.
Annunci online

  pensatoio passeggiate per digerire l'attuale fase storica
 
Diario
 


 

 

Sono marxista

 




Darfur Day

Annuncio Pubblicitario

gaza_black_ribbon






sotto la media l'Italia arranca, con questi media l'Italia crepa







  


        
Articoli di filosofia

Il futuro delle filosofie
http://www.italonobile.it/Il%20futuro%20delle%20filosofie.htm

L'argomentazione apagogica sulla verità in Vittorio Hosle
http://www.italonobile.it/Esiste%20verità.htm

Pensiero di Pensiero...
http://www.italonobile.it/pensiero%20di%20pensiero.htm

La teoria delle descrizioni definite di Bertrand Russell

La x è solo un segno ?

Dall'assenza del segno al segno dell'assenza

Dallo zero alla variabile


Frege e la negazione

Frege e l'esistenza

Senso e denotazione in G. Frege

Concetto e Oggetto in G. Frege

Frege e la logica

Frege e il pensiero

Concetto e rappresentazione in G.Frege

Funzione e concetto in G. Frege

Il senso e la denotazione dei concetti in Frege

La connessione dei concetti in Frege

Ontologia del virtuale
http://www.italonobile.it/Ontologia%20del%20virtuale.htm

L'eliminazione della metafisica di R. Carnap

Conoscenza e concetto in M. Schlick

Schlick e la possibilità di altre logiche

Tempo e spazio in Schlick

Schlick e le categorie kantiane

Apparenza e realtà in Schlick

Concetti e giudizi in Schlick

Analitico e sintetico in Schlick

Evidenza e percezione in Schlick

Giudizio e conoscenza in Schlick

Il reale secondo Schlick

La critica di Schlick all'intuizione

Definizioni e sistemi formali in Schlick

La logica in Schlick

La verificazione in Schlick

La verità in Schlick

Lo scetticismo nell'analisi secondo Schlick

Lo scopo della conoscenza in Schlick

Logico e psicologico in Schlick

L'unità di coscienza secondo Schlick

Schlick e la svolta della filosofia

Schlick e l'induzione

Matematica e realtà in Schlick


Alexius von Meinong e la teoria dell'oggetto


Bernard Bolzano e una logica per la matematica

Contenuto e oggetto in Kazimierz Twardowski

Jean Piaget e la conservazione delle quantità continue

L'attualità di Feyerabend

Sul Gesù storico
http://www.italonobile.it/La%20spartizione%20delle%20vesti.htm

La coscienza secondo Thomas Nagel
http://www.italonobile.it/la%20doppia%20vita%20del%20conte%20Dracula.htm

Filosofia e visione
http://www.italonobile.it/l'immagine%20della%20filosofia.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614562

Ermeneutica della luce e dell'ombra
http://www.italonobile.it/all'ombra%20della%20luce.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614557

Il test di Fantuzzing: mente e società
http://www.italonobile.it/Test%20di%20Fantuzzing.htm

Metafisica oggi
http://www.italonobile.it/metafisica.htm

La merce in Marx

Una teoria marxista della crisi : un primo livello di riflessione


Globalizzazione economica e giuridica
http://www.italonobile.it/globalizzazione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615609

Guerra, marxismo e nonviolenza
http://www.italonobile.it/Guerra,%20marxismo%20e%20non%20violenza.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615613

Utopia e stato d'eccezione
http://www.italonobile.it/utopia%20e%20stato%20d'eccezione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=622445

Il reddito di cittadinanza
http://www.crisieconflitti.it/public/Nobile1.pdf

Keynes da un punto di vista marxista

Appunti marxiani 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10



STORIA DEI NUMERI E DELLE CIFRE NUMERICHE
http://www.italonobile.it/genealogia%20della%20matematica.htm

La comunicazione nel linguaggio scientifico e la filosofia

 http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614558



Lemmi Wikipedia da me integrati
Alexius Meinong
Bernard Bolzano
Storia dei numeri
Sistema di numerazione
Sistema di numerazione cinese
Sistema di numerazione maya


Il Capitale di Marx e altro
1 2  3  4  6  7  8  9
10  11  12  13  14  15  
16  17  18  19  20  21
22  23  24  25  26  27
28  29  30  31  32 

 

Dibattito su Emiliano Brancaccio
1 2 3

Quelli che la crisi l'avevano prevista

Cazzari Nobel

Le molte cazzate del Nobel cazzaro

 

DISCLAIMER (ATTENZIONE):
l'Autore dichiara di non essere
responsabile per i commenti
inseriti nei post. Eventuali
commenti dei lettori, lesivi
dell'immagine o dell'onorabilità
di persone terze non sono da
attribuirsi all'Autore, nemmeno se
il commento viene espresso
in forma anonima o criptata.







19 marzo 2011

Wikileaks : in Iraq fu una strage

Iraq, estate 2005. Un plotone militare americano a cavallo manda civili iracheni in avanscoperta su strade che suppone siano minate. Le "cavie" credono di aver rimediato un lavoretto per la giornata: «ripulire la strada da macerie e rifiuti». Questo racconto da brivido non è estratto da un romanzo. E' la realtà nascosta sul fronte iracheno.

 

 

Si tratta di uno dei quasi 400mila file secretati resi pubblici dal sito WikiLeaks. Che dopo le rivelazioni dell'estate scorsa sulle omissioni e le menzogne relative alla guerra in Afghanistan, alza ora il sipario sul teatro dell'orrore che è stata la guerra in Iraq. Un conflitto con numeri da riscrivere. Documenti segreti alla mano, il riconteggio dei morti iracheni per cause violente, tra il 2003 e il 2009, è aggiornato a 122mila vittime. Di queste 66mila erano civili. Più della metà del totale.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Iraq guerra Wikileaks Libia Nato

permalink | inviato da pensatoio il 19/3/2011 alle 16:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


14 marzo 2010

Orsola Casagrande : l'Europa non vede la protesta del popolo kurdo

Imrali non è poi così lontana. E a condividere le sorti del loro leader, Abdullah Ocalan, sono in tanti. Mai come in queste settimane è diventato evidente. L'isolamento è certo di Ocalan, rinchiuso da 11 anni nell'isola-carcere e fino a pochi mesi fa unico detenuto. Ma è anche, drammaticamente, dei milioni di kurdi che vivono in Turchia. Circondati da un muro di gomma difficile da penetrare. L'isolamento però è anche quello che vivono i kurdi che stanno in Europa. Centinaia di migliaia di persone. Soli. Invisibili.
In questi giorni questa solitudine si è come materializzata. Decine di giovani, attivisti, dirigenti di organizzazioni legali sono stati arrestati in Italia, Francia, Belgio. L'ultima in ordine di tempo è stata l'operazione condotta da trecento agenti dell'antiterrorismo belga contro RojTv, la televisione satellitare kurda (con regolare licenza in Danimarca). L'accusa è fumosa, si parla di Pkk, il partito dei lavoratori del Kurdistan che l'Europa ha inserito (su ordine di Usa e Turchia) nella black list delle organizzazioni terroristiche. La polizia (c'erano anche agenti turchi) ha fatto irruzione negli studi di RojTv. Ha perquisito e posto in stato di fermo diverse persone, tra cui alcuni giornalisti, poi rilasciati. RojTv (prima Med Tv, poi Medya Tv: non ha cambiato nome per vezzo ma perché messa fuori legge come accade in Turchia per i partiti kurdi) trasmette programmi di ogni genere: news, approfondimenti, talk show e programmi per bambini. Tutto trasparente: basta accendere e guardare.


Prima dell'operazione belga c'era stata quella congiunta Italia-Francia. Smantellato un campo di 'addestramento ideologico' in Toscana, dicono le agenzie. In sostanza, secondo l'accusa il Pkk reclutava giovani da mandare in Kurdistan a combattere. In Italia il partito kurdo si occupava solo dell'indottrinamento ideologico. Non sono state trovate armi. Non c'è traccia di un addestramento militare, precisa la procura di Venezia. Al presunto campo per giovani si insegnava solo 'ideologia'. Vengono in mente le Frattocchie, la storica scuola del Pci. Ma anche le parrocchie. 'Indottrinamento ideologico' è la definizione post-11 settembre con cui si etichettano incontri politici che potrebbero essere paragonati alle scuole quadri o al catechismo.
Decine di arresti, centinaia di migliaia di kurdi. Soli. Manifestano ogni anno al Newroz, il capodanno kurdo, il 21 marzo in molte città europee, e nessuno li vede. L'altro ieri a Bruxelles erano ottomila. I kurdi sono invisibili anche quando scendono per strada. L'Europa è complice di questo isolamento. La Turchia è un partner economico troppo importante. Ma è complice anche la sinistra che in tanti paesi è stata al governo. L'Italia? Dopo la vicenda Ocalan difficile sperare che recuperasse terreno. Il resto d'Europa? Ha scelto di non vedere migliaia di suoi cittadini.
Ma la cosa più grave è che ha scelto di non vedere i kurdi anche quando propongono una soluzione negoziata del conflitto in atto in Turchia dal 1984. Perché oggi il Pkk, che dal marzo 2009 ha proclamato un cessate il fuoco unilaterale, è promotore di una soluzione pacifica al conflitto. Ma l'esercito turco continua a uccidere e bombardare. Ormai si fa prima a contare quanti politici kurdi sono rimasti fuori dal carcere... Siamo al paradosso per cui parlare di pace è reato. Vale la pena ricordare che proprio mentre si consumano gli arresti di decine di kurdi, anche nei Paesi Baschi la sinistra indipendentista parla di pace, propone un percorso di pace e viene zittita. Con il carcere.
La pace non è un business, la guerra sì. Lo diceva Arnaldo Otegi, leader della sinistra basca, nel video inviato alla conferenza di pace organizzata dal comune di Venezia lo scorso novembre (si parlava di paci possibili, in Turchia come in Spagna, nessuno ha raccolto). Un video perché nel frattempo era stato arrestato. Otegi, ricordando il discorso storico di Arafat alle Nazioni Unite, diceva che la sinistra basca (ma vale anche per il Pkk) si presenta davanti al mondo con un ramo d'ulivo in mano. L'invito: «Che nessuno lasci cadere questo ramo d'ulivo». In questo momento sta cadendo a terra.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. iraq genocidio turchia onu curdi ocalan kurdista

permalink | inviato da pensatoio il 14/3/2010 alle 9:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


13 luglio 2009

Il dibattito sull'Iran all'interno di Rifondazione

 A proposito degli avvenimenti in corso in Iran, Marco Sferini ha scritto: “Dalla parte del popolo iraniano”.
Di quale popolo? Dei ceti medi urbani, colti e facoltosi, che reclamano (giuste) libertà civili per avvicinarsi ai modelli consumistici occidentali?
O dei ceti proletari, contadini, poveri che usufruiscono del sostegno statale, del prezzo politico del pane e di una seppur parziale redistribuzione del reddito e dei proventi del petrolio?
Dei gruppi che lamentano l’eccessivo intervento dello stato nella produzione e nella redistribuzione e che vogliono imporre una politica liberista di riduzione della spesa pubblica e di privatizzazioni?
Dei gruppi che reclamano giuste libertà civili ma che si prestano alla realizzazione di una nuova “rivoluzione arancione” (“verde”) filo occidentale?
So dei plotoni d’esecuzione sommari allestiti dagli islamici contro i comunisti iraniani, che avevano collaborato lealmente alla rivoluzione contro lo Scià e gli americani.
Conosco le torture inflitte al segretario del partito comunista iraniano dall’instaurato regime islamico.
So che il regime islamico impone una cappa maltollerata dalla società iraniana.
So che finora gli iraniani hanno usato una tattica adattativa nei confronti delle restrizioni, della corruzione e del dispotismo del regime.
Il regime è islamico e dispotico, ma c’è una diffusa istruzione pubblica e l’università zeppa di donne, anche se con il tanto vituperato velo.
Queste cose le ho sentite direttamente da un compagno iraniano.
Come ho sentito direttamente dallo stesso compagno iraniano del pane a prezzo politico, della parziale redistribuzione, anche in chiave islamica, del reddito, della politica pubblica di riorganizzazione dell’industria e della politica internazionale (contraddittoria) del regime (indipendenza dall’imperialismo occidentale e politica di potenza regionale).
Ora, le elezioni recenti ci hanno restituito esattamente questo quadro.
Gli iraniani si sono espressi su queste scelte vitali nell’unico modo loro concesso dal regime: nella scelta di due candidati entrambi islamici, espressione delle elites islamiche e che non rappresentano nette collocazioni alternative di classe. Tuttavia, su di essi si sono riversate due diverse tendenze, l’una legata alle classi più agiate e l’altra legata alle classi più povere.
Ci sono stati brogli?
Su questo si sta facendo molta propaganda pregiudiziale e poche dimostrazioni di fatti.
E’ giusto che il nostro partito dica: noi non siamo con il regime di Teheran, siamo contro il regime islamico, vogliamo elezioni alle quali possano partecipare anche altri partiti, come il partito comunista iraniano. Ma non possiamo dare appoggio incondizionato a queste proteste in atto. Non basta dire: noi siamo col popolo iraniano e non con Mousavi. Noi non possiamo chiudere gli occhi sulle conseguenze, non solo internazionali, ma anche di classe delle proteste in atto.
La posizione del partito mi sembra invece timida, superficiale e subalterna.
Spero, almeno, che il partito abbia preso qualche contatto con i compagni comunisti iraniani, prima di assumere posizioni ufficiali e di manifestare davanti all’ambasciata dell’Iran a Roma.


Mario Galati




Cari compagni di essere comunisti,

sono un nuovo iscritto a Rifondazione (non so per quanto viste le ultime dichiarazioni di Ferrero sul "polo della sinistra") e vi leggo più o meno ogni giorno. Non faccio parte di nessuna corrente, semplicemente sono iscritto a Rifondazione.

Le prese di posizione del partito riguardo alla questione iraniana hanno imbarazzato molto anche me, come il compagno Riccardo e ho fatto finta di non vedere le dichiarazioni che si limitavano a condannare la violenza della repressione, senza aggiungere altro.

La premessa fondamentale è che la nostra analisi deve essere necessariamente di classe e dobbiamo ragionare con le categorie dell'imperialismo, che hanno conferme quotidiane.

Quindi se questa è un confronto tra compagni, è fuori discussione che qualcuno difenda le teocrazie e gli assassini. Detto questo militiamo in un partito comunista e uno si aspetta, giustamente, che l'analisi vada un po' più in là e sia profonda e sappia dare risposte che vadano oltre le spiegazioni confortanti che siamo (troppo) abituati a leggere sui media nostrani.
Le similitudini che questa protesta iraniana ha con altre "rivoluzioni colorate" vanno ben oltre la semplice apparenza e la violenza della repressione va certamente condannata ma un partito comunista non può limitarsi a ciò e, anzi, se lo fa, commette un errore imperdonabile.

Compagni, nelle rivoluzioni colorate, c'è sicuramente tanta buona fede da parte di chi vi partecipa e ci (ri)mette anche la pelle ma i burattinai stanno altrove: l'intervento diretto nel finanziamento di questi movimenti da parte della CIA e di altri organi imperialisti più o meno esplicitamente legati a stati occidentali è molto di più di un semplice sospetto. Gli esempi sono purtroppo numerosi: apparte il sudamerica, abbiamo numerosi esempi in Europa a partire dalla Serbia anzitutto, fino all'Ucraina e alla Georgia. Ed esistono associazioni analoghe, che usano le stesse tecniche di mobilitazione genuine in altri stati balcanici e che sono profumatamente finanziate con soldi occidentali, pronte a scomparire o ad essere assorbite nel caso non succeda nulla, ma in caso contrario ad intervenire.
In effetti questa delle rivoluzioni colorate è una fine tecnica, la quale piuttosto che usare la violenza (tipico colpo di stato alla Pinochet) piuttosto la subisce, diventando molto più digeribile all'opinione pubblica occidentale sempre più convinta di essere il centro e il meglio del mondo e affamata di "esportazione della democrazia". Una bella invenzione dell'imperialismo, non c'è che dire.
I fatti iraniani non mi sembrano fare eccezione e forse testimoniano anche che più opzioni erano pronte da parte dell'amministrazione americana e che il cambio di presidente può anche avere avuto un'influenza sulla scelta poi effettuata, ma gli scopi restano i medesimi.
Inoltre, pensiamoci anche solo un attimo, i media occidentali stanno dedicando moltissimo spazio a queste proteste per canalizzare l'opinione pubblica, ma accadono fatti nel mondo che sono altrettanto gravi e nessuno se ne cura. L'attenzione deve essere alta perchè la pressione deve essere alta. Ricordo per esempio quando Otpor venne premiata ad MTV...

Quindi, cercando di concludere, se la nostra analisi deve essere non banale, profonda e di classe non può prescindere dal riconoscere il ruolo e gli scopi dell'imperialismo in questa vicenda. La posizione del partito, perciò, non può limitarsi a condannare le violenze ma alla nostra gente dobbiamo dire chiaramente chi c'è dietro questi giochi e quali sono i suoi obiettivi. Ciò ci renderà impopolari od esclusi di media perchè siamo cattivi? Beh, non me ne può fregare di meno, tanto la situazione attuale non è che sia migliore...
Beninteso che ciò non significa sposare le tesi negazioniste di Amadinejhad o difendere le teocrazie. Anzi, proprio il contrario, ma è esattamente con la coerenza di ogni nostra presa di posizione rispetto alle nostre categorie interpretative che lo si dimostra.

E' per questi motivi che trovo imbarazzante la presa di posizione da voi pubblicata nella home page del sito di "essere comunisti". Lungi da me sposare l'Iran in quanto antiamericano e antimperialista, perchè il muro di Berlino è caduto da un pezzo e ragionare "per stati" non funziona più da un pezzo... Ma se c'è una analisi semplicistica non è quella del compagno Riccardo, quanto piuttosto la vostra che si limita a dire, appunto "semplicemente con il popolo iraniano" e vi diro di più: un partito comunista che ha il cuore tenero e si limita a fare i sit-in di fronte all'ambasciata, senza fare il minimo sforzo per elevare il ragionamento della propria gente, fa molto comodo ai famosi burattinai.

Saluti Comunisti,
Andrea
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Caro compagno Andrea,
della tua nota critica è senz’altro condivisibile la richiesta di un maggiore approfondimento in merito alla questione iraniana. Ritengo che un utile passo in questa direzione sia fornito dalla pubblicazione da parte del sito di un ben argomentato e documentato contributo, datato 29-6-2009: “Gli antimperialisti nella trappola iraniana”. Ti invito quindi a leggerlo.
L’accordo con la tua lettera si ferma tuttavia qui. Infatti, proprio un’analisi “di classe” e l’invito a “ragionare con le categorie dell’imperialismo” conducono, a mio parere, a conclusioni diverse da quelle che tu (e non solo tu) trai. Tu stesso riconosci che “è fuori discussione che qualcuno difenda le teocrazie e gli assassini”, che ragionare con le categorie suddette “non significa sposare le tesi negazioniste di Ahmadinejhad o difendere le teocrazie”, che non è tua intenzione semplicemente “sposare l’Iran in quanto antiamericano e antimperialista”. Questo è chiaro. Del resto, sarebbe difficile per un comunista dimenticare che la Repubblica islamica dell’Iran ha massacrato, a partire dal 1981, migliaia di militanti della sinistra (anche comunista), ponendosi a tutela della proprietà privata, sopprimendo i sindacati, scatenando feroci repressioni contro i lavoratori, negando ai contadini anche l’ombra di una riforma agraria, instaurando un regime di terrore, opprimendo minoranze e sacramentando una delle legislazioni più reazionarie della storia planetaria in tema di diritti civili. Il rispetto delle differenze culturali e la relatività dei costumi non può evidentemente impedire di chiamare “fascista” un simile regime (di cui, fino a prova contraria, Ahmadinejad è ancora espressione); né può far dimenticare il fatto che la Rivoluzione d’Ottobre ha abituato noi comunisti ad usare il termine “rivoluzione” per significare un mutamento progressivo sul terreno dei rapporti sociali e, in generale, su quello dei diritti fondamentali della persona (è sempre utile ricordare che, ad esempio, nel 1918 si tenne il Primo Congresso delle donne lavoratrici russe dal quale nacque un organismo permanente per la promozione della partecipazione delle donne alla vita pubblica, per le iniziative sociali e la lotta all'analfabetismo: le donne ottennero il diritto di voto e di essere elette, il diritto all'istruzione, all'assistenza di maternità, a un salario eguale a quello degli uomini. Nel 1920 venne anche introdotto il divorzio e il diritto all’aborto). Pur se tu riconosci – implicitamente – tutto questo, tuttavia, per un verso, sembri escludere pregiudizialmente il fatto che possa sussistere un’opposizione legittima e di segno progressivo ad un tale regime e, per altro verso, affianchi a questa sottovalutazione un giudizio a mio parere semplificato e in definitiva sbagliato circa il ruolo dell’Iran nell’attuale contesto mediorientale.
In particolare, così come altre voci dell’anti-imperialismo militante, anche tu accosti l’attuale rivolta iraniana alle famigerate “rivoluzioni colorate” di matrice Cia, condotte secondo un’ormai ben sperimentato clichè di “esportazione della democrazia”. Su questo sito abbiamo a suo tempo dedicato al tema un’attenzione particolare, essendo immediatamente evidente il potenziale di disinformazione e di equivocità politica che tali “rivoluzioni” riversavano anche a sinistra, persino all’interno del nostro partito (cfr. ad esempio B. Steri, L’ “imperialismo democratico” al lavoro in Bielorussia, 25-3-2006). Ma ricondurre semplicemente la vicenda iraniana al suddetto contesto di “imperialismo soft” – contrapponendo l’ennesima “rivoluzione colorata” ad un regime supposto“oggettivamente antimperialista” – oltre a glissare sulla pesantezza della realtà interna dell’Iran, occulterebbe la vera portata del gioco condotto oggi dall’Iran sullo scacchiere mediorientale. Beninteso, non sarebbe affatto sorprendente che l’amm.ne statunitense appoggi il “riformista” Mousavi nel suo tentativo di delegittimazione istituzionale dell’attuale leadership iraniana: non ci facciamo alcuna illusione sulla personalità politica di questo outsider, già Primo ministro nonchè costruttore di stretti rapporti con la Cia ai tempi dell’affaire Iran/Contra (come documentano i rapporti del Pentagono). Si tratterebbe di una chiara e inammissibile ingerenza all’interno di quello che comunque resta “uno scontro tra i vertici della Repubblica iraniana, che vede contrapposti i poteri religiosi rappresentati da Khamenei e da Rafsanjani, uno scontro giocato tutto sulla pelle del popolo iraniano” (come recita l’appello firmato anche dal Prc).
In ogni caso, sul fronte interno, non può essere sopravvalutato il consenso “di classe” tributato ad Ahmadinejad, altra faccia della sottovalutazione di un persistente dissenso “di classe”: tanto più se accreditati sulla base di un sondaggio del ‘Washington Post’ condotto “per telefono da un Paese confinante, su un campione di 1.001 interviste su tutto l’Iran (…), da una società di sondaggi che collabora con ABC News e con la BBC, indagine finanziata dalla Rockefeller Brothers Fund” (!!!). Né, sul piano esterno, può essere sottaciuto il ruolo dell’espansionismo sciita iraniano: una volontà di potenza che non ha lesinato un criminale impegno – in compartecipazione con l’aggressione imperialista - nella distruzione dell’Iraq. Su questi punti non mi soffermo qui e rinvio al citato “Gli antimperialisti ecc”.
Sulla base di tali generali orientamenti, non è affatto strano che dei comunisti condividano con altri democratici e progressisti un appello che ha come richiesta fondamentale la cessazione della repressione e degli arresti e la liberazione dei prigionieri politici del regime teocratico iraniano.
Sperando di ritrovarti ancora con Rifondazione e con la lista comunista e anticapitalista.

Bruno Steri


12 luglio 2009

Margherita Paolini : in Iraq è aperta la danza delle Big Oil

 

Il ministero del petrolio iracheno terrà entro agosto una nuova «asta» petrolifera, dopo quella tenuta all'inizio di questa settimana a Baghdad. Nel primo round il governo iracheno ha offerto al mondo esterno riserve per ben 43 miliardi di barili di greggio; nel secondo saranno all'asta ulteriori 40 miliardi di barili. Baghdad si affida dunque ai finanziamenti e al know how internazionali per consolidare, entro il 2015, il suo destino di grande produttore, in controtendenza con il declino che attende gli altri paesi produttori di petrolio, Opec e non.
Ma se questo è l'obiettivo a breve termine del governo iracheno, affidato al grosso delle riserve quantitativamente accertate, le «big oil» hanno un altro obiettivo a medio e lungo termine: posizionarsi sulle riserve probabili, che porterebbero le riserve complessive dell'Iraq a livelli addirittura superiori di quelle saudite.
Gli eventi di queste settimane riflettono un gioco delle parti attraverso cui il management iracheno e le compagnie internazionali cercano di stabilire i rispettivi margini di manovra e di copertura reciproca. Il primo problema da superare, non trascurabile, è che il processo di «internazionalizzazione» del petrolio iracheno si apre in un totale vuoto giuridico e istituzionale, dovuto anche alle manovre ostinate con cui la passata amministrazione Usa ha cercato di dare carta bianca alle grandi aziende petrolifere anglosassoni sulle riserve energetiche irachene.



Su questo sfondo, il primo ciclo di trattative formali sembra da interpretare come «prove generali» dei veri giochi ancora da venire, un tentativo di fissare le regole prima che una legge sul petrolio davvero ispirata agli interessi nazionali iracheni possa contrastarli. L'asta di lunedì scorso, che molti commentatori hanno interpretato come un «flop» che sgonfia le aspettative del ministero del petrolio iracheno, acquista invece un preciso significato. Il Consiglio dei ministri iracheno ha approvato in tempi record il contratto con il consorzio, ben congegnato, tra la multinazionale britannica Bp e la compagnia di stato cinese Cnpc, che si è aggiudicato il giacimento di Rumaila Sud. Ebbene: questo contratto ha concretamente aperto la via al «nuovo corso». Era la partita fondamentale del primo round ed è giustamente stato considerato come una «vittoria» da entrambe le parti, che sotto l'apparenza di dura contrattazione hanno avuto molti modi di accordarsi mettendo fuori gioco Exxon Mobil, che non ha più molti santi protettori (Usa).

Lo show della trasparenza
Ecco che, creato il precedente contrattuale, Baghdad annuncia a breve termine il secondo giro di danza in cui, oltre alle nuove offerte, sarà possibile recuperare trattative concrete anche sui giacimenti volutamente «snobbati» al primo turno. La prossima competizione manterrà lo stile dello show televisivo introdotto dal ministero del petrolio iracheno per enfatizzare la «trasparenza» del procedimento di selezione. Una pantomina pubblicitaria destinata soprattutto a riabilitare la figura del ministro Hussein Shahristani, sommerso da critiche e accuse da ogni parte, con un rinnovato profilo patriottico-professionale di negoziatore duro a difesa degli interessi nazionali.
Impresa non facile. Dallo scorso dicembre infatti il management energetico iracheno, e con esso il governo, sono sotto pressione: un rapporto tecnico dettagliato e impietoso, redatto sul campo da consulenti locali, ha evidenzato le responsabilità della gestione politica del ministero del petrolio nel degrado degli impianti e delle tecniche di manutenzione dei giacimenti petroliferi meridionali, che ha portato al calo progressivo dei già modesti livelli produttivi. Il rapporto, che ha dato conferma a denunce già formulate da vertici e quadri delle società nazionali operative sul terreno, concludeva raccomandando al governo iracheno una serie di operazioni immediate per ripristinare la vitalità dei giacimenti più critici e a metterli in rete con altri giacimenti da valorizzare.
Si moltiplicano inoltre le critiche personali al ministro Shahristani per il centralismo dirigista con cui ha improvvisato «in proprio» criteri che solo una legge petrolifera poteva autorizzare. La costituzione irachena, purtroppo o volutamente, non è corredata da una legge ad hoc che chiarisca i principi applicativi per la gestione delle risorse energetiche nazionali, e affida alla responsabilità primaria del governo centrale (sia pure in consultazione con le amministrazioni provinciali dei territori coinvolti) quei giacimenti definiti genericamente «current fields», che dovrebbero corrispondere ai giacimenti in corso di sfruttamento, in toto o parzialmente. Shahristani ha scelto l'interpretazione più estensiva, che gli dà competenza su tutti i giacipenti già scoperti, così attribuendosi l'87% delle riserve petrolifere comprovate e, disinvoltamente, il 100% dei giacimenti di gas naturale tutti ancora da sfruttare, salvo quelli in territorio curdo.
Verso il governo regionale curdo poi Shahristani ha scelto la contrapposizione totale: qui il governo regionale ritiene, in assenza di legge, di interpretare letteralmente la costituzione e avere competenza assoluta sulla gestione di nuovi giacimenti e dei relativi contratti di sfruttamento con compagnie straniere; solo di recente ha alleggerito il controllo per favorire le compagnie turche in Kurdistan, su pressione della nuova amministrazione Usa.
Il ministro del petrolio inoltre si è creato nemici temibili nell'Unione dei lavoratori petroliferi, quando ha cercato di imporre l'intervento di compagnie straniere con contratti di servizio nei giacimenti dove già operano con lodevoli risultati compagnie nazionali. Anche in parlamento cresce l' opposizione, tra quanti ritengono che il programma pluriennale di sviluppo produttivo, in assenza di una legge adeguata, preveda «modelli nuovi» di contratti contrari agli interessi nazionali o addirittura incostituzionali. Molti ricordano il primo «pacchetto» di petrolio iracheno, affidato senza procedura di offerta («no bid») alle Compagnie soprattutto anglosassoni, e bloccato in extremis nel 2008 dall'intervento di senatori democratici Usa: i giacimenti sarebbero stati infatti gestiti con contratti di Production sharing agreement (Psa) molto favorevoli alle stesse compagnie che avevano contribuito a elaborare il progetto di legge petrolifera poi affondato in parlamento.
Sono state proprio le preoccupazioni Usa a rimettere in pista la procedura della gara con cui sono stati riproposti, al primo storico bidding di fine giugno, gli stessi 43 miliardi di barili di riserve, tutte classificate come «current fields», corredato da 7,500 miliardi di piedi cubi di giacimenti vergini di gas naturale.

La strategia dei «current fields»
Per Hussain al-Sharistani la gara è l'occasione per saggiare le difficoltà delle diverse situazioni locali e l'interesse delle compagnie, caricando il tutto sui costi di produzione che saranno oggetto di selezione - un modo di esprimere la disponibilità a vari tipi di rischio, da non confondere con vere e proprie quotazioni di gara che emergeranno in seguito. Per le compagnie petrolifere, oltre all'interesse per questo primo «storico» bando, c'e anche la curiosità di andare a «vedere il gioco».
In questa fase a Shahristani interessa soprattutto affermare il criterio estensivo di «current field» facendone un fatto compiuto. Magari anche verificare gli effetti dissuasivi che possono avere sulle Companies le intimidazioni dell'amministrazione kurda, anche piuttosto pesanti quando si tratti di giacimenti per il cui sviluppo ritiene di dover essere coinvolta. E' il caso dei giacimenti di Kirkuk e di Bai Hassan, la cui messa a gara senza consultazioni è ritenuta «incostituzionale» dal ministro del petrolio kurdo il quale dunque ha messo in guardia le compagnie dall'aderire al bando. La Conoco infatti reagirà con una quotazione esagerata di 26,70 $ per barile a quella ministeriale (4 $ a barile), che tende a minimizzare le minacce kurde. E' importante anche verificare quanto può influire negativamente sull'offerta per il mega giacimento di West Qurna l'eccezione sollevata dal general manager della Soc (South oil company, che gestisce i giacimenti meridionali), il quale insieme alla Noc (North oil Company) deve fornire le unita operative partner locali e i membri che partecipano al board con la compagnia straniera: ebbene, di recente ha espresso di parere di illegittimità costituzionale sulla selezione dei giacimenti da «cogestire» con compagnie straniere quando già vi operano società nazionali che siano in grado di gestirli in modo adeguato a costi nettamente inferiori.
Quanto ai giacimenti di gas naturale, più o meno snobbati in questa fase, è noto che Royal Dutch Shell ha già preparato un «master plan» generale sull'utilizzo delle riserve di gas naturale libero, soprattutto per un lucrativo progetto di export di Ngl che dovrebbe concretizzarsi in un contratto in settembre. Sullo sfondo c'è inoltre la possibilità che il gas iracheno diventi un importante strumento di contrattazione politica: l'amministrazione Obama vede nel giacimento di Akkas, «scoperto» dai generali Usa nella provincia sunnita dell'Anbar, una possibilità di creare partnership siro-irachene. Ecco perché il ministero del petrolio ha tenuto a inserire il gas nel primo bando di asta - per poi dire che, in assenza di interessi internazionali, provvederà a svilupparlo direttamente, anche se trattandosi di giacimento «vergine» ricadrebbe nelle competenze dell'amministrazione sunnita locale.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Iraq Usa soldati Obama petrolio

permalink | inviato da pensatoio il 12/7/2009 alle 16:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


4 aprile 2009

Emanuele Giordana :i molteplici fronti della galassia talebana

 A Kabul hanno cambiato gli orari per i rifornimenti di gasolio da quando, di fronte all'ambasciata tedesca, un kamikaze si è schiantato contro un'autocisterna che tutti i giorni, alla stessa ora, andava a rinfilare carburante nei depositi della base americana dirimpettaia. A volte nemmeno l'intelligence più raffinata del pianeta arriva a pensare che la prima cosa da evitare siano orari e spostamenti fissi... L'effetto è che adesso il traffico cittadino è così intasato da provocare maledizioni costanti. La chiusura delle strade del centro, per garantire gli approvvigionamenti di gasolio che mandano avanti frigoriferi o riscaldamenti, auto di servizio e generatori, ha fatto insorgere molti editorialisti. Possibile, ha scritto uno di loro, che in questa città ognuno possa decidere quando chiudere la strada per i suoi comodi?
Vista dalla strada, sia quella della capitale sia quella di un villaggio, l'annunciata svolta di Obama per ora non significa nulla. Se non che 21mila soldati in più, fossero anche «non combattenti», saranno anche qualche migliaio di veicoli e autocisterne in più. «I sovietici - commentava con noi un cittadino della capitale - avevano il buon gusto di fare le caserme in periferia». Noi invece abbiamo scelto il centro città. Che ormai, ma non per ecologismo radicale, si gira praticamente a piedi, tante strade sono ormai a traffico limitato e aperte solo se hai la tesserina magica.



Ma se la strategia tracciata da Obama, oltre a spingere sull'invio di nuovi soldati, sosterrà davvero un «processo di riconciliazione», investimenti nell'esercito nazionale afghano e una migliore cooperazione civile (daremo soldi al Pakistan - ha detto - per ricostruire strade, scuole e ospedali), qualche effetto si potrebbe vedere. Nel dire che la vittoria non si ottiene dalla «somma delle bombe e dei proiettili», Obama pensa di spingere, non sull'acceleratore di un «surge» all'irachena, armando milizie tribali locali, ma su quello di un maggior decentramento nelle capacità di spesa - e dunque di negoziato - dei governatori provinciali. Almeno così sembra. Strategia del consenso che potrebbe davvero nuocere ai taleban.
Ieri, un'autobomba è esplosa contro i militari italiani nella parte meridionale della provincia di Herat, senza però provocare feriti. La galassia col turbante è oggi attiva su molti fronti. Troppi. C'è quello afghano, quello delle aree tribali pachistane, quello della valle di Swat, quello del passo di Khyber e, sostengono alcuni, persino quello del Belucistan, nel Sud del Pakistan. Ma ognuno di questi fronti rappresenta altrettante anime. Non così omogenee. Agli inizi di marzo, mullah Omar, il capo dei taleban afghani, ha chiesto di unire le forze contro l'invasore Usa e Nato. Ma mullah Omar pensa all'Afghanistan e al massimo al passo di Khyber (dove transitano i camion della logistica militare occidentale), non certo allo Swat o alle aride montagne del Belucistan. Stando al New York Times, Omar sarebbe adesso il promotore di un «surge» taleban che mirerebbe a unire forze disperse e che perseguono obiettivi differenti. Forze che anche sul piano ideologico sembrano essere sempre più distanti: le efferatezze dei taleban pachistani nella valle di Swat, a Nord delle aree tribali della frontiera afghano-pachistana, sono arrivate a eccessi che nemmeno i bravi di Omar avrebbero immaginato. La loro amministrazione della giustizia passa prima per il coltello che per il Corano. Non che i taleban afghani siano agnellini, ma certi bagni di sangue cari agli uomini di Beitullah Meshud non sono portati a esempio.
A differenza di molti fratelli nella fede, i taleban afghani hanno un programma da fronte di liberazione nazionale e dunque tengono in conto consenso e strategie. Più di un osservatore ha rilevato che tra gli stessi taleban afghani c'è differenza tra un «territorialista» come Omar e i teorici del terrore mordi e fuggi alla Jalaluddin Haqqani, già ministro taleban ma che adesso sembra giocare una carta personale assieme al figlio Sirrajudin, ritenuto il responsabile dell' attacco all'Hotel Serena. Tra gli uomini di Omar inoltre, poco permeabili alle tesi jihadiste e qaedsite, non sono estranee le sirene negoziali di Karzai. Quanto di più lontano dagli oltranzisti come Haqqani o Meshud, che negozia con una mano e spara con l'altra.
Se svolto con serietà, il nuovo piano Usa potrebbe davvero mettere in crisi il movimento più forte dell'area e cioè i taleban di mullah Omar. Da astuto stratega, il capo taleban sa che al momento la sua vera vittoria non è tanto militare (la guerra è in fase di stallo) quanto civile: basata cioè sulla capacità di strappare consenso, grazie alla somma di bombe e proiettili e all'assenza dello stato nelle province del Sud. E lì forse che si può mettere in crisi il meccanismo della guerra. Provando a fermarlo.


1 febbraio 2009

Matteo Alviti : l'annus horribilis dei militari Usa. Record di marines suicidi nel 2008

 

La guerra sa essere subdola, infilarsi negli interstizi dell'anima delle sue vittime per colpire quando meno se lo aspettano. Non si muore solo sul campo di battaglia. Sono in costante aumento, negli ultimi anni, i militari Usa che si sono tolti la vita. Nel 2008 si sono suicidati almeno 128 soldati, ha reso noto l'esercito Usa giovedì. Almeno. Perché ci sono altri 15 casi di sospetto suicidio su cui le autorità militari stanno indagando. Il che porterebbe il numero complessivo dei morti a 143. Poco più di un suicidio ogni due giorni e mezzo, quasi tre ogni settimana.
«Come mai il numero dei suicidi continua a crescere?», si chiedeva durante la conferenza stampa il Segretario per l'esercito, il democratico Pete Geren. «Non siamo in grado di spiegarlo. Ma possiamo dire che si sta facendo il possibile per risolvere il problema». Ci vorrebbe un'assistenza psicologica più capillare, dicono i responsabili militari. O magari ci vorrebbe una guerra meno insensatamente violenta e immotivata di quella iniziata contro l'Iraq. O di quella afghana. Sempre che sia possibile. Il colonnello Elspeth Ritchie, un consulente psicologico, per tamponare il fenomeno ha annunciato l'assunzione di nuovi terapeuti. Ma per il dr. Paul Ragan, professore associato di psichiatria alla Vanderbilt University con un passato da medico nelle forze navali, ci vorrebbe molto di più: «Visite occasionali da parte dei medici del servizio di igiene mentale sono come un cerotto su una ferita profonda». Del resto tutte le misure già intraprese finora non sono riuscita a invertire la tendenza.



Il dato preoccupante è che negli ultimi anni il numero di militari che si sono tolti la vita è aumentato costantemente. Erano 115 i suicidi registrati nel 2007 e 102 quelli del 2006, solo per rimanere agli ultimi due anni. Ma la curva ascendente risale al 2004, l'anno successivo all'apertura del secondo fronte, in Iraq, della guerra al terrore dell'amministrazione dell'ex presidente Bush. Allora si contarono 64 suicidi, meno della metà di quelli del 2008. I 128 morti dell'anno passato rappresentano un picco assoluto: mai prima d'ora erano finiti tanti nomi sul registro per i suicidi militari, istituito nel 1980. Solo nel corpo dei marines nel 2008 c'è stato un aumento del 25% rispetto all'anno precedente.
Il crudo dato statistico parla di 20,2 suicidi ogni 100mila soldati, una percentuale più alta della media nazionale dei civili. Qui i termini per fare un paragone però divergono: secondo il Centro per la prevenzione e il controllo dei disagi psichici la percentuale media nazionale per gli Usa si aggirava intorno agli 11 casi per 100mila abitanti nel 2004, l'ultimo anno in cui è stato fatto un censimento. Ma i militari dicono che, se aggiustata per rispecchiare la media demografica dell'esercito, composto in prevalenza di giovani uomini, la percentuale corretta su cui prendere la misura sarebbe di 19,5 su 100mila statunitensi. La differenza sarebbe molto più contenuta, dunque. Ma c'è comunque un'altra questione: le statistiche parlano solo di quei soldati - compresi riservisti attivi e Guardia nazionale - suicidi mentre erano in servizio. I dati mancanti li ha forniti il Dipartimento per gli affari dei veterani. Tra il 2002 e il 2005, tra i circa 500mila congedati ci sono stati altri 122 suicidi.
Stando alle indagini condotte dai militari le storie riscontrate più comunemente raccontano di difficoltà nelle relazioni private, problemi legali o finanziari. E problemi sul lavoro. Per il generale Peter Chiarelli, vice-capo dell'esercito Usa, l'aumento degli suicidi deriva dallo stress dovuto a missioni sempre più lunghe e frequenti. Con due guerre in corso, in Iraq e Afghanistan, ai soldati non manca certo il lavoro.
«E' tutta una questione di pressione e della mentalità militare, per cui devi mostrarti forte ad ogni costo», racconta Kim Ruocco. Suo marito John, un ufficiale pilota di elicotteri da combattimento Cobra, si è impiccato nel 2005 in una stanza d'hotel in California. Un mese prima di dover tornare in Iraq a prestare servizio per la seconda volta.
Il marine Ruocco è un caso esemplare per la retorica patriottarda dell'esercito. Dopo 75 missioni effettuate nel suo primo servizio, Ruocco, ritornato negli Usa, stava combattendo contro ansia e depressione. Non si finisce mai di combattere dopo certe esperienze. Ma nonostante i disturbi non ha mai chiesto aiuto per paura di essere giudicato non arruolabile. Sarebbe stato per lui come un tradimento nei confronti dei commilitoni, ha raccontato la moglie.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Iraq Usa soldati suicidi

permalink | inviato da pensatoio il 1/2/2009 alle 17:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


18 luglio 2008

La nuova strategia del petrolio

 

La conferma «ufficiale» ieri sulla prima pagina del Financial Times: la Total abbandona l'Iran. Il giorno prima il quotidiano londinese aveva rivelato la disponibilità della stessa Total e dell'Eni a fornire ai paesi mediorientali produttori di petrolio impianti nucleari. Che c'è di vero dietro questi scoop? Tutto, anche perché i diretti interessati non smentiscono. Il quadrante mediorientale è in ebollizione: il paese canaglia preso di mira dagli Stati uniti è ora l'Iran, mentre, seppure molto lentamente, la situazione in Iraq è in via di normalizzazione. Neppure a dirlo a suscitare gli appetiti è il petrolio. Soprattutto quello dell'Iraq: di buona qualità e facilmente estraibile. Certo, necessitano forti investimenti per arrivare a un raddoppio (5 milioni di barili al giorno) della produzione. Ma i soldi non sono un problema, visto quello che è stato già speso per l'invasione.
Per capire il perché dell'addio della Total all'Iran, bisogna partire dall'Iraq. A Baghdad da mesi stanno cercando di mettere a punto una legge sulla privatizzazione del petrolio. Fino a un anno fa, sicuramente, non ci sarebbe stata la fila per ottenere concessioni, ma ora - dicono i servizi di tutto il mondo - la situazione sembra molto più tranquilla, tale da consentire una ripresa - con rischi bassi - degli investimenti. In attesa della legge, Baghdad ha deciso di aprire una «prequalifica» per indentificare le società, alle quali in seguito saranno concessi i diritti di sfruttamento, che da subito possono cominciare a operare.
A farsi sotto è stata l'elite mondiale del petrolio, con in testa la Exxon, ma anche società russe e giapponesi. E, naturalmente, la Total e l'Eni che da circa un anno ha aperto un ufficio di rappresentanza nella capitale. Di più. Anche nel periodo di Saddam l'Eni aveva delle buone relazioni con l'Iraq: non estraeva petrolio direttamente, ma formava (anche in Italia) tecnici addetti all'estrazione. Ma che c'entra la Total che se ne va dall'Iran? Semplice: l'Iran è sotto tiro, non è escluso che possa diventare un nuovo Iraq e che al paese vengano applicate pesanti sanzioni. E quindi i francesi, per farsi belli con gli Usa, hanno deciso di abbandonare il paese, sperando di ottenere in cambio ricche concessioni in Iraq. Oltretutto si fanno belli con poco: gli scorsi anni c'era stato un contenzioso sui prezzi con le autorità iraniane che si sta trascinando anche oggi. Senza contare che la produzione della Total in Iran è abbastanza limitata e i francesi sembra abbiano già ammortizzato gli investimenti effettuati. Insomma, andandosene dall'Iran non perderebbero molto. Per l'Iran non sarebbe un gran danno, visto che un gruppo russo (Lukoil) è pronto a prendere il posto della Total sviluppando nuovi campi petroliferi.
In Iran è impegnata anche l'Eni, presente nel paese dal 1957. Nel 2007 (le cifre sono riportate dall'ultimo Fact book aziendale) la produzione in quota Eni è stata di 26 mila boe al giorno. L'attività è concentrata nell'offshore del Golfo Persico e nell'onshore prospiciente per una superficie complessiva di 1.456 chilometri quadrati. La produzione è fornita principalmente dai due giacimenti offshore (i South Pars 4 e 5) e a Darquain, un giacimento che ha cominciato a produrre nel luglio del 2005 e dal quale si attende una forte crescita del petrolio estratto, attualmente circa 60 mila barili al giorno che diventeranno 160 mila prossimamente. Complessivamente arriva da qui l'88% della produzione Eni che partecipa anche allo sfruttamento di petrolio Dorood.
Nel 2007 l'Italia è stato il primo partner commerciale della Ue nell'interscambio con Tehran: 3,9 miliardi di importazioni (per l'80% petrolio e gas) e 1,8 miliardi di euro le esportazioni. I programmi di esportazione verso l'Iran sono coperti dalla Sace e ammontano a 4,5 miliardi. In Iran l'Eni non ha mai avuto problemi e molti dipendenti del gruppo italiano fanno la fila per poter andare a lavorare nel paese. Per l'Eni in Iran le prospettive sono molto buone: non caso è nella short list di società alla quali verrebbe affidato lo sviluppo di nuovi campi petroliferi. Quelli conosciuti come South Part 19-21. Insomma, motivi per andarsene dall'Iran, l'Eni non ne ha nessuno.
Il 13 novembre dello scorso anno, Paolo Scaroni, l'amministratore delegato del gruppo petrolifero italiano, ha dichiarato «ci auguriamo che la situazione in Iran migliori: siamo molto ben posizionati per crescere in quel paese». E il 2 luglio ha precisato che l'Eni non andrà via dall'Iran se non «per una causa di forza maggiore, cioè se ce lo chiedesse il governo italiani o ci fosse una decisione in questo senso della Nazioni unite». Scaroni ha anche spiegato che l'Eni ha investito molto in Iran «e se uscissimo oggi perderemo tra i 2 e il miliardi di dollari». Insomma, situazione diversa da quella della Total.
Ma che faranno il governo italiano e le nazioni unite? Le prime dichiarazioni di Frattini non sono favorevoli. Certo, ha parlato di necessità di dialogo, ma ha anche criticata l'eccessiva tolleranza del governo Prodi con Tehran e ha promesso un allineamento servile alla posizione statunitense che potrebbe decidere unilateralmente sanzioni all'Iran, mentre è improbabile che il Consiglio di sicurezza dell'Onu raggiunga l'unanimità.
In questo quadro si inserisce marginalmente la proposta di fornire centrali nucleari a paesi dell'Africa e del Medio Oriente. Proposta apparentemente bizzarra, visto che la produzione di energia nucleare viene negata all'Iran. Tuttavia coerente: la formula usata, infatti, è quella di «chiavi in mano», compresa la fornitura delle barre di uranio. All'Eni fanno notare che molti paesi hanno problemi energetici e di raffinazione che richiederebbero spese enormi per centrali e raffinerie. La casa «più semplice» è aggirare questi problemi con l'energia nucleare in cambio di una fornitura di petrolio sicura. Da sottolineare che l'Eni ha già costruito due enormi centrali elettriche in Congo e in Nigeria. La differenza è che non sono nucleari, ma a gas.

(Roberto Tesi)


13 luglio 2008

Petrolio. Di chi la colpa ?

 

Con il prezzo del barile al massimo storico di 145 dollari, la chiusura ieri del diciannovesimo congresso internazionale sul petrolio - iniziato a Madrid lunedì scorso - non poteva essere più confusa.
Animata dai grandi del settore, compagnie petrolifere, paesi esportatori e specialisti del complicato mercato del greggio si sono trovati tutti d'accordo nell'indicare la speculazione come responsabile dell'aumento del prezzo del greggio, arrivando a denunciare gli Stati uniti per la chiusura agli investimenti internazionali.
Parte del problema è stata poi individuata nella crescita della domanda dei paesi emergenti, anche se la maggior parte dei partecipanti ha ammesso di non avere idea del perché il prezzo del greggio sia salito tanto nell'ultimo anno, e tutti hanno parlato di un mercato fuori controllo.
Nel frattempo i gruppi di movimentisti e no-global tenevano un summit parallelo con lo slogan "basta sangue per il petrolio!".
Con un occhio alle quotazioni internazionali e l'altro nella sede dell' ente fieristico di Madrid, dove si è svolto l'evento, circa tremila delegati - fra cui trenta ministri di paesi produttori e consumatori, istituzioni internazionali e compagnie petrolifere - hanno dibattuto animatamente per una settimana senza arrivare a mettersi d'accordo sul motivo del rincaro smisurato del prezzo del petrolio. Come unico punto in comune, tutti hanno convenuto che la responsabilità è degli altri.
La freccia più avvelenata è stata scoccata senza dubbio dal segretario generale dell' Opec, il libico Abdalla Salem El Badri, che ha dichiarato: «molti si stanno arricchendo con il mito della mancanza del petrolio, ma - ha aggiunto - non c'è nessun problema nell'offerta. El Badri ha invece puntato il dito contro la debolezza del dollaro, le tensioni geopolitiche e soprattutto contro la speculazione che ha operato sul mercato dopo la crisi dei «mutui spazzatura» negli Stati uniti, spostando gli investimenti finanziari nella ricerca di facili guadagni sulle materie prime.
El Badri ha anche toccato un tema tabù per il congresso, segnalando che ci sarebbe più offerta e un abbassamento dei prezzi se gli Stati uniti smettessero di porre limitazioni all'ingresso di capitali e di investimenti stranieri nel proprio territorio. «Nell'85% delle estrazioni marine statunitensi non si può entrare. Nemmeno nel nord dell' Alaska», ha concluso.
Mentre la risposta degli americani e degli europei non si è fatta attendere, segnalando che è l'Opec che deve aumentare la produzione per frenare la scalata, una sensazione anche più preoccupante si è fatta largo durante il congresso: il mercato è fuori controllo e nessuno ha la chiave di spiegazione del suo comportamento. Anche se sull'origine della questione ci sono indizi precisi.
Molti dei presenti a Madrid ricordano con nostalgia gli anni in cui il mercato del greggio era un club riservato a poche persone col potere di influire sul prezzo. Tutto è cambiato nel 2000 nel momento in cui il governo nordamericano, su richiesta della potente Enron, ha modificatole regole del gioco e del mercato con la cosidetta Commodity Futures Modernization Act.
Grazie a questa riforma l'organismo preposto al controllo del mercato, il Commodity Futures Trading Commission (Cftc), ha smesso di tenere sotto controllo gran parte degli affari petroliferi permettendo che i contratti tra privati, noti come Otc (Over the counter) rimanessero fuori dalla sua stretta supervisione. Sono questi contratti particolari il brodo di coltura della speculazione sul petrolio, giacchè si possono fare affari fuori dal mercato e senza dover rendere conto a nessun organismo supervisore.
Prima della riforma, per ogni barile reale di petrolio che si negoziava sul mercato, si calcolavano tra i 6 e i 10 documenti registrati nell'etereo mercato dei futures. Oggi nessuno ha idea di quanti siano perchè non c'è nessun registro per queste operazioni.
Come se non bastasse, nel gennaio 2006 l'amministrazione Bush ha dato un' ulteriore spinta alla speculazione permettendo al principale attore del mercato, l'Ice (Intercontinental Exchange), di operare con i futures sulla piazza di Londra.
In questo modo gli speculatori che si lamentavano degli eccessivi controlli nel Nymex di New York possono negoziare petrolio statunitense nella Ice Future di Londra, dove la normativa è molto più permissiva. In due anni le transazioni di futures sono passate da 1,7 a 9 miliardi di dollari.
Altro fattore importante nel pasticcio petrolifero protagonista nelle discussioni di Madrid sono i fondi di investimento che guadagnano speculando sul mercato energetico.
Secondo la Energy hedge fund center, a fine 2004 c'erano centottanta investitori istituzionali in gioco, mentre oggi sono diventati seicentotrenta. Questo ha fatto saltare la proporzione fra transazioni speculative e reali. La stessa Cftc ha segnalato che, all'inizio del 2000, il 37% del petrolio che si negoziava nel Nymex erano transizioni speculative mentre oggi la cifra è salita al 71%.
Mentre i governi e le associazioni dei consumatori ogni volta si mostrano sempre più furiosi e impotenti nel momento di frenare la sbandata, i principali responsabili hanno abbandonato ieri il congresso senza dimostrare di potere o voler terminare questo gioco perverso
.

(Oscar Guisoni)


4 luglio 2008

Sul petrolio la speculazione c'è

 I 200 mila barili di petrolio di più al giorno che l'Arabia Saudita ha promesso di immettere - a partire da luglio - non sembrano calmare i mercati che - complice la speculazione - reagiscono con nervosismo a ogni notizia più o meno negativa. Ieri, sull'onda della notizia di un nuovo attacco a un oleodotto da parte della resistenza nigeriana, le quotazioni del greggio sono balzate sopra i 137 dollari al barile, per poi ripiegare a 135 dopo poche ore. Il problema è che - scarsità del petrolio a parte - è la speculazione a farla da padrona. Ieri il Wall Street Journal ha pubblicato una indagine illuminante: la speculazione sul petrolio è cresciuta così tanto che rappresenta il 71% degli scambi totali del Wti sul Nymex, contro il 37% del 2000. L'inchiesta è stata realizzata da una commissione parlamentare americana e riportata dal Wall Street Journal. Questo significa che soltanto il 29% degli scambi vengono realizzati con finalità di copertura tecnica per l'utilizzo del greggio. L'inchiesta parlamentare è soltanto l'ultimo segnale da parte di Washington per cercare di limitare il ruolo di hedge funds, investimenti e speculazioni sul greggio. Un solo dato: ogni giorno vengono trattiti sul mercato dei future 1 miliardi di barili, mentre la produzione effettiva oscilla attorno agli 87 milioni.
Intanto è stato annunciato che oggi a Bruxelles ci sarà una riunione Tra l'Opec e la Ue. L'incontro si inserisce nell'ambito del dialogo tra le parti. L'Ue, che importa il 50% dei propri fabbisogni energetici (70% nel 2030), stima che l'Opec sarà la sua principale fonte d'approvvigionamento nei prossimi 30 anni. La Casa Bianca, invece, plaude alla decisione dell'Arabia Saudita di aumentare la produzione. «Gli aumenti di produzione da parte di tutti i produttori, compresa l'Arabia Saudita, sono benvenuti » ha detto il portavoce Tony Fratto. Ma difficilmente altri paesi Opec aumenteranno la loro produzione, visto che ritengono gli attuali livelli più che sufficienti.


3 luglio 2008

Il caro petrolio discusso a Gedda

 

La convergenza della crisi alimentare e del vertiginoso aumento del prezzo del greggio minaccia di destabilizzare alcune zone del mondo, trasformandosi in una questione di sicurezza nazionale. È con questa consapevolezza che oggi a Jedda, in Arabia saudita, si riuniranno per la prima volta per discutere delle cause dell'aumento del prezzo del barile e delle possibili soluzioni, 40 ministri dei paesi produttori e di quelli consumatori di petrolio, i rappresentanti di organizzazioni internazionali come l'Opec, l'Aie e il Forum europeo sull'energia internazionale, e i vertici delle principali compagnie petrolifere, a partire da Shell e Chevron.
Paesi come Cina, India, Pakistan, Malesia, Indonesia, Vietnam e Marocco non riescono a sostenere il continuo aumento del prezzo del petrolio, soprattutto in un momento in cui anche il costo degli alimenti di base come soia, mais e carne sono alle stelle. Che sia a rischio la stabilità sociale nei paesi economicamente fragili, che hanno finora fatto largo uso di sovvenzioni pubbliche sui carburanti ma ora devono tagliarle, lo si è visto dall'ondata di scioperi e proteste che negli ultimi mesi hanno attraversato più di trenta paesi in tutto il globo.
Le proteste per l'aumento del costo dei prodotti alimentari, che all'inizio di quest'anno è costato il posto al primo ministro haitiano, dimostrano che «l'insicurezza alimentare costituisce una minaccia alla pace e alla stabilità», come sottolinea il direttore esecutivo del Pam, il Programma alimentare mondiale delle Nazioni unite. Ne è convinto anche il primo ministro di Singapore, secondo cui «le conseguenze dell'emergenza alimentare - tra cui l'aumento dei profughi per fame - rischia di sfociare in tensioni e conflitti tra diversi paesi» e lo stesso vale per il prezzo vertiginoso del greggio, che recentemente ha raggiunto i 140 dollari al barile , come dirà nel suo discorso il ministro dell'economia austriaco, Martin Bartenstein.
Alla viglia del summit di Jedda, l'Arabia saudita ha annunciato che aumenterà la produzione di petrolio del 2% a partire dal primo luglio, vale a dire estrarrà 200mila barili in più al giorno passando a 9.7 milioni barili quotidiani. Si tratta del più alto livello di estrazione in oltre 25 anni. Un' ulteriore fornitura di 500mila barili arriverà dalla compagnia statale Aramco. È possibile che entro la fine dell'anno Riad arrivi a produrre fino a 12.5 milioni di barili al giorno, secondo un programma che deve però ancora essere messo a punto.
L'Opec ha fatto sapere che anche altri paesi membri potrebbero decidere di seguire l'esempio del regno saudita. L'Iran però esclude di aumentare la produzione, prospettando uno scontro. E probabile in ogni caso che queste misure serviranno forse a contenere il prezzo del greggio entro i 140 dollari a barile, ma non allentare l'inflazione nei paesi in via di sviluppo.
Guarda di più al futuro il primo ministro inglese Gordon Brown, che non chiederà ai paesi dell'Opec di aumentare l'estrazione ma proporrà strumenti a lungo termine per affronatre la crisi. «Vado in Arabia saudita - ha spiegato Brown prima di partire - per vedere se possiamo ottenere un nuovo accordo tra paesi produttori e consumatori, che vedrebbe i produttori investire i ricavi ottenuti dall'aumento dei prezzi in progetti di energia rinnovabile in Occidente, e i consumatori come noi, con buone compagnie che dispongono di una buona tecnologia e di talenti, investire nei paesi produttori di petrolio in progetti di trivellazione e raffinazione». Per il premier francese Francois Fillon tra produttori e consumatori «serve un dialogo più efficace per evitare scosse violente alla variazione dei prezzi».
Al summit si parlerà anche del ruolo giocato dalle speculazioni nell'emergenza del caro-petrolio. Nella bozza di documento finale che domani verrà discussa, si parla infatti di «necessità di migliorare la trasparenza e la regolamentazione dei mercati finanziari». Un riferimento che gli Stati uniti non sembrano gradire: secondo il segretario all'energia americano Samuel Bodman, infatti, a pompare il costo del barile «è la scarsità di greggio e non gli speculatori finanziari». Bodman ha anche attaccato i sussidi che molti governi continuano a mantenere e che «contribuiscono a distorcere il mercato».
 
(Junko Terao)


sfoglia     febbraio        aprile
 

 rubriche

Diario
Filosofia
Politica
Articoli
deliri
Schegge
Ontologia
Epistemologia
Storia
Ermeneutica
Conto e racconto
Comunismo

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

italo nobile
Periecontologia
blog filosofia analitica
porta di massa (filosofia)
Crisieconflitti
Blog di crisieconflitti
Rescogitans
Spettegolando
Being and existence
Josiah Royce
filosoficonet
Russell on proposition
Wittgenstein against Russell
Landini on Russell
Kalam argument
Internet enciclopedy of philosophy
Sifa
swif
Moses
Grayling
Bas Van Fraassen
Gilbert Harman
Nordic journal of Philosophical logic
Paideia Project
Ousia
Diogene : filosofare oggi
formamentis
riflessioni
Articoli filosofici
Ancient Philosophy
Dialegesthai
Hegel in MIA
MIA . risorse filosofiche
Gesù e la storia
piergiorgio odifreddi
renato palmieri
Dizionario sanscrito
Lessico aramaico
Cultura indù
Lessico indiano
Mitologie
Egittologia
Archeogate
Popoli antichi
Antichi testi cristiani
Bibbia
Testi biblici e religiosi
Agiografia
Eresie
Critica della Bibbia
Psychomedia
Rabindranath Tagore
La Pietà di Michelangelo
Sapere
google
Wikipedia
Libri in commercio
google traduttore
libri su google
Emiliano Brancaccio
Libri in commercio2
Dispense
crisieconflittiblog
l'ernesto
Essere comunisti
manifesto
Liberazione
Proteo Vasapollo
Appello degli economisti
Krisis
Rivista del Manifesto
n+1
Temi marxisti
Ripensare Marx
Gianfranco La Grassa
Ripensare Marx 2
Costanzo Preve
CriticaMente
Mercati esplosivi
Intermarx
Archivio marxista
35 ore
Gianfranco Pala
Contraddizione
falcemartello
Comunisti internazionalisti
Comedonchisciotte
Che fare
Teoria critica libertaria
Bellaciao
Anarcocomunisti
Informationguerrilla
Scambio senza denaro
Chaos
Guerra globale
Peacelink
Altraeconomia
Brianza popolare
indymedia napoli
Partito comunista internazionale
Prometeo
Giano
Cervetto
Rivoluzione comunista
P.C.internazionale (sinistra)
Teoria e prassi
Contropiano
Mazzetti
mazzetti2
vis a vis
Rotta comunista
Erre
Indymedia lavoro
Il pane e le rose
Articoli neweconomy
Noam Chomsky
Malcom X economia
La Voce.info
Z-Anarchismo
Iura Gentium
Domenico Gallo
Articolo 21
ansa
Openpolis
Asca (agenzia stampa)
Repubblica
Corriere della Sera
Adnkronos
Agenzia giornalistica italiana
Il Foglio
Informazioni on line
Rapporto Amnesty
Governo italiano
Inail
Avvisatore Parlamento
Inps
Istat
Censis
Rete no-global
Greenpeace
Utopie
Associazione pro Cuba
Rassegna stampa
Rassegna sindacale
Lucio Manisco
Nonluoghi
Osservatorio Balcani
Comunisti italiani
Rifondazione
Peace reporter
Centroimpastato
Democrazia e legalità
Società civile
Beppe Grillo
Alternative
Un mondo possibile
Laboratori di società
Antiutilitarismo
Mediawatch
Megachip
Le monde diplomatique
Report
Forum Palestina
Il filo rosso
Il Dialogo
Giulietto Chiesa
Guerraepace
Namaste
NensVisco Bersani
Unità
Sinistri progetti
Socialpress
Cafebabel
Terreliberedallamafia
Maria Turchetto
Carta
Carmilla
Lettera internazionale
Jacopo Fo
Globalproject
Attac
Anarchivio
Resistenze
Micromegas
Sbilanciamoci
War news
Tobin tax
Un ponte per
Uruknet
Lettera 22
Rainews
Reti invisibili
Centomovimenti
Euronews
Nidil Cgil
Chain workers
Cani sciolti
Ivan Ingrilli (sanità)
Sanità mondiale
Almanacco dei misteri
Rapporto Amnesty
Diritto del lavoro
Atlante geopolitico
Criticamente
Disinformazione
istitutobrunoleoni
Statistiche Bankit
Debitopubblico
Economia politica
Rasegna stampa economia
Dizionario economia
Cnel
formazionelavoratori
Confcommercio
Affari esteri
Teocollectorborse
Businessonline
Linneo economia
Economia e società aperta
Statistiche annuario ferrarese
Eures
Cgil Lombardia
Fondazione Di Vittorio
Fai notizia
Luogo comune
Zoopolitico
ok notizie
Wikio
La mia notizia
Youtube
Technorati
Blog
Answers
La leva di Archimede
Eguaglianzaelibertà
Liberanimus
Link economici
campioni pugilato
All words (dizionari)
Babelfish traduttore
Dieta
Cucina 2 : Buonissimo
Calorie
Cucina
Primi piatti
Dieta 2
Last minute
Dica 33
Schede medicinali
Dizionario etimologico
Dizionari
E-testi
Foto da internet
Ferrovie dello Stato
La Gazzetta dello Sport
Incucina
Cucina napoletana
Tabelle nutrizionali
Altalex
Pagine bianche
Calcola inflazione e interessi
Film Tv
Fuoco
Studium
Amica Mia di Pigura
prc valdelsa
Siddhartino
Altromedia
Trashopolis
lotte operaie nel mondo
vulvia
Korvo Rosso
La tela di Penelope
Conteoliver
Mario
Cloroalclero
Fronesis
Il mondo di Galatea
Polpettine
Tisbe
Lameduck
aiuto
Daciavalent
Arabafenice
Batsceba
Pibua
Guevina
Vietato cliccare
Cattivomaestro
Khayyamsblog
Francesco Nardi
Alex321
Ciromonacella
Comicomix
Devarim
Raccoon
La grande crisi del 2009 (cronache)
Giornalettismo
Zio Antonio
Radioinsurgente
Garbo
Vita da St(r)agista
sonolaico
serafico
jonathan fanesi
Valhalla
Millenniumphoenix
gianfalcovignettista
occhidaorientale
Undine
Capemaster
Mimovo
antonio barbagallo
Nefeli
Secondoprotocollo
Nessunotocchisaddam
Pragmi
Rigitans
Alessandro
Formamentisblog
Corso di traduzione letteraria
Filosofia del web
Mediamente
Psicopolis
Blog cognitivismo
Dswelfare
Caffeeuropa
Stefano Borselli
Domenico De simone
Andrea Agostini
democrazia diretta
Finkelstein
Movisol
Società e conflitto
menoStato
Settantasette
la Cia
misteri e cospirazioni
Globalizzazione
Centroimpastato
Tugan Baranovsky
Wright su reddito garantito
Contro il lavoro
Assenteismo e operai
Auschwitz e il marxismo
Cestim migrazioni
Salute naturale
Signoraggio
Umanitànova
Crisi della liquidità
Cooperazione tra cervelli
La Grassa su Bettelheim
Marx e Lange
Gramsci e la globalizzazione
Marx e la crisi
Prc quinto Congresso
Lessico gramsciano
Il virus inventato
Lotte disoccupati francesi
Biospazio
Storia nonviolenza
Tax justice network
Marx e la crisi
Seminari della controra
Valori e prezzi
Veti Usa a risoluzioni Onu
Anarchici
Nuovi mondi media
Stele e cartigli egizi
Libro dei morti
Egitto
Egitto2
Egitto3
Egitto4
Egitto5
Storia delle Brigate Rosse
Guide di Dada net
Aljazira.it
Arab monitor
Il Giornale
Cultura cattolica
Il denaro
Aldo Pietro Ferrari
Asianews
Storia della birra
Storia contemporanea
Dossier Legge Biagi
Ateneonline

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom