoro, tra cui i 733 di Grenoble, su un totale di 113mila dipendenti in tutto il mondo. Le parole di Sarko avevano conosciuto subito anche un piccolo pendant politico, visto che al leader del centrodestra transalpino aveva replicato l’ex candidata socialista all’Eliseo Segolene Royal che aveva replicato con tono sarcastico: «Con me all’Eliseo Caterpillar e altre aziende che rischiano la chiusura sarebbero salve».



Per il momento il peggio sembra essere stato evitato, ma il confronto tra i rappresentanti dei lavoratori e la direzione della Caterpillar France resta serrato. I negoziati sul piano di ristrutturazione sono ripresi già ieri - terminato il blocco della fabbrica - alla presenza
di dirigenti europei e statunitensi del gruppo, oltre ai quattro ex “sequestrati” e dei rappresentanti del Ministero del lavoro francese. Secondo la stampa economica d’oltralpe le trattative non riusciranno probabilmente a salvare tutti i posti di lavoro minacciati di soppressione, ma potranno offrire migliori condizioni economiche ai lavoratori destinati ad andare via. Di altro avviso, naturalmente, il sindacato. «La direzione ha accettato anche di pagarci i tre giorni di sciopero, è un fatto storico - ci dice Benoit Nicolas - Sarkozy ha detto che garantisce lui per l’azienda e i nostri posti di lavoro. Per il momento stiamo a quello che ha dichiarato. C’è un calendario per la trattativa, gli incontri sono già cominciati, non dobbiamo essere pessimisti. Anche perché noi siamo pronti a riprendere la nostra lotta in forme anche più dure. Il nostro obiettivo è sempre stato chiaro: licenziamenti zero».


8 aprile 2009

Anna Maria Merlo, assalto al miliardario

 

L'ultimo in ordine di «sequestro» è anche il più illustre. François-Henri Pinault, presidente del gruppo Ppr e collezionista d'arte, proprietario di Palazzo Grassi a Venezia, è stato bloccato ieri pomeriggio per un'ora in un taxi in rue de Javel a Parigi (XV arrondissement), da un centinaio di dipendenti della Fnac e di Conforama, che protestano per un piano di ristrutturazione delle due società che prevede il licenziamento di 1200 persone: «Pinault, restituiscici i nostri posti di lavoro», hanno scandito i dipendenti, che hanno circondato il taxi, dove Pinault era salito dopo un consiglio di amministrazione. La polizia è intervenuta. Ma già nella mattinata gli operai della fabbrica Caterpillar di Grenoble avevano sequestrato cinque dirigenti, tra cui il direttore Nicolas Polutnick, con lo scopo di ottenere migliori condizioni di licenziamento. La Caterpillar, che ha due fabbriche nella regione di Grenoble, ha previsto di licenziare 733 persone sulle 2500 che impiega in Francia (il programma di ristrutturazione della multinazionale che produce macchinari per i cantieri è di 24mila licenziamenti nel mondo, dopo un crollo delle ordinazioni del 55%). 




«Non li lasceremo andare», ha affermato Benoît Nicolas, della Cgt. «Abbiamo proposto di passare a 32 ore, ma la direzione non ne ha voluto sapere - ha aggiunto il sindacalista - abbiamo delle proposte per limitare l'impatto dei licenziamenti», mentre da settembre gli operai di Grenoble sono in cassa integrazione 3 settimane su 4. Gli operai chiedono delle indennità di licenziamento pari a 3 mesi di salario per anno di anzianità e un minimo di 30mila euro, mentre la Caterpillar non intende oltrepassare 0,6 mesi di salario per anno e 10mila euro come minimo. Nel tardo pomeriggio un dirigente è stato liberato, mentre la polizia era pronta a intervenire. Nicolas Polutnick, che ha potuto incontrare dei politici locali, resta sulle sue posizioni: «Bisogna assolutamente che facciamo attenzione agli interessi dell'impresa - ha ribadito - per non dover essere obbligati a gestire non solo la perdita di 733 posti di lavoro, ma la totalità».
È la quarta volta in poche settimane che dei dirigenti vengono sequestrati in Francia dagli operai spinti alla disperazione dai piani di licenziamento. Era successo a metà marzo alla Sony di Pontonx-sur-l'Adour, nelle Landes, poi alla 3M di Pithiviers il 26 marzo. Ma al di là di questi episodi, la radicalizzazione dei conflitti sociali sta diventando moneta corrente in un paesaggio di desolazione sociale. Ieri, i rappresentanti del consiglio di fabbrica della Continental di Clairoix, in Piccardia, che è destinata alla chiusura il prossimo anno - 1120 persone resteranno senza lavoro - hanno lasciato la riunione con i dirigenti dopo dieci minuti: era stata organizzata a centinaia di chilometri dal sito della fabbrica, in un albergo a due stelle vicino all'aeroporto di Nizza, per evitare le manifestazioni. Una sentenza ieri ha sospeso la chiusura, chiedendo chiarimenti alla direzione tedesca. Nicolas Sarkozy è stato fortemente contestato nella visita a Châtellerault (Vienne), dove ha parlato delle «misure prese per far fronte alla crisi»: ma il presidente non si è accorto di nulla, perché un migliaio di agenti di polizia avevano bloccato la città, per contenere e mantenere a distanza la manifestazione di protesta, a cui hanno partecipato anche numerosi studenti, in una regione molto colpita dalla crisi. Ci sono stati nove fermi. A Gandrange, in Mosella - altra regione disastrata dalla crisi industriale - dove un anno fa Sarkozy aveva promesso un intervento per evitare la chiusura dell'acciaieria (aveva persino promesso di venire in vacanza con Carla), gli operai della Arcelor-Mittal hanno manifestato tristemente: la fabbrica ha chiuso ieri definitivamente, dopo aver licenziato i 575 operai.
L'esasperazione cresce, alimentata dalle notizie giornaliere su bonus, paracadute d'oro e stock option che finiscono nelle tasche dei manager: ieri, la polemica ha riguardato la "pensione" di Daniel Bouton, ex presidente della banca Société Générale (quella dello scandalo del trader Kerviel), che avrebbe un comodo emolumento di un milione di euro l'anno per gli anni della vecchiaia. Il governo ha anche varato un decreto per limitare i bonus, ma la moderazione riguarda solo le sei banche che hanno ricevuto aiuti dallo stato e le due case automobilistiche (Peugeot e Renault) e ha come limite temporale la fine del 2010. Ieri è scoppiato uno scandalo di evasione fiscale per Adidas, Michelin e Edf, con soldi in Lichtenstein. L'esasperazione cresce perché i cittadini hanno la sensazione che «la crisi non sia condivisa da tutti», spiega a Le Monde Jean-Michel Denis, del centro studi sul lavoro. I lavoratori sentono che «non hanno nulla da perdere e nulla da guadagnare», analizza un sindacalista per spiegare reazioni estreme come i sequestri dei dirigenti. «Una pratica detestabile, testimone dall'esasperazione dei lavoratori e segnale dell'assenza di dialogo sociale», secondo Patrick Devedjian, l'inesistente ministro del Rilancio.


8 aprile 2009

Emilano Brancaccio : lavoratori in campo ma la politica latita

 A  Parigi cento operai a rischio di licenziamento bloccano l’auto del patron del gruppo PPR, blasonato leader dell’industria del lusso. A Grenoble, i lavoratori della Caterpillar trattengono i manager negli uffici dell’azienda, per costringerli alla riapertura delle trattative contro il licenziamento di oltre 700 dipendenti. A Pithiviers, pochi giorni prima, la stessa sorte era capitata al direttore della filiale francese di una nota azienda farmaceutica americana. La “caccia al manager” che imperversa in Francia ha suscitato scandalo e imbarazzo presso i grandi media, ma la verità è che si tratta di una buona notizia. E’ il segnale che sui luoghi di lavoro inizia a maturare una consapevolezza: senza mobilitazione, senza lotta, i lavoratori saranno vittime predestinate della crisi di un sistema che dopo averli lungamente spremuti ora intende farli fuori senza tante cerimonie.  




Altro che scandalo, dunque. Piuttosto, occorre augurarsi che anche in Italia e nel resto d’Europa i lavoratori trovino la forza necessaria per opporsi, azienda per azienda, a un’ondata di licenziamenti che si annuncia pesantissima, e la cui velocità di propagazione sta oltrepassando persino quella del famigerato 1929. Al tempo stesso, però, bisogna comprendere che le mobilitazioni sui luoghi di lavoro, oggi più che mai necessarie, sono insufficienti per indicare una via d’uscita dalla crisi che realmente tuteli gli interessi della classe lavoratrice. In questa fase, infatti, i lavoratori in mobilitazione agiscono sulla base della paura, della disperazione e dell’istinto naturale alla difesa dell’occupazione. La loro azione a presidio delle unità produttive a rischio è impetuosa, e spesso efficace. I lavoratori tuttavia avvertono una debolezza nelle loro iniziative che deriva dal fatto che essi agiscono in assenza di riferimenti politici, un’assenza che a lungo andare potrebbe minare la forza delle loro rivendicazioni. La sensazione, in proposito, è che vi sia un clamoroso ritardo nella percezione della enormità della crisi da parte delle rappresentanze storiche del lavoro, sul versante sia sindacale che politico. In Italia, per citare un esempio, si è gridato a una fantomatica svolta “a sinistra” da parte del Partito democratico dopo che il neo-eletto segretario si è azzardato a proporre una imposta una tantum sui contribuenti più ricchi al fine di ricavare cinquecento milioni di euro da destinare ai soggetti maggiormente colpiti dalla crisi. La proposta è oggi in bella mostra lungo le strade del paese, su cartelli formato gigante che farebbero ombra ai celebri manifesti delle campagne berlusconiane. Ma chi si affretta oggi a lodare questo presunto “nuovo corso” del PD è a conoscenza del fatto che cinquecento milioni rappresentano appena lo zero virgola tre per mille del reddito nazionale? Una somma persino difficile da pronunciare, la cui ridicolaggine solleva dubbi non sulla buona fede, ma sullo stesso senno dei fautori dell’iniziativa.
Il PD italiano non è il solo partito imbambolato di fronte al tracollo sistemico in atto. Tutte le forze del socialismo europeo si mostrano incapaci di reagire all’emergenza storica che si para di fronte ad esse, e che contraddice totalmente il fideismo liberista al quale si erano pressoché all’unisono votate. Le destre approfittano della paralisi socialista gettando fumo negli occhi dei lavoratori: un giorno mettendo gli impotenti prefetti a far finta di vigilare sulle erogazioni delle banche foraggiate, un altro lamentandosi dell’immoralità degli speculatori finanziari, e sempre puntando a dividere la classe lavoratrice, privati contro pubblici, precari contro protetti e soprattutto nativi contro immigrati. In una fase decisiva per il corso futuro degli eventi, insomma, ci troviamo al cospetto di un immane vuoto politico, che rischia di vanificare le sacrosante azioni rivendicative dei lavoratori che ogni giorno riempiono le cronache dei territori colpiti dalla crisi. Per sostenere queste mobilitazioni occorre allora un cambio di mentalità politica. Occorre cioè che si interpreti la crisi non come il frutto di una diffusa immoralità finanziaria, ma come l’esito di un sistema contraddittorio, che espande enormemente la capacità produttiva dei lavoratori ma al tempo stesso controlla rigidamente la loro capacità di spesa. Si tratta di un sistema giunto al capolinea, la cui agonia distruttiva non potrà certo esser mitigata dai pannicelli caldi dei democratici nostrani o dalle improbabili quadre del G20, già fallito ancor prima di iniziare.


30 marzo 2009

Giuseppe Travaglini : le cause della crisi nell'economia reale

 

Nel dibattito sull’attuale situazione economica internazionale ci si interroga spesso sulle cause prime della recessione. Elementi di natura finanziaria e reale si intrecciano, difatti, così fittamente da rendere difficoltoso il tentativo di dipanare e ordinare i fattori economici e istituzionali che alimentano il domino della crisi mondiale.
Tanto che la difficoltà di sciogliere il nodo della relazione tra crisi finanziaria e reale si è manifestata in un iniziale immobilismo e nella successiva indecisione dei governi di scegliere il capo della corda da cui risalire la crisi, come se vi fosse il dubbio sulle cause alla base della recessione, siano esse di natura finanziaria piuttosto che reale. In questa prospettiva, oggi è divenuto più chiaro che, al di là del disordinato e spesso truffaldino operare dei mercati finanziari dell’ultimo decennio, alcune responsabilità nel manifestarsi della crisi sono di natura reale e riconducibili essenzialmente a due fenomeni: (1) il crescente squilibrio tra i disavanzi del conto corrente delle bilance dei pagamenti, che lega i paesi economicamente avanzati a quelli di nuova industrializzazione o produttori di petrolio; (2) il mutamento della distribuzione del reddito a scapito del lavoro, che ha agito da detonatore dei processi di indebitamento.
Guardiamo più da vicino a cosa è accaduto nelle maggiori economie mondiali tra il 1996 ed il 2008. Negli Stati Uniti il deficit commerciale è cresciuto enormemente fino a raggiungere la soglia del 4.5% del Pil. Una dinamica simile si è registrata nelle principali economie europee ed extra europee, ad eccezione della Germania. A livello mondiale il valore aggregato dei deficit deve essere esattamente compensato dagli avanzi commerciali dei restanti paesi. Così non sorprende che all’emergere di questo disavanzo commerciale abbia fatto da contraltare l’avanzo dei paesi esportatori di petrolio e di nuova industrializzazione come la Cina e l’India. E’ invece sorprendente il fatto che il risparmio si sia generato nelle economie emergenti in misura tale da far parlare il governatore della Fed Ben Bernanke di un vero e proprio Saving Glut (eccesso di risparmio).
Qual è stata la conseguenza di questa offerta di risparmio per i flussi internazionali di capitale? La contabilità nazionale insegna che il saldo delle partite correnti è necessariamente identico alla differenza tra il risparmio e gli investimenti nazionali. Ad ogni deficit commerciale corrisponde quindi un eccesso d’investimento sul risparmio nazionale. Così, il crescente risparmio dei paesi emergenti è entrato nel circuito internazionale finanziando l’investimento dei paesi industriali con disavanzo commerciale, che sono divenuti contemporaneamente importatori netti di merci e di risparmio. Questo fenomeno ha avuto una dimensione non paragonabile a quella dei decenni precedenti, anche facilitato dalla liberalizzazione dei movimenti di capitale a livello internazionale. La conseguenza è stata l’accumulo di un debito netto notevole verso l’estero nelle economie avanzate, e la formazione di un eccesso di risparmio globale associato a bassi tassi di interesse di lungo periodo. Così negli ultimi quindici anni è diminuito il risparmio nazionale nei paesi economicamente avanzati, con una conseguente esposizione in termini di indebitamento verso il resto del mondo.
Il disequilibrio esterno delle partite correnti si è riflesso in un corrispondente squilibrio finanziario interno. Se, per esempio, guardiamo all’Italia, la controparte del disavanzo commerciale è stata il deficit pubblico a cui si è affiancato quello crescente delle imprese. Le famiglie italiane invece detengono ancora oggi ricchezza netta, anche se in diminuzione rispetto agli anni precedenti. Nell’ultimo decennio infatti la caratteristica più saliente è stata una dinamica dei consumi delle famiglie superiore a quella del reddito disponibile, che è progredito con grande lentezza, sicché il risparmio si è costantemente ridotto. La diminuzione della quota del risparmio è stata inoltre accompagnata dal crescente indebitamento per sostenere i consumi.
Per riassumere. Sovrabbondanza di risparmio nei paesi emergenti, e sua asimmetrica distribuzione a livello mondiale, diminuzione della propensione al risparmio nelle economie industrializzate, e crescente indebitamento strutturale delle stesse hanno caratterizzato il quindicennio appena trascorso. Oggi, il superamento della crisi, oltre alla ridefinizione di “regole” internazionali, richiede il riequilibrio dei bilanci (pubblici e privati) con leva finanziaria è elevata. Tuttavia, la riduzione dell’indebitamento nasconde un paradosso. Essa implica un riequilibrio tra risparmio e consumi che nel breve periodo può aggravare la recessione perché un risparmio crescente contribuisce a deprimere il consumo e gli investimenti, avvilendo ulteriormente la produzione e l’occupazione. L’apparente assurdità di voler superare la crisi sostenendo i consumi risiede nel timore di cadere nel “paradosso della parsimonia” secondo cui un aumento del risparmio nel breve periodo può portare ad una minore crescita della produzione.




A questo fenomeno se ne aggiunge un secondo. Il consumo non dipende solamente dal reddito corrente, ma anche dalla ricchezza e dalle aspettative sul reddito futuro. La prima è in contrazione per la caduta dei valori di borsa e di quelli immobiliari, e tende perciò a deprimere il consumo. La seconda riguarda le aspettative sui redditi presenti e futuri sull’arco di una vita. Qualunque cambiamento che riduce in maniera permanente i redditi attesi futuri ha l’effetto di abbassare la domanda aggregata corrente. Inoltre, poiché anche l’investimento delle imprese dipende dai profitti attesi, se esse anticipano una recessione prolungata dei consumi si riduce l’accumulazione, con addizionali effetti negativi su produzione e occupazione. Oggi, la domanda aggregata non può essere alimentata da indebitamento aggiuntivo. D’altra parte, la formazione di nuovo risparmio privato avrebbe effetti recessivi nel breve periodo. I consumi devono perciò essere sostenuti dalla crescita del reddito disponibile, che nelle attuali condizioni economiche può derivare da uno spostamento della distribuzione del reddito a favore del lavoro.
Per affrontare quest’ultimo punto, è bene partire dall’osservazione che negli ultimi quindici anni si è registrato a livello mondiale uno spostamento della distribuzione dai redditi dal lavoro ai profitti. Se misuriamo la quota del prodotto nazionale che va ai redditi da lavoro si osserva un evidente declino dagli inizi degli anni Novanta ad oggi in tutte le economie avanzate. In Italia lo spostamento negli ultimi dieci anni è stato particolarmente evidente (8 punti di Pil pari a circa 120 miliardi dalle retribuzioni ai profitti), ma è comune a tutti i paesi dell’Europa a 27. Gli Stati Uniti, il Giappone, l’Australia e il Canada sperimentano un’evoluzione simile; in Francia e nel Regno Unito la distribuzione si è mantenuta inizialmente stabile, per cambiare a svantaggio del lavoro negli ultimi anni. Naturalmente, la riduzione della quota dei redditi da lavoro sul prodotto nazionale implica l’aumento corrispondente della quota del reddito nazionale a favore dei profitti.
L’aspetto controverso di questo mutamento è che esso è avvenuto in un’epoca in cui i tassi di attività e di occupazione sono tornati a crescere dopo il decennio Ottanta di diffusa disoccupazione. In Italia il tasso di occupazione è cresciuto a ritmi sostenuti. Tra il 1995 e il 2008 si sono creati tre milioni e mezzo di posti di lavoro. La crescita dell’occupazione è conseguenza diretta della moderazione salariale e delle riforme del mercato del lavoro varate a livello comunitario e nazionale che hanno accresciuto la flessibilità del rapporto lavorativo. Oggi in Italia sono più che raddoppiate le posizioni temporanee: alla fine del 2008 l’insieme dei lavoratori a termine, interinali e a progetto sfiorava i tre milioni. E poiché per circa il 90 per cento di questi lavoratori il contratto è temporaneo con scadenza entro un anno, essi sono esposti ad un rischio particolare in quanto la loro posizione lavorativa ha natura prociclica.
Il successo delle riforme del mercato del non è stato dunque completo. Infatti, l’aumento dei livelli occupazionali è avvenuto attraverso l’utilizzo di forme contrattuali transitorie, ed a questi nuovi posti di lavoro non è corrisposto il parallelo sviluppo della produttività e delle retribuzioni. Questo fatto è comune a tutte le economie avanzate, ma è particolarmente evidente in quelle europee. Vale la pena di rilevare che questo risultato dipende in maniera determinante dal modo in cui la flessibilità del mercato del lavoro è stata interpretata delle imprese ai fini dell’accumulazione di capitale e del progresso tecnologico. La scomposizione della produttività del lavoro nelle sue due componenti legate al progresso tecnico e all’accumulazione per occupato testimonia che questo rallentamento è dovuto al minore contributo del capitale per lavoratore e alla frenata del progresso tecnologico. In altri termini, la crescita della produzione è stata in gran parte trainata da quella occupazionale piuttosto che dall’accumulazione e dalla tecnologia.
Se ne può dedurre qualcosa circa le conseguenze della maggiore flessibilità e della globalizzazione del mercato del lavoro sulla crescita e sulla distribuzione del reddito? E’ sovente sostenuto che ad una maggiore flessibilità del lavoro corrisponda un’occupazione più produttiva che consente alle imprese di allocare in maniera efficiente il lavoro attraverso l’innovazione del capitale e delle tecnologie. I fatti appena ricordati ci dicono però che le cose sono andate in maniera diversa. Essi suggeriscono che la maggiore occupazione è stata indirizzata verso produzioni ad alta intensità di lavoro, a cui è corrisposta una bassa produttività e un minore progresso tecnologico. In altre parole, l’accumulazione di capitale è stata prevalente nei settori tradizionali con ridotto valore aggiunto, bassa produttività e scarsa competitività internazionale.
Insomma, la deregolamentazione del mercato del lavoro, unita alla rimozione di barriere al libero movimento internazionale dei capitali, e al mutamento tecnologico ha finito per schiacciare i redditi da lavoro nei paesi avanzati. La competizione internazionale tra aree economiche è avvenuta sul costo del lavoro, e la mobilità dei capitali e dei flussi finanziari ha richiesto una forte moderazione salariale nei paesi economicamente avanzati per trattenere le attività produttive al suo interno. Oltre ciò, la riduzione del prezzo relativo tra lavoro e capitale ha trattenuto le imprese nei settori produttivi ad alta intensità di lavoro. L’effetto ultimo è stato quello di ridurre le capacità di crescita potenziale dell’economia con riflessi negativi sul prodotto procapite, sulla produttività e sulle retribuzioni. Ne è seguito il cambiamento della distribuzione del reddito a danno del lavoro, e, un crescente indebitamento interno delle economie avanzate che è andato di pari passo con il maggiore indebitamento esterno per sostenere la domanda aggregata.
A quale conclusione arriviamo? Dai primi anni Novanta la deregolamentazione dei mercati del capitale e del lavoro ha diminuito il potere di mercato dei lavoratori con l’effetto di abbassare il loro “salario di riserva”. L’occupazione è cresciuta, mentre rallentava la dinamica delle retribuzioni. Il contributo dei redditi da lavoro alla crescita dei consumi è stato modesto, e accompagnato dal crescente indebitamento. Ma i mali non vengono mai da soli, e la ricomposizione dell’occupazione verso i settori produttivi con ridotto valore aggiunto, ha avvilito la produttività e l’accumulazione con una conseguente riduzione del rapporto capitale-lavoro, pur accrescendo la quota dei profitti. Oggi, le decisioni di spesa incorporano le attese pessimistiche circa gli andamenti futuri dei redditi. La recessione in corso e gli alti livelli di indebitamento lasciano dubitare sulla possibilità di rilanciare a breve la crescita.
La crisi attuale ha dunque radici reali e finanziarie. Su quelle finanziarie si è già scritto molto. Sulle cause reali la riflessione è ancora in corso. Qui abbiamo indicato una possibile interpretazione. La crescita degli anni Novanta è stata realizzata nelle economie avanzate importando risorse reali e finanziarie dall’estero; è stata accompagnata dallo spostamento nella distribuzione del reddito; è stata sostenuta dalla deregolamentazione del mercato internazionale dei capitali e del lavoro; è stata “gonfiata” dall’indebitamento; infine, è stata spazzata via dallo scoppio della bolla finanziaria che ha reso instabile il sistema economico mondiale.
Guardiamo ancora ai fenomeni reali. Da una parte ci sono i paesi emergenti con avanzo commerciale e risparmio netto positivo. E’ auspicabile (anche se poco credibile) un riequilibrio esterno attraverso l’impiego delle risorse reali e finanziarie a loro disposizione che rientrano nel circuito degli scambi internazionali. La domanda così finanziata potrebbe contribuire al riequilibrio dei Global Imbalances riducendo l’indebitamento nelle economie avanzate in un contesto di domanda aggregata espansiva. La maggiore richiesta di merci dall’estero avrebbe l’effetto di sostenere la domanda nelle economie avanzate, dando fiato alla produzione e agli investimenti e riequilibrando i saldi finanziari esteri.
Alcune difficoltà naturalmente permangono. Per esempio, nel regime monetario dell’euro i meccanismi di riequilibrio sono complicati. Oggi i paesi aderenti alla moneta unica registrano un deficit nelle partite correnti, tranne la Germania; ma il saldo consolidato di tutti questi paesi è positivo. Così mentre il deprezzamento del tasso di cambio sarebbe la naturale conseguenza dei deficit, con vantaggio per le merci europee che diventerebbero relativamente meno costose rispetto a quelle estere a parità di prezzi, si assiste ad un apprezzamento della valuta europea con crescenti difficoltà per le iniziative commerciali e la competitività dei paesi come l’Italia.
Ovviamente, il processo di riequilibrio esterno richiede anche un riequilibrio interno del reddito nazionale a favore del lavoro. Tuttavia, in un sistema economico aperto agli scambi internazionali non circolano solo le merci, ma anche i fattori produttivi. E anche se uno di questi ha una mobilità relativamente bassa vi sarà la tendenza ad omogeneizzare la sua retribuzione a livello mondiale. E’ questo il caso del costo del lavoro che risente direttamente della globalizzazione del mercato del lavoro, e indirettamente della crescente mobilità dei capitali. Così, il riequilibrio nella distribuzione del reddito a favore del lavoro richiede un nuovo “patto sociale” che non può limitarsi alle singole economie, ma che deve essere disegnato a livello internazionale con un coordinamento delle politiche dei redditi, pena il fallimento di ogni tentativo.


24 ottobre 2008

Francesco Piccioni : il rapporto OCSE sulla distribuzione del reddito

 

Le statistiche sono fredde come armi da taglio, a volte. Il rapporto dell'Ocse lo è fin dal titolo: Growing unequal? (crescere diseguali?). E fotografa una tendenza ultraventennale in atto nei trenta paesi più industrializzati: l'aumento delle disegualianze di reddito tra le fasce più ricche e quelle più povere delle popolazioni.
Una tendenza nota, che tutti dicono di voler combattere, ma che va diventando sempre più cruda e irreversibile. I numeri sono impietosi, anche usando il coefficiente di Gini (oscillante tra lo zero - che designa la perfetta ugualianza tra tutti, ovviamente inesistente - e l'uno, usato per descrivere la situazione teoricamente opposta). I paesi più «equilibrati» sono Svezia, Danimarca e Lussemburgo, contrassegnati da un indice 0,25; mentre l'Italia è sesta tra i più diseguali, con un 0,35 battuta soltanto dagli Stati uniti e altri campioni della giustizia sociale come Turchia, Portogallo, Polonia e Messico. I centroamericani sono ultimi in classifica, ma hanno almeno il merito - al contrario di quasi tutti gli altri membri dell'Ocse - di aver ridotto il divario negli ultimi anni.
Per l'Italia si tratta di una conferma sconfortante. Qui «i figli di genitori poveri hanno molte meno probabilità di accedere alla ricchezza» (redditi più patrimoni), che peraltro è distribuita anche peggio dei redditi. Il 10% più ricco, infatti, controlla il 42% della ricchezza totale e il 28% delle entrate. Certo, gli Usa restano inarrivabili. Lì l'1% controlla addirittura il 33% della ricchezza. Ma l'Italia berlusconiana pare voler accelerare in questa infernale direzione. Il reddito medio annuale del 10% più povero è al di sotto dei 3.770 euro, mentre la media Ocse (che comprende, ricordiamo, paesi decisamente meno sviluppati del nostro, come Turchia, Polonia, Messico) è di 5.280 euro. Al contrario, il 10% più ricco ha un reddito medio superiore a quello di paesi decisamente più «produttivi», come la stessa Germania. Una riprova del fatto che la forte disugualianza non è in correlazione positiva con lo «sviluppo». Insomma, non incentiva la «competitività» tra poveri per migliorare la propria posizione sociale. Anzi.
I più penalizzati dalla povertà crescente sono proprio le fasce di età più basse, a cominciare dai bambini. Mentre gli anziani riescono a compensare meglio grazie a un qualche patrimonio (in genere l'abitazione in proprietà e l'oculata gestione della liquidazione). La povertà giovanile - redditi bassi o bassissimi, causa la precarietà del lavoro - è per ora contenuta soltanto dal sostegno di genitori e nonni. Impossibile quantificare le ricadute sociali, tra qualche anno, della fisiologica scomparsa di questo sostegno (altro che «scontro generazionale»).
Questa situazione implica un blocco assoluto della mobilità sociale. Che un povero possa «scalare» posizioni sociali è pressoché escluso; a meno di talenti eccezionali, la «capacità media» viene respinta indietro, perché - anche quando riesce a raggiungere un titolo di studio medio-alto - prevale sempre il rapporto familistico-sociale. Tanto è vero, dice l'Ocse, che «la mobilità sociale è generalmente maggiore nei paesi che registrano una minore disugualianza di redditi e viceversa». E ancora: «una maggiore egualianza delle opportunità va di pari passo con redditi meno diseguali».
Le ricette dell'Ocse per attenuare questa tendenza universale sono quanto mai vaghe. Ma vanno sottolineate alcune affermazioni. «L'unico approccio sostenibile per ridurre la disegualianza è di intervenire per bloccare la soggiacente disparità tra redditi da lavoro e da capitale». Ovvero «far sì che le persone siano in grado di lavorare e percepiscano stipendi sufficienti per il proprio sostentamento e per quello della famiglia». Qualcuno dovrebbe spiegare alla Marcegaglia (e a Sacconi e Veltroni) che persino per l'Ocse il salario non è una pura variabile dipendente dal profitto di impresa (magari «legato alla produttività»), ma va misurato sulla capacità di far vivere dignitosamente le persone e le famiglie. Visto il livello cui sono arrivate le retribuzioni italiane (le più basse della zona euro, ormai), l'obiettivo primario di un qualunque sindacato degno di questo nome dovrebbe essere il loro aumento. E in misura consistente.
Notevole anche il ruolo «redistributivo» individuato in servizi pubblici come la scuola e la sanità (che il governo vuole palesemente privatizzare). Anche perché l'avere un lavoro non è più sufficiente ad evitare di cadere nella povertà. «Oltre la metà delle persone povere appartengono a famiglie che percepiscono un reddito da lavoro»; ma se è part-time o mal retribuito il risultato è comunque tragico.

Quei «comunisti» dell'Ocse - l'organizzazione dei 30 paesi più industrializzati - smentiscono, forse senza volerlo, il luogo comune che ottenebra gli editorialisti mainstream degli ultimi trent'anni: «se volete che tutti stiano meglio, lasciate fare al mercato». L'espressione è menzognera anche per un altro motivo: il «mercato» è vecchio almeno quanto la scrittura (oltre 5.000 anni), mentre il capitalismo è decisamente più giovane (meno di tre secoli). Ma in così poco tempo è riuscito ad ampliare a dismisura le ineguaglianze, invece di ridurle.
Lì dove lo stato sociale è stato fatto arretrare - in Italia, negli Usa - il divario tra più ricchi e più poveri è esploso. Anche perché, spiegano, istituzioni come scuola, sanità ed edilizia pubbliche attenuano gli effetti della pessima distribuzione del reddito e contribuiscono ad avvicinare le «condizioni di partenza» dei giovanissimi. Solo se queste istituzioni sono forti può verificarsi una mobilità sociale verso l'alto. Altrimenti il mitico «merito» viene soffocato nella culla, prima ancora che possa manifestarsi.
Dalla metà degli anni '90 le disegualianze di reddito sono andate crescendo di pari passo con la riduzione delle politiche statuali di redistribuzione. Una constatazione che chiama imparzialmente in causa, per l'Italia, i governi di centrodestra così come quelli di centrosinistra. Entrambi politicamente strabici, con l'occhio attento solo alle imprese (e alle banche), in base all'indimostrato assunto che se le imprese guadagnano, va meglio anche per i lavoratori. Proprio in Italia la deregulation normativa, il blocco dei salari e la legalizzazione di forme contrattuali precarie hanno fatto crescere del 33% la disegualianza tra più ricchi e più poveri. La media Ocse, pur infame, si ferma a un +12.
Il governo attuale si propone evidentemente di rendere siderale questa distanza. L'accanimento nei confronti della scuola pubblica a tutti i livelli - dagli asili all'università - fa il paio perfettamente con lo smantellamento reazionario dei diritti del lavoro (dallo sciopero al reintegro, alle misure contro la pratica delle «dimissioni in bianco» firmate al momento dell'assunzione). Spiega sempre l'Ocse che laddove i sindacati sono stati indeboliti, i lavoratori hanno perso «protezione». Salariale e non solo.



Qualche blog, come il ben noto Gnègnè, in passato si è impegnato nell'evidenziare come le differenze tra i redditi siano collegate a dinamiche poco controllabili. Tuttavia i risultati di Danimarca e Svezia stanno lì a dimostrare come politiche economiche e sociali adeguate possono ridurre la forbice esistente tra i redditi ed attenuarne gli effetti negativi. La curva di Pareto rimane, ma risulta meno pericolosa.


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