.
Annunci online

  pensatoio passeggiate per digerire l'attuale fase storica
 
Diario
 


 

 

Sono marxista

 




Darfur Day

Annuncio Pubblicitario

gaza_black_ribbon






sotto la media l'Italia arranca, con questi media l'Italia crepa







  


        
Articoli di filosofia

Il futuro delle filosofie
http://www.italonobile.it/Il%20futuro%20delle%20filosofie.htm

L'argomentazione apagogica sulla verità in Vittorio Hosle
http://www.italonobile.it/Esiste%20verità.htm

Pensiero di Pensiero...
http://www.italonobile.it/pensiero%20di%20pensiero.htm

La teoria delle descrizioni definite di Bertrand Russell

La x è solo un segno ?

Dall'assenza del segno al segno dell'assenza

Dallo zero alla variabile


Frege e la negazione

Frege e l'esistenza

Senso e denotazione in G. Frege

Concetto e Oggetto in G. Frege

Frege e la logica

Frege e il pensiero

Concetto e rappresentazione in G.Frege

Funzione e concetto in G. Frege

Il senso e la denotazione dei concetti in Frege

La connessione dei concetti in Frege

Ontologia del virtuale
http://www.italonobile.it/Ontologia%20del%20virtuale.htm

L'eliminazione della metafisica di R. Carnap

Conoscenza e concetto in M. Schlick

Schlick e la possibilità di altre logiche

Tempo e spazio in Schlick

Schlick e le categorie kantiane

Apparenza e realtà in Schlick

Concetti e giudizi in Schlick

Analitico e sintetico in Schlick

Evidenza e percezione in Schlick

Giudizio e conoscenza in Schlick

Il reale secondo Schlick

La critica di Schlick all'intuizione

Definizioni e sistemi formali in Schlick

La logica in Schlick

La verificazione in Schlick

La verità in Schlick

Lo scetticismo nell'analisi secondo Schlick

Lo scopo della conoscenza in Schlick

Logico e psicologico in Schlick

L'unità di coscienza secondo Schlick

Schlick e la svolta della filosofia

Schlick e l'induzione

Matematica e realtà in Schlick


Alexius von Meinong e la teoria dell'oggetto


Bernard Bolzano e una logica per la matematica

Contenuto e oggetto in Kazimierz Twardowski

Jean Piaget e la conservazione delle quantità continue

L'attualità di Feyerabend

Sul Gesù storico
http://www.italonobile.it/La%20spartizione%20delle%20vesti.htm

La coscienza secondo Thomas Nagel
http://www.italonobile.it/la%20doppia%20vita%20del%20conte%20Dracula.htm

Filosofia e visione
http://www.italonobile.it/l'immagine%20della%20filosofia.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614562

Ermeneutica della luce e dell'ombra
http://www.italonobile.it/all'ombra%20della%20luce.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614557

Il test di Fantuzzing: mente e società
http://www.italonobile.it/Test%20di%20Fantuzzing.htm

Metafisica oggi
http://www.italonobile.it/metafisica.htm

La merce in Marx

Una teoria marxista della crisi : un primo livello di riflessione


Globalizzazione economica e giuridica
http://www.italonobile.it/globalizzazione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615609

Guerra, marxismo e nonviolenza
http://www.italonobile.it/Guerra,%20marxismo%20e%20non%20violenza.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615613

Utopia e stato d'eccezione
http://www.italonobile.it/utopia%20e%20stato%20d'eccezione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=622445

Il reddito di cittadinanza
http://www.crisieconflitti.it/public/Nobile1.pdf

Keynes da un punto di vista marxista

Appunti marxiani 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10



STORIA DEI NUMERI E DELLE CIFRE NUMERICHE
http://www.italonobile.it/genealogia%20della%20matematica.htm

La comunicazione nel linguaggio scientifico e la filosofia

 http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614558



Lemmi Wikipedia da me integrati
Alexius Meinong
Bernard Bolzano
Storia dei numeri
Sistema di numerazione
Sistema di numerazione cinese
Sistema di numerazione maya


Il Capitale di Marx e altro
1 2  3  4  6  7  8  9
10  11  12  13  14  15  
16  17  18  19  20  21
22  23  24  25  26  27
28  29  30  31  32 

 

Dibattito su Emiliano Brancaccio
1 2 3

Quelli che la crisi l'avevano prevista

Cazzari Nobel

Le molte cazzate del Nobel cazzaro

 

DISCLAIMER (ATTENZIONE):
l'Autore dichiara di non essere
responsabile per i commenti
inseriti nei post. Eventuali
commenti dei lettori, lesivi
dell'immagine o dell'onorabilità
di persone terze non sono da
attribuirsi all'Autore, nemmeno se
il commento viene espresso
in forma anonima o criptata.







24 maggio 2010

Schlick e l’induzione

 

 

 

Schlick passa poi a trattare dell’induzione e dice che gli atti del ritrovare su cui si basano i giudizi sintetici sono casi individuali dell’esperienza, ma, per fare scienza, abbiamo bisogno di proposizioni generali dalle quali si possono derivare conclusioni che valgono anche per casi lontani nello spazio e nel tempo. Ma se non esistono giudizi sintetici a priori, si presentano alcuni quesiti :

I)                   Come arriviamo a trasferire proposizioni da casi percepiti a casi non percepiti ?

II)                In che senso pretendiamo di affermare che proposizioni del genere abbiano validità ?

III)             Con che diritto avanziamo tale pretesa ?

Schlick cerca di rispondere ai tre problemi in questo modo :

 

 

L’induzione

 

1)      Non è con la ragione che avviene il trasferimento di una proprietà da un caso percepito ad uno non percepito, in quanto con l’intelletto si possono effettuare solo inferenze analitiche con le quali si ordinano e connettono conoscenze già acquisite. L’induzione non si spiega nemmeno con l’esperienza, proprio perché essa si estende oltre l’esperienza. Secondo Schlick, Hume ha individuato la soluzione del primo quesito, giacché è l’abitudine che spiega l’estensione di proprietà di oggetti esperiti ad oggetti non esperiti. Tale abitudine è un dispositivo biologicamente opportuno senza il quale l’uomo non vivrebbe. Apparentemente per alcuni l’induzione scatta anche in presenza di un caso singolo, ma questo in realtà presuppone una serie molteplice di altre conoscenze che sono sempre il risultato di un’accumulazione di vissuti di uguale specie e dunque un prodotto dell’abitudine associativa. Ad es. il fatto che lo stesso composto chimico produca gli stessi effetti ci viene dato da numerose affermazioni su altri composti chimici, ognuno dei quali ha avuto uniformità di comportamenti in tempi e contesti diversi. Con l’abitudine associativa si imprime nella nostra coscienza un complesso di aspettative e di regole che domina sia il pensiero che la nostra vita. Casi individuali nuovi vengono inseriti in questo contesto di abitudini che non necessita di essere ricostruito ogni volta mediante particolari processi associativi di addestramento. Schlick aggiunge che, in un mondo in cui non si ripresentassero vissuti simili ed in cui perciò non vi fosse opportunità per l’abitudine e l’addestramento, nemmeno si avrebbero conoscenze induttive. Il processo conoscitivo si è sviluppato da processi di utilità biologica e presuppone un adattamento al contesto ambientale, il quale deve essere costante abbastanza da rendere possibile il formarsi dell’abitudine. Che tale abitudine (credenza, aspettativa) sia un’intellezione è una tesi che presuppone la giustificazione di tale credenza : ma questa è la terza tesi che va appunto dimostrata più tardi. Poiché poi il principio di causalità è l’espressione sintetica per il sussistere ovunque di specifiche regolarità ed ha come contenuto soggettivo il nesso di un contesto di abitudine, allora causalità e induzione sono strettamente collegate. Il principio di causalità è a sua volta ottenuto mediante induzione dalla totalità delle regole osservate, ma non le può a sua volta sostituire perché, se anche fosse assunto come valido, sarebbe comunque affare dell’induzione stabilire quali siano le singole leggi che governano la natura, e quindi quali processi si coappartengano come cause ed effetti. L’universale contesto di abitudine che offre il sostrato per le singole induzioni e ne permette il collegamento reciproco si è rivelato come nesso causale e la sua presenza impedisce anche che tutto ciò che si sussegue regolarmente sia concepibile come causalmente connesso. I concetti di causa ed effetto sono applicabili a processi e non a cose. Quando diciamo che un composto chimico ha sempre le stesse proprietà, intendiamo che operazioni effettuate sul composto stesso hanno come effetti gli stessi processi. Ma giorno e notte non sono processi di natura nel senso scientifico. Lo stesso identico processo (l’associazione) fornisce l’occasione soggettiva tanto per la formazione della rappresentazione di causalità, quanto per la credenza in proposizioni universalmente valide sul reale.

 

 

Il genere di validità dei giudizi induttivi

 

2)      Che genere di validità hanno per noi i giudizi induttivi, dato che non valgono in modo assoluto ? E’ possibile parlare di diversi livelli di validità ? Si è soliti parlare di probabilità più che di verità univoca e certa. Ma che significa probabilità ? Quando si dice che “A è probabilmente B” (ad es. “Le forze chimiche sono probabilmente di natura elettrica”) non si intende coordinare definitivamente i due concetti A e B nello stesso oggetto, né si intende designare l’oggetto B come oggetto sempre e sicuramente reperibile in A. la coordinazione di B all’oggetto reale è un tentativo di coordinazione e quindi “A è B” risulta essere un ipotesi. Tutte le nostre conoscenze di realtà sono ipotesi e nessuna verità scientifica è di principio sicura, anche se la vita quotidiana prende come fondamento sicuro giudizi che hanno un grado di probabilità più basso dei giudizi scientifici. I gradi più alti e più bassi di probabilità corrispondono a stati di coscienza diversi che sono realtà sperimentate (certezza, esitazione) che determinano per un soggetto giudicante il valore di validità di una proposizione. Ma, precisa Schlick, c’è anche un significato oggettivo delle asserzioni di probabilità. Con “A è probabilmente B” non viene asserito che la designazione di A per mezzo di B sia univoca, né che non lo sia, e nemmeno si asserisce che non lo sappiamo. Si tratta di una sorta di situazione intermedia, di un tertium accanto all’affermazione ed alla negazione, tertium che è oggetto di molte ricerche logiche. Qui il concetto matematico di probabilità (già ben definito) serve sia ad un certo punto in quanto il problema filosofico non sta nella definizione matematica di tale concetto, ma nell’applicazione di quest’ultimo alla realtà. Schlick dice che la probabilità di ottenere nel lancio di un dado un 6 è di 1/6 : ciascuna delle sei facce del dado può infatti venire a trovarsi rivolta verso l’alto (il numero dei casi possibili è 6) ed una sola di queste facce porta i 6 punti desiderati (il numero dei casi favorevoli è 1). In matematica la probabilità di un evento è il quoziente tra il numero dei casi favorevoli ed il numero dei casi possibili. In ciò si presuppone che i casi siano tutti equipossibili, ma cosa si intenda con questo termine e come lo si verifichi è un argomento che esula dal calcolo delle probabilità. Quando ci chiediamo cosa significa dire che la probabilità di un evento è 1/6, il rimando al quoziente non ci soddisfa e vogliamo sapere a quali fatti della realtà il concetto potrebbe applicarsi. Alcuni ritengono che il numero esprimente la probabilità non sia che la misura della fiducia con cui un giocatore di dadi si aspetta che venga fuori un 6. Schlick obietta però che la speranza che un giocatore ha di vincere dipende dal suo accidentale stato d’animo, mentre la probabilità oggettiva rimane sempre 1/6. Quel numero dunque non è la misura di una qualunque aspettativa di fatto, ma è la misura della sua aspettativa fondata e ciò rimanda alla dimensione oggettiva. Alcuni dicono che, continuando nella serie dei lanci, tanto più il numero delle uscite di un 6 viene ad essere prossimo a 1/6 di quel numero. Ma il senso esatto della proposizione non può trovarsi in questa formulazione, perché questa stessa vale non rigorosamente ma solo con una certa probabilità. Che il numero di lanci di un 6 (su n-lanci), tanto meno si allontani da n/6, quanto più grande è il valore di n, non può, secondo il calcolo delle probabilità, essere affermato con sicurezza per nessun valore finito di n. Esso è appunto solo probabile e tale asserzione non vale solo per grandi numeri, dal momento che “grande” è un termine relativo. Può darsi che, durante i primi 60 lanci, il 6 esca giusto 10 volte, ma che durante i successivi 1000, esso esca sempre più di rado, cosicché la frequenza media del suo presentarsi si allontana da n/6 invece di avvicinarsi. Per quanto grande si possa prendere n, sussiste pur sempre una probabilità finita che tra i lanci un 6 non si presenti affatto, e tale probabilità è (5/6)n. Quale che sia la formulazione scelta, essa avrà sempre un valore solo probabile. Ad un’affermazione di realtà, basata su considerazione probabilistiche, spetterebbe validità rigorosa solo con il passaggio al limite di infiniti casi, con cui il senso di un asserto probabilistico potrebbe essere specificato esattamente. Dal momento però che nel mondo non sono mai dati infiniti casi, tale possibilità non ci è di nessun aiuto. Il concetto di probabilità non si lascia ricondurre a quello di verità, finchè come oggetto di giudizio si considerano stati di fatto non noti. Non è possibile fare asserzioni sull’ignoto come se fosse noto. Forse, conclude Schlick, nel concetto di probabilità c’è qualcosa di non ulteriormente analizzabile da accogliere come mezzo elementare di descrizione del mondo. Un’indagine accurata di tale concetto però e dell’induzione ad esso collegata può avere luogo solo sul campo in cui i concetti qui in gioco hanno trovato una chiarificazione netta e precisa e dunque sul terreno delle scienze esatte della natura e ad esse va rinviata. Comunque la validità di proposizioni probabilistiche è accessibile al controllo dell’esperienza (anch’esso con valore probabile) nello stesso senso di una qualunque altra ipotesi : la loro validità dunque non è a priori.

 

 

La giustificazione dell’induzione

 

3)      La terza questione è la quaestio iuris dell’induzione. Secondo alcuni, per fondare la validità di giudizi induttivi, sia necessario solo il principio causale col cui ausilio ogni inferenza induttiva si lascerebbe ricondurre ad un sillogismo : I) Osservazione : A è antecedente di C ; II) Causalità : A è causa di C ; III) Conclusione : A è sempre antecedente di C. Così il passaggio da noto a non-noto è ottenuto in maniera logicamente compatibile. Ma il processo che si presenta come antecedente è davvero esattamente uguale ? in natura due eventi non sono mai del tutto simili ed il principio corretto (a cause simili seguono effetti simili) non è valido, perché, come è noto, minime differenze nelle cause possono avere massime differenze nell’effetto. Separare circostanze rilevanti e irrilevanti è precisamente il compito dell’induzione. Mill, a tal proposito, parla di quattro metodi dell’induzione con cui viene determinato quell’A che nella premessa minore è la causa. Tale premessa non è un fatto di osservazione, giacchè nell’osservare l’antecedente noi non possiamo essere sicuri di avere realmente individuato tutte le circostanze essenziali e di averle riunite nel concetto A. Il numero delle circostanze che possono venire in considerazione per la causa è infatti un numero infinito, perché in linea di principio ogni processo dell’universo potrebbe contribuirvi. Perfino dunque, se fosse possibile assicurarci della validità del principio causale, con ciò non sarebbe dimostrata la fondatezza delle singole induzioni. La validità del principio causale non è una condizione sufficiente del procedimento induttivo, anche se di certo è una condizione necessaria. C’è poi un tentativo di fondare empiristicamente la validità dell’induzione : si dice che, se una volta A e B sono unite, soggettivamente ci aspettiamo che anche domani A e B si presentino unite. Ma con l’osservazione vediamo che, in tutti i casi nuovi, A e B sono unite, e dunque la nostra aspettativa ha ricevuto conferma. Hume ha obiettato che tale argomento è un circolo vizioso, perché la validità di tale inferenza è dimostrata solo per i casi che di fatto hanno ottenuto conferma. I casi precedenti non sono una garanzia per quelli futuri, per quanto numerosi possano essere, se non tramite induzione. Dunque la fondazione della validità dell’induzione in questo caso sarebbe valida solo induttivamente (per induzione). L’argomento empiristico sposta la questione, ma non la risolve. Esperienza vuol dire utilizzazione di percezione, mettere a profitto ciò che è stato e rendere accessibile ciò che è a venire e questo è possibile solo con l’ausilio del principio di causalità. Tale principio viene sempre presupposto dall’esperienza e non può essere da questa fondato. Dunque non è con l’esperienza, né con la ragione che può essere data una prova. Per quanto Kant abbia sbagliato, i tentativi di fondazione dei moderni pensatori vedono nella causalità e nell’induzione i presupposti necessari del pensiero scientifico. Schlick è d’accordo su questo a patto che il porre causalità ed induzione come postulati della scienza non è una fondazione. L’impulso della conoscenza ha radici biologiche e l’uomo stesso è una parte della realtà e, se persegue una scienza della realtà, si vedrà rimandato nel farlo ai vincoli reali che lo uniscono ad essa. Questi sono di natura pratica, in quanto solo attraverso la sua vita emotiva ed istintuale, egli reagisce alle influenze del mondo esterno e senza di esse nemmeno aspirerebbe a conoscerlo. L’uomo per vivere ha bisogno di esperienza, ha bisogno di avere la possibilità di conoscere il mondo. Le questioni filosofiche circa l’esistenza del mondo esterno non esistono affatto per il punto di vista della vita. Tra Io e mondo esterno, passato e futuro non sussiste quello iato che la filosofia scopre e poi cerca di superare. Perciò la vita effettua molto facilmente il passaggio tra validità e probabilità su cui il pensiero logico fallisce : la coscienza è adattata al mondo e le sue aspettative soggettive sono generate da processi oggettivi. Per l’agire non esiste nessun altro tipo di garanzie. La garanzia è assoluta perché la credenza nella causalità di quel che accade è contenuta implicitamente in ogni attività cosciente. Il concetto stesso dell’agire include quello della determinazione causale di tutti i processi reali. La credenza nella validità di una singola verità ottenuta induttivamente non è nemmeno praticamente qualcosa di assoluto, ma assoluta è la credenza nella probabilità. Naturalmente si stabilisce che, per la fondazione logico-teoretica della validità dell’induzione, il principio causale non è sufficiente (non è sufficiente che ci siano per ogni effetto un minimo di cause), ma è necessario anche che nella natura vi sia una certa uniformità, un ripetersi di circostanze simili e, nonostante questo, una varietà la più ampia possibile di condizioni materiali, oltre alla possibilità di separare le circostanze rilevanti da quelle irrilevanti. L’analisi di queste condizioni dell’induzione è un compito specifico della logica. Che la struttura del mondo soddisfi realmente questi presupposti è indimostrabile, ma dal punto di vista pratico la garanzia è data dal fatto che, senza il soddisfacimento di questi presupposti, non vi sarebbe nessun istinto o abitudine che renda possibile l’agire e l’adattamento alla natura. Anche nella vita pratica la causalità gioca il suo ruolo implicitamente rivestito nella forma di specifiche proposizioni empiriche. Esse sole sono di immediato interesse per la vita e solo con la generalizzazione induttiva da esse risulta che ogni accadere è causalmente condizionato. Psicologicamente ciò che è più specifico precede sempre ciò che è più generale, mentre per il rapporto logico di fondazione è l’inverso. Schlick non crede che sia possibile  andare oltre Hume, anche se ciò non significa una rinuncia scettica che non darebbe pace all’esigenza teoretica. La comprensione teoretica cui l’intelletto aspira non può essere sostituita da un postulato o da un’assicurazione pratica : ma la vita è solo di questi ultimi che ha bisogno. La possibilità della scienza non è essa stessa una richiesta scientifica, bensì una richiesta pratica. La conoscenza consiste nella designazione univoca del mondo, con l’ausilio di un minimum di concetti ed è resa possibile dal fatto che le cose reali si lasciano ridurre l’una all’altra venendo l’una ri-trovata nell’altra. La conoscenza richiede che sia effettuata fin dove possibile la riduzione dei concetti l’uno all’altro, ma che questo sia ovunque possibile, che il mondo cioè si dimostri ugualmente accessibile in ogni sua parte alla nostra conoscenza, e giusto un desiderio il cui appagamento è la condizione per cui la vita si può realizzare. Ma la vita c’è. Quanto si trovava di giusto dell’idea kantiana che la validità di proposizione universale si lascerebbe dimostrare, con la possibilità dell’esperienza viene conservato sempre che si prenda il concetto di esperienza nel senso più generale dell’attività pratica e sempre che per “dimostrare” si intenda non una deduzione logica ma una giustificazione vivente. La conoscenza non sarebbe possibile se nell’universo non vi fossero uguaglianze : solo per mezzo di esse siamo in grado di ritrovare una cosa nell’altra e di descrivere il mondo multiforme con l’ausilio di pochissimi concetti. Come è possibile designare l’intero mondo nella sua infinita ricchezza di forme per mezzo di un semplice a facilmente dominabile sistema di concetti, costruito sulla base di alcuni pochi elementi e racchiudere il mondo in una formula ? Ciò perché il mondo stesso è  un tutto unitario ed ovunque in esso si trova l’uguale nel diverso. In questo senso la realtà è  razionale ossia oggettivamente conformata in modo che un numero piccolo di concetti è sufficiente per designarla univocamente e dunque non è la nostra coscienza a renderla conoscibile. Operando la reductio ad unum ci si adegua all’essenza ed alla legge più propria del reale. Tale riduzione è conoscenza della realtà, la cui acquisizione vera e propria è compito delle scienze individuali. La dottrina della scienza svolge un compito critico non distruttivo di interpretazione del senso più profondo dei risultati delle scienze individuali. Tale interpretazione è per Schlick il compito scientifico ultimo e più alto.  

 




 

La giustificazione naturalistica è un circolo vizioso

 

In realtà le inferenze con cui si passa da un caso particolare noto ad un caso particolare non noto, sono sempre opera di facoltà intellettive (la ragione) ma bisogna solo vedere se tale inferenza sia valida o meno. Schlick sembra confondere la ragione intesa come facoltà con la ragione intesa come giustificazione valida. A tal proposito Schlick concorda nel dire che le inferenze analitiche servono a sistemare conoscenze già acquisite.

L’induzione si spiega con l’esperienza grazie alle esperienze positive fatte in passato, quelle cioè che Schlick, parafrasando Hume, chiama abitudini. Tuttavia l’induzione non si giustifica con l’esperienza in quanto essa va oltre l’esperienza. Inoltre dire che senza l’abitudine l’uomo non vivrebbe non può essere una giustificazione dell’induzione, perché anche tale ragionamento si basa su di un ragionamento induttivo. Qualsiasi giustificazione naturalistica delle inferenze presuppone già la validità di queste stesse inferenze.

Il fatto poi che l’induzione generata da un caso singolo si basi su esperienze analoghe non confuta l’ipotesi per cui l’induzione stessa si basi su di una sorta di intuizione dell’universale. Infatti, dopo aver visto che la camomilla1 ha fatto addormentare l’individuo1, si inferisce che tutte le volte che si propini una camomillax ad un individuox , questo si addormenti. Ciò secondo Schlick perché ad es. in altre occasioni propinando un tè ad un individuo questo è rimasto sveglio. Questa considerazione però è frutto di un’astrazione a livello superiore, per cui propinando una sostanzax , ad un individuox si ottengono effetti eccitanti o tranquillanti. Dunque non basta spiegare l’induzione con l’abitudine, giacché l’abitudine (o meglio le conoscenze accumulate ed il loro utilizzo in contesti analoghi) si spiega a sua volta con una astrazione più generale e dunque con una nuova induzione non basata su esperienze accumulate. Si può dunque dire che l’induzione a livello di astrazione N si basa su esperienze valutate come analoghe secondo il livello di astrazione N+1.

Schlick spiega forse giustamente (ma con la premessa che l’induzione non si giustifica con l’abitudine) l’abitudine con un certo ordine esistente in natura. Ma ciò vuol dire che l’induzione è naturalisticamente spiegabile solo se si ritiene già fondata validativamente.

 

 

Probabilità, stati d’animo e mondi possibili

 

L’induzione si fonda sull’esistenza di relazioni causali, ma le relazioni causali si individuano attraverso un processo di induzione. L’induzione precederebbe geneticamente la causalità, ma la causalità fonderebbe validativamente l’induzione. Tuttavia anche geneticamente l’induzione presuppone una universalità che viene intuita, per cui si può ipotizzare che l’inferenza induttiva sia l’intuizione noetica di un mondo possibile con un numero illimitato di determinate relazioni causali.

Per ciò che riguarda la probabilità, la traduzione di “A è probabilmente B” nella proposizione “(A è B) è un’ipotesi” è una traduzione metalinguistica per altro non esatta perché sarebbe meglio dire “(A è B) è un’ipotesi probabile” per cui la questione della probabilità si ripropone ad un livello più alto. Invece “A è probabilmente B” si può ontologicamente tradurre in “A è B in un alto numero di mondi possibili”. Il fatto che “A è probabilmente B” si traduca in uno stato d’animo relativo ad “A è B” non è una ragione per negare l’accezione ontologica di “A è probabilmente B”. Piuttosto lo stato d’animo è una relazione cognitiva del soggetto rispetto ad un determinato stato di cose ed ai  mondi possibili in cui tale stato di cose è collocato.

 A è probabilmente B” vuol dire “A è B con alta probabilità (tra 0,5 ed 1)” e non genericamente “A è B con una probabilità tra 0 ed 1”.

Schlick sbaglia nel distinguere la cosiddetta probabilità matematica dall’applicazione di questa alla realtà. La probabilità infatti è proprio l’applicazione delle proposizione empiriche o meglio di quelle generali alla realtà, per cui parlare di applicazione della probabilità alla realtà è come parlare di misurazione della bontà della bontà (o parlare semplicemente di una bontà buona).

 

 

Probabilità ed Infinito

 

Se la probabilità è il rapporto casi favorevoli/casi possibili ed i casi possibili sono infiniti in linea di principio, allora la probabilità è sempre il rapporto frequentistico tra finito ed infinito e dunque non può assumere un valore cognitivo teoretico (in quanto il divario tra finito ed infinito è sempre infinito), ma solo pratico.

Dire inoltre che la probabilità è 1/6 equivale a dire che 1/6 è il risultato della semplificazione di un rapporto tra due numeri i più alti possibili.

Schlick giustamente dice che anche la concezione soggettivistica pura della probabilità non consente una sua trattazione matematica, perché tutto dipenderebbe da un’aspettativa soggettiva. Si deve pensare ad una via di mezzo tra probabilità soggettiva ed oggettiva : una frequenza su di un altissimo numero di casi (frequenza oggettiva) può essere riproiettata su dei casi non noti (aspettativa soggettiva). La probabilità si può considerare un’aspettativa soggettiva che si costituisce data una frequenza oggettiva osservata.

Schlick dice giustamente che il fatto che la probabilità che esca ad es. il numero 6 nel lancio dei dadi sia 1/6 è a sua volta solo probabile. Questo è forse il significato della necessità dell’applicazione del calcolo delle probabilità : dati sei lanci, un risultato esce una volta. Questo rapporto frequentistico di 1/6 viene proiettato su altri sei lanci che possono dare altri risultati. Quanto più i lanci vengono ripetuti tanto più la frazione risultante dovrebbe essere vicina ad 1/6, almeno secondo l’aspettativa soggettiva. La probabilità in tal senso è l’approssimazione infinita e mai compiuta del pensiero alla realtà. Ma proprio per questo, dice giustamente Schlick, esiste sempre una probabilità finita che sia pure in un numero altissimo di casi un certo numero non esca mai. Ma cosa vuol dire che un numero esca un certo numero di volte ? Che rapporto c’è tra il numero come segno ed il numero come successione reale di eventi ?

Schlick poi dice che “numero altissimo” e “grande” sono termini relativi e se  la probabilità vale in un contesto solo relativamente valutabile, ne viene che anche la probabilità è relativa o meglio anche la probabilità è solo probabile. L’equipossibilità è valida solo in un contesto infinito, ma in un numero finito di casi essa tende sempre a variare (a non essere cioè equa).

 

 

Probabilità, empiria e causalità

 

Schlick aggiunge che, dato il presupposto empiristico per cui la verità si riferisce solo a ciò che è noto (il dato), la probabilità non ha per gli empiristi alcun rapporto con la realtà. In realtà egli confonde lo stato di cose specifico, particolare con lo stato di cose empiricamente dato. Perciò non è vero che la verità si debba ricondurre al dato empirico, ma si deve ricondurre allo stato di cose particolare (che può anche non essere dato empiricamente). Al tempo stesso Schlick contraddittoriamente dice che la validità di proposizioni probabilistiche è accessibile al controllo dell’esperienza. Ma in tal caso sarebbe legata alla verità, per cui qui Schlick si contraddice.

Quanto al rapporto tra causalità ed induzione, esso non è un sillogismo (che abbia cioè bisogno di quantificatori). Al tempo stesso Schlick non confuta la derivazione logica dell’induzione dalla causalità, ma cerca di confutare la possibilità di individuare un rapporto di causalità. Separare circostanze rilevanti da quelle irrilevanti non dipende dall’induzione, ma dalla possibilità di individuare tra due termini una relazione causa/effetto. Ciò però presuppone che tale relazione sia qualcosa di intuibile.

 

 

L’esperienza, la vita pratica e la metafisica

 

Quanto al rapporto tra induzione ed esperienza ci sono due accezioni del termine “esperienza” : c’è un esperienza in senso stretto, cioè un insieme strutturato di percezioni interpretato sulla base dei propri pregiudizi culturali, e c’è un’esperienza in senso più esteso, cioè un patrimonio culturale accumulato nel corso di una sequenza precedente di esperienze intese in senso stretto.

Il tentativo di radicare la giustificazione della conoscenza nella vita pratica è infine semplicemente il tentativo di Schlick di uscire dall’impossibilità di fondare la conoscenza scientifica, impossibilità generata dall’empirismo radicale e da un’istanza epistemica che si vuole autonoma dall’istanza ontologica. Il risultato è che Schlick confonde presupposti genetici e presupposti validativi e sostituisce i secondi con i primi. Egli termina la sua riflessione annegando nel pragmatismo. Dopo tante promesse di rigore l’esito risulta senza volerlo deludente, anche se la visione del mondo, visione accennata ma non esplicitamente rivendicata, è quella di un mondo unitario ma infinitamente complesso ed articolato. Purtroppo Schlick non ha il coraggio di dichiarare apertamente la sua implicita istanza metafisica.


3 maggio 2010

Logico e psicologico in Schlick

 

Lo statuto ontologico dei concetti e l’esperire

 

Schlick afferma che l’essersi resi conto che concetti ed altre configurazioni logiche non sono realtà psichiche ha condotto alcuni filosofi ad ascrivere alle configurazioni logiche un tipo particolare di “essere”. Successivamente si sono contrapposti i due ambiti (ideale e reale, concettuale ed empirico) e dunque è sorto il problema di come rapportarli  e Schlick conclude che la soluzione metaforica per cui le idee vengano contemplate non può più soddisfare. Schlick aggiunge che gli psicologisti sono almeno consapevoli del fatto che la rappresentazione ad es. di una ellisse, esistente nella mia coscienza, non è a sua volta ellittica. Dunque essi saprebbero che i concetti non sono realtà della coscienza, ma finzioni irreali che non possiedono una esistenza come quella delle rappresentazioni reali. Schlick analizza anche il termine “configurazioni concettuali” e dice che esso in modo ambiguo si può riferire tanto al concetto che alle rappresentazioni che lo designano, oppure, parafrasando Twardowski, tanto il contenuto (il processo psichico) quanto l’oggetto (in questo caso il concetto). A suo parere il platonismo stesso non è erroneo se si concepisce nel modo giusto il senso del termine “esistere” e quello del termine “indipendentemente”. Platone non fu in grado di risolvere i problemi relativi ai rapporti tra idee e cose reali, in quanto dire che le idee vengano colte immanentemente alle cose reali è una tesi che non vuole dire nulla.

Schlick fa poi un’analisi del termine “esperire” ed afferma che è sbagliato dire che le idee si esperiscano nelle cose, in quanto ciò che viene esperito è per definizione un contenuto di coscienza e l’esperire non è un atto che si dirige su degli oggetti e li fa propri (così come l’afferrare una cosa). Quando si dice “Io esperisco questo” voglio solo dire “Questo è un dato della mia coscienza”, per cui non si può distinguere tra il vissuto dell’esperire e quello dell’esperito, né si può distinguere tra il “sentire il blu” e “il blu sentito”. Dunque i concetti non vengono esperiti e non sono niente di reale e dunque non ci si presentano mai come componenti di un vissuto.

 

 

Gli oggetti intenzionali

 

Schlick poi denuncia il fatto che i filosofi tradizionali se una proposizione non è corretta usando il senso consueto delle parole, costruiscono comunque per le stesse parole un senso nuovo al fine di tenere in piedi la proposizione scorrettamente costruita. Egli critica Husserl, il quale teorizza che ogni contenuto di coscienza avrebbe un carattere intenzionale e sarebbe cioè diretto su di un oggetto (ad es. nel percepire, qualcosa viene percepito etc.). L’oggetto su cui si dirige l’atto di coscienza non viene esperito (ad es. l’oggetto giudicato non è realmente presente nella coscienza), ma l’intenzione (l’essere diretti sull’oggetto) sì e ciò vale anche per i concetti. Schlick, a tale proposito, dice che questa tesi collima con la sua (per cui non ci sarebbero concetti, ma solo funzioni concettuali) e che i concetti non sono contenuti reali, ma contenuti intenzionali della coscienza. Ma questo, si domanda Schlick, non porta alla psicologizzazione del contenuto intenzionale stesso ?

A tal proposito egli riflette anche sul tentativo di Husserl di non psicologizzare l’intenzionalità : Husserl infatti dice che si deve distinguere tra l’intuizione empirica (come la percezione) mediante la quale ci vengono date cose reali ed esistenti ed una pura visione eidetica, mediante la quale noi cogliamo in un puro sguardo l’essenza degli oggetti contemplati (quindi anche quella dei concetti) del tutto indipendentemente dalla possibilità o dalla effettività del loro esserci. Su questo tema Schlick dice che questa non è altro che una stretta applicazione della ben nota distinzione tra esistenza ed essenza, tra esserci ed essere. Noi possiamo emettere giudizi sull’essenza, sul che cosa di oggetti qualunque (e dunque anche di puri concetti) e costruire con tali giudizi intere scienze senza che vi si debbano frammischiare giudizi di sorta su di un esserci reale. Come possono esserci dati oggetti non-reali, concetti o giudizi dal momento che noi co(nosciamo) solo i contenuti reali di coscienza come dato ? A tal proposito Schlick ammette che ci sono altre accezioni del termine “dato” e cita Linke per cui il dato coincide con gli oggetti intenzionali (il percepito in quanto percepito, il ricordato in quanto ricordato etc.) senza considerare se a questi oggetti corrispondono presuntivamente almeno degli oggetti reali, oppure Herbertz per cui effettivamente reali sono tutti gli oggetti intenzionali. Schlick, dopo questa ammissione, ritorna a dire che egli designa come dato le realtà effettive di coscienza, quindi dei vissuti e delle occorrenze reali, trovandosi in accordo maggiore con l’uso linguistico ordinario. Egli aggiunge che Linke designa “Il regno del dato” come la sfera fenomenica a cui contrappone la sfera della realtà effettiva e non risolve il problema del loro mutuo rapporto.

 

 

I concetti come finzioni

 

Schlick poi conclude che le configurazioni logiche non sono alcunché di reale, non sono date unitamente ai processi psichici quali loro parti o aspetti, ma sono nostre finzioni. Egli precisa però che tutto il nostro sapere di esse deve essere in qualche modo contenuto nei reali processi psichici, altrimenti ci resterebbe ignoto e non sarebbe consaputo. Le nostre configurazioni psichiche solo imperfettamente corrispondono ai perfetti concetti che esse sono intese rappresentare. Come possiamo di questo venire a conoscenza per mezzo di quelle ? Si parla di un cogliere i perfetti concetti attraverso le configurazioni psichiche, ma così si eluderebbe il problema. I processi mediante i quali si realizzerebbe questo cogliere sono già determinati da ciò che viene colto e quest’ultimo è considerato come qualcosa che è lì a disposizione, verso il quale i processi reali di pensiero possono dirigersi. I rapporti logici appaiono come una norma sussistente che si pone di fronte ad essi regolativamente. In verità, dice Schlick, non è assolutamente possibile che i processi rappresentativi vengano determinati dagli oggetti ideali sui quali sono diretti : delle realtà possono venire determinate solo da altre realtà. I processi di coscienza in cui noi effettuiamo analisi logiche devono venire compresi unicamente nei termini della legiformità psicologica loro immanente, senza riguardo per ciò che essi significano. Come tali processi possano adempiere la loro funzione è giusto il problema. Quest’ultimo può essere così riformulato : dato che nulla c’è oltre i processi reali di coscienza, come è possibile che le relazioni reali psicologiche riescano a fare lo stesso delle relazioni puramente logiche senza tuttavia essere lo stesso che quelle e senza possedere la stessa incisività ?

 

 

Analisi di una macchina calcolatrice

 

Schlick, prendendo spunto da questo problema, fa una riflessione sulle potenzialità e sulle prestazioni di una macchina calcolatrice e dice :

  • La macchina calcolatrice è un apparato fisico il cui funzionamento viene interamente determinato da leggi fisiche e non dalle regole di calcolo dell’aritmetica. La tavola pitagorica non è una parte costitutiva della macchina.
  • Seppure le leggi di natura possano essere approssimate e non del tutto esatte ( a causa dell’infinito intrecciarsi di tutto ciò che accade) il risultato del calcolo non è influenzato perché tali variazioni fisiche non sono rilevanti.
  • Questo si potrebbe spiegare dicendo che è l’intelletto umano a dare significato ai caratteri numerici e ad interpretare come uno stesso segno caratteri leggermente diversi, introducendo ed usando un criterio di esattezza, trascurando le accidentalità del fenomeno individuale ed astraendo da esse.
  • Tuttavia se l’interpretazione ha luogo nell’osservatore, il fondamento necessario e sufficiente per tale interpretazione è già presente nella configurazione fisica.

 

Continuo e discreto

 

Schlick osserva pure che la serie dei numeri interi è discreta, mentre i processi naturali sono continui ed in quanto tali sono idonei alla misurazione di grandezze continue. Invece la macchina calcolatrice non misura un continuo ma computa unità discrete in processi fisici continui in cui stato iniziale e stato finale differiscono e tale differenza è misurabile come quantità discreta.

Non possiamo non indicare con assoluta precisione una distanza, ma possiamo escludere con sicurezza alcuni valori numerici. Ad es. non so la distanza tra la biblioteca e casa mia, ma di sicuro non è 10 centimetri. Ciò vale anche per le differenze : A e B  si somigliano ma non più di un tot e ciò mi consente di differenziarle e se voglio posso differenziarle ancor di più. Nulla ci impedisce di diversificare quanto si vuole segni etc.. Anche le configurazioni più complicate sono reciprocamente convertibili attraverso forme intermedie ed è dunque possibile (con l’aiuto di processi fisici continui) simulare delle discontinuità qualsivoglia. Anche per spazi estremamente ristretti è possibile ottenere una discretezza di configurazioni fisiche : ne è un esempio la calcolatrice ed anche la roulette dove la pallina si fermerà comunque su di un numero determinato.

Quindi, conclude Schlick, processi continui possono adempiere la funzione del discreto. Ciò contribuisce a risolvere il problema del rapporto tra concetti (discreto) e rappresentazioni (continuo psichico). L’incisività dei concetti sta nella loro discretezza, nel loro essere delimitati rispetto ad altri concetti, mentre la vaghezza di tutto il reale sta nella sua continuità.

La proposizione che configurazioni continue possono assumere la funzione di configurazioni discrete ha solo l’aria di un paradosso, in quanto si usa l’idea di continuità in un senso illimitato.

Ad es. le leggi di distribuzione degli errori mi danno una certa probabilità che la lunghezza di un pendolo che batte il secondo, abbia un valore tra i 99 ed i 100 cm. Ma se anche si chiedesse quanto è grande la probabilità che si dia un errore particolarmente rilevante come quello di considerare tale lunghezza superiore ai 50 metri, questa probabilità (con l’applicazione meccanica delle regole di distribuzione degli errori) sarebbe estremamente piccola, ma non sarebbe zero. E d’altra parte è di sicuro fisicamente impossibile che si arrivi a sbagliare nella misurazione sino a tal punto, giusto come è impossibile che la distanza dell’università da casa non sia in realtà più che 10 cm.

A tal proposito Schlick dice che nel caso  di errori così grandi i presupposti sotto i quali i calcoli probabilistici valgono non sono più considerati come soddisfatti. In questo senso assai ampio la continuità non si estende arbitrariamente fin dove si vuole. In linea di principio è impossibile specificare un punto fino al quale quei presupposti possono dirsi soddisfatti. Di conseguenza l’applicazione di considerazioni probabilistiche alla natura porta facilmente a ritenere che non vi sia affatto per noi in senso rigoroso discretezza e con essa assoluta determinatezza (giacchè la discretezza è differenziazione assolutamente determinata di configurazioni). Ma, obietta Schlick, questo non è corretto. La discretezza nel senso nostro è possibile entro la continuità. Certamente i limiti di ogni distinzione non sono mai determinati in modo assolutamente preciso, ma da questo non segue che la distinzione stessa non possa essere compiuta con piena esattezza.

Schlick poi in parte erroneamente ribadisce che il rapporto dei processi psichici con le relazioni logiche è un caso speciale della questione relativa al prodursi di configurazioni discrete e numerabili attraverso configurazioni continue. Egli trova esempi analoghi nella tesi di Poincarè per cui nell’analysis situs esperienze inesatte sono sufficienti alla fondazione di un teorema rigoroso. Infatti si vede da esse che lo spazio non può avere due o meno di due dimensioni né quattro o più di quattro ed allora ne può avere solo tre (essendo impossibile che ne abbia con valori frazionati). Inoltre è esatto dire che l’uomo ha due orecchi o due gambe perché sarebbe insensato attribuirgli 2,002 orecchi. Da ciò deduciamo che ci sono occasioni che ci danno l’opportunità di fondare verità esatte per mezzo di esperienze inesatte.

 

 

 

 

Il cervello come macchina calcolatrice

 

Schlick poi paragona il nostro cervello ad una macchina calcolatrice ed aggiunge che i processi continui del cervello conducono a certe fasi terminali analoghe alle cifre ed alle lettere delle macchine. La condizione per la fondazione dell’intera logica è data non appena sussista la possibilità di costruire configurazioni discrete. La possibilità di un esatta formazione logica dei concetti dipende solo da una rigorosa differenziazione o distinzione. Le relazioni tra grandezze discrete sebbene siano reali, possiedono lo stesso rigore dei rapporti tra concetti, ma le prime hanno una qualche realtà, mentre i secondi non esistono affatto. I logici idealisti sottolineano che tutte le leggi psicologiche sono vaghe e dunque l’assoluto rigore esisterebbe solo al livello ideale, ma questa, obietta Schlick, è una petitio principii in quanto lo psicologista può dire che ci sono processi psichici che hanno completa esattezza e cioè i portatori del logico. Non è corretto dichiarare semplicemente che le legiformità psichiche siano tutte vaghe, perché se il principio causale è universalmente valido, tutto ciò che accade si svolge secondo leggi che tollerano poche eccezioni (allo stesso modo delle regole della logica formale). Non le leggi sono inesatte, ma la nostra conoscenza di esse è imperfetta e nonostante ciò, alcune regolarità sono individuate con assoluta sicurezza. Schlick poi dice che le rappresentazioni intuitive possono svolgere interamente il compito dei concetti non appena vengano distinte l’una dall’altra con assoluta sicurezza giacché i concetti erano stati escogitati solo allo scopo di effettuare distinzioni nette. Tali distinzioni sono garantite dal fattore di discretezza all’interno della continuità di processi intuitivi e con ciò si risolve il problema della realizzazione delle relazioni logiche attraverso processi psichici.


 

 

Metafore della visione e noemi

 

La pratica, che Schlick contesta ai filosofi di dare senso nuovo alle parole per rendere tollerabili le proposizioni scorrette della filosofia, è in realtà un modus operandi proprio anche degli scienziati (si veda una riflessione di Frege a proposito dei termini scientifici e sulla libertà dello scienziato di dare senso nuovo a termini già usati) i quali spesso usano termini comuni per oggetti nuovi scoperti o ipotizzati oppure nella divulgazione usano metafore che poi rischiano di fuorviare chi legge e soprattutto il filosofo che vorrebbe elaborare i contenuti del loro lavoro (si pensi ai rimproveri che Sokal e Bricmont fanno ai post-strutturalisti francesi).

Schlick non spiega perché la soluzione platonica della contemplazione delle essenze sarebbe una soluzione metaforica. Perché forse la visione delle idee è metafora della vista degli oggetti sensibili? Ma perché “contemplazione” dovrebbe rinviare alla visione ? E se mettessimo “intuizione” la deriva metaforica sarebbe scongiurata ? In realtà quella che Schlick chiama impropriamente metafora è il legame continuo tra l’attività sensoriale ed il pensiero se non la sfera emotiva e fantastica, legame che non può essere reciso, come astrattamente pensano gli empiristi. Tale legame giustifica anche la tesi aristotelica della visione delle idee attraverso le cose, teoria che non a caso Schlick sembra non comprendere.

In che senso poi i concetti sono irreali ? E se le rappresentazioni non sono ellittiche ed i concetti non sono reali, che ne è dell’ellisse ? Come può un oggetto reale essere ellittico se l’ellisse non trova un posto qualsiasi nella gerarchia del reale ?

Inoltre il contenuto non è il processo psichico, ma il noema che si dà fenomenologicamente alla coscienza, mentre l’oggetto è la realtà di questo noema quando non è intenzionato da una coscienza. Il contenuto non è la rappresentazione se per quest’ultima si intende qualcosa di puramente psichico.

 

 

 

 

Si esperiscono oggetti

 

Schlick ha ragione nel dire che bisogna concepire  nel modo giusto termini “esistere” e “indipendentemente”, ma questo lo si può fare solo se si garantisce uno statuto ontologico minimo  a qualsiasi oggetto intenzionale.

Anche sull’analisi del termine “esperire” non si condivide l’approccio di Schlick :

  • In primo luogo, ciò che viene esperito non è il contenuto di coscienza, ma è un oggetto che diviene contenuto di coscienza. L’esperire è appunto questa ingredienza, questo accesso dell’oggetto al flusso di coscienza.
  • Se l’esperire infatti non è un evento che collega mente e realtà esterna, allora cos’è ?
  • Se  al blu (un quale) non corrisponde un oggetto non si può  dire che si faccia esperienza del blu, ma del mare ( del cielo, o di qualsivoglia cosa blu) attraverso il blu. L’esperienza è una percezione complessiva di un oggetto attraverso la messa in atto di tutte le facoltà sensoriali e il mettere conseguentemente insieme una molteplicità di dati di coscienza.
  • Può ben essere che dei concetti non si faccia esperienza, ma alcuni concetti possono ingredire (sotto forma di oggetti eterni) in un’esperienza. I concetti più che di esperienza possono essere oggetto di intuizione eidetica.

 

 

La realtà degli oggetti intenzionali

 

Quanto alla tesi di Schlick per cui l’oggetto intenzionale appartiene alla dimensione dello psichico, c’è da dire che :

  • Il contenuto c.d. intenzionale ha almeno un livello minimo di realtà altrimenti non lo si potrebbe nemmeno intenzionare.
  • L’intenzionare in generale è l’inserire un ente (facendolo diventare oggetto) in un contesto proposizionale e tale contesto è la funzione logica. Per cui l’intenzionare non è un processo soltanto psichico,ma un’articolazione della dimensione semantica.
  • L’oggetto intenzionale non è esperito, ma alcune volte è intuito eideticamente, oppure è oggetto delle specifiche facoltà che lo intenzionano (immaginazione, ricordo, credenza, desiderio)

Nel criticare la fenomenologia husserliana Schlick non si rende conto che altro sono i noemi, oggetto dell’intuizione eidetica, altro sono gli oggetti intenzionali, che sono molteplici come gli oggetti di esperienza e che sono condotti ad unità dai noemi (le essenze), così come gli oggetti di esperienza. Per cui l’analogia tra esistenza/essenza ed empirico/eidetico vale solo per i noemi, ma non per gli oggetti intenzionali i quali pure hanno un that (un loro livello di esistenza) ed un what (una loro essenza e cioè i noemi).

Gli oggetti c.d. non-reali (concetti, giudizi etc.) o sono ingredienti dei dati fenomenologici (es. concetti) o sono strutture metalogiche in cui vengono sussunti dati fenomenologici (es. giudizi). Tali strutture metalogiche sono a loro volta contenuti di coscienza, ciò in quanto i contenuti di coscienza (che ricomprendono anche gli oggetti intenzionali) non sono solo quelli sensoriali, ma anche gli oggetti di pensiero.

Schlick, denotando superficialità, non discute le tesi di Herbertz e nel discutere le tesi di Link non chiarisce cosa intenda per realtà effettiva di coscienza (“effettivo” in questo caso sembra servire solo per rafforzare la convinzione di chi parla), oltre a sognare un accordo con l’uso linguistico ordinario che serve solo a creare condivisioni di opinioni non verificate. Inoltre egli critica a Linke di non risolvere un problema forse mai risolto nella storia della filosofia (il rapporto tra sfera fenomenica e realtà effettiva), problema che si ripresenta pari pari a lui quando vorrebbe che il sapere circa le finzioni concettuali debba essere contenuto nei reali processi psichici. In questo caso la non-realtà dei concetti ricade tutta intera sul malcapitato che l’ha formulata.

 

 

Idee e psiche

 

Se poi i concetti non hanno essere, com’è che noi ci accorgiamo che le configurazioni psichiche non sono perfette ? Se i processi di coscienza in cui noi effettuiamo analisi logiche vanno compresi senza riguardo per ciò che significano, in che senso essi vanno compresi ? Andrebbero solo spiegati…

Schlick da un lato esclude ciò che le configurazioni psichiche significano e poi si chiede come esse assolvano la loro funzione di significanza : in questo modo costruisce da sé l’ostacolo presso cui la sua tesi va a sbattere.

In realtà attraverso l’analisi nei meri termini di legiformità psicologica non solo non è possibile sapere come esse adempiano alla loro funzione semantica, ma non è nemmeno possibile inferire la pura e semplice esistenza di una loro funzione semantica.

Infine dicendo che i processi psichici possono essere determinati solo da altre realtà,  Schlick confonde un isomorfismo logico (tra concetti e psiche) con un condizionamento causale, oltre a presupporre quel che va ancora dimostrato e cioè la non esistenza degli oggetti ideali.

 

 

 

La Natura ed il discreto

 

Quanto all’analisi della calcolatrice va detto quanto segue :

  • Tra l’apparato fisico e le regole di calcolo gioca un ruolo essenziale il sistema semiotico, che consente di spiegare e comprendere come si passa da un rapporto di causa/effetto ad un rapporto segno/designato e viceversa. Questo Schlick non lo tiene in debita considerazione.
  • E’ vero che il fondamento necessario e sufficiente per l’interpretazione sia già presente nella configurazione. Ma per poterlo teorizzare bisogna presupporre la tesi metafisica idealistica della Natura quale Spirito cristallizzato (Schelling)
  • L’interpretazione è una sorta di risoluzione : essa cioè dà un termine convenzionale all’Infinito e rende discontinuo il continuo, operando un’astrazione. Presupposto di ciò è la trasformabilità dell’Infinito in infinitesimo (cioè l’infinita approssimazione) resa possibile dalla coincidentia oppositorum. Dunque l’interpretazione la si può spiegare solo in un contesto metafisico.

Anche i processi fisici hanno internamente delle soglie (o almeno è possibile introdurne in maniera artificiale) e nei loro istanti sono riconoscibili (o ricostruibili) della configurazioni che scandiscono ad es. le misurazioni (ad es. le disposizioni delle lancette di un orologio).

Interpretare il problema del rapporto tra psicologico e logico, come un problema del tipo continuo/discreto è in parte un errore, dal momento che anche le rappresentazioni evidenziano una discontinuità presente in Natura (a meno che anche le rappresentazioni non trascendano l’ambito psichico).

 

 

La conoscenza come l’Infinito nel finito

 

Circa il rapporto tra la coppia continuo/discreto e le leggi di distribuzione degli errori, va sottolineato che :

  • Il continuo è in realtà l’esistenza di infiniti livelli di discontinuità. La discretezza possibile nella continuità non è assoluta, ma relativa al livello di analisi considerato.
  • La possibilità della conoscenza è data dal fatto che l’Infinito, autorappresentandosi nel finito, genera un’infinita possibilità di errore senza rilevanza pratica all’interno di una determinata banda (regione) finita che rappresenta l’area di adeguatezza conoscitiva. La conoscenza, cioè,  è l’Infinito nel finito (cioè la possibilità di dividere il finito in una infinità di punti, dei quali epistemologicamente uno è l’esattezza assoluta, gli altri sono l’errore irrilevante). La distinzione così può essere compiuta senza piena esattezza, ma con precisione soddisfacente per il livello di analisi considerato, con margini di errore poco rilevanti per gli obiettivi epistemici e pratici che ci si prefigge.
  • Tuttavia c’è una probabilità teorica anche minima di errori che vadano oltre la regione considerata. Tale probabilità ha l’equivalente ontologico che esiste almeno un mondo possibile in cui la lunghezza del pendolo che batte un secondo sia superiore a 50 metri.

 

 

Relazioni logiche e leggi psicologiche

 

Schlick poi fa spesso confusione tra esperienze inesatte e proposizioni come “L’uomo ha due orecchi” che sono ipotesi con pretesa di esattezza le quali hanno selezionato le esperienze che dovevano verificarle. Egli poi non si rende conto che c’è solo una ipotetica analogia tra le configurazioni fisiche del cervello e le configurazioni sintattiche della logica, ma egli è troppo dominato dal parallelismo arbitrariamente costituito tra logico/psichico e discreto/continuo.

Per fondare la logica non bisogna solo operare rigorose distinzioni (ed andrebbe spiegato a tal proposito come effettuare rigorose distinzioni tra rappresentazioni), ma bisogna anche spiegare come, da dei concetti distinti, è possibile individuare tra di essi delle relazioni necessarie. E comunque questo poco c’entra con la questione della relazione tra logico e psichico, ma riguarda la logica soltanto. 

Le relazioni tra grandezze discrete sono relazioni ideali applicate a cose empiricamente riscontrate, ma non sono di per sé reali nel senso inteso da Schlick. La relazione numerica, anche se applicata a due oggetti fisici, rimane per se stessa ideale. La relazione ordinante tra contenuti psichici è una relazione logica e non di tipo causale : Schlick avrebbe ragione se tra i contenuti psichici portatori del logico ci fossero rigorose relazioni psicologiche, ma non sembra che ci siano a livello psicologico o cerebrale  delle relazioni più vincolanti di altre, né rapporti di causa ed effetto più lineari o costanti.

Le leggi naturali non sono vere come quelle della logica, per quanto è possibile, riformulandole in modo assiomatico, farle assumere una forma logica. Tuttavia la loro verità è funzione sia degli assiomi che delle regole di deduzione, mentre le leggi logiche sono subordinate solo a queste ultime.

La distinzione che Schlick fa tra leggi naturali oggettive e nostra limitata conoscenza di esse sa molto di metafisica naturalistica e razionalistica e perciò andrebbe meglio giustificata e non certo alla luce dei presupposti epistemologici di Schlick.

 

 

 

 

 

 


22 marzo 2010

Definizioni e sistemi formali in Schlick

 

Le difficoltà dei rapporti tra percezione e memoria ed il ruolo dei concetti

 

Schlick dice che, se ho in mano un pezzo di metallo, non posso sapere se è argento sulla base della comparazione tra rappresentazione percettiva e rappresentazione mnemonica. Dobbiamo infatti ricorrere al concetto scientifico di argento (peso specifico 10,5 oppure peso atomico 108 etc.) e vedendo se il pezzo di metallo ha queste proprietà, veniamo a sapere se si tratta di argento o meno.

Schlick poi nota che anche la lettura di una scala, la posizione di un indice sono osservazioni sensoriali, riconoscimenti di immagini percettive e dunque sottoposte all’insicurezza di cui si è parlato prima. Egli da ciò deduce il fatto che ogni definizione si riferisce a caratteristiche che alla fine sono sempre di natura intuitiva. Schlick riconosce che la difficoltà per la quale erano stati introdotti i concetti è stata soltanto spostata, ma tuttavia con l’introduzione dei concetti è possibile, grazie a definizioni appropriate, trasferire quella difficoltà a livelli dove ogni errore può essere escluso con una sicurezza sufficiente per tutti gli scopi delle scienze individuali.

A tal proposito Schlick fa degli esempi :

  • Se il concetto di “pesce” è quello di un animale che depone uova e respira per mezzo di branchie, non si potrà mai cadere nell’errore di prendere una balena per un pesce.
  • Anche le caratteristiche del concetto di “argento” sono scelte allo stesso modo cosicché, per tutti i fini pratici come per quelli scientifici, il riconoscimento possa essere garantito con precisione sufficiente.

 

La necessità dell’intuizione

 

Schlick però intravede un’altra possibile obiezione e la sviluppa compiutamente : tale obiezione afferma che, essendo la definizione di un concetto consistente nella specificazione delle sue caratteristiche, queste, perché possano essere determinate con esattezza, debbono venire definite a loro volta e cioè risolte in ulteriori caratteristiche e così via. Le alternative sono a questo punto due :

  • Un regresso ad infinitum che renderebbe illusorio ogni definire.
  • Un arrivo a caratteristiche intuitive non suscettibili di definizione, che però per loro natura non sarebbero esatte e l’esito sarebbe lo scetticismo.

Schlick aggiunge che i vissuti empirici non sono oggettivamente indeterminati, ma tuttavia sono instabili e transeunti così da rendere problematica la loro riproduzione e la loro conoscenza, giacchè il ritenerli nella memoria va incontro a difficoltà già evidenziate.

Schlick poi riferisce la tesi dei logici (tesi forse di ispirazione aristotelica) per cui i principi primi della logica non solo non sono suscettibili di definizione, ma non ne avrebbero nemmeno bisogno : il contenuto dei concetti più semplici viene esibito dall’intuizione (ostensione).

Schlick argomenta che questa tesi o significa che l’intuizione non è confusa, ma chiara e distinta, oppure significa che la certezza assoluta non è né raggiungibile né forse necessaria (Gorgia e forse Stuart Mill). Secondo quest’ultima concezione, anche le proposizioni dell’aritmetica sono proposizioni empiriche che partecipano di quella mancanza di certezza che è propria dell’empiria. Quanto alla prima alternativa, aggiunge Schlick, essa dice che se il dato è fugace, c’è in esso qualcosa di costante ed è la legge che lo informa. Il problema per Schlick è cosa sappiamo di tali regole ? Come le possiamo conoscere se il nostro criterio sono sempre i contenuti intuitivi ?

Schlick esemplifica il proprio programma di ricerca con un dilemma : il contenuto di tutti i concetti può essere trovato solo nella dimensione intuitiva o il significato di un concetto può non essere riducibile a rappresentazione empirica e dunque dare luogo a conoscenza non effimera ?

 

 

Hilbert ed il ruolo della matematica nella logica

 

Schlick sostiene che la spinta per risolvere questioni di logica è venuta dalla matematica. All’inizio i matematici accettavano l’indefinibilità dei concetti elementari della geometria, ma, nel corso della storia hanno ridotto al minimo i concetti indefinibili e le proposizioni assiomatiche, evitando locuzioni del tipo “Dall’esame della figura segue…” oppure “Dal disegno si vede..”, locuzioni che richiamano sempre un ricorso all’intuizione. E’ stato Hilbert che ha portato a compimento il progetto di riduzione al minimo del fattore intuitivo sia nella definizione dei concetti che nella postulazione degli assiomi. Il principio di Hilbert fu quello di introdurre i concetti fondamentali senza previa definizione, ma attraverso una definizione implicita che passasse attraverso l’uso dei termini negli assiomi, in maniera da soddisfare immediatamente gli assiomi che li contengono.

Schlick tramite Hilbert argomenta che i concetti non hanno valore conoscitivo autonomo, ma solo all’interno di proposizioni (ad es. gli assiomi) da cui si inferiscono altre proposizioni. Con la definizione implicita non si crea qualcosa di nuovo, ma si reinterpreta la natura dei concetti usati il cui significato intuitivo non ha importanza. Tutti i concetti invece sono definiti solo attraverso il loro stare (ciascuno con tutti gli altri concetti) in quelle determinate relazioni stabilite dagli assiomi.

La geometria hilbertiana è caratterizzata da un sistema di proposizioni con parole come “punto”, “retta”, “piano”, “tra”, “fuori di”, i quali non hanno senso in sé, ma ricevono senso attraverso il sistema di assiomi e tutto il loro essere consiste nell’essere portatori delle relazioni stabilite dal sistema. A Schlick ciò non comporta alcun problema visto che i concetti non sono in sé nulla di reale ed egli argomenta verso tutti coloro che rimangono perplessi di fronte a concetti senza significato proprio e fa l’esempio della geometria dove ad es. nelle geometrie non-euclidee i concetti di retta, piano, punto stanno tra loro nelle medesime relazioni, ma hanno rappresentazioni intuitive diverse (ad es. la retta è un cerchio, il piano una superficie sferica).

 

 

Assiomatica e geometria

 

Per Schlick come per Carnap la conoscenza è conoscenza della forma (platonismo) e nella geometria analitica il punto è solo una tripla di numeri. La geometria non è propriamente scienza dello spazio, giacchè le configurazioni spaziali svolgono solo il ruolo di esempi intuitivi in cui le relazioni fissate in astratto nelle proposizioni geometriche si trovino realizzate. Secondo Schlick, mentre la definizione concreta rimanda ad un qualcosa di reale, all’intuizione, la definizione implicita rifiuta questo rinvio. Egli è consapevole che una pura rete sintattica può essere un mero gioco di simboli (formalismo). Ma ci sono scienze della realtà che applicano questi concetti alla dimensione dell’intuizione, anche se senza la sicurezza di un perfetto rigore.

Schlick dice che Kant, dando per scontato che i giudizi geometrici erano apoditticamente certi, si premuniva di spiegare perché. In realtà tale presupposto non è più tanto certo ed egli si rende conto che la coerenza resa possibile dalla definizione implicita si contrappone alla dimensione dell’intuizione del mondo reale, generando un rinnovato dualismo di marca quasi cartesiana. Schlick considera tale separazione un costo necessario per la chiarificazione dei termini del problema e per individuare le reali relazioni tra i due termini così nettamente distinti. Egli dice poi che non ogni gruppo arbitrario di postulati può essere assunto come definizione implicita di una serie di concetti. Gli assiomi ad es. non debbono contenere alcuna contraddizione, né devono implicarla e tale dimostrazione è un compito difficile che però è interno alla teoria in questione e può essere immaginato come risolto.

Schlick infine precisa che in matematica la definizione esplicita è una definizione che esprime un concetto mediante una combinazione di altri concetti, in modo tale che questa combinazione possa essere sostituita al concetto definito ovunque esso ricorra. La definizione implicita si ha quando una tale combinazione non può essere specificata.

 




Come riconosciamo l’argento ?

 

Per ciò che riguarda la tesi per cui la comparazione tra rappresentazione percettiva e rappresentazione mnesica non è affidabile per il riconoscimento di qualcosa (ad es. l’argento), c’è da dire che comunque non esiste un metodo migliore dal punto di vista della certezza, ma solo dal punto di vista dell’esattezza. Infatti il concetto scientifico di argento per essere costituito e verificato pure ha bisogno della comparazione tra rappresentazione percettiva e rappresentazione mnesica : certe proprietà (peso specifico etc), per poter definire l’argento o debbono essere assiomaticamente tali (per cui “argento” diventa un  nome per un qualcosa che abbia queste proprietà) oppure debbono essere ricavate da un oggetto il cui “essere d’argento” è stato desunto tradizionalmente e cioè tramite una comparazione tra rappresentazione percettiva e rappresentazione mnemonica.

Come abbiamo visto, Schlick ammette che alla fine il rinvio è sempre all’intuizione, ma pensa che le difficoltà si sono spostate ad un livello dove l’errore può essere escluso con una certa sicurezza. Il problema è che l’esempio della balena non ci aiuta per niente : infatti in tal caso la definizione di errore è correlata a come sia stato definito il concetto di “pesce”. Quest’ultimo a sua volta non ci è di aiuto, ma è il risultato di una linea di demarcazione che è stata tracciata e si spera possa essere condivisa da tutti, in modo da rendere stabili e sufficientemente prevedibili le comunicazioni relative a tali argomenti. La cosa vale anche nel caso del concetto di “argento” con l’aggravante che in questa variante la verifica cosiddetta scientifica presuppone l’uso di strumenti che non sono alla portata di tutti. In tal caso il riconoscimento diventa possibile solo a pochi, compromettendo la riproduzione diffusa e condivisa del sapere : Perché la definizione scientifica di argento deve essere accettata da uno che non ha gli strumenti per poterla testare ? Ed estendendo la portata di tale problema,  perché uno che non è potuto andare a scuola non deve credere ai miracoli ? Perché uno che non ha accesso empirico ad un acceleratore deve convenire sull’esistenza degli atomi ? Il suo approccio alla questione è, in tali casi, lo stesso di un cristiano all’epoca del Medioevo (dovrebbe cioè credere per il principio di autorità, perché lo dice Boncinelli e la maestra a scuola etc. ).

 

 

Il rinvio ad infinitum è per forza un fallimento ?

 

Il ricorso all’intuizione da parte di Schlick come punto ultimo del definire (almeno nel caso della definizione esplicita) si basa sul rifiuto del rinvio ad infinitum, ma quest’ultimo è per forza un segno del fallimento dell’impresa conoscitiva ? In realtà lo è solo per chi ritiene che i concetti e le definizioni siano costitutive del loro oggetto, dal momento che, in questo caso,  il loro operare non avrebbe né compimento né verifica. Ma se l’oggetto della definizione fosse esterno ad essa, esso potrebbe essere inesauribile, sfuggente e ciò non comporterebbe un fallimento a priori dell’impresa conoscitiva. Dire poi che i contenuti intuitivi siano ontologicamente determinati è un’assunzione che a rigore, dati i presupposti da Schlick stesso accettati (un’antimetafisica radicale), non si potrebbe fare gratuitamente : sarebbe già di per sé una indebita escursione nell’ontologia.

 

 

Aporie hilbertiane

 

Quanto alle tesi di Hilbert (che, come si vede non solo da qui, hanno avuto un ruolo fondamentale nell’evoluzione del Neopositivismo logico), c’è da dire che i termini nella sua assiomatica sembrano definire solo delle funzioni, con un formalismo sintattico che sembra rifiutare qualsiasi riferimento semantico. (anche se questo approccio ricorda metaforicamente l’ontologia dello Hua-Yen Sutra per il quale l’intuizione della verità è l’apprensione dell’intera rete interdefinita della realtà attraverso uno dei suoi nodi) Nel caso di Hilbert l’intuizione forse non si riferisce però all’aspetto semantico ma al valore di verità (che non è verificato empiricamente, ma attribuito assiomaticamente). L’assenza del ricorso all’intuizione fa sì che nei sistemi di Hilbert sia assente il livello della F-verità ? Del resto se presupponiamo che la teoria di Neurath sia un corollario filosofico delle indagini hilbertiane notiamo che anche in Neurath il riferimento all’intuizione ed alla realtà empirica spariscono dall’orizzonte teorico. Se la rete sintattica è completa in se stessa, come si può applicare all’intuizione ? Una soluzione potrebbe essere l’isomorfismo spinoziano di Wittgenstein ?

Intanto c’è da dire però che l’approccio hilbertiano comporta una chiusura monadistica del sistema stesso, nella quale i termini possono essere solo interni al sistema e non possono rivolgersi all’esterno senza che questo non implichi un’estensione del sistema (che deve reincludere questo contesto al proprio interno). Ciò implica il rischio di una chiusura reciproca dei linguaggi, monadi  complete, coerenti e chiuse ad altri sistemi linguistici. E va risolto il problema di come si possano rapportare tra di loro. Per Schlick, come abbiamo visto, ciò non implica alcun problema in quanto i concetti non sono nulla di reale. Ma considerare reale solo ciò che è isolabile o definibile in sé (come un’essenza aristotelica) è un residuo dogmatico. Per cui è necessaria una dialettica che renda possibile una rappresentazione ontologica che faccia da correlato agli strumenti che Hilbert ha elaborato (Imre Toth sembra essersi impegnato in un’impresa del genere).

Se la definizione implicita rifiuta il rinvio all’intuizione e dunque una sorta di asimmetria della rete concettuale, ciò non  presuppone una circolarità tra assiomi e teoremi, vista anche l’interdefinibilità tra i concetti di un sistema formale ?

Ed ancora il fatto che nella definizione implicita non può essere specificata la combinazione di concetti in cui si risolve un altro concetto, lo si deve alla circostanza per cui la definizione implicita è un rinvio circolare (e perciò infinito) ad una rete sintattica, tale da non consentire l’esplicitazione di una combinazione base finita di concetti ?

Possiamo accennare in ultimo al fatto che alcune tesi di Schlick circa il carattere sempre interno al sistema formale della dimostrazione sono state messe in questione dalla prova di Godel.

 

 

La geometria non è mera assiomatica

 

L’esistenza del concetto sussiste proprio nelle relazioni logiche che instaura con altri concetti e non nelle rappresentazioni intuitive con cui si lega kantianamente all’empiria. Schlick sembra confondere Concetto e Vorstellung, cosa che Kant ed Hegel non facevano. L’”esser funzione” proprio del Concetto non è una dimostrazione della sua inesistenza, ma una forma di esistenza che non è legata all’empiria, l’appartenenza ad un livello ontologico suo proprio. E’ Schlick che prima vincola la conoscenza all’intuizione e poi svilisce il ruolo della rappresentazione intuitiva. Ma è il suo punto di partenza validativo che è sbagliato.

Egli sbaglia a mettere sullo stesso piano sillogismi, sistemi deduttivi ed espressioni algebriche. Altro è l’applicabilità di un’espressione formale a diversi contesti (formalismo), altro è il valore di verità di una tautologia quale che sia il significato dei termini interni alle proposizioni. Quando Schlick dice che nella geometria analitica il punto è solo una tripla di numeri, è necessario essere cauti in quanto quei numeri comunque indicano linee che si intersecano, perché ci sono relazioni ben definite tra quei numeri e forse di tipo non unicamente aritmetico. Schlick si ostina a confondere la geometria con l’assiomatica, quando la geometria è un’applicazione concreta dell’assiomatica, applicazione volta a sistematizzare una teoresi sullo spazio (fisico, percettivo), teoresi a sua volta fondata su assunzioni intuitive o presunte tali.

 

 


8 marzo 2010

Il reale secondo Schlick

 

La conoscenza e i fatti reali

 

Conoscere per Schlick vuol dire designare i fatti mediante i giudizi usando un numero di concetti il più piccolo possibile ottenendo lo stesso una coordinazione univoca.

A tal proposito i problemi di realtà sono quelli che riguardano direttamente gli oggetti designati, e non i segni relativi agli oggetti ed il loro concatenamento.

Un problema di realtà è implicito in ogni giudizio sintetico, laddove il giudizio analitico ha il suo fondamento di legittimità solo nelle regole di designazione fissate una volta e per tutte nelle definizioni.

Invece nel giudizio sintetico tipo “La Gallia fu conquistata dai romani” vengono collegati tra di loro dei concetti che non sono messi in relazione da alcuna definizione.

Schlick poi si chiede : che ne sappiamo noi dei fatti reali ? Ci sono dati immediatamente ? Li ricaviamo per inferenza ?

Partendo dal presupposto che, prima che si possa parlare di designazione univoca di oggetti, questi oggetti devono esserci, allora cosa sono gli oggetti, i fatti, la realtà ?

Schlick dice che la risposta deve essere un giudizio, ma un giudizio è un segno dove un oggetto è sussunto in un concetto e dove non si dà ciò che è designato, che rimane al di là del conoscere. Infatti nel conoscere non si vuole aderire al designato, ma solo ordinare e coordinare dei segni. Questa non è la debolezza, ma è l’essenza della conoscenza. Il designato non ha senso indipendentemente dal designare, come il suono non ha esistenza senza qualcuno che lo ascolti.

 

 

Il reale

 

Schlick poi dice (correggendosi) che il reale preesiste ad ogni conoscenza ed è ciò che è designato prima ancora del designare. Il giudizio lo designa, ma non lo determina né lo crea.

Non si ottiene co(noscenza) della realtà, ossia intuizione di essa, mediante la conoscenza (il giudizio) della realtà. La prima invero precede la seconda : il regno dei dati di coscienza semplicemente esiste prima di qualsiasi interrogazione, ma non è l’unica realtà conoscibile.

Schlick poi si chiede quali oggetti siano reali e dice che non si possono separare gli oggetti reali da quelli irreali, perché questi ultimi non ci sono affatto.

Egli sembra voler ovviare alla possibile difficoltà di questa tesi, dicendo (come Locke) che, nel corso della ricerca, combinando concetti che designano qualcosa di dato, noi formiamo concetti che a loro volta non designano qualcosa di immediatamente noto (dato). La questione sarebbe allora se a questi nuovi concetti sia coordinato qualcosa di reale oppure se alle caratteristiche di tali concetti sia connesso anche il predicato “reale”.

La risposta alla questione della realtà di un oggetto va fatta con determinate designazioni, ma essa dipenderebbe dalla definizione di realtà. Ma è possibile definire la realtà ? Quest’ultima non si lascia mostrare solo nell’immediato esperire ? Schlick sostiene che un’analisi del concetto di realtà fa parte delle richieste che non possono essere soddisfatte, anche se è possibile reperire un contrassegno che caratterizzi tutto il reale e serva come criterio linguistico della realtà di un oggetto. Tale criterio è essenziale per la vita pratica nella quale viene usato continuamente, ma andrebbe esaminato dal punto di vista epistemologico. Il problema dunque è quale sia questo criterio e come sia possibile poi la successiva determinazione del reale (che tipo di concetti vanno usati e così via …).

 

 

La definizione di realtà

 

Per Schlick il concetto di realtà non è un concetto scientifico e non è un prodotto di una ricerca specifica (come ad es. “integrale” e “energia”). Alle scienze non importa nulla di determinare il concetto di realtà, in quanto ogni scienza si muove in un terreno di astrazioni o meglio essa è teoria ed ha per oggetto astrazioni irreali. La nozione di realtà ha un’accezione eminentemente pratica, così come affermava Dilthey. L’ascrizione di “realtà” ad un oggetto da parte di un uomo ingenuo deve quindi essere rivista ed eventualmente confermata o rielaborata ad un livello epistemologico. L’individuo ingenuo considera realtà gli oggetti della percezione sensoriale senza però essere consapevole della distinzione tra l’oggetto percepito e la rappresentazione percettiva. Egli infatti non dice “Ho la percezione di un tavolo”, ma “Vedo un tavolo”.

Schlick dice che anticamente la distinzione tra realtà ed irrealtà si cominciò a delineare solo quando si tematizzano il sogno, gli inganni sensoriali e le menzogne. Il criterio di realtà si costituisce attraverso la verifica intersoggettiva e l’approccio e la convergenza di più interfacce sensoriali (ad es. quando si tocca quel che si vede). In questo caso le rappresentazioni sono reali, ma il loro oggetto è irreale.

Tuttavia anche oggetti non percepiti vengono considerati reali (quando ad es. si vede un animale morto e si inferisce la presenza di un predatore). In tal caso si definisce “reale”ciò che produce effetti e dunque il principio di realtà si collega al principio di causalità, principio che viene continuamente utilizzato nella vita pratica. Inoltre il fatto che un oggetto non percepito produca effetti genera l’idea che esso sia autonomo dal soggetto percipiente e che addirittura fuori dalla percezione esso continui ad esistere con le qualità intuitive (primarie e secondarie) date all’interno della percezione. Questo per Schlick è realismo ingenuo dove pensare le cose vuol dire rappresentarle intuitivamente : la cosa in sé di Kant è proprio il frutto di tale concezione popolare ed il suo concetto viene introdotto da Kant senza alcuna definizione.

Schlick poi si chiede se la filosofia può assumere i criteri di realtà della visione ingenua del mondo. Egli approva la tesi ingenua per cui il propriamente dato vale come reale (Husserl ?) e cita Beneke, correggendo la tesi ingenua dove questa vuole introdurre una demarcazione tra i dati (più o meno reali). Addirittura egli, contraddicendosi in parte, toglie qualunque importanza alla distinzione tra oggetto reale e rappresentazione. Tuttavia però la seconda tesi del pensiero ingenuo, per cui non solo il dato stesso è reale, ma anche le cause nascoste del dato, viene invece considerata con la massima prudenza. Ridurre la realtà a causalità (capacità di produrre effetti) non è soddisfacente, in quanto la causalità è concetto più complesso e presuppone quello di realtà, in quanto la relazione causale è sempre relazione tra oggetti reali. Per Schlick il pensiero del realismo ingenuo presuppone una realtà in sé che non perviene mai all’esperienza, né come tale, né nei suoi effetti e , per la quale, i criteri di verità sono vanificati.

 

 

 

Due strade

 

Schlick dice che, a partire dal realismo pre-filosofico è possibile battere due strade :

  • Il realismo filosofico per cui si integra scientificamente la concezione popolare.
  • Il coscienzialismo (o positivismo idealistico) per cui si deve negare il secondo passo (realistico) del pensiero ingenuo.

Egli passa ad esaminare dunque la posizione realistica per la quale il reale è sia ciò che viene esperito, sia ciò che causa quest’ultimo. Per il realismo questo secondo fattore non è riducibile al primo (ci sono cause non esperite), ma il primo fattore è riducibile al secondo (ci sono rapporti di causa ed effetto anche tra dati esperiti).

Schlick però nota che, una volta superata la sfera del percepito, si potrebbero cominciare anche a prendere in considerazione entità che non producono vissuti come loro effetto.

Il realismo però vieta questo fatto : reale è solo ciò che agisce, ciò che esercita un effetto.

A tal proposito, Schlick esamina l’etimologia di “reale” : in tedesco esso è “wirklich” e deriva da “wirken”, ciò che agisce e in greco è “energheia” da en-ergon (in-atto, in-funzione, al-lavoro, in-azione). Egli cita poi alcuni filosofi, come Leibniz per il quale “quod non agit, non existit”, Schopenhauer per il quale la materia è causalità oggettivamente concepita ed infine Erdmann per il quale reali sono gli oggetti efficaci.

Schlick però a queste concezioni obietta giustamente che si può pensare l’Essere separatamente dall’agire ed è lo stesso pensiero ingenuo a svolgere tale separazione anche in maniera netta e conclude che il criterio dell’agire presuppone quello dell’Essere e quest’ultimo è più generale del primo, perché appunto l’Essere si può pensare senza agire. Infine a suo dire il criterio della causalità dissolve ogni importanza dell’immediatamente dato.

 

 

Lotze, Mill e Kant

 

Schlick esamina poi la posizione di Lotze, la quale renderebbe la rappresentazione della realtà ancora più evanescente, in quanto concepisce come caratterizzazione del reale, lo stare-in-relazione (non solo causale), ma in questo modo egli non distinguerebbe più tra relazioni ideali e relazioni irreali (i numeri per Schlick non sono reali, ma sono tra loro interrelati nell’aritmetica) e sarebbe costretto a dire che quel che significa “essere” in contrapposizione al non-essere è indefinibile e lo si può solo esperire. Schlick conclude che Lotze è perciò costretto (dicendo che la relazione va esperita) a pensare di nuovo le relazioni reali come relazioni causali ed a tornare al punto di partenza.

Schlick poi si dedica alla concezione più fenomenista, per cui va mantenuto il contatto tra il reale ed il propriamente dato : ad es. J.S. Mill sostiene che, se si ammette come realtà esterna non solo il dato della percezione, ma anche qualcos’ altro, questo viene rappresentato come se fosse dato nella percezione e come qualcosa che effettivamente comparirebbe in una percezione date certe condizioni. Dunque per Mill le cose reali sono condizioni di percezioni possibili.

Schlick obietta a tale posizione il fatto che essa è una riduzione del reale al possibile, ma la possibilità si definisce in riferimento alla realtà e dunque sarebbe un circolo vizioso definire la realtà in riferimento alla possibilità.

Schlick aggiunge che, per rendere in qualche modo utilizzabile la teoria della possibilità di sensazioni, dovremmo specificare le condizioni in cui compaiono sensazioni. A tal proposito, Schlick considera superiore a Mill la concezione di Kant, per il quale ciò che è connesso con le condizioni materiali dell’esperienza (la sensazione) è reale, mentre la possibilità fa riferimento alle condizioni formali. Da ciò Schlick fa discendere che la possibilità viene da Kant ricondotta solo indirettamente a relazioni con l’intuitivo. Nell’espressione kantiana “è connesso”, c’è però ancora vaghezza, in quanto Kant dice che il postulato relativo al conoscere la realtà delle cose richiede la percezione, ma non direttamente, bensì indirettamente e cioè richiedendo una connessione di tale oggetto con qualche  percezione reale, secondo le analogie dell’esperienza che prospettano ogni nesso reale in un’esperienza in generale.

Schlick a tal proposito evidenzia che il rinvio a determinazioni complicate e sintetiche non consente alla posizione kantiana di dirci quale sia il criterio di realtà e più specificatamente non ci dice da cosa si dovrebbe riconoscere il sussistere di quelle relazioni di cui si parla nelle analogie dell’esperienza.

 

 

Il metodo cartesiano e Hilbert

 

Schlick poi, prima di intraprendere la sua definizione di un criterio del reale, sottolinea l’esigenza di ancorare la determinazione del reale all’immediatamente dato (sensazioni) esprimendo con ciò l’impossibilità di un definizione puramente logica del concetto di realtà. Egli parte dalla definizione di Riehl per cui “essere reale” e “fare parte del contesto delle percezioni e della loro interconnessione” è una sola e medesima cosa.

Egli dice poi che il metodo che va seguito per risolvere la querelle parte dal constatare che l’aspirazione alla conoscenza filosofica ha dinanzi a sé due strade :

  • La strada di Descartes per cui, da tutti i giudizi ritenuti veri, si espungono tutti quelli su cui si può dubitare fino a che si arriva all’assolutamente certo, dal quale, con un procedimento sicuro, si erige l’edificio di verità filosofiche. In tal modo verrebbe tracciato un confine minimale per il regno della conoscenza. Schlick a questa via obietta che il procedimento sicuro è la deduzione, ma questa è tautologica per cui ciò che si può edificare è solo la stessa base ripetuta con altre parole. Tale concezione inoltre è costretta ad integrare il misero nucleo sottratto al dubbio fino ad un sistema compiuto.
  • La strada (che chiameremo di Hilbert), per cui si scartano dalle conoscenze usuali tutti i giudizi certamente falsi. Tale metodo scalpella dal di fuori tutto ciò che è inconsistente e pone al regno della verità un confine massimale oltre cui non ci si può estendere. Essa parte da un mondo inesauribile, pieno di processi naturali ed individui pensanti e purifica tale immagine dalle contraddizioni, così l’ampiezza del regno della nostra conoscenza viene ad essere compresa tra il confine minimale del primo metodo ed il confine massimale del secondo, ma nessuno sa con precisione dove si trova con esattezza.

 

Schlick dice pure  a tal proposito che la via cartesiana, apparentemente più rigorosa, è incoerente in quanto, arrivata alla sua meta, già deve tornare indietro e lo può fare solo seguendo lo stesso cammino che la seconda aveva preso sin dall’inizio. Il metodo cartesiano si deve fermare a ciò che è percepito nel momento presente e non può concludere per l’esistenza del mondo esterno, per contenuti di coscienza altrui e per altri soggetti.

 

 

 

 

Il carattere temporale del reale

 

Seguendo in questo Frege ed Husserl, Schlick poi afferma che la realtà è nel tempo, ma i concetti sono atemporali, ma poi afferma che il carattere temporale del reale può essere una caratteristica tale da assumere il ruolo di criterio di realtà così a lungo cercato.

Come Frege egli dice che i concetti non sono nemmeno nella mente di chi pensa, perché nella mente esistono processi reali psichici che assumono la funzione dei concetti, funzione e contenuto che sono però atemporali. Ciò vale anche per gli oggetti irreali che non sono concetti, tipo i viaggi immaginati, che non sono distinguibili da quelli reali per il loro contenuto (qui egli cita Kant per il fatto che 100 talleri immaginati non hanno nulla di meno di 100 talleri reali). Schlick poi cerca di individuare la differenza tra viaggio reale e viaggio immaginato e dice che il viaggio immaginato è più vago, più indeterminato, né deve essere dettagliato al contrario del viaggio reale che non ha la stessa libertà di determinazione.

Schlick precisa che bisogna trovare il tipo specifico di determinatezza del reale, tipo specifico che è uno stabile ordinamento spazio-temporale che pone ogni processo del mondo reale in un’interconnessione univoca con tutti gli altri processi del mondo. Ad ogni elemento di realtà compete uno ed un solo posto nel tempo, posto pienamente e stabilmente determinato, una volta scelte un’unità di misura ed un sistema di riferimento temporali.

Schlick poi cerca di rispondere all’obiezione per cui una determinazione temporale è possibile anche per un viaggio immaginario che si può fissare nel tempo sin nei secondi. Egli argomenta  supponendo che le interconnessioni naturali renderebbero necessario de facto che i singoli momenti del viaggio possano aver luogo solo in un certo modo ed in tempi determinabili anticipatamente. Ciò vuol dire che tali processi debbono avvenire esattamente come si è detto e che quindi il viaggio non è affatto qualcosa di meramente immaginario ma possiede futura realtà e non appena le circostanze naturali determinano il momento, l’evento allora si produce realmente. Naturalmente non tutte le circostanze saranno calcolabili, per cui non è mai possibile giudicare con certezza se ciò che all’inizio è immaginario diventerà anche reale. Ma tutto questo sempre si esprime nel fatto che, per il mio rappresentare o immaginare, non sussiste costrizione assoluta ad assegnare univocamente, a ciò che è rappresentato o immaginato, un punto temporale. Arbitrarietà ed incertezza rimangono comunque ed un discorso analogo vale anche per realtà passate. Infatti non si potrà mai determinare con perfetta certezza se il passato che ci rappresentiamo sia anche stato reale, in quello stesso modo in cui viene rappresentato. Tuttavia, quanto maggiore è la precisione con cui riusciamo a localizzarlo spazio-temporalmente, tanto maggiore è la sicurezza con cui possiamo dire di aver colto la realtà. Infatti, una visione onirica al risveglio viene riconosciuta come irreale perché non c’è niente che ci costringa a collocare in determinati punti temporali i processi svoltisi in questa visione, essa non ha lasciato dietro di sé delle tracce con il cui ausilio potrebbe venire temporalmente collegata in modo univoco ai vissuti del presente.

Schlick poi si rende conto che il criterio della localizzazione spazio-temporale è kantiano, ma attribuisce a Kant l’interpretazione contenutistica del contrassegno spazio-temporale che non appartiene a Kant. Egli poi dice che apparentemente il coordinamento oggettivo spazio-temporale sembra essere sganciato dall’immediatamente dato. Ma, egli precisa, la determinazione temporale, essendo relativa ad un’altra determinazione temporale, rischia di scatenare un processo ad infinitum se non ci fosse un riferimento a sua volta non relativo ad altri e cioè il presente.

Schlick aggiunge che, se il criterio della realtà di un oggetto lo poniamo nel suo esserci ad un determinato tempo, l’interconnessione del reale con il propriamente dato viene ad espressione con chiarezza.

Schlick dice poi che il filosofo non ha diritto di dare alla parola “realtà” un senso nuovo diverso da quello che il pensiero pre-filosofico ha prodotto e di cui si serve, perchè è da lì che alla filosofia vengono posti i suoi problemi ed i problemi non li può risolvere introducendo nuove definizioni. In tal modo ci si prepara sin dall’inizio il proprio particolare concetto di realtà per scansare dei problemi che altrimenti non riuscirebbero a dominare. Tali sistemi che affermano che l’equazione “reale = temporalmente determinato” non sia vera si dividono a loro volta in quelli che ritengo  tale equazione come angusta (e questi sarebbero stati confutati da Kant) e quelli che ritengono tale equazione troppo liberale.

Schlick dice che la determinazione spazio-temporale presuppone l’esistenza di un oggetto a prescindere dalla sua percepibilità. Tempo e spazio inoltre non sono in sé reali come la penna con cui scrive. Egli considera cose in sé gli oggetti di cui si afferma la realtà senza che ci siano dati, ma essi non sono quel che resta di una cosa, quando si sono tolte tutte le proprietà. Egli aggiunge giustamente che il termine “cosa” è anche fuorviante, perché spesso la realtà è fatta di processi. La cosa in sé, intesa come residuo, è un assoluto, un ignoto portatore di proprietà.

Il fatto che oggetti non immediatamente dati debbono essere pensati come temporalmente determinati non vuol dire che la temporalità sia una proprietà delle cose in sé.

 

 



Coordinamento dei segni e convergenza verso l’oggetto

 

Già Schlick non è del tutto preciso quando considera “La Gallia fu conquistata dai romani” come un giudizio sintetico, dal momento che ciò dipende dal fatto se nella definizione di “Gallia” sia compresa la funzione “essere conquistata dai Romani”. Infatti Schlick in questo caso parte convenzionalmente da un concetto di Gallia che è solo geograficamente e non anche storicamente connotato. Proprio per questo egli erroneamente dice che invano si tenterebbe di derivare dalle caratteristiche del concetto di Gallia il fatto che un giorno sarebbe stata conquistata dai Romani.

La sua concezione per cui la conoscenza non è adesione al designato, ma solo ordinamento e coordinamento di segni nel prendere spunto da Hilbert finisce per assomigliare ad Hegel. Tuttavia egli non spiega come si faccia a coordinare i segni senza farli convergere verso l’oggetto. Che tipo di coordinamento dovrebbe infatti essere adottato ? E quale criterio regola tale adozione ? Anche la concezione per cui il designato indipendentemente dal designare non abbia senso andrebbe chiarita: egli riduce l’oggetto alla sua relazione con il segno ? L’esperienza è un evento irriducibilmente interiore ? Non c’è dell’idealismo gnoseologico in questa posizione ?

Non a caso Schlick un momento dopo si corregge parzialmente, ma ugualmente, per dire che il mondo dei dati non sia l’unica realtà conoscibile e che sarebbe necessario prima averlo conosciuto interamente.

 

 

 

 

Realtà ed irrealtà

 

Anche la tesi per cui non si possono separare gli oggetti reali dagli oggetti irreali in quanto questi ultimi non ci sono affatto non spiega perché di questi ultimi si può parlare. Ciò vuol dire che essi hanno almeno un grado minimo di esistenza. Schlick presume che gli oggetti irreali siano combinazioni di concetti che designano qualcosa di dato e dunque di essi si potrebbe verificare se siano coordinati a qualche oggetto reale. Questa teoria che ricorda Locke presuppone però che tutti i concetti siano derivabili da segni che designano qualcosa di dato. Ma è davvero possibile una così completa derivazione ? Il concetto ad es. di “Infinito” è derivabile dall’empiria ?

In realtà quello che viene chiamato principio di realtà è un principio solamente pratico e viene semplicemente presupposto così com’è dalla scienza, la quale deve lasciare alla filosofia il compito della sua definizione. Schlick lo dice in certi momenti, ma poi sembra dimenticarlo.

Schlick va incontro a tesi paradossali quando dice che le scienze si muovono in un terreno di astrazioni irreali. Perché esse non perdano la loro valenza conoscitiva, c’è bisogno di una filosofia che spieghi perché queste cosiddette astrazioni irreali abbiano invece uno statuto ontologico positivo.

 

 

La cosa in sé è un concetto popolare ?

 

Schlick considera ingenua la visione del senso comune che si accontenta di dire “vedo un tavolo” e non distingue tra l’oggetto percepito e la rappresentazione percettiva. Ma ci si domanda se questa distinzione introdotta da Schlick invece che un momento di maturità conoscitiva non sia in realtà una specifica svolta storica con possibili effetti di distorsione, per la quale si potrebbe ipotizzare una rappresentazione con un oggetto irreale. Ma se l’oggetto irreale non avesse un grado minimo di esistenza, di cosa sarebbe rappresentazione la rappresentazione di un oggetto irreale ? Dire poi che la cosa in sé sia il frutto di una concezione popolare è pure sbagliato, in quanto popolare è la coincidenza tra cosa in sé e fenomeno ed il fatto che Kant introduca la cosa in sé senza definizione non è indice del fatto che sia un concetto popolare, ma del fatto che si tratta di un concetto residuale, a cui cioè sono state tolte tutte le proprietà degli oggetti fenomenici. Perciò il concetto di cosa in sé è contro il senso comune, in quanto separa con il pensiero le proprietà fenomeniche dalla realtà intuibile.

 

 

Realtà in quanto produce effetti

 

Quando poi Schlick respinge la tesi che le cause di ciò che è dato sono anch’esse reali, dicendo che la riduzione della realtà a causalità non sia soddisfacente ( in quanto la seconda sarebbe un concetto più complesso e ristretto del primo), egli opera un sofisma giocando con le diverse accezioni del termine “realtà”. Infatti la realtà che produce effetti è la realtà nel senso materiale del termine, mentre la realtà dei termini presupposta dal rapporto di causalità è la realtà nel senso noematico del termine. Perché ci sia un rapporto di causalità tra due oggetti, questi devono essere entrambi reali. Perciò la causa di un dato empirico (considerato reale nel senso percettivo del termine) deve essere anch’essa reale (almeno nel senso materiale del termine). Come si vede, ammettendo i presupposti di Schlick, si può giustificare il secondo passo del realismo ingenuo su cui invece Schlick sospende il giudizio. In realtà egli da un lato confonde il realismo del senso comune con la concezione kantiana della cosa in sé, dall’altro critica giustamente la concezione pragmatistica per cui ciò che è reale è solo ciò che produce effetti, ma in tal modo restringe la definizione del reale solo a ciò che è immediatamente dato : la sua critica invece di allargare l’estensione semantica di “reale”, ne riduce ingiustificatamente i confini.

Schlick nella critica del reale pragmatisticamente inteso sembra voler preservare sia le entità più astratte che i dati empirici, ma egli non fa l’unica operazione che potrebbe rimettere le cose a posto: riconoscere un livello minimo di realtà a tutti gli oggetti e distinguerli in base ai livelli successivi di realtà entro i quali essi sono inseriti.

 

 

Critiche non ben fondate

 

Schlick ha in parte ragione quando critica Lotze dal momento che quest’ultimo usa una sola accezione di “reale”ed al tempo stesso crede ad una distinzione tra reale ed irreale. Ma queste due cose non sono a nostro parere conciliabili. Anche Schlick però in questo caso presuppone troppe cose senza argomentare ed incorre così anche lui nell’errore ad es. quando dice che i numeri non sono reali.

Quanto alle tesi di J.S.Mill in esse c’è sia Kant (l’esistenza come possibilità di essere percepiti), c’è il realismo ingenuo (ciò che è fuori dalla percezione lo è solo contingentemente) e c’è anche la scienza moderna (la riproducibilità dei processi fisici a certe condizioni). Criticandolo Schlick fa confusione, in quanto :

·         Mill  non riduce il reale a possibile, ma definisce il reale “ciò che può essere percepito” e non “ciò che può essere”.

·         La concezione di Mill non è un coscienzialismo, ma una forma di realismo ingenuo che cerca di conciliare la concezione causale del reale con quella fenomenistica.

Schlick subordina l’utilizzabilità scientifica della tesi di Mill alla specificazione delle condizioni in cui compaiono sensazioni. Ma l’utilizzazione scientifica non è il criterio di giustificazione di una teoria filosofica.

Anche nella critica a Kant Schlick ripete i medesimi errori giacché confonde anche in questo caso la possibilità (intesa come possibilità di esistere) con la possibilità di essere percepiti (che è propria dell’accezione materiale di “esistenza”). Egli non si rende conto che proprio la concezione di Kant è ambigua dal momento che questi identifica la sensazione con le condizioni materiali dell’esperienza, le quali sono solo la possibilità della sensazione : in realtà Kant è molto più vicino a Mill di quanto Schlick possa pensare. D’altro canto cosa intende lo stesso Kant con “percezione reale”? Una percezione già verificatasi o anche una percezione possibile ? E le analogie dell’esperienza sono gli unici fragili ponti per superare il solipsismo ed andare verso l’intersoggettività propria della scienza ?

Quanto alla definizione di Riehl ci sono da porsi solo alcune domande : il contesto delle percezioni è a sua volta composto solo dalle percezioni ? Il contesto è un attributo delle percezioni (e perciò esterno ad esse) ? O le percezioni determinano il contesto (e dunque il contesto è costituito solo da percezioni) ?

 

 

I vantaggi presunti della via hilbertiana

 

Invece sulla distinzione operata da Schlick tra via cartesiana e via hilbertiana alla conoscenza, ci sono da fare le seguenti osservazioni :

·         Schlick anticipa il falsificazionismo di Popper e l’empirismo liberalizzato, dimostrando una concezione più aperta di quella neopositivista che adotterà successivamente.

·         Anche la via hilbertiana deve escludere ciò che è indubitabilmente falso. Dunque il criterio dell’indubitabilità viene solo spostato ad un livello logico differente. Senza contare che per ogni proposizione indubitabilmente falsa, esiste una proposizione indubitabilmente vera (la negazione della prima).

·         Esistono teorie immediatamente contraddittorie ? E se non sono immediatamente contraddittorie bisogna ricorrere alle contraddizioni perlocutorie ? In questo caso l’incertezza aumenta ancora.

·         Anche il metodo di Hilbert dovrà tornare sui suoi passi per inserire criteri più selettivi che orientino il soggetto all’interno della molteplicità di ipotesi e credenze rimaste in piedi.

 

 

Viaggi reali e viaggi immaginari

 

         Quanto alla tesi di Schlick per cui la temporalità è criterio necessario del reale va detto che tale criterio potrebbe essere fenomenologico, ma non ontologico. Nel dire che la nostra conoscenza del reale non si rivela mai altrimenti che nella forma del tempo, Schlick abbraccia la concezione kantiana, anche quando circoscrive la necessità della forma dello spazio ad un sotto-insieme del reale e cioè il mondo esterno.

Schlick, affermando che i concetti non sono nemmeno nella mente di chi pensa in quanto nella mente esistono solo processi psichici, non tiene conto del fatto che quello che lui chiama psichico è invece l’ambito di ciò che è fenomenologicamente dato, all’interno del quale i noemi appaiono e scompaiono, ingrediscono e non ingrediscono, ma non hanno un inizio ed un termine nel tempo : sono quelli che Whitehead chiamava oggetti eterni. Schlick confonde anche i concetti con gli oggetti dell’immaginazione (ad es. un viaggio fantasticato). Egli non tiene conto del fatto che un viaggio immaginato è più vicino alla effettivamente avvenuta battaglia di Farsalo che non ad una funzione concettuale. Nel dire poi che 100 talleri immaginati non hanno nulla di meno di 100 talleri reali, pensa erroneamente che una descrizione per quanto dettagliata possa essere equivalente ad un oggetto fisico reale, mentre in realtà l’approssimazione della prima verso il secondo è in linea di principio illimitata. Cosa mancherebbe ai 100 talleri immaginati ? Forse la prova ontologica allude al fatto che certi livelli di esistenza non sono garantiti a tutti gli oggetti, ma sono posizioni legate alla potenza. Schlick argomenta che l’esistenza non si può inferire, ma poi allude troppo confusamente ad un predicato del tutto nuovo e ad un qualcosa d’altro a cui l’oggetto ipotizzato dovrebbe relazionarsi tramite questo predicato nuovo. La tesi è così poco chiara che ci rende impossibile seguirne la traiettoria. Schlick inoltre nella sua argomentazione confonde il viaggio immaginario ancora tutto da descrivere e lo compara con il viaggio reale già bello e compiuto. In questo modo ha facilmente buon gioco, ma si provi a comparare un viaggio immaginato ben descritto nei dettagli con un viaggio reale in cui molte cose vanno ancora scoperte o descritte. Sulla comparazione tra viaggio reale e viaggio immaginario andrebbero fatte anche queste altre osservazioni :

1.      A volte un viaggio reale ha imprevisti, mentre non ne ha un viaggio immaginario (si pensi ad un romanzo già scritto).

2.      Schlick considera irrilevante lo scarto tra la previsione ed il processo reale ai fini del carattere determinato di quest’ultimo. Ma non dà ragione di questa irrilevanza.

3.      Cosa vuol dire che l’evento si produce realmente, quando devi ancora definire ciò che è reale ? Nell’argomentazione di Schlick c’è un evidente petitio principii.

4.      Il fatto che nell’immaginazione non ci sia una costrizione a determinare non vuol dire che non ci sia una determinazione oggettiva di ciò che è immaginario. Inoltre, qual è la costrizione che ci spinge a descrivere in maniera dettagliata i processi reali ? Questa mancata consapevolezza tradisce l’intento ideologico del criterio che Schlick sta elaborando. Non potrebbe il reale essere ciò che noi vogliamo determinare ?

 

 

La determinazione temporale ed il presente fenomenologico

 

Schlick poi considera la determinatezza del reale come sottoposta ad uno stabile ordinamento spazio-temporale. Ma chi assicura a Schlick tale stabilità se non una tesi metafisica occultamente presupposta ? La stabilità di un elemento di realtà va verificata definendo questo elemento rigorosamente, risalendone al concetto e dunque individuandolo in una trama ideale ed atemporale di rapporti.

Quanto alla tesi di Schlick per cui la determinazione temporale può scatenare un rinvio ad infinitum, per cui bisogna fare riferimento al presente come dimensione in cui la determinazione viene operata, si tratta in questo caso di un paralogismo, dal momento che il presente (l’immediatamente dato) non è assolutamente rapportabile ad una determinazione spazio-temporale che può essere fatta solo escludendo gli indicali (tipo “ora”) ed è contenutisticamente del tutto vuoto (Hegel). Tale connessione problematica tra determinazione temporale e presente fenomenologico dà origine ad una connessione altrettanto problematica tra il reale considerato nel tempo e ciò che è immediatamente dato.

Schlick all’inizio presenta il dato  temporale del reale come l’inserimento del reale nella corrente di coscienza (e dunque la riduzione del reale ad immediatamente dato) e poi presenta la temporalità come determinazione univoca (stare in quel posto e a quel tempo). Ovviamente l’argomentazione risulta alla fine ambigua. Infine  la determinazione spazio-temporale del reale somiglia al relazionismo (interconnessionismo) di Lotze senza specificare perché tale determinazione sia reale, mentre le altre sarebbero solo ideali. Ovviamente dire che ciò che riconosciamo come reale è temporale, non presuppone che noi già riconosciamo qualcosa come reale prima di vedere che ha una dimensione temporale ? E tale previo riconoscimento come può essere spiegato o giustificato ? Non siamo di nuovo di fronte ad una petitio principii ?

Infine il fatto che la determinazione temporale si applichi anche ad oggetti non immediatamente dati non mette fuori gioco qualsiasi necessità di rapporto con il presente fenomenologico e l’immediatamente dato ? Ed inoltre non sancisce (contrariamente a quel che pensa Schlick) che la temporalità sia una proprietà delle cose in sé ?


22 febbraio 2010

L’evidenza e la percezione in Schlick

 

L’evidenza ed il regressus ad infinitum

 

Schlick osserva poi che i sostenitori del criterio dell’evidenza nel campo logico argomentano che qualunque cosa si dica, si presuppone sempre ed inevitabilmente che le affermazioni fatte siano evidentemente vere. Quindi non sarebbe possibile rifiutare il criterio dell’evidenza e perciò il rinvio all’evidenza sarà sempre il punto terminale di una chiarificazione epistemologica. Schlick a tale tesi obietta che i fondamenti di ogni sapere non hanno bisogno di essere evidenti perché ci sono e basta. Il ricorso all’evidenza (“x è evidente”) scatena solo un regresso ad infinitum (“è evidente che x sia evidente”) ed inoltre l’evidenza psicologica può accompagnare anche giudizi falsi. A nulla vale per Schlick la distinzione tra evidenza (oggettiva) e certezza (soggettiva) e magari parlare di certezza senza evidenza. Infatti o l’evidenza autentica viene esperita come diversa da quella inautentica (ma in questo caso verrebbe negato lo stato di fatto spiegato dalla teoria dell’evidenza) oppure tale esperienza distinta non è possibile ed allora solo un’indagine successiva (non basata sull’evidenza altrimenti si andrebbe in un circolo vizioso) potrebbe stabilire se ci troviamo di fronte ad una certezza con o senza evidenza.

 

 

Evidenza e verità

 

Schlick osserva pure che gli assiomi di una scienza non debbono far parte dei giudizi immediatamente evidenti : questi ultimi forse sono giudizi percettivi elementari, mentre principi come quello di causalità o del pdnc sono ai massimi livelli di astrazione e collegano concetti ricchi di relazioni, per cui più sono astratti e più sono complicati i processi che ce li rendono presenti. Dunque che i principi logico-conoscitivi siano immediatamente evidenti è una tesi temeraria.

Schlick poi accenna alle modifiche della teoria dell’evidenza per cui quest’ultima non è un mero vissuto soggettivo, ma una proprietà ideale (logica) del giudizio che può essere colta o non colta negli atti reali di pensiero : la teoria così si allontana dal suo punto di partenza e dalla sua specificità. L’evidenza diventa un contrassegno della verità o la verità stessa della proposizione. Ma le obiezioni scettiche valide contro la caratterizzazione psicologica dell’evidenza si trasferiscono pari pari dall’evidenza stessa alla sua relazione con i vissuti soggettivi che devono con la loro comparsa informarci della sua presenza. Schlick dice poi che l’errore fondamentale di questa posizione è di concepire la verità come qualcosa di inerente al singolo giudizio stesso indipendentemente da altri giudizi e stati di cose reali. Ma la verità non è una proprietà immanente del giudizio e la sua essenza invece consiste nelle relazioni del giudizio con qualcosa al di fuori di esso e cioè altri giudizi (proposizioni concettuali) o la realtà (asserzioni di realtà). In tale ambito si presentano stati di coscienza che si possono designare come sentimenti di evidenza, la cui significanza gnoseologica non deve essere però fraintesa.

La teoria dell’evidenza per Schlick è piena di contraddizioni. Essa si origina anche dal fatto che si pensa erroneamente che le verità ed i fatti di coscienza siano di fronte alla coscienza stessa, per cui c’è bisogno di un filtro di verità tra la coscienza e questi dati. Invece in realtà i propri processi di pensiero non sono per la coscienza fatti estranei, ma qualcosa che fa parte di essa stessa, mentre tuttavia si continua a pensare i processi di pensiero come staccati dalla mente ed il loro rapporto lo si definisce una percezione interna, concetto che è molto infelice

 

 

La tesi di Brentano

 

Schlick poi esamina la tesi di Brentano, per cui nel caso della percezione interna, il percepito sarebbe immediatamente inerente alla percezione, mentre nella percezione esterna gli oggetti sarebbero dati alla percezione solo mediatamente attraverso l’ausilio degli organi di senso. Schlick obietta che è stato fatto giustamente notare che, nel caso della percezione esterna, non si tratta di inganni sensoriali, ma al massimo di falsa interpretazione, e tale falsa interpretazione si avrebbe pure nel caso della percezione interna o al contrario sia percezione interna che percezione esterna sarebbero altrettanto evidenti ed infallibili.

Husserl parla invece di percezione adeguata, dove contenuto ed oggetto coincidono, e percezione inadeguata dove invece divergono. Ma Schlick obietta che il contenuto è lì, c’è e questo è tutto e dunque la percezione adeguata sembra essere fuorviante ed avere senso solo in quei sistemi filosofici dove esiste una conoscenza intuitiva e dove la percezione stessa è già conoscenza.

Schlick poi considera la distinzione di Brentano tra percezione interna (l’esser dato) e l’osservazione interna (che per Brentano è illusoria) ed il rifiuto di Brentano dell’inconscio una conferma della sua idea. Schlick aggiunge che, contro la sua tesi dell’impossibilità della distinzione tra un contenuto di coscienza ed il suo essere percepito, la psicologia sperimentale si difende con la teoria leibniziana delle piccolissime percezioni inconsce, per cui vi sono sensazioni e differenze di sensazioni che non vengono avvertite (Kulpe).

 

 

La tesi di Stumpf

 

Anche Stumpf parla ad es. di accordi dove le singole note sono presenti anche se non avvertite nella loro singolarità. Anche il chimico, dice Stumpf, è stato accusato di commettere fallacie nel concludere che nell’acido carbonico sarebbero già contenute le due sostanze che da questo si ottengono successivamente. A tal proposito Schlick obietta che l’acido carbonico non è qualcosa di immediatamente dato, ma un sostrato che sta in qualche modo oltre le sensazioni date oppure è un concetto che designa certe interconnessioni del dato. Lo stesso vale dell’ossigeno e del carbonio che possono essere definiti in modo che adempiano il meglio possibile alla loro funzione. Ma i dati di coscienza non sono lo stesso : un accordo udito non è una cosa trascendente sulla cui proprietà e componenti possano essere fatte queste o quelle supposizioni. Non si tratta di un concetto definibile, ma qualcosa che è semplicemente e su cui non si possono fare ipotesi (queste si fanno solo su oggetti immediatamente dati). Il dato è il reale per eccellenza, che precede tutte le nostre assunzioni. Se nell’udire un accordo la prima volta si ha la sensazione di un suono unitario e la volta successiva si percepiscono in esso più note, allora i vissuti presenti la prima volta sono diversi da quelli presenti la seconda volta.

Schlick infatti dopo ammette che c’è la possibilità di assumere che le sensazioni stesse siano diverse nei due casi, ma aggiunge che l’ipotesi, con cui si vorrebbe ridurre la diversità tra i due casi (una nota o più note) all’intervento di uno specifico atto psichico, è inaccettabile se questo atto lo si concepisce come un semplice avvertire. “Essere avvertito” è sinonimo di essere conscio e non può essere una particolare funzione della coscienza, ma è esso stesso coscienza e non può mai servire a spiegare la differenza tra due stati di coscienza.

Schlick aggiunge che lo sforzo di ritrovare immutati in configurazioni psichiche differenti gli stessi elementi (a volta inavvertiti, a volte consaputi) è un residuo di atomismo psicologico, di un’illecita reificazione che rende le configurazioni della coscienza come composti diversi di elementi immutati. A questa concezione atomistica si obietta che la corrente di coscienza è un vero e proprio flusso eracliteo dove ogni stato-di-coscienza  è un’unità e non è analizzabile come un composto chimico.

Schlick cita Cornelius quando afferma che da un qualsiasi contenuto di coscienza nulla può essere analizzato, senza che qualcosa di nuovo prenda il posto di questo contenuto di coscienza.

Schlick analizza dunque l’argomentazione di Stumpf, secondo il quale, anche se colore ed estensione formano un intero, non è vero tuttavia che l’estensione non si presenti senza il colore in quanto l’estensione al tatto non è colorata. Schlick a questo argomento obietta che la parola “estensione” applicata ai dati di sensi differenti significa qualcosa di diverso nei diversi casi. L’estensione di un colore e quella del tatto non sono dati psichici identici e solo una corrispondenza empirica tra ordinamento di impressioni tattili ed ordinamento di impressioni visive può consentire che i due dati vengano riferiti ad un unico e medesimo ordinamento oggettivo chiamato “estensione”. Le considerazioni di Stumpf non dimostrano la possibilità della distinzione tra la sensazione ed il suo venir avvertita. Con ciò non si è detto niente contro la statuizione delle funzioni psichiche come specifica classe di vissuti. Ciò che si nega è che, tra queste funzioni, ve ne sia una che consista nell’avvertire i contenuti di coscienza. Schlick aggiunge che, se si distingue la sensazione dal suo essere avvertita (in modo che potrebbero esserci sensazioni senza che una coscienza ne sappia nulla), allora le stesse sensazioni sono oggetti trascendenti di fronte alla coscienza (come gli oggetti della percezione esterna), ma una dottrina del genere va qualificata come metafisica, dove le sensazioni sono cose in sé inconsce, così come sono inconsce le cose fisiche. Egli smussa poi la sua tesi, in quanto dice che i processi di appercezione, che si accompagnano ad un dato e attraverso i quali questo dato vissuto viene elaborato, sono designati da Durr come “percezione interna del vissuto”. Per Schlick, se in tal caso non s’intende un cogliere immediato, questi processi di elaborazione derivati dal vissuto non sono contestati, ma non sono percezioni interne, ma appunto appercezioni, dove non è che il vissuto percepito sia contenuto ancora immutato nel vissuto appercettivo, ma si tratta di due vissuti diversi. Egli a tal proposito cita Herbertz che considera la percezione interna qualcosa di non immediato, ma una sorta di riflessione.

 

 

La tesi di Kulpe

 

Schlick critica invece la posizione di Kulpe, secondo il quale percepire un processo psichico equivale ad esserne consapevole, per cui la sensazione pura è inconscia e solo attraverso uno specifico e graduale processo, la coscienza ne prende possesso (Kulpe distingue cinque diversi livelli di coscienza, la cui esistenza sarebbe sperimentalmente provata). Schlick obietta che tale risultato non è desumibile dall’esperimento, ma solo da un’interpretazione parziale dell’esperimento stesso. In tale caso una serie di vissuti diversi viene interpretata come un solo e medesimo contenuto, ma può essere più correttamente interpretata come una serie differente di contenuti, visto che vissuto e contenuto del vissuto sono una sola e medesima cosa.

Schlick discute il caso citato da Kulpe in cui un soggetto sperimentale riesce a specificare la forma di una figura disegnata, ma non il colore. Essendo questo determinato oggettivamente, Kulpe conclude che il soggetto sperimentale ha avuto una sensazione di colore che non è divenuta consapevole. Schlick obietta che tale conclusione non è valida, in quanto il resoconto di un vissuto è sempre e solo successivo ad esso. Se durante il vissuto, deve esserci stata una sensazione di colore che non c’è più nel corso del resoconto, siamo di fronte al dimenticare e cioè a dati di coscienza così fugaci, che appena sorti sono subito dimenticati.

 

 

La coscienza come teatro e come flusso

 

Schlick conclude la sua ricognizione dicendo che le forme di espressione del nostro linguaggio riposano sul falso presupposto che, di ogni esperire, di ogni essere cosciente faccia parte la triade io/atto/oggetto, così come il percepire presupporrebbe percipiente/percepire/percepito. Anche i termini “dato” oppure “avuto” evocano la contrapposizione soggetto/oggetto.

Schlick aggiunge che il Cogito di Descartes contiene l’insidia di una distinzione tra un Io sostantivo e sostanziale (la cui esistenza è dedotta dal Cogito) e la sua attività (il cogito appunto). Lichtenberg  giustamente secondo Schlick, sosteneva che la giusta deduzione dal Cogito non sarebbe stata “Io penso”, ma “C’è pensiero”.

Schlick aggiunge che nella psicologia noi sempre parliamo come se la coscienza fosse un palcoscenico in cui i singoli elementi psichici fanno la loro entrata dopo essere stati dietro le quinte (il teatro cartesiano di Dennett) per poi farsi ordinare e collegare dalla spontanea attività dell’Io. Per Schlick invece ciò che questi termini descrivono è solo il continuo ed incessante mutamento di qualità che chiamiamo corrente di coscienza (James). In questa corrente ognuna delle fasi è una fase nuova e non contiene realiter nessuna delle fasi anteriori, anche se può essere designata come appercezione di un vissuto precedente. La corrente di coscienza è un processo semplicemente essente, dove l’Io è il suo nesso unitario e non una persona che lo osserva e lo guida. L’esplicita coscienza dell’Io non è un fattore che accompagni costantemente il corso dei processi di coscienza, ma è un contenuto tra gli altri che compare in specifiche circostanze. Schlick termina questa critica elogiando Wundt il quale ha costantemente negato la distinzione tra “coscienza” e processi che costituiscono il contenuto della coscienza.

 

 

L’influenza del formalismo e l’evidenza come proprietà logica

 

Le obiezioni di Schlick ai teorici dell’evidenza come principio epistemologico sono per lo più cogenti e la sua visione anche qui è molto influenzata dal formalismo hilbertiano per il quale bisogna partire comunque da qualche parte e dunque ci sono e ci debbono essere dei presupposti (senza che questi siano accompagnati da evidenza). Nel discutere questo argomento, Schlick è formalista e non empirista e distingue tra presupposti genetici (empirici ed evidenti) e presupposti validativi (astratti e conoscitivamente mediati). In ciò è fondazionalista anche se formalista.

Egli però non spiega in che senso i concetti presenti negli assiomi siano ricchi di relazioni, né spiega come l’astrazione si concili con tale ricchezza. Quest’ultima non si associa al Concreto ?

Quanto  alla tesi dell’evidenza come proprietà logica, Schlick ha ragione nel dire che l’evidenza, divenuta proprietà logica diventa una tesi ridondante e che l’obiezione scettica si ripropone di nuovo senza problemi (la tesi dell’asserzione di Frege potrebbe considerarsi una riproposizione oggettivistica delle tesi dell’evidenza ?). Ma anche la verità come relazione della proposizione con altro pure dà luogo ad un regressus ad infinitum perché tale relazione è un’altra proposizione di cui bisogna rappresentare la verità (e cioè la sua relazione con altro). Come c’è un  regressus ad infinitum dell’evidenza, c’è pure un regressus ad infinitum della verità (“E’ vero che è vero che è vero ,,,”). Inoltre dire che dobbiamo fare  a meno dell’evidenza è impossibile, dl momento che essa è il segnale interiore che ci consente di dare l’assenso nostro ad una qualsiasi tesi. Ed anche quando ci sforziamo di discutere un contenuto che ci pare evidente, la discussione finisce sempre di fronte ad un altro contenuto evidente che dovrebbe supportare o contraddire quello precedente. Schlick però fa bene a ridurre il sentimento dell’evidenza (questo nel paragrafo sulla verificazione) ad un riconoscimento di identità o di equivalenza: in questo modo, magari non volendolo, evidenzia le radici ontologiche (il rapporto tra soggetto e oggetto come Identità) dell’epistemologia. Questa operazione Schlick significativamente la metterà in atto anche per ciò che riguarda l’univocità e la verità. E del resto cosa dovevamo aspettarci da chi dice che la conoscenza è ritrovare l’identico nel diverso ?

 

 

Una possibile teoria dell’evidenza

 

1.      La scienza è costituita da più agenti, ognuno dei quali parte da diversi insiemi di presupposti, alcuni dei quali son condivisi da altri.

2.      Nell’assumere o nel cambiare i propri presupposti gli agenti si basano sul criterio psicologico di evidenza, qualità che può accompagnare diversi presupposti nel corso del tempo.

3.      Il dialogo ed il confronto tra gli agenti può far sì che la qualità dell’evidenza nel corso del tempo si appoggi all’uno o all’altro contenuto.

4.      In tal modo il criterio dell’evidenza rimane quello soggettivo ed intersoggettivo di condivisione dei presupposti, senza che ci sia un circolo vizioso nel criterio di evidenza, dal momento che di volta in volta si può cambiare contenuti.

5.      A tal proposito, quando un’evidenza cambia contenuto essa si coordina con altri contenuti evidenti per integrare i contenuti di evidenza passati all’interno del sistema attuale di contenuti evidenti.

6.      Dunque il criterio dell’evidenza non è logico  ma metodologico, nel senso che i principi analitici (evidenti) si occupano del rapporto reciproco tra altri contenuti evidenti e presiedono alla continuazione e/o sospensione e/o indirizzo della ricerca

 

 

Percezione e fenomenologia

 

Quanto alla tesi di Brentano già parlare di percezione interna è problematico in quanto, se si trattasse di percezione interna del corpo, anche questa sarebbe mediata dai sensi, così come quella esterna. Sia l’accesso sensoriale a degli stati d’animo, sia quello ad oggetti esterni al corpo proprio, hanno una loro immanente certezza (sia pure filosoficamente ingiustificata). Solo se si rapportano i dati di coscienza (che sono i correlati oggettivi delle sensazioni) con gli oggetti astratti della scienza, allora ci possono essere divergenze che vanno appropriatamente tematizzate.

Schlick forse fraintende la tesi di Brentano, anche se ha ragione nel dire che bisogna distinguere tra intuizione (il darsi fenomenologico del contenuto) e percezione (il tentativo attraverso l’intuizione di operare implicite inferenze sugli oggetti). Dunque non è corretto parlare di percezione interna e percezione esterna come se fossero due accessi immediati (e non mediati) agli oggetti.

Quanto alla critica della concezione fenomenologica, altro è dire che i contenuti fenomenologici non vadano sottoposti a filtro (fenomenologia selvaggia), altro è dire che i contenuti fenomenologici siano propri dell’Io, il che è tutto da dimostrare. Inoltre dire che i propri processi di pensiero non sono fatti estranei alla coscienza è una petitio principii.

Infatti cosa porta Schlick a dire che dati processi di pensiero siano propri ?

Inoltre, il fatto che il contenuto ci sia e basta, non implica che possa divergere dall’oggetto cui si riferisce nel rapporto semiotico. Inoltre la conoscenza intuitiva non si contrappone all’interpretazione (che si ha già nel passaggio puramente ideale dalla sensazione alla percezione), ma all’argomentazione (deduzione).

 

 

Flusso di coscienza e riflessione

 

Quanto alle tesi di Stumpf e Kulpe, Schlick ha sostanzialmente ragione, ma va osservato che :

·         Se un dato è irriducibilmente diverso da altri dati, perché un concetto (es. acido carbonico) non deve essere radicalmente differente da altri concetti (es. ossigeno, carbonio) ?

·         Non è vero che sul dato non vengano fatte ipotesi. Già la descrizione di un dato è in realtà un’interpretazione del dato. Vengono in realtà fatte ipotesi sul dato, collegandolo a ciò che non è dato (es. oggetti scientifici). E’ ovvio che qualunque riflessione ed interpretazione del dato diventa anch’essa un dato di coscienza e come tale fa parte del flusso (in un certo senso i concetti e gli universali sono dati scelti a preferenza di altri dati).  Schlick invece nega la possibilità della riflessione e nega che una parte possa rappresentare il tutto, ma così trascura il fatto che, da un certo punto di vista, coscienza e tempo sono processi cumulativi in cui alcuni stati di coscienza (quelli successivi) si riferiscono agli altri (quelli precedenti). Il fatto che la relazione semiotica venga sostituita da Schlick con quella causale, fa sì invece che, nel rapporto tra appercezione e percezione, si tolga alla prima ogni specificità ed ogni valore cognitivo suo proprio.

·         Essere avvertito” significa essere conscio di una ben determinata cosa e non equivale ad essere conscio in generale (come vorrebbe Schlick). Dunque si può avere uno stato di coscienza più o meno sensibile solo a certi processi e questo può spiegare l’apparire o il non apparire di certi dati di coscienza.

·         La scienza spesso ha spiegato differenze tra dati, ricorrendo ad una spiegazione che rende un dato come fenomeno ed un altro dato come apparenza (mancando in questi casi di neutralità). Nella sua critica alla psicologia atomistica Schlick conferma che il genuino empirismo (filosoficamente agguerrito) non ha niente a che fare con la scienza (esplicativamente produttiva), anche se bisogna dire che il flusso di coscienza da lui sostenuto è in realtà infinitamente scomponibile (l’omogeneità corrisponde alla massima differenziazione interna) e dunque analizzabile in infiniti modi (interpretazioni).

·         La tesi che vissuto e contenuto del vissuto siano la medesima cosa è molto discutibile (il contenuto del vissuto ha una portata noematica). Inoltre quando Schlick parla di “una serie di vissuti diversi” che viene interpretata come un solo e medesimo contenuto, in realtà sta spacciando la sua interpretazione (i vissuti molteplici) per il dato (il cui contenuto per sua stessa ammissione non può essere univocamente determinato)

·         Anche la tesi della dimenticanza (preferita da Schlick alla tesi della mancata percezione) può essere considerata una interpretazione parziale ( e non una descrizione) del medesimo evento.

·         Il nesso unitario ed il soggetto osservante non possono essere la stessa cosa ? Cosa ha di più il soggetto osservante rispetto al nesso unitario ? Ma, soprattutto, come si può togliere “l’Io penso” dalle nostre rappresentazioni ? In realtà l’Io osservante garantisce l’illimitatezza del flusso di coscienza non solo nel tempo, ma anche diciamo così verticalmente, nel senso della infinita gerarchia metalogica. L’Io osservante è l’ulteriorità necessaria del flusso di coscienza, una sorta di garanzia della sua eternità, un deus ex machina che ne consente la perpetuazione anche in assenza di nuovi dati empirici.


5 agosto 2008

Blaga Dimitrova : "Senza amore"

Da questo momento vivrò senza amore.
Libera dal telefono e dal caso.
Non soffrirò. Non avrò dolore né
desiderio.
Sarò vento imbrigliato, ruscello di
ghiaccio.

Non pallida per la notte insonne –
ma non più ardente il mio volto.
Non immersa in abissi di dolore –
ma non più verso il cielo in volo.
Non più cattiverie – ma nemmeno
gesti di apertura infinita.
Non più tenebre negli occhi, ma lontano
per me non s’aprirà l’orizzonte intero.





Non aspetterò più, sfinita, la sera –

ma l’alba non sorgerà per me.
Non mi inchioderà, gelida, una parola –
ma il fuoco lento non mi arderà.
Non piangerò sulla crudele spalla –
ma non riderò più a cuore aperto.
Non morrò solo per uno sguardo –
ma non vivrò realmente mai più.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. poesia amore infinito vita

permalink | inviato da pensatoio il 5/8/2008 alle 21:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


18 dicembre 2007

Simboli : l'Abisso

 

Il termine Abisso vuol dire “voragine senza fondo” dal greco abiuthos (a-byuthos = senza-fondo).

Si intende in genere empiricamente un apertura sul terreno, ma anche in mare, di cui non si riesce a vedere il fondo ed in cui si può cadere o da cui può emergere qualsiasi cosa, sia essa buona o cattiva.

Dunque esso è origine (da cui si emerge) e fine (in cui si precipita), indeterminato (in quanto non è visibile il suo fondo), smisurato (in quanto non si riesce a misurare) indifferenziato (in quanto le cose che si originano da esso sono della natura più varia e diversificata, buone e cattive, belle e brutte).

Esso simboleggia l’origine, la fine, Dio, ma anche il Male in quanto informe e indeterminato ed  il Caos primigenio, l’Apeiron, origine infinita, indeterminata e onnicomprensiva (e dunque Totalità) di tutto ciò che esiste.




Presso i Sumeri probabilmente è l’Apsu, il Dio che è fonte di tutte le acque sotterranee ed è Tiamat, l’acqua oceanica e caotica da cui Marduk, l’ordinatore, uccidendola ricava il cosmo attraverso un procedimento di divisione.

Babilonia è la città che forse meglio di tutte rappresenta il caos e la sua domesticazione, giacchè è Bab-ilu (porta del Dio, quasi il buco da cui Dio appare) ed è anche Babele (confusione di lingue), ma in essa svetta lo ziqqurat E-temen-an-ki (la casa del recinto o del fondamento del Cielo e della Terra), il luogo in cui il Caos (origine ed unione indifferenziata del Cielo e della Terra) viene delimitato e catturato.

L’Abisso simboleggia la tenebra in cui è sospeso il mondo creato da Jahvè

L’Abisso simboleggia il Caos greco, che prima di essere confusione, è Xasma (apertura, bocca), ma anche l’Informe cui alludono i Vangeli apocrifi, l’informe della nascita e della fine, l’Archetipo materno, la smisuratezza eraclitea dell’anima e dunque l’immensità dell’Inconscio

Infine nella filosofia prima Meister Eckart e poi Jakob Bohme intuiscono l’ambivalenza di questo simbolo e parlano di Grund Ab-grund (Il Fondamento senza fondo) come simbolo di Dio, metafora che verrà sviluppata in tutta la sua potenza dal secondo Schelling contro il Panlogismo hegeliano.


sfoglia     aprile        luglio
 

 rubriche

Diario
Filosofia
Politica
Articoli
deliri
Schegge
Ontologia
Epistemologia
Storia
Ermeneutica
Conto e racconto
Comunismo

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

italo nobile
Periecontologia
blog filosofia analitica
porta di massa (filosofia)
Crisieconflitti
Blog di crisieconflitti
Rescogitans
Spettegolando
Being and existence
Josiah Royce
filosoficonet
Russell on proposition
Wittgenstein against Russell
Landini on Russell
Kalam argument
Internet enciclopedy of philosophy
Sifa
swif
Moses
Grayling
Bas Van Fraassen
Gilbert Harman
Nordic journal of Philosophical logic
Paideia Project
Ousia
Diogene : filosofare oggi
formamentis
riflessioni
Articoli filosofici
Ancient Philosophy
Dialegesthai
Hegel in MIA
MIA . risorse filosofiche
Gesù e la storia
piergiorgio odifreddi
renato palmieri
Dizionario sanscrito
Lessico aramaico
Cultura indù
Lessico indiano
Mitologie
Egittologia
Archeogate
Popoli antichi
Antichi testi cristiani
Bibbia
Testi biblici e religiosi
Agiografia
Eresie
Critica della Bibbia
Psychomedia
Rabindranath Tagore
La Pietà di Michelangelo
Sapere
google
Wikipedia
Libri in commercio
google traduttore
libri su google
Emiliano Brancaccio
Libri in commercio2
Dispense
crisieconflittiblog
l'ernesto
Essere comunisti
manifesto
Liberazione
Proteo Vasapollo
Appello degli economisti
Krisis
Rivista del Manifesto
n+1
Temi marxisti
Ripensare Marx
Gianfranco La Grassa
Ripensare Marx 2
Costanzo Preve
CriticaMente
Mercati esplosivi
Intermarx
Archivio marxista
35 ore
Gianfranco Pala
Contraddizione
falcemartello
Comunisti internazionalisti
Comedonchisciotte
Che fare
Teoria critica libertaria
Bellaciao
Anarcocomunisti
Informationguerrilla
Scambio senza denaro
Chaos
Guerra globale
Peacelink
Altraeconomia
Brianza popolare
indymedia napoli
Partito comunista internazionale
Prometeo
Giano
Cervetto
Rivoluzione comunista
P.C.internazionale (sinistra)
Teoria e prassi
Contropiano
Mazzetti
mazzetti2
vis a vis
Rotta comunista
Erre
Indymedia lavoro
Il pane e le rose
Articoli neweconomy
Noam Chomsky
Malcom X economia
La Voce.info
Z-Anarchismo
Iura Gentium
Domenico Gallo
Articolo 21
ansa
Openpolis
Asca (agenzia stampa)
Repubblica
Corriere della Sera
Adnkronos
Agenzia giornalistica italiana
Il Foglio
Informazioni on line
Rapporto Amnesty
Governo italiano
Inail
Avvisatore Parlamento
Inps
Istat
Censis
Rete no-global
Greenpeace
Utopie
Associazione pro Cuba
Rassegna stampa
Rassegna sindacale
Lucio Manisco
Nonluoghi
Osservatorio Balcani
Comunisti italiani
Rifondazione
Peace reporter
Centroimpastato
Democrazia e legalità
Società civile
Beppe Grillo
Alternative
Un mondo possibile
Laboratori di società
Antiutilitarismo
Mediawatch
Megachip
Le monde diplomatique
Report
Forum Palestina
Il filo rosso
Il Dialogo
Giulietto Chiesa
Guerraepace
Namaste
NensVisco Bersani
Unità
Sinistri progetti
Socialpress
Cafebabel
Terreliberedallamafia
Maria Turchetto
Carta
Carmilla
Lettera internazionale
Jacopo Fo
Globalproject
Attac
Anarchivio
Resistenze
Micromegas
Sbilanciamoci
War news
Tobin tax
Un ponte per
Uruknet
Lettera 22
Rainews
Reti invisibili
Centomovimenti
Euronews
Nidil Cgil
Chain workers
Cani sciolti
Ivan Ingrilli (sanità)
Sanità mondiale
Almanacco dei misteri
Rapporto Amnesty
Diritto del lavoro
Atlante geopolitico
Criticamente
Disinformazione
istitutobrunoleoni
Statistiche Bankit
Debitopubblico
Economia politica
Rasegna stampa economia
Dizionario economia
Cnel
formazionelavoratori
Confcommercio
Affari esteri
Teocollectorborse
Businessonline
Linneo economia
Economia e società aperta
Statistiche annuario ferrarese
Eures
Cgil Lombardia
Fondazione Di Vittorio
Fai notizia
Luogo comune
Zoopolitico
ok notizie
Wikio
La mia notizia
Youtube
Technorati
Blog
Answers
La leva di Archimede
Eguaglianzaelibertà
Liberanimus
Link economici
campioni pugilato
All words (dizionari)
Babelfish traduttore
Dieta
Cucina 2 : Buonissimo
Calorie
Cucina
Primi piatti
Dieta 2
Last minute
Dica 33
Schede medicinali
Dizionario etimologico
Dizionari
E-testi
Foto da internet
Ferrovie dello Stato
La Gazzetta dello Sport
Incucina
Cucina napoletana
Tabelle nutrizionali
Altalex
Pagine bianche
Calcola inflazione e interessi
Film Tv
Fuoco
Studium
Amica Mia di Pigura
prc valdelsa
Siddhartino
Altromedia
Trashopolis
lotte operaie nel mondo
vulvia
Korvo Rosso
La tela di Penelope
Conteoliver
Mario
Cloroalclero
Fronesis
Il mondo di Galatea
Polpettine
Tisbe
Lameduck
aiuto
Daciavalent
Arabafenice
Batsceba
Pibua
Guevina
Vietato cliccare
Cattivomaestro
Khayyamsblog
Francesco Nardi
Alex321
Ciromonacella
Comicomix
Devarim
Raccoon
La grande crisi del 2009 (cronache)
Giornalettismo
Zio Antonio
Radioinsurgente
Garbo
Vita da St(r)agista
sonolaico
serafico
jonathan fanesi
Valhalla
Millenniumphoenix
gianfalcovignettista
occhidaorientale
Undine
Capemaster
Mimovo
antonio barbagallo
Nefeli
Secondoprotocollo
Nessunotocchisaddam
Pragmi
Rigitans
Alessandro
Formamentisblog
Corso di traduzione letteraria
Filosofia del web
Mediamente
Psicopolis
Blog cognitivismo
Dswelfare
Caffeeuropa
Stefano Borselli
Domenico De simone
Andrea Agostini
democrazia diretta
Finkelstein
Movisol
Società e conflitto
menoStato
Settantasette
la Cia
misteri e cospirazioni
Globalizzazione
Centroimpastato
Tugan Baranovsky
Wright su reddito garantito
Contro il lavoro
Assenteismo e operai
Auschwitz e il marxismo
Cestim migrazioni
Salute naturale
Signoraggio
Umanitànova
Crisi della liquidità
Cooperazione tra cervelli
La Grassa su Bettelheim
Marx e Lange
Gramsci e la globalizzazione
Marx e la crisi
Prc quinto Congresso
Lessico gramsciano
Il virus inventato
Lotte disoccupati francesi
Biospazio
Storia nonviolenza
Tax justice network
Marx e la crisi
Seminari della controra
Valori e prezzi
Veti Usa a risoluzioni Onu
Anarchici
Nuovi mondi media
Stele e cartigli egizi
Libro dei morti
Egitto
Egitto2
Egitto3
Egitto4
Egitto5
Storia delle Brigate Rosse
Guide di Dada net
Aljazira.it
Arab monitor
Il Giornale
Cultura cattolica
Il denaro
Aldo Pietro Ferrari
Asianews
Storia della birra
Storia contemporanea
Dossier Legge Biagi
Ateneonline

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom