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1 maggio 2009

Una strana concezione dei costi

Festeggeremo il Primo Maggio facendo delle considerazioni su di un commento di Etienne 64 all'articolo di Guglielmo Forges Davanzati qui postato sul lavoro nero.
Etienne dice in sostanza che la semplificazione fatta nel Libro Unico importa un calo della possibilità di beccare gente in nero ma un minor costo di gestione della posizione lavorativa. E poichè il lavoro in nero non viene impedito da un registro in più o in meno, ma il registro in più nell'aumentare i costi di gestione del personale diventa un piccolo disincentivo ad assumere altra gente, allora sarebbe preferibile la soluzione proposta dal Libro Unico voluto da Sacconi.



A me l'argomento non sembra cogente. Fatta salva la tesi per cui mantenere un registro in più avrebbe un incidenza sulle assunzioni (ma in tal caso andrebbe fatto qualche conticino), ci sono tanti adempimenti che potrebbero essere messi in un fondo per assumere nuovo personale (e anche questa è un eventualità non una sicurezza), ma non per questo questi adempimenti vanno sempre cancellati (sarebbe come dire che se mangiassimo meno di 1000 calorie al giorno, potremmo comprarci la seconda casa). Poi dire che un registro in più non incide sul lavoro nero, quando un registro in meno diminuisce la possibilità di beccare gente in nero è un ragionamento che desta qualche perplessità. Il problema è che questo tipo di ragionamento viene continuamente fatto nel Mezzogiorno d'Italia (dove gli adempimenti spesso non si sa nemmeno cosa siano), che forse non a caso è un territorio con un tasso molto alto di disoccupazione.


26 aprile 2009

Roberto Croce : la sicurezza sul lavoro come bene disponibile

 A pochi mesi dall’entrata in vigore di un provvedimento così articolato e complesso come il nuovo Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro (decreto legislativo 9 aprile 2008 n. 81) è possibile procedere a un primo bilancio sul suo stato di attuazione.
Al di là dei tanti proclami e delle tante buone dichiarazioni di principio, è possibile così scoprire come la materia che doveva costituire il nodo centrale delle nuove misure previste in tema di salute e sicurezza sul lavoro, ossia la valutazione dei rischi, sia rimasta ad oggi pressoché inattuata.



La gravità di tale circostanza non potrà sfuggire ove si rifletta sul fatto che mediante la valutazione dei riscDecreto legge n. 207 del 31.12.2008 hi, il datore di lavoro individua le caratteristiche della propria realtà organizzativa e produttiva al fine di scegliere le misure idonee a costruire un modello di prevenzione adatto a garantire la sicurezza e la tutela dei propri lavoratori e di quanti, a vario titolo, intervengono od operano nell’ambito del contesto organizzativo aziendale.
Non è un caso che “la valutazione di tutti i rischi per la salute e sicurezza” compaia al primo posto nell’elenco delle misure generali di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro previste dall’art. 15 del nuovo Testo Unico.
Nonostante l’assoluta rilevanza della materia in questione (o, forse, sarebbe più esatto dire a causa della sua indiscussa centralità), l’art. 306 del decreto legislativo n. 81, in deroga al principio generale di immediata efficacia dell’intero Testo Unico, aveva rinviato l’efficacia delle norme riguardanti l’attività di valutazione dei rischi (e delle relative disposizioni sanzionatorie) al decorso del termine di 90 giorni dalla data di pubblicazione della Gazzetta Ufficiale.
Ma la storia dei rinvii, purtroppo, non finisce qua.
E infatti, su pressione delle lobbies imprenditoriali presenti in maniera trasversale nel Parlamento, il comma 2 bis dell’art. 4 della legge 2 agosto 2008 n. 129 (intitolata “Conversione di legge, con modificazioni, del decreto legge 3 giugno 2008 n. 97, recante disposizioni urgenti in materia di monitoraggio e trasparenza del meccanismo di allocazione della spesa pubblica nonché in materia fiscale di proroga dei termini”) ha disposto un ulteriore differimento dell’efficacia delle disposizioni in tema di valutazione dei rischi al 1 gennaio 2009.
A pochi giorni dallo scadere della fatidica data, il governo di centrodestra è intervenuto nuovamente sulla materia con l’art. 32 del Decreto legge n. 207 del 31.12.2008 (intitolato “Proroga di termini previsti da disposizioni legislative e disposizioni finanziarie urgenti”) concedendo alle imprese un ulteriore differimento del termine in questione fino al 16 maggio 2009 “con riferimento alle disposizioni di cui all’art. 28, commi 1 e 2 del medesimo decreto legislativo, concernenti la valutazione dello stress lavoro-correlato e la data certa” del documento di valutazione dei rischi.
Quest’ultimo aspetto del rinvio è particolarmente grave e insidioso.
E’, infatti, evidente che concedere una proroga fino al 16 maggio 2009 per ciò che concerne la “data certa” del documento da elaborare a conclusione dell’attività di valutazione dei rischi equivale a concedere alle imprese (fino a tale data) una fin troppo agevole “via di fuga” dall’adempimento tout court dell’obbligo di aggiornare ed integrare il documento di valutazione dei rischi secondo le nuove prescrizioni introdotte dagli artt. 28 e ss. del Testo Unico.
La certezza della data del documento è componente essenziale della garanzia di svolgimento dell’attività di valutazione dei rischi.
Il differimento al 16 maggio 2009 disposto dall’art. 32 del Decreto Legge n. 207 ha, inoltre, riguardato la disposizione che vieta le visite mediche “in fase preassuntiva” nonché la disposizione che obbliga le imprese alla comunicazione all’Inail o all’Ipsema dei dati, per fini statistici e informativi, relativi agli infortuni sul lavoro che comportino un’assenza dal lavoro di almeno un giorno, mentre, a fini assicurativi, delle informazioni relative agli infortuni sul lavoro che comportino un’assenza dal lavoro superiore a tre giorni.
Dal sintetico quadro fin qui esposto, la desolante conclusione a cui si può giungere è la seguente: una materia di rilievo costituzionale (art. 32 Cost.) quale la tutela della salute e della sicurezza sul lavoro è stata sistematicamente declassata a bene “disponibile”, a mero oggetto di scambio e di mediazione con le imprese, le cui potenti lobbies sono state persino in grado di congelare l’efficacia di una importante riforma legislativa per quasi un anno.
Non può, infatti, sfuggire ad alcuno che, così facendo, lo Stato ha garantito (e sta continuando a farlo) alle imprese per l’arco di un intero anno l’assenza di controlli da parte degli organismi ispettivi competenti in una materia così delicata quale la “valutazione di tutti i rischi per la salute e sicurezza” dei lavoratori.
Per avere una idea della gravità delle omissioni qui denunciate è sufficiente riflettere sul numero degli infortuni e dei morti sul lavoro nel nostro paese dall’inizio del 2008 fino al 22 dicembre: 1.027 morti, 1.027.436 infortuni, 25.685 invalidi (fonte dati: articolo 21).
Siamo di fronte a una guerra “a bassa intensità” che ha ucciso oltre 8.000 lavoratori dal 2001 a oggi e che comporta un costo sociale di circa 42 miliardi di euro l’anno (pari al 3% del Pil).
Ora, invece di potenziare le misure di prevenzione e di vigilanza, lo Stato ha deciso di ritirarsi dalla scena per un anno proprio nella materia che doveva costituire uno dei nodi centrali delle nuove misure previste in materia di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro.
Si tratta a nostro giudizio di concessioni gravi innanzitutto dal punto di vista delle loro implicazioni culturali. Si direbbe, riflettendo su tali produzioni legislative, che la sicurezza del lavoro sia materia sulla quale, in un’ottica di scambio, sia possibile chiudere gli occhi o (quantomeno) stare a temporeggiare.
Che nell’anno di grazia 2009, nel bel mezzo di una ennesima recrudescenza delle morti bianche, si accordi tolleranza nell’adeguamento alle norme poste a presidio della salute e della sicurezza dei lavoratori è cosa indegna di un paese civile.
La non conversione in legge da parte del Parlamento dell’art. 32 del potrebbe essere un modo (sia pur tardivo) per rimediare.


25 aprile 2009

Guglielmo Forges Davanzati : il lato nero del profitto

Il Ministro Sacconi dichiara, in ogni occasione possibile, che il lavoro nero va contrastato con tutti gli strumenti possibili, in primo luogo con l’attività di vigilanza e repressione. Si tratta dello stesso Ministro che ha voluto il Libro Unico del Lavoro, di cui al decreto-legge n. 112/2008, il cui primo obiettivo consiste nel ‘semplificare’ l’attività d’impresa, mediante due principali dispositivi. In primo luogo, si esonerano le imprese dal tenere la documentazione necessaria a comprovare la regolarità delle assunzioni nel caso in cui esse abbiano più sedi operative, rendendo obbligatoria la disponibilità dei registri nella sola sede legale. In secondo luogo, si dispone che se un ispettore riscontra manodopera non regolare, ma se l’imprenditore “non mostra la volontà di occultarla”, non è possibile comminare una sanzione. Non soltanto si è in presenza di norme che oggettivamente favoriscono il ricorso al lavoro nero, ma si è di fronte a una inversione di tendenza – difficilmente giustificabile - rispetto a quanto si è cercato di fare nel recente passato, soprattutto per impulso della CGIL, mediante l’adozione di “indici di congruità” finalizzati a quantificare l’impiego ‘normale’ di forza-lavoro in relazione al fatturato aziendale, con interventi di sanzionamento per deviazioni significative da tali valori, che hanno dato buon esito laddove sono stati sperimentati. Nel corso degli ultimi anni, si è potuto riscontrare il simultaneo aumento delle dimensioni dell’economia sommersa, in Europa e in Italia, e dei profitti. Il Fondo monetario internazionale stima che, nell’Unione europea, sono circa 20 milioni gli individui coinvolti in attività irregolari, che in Italia una percentuale di lavoratori oscillante fra il 30 e il 48% si colloca in segmenti di mercato ‘nascosti’ e che tale percentuale è di molto aumentata nel corso dell’ultimo decennio. Disaggregando il dato, si rileva, su fonte CENSIS, che il tasso di irregolarità si assesta intorno al 20% nel Mezzogiorno, in aumento rispetto ai primi anni 2000, a fronte di una media del 9% al Nord, dove subisce una pur lieve flessione.  Al tempo stesso, la BCE registra che i profitti complessivi in Europa sono aumentati dai circa 7 milioni di euro nel 1999 ai quasi 13.000 milioni nel 2007. Paiono sufficienti questi dati per destituire di fondamenta la tesi liberista secondo la quale l’intera economia sommersa costituisce causa di concorrenza sleale nei confronti dell’economia regolare e, dunque, comprime i profitti delle imprese che rispettano la normativa vigente. Ciò può portare a ritenere il sommerso – o almeno una sua porzione significativa – come semmai funzionale alla riproduzione capitalistica, per diverse ragioni. In primo luogo, soprattutto tramite esternalizzazioni, le imprese formalmente regolari riescono ad approvvigionarsi a più bassi prezzi di prodotti intermedi; il che consente loro di ridurre i costi di produzione, acquisendo quote di mercato a danno delle potenziali concorrenti, e soprattutto, delle imprese concorrenti formalmente e sostanzialmente regolari. In secondo luogo, data l’inesistenza di vincoli di orario di lavoro nell’economia sommersa, le imprese che operano in quel contesto riescono a ottenere ritmi di produzione superiori alle imprese che fronteggiano tali vincoli e, dunque, possono produrre in tempi più brevi e consentire alle imprese formalmente regolari di vendere prima delle proprie concorrenti, acquisendo – anche per questa via – quote di mercato e profitti. Si può anche notare che il crescente ricorso all’economia sommersa è strettamente connesso all’intensificazione dei processi concorrenziali, quantomeno nel senso che l’aumento dell’intensità competitiva – in larga misura derivante dall’accelerazione dei movimenti internazionali di capitale - stimola la crescente necessità di farvi fronte mediante l’acquisizione di profitti di breve periodo.

 

Vi è di più. Per quanto specificamente attiene al sommerso da seconda busta paga, in un’economia nella quale è significativamente elevata la trasmissione di informazioni, e nella quale dunque gli effetti di emulazione giocano un ruolo non secondario, l’aumento delle disuguaglianze – caratteristica delle economie OCSE almeno dell’ultimo trentennio – connesso all’ostentazione dei consumi, tende a generare un aumento dei consumi desiderati da parte dei ceti meno abbienti, il cui soddisfacimento si rende possibile per il fatto che le imprese irregolari hanno costantemente necessità di forza-lavoro da sottopagare.
L’Italia e, ancor più il Mezzogiorno, sperimentano una crescita delle dimensioni dell’economia sommersa maggiore rispetto alla media OCSE. Se è osservabile che il sommerso ha natura pro-ciclica, la variabilità delle sue dimensioni rispetto al PIL si spiega essenzialmente alla luce dei diversi modelli di sviluppo, nel senso che le economie che competono mediante strategie di compressione dei costi di produzione - ed è il caso dell’Italia - sono quelle nelle quali è vitale disporre di un bacino di manodopera da utilizzare in modo irregolare. E tali strategie sono strettamente associate alle piccole dimensioni aziendali. Può essere sufficiente ricordare, a riguardo, che, stando all’ultimo rapporto SVIMEZ, il 95% delle imprese meridionali occupa meno di 9 dipendenti. Letta in questa prospettiva, la tesi che vede nel sommerso meridionale un segno di ‘vivacità imprenditoriale’ – così che si ritiene che non debba essere contrastato – getta luce sul fatto che il sottosalario pagato ai lavoratori irregolari è comunque una componente della domanda interna e, per questa via, contribuisce alla realizzazione monetaria dei profitti, quantomeno di entità maggiore rispetto al caso in cui il sommerso venga significativamente ridimensionato. Si tratta di una tesi che, se ben maschera le ragioni strutturali che rendono il sommerso funzionale alla riproduzione del sistema, presenta seri vizi logici e che, messa alla prova dei fatti (vedi i contratti di riallineamento), si è rivelata fallimentare. Innanzitutto, non si capirebbe per quale ragione le imprese irregolari, in un futuro che non è dato prevedere, intraprendano più o meno spontaneamente un processo di regolarizzazione, dal momento che il mercato non dispone di meccanismi endogeni tali da rendere conveniente l’emersione spontanea. In secondo luogo, questa tesi regge sulla proposizione implicita - per nulla neutrale sul piano etico-politico - secondo la quale è preferibile tollerare l’ingiustizia oggi per avere (forse) maggiore crescita economica domani, piuttosto che sanzionare ciò che oggi è illecito.
Non è un fatto nuovo che, nei periodi di recessione, le imprese cerchino di recuperare i propri margini di profitto avvalendosi di ogni possibile strategia, anche violando le più elementari regole formali e morali. E’ semmai un fatto abbastanza nuovo, e allarmante, che il nostro Governo non solo le lasci fare, ma crei i presupposti normativi perché l’irresponsabilità sociale d’impresa diventi la norma.


24 aprile 2009

Luciano Del Sette : un caso di cantiere selvaggio

 

Questa è una piccola ma eloquente storia di mala edilizia, simile a tante che ogni giorno vanno in scena nei cantieri delle città. Storie che si aprono e si chiudono in alto, lungo le facciate dei palazzi, sopra la testa della gente che cammina per strada e non può vederle, e se magari anche le vedesse, non ci farebbe caso. Storie a volte ancora più nascoste dalle reti davanti ai tubi Innocenti e alle passerelle di legno, tese per arginare la polvere e i detriti dei calcinacci. Questa è una piccola storia di mala edilizia, mascherata dietro i cartelli previsti dalla legge, l'impianto antifurto, la recinzione di plastica rossa che delimita l'area dei lavori. E resa ancor più incredibile e spudorata dal luogo in cui si è appena svolta: il centro storico di Torino.
L'indirizzo è via Cavour 7-9, a pochi metri da via Lagrange, ripavimentata e pedonalizzata di fresco per farne la nuova regina dello shopping nella capitale sabauda. La casa è un edificio d'epoca brutalmente e forse abusivamente sopraelevato di due piani negli anni '70 del secolo scorso. Due piani che nulla hanno a che vedere con le architetture originali: un lungo balcone grigio su cui affaccia una fila di porte a vetri e, sotto il tetto, una serie di finestre altrettanto grigie. Proprio il tetto deve aver creato non piccoli problemi al condominio, visto che, per la seconda volta nel giro di pochi mesi, è stato necessario provvedere a ripararlo. L'accesso al tetto da parte degli operai dell'impresa incaricata è possibile soltanto montando un'impalcatura esterna: strutture fatte di tubolari, su cui poggiano lunghe passerelle fatte di assi di legno con alle spalle molti pesi sopportati negli anni. Cinque piani di impalcatura, che raggiungono almeno una quindicina di metri di altezza da terra. È un intervento abbastanza rapido, affidato a un piccolo gruppo di operai. Visto così, il cantiere sembra in perfetta regola: recinzione protetta sul marciapiede, cartello che indica le attrezzature obbligatorie per chi lavora (dal casco alla cintura di sicurezza, passando per le calzature e i guanti protettivi), segnali di divieto di accesso ai non addetti ai lavori. 



Alla voce "Soccorsi di urgenza" lo spazio per il relativo numero di telefono è però rimasto in bianco. Anche il cartello dei responsabili dell'intervento risulta a norma, con i cognomi del progettista, del direttore dei lavori, dell'assistente tecnico. Il responsabile della sicurezza viene indicato nell'architetto Rossetto. Due giorni fa, finiti i lavori, si cominciano a smantellare le impalcature. E due giorni fa, l'autore di questa cronaca apre la finestra di un appartamento al terzo piano, proprio davanti al cantiere, a pochi metri di distanza. Apre la finestra e rimane impietrito. Uno degli operai sta smontando, in alto, al quinto livello, i tubolari di ferro. Li sbullona con una grossa chiave inglese, li appoggia sulle assi traballanti e sconnesse delle passerelle, e quando ne ha radunato un numero sufficiente, li lega a una fune che sale e scende grazie a una carrucola. Tutto questo avviene senza che l'operaio indossi il casco e senza alcuna imbragatura che lo assicuri nel caso in cui un gesto brusco o un imprevisto gli possano far perdere l'equilibrio. A terra, un collega (anche lui senza casco) raccoglie il carico, che cala oscillando pericolosamente, e potrebbe benissimo precipitare sulla testa dei passanti prima di arrivare a destinazione. Ma c'è di più, molto di più. Basta uno sguardo appena attento per notare la totale mancanza di scalette per accedere ai vari livelli delle impalcature. E allora, come si fa? Si fa così, anzi lo fa l'operaio addetto allo smontaggio: una volta sbullonate le strutture di un livello, si aggrappa a un tubolare verticale e scende al livello inferiore. Qui, appoggia i piedi su un tubolare orizzontale, sotto c'è il vuoto, e fa scivolare dall'alto le assi per allestire una nuova e precaria passerella.
Alle sei del pomeriggio l'operaio, che ha iniziato il turno alle nove, è arrivato dal quinto al terzo livello. Sulla sua faccia e nei suoi gesti rallentati si legge tutta la fatica di un lavoro svolto in condizioni tali da rendere fatale anche il più piccolo errore. Un segmento di tubolare, con i suoi raccordi, è rimasto incastrato tra le colonne di un balcone, non vuole saperne di venire via. E allora bisogna impugnare con più forza la grossa chiave inglese, farla lavorare con una mano, mentre l'altra cerca un appiglio che dia un minimo di sicurezza. Ci vogliono cinque minuti buoni perché il problema si risolva. Cinque minuti, e poi a casa, ben lontano dalla centralissima via Cavour. Ieri mattina, alle nove, il cantiere ha riaperto. Chi scrive era già affacciato alla finestra, la macchina fotografica pronta. L'operaio, lo stesso del giorno prima, è arrivato. Ha indossato i guanti protettivi, il casco non c'era. Ha buttato uno sguardo verso l'alto, si è aggrappato a un tubolare dell'impalcatura e ha cominciato a salire. Poi, più su, mettendo i piedi sulla ringhiera di un balcone, si è issato a forza di gambe e di braccia fino a raggiungere la passerella di assi di legno al terzo livello. E ha ripreso il suo lavoro.
Capelli neri e ricci, pelle scura, baffi e barba corta, il suono delle poche parole scambiate con il collega tre livelli più sotto, dicevano senza ombra di dubbio che era un nordafricano. Con buone probabilità lavoratore irregolare quanto il cantiere aperto in una via della Torino chic. Ma questo, e altro ancora, bisognerebbe chiederlo all'architetto Rossotto: secondo il cartello, ma soltanto secondo il cartello, responsabile di una sicurezza che, nelle vie delle città, dove i cantieri di restauro sono all'ordine di ogni giorno, diventa una dichiarazione formale, una regola che si può fare a meno di non rispettare. La regola, quando si muore di lavoro magari cadendo da un'impalcatura, è quella della tragica fatalità.


24 aprile 2009

Guglielmo Forges Davanzati : quando le morti bianche non sono un problema

 L’Italia è il Paese europeo nel quale si muore di più sul lavoro. L’ultimo rapporto Censis segnala che il numero di incidenti sul lavoro è, nel nostro Paese, il doppio della Francia e il 30% in più rispetto a Germania e Spagna. Se si escludono i cosiddetti infortuni “in itinere” (ad esempio quelli avvenuti nel tragitto casa-luogo di lavoro), sebbene non siano rilevati in modo omogeneo in tutti i Paesi europei, si registrano – nell’ultimo anno - 918 casi in Italia, 678 in Germania, 662 in Spagna, 593 in Francia. E si tratta di un problema strutturale. Al 2004, l’Eurostat riporta che, in termini assoluti, l’Italia fa registrare 944 vittime contro le 804 della Germania; l’Italia conta un numero di vittime sul lavoro in rapporto alla popolazione per centomila residenti pari 1,62 contro una media UE dello 0,97; in termini di occupati si calcola una percentuale di 4,21 vittime contro il valore medio europeo del 2,24 per centomila lavoratori. Recenti ricerche condotte presso l’Università del Sannio, in particolare da Emiliano Brancaccio e Domenico Suppa, hanno messo in evidenza che le ‘vittime per unità di prodotto’ ammontano, in termini percentuali, allo 0,68 in Italia a fronte dello 0,36 in Germania. Eppure, a fronte di questa evidenza, autorevoli esponenti di Confindustria continuano a sostenere che la numerosità degli incidenti sarebbe in Italia circa uguale a quella registrata in Germania.



Alcuni esponenti del Governo, e non pochi commentatori vicini a Confindustria, ritengono che gli infortuni siano responsabilità dei lavoratori, poco attenti a utilizzare le misure di sicurezza che pure le imprese mettono a loro disposizione. E le recenti campagne televisive del Governo riflettono esattamente questa impostazione, rendendo esplicito che la causa delle morti bianche sta nella scarsa informazione dei lavoratori sul funzionamento dei dispositivi di sicurezza, assumendo che questi esistano e siano efficaci. E’ una congettura piuttosto singolare, almeno nel senso che attribuisce ai lavoratori un’attitudine masochistica, o una propensione al rischio talmente alta da mettere a repentaglio la propria salute per un presunto eccesso di fedeltà all’azienda. A ben vedere, e come è stato mostrato, fra gli altri, da Riccardo Realfonzo sulle colonne del Corriere della sera, l’elevato numero di incidenti in Italia deriva dal fatto che la struttura produttiva delle nostre imprese è tipicamente associata all’utilizzo di tecnologie di retroguardia. E’ ben noto che le imprese italiane – di dimensioni medio-piccole - cercano di fronteggiare la concorrenza internazionale comprimendo i costi di produzione, a fronte del fatto che le proprie concorrenti competono innovando. Comprimere i costi significa ridurre i salari nella misura del possibile, avvalersi di lavoro precario, ridurre le spese di formazione, ricorrere al lavoro irregolare e, non da ultimo, accrescere l’intensità del lavoro mediante l’accelerazione dei tempi di produzione. Ora, appare del tutto evidente che in prima istanza accelerare i tempi di produzione, con tecnologie di retroguardia, non può non determinare un aumento della probabilità di incidenti. In più, la precarizzazione del lavoro, che ‘disciplina’ gli occupati mediante la minaccia di licenziamento, contribuisce certamente ad aggravare il problema: se il rinnovo del contratto è subordinato a un elevato rendimento, è chiaro che l’intensità del lavoro tende ad aumentare. Ma l’aumento dell’intensità del lavoro – nelle condizioni date – può significare, e – come si è visto – significa, ulteriore aumento della probabilità di incidenti.

Occorre poi prendere atto che la sequenza di effetti che porta agli infortuni non parte dalle politiche aziendali di compressione dei costi. Queste ultime, a loro volta, sono state accentuate – negli ultimi anni - dagli indirizzi restrittivi delle politiche fiscali e monetarie, in ambito nazionale ed europeo. In primo luogo, gli elevati tassi di interesse – per effetto delle scelte ‘conservatrici’ della BCE – e il razionamento del credito, soprattutto nel Mezzogiorno, accrescendo le passività finanziarie delle imprese e/o riducendo la possibilità di espandersi, incentivano, di fatto, il ricorso alla precarizzazione, al lavoro irregolare e all’aumento dell’intensità del lavoro, in una condizione nella quale – è necessario ribadirlo - la propensione a innovare è sostanzialmente nulla. In secondo luogo, le politiche fiscali restrittive, riducendo la domanda interna, costringono ulteriormente le imprese a ricorrere a strategie di compressione dei costi per mantenere almeno inalterati i propri margini di profitto. Se il neoliberismo – pur rivisto e corretto alla luce della crisi in atto - riconosce la necessità di una maggiore regolamentazione dei mercati, non può ancora rimuovere il tabu delle politiche fiscali espansive: così come non può rimuovere i tabu della regolamentazione del mercato del lavoro, della lotta al sommerso, delle azioni di contrasto alle morti bianche. In questo contesto, non appare singolare la proposta del Ministro Castelli di escludere dal computo delle ‘morti bianche’ quelle che non si verificano direttamente in azienda, ma che, per esempio, si determinano per spostamenti durante la giornata lavorativa. Per lui non vale l’obiezione che si tratta comunque di erogazione di forza-lavoro: a rigor di logica, se l’argomento di Castelli fosse accettato, la morte di un operaio inattivo ma presente sul luogo di lavoro non sarebbe un incidente sul lavoro. Per Castelli, come per Confindustria, non sono più gli incidenti sul lavoro a costituire un problema: lo è semmai la metodologia utilizzata per calcolarli. Il funereo rimpallo di cifre che ne deriva – o soltanto il semplice tacere - serve a evitare di ‘legare le mani’ alle imprese, lasciandole così libere di non investire sulla sicurezza sul lavoro, e – cosa di non poco conto - a ridurre le spese per gli indennizzi.


23 luglio 2008

L'Italia era un paese civile

 

Shawky è un nome troppo complicato per un sindacalista che batte i cantieri. Il cognome, Geber, è più facile da pronunciare e da scrivere per italiani, slavi, romeni, albanesi, latinos. Sessanta anni appena compiuti, fisico asciutto, Geber da giovane in Egitto è stato un campioncino di lotta libera. In Italia è stato un pioniere dell'immigrazione. E' arrivato nel 1973, quando a Milano gli egiziani erano «poco più una decina» e si conoscevano tutti. In tasca aveva 90 mila lire e 50 dollari, nella valigia i libri per continuare a studiare. Invece, ha fatto il muratore. E' stato uno dei primi extracomunitari eletti delegati della Fillea, «l'ultima volta con il 97% dei voti». E' diventato il primo funzionario straniero degli edili della Cgil milanese (ora sono sei), dal 2001 segue la zona Sud (Romana, Melegnano, San Giuliano). Geber, quindi, può confrontare l'immigrazione e l'Italia di ieri e di oggi. Il suo bilancio è desolato e desolante. «Io sono sempre andato avanti e indietro in aereo, bastava rinnovare il visto in Egitto ogni sei mesi, dieci minuti in Questura e ti davano il permesso di soggiorno. Ho ancora il primo, scritto a mano, tutto ingiallito. Adesso anche gli egiziani si mettono sui barconi e annegano nel Mediterraneo. Trent'anni fa i vicini di casa alla sera bussavano alla porta. Vieni giù, non stare lì da solo. Ero straniero e mi facevano sentire uno di loro. Se va bene, adesso mi ignorano. L'Italia era un paese civile, non lo è più. Un po' di razzismo c'era anche allora, ma gli italiani da piccoli avevano quasi vergogna a manifestarlo. Ora ne dicono e ne fanno di tutti i colori».
E' la legge dei grandi numeri. La svolta nell'atteggiamento degli italiani, secondo Geber, «c'è stata con le navi cariche di albanesi». Digeriti gli albanesi, nel ruolo dei cattivi sono subentrati i romeni, mentre non si placa la ventata di islamofobia post 11 settembre. «All'improvviso gli italiani, che si vantano di non andare in chiesa, sono diventati cattolicissimi». Nell'edilizia, contenitore di diverse nazionalità, le tensioni sono ancor più aspre. Nei cantieri di Milano ufficialmente il 42% della forza lavoro è immigrata, ma la percentuale quasi raddoppia se si considerano gli irregolari e le partite Iva fasulle. «Ogni nuova ondata d'immigrati viene percepita come una nuova dose di concorrenza sleale». E lo è: nelle migrazioni di ogni epoca gli ultimi arrivati sono sempre stati disposti a lavorare «per meno». La nazionalità non c'entra, c'entra il bisogno. «Gli italiani temono di rimetterci soldi e diritti, tirano su il muro, così ci si odia reciprocamente». Difficile far capire che «tutelando gli ultimi, si tutelano anche gli italiani» in un settore dove le differenze retributive sono enormi. Gli stakanovisti bresciani e bergamaschi, che lavorano 12 ore al giorno e si fanno pagare «a metro», guadagnano 3.500 euro al mese. «Di fronte ai 104 euro d'aumento conquistati con l'ultimo rinnovo contrattuale ti ridono in faccia». Nello stesso tempo, il contratto è un miraggio per le decine di migliaia di lavoratori irregolari e precari, quasi tutti stranieri, che lavorano per 4-5 euro all'ora, taglieggiati dai caporali, che non sono un'appendice patologica ma uno snodo ormai fisiologico della filiera delle costruzioni. «E' sempre lo stesso film. Con una differenza: il caporale straniero è peggio di quello italiano. Essendoci passato, conosce i punti deboli dei connazionali, sa come ricattarli meglio».
Non era un caporale, ma un padroncino che si era messo in proprio solo da cinque giorni Ahmed R., l'ultimo anello della catena di appalti e subappalti nel cantiere di Settimo milanese dove il 13 giugno sono morti due "clandestini" egiziani (vedi box). Pur di non avere personale alle dipendenze le aziende obbligano i lavoratori ad aprire una partita Iva, «dall'oggi al domani, senza avere neppure un secchio e una cazzuola, uno diventa imprenditore di se stesso». E' ovvio che uno così recluterà braccia in nero, con il placet delle imprese capocommessa. Un altro metodo fantasioso per risparmiare su paghe e contributi sono i cocopro. Geber ha visto con i suoi occhi «gente che fa la malta con il contratto a progetto». Dilaga l'epidemia di lavoratori part time, un controsenso in edilizia. Gli addetti inquadrati al terzo livello sono diventati una rarità. Alla Cassa edile di Milano più del 70% degli iscritti è inquadrato al primo livello, quello più basso. «Tutti 'sti palazzoni fatti solo da manovali, una cosa incredibile». L'edilizia è diventato un settore «troppo barbaro», tanto lavoro nero, con l'aggiunta di «mafia e riciclaggio di denaro sporco». Geber conferma che diversi infortuni sul lavoro vengono spacciati per risse o «cadute domestiche». Gente scaricata al pronto soccorso da automobili che sgommano via. O, peggio, «che sparisce nel nulla senza lasciar traccia, càpita anche quello».
Questo quadro fa dire a Geber che se nei cantieri non cambierà qualcosa «nei prossimi tre-quattro anni» per il sindacato la partita sarà chiusa. Aumenterà gli iscritti (a Milano i tesserati stranieri alla Fillea sfiorano i 7 mila), ma avrà sempre meno potere. Alla previsione non rosea per il sindacato Geber aggiunge le ammaccature per la catastrofe della sinistra e i moccoli all'indirizzo di Veltroni. E' un nostro fratello nella sconfitta. Nello stesso tempo, la sua è una storia d'immigrazione «di successo».
Riannodiamo il filo con un Geber ragazzino, «stregato da Nasser», primogenito di una famiglia contadina della regione di El Monofia. Sempre i voti più alti a scuola, dalla IV elementare alla gioia dello studio deve sommare la fatica nei campi. A 14 anni lo assumono in una fabbrica tessile dove fa il lavoratore-studente. Si sposa giovane e quando nel 1973 decide - contro il volere paterno - di venire in Italia per «migliorare» lascia al paese la moglie con due figli (che negli anni successivi diventeranno quattro). A Milano il primo lavoro che trova è al luna park delle Varesine. Quando gli mettono in mano il secchio per lavare le macchinine dell'autopista gli viene da piangere, «non mi conosceva nessuno, eppure mi nascondevo per la vergogna». Resiste un po', a 130 mila lire al mese. Dalla manciata di connazionali che allora formavano la «comunità» egiziana a Milano viene a sapere che in edilizia «si guadagna almeno il doppio». Si butta. Passano cinque anni, cambia tre imprese e lo fanno «sparire» due volte per «nasconderlo» al sindacato», prima di realizzare che non è «davvero» assunto. «Me ne accorgo un Natale quando agli altri danno un assegno e a me no». Riesce a farsi assumere con tutti i crismi al terzo livello. Nel 1984, quando chiede i contributi arretrati per gli anni in nero, il padrone non glieli dà e minaccia di fargli passare «un brutto quarto d'ora». Si rivolge al sindacato (non ha ancora ben chiara la differenza tra le varie sigle, opterà per la Cgil quando gli diranno che «sta con il Pci»). A lui basterebbero poche centinaia di mila lire, ne fa una questione di principio non di soldi. Il sindacalista invece gli impartisce la prima lezione: «Aspettiamo, la mossa deve farla il padrone». Che offre 3 milioni e mezzo. «Aspettiamo». Dopo una settimana, i milioni diventano 5. «Aspettiamo». Vertenza chiusa dopo 10 giorni a 7 milioni. «Allora il sindacato ci sa fare, mi sono detto».
La lezione Geber la metterà a frutto nella lunga esperienza di delegato nell'impresa Manara, dove tutti i dipendenti erano italiani. «Hanno visto che non mediavo sui diritti, non avevo né paura, né vergogna. Se mancava una lira, facevo casino. Le cose tutto sommato nella mia azienda andavano piuttosto bene». Nel 2001 quando Geber diventa funzionario di zona della Fillea scopre che negli altri cantieri «c'è da mettersi le mani nei capelli». E' tentato di tornare nella sua azienda, «poi ho resistito, per orgoglio, per puntiglio, per non sentirmi egoista». Cinque anni di vita così, per nulla da travet, con 300 cantieri da seguire nell'arco di un anno, lavoro di sportello pure al sabato mattina, separano Geber dalla pensione.
E' stata un pendolo la sua vita, divisa tra Italia ed Egitto, dove la moglie è tornata dopo una breve parentesi a Milano. «Qui per lei le case erano troppo piccole e c'era troppo freddo, in tutti i sensi». Geber si sente «al 50% italiano e al 50% egiziano». Al paese ha costruito una casa, «ci ho messo dieci anni», non ha ancora deciso se andrà a viverci da pensionato. «I ritmi in Egitto sono diversi, non mi ci trovo più. Non sopporto che gli emigrati che tornano siano considerati dei ricchi che devono spendere e spandere». A Milano Geber sta con uno dei figli. Laureato in sociologia, fa il capomagazziniere da sei anni, dice sempre che è l'ultimo e poi tornerà in Egitto. «Resterà qui. Farà come me. Gli è presa la malattia». Nonostante sia peggiorata, l'Italia merita ancora di farci su una malattia.

(Manuela Cartosio)


18 luglio 2008

Il ministro Sacconi e i caschi di protezione

 

E' indubbio che quanto più i lavoratori useranno mezzi di protezione adeguati, tanto più si potranno evitare le «morti bianche». Certo, non parliamo di «robottini» vestiti di tutto punto dalle aziende, messi in produzione con l'interruttore: forse potrà anche capitare, come lamentava ieri il ministro del Lavoro Sacconi, che qualcuno di loro ometta - per il caldo, la fretta (imposta dall'impresa), l'eccessiva confidenza - di indossare il casco o gli scarponi antinfortunistici. Ma la cultura che si va diffondendo - perlomeno tra la Confindustria e il governo - è che la gran parte degli infortuni avvengano per una «distrazione» del lavoratore, che magari è male informato o ha fretta di finire, ma tutto per colpa sua.
Per i sei operai morti a Mineo, Sacconi aveva parlato di «sottovalutazione del rischio»; e ieri ha riferito di un «diffuso rifiuto del casco» nel nostro paese. Ricordiamo un altro episodio eloquente: nell'Ikea più grande d'Italia, a Corsico, ben 33 infortuni hanno colpito i lavoratori in un anno, e uno ha provocato il ferimento leggero di un bambino, figlio di clienti. Ecco la versione della multinazionale svedese, ripresa letteralmente da un comunicato di qualche giorno fa: «L'oggetto che ha colpito il bambino era stato mal posizionato su un ripiano. Rimandano invece a casualità o distrazione tutti gli incidenti accaduti ai dipendenti». Il cliente (ma solo lui) ha sempre ragione.
Il problema è che anche se i lavoratori indossassero tutti il famoso casco, continuerebbero a mancare le protezioni intorno: chi dovrebbe costruire le passerelle, le ringhiere di protezione, chi dovrebbe fornire le imbragature agli operai? E i tanti immigrati che lavorano nei subappalti edili, scelgono forse di non autoapplicarsi il contratto nazionale? Quattro milioni di lavoratori sono precari, e altrettanti in nero, per «distrazione»? Chi non ha diritti contrattuali, non ha il coraggio di reclamare maggiore sicurezza, né riesce a fare sindacato: ma questo è «il grande rimosso» del governo Berlusconi, dato che il ministro del Lavoro Sacconi sta procedendo a smontare pezzo per pezzo le ultime garanzie a tutela dei lavoratori, mentre dall'altro lato si detassano gli straordinari e i premi individuali per imporre di fatto ritmi di lavoro sempre più pesanti e a rischio infortunio.
E se a tutto questo aggiungiamo comportamenti imprenditoriali come quello della Thyssen, o dell'oleificio umbro che chiede il risarcimento alle famiglie delle vittime, il cerchio si chiude. Mentre Emma Marcegaglia ci dovrebbe spiegare perché non ha ancora cacciato dalla Confindustria imprese carenti su questo fronte.
Il ministro che offre «più caschi per tutti», oltre a confermare le precarietà della legge 30, sta cancellando buone norme del passato governo: ad esempio le lettere certificate grazie a cui si impediva l'odiosa pratica delle dimissioni in bianco, imposte soprattutto alle donne per «tutelare» l'impresa dalla maternità. Il pretesto addotto è che si tratta di una «formalità burocratica» che rallenta: ci dica però il governo cosa sta proponendo in alternativa.
Poi si cambiano le leggi sugli orari, riducendo i riposi e portando la settimana lavorativa fino a 60 ore. Immaginiamoci i grandi progressi per la sicurezza in fabbrica, in fonderia o in un cantiere.
Un altro recente emendamento alla finanziaria, abroga le sanzioni a quegl'imprenditori che, sorpresi da un ispettore con lavoratori non denunciati, «non mostrino la volontà di volerli occultare». Come dire: d'ora in poi assumo tutti in nero, tanto se viene l'ispettore (e su 6 milioni di imprese italiane è davvero difficile) mi autodenuncio e non pago pegno.
Eppure i dati Inail registrano una diminuzione delle morti sul lavoro dal 2006 al 2007: scenderebbero da 1341 a 1210 (quest'ultimo dato, però, attende il consolidamento a fine anno). E' triste misurare le morti sul lavoro con il pallottoliere della statistica, però questi numeri ci dicono probabilmente che alcuni provvedimenti contro il sommerso e la precarietà del passato governo - per quanto graduali - cominciavano a dare qualche frutto. Ma dalle contro-riforme Berlusconi-Sacconi, certo non basterà un casco a proteggerci.

(Antonio Sciotto)

Tra le sorprendenti leggi proposte dal governo Berlusconi, c'è un emendamento alla manovra finanziaria - nascosto come tanti altri in un testo di inizio luglio - che andrà a legalizzare di fatto il lavoro nero. La denuncia viene da Cesare Damiano, ex ministro e responsabile del Lavoro per il Pd: si abrogherebbero le sanzioni per tutti quegli imprenditori che venissero sorpresi nel corso di una visita ispettiva con lavoratori in nero; è essenziale, però, che mostrino la «volontà di non occultare il rapporto». In poche parole: se l'ispettore trova i lavoratori non registrati, basta ammettere che lo sono per evitare le sanzioni. Secondo Damiano, si vuole affossare una norma varata dal governo Prodi che, proprio per evitare il ricorso al sommerso, imponeva alle imprese di registrare il lavoratore almeno il giorno prima dell'inizio dell'attività; in questo modo, oltretutto, si possono anche evitare il gran numero di infortuni che accadono - chissà come mai - proprio nel primo giorno di lavoro (per il fatto che l'impresa registra il lavoratore solo a infortunio avvenuto, o addirittura dopo la sua morte).
Ancora, Damiano denuncia come «altrettanto grave che il governo inserisca negli emendamenti la delega per la revisione della disciplina sui lavori usuranti da adottare "entro sei mesi dall'entrata in vigore della legge stessa"». «Tutto ciò - spiega - contraddice platealmente l'impegno assunto con una mozione votata recentemente da tutto il Parlamento che impegnava il governo ad attuare la delega non oltre il 31 dicembre prossimo». Insomma, i lavori usuranti rischiano ancora una volta il rinvio, e di saltare definitivamente.
Come se non bastasse, ieri la Commissione Bilancio della Camera ha definito «inammissibili» quasi la metà (13) dei 29 emendamenti finora presentati dal governo al decreto legge che contiene la manovra ( e ne sono attesi in tutto un centinaio); quasi tutti presentavano problemi di «estraneità di materia», e tra questi c'è proprio l'emendamento relativo alle sanzioni contro il lavoro sommerso, ma anche quello che limitava a 120 giorni (4 mesi) il tempo massimo per impugnare un licenziamento da parte dei lavoratori; così, non è stata ammessa la possibilità per i dipendenti pubblici di avere fino a 12 mesi di aspettativa per svolgere attività imprenditoriali, l'esternalizzazione di servizi pubblici, la «territorializzazione» delle procedure concorsuali.
Inoltre, la spasmodica ricerca di fondi ha spinto alla proposta di congelare per un anno gli scatti di anzianità di magistrati, professori e ricercatori universitari, dirigenti delle forze dell'ordine e ufficiali delle forze armate. E' confermato il ticket-fregatura (lo tolgono con un emendamento, ma poi con un altro lo impongono anche agli esenti) e l'altrettanta fregatura della «Robin tax», apparentemente contro i petrolieri ma che di fatto verrà scaricata sui consumatori.


25 giugno 2008

Ferma l'impianto e l'azienda lo sospende : the show must go on

 

Fermi l'impianto per motivi di «sicurezza», e l'azienda ti sospende. E' successo a Gela, alla Ecorigen, dove un capoturno è stato sospeso per tre giorni dall'azienda italio-francese, per avere fermato un impianto e avere così causato una perdita di produzione. La denuncia arriva dal segretario della Filcem cgil di Caltanisetta, Alessandro Piva, che insieme ai dirigenti chimici di Cisl e Uil, ha impugnato il provvedimento chiedendo un arbitrato davanti all'ufficio del lavoro. La Eurogen opera nel settore della rigenerazione di catalizzatori esausti, provenienti dalle raffinerie del Mezzogiorno. Secondo i sindacati, il tecnico era stato informato da due suoi operatori che nei capannoni dei forni di rigenerazione si avvertivano odori forti di idrocarburi. Dopo avere vietato l'ingresso ai locali, il capoturno avrebbe chiesto alla direzione di essere sostituito perchè anche lui aveva respirato l'aria pesante. Ma il sostituto non sarebbe arrivato, così il capoturno ha fermato l'impianto, mettendolo in sicurezza. Si è poi recato all'ospedale dove i sanitari lo hanno sottoposto a terapia di rianimazione prima di dimetterlo.


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22 giugno 2008

Guariniello sulla sicurezza sul lavoro

 

Prevenzione, cultura della sicurezza: «Parole al vento», secondo il procuratore aggiunto di Torino Raffaele Guariniello, titolare dell'inchiesta lampo sui morti della ThyssenKrupp: «La cultura della sicurezza rischia di essere uno slogan, una formula retorica dietro cui nascondere una sostanziale evasione dagli obblighi di prevenzione». Dieci giorni fa Guariniello era proprio a Catania per illustrare ai magistrati del tribunale il nuovo codice varato dal governo di centro sinistra. «Sono passato dalla Calabria alla Sicilia cercando di portare il messaggio della legge. Il fatto è che la legge è un ottimo messaggio, ma se gli organi di vigilanza funzionano a stento e se i processi non si fanno, come mi hanno detto i magistrati catanesi, è un messaggio quasi pittoresco». «Ma lei lo sa qual'è la legge più importante in materia di sicurezza sul lavoro?

Qual è?
È una norma che abbiamo dal 1930 e che dice una cosa molto semplice: chiunque omette di adottare misure contro infortuni è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni, se poi da quella omissione deriva un infortunio la reclusione passa dai tre ai dieci anni. E' una norma che punisce chi consapevolmente omette le misure anti infortunistiche e, dopo la prescrizione dell'ispettorato, non si mette in regola. Bene, questa è anche una delle norme più disapplicate del paese. Nell'ultimo anno, la Cassazione se ne è occupata due volte, con due sentenze: significa che questi processi non si fanno, che non si fanno accertamenti approfonditi, che le procure sono disorganizzate. Poi magari capita una tragedia come quella che è successa e c'è tutta un'energia ispettiva e giudiziaria che viene messa in campo: bisogna seguire i processi che riguardano la violazione delle norme di sicurezza, non solo dopo la tragedia.

Che rapporto c'è tra azione legislativa, giudiziaria e quella può competere alle parti sociali sul luogo di lavoro?
Il processo legislativo in Italia è sempre stato molto attivo, dagli anni '50 ad oggi. Abbiamo ottime leggi ma completamente disapplicate e credo sia un grande errore delle forze sociali e politiche quello di vedere nelle leggi il momento risolutivo della questione. La dimostrazione palese sta in quello che è avvenuto: si è fatta una nuova legge, ma non è che i luoghi di lavoro siano diventati più sicuri. Non si fanno accertamenti, le procure non sono organizzate, e anche dopo gli infortuni, i processi, quando si fanno, finiscono in prescrizione. La cultura della sicurezza, nel senso di impunità generalizzato, non si svilupperà mai. E anche le sanzioni, sono un deterrente se realmente applicate.

Pensa che anche sul versante del lavoro scarseggi la cultura della sicurezza?
Il lavoratore è la parte debole del rapporto di lavoro, è sempre stato così, e i singoli riescono a portare avanti istanze di sicurezza non in quanto singoli, ma se adeguatamente rappresentati. Le organizzazioni sindacali lo stanno facendo, ma la maggior parte degli infortuni avvengono nelle piccole aziende, dove la rappresentanza sindacale è più debole. La capacità e la forza di imporre sicurezza nasce anche dalla formazione, che non può esaurirsi nella distribuzione di opuscoli e nella firma del lavoratore a riprova dell'avvenuta consegna.

E le imprese, quali responsabilità hanno?
Cultura della sicurezza significa che tutti devono essere convinti della necessità. Ma la convinzione, realisticamente, nasce anche dal fatto che ci siano vincoli effettivi perchè la tentazione che può esserci di risparmiare è forte e risponde a una logica comprensibile. «Diffondere la cultura della sicurezza», è una di quelle frasi frequenti, quasi mitiche. Ma se vogliamo essere realistici e concreti la diffusione della cultura della sicurezza passa anche attraverso un'adeguata vigilanza degli organi preposti e un'efficiente azione dell'autorità giudiziaria. Tutto il resto mi sembrano parole al vento. Un paese in cui questo è carente, è un paese in cui la cultura della sicurezza vacilla.



(Sara Farolfi)


24 marzo 2008

Le simulazioni pericolose

Una delle scene comiche tipiche è la caduta accidentale. Lo sa bene Paolo Villaggio che di schianti a vario titolo correda molte sue pellicole, ma lo sa in genere in cinema comico che di cadute è ricco. Ancora più comica è la caduta fatta nel tentativo di imitare la caduta altrui. La perfezione dell'imitazione in questo caso non è richiesta nè desiderata e questo scatena l'effetto comico. E questo sia pure in maniera amara accade anche quando uno stunt-man che simulava la morte sul lavoro è morto per una caduta simulata male. L'effetto comico non lo dobbiamo censurare : esso è solo apparentemente una presa di distanza violenta dal malcapitato. In realtà è una presa di coscienza che anche la morte è solo la forma suprema della sproporzione tra i nostri desideri e la realtà e questa sproporzione è il nucleo centrale del comico, l'inaspettato, la parentesi che non si chiude mai, l'evidenza di quell'aforisma fatto proprio dalla New age che la vita è ciò che ci accade quando pensiamo ad altro (ed io di questo spiazzamento sono ormai un vero esperto).
Cosa ci dice l'incidente mortale capitato l'altro giorno ? Ci dice che la simulazione del lavoro è lavoro. E lo si vede come dopo l'incidente c'è chi parla delle condizioni di lavoro dello stunt-man, chi parla di fatalità, chi parla degli inevitabili rischi professionali. Lo si vede dalla difficoltà improvvisa di parlare di chi doveva solo descrivere e simulare e si è trovato invece dentro la realtà nella quale non voleva entrare se non fino ad un certo punto.



Condizioni che diamo per oggettive e date, sono invece sempre poste e rinnovate dalla volontà congiunta degli esseri umani.
Scoprire di poter cambiare una situazione è un'esperienza dolorosa. Perchè ci costringe a non inseguire i nostri desideri immediati, ad esaminare il groviglio di compromessi, di silenzi, di abitudini nevrotiche che spesso costituisce il cemento della nostra esistenza sociale. Quel groviglio che ci fa desiderare la morte (e ce la fa richiedere allo Stato) ogni qualvolta la possibilità di pensare ad altro ci è impedita dalla malattia, dalla sofferenza. 
Ci costringe a riprendere quella libertà che  per non pensare deleghiamo alle macchine, agli impianti, alla volontà del padrone (chiamiamolo così, perchè noi vogliamo che sia così).
Ecco la comicità dell'incidente sul lavoro : esso diventa una spia di come non ci sia terreno neutro, angolo di paradiso che sia escluso dalla necessità di guardare dove mettiamo i piedi.
Forse è questo il primo comandamento che bisogna rispettare per riprenderci le lotte e le conquiste dei lavoratori che ci hanno preceduto e che con il nostro passivo concorso stiamo perdendo una dopo l'altra.


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