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L'argomentazione apagogica sulla verità in Vittorio Hosle
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Pensiero di Pensiero...
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La teoria delle descrizioni definite di Bertrand Russell

La x è solo un segno ?

Dall'assenza del segno al segno dell'assenza

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19 aprile 2011

Illogica logica : dimostrazione, sillogismo, necessario

Per Aristotele la dimostrazione (apodeiksis = mostrare a partire da, indicazione fondata su …) è un sillogismo (sunlogismos = unione di proposizioni) con premesse vere. Un sillogismo è un che di necessario (anagkaion = ciò che non si piega [nel tempo], che non si spezza, che non si lascia guidare, Ab-solutus, e che a sua volta costringe, obbliga, estorce e lega a sé, colui che giudica e non è giudicato), ma non è tutto ciò che è necessario.

 

 

 Lo stesso sistema logico di Aristotele, avente come premesse sillogismi perfetti, è un esempio di dimostrazione. Sarebbe poi interessante sapere cosa per Aristotele sia un ragionamento necessario che non sia sillogistico. Una dimostrazione non può essere non sillogistica ?

 


18 aprile 2011

Illogica logica : il sillogismo è conoscenza sintetica ?

Aristotele definì il sillogismo come discorso in cui, poste alcune cose, qualcosa di diverso dalle cose poste segue di necessità per il fatto che queste sono.

 

 

eteron ti”. Questa mi sembra la chiave di volta. Se fosse così la metafisica avrebbe un fondamento nella logica. Per Aristotele il sillogismo, unione di logoi, è come una copula che genera un figlio, quel qualcosa di altro. Ovviamente per Wittgenstein la logica è tautologia, onanismo del pensiero.

Chi ha ragione? Per Kant il figlio è come parto verginale della madre, l’attributo è nel soggetto. Il figlio non aggiunge niente alla madre. Il figlio di Dio è solo figlio di donna.

Lasciando stare le metafore, il calcolo proposizionale è una conferma del carattere tautologico della logica ? O è conferma solo delle necessità della conseguenza, date le premesse?

Si potrebbe dire che noi diamo luogo a qualcosa perché ce lo abbiamo già messo dentro, nelle condizioni iniziali. Ma in realtà  noi facciamo delle operazioni mentali che hanno come effetti delle proposizioni, ma nessuno ci dice che quelle proposizioni erano già nelle operazioni mentali fatte. Il farle in maniera abitudinaria ci porta a pensare che sia così (i logici di professione ormai sono sicuri del carattere tautologico della loro scienza), ma lo si potrebbe paragonare a chi accende ogni giorno del fuoco con la legna ed alla fine vede già la cenere appena lo accende. Aristotele che la logica la ha codificata, è stato affascinato dalle conclusioni certe a cui giungeva e dunque ne ha visto il carattere sintetico. Forse il carattere analitico e sintetico è solo un carattere che muta con il tempo. Sintetico è come se fosse “giovane, nuovo”, analitico è come se fosse “vecchio, scontato”. La distinzione tra analitico e sintetico ha un valore più genetico che fondativo, come pure a priori e a posteriori. Si tratta di categorie epistemiche e dunque storiche.

Forse il sillogismo come tutti i processi (sia pure algoritmici) è un caso di emergenza ontologica, un novum che viene generato dal raggiungimento di una certa soglia da parte dei processi che avvengono a livello inferiore. Così come l’analogico è una emergenza rispetto al digitale.

 

 

 

 

 

 


4 aprile 2011

Le notti bianche : il cielo stellato

Era una notte incantevole, una di quelle notti che ci sono solo se si è giovani, gentile lettore. Il cielo era stellato, sfavillante, tanto che, dopo averlo contemplato, ci si chiedeva involontariamente se sotto un cielo così potessero vivere uomini irascibili ed irosi.

 

 

Anch’io ho guardato il cielo stellato con le stesse speranze. Da piccolo il cielo stellato lo guardavo spesso e mi commuoveva. Il cielo stellato per la Bibbia è l’esercito di Dio. Per me era l’Infinito e lo sarebbe ancora. Grazie al cielo stellato e a Giordano Bruno sono diventato panteista, anche se da anni il mio panteismo dorme sotto il dolore. Solo per una citazione del cielo stellato ho amato Kant e sogno spesso che egli sia stato una sorta di mistico nascosto, così come ipotizza in controluce il filosofo indiano T. R. V. Murti quando gli accosta la figura vertiginosa di Nagarjuna, il mistico che con Sesto Empirico ha anticipato di molti secoli le riflessioni sui paradossi delle relazioni di F.H.Bradley, il primo grande rivale di B.Russell

Ricordo che nel 1976 sino alle due di mattina vedevo le Olimpiadi di Montreal (la delusione di Mennea, Alberto Juantorena, l’ultima partita che ho mai visto della nazionale di basket con 16 punti di vantaggio divorati nella seconda frazione di gioco) e prima di andare a dormire uscivo sul balcone di casa e sognavo di diventare un centometrista, sognavo l’amore, sognavo tante cose. Troppe. Forse bisognava guardare anche a terra.

Ora il cielo stellato non lo si vede più. L’inquinamento luminoso lo ha assorbito, come a confutare il paradosso di Olbers. Il brillare delle stelle si mischiava con il verso dei grilli, per cui sembrava quasi che le stelle frinissero e con il loro verso ritmato scandissero il tempo delle anime di chi si rivolgeva a loro. Con il passare degli anni, le stelle erano diventate testimoni del dolore umano (che fai , tu luna, in ciel …). Come un vecchio padre, come un cane o un gatto che serbano per se stessi il segreto della vita, aspettando pazienti che tu lo scopra da solo, congedandoti dal mondo, poiché solo la distanza consente di guardare.

Le stelle, i padri, cani e gatti sono al cospetto di Dio. La domanda di Dostoevskij su come si faccia ad essere irosi con un cielo così sfavillante non ha più senso, se non in ambiente eco-compatibile. La Natura è un fatto umano. Putrtroppo. Il cielo è di piombo, come sa bene l’ispettore Callaghan, e meglio ancora Prevert.

Su dimmi compagno Sole
forse non trovi
che è piuttosto una coglionata
offrire una simile giornata
a un padrone

Tolte le stelle, ucciderci a vicenda, darci ad un padrone sarà un poco più facile.

 

 

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9 marzo 2011

Primo Levi : Kant, il capitale e il lager

Con la assurda precisione a cui avremmo più tardi dovuto abituarci, i tedeschi fecero l’appello.

Alla fine “Wieviel Stuck ?”domandò il maresciallo. E il caporale salutò di scatto e rispose che i pezzi erano 650, e che tutto era in ordine. Allora ci caricarono sui torpedoni e ci portarono alla stazione di Carpi. Qui ci attendeva il treno e la scorta per il viaggio.

Qui ricevemmo i primi colpi. E la cosa fu così nuova ed insensata che non provammo dolore, né nel corpo, né nell’anima. Soltanto uno stupore profondo : come si può percuotere un uomo senza collera ? (Primo Levi)

 

Come si può percuotere un uomo senza collera ?

E’ molto semplice. Quegli uomini non stavano percuotendo un uomo. Potremmo dire che stavano percuotendo degli oggetti. E perciò insistere sulla reificazione delle persone, su di una sorta di materialismo che non riconosce le persone, sulla manipolabilità degli altri soggetti. Una strada già battuta. Io vorrei seguire invece un’altra strada, anch’essa già battuta, ma non sino in fondo, dalla Hannah Arendt che seguiva il processo Eichmann.

Quegli uomini non stavano percuotendo delle persone. Stavano eseguendo un ordine.

La loro non era un’azione, ma una meta-azione. Essi non seguono una regola, ma una meta-regola.

E qui bisogna risalire ad un principio fondamentale, che è stato portato a compimento da Kant, ma che è in nuce in tutta la grande filosofia occidentale : lo chiameremo il formalismo nell’etica.

Perché Socrate non accetta di scappare ? Perché deve rispettare la legge ateniese.

Perché rispettare la regola del seguire la regola è più importante di discutere quale questa regola sia. Kant con il dovere per il dovere porta a compimento questa tendenza. Il “Tu devi” è il principio (per molti versi condivisibile) per cui bisogna applicare la regola vigente (e presumibilmente condivisa), altrimenti non ci sarebbe la ragionevole speranza di applicare la regola che si ritiene giusta, una volta che questa sia elevata a regola vigente.

Pacta sunt servanda” è un’altra versione della stesso principio meta-etico e meta-giuridico.

Però questa priorità della meta-regola rispetto alle regole di contenuto ha un risvolto diabolico che ci porta a dubitare massimamente di essa. Tale risvolto è esemplificato dal brano di Primo Levi. Perciò la meta-regola può essere applicata solo quando si sono individuate le regole che attengono al contenuto. Non ci può essere un momento intermedio dove si dice “Abbiamo una morale sostanziale provvisoria che non è del tutto plausibile, ma che nel frattempo dobbiamo rispettare altrimenti finiremo nell’arbitrio, giacchè è necessario rispettare la meta-regola”. Questo momento è già l’arbitrio, nonostante il rispetto della meta-regola.

C’è poi una concretizzazione storica frequente di questo principio che avvalora il sospetto sulla sua natura fittizia e perciò ideologica. Con la morale provvisoria permanentemente adottata, le classi dominanti hanno sempre legittimato il loro imperio sulle classi dominate. La ribellione contro l’ordine costituito è stata sempre censurata, proprio perchè si realizza con la violazione delle meta-regole e perciò prepara un orizzonte di assoluta anarchia. Anche l’etica del lavoro (basata su di una variante del pacta sunt servanda) statuisce il principio che , quale che sia il lavoro, esso deve essere fatto. Fa niente che si tratta di costruire armi, fa niente che si vendano prodotti in barba alla volontà dell’acquirente, fa niente che si sfruttano i lavoratori, fa niente che si versano liquami tossici in luoghi di pubblico interesse. It’s my job.

Non c’è differenza sostanziale tra il dominio capitalistico sul lavoro, il formalismo etico e il lager. Il primo è una applicazione del secondo ed il terzo una semplice iperbole delle prime due. Ma la struttura fondamentale è isomorfa.

La reificazione dell’altro non è tanto conseguenza del razionalismo o del materialismo, ma del fatto che un ordine di un terzo (che ci domina) ci consente di non guardare al nostro prossimo. L’ordine è come un’ intercapedine tra l’uomo e l’altro uomo. Così come il capitale, dominandoci, ci rende concorrenti degli altri lavoratori e pur mettendoci insieme, ci rende più fortemente delle isole.

La logica burocratica è una variante di questo atteggiamento. La procedura è lo strumento con cui dichiariamo la nostra sottomissione all’istituzione nella quale siamo incastonati come una vite in un meccanismo. Il nostro interlocutore non è il cittadino o l’utente, ma sempre il nostro superiore gerarchico. L’ingresso di criteri aziendali nella pubblica amministrazione è solo un cambio di strumento, ma non una trasformazione dei fini dell’istituzione, la quale non si deve rivolgere al cittadini, ma deve vendere un prodotto, deve rispettare un budget, un budget del quale il nostro interlocutore umano è un appendice a volte fastidiosa, ma di cui non ci curiamo. E’ la sponda di una carambola, dove la buca è il raggiungimento del target.

E’ per questo che si può percuotere un uomo senza collera. I mafiosi dicono “Non ce l’abbiamo con te. Si tratta di affari”. Non scherzano.

 


1 dicembre 2010

Giovanni Mazzetti : non sempre si pensa ciò che si fa (il comunismo come prassi)

L’instaurarsi del comunismo si presenta come un processo di modificazione del contesto sociale attraverso il quale gli uomini acquisiscono una capacità di agire in una forma nella quale il fare è sempre più posto come un’espressione coerente del loro volere o del loro sapere riflessi. Il che non significa che esso produca proprio i risultati da essi auspicati, ragion per cui essi debbono di volta in volta farsi guidare da quei risultati, per modificare continuamente la loro azione e i loro stessi scopi.

E’ proprio nei termini indicati che Marx definisce nell’Ideologia tedesca, l’agire comunista del cui bisogno si fa portatore. Esso “si distingue da tutti i movimenti sinora esistiti in quanto rovescia la base di tutti i rapporti di produzione e le forme di relazione sinora esistite e per la prima volta tratta coscientemente tutti i presupposti della vita cresciuti naturalmente come creazione degli uomini sinora esistiti, li spoglia del loro carattere naturale e li assoggetta al potere degli individui uniti

 

 

L e forme della coscienza attraverso le quali gli uomini si rappresentavano ciò che stavano facendo non sempre sono state coerenti con ciò che essi realmente facevano. E’ cioè ricorrentemente accaduto che una forma di coscienza che era stata prodotta per conquistare un rapporto adeguato alle circostanze che si erano nel frattempo instaurate, tendeva poi a cristallizzarsi. Questa cristallizzazione impediva agli uomini di compiere quei passi che sarebbero stati corrispondenti ai nuovi problemi che stavano nel frattempo emergendo e che costituivano una manifestazione del loro sviluppo

 

 


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30 novembre 2010

Giovanni Mazzetti : il comunismo non è uno stato di cose (l'astuzia della ragione)

Quando afferma che “il comunismo è la struttura necessaria ed il principio propulsore del prossimo futuro. Ma non è come tale la meta dello svolgimento storico, la struttura della società umana”, Marx richiama la nostra attenzione su una distinzione essenziale tra ciò che costituisce il principio dinamico sottostante al processo di trasformazione in corso, che corrisponde a ciò che gli uomini fanno, e i risultati che conseguono da tale processo, che corrisponde a ciò che essi di volta in volta ottengono come processo. Ed è proprio perché è in grado di tenere presente questa distinzione essenziale che Marx nega che la comunità possa essere razionalmente definita come un particolare stato di cose da instaurare.

Egli ha costruito la sua analisi in piena coerenza con un principio enunciato da A. Ferguson “Gli uomini nel seguire il sentimento presente nelle loro menti, sforzandosi di rimuovere le difficoltà o di raggiungere vantaggi alla loro portata giungono a risultati che neppure la loro immaginazione avrebbe potuto prevedere e, come gli altri esseri viventi, procedono sul sentiero della loro natura senza percepirne il fine…ciascun passo ed ogni movimento della moltitudin, persino nelle epoche che si definiscono illuminate, sono compiuti con eguale cecità riguardo al futuro, e le nazioni inciampano in istituzioni, che sono il risultato non voluto dell’azione umana”.

Il comunismo non può, per questo ineliminabile principio dell’azione umana, porsi come disegno da realizzare, senza assumere con ciò stesso una forma irrazionale ed utopistica.

 

Qui Mazzetti fa tesoro della lezione della storia che comunque ha visto conseguenze inintenzionali dell’azione umana. Di questa lezione si fa mentore oggi chi segue von Hayek che vede lo stesso mercato come istituzione che è frutto inintenzionale dell’azione di milioni di esseri umani, ma in realtà gli antecedenti sono Lao-tzè ed Eraclito, gli Stoici, Ferguson, Hegel e Wundt. Si pensi ad Hegel quando dice che la ragione “utilizza ogni cosa e realizza i propri scopi segreti mediante avvenimenti che sembrano agli uomini arbitrari e insignificanti. Essa lusinga gli uomini con l’esca dell’interesse personale e con ciò realizza la propria opera”.

Per un comunista tenere presenti questi limiti è importante, perché ancora con questa metodologia di analisi egli dovrà interpretare il fallimento del socialismo reale novecentesco, nella sua versione autoritaria ed in quella socialdemocratica. E tuttavia il comunista deve elaborare un progetto sia individualmente, sia insieme agli altri, pur sapendo che l’astuzia della ragione lo porterà magari da un’altra parte. Alla risultante impersonale degli interessi e delle passioni, bisogna cercare di sostituire la sintesi intersoggettiva delle  ragioni e delle passioni.

Ribadire la necessità del limite soggettivo è importante, per non cadere di nuovo nel socialismo utopistico. Ma non si può rimanere nell’abbandono nudo e crudo di questa soggettività, ma cercare di costituire nuovi livelli di soggettività, in armonia con il retaggio lasciatoci da Kant in “Cos’è l’Illuminismo” e da Marx nella prima pagina de “Il Manifestoo del paragone tra l'ape e l'architetto

 


8 settembre 2010

Schlick e la possibilità di altre logiche

Conoscenza valida e giudizi analitici

 

Schlick dice che, già esplorando l’essenza della conoscenza, si sa anche cos’è conoscenza valida giacché una conoscenza che non fosse valida non sarebbe una conoscenza ma un errore.

Schlick poi si chiede se le conoscenze a cui si può arrivare sono quelle certe o solo quelle probabili e se le conoscenze valgano in assoluto o solo per noi esseri umani.

Egli poi dice che di un oggetto un giudizio analitico asserisce solo ciò che fa parte della definizione dell’oggetto e dunque tale giudizio semplicemente coordina all’oggetto quel segno stabilito per convenzione ed opera una coordinazione univoca per cui il giudizio risulta assolutamente vero.

Schlick aggiunge che “i giudizi analitici sono validi in assoluto” è esso stesso un giudizio analitico.

Il fatto che i giudizi analitici possano avere per oggetto cose reali e non solo concetti, non è da mettere in dubbio. Infatti la proposizione kantiana, per la quale i giudizi analitici riguardano solo concetti, mentre i giudizi sintetici riguardano gli oggetti, dice qualcosa di giusto ma che può essere frainteso. Se infatti nel concetto di “corpo” assumo la proprietà dell’estensione, allora la proposizione “i corpi sono estesi” pretende di valere per tutti i corpi reali ed è ad essi applicabile, non avendo per oggetto soltanto un concetto. Ciò al contrario di un giudizio puramente logico come “Con l’aumentare del contenuto, l’estensione di un concetto diminuisce”.

Dunque, conclude Schlick, vi sono anche proposizioni sul reale alle quali spetta assoluta validità in quanto sono analitiche.

 

 

Validità ed evidenza delle leggi logiche : John Stuart Mill

 

Schlick ha aggiunto poi che la situazione per cui è possibile avere giudizi analitici sulla realtà da un lato ha indotto i metafisici a concludere che l’essere ed il pensiero sono equivalenti, dal momento che anche le cose reali obbediscono al principio di identità e di non contraddizione. D’altro canto ha indotto gli scettici a pensare che la realtà non è costretta ad obbedire al PDNC, che sarebbe solo una legge del pensiero, mentre il pensiero di altri esseri potrebbe obbedire a tutt’altre leggi, per cui la pretesa realistica dei giudizi analitici sarebbe infondata.

Seppure tali logiche alternative fossero inconcepibili, ciò non implica la loro impossibilità secondo J. S. Mill, dal momento che l’inconcepibilità non obbliga la realtà stessa a sottomettersi al nostro pensiero. Così come ci sono geometrie non euclidee, potrebbero esserci logiche non aristoteliche, dove le proposizioni analitiche non sarebbero valide.

Schlick a tal proposito osserva che Mill combatte giustamente la dottrina dell’evidenza di Spencer, ma sbaglia nel mirare anche alla validità dei giudizi analitici. Il groviglio per Schlick è causato dalla sovrapposizione del concetto di evidenza al concetto di validità. Schlick fa l’esempio della proposizione “L’accaduto non può essere reso non-accaduto” che è un giudizio analitico assolutamente valido e conseguente solo dal PDNC.

Schlick si domanda se ha senso che lo scettico metta in dubbio la correttezza della proposizione o che il teologo si ponga la domanda se nemmeno Dio che è onnipotente possa rendere non-avvenuto ciò che è stato. Schlick risponde che non ha senso, perché così si tratta erroneamente il suddetto giudizio come una conoscenza ulteriore rispetto all’accaduto e chiedersi se il primo possa esser falso quando il secondo è invece vero. È evidente però che i due giudizi dicono la stessa cosa, sono identici nel senso e differiscono solo nella forma. Chi i concetti di “accaduto” e “non-accaduto” li vuole applicare ad un solo e medesimo evento non fa che modificare il senso delle parole ed intendere per verità qualcosa d’altro rispetto alla univocità di designazione.

Schlick dice poi che tutti questi giudizi in nessun caso asseriscono qualcosa sul comportamento della realtà. Essi regolano solo la nostra designazione del reale.

Il principio d’identità, quello di non contraddizione e quello del terzo escluso sono proposizioni che si riferiscono alla coordinazione dei concetti alla realtà ed è per questo che essi valgono necessariamente per ciò che riguarda la realtà.

Il principio di non contraddizione significa solo la regola per l’uso delle parole “non”, “nessuno” nella designazione del reale. Esso cioè definisce la negazione.

Ciò che contraddice il PDNC si dice impensabile e l’impensabile è allora in effetti semplicemente ed assolutamente impossibile. Ma in questo non c’è alcuna violenza che il pensiero farebbe alla realtà, in quanto l’impossibilità non significa un comportamento dell’essere, ma si riferisce alla designazione dell’essere mediante concetti e quindi concerne il rapporto del pensiero con l’essere.

 

 

Impensabilità e irrappresentabilità

 

Schlick aggiunge che affermare che ciò che sarebbe impossibile per il pensiero, potrebbe benissimo essere possibile per la realtà, sarebbe un confondere l’impensabilità con l’irrappresentabilità.

Invece il rappresentare il flusso di configurazioni psichiche intuitive è un processo reale per cui rappresentabilità e realtà non coincidono. Pensare però vuol dire coordinare concetti ad oggetti reali. Impossibilità per il pensiero vuol dire impossibilità ad effettuare certe coordinazioni e tale impossibilità dipende solo dalle regole di coordinazione convenute, a cui non arriviamo mediante esperienza, ma mediante stipulazione.

L’impossibilità di dichiarare irreali la coscienza e le sensazioni è tale semplicemente perché il concetto di esistenza reale è stato ricavato proprio da questi oggetti. Tale concetto serve alla loro designazione non in virtù di qualsiasi conoscenza, bensì in forza del suo significato, del significato da noi creato per il termine “reale”.

E’ il vecchio errore cartesiano di concepire proposizioni esistenziali come conoscenze, mentre sono semplici giudizi analitici e definizioni mascherate.

 

 

Logiche non aristoteliche

 

Schlick poi dice che queste sinora addotte sono le ragioni per cui le proposizioni della logica pura debbono valere con incontestabile certezza per le cose reali. Tale circostanza non ha nulla di prodigioso ed è perciò fuorviante parlare di logiche non aristoteliche, giacché queste solo apparentemente differirebbero dalla logica standard. Infatti si può immaginare di costruire un sistema di assiomi logici in cui non ci siano ad es. non-contraddizione  e terzo escluso.

In tale  logica ci sarebbero giudizi né veri né falsi, oppure veri e falsi ad un tempo. Ma un attento esame delle proposizioni di questa nuova logica mostrerebbe che essa opera solo uno spostamento di significato dei termini logici che ci sono noti. I termini “vero”, “falso”, “non”, “tutti”, “nessuno” non avrebbero più il loro vecchio senso. Tuttavia sarebbe sempre possibile trovare combinazioni di termini a cui compete lo stesso significato che prima possedevano quei termini usuali. Se introduciamo di nuovo questi ultimi, veniamo ricondotti alla vecchia logica e riconosciamo la nuova come la vecchia logica aristotelica in forma diversa. Ciò è dovuto al fatto che la logica, priva della sua veste psicologica, non contiene altro che ciò che riguarda la designazione univoca degli oggetti e cioè la loro determinazione. I diversi sistemi logici divergenti apparentemente l’uno dall’latro, hanno sempre il medesimo senso.

Schlick dice che Zilsel che perseguiva l’idea di logiche non aristoteliche diceva che il razionale è la coerenza intrinseca, la forma più pura di tutte che sta al di sopra di tutte le logiche. Schlick osserva a tal proposito che le regole della logica formale aristotelica rappresentano già in maniera pura ciò che è comune a tutte le logiche ed esprimono da sole le regole della determinazione in generale. Perciò non è lecito usare “logiche” al plurale perché ciò che differisce tra diverse logiche è solo qualcosa di psicologico o di linguistico.

 

 

Giudizi analitici e stupore filosofico

 

Schlick poi dice che da sempre ha suscitato stupore che il nostro pensiero riesca a penetrare la natura e che certe inferenze revisionali vengano confermate dagli eventi. Sembrerebbe proprio un’armonia prestabilita tra pensiero ed essere. Tuttavia, dice Schlick, tale meraviglia è giustificata solo in parte in quanto si dice che la deduzione possiede assoluta validità per le cose reali in quanto essa è un procedimento analitico, si vuole dire solo che, se le premesse sono in accordo con la realtà, allora con tutta certezza, anche la conclusione (il risultato dell’analisi) è in pieno accordo con il reale comportamento delle cose.

Ciò che è degno di meraviglia è come noi veniamo in possesso di premesse che designano con assoluta univocità i fatti del mondo esterno. C’è senz’altro da dubitare che si sia mai in possesso di proposizioni valide di tal genere. Ma chi crede nella bontà delle premesse non può sorprendersi della validità delle conclusioni, che non aggiungono niente alle premesse stesse. Se qualcuno ritiene per certo che le leggi della gravitazione descrivano correttamente il comportamento dei corpi celesti, per lui è ovvio che i calcoli basati su quelle leggi vengono confermati dall’osservazione.

Schlick dice poi che il fatto che la meraviglia filosofica si concentra sul punto sbagliato, si spiega con il fatto che il risultato di una deduzione spesso non permette più di riconoscere le premesse da cui la deduzione è partita. Egli aggiunge che le deduzioni si ottengono alla combinazione di giudizi ed i giudizi sono segni per dei fatti, per relazioni tra oggetti. La combinazione di tali segni di relazione ottiene un risultato sempre più semplice della totalità dei segni combinati. Quindi, dice Schlick, la situazione è diversa nel caso dei concetti e dei segni di oggetti, giacché dalla combinazione di concetti risultano configurazione più complicate. Ad es. un gran  numero di lettere non darà mai luogo ad una parola semplice, né molte sensazioni danno luogo ad una percezione semplice.

Invece la combinazione di giudizi porta sempre ad una semplificazione in quanto gli elementi ad essi comuni si elidono. Infatti (continua Schlick) i giudizi sono combinabili solo se contengono termini comuni che vengono eliminati dal processo di inferenza. Così da numerose premesse si può derivare una conclusione e complicate operazioni di calcolo possono condurre ad una formula semplice. Lo si può vedere con la massima chiarezza dalle procedure algebriche che sono simboli abbreviati per certi processi sillogistici. L’intera analisi matematica è nient’altro che una combinazione di equazioni nella quale certe parti comuni si elidono con il che si ottengono nuovi risultati semplici che sono interamente contenuti nelle premesse iniziali. Ma ciò, come è stato detto, “solo implicitamente” e per questo può sorgere l’illusione che ci sia bisogno di un ponte specifico tra premesse e risultato, un ponte presente nei pensieri, ma assente nel mondo esterno, come se il risultato ottenuto deduttivamente non ritrovasse riscontro nel mondo reale.

Schlick aggiunge che, se però, nelle conclusioni a cui giunge deduttivamente il nostro pensiero, i singoli giudizi che fanno da premesse fossero ancora riconoscibili come le lettere in una parola scritta o i singoli suoni in una melodia,  allora non  ci sarebbe alcuno stupore.

 

 

 

 

  

 L’analitico è sintetico ?

 

In primo luogo Schlick non si rende conto che errore non è contrapposto a conoscenza : una conoscenza non valida è una credenza non giustificata ma non necessariamente falsa.

Inoltre una definizione non costituisce un semplice segno  che si possa convenzionalmente appioppare ad un oggetto. La definizione individua alcuni attributi di un oggetto che sono essenziali nel momento in cui ci si riferisce ad esso, ed il fatto che gli attributi rientrino nella definizione non è una conoscenza analitica, né una semplice stipulazione, ma una questione spesso aporetica.

Un’altra questione è se “non esistono giudizi sintetici apriori” sia una proposizione sintetica (non esistono …) o una proposizione analitica (data la definizione di “ giudizi sintetici apriori ”). Comunque la tesi tautologica sarebbe costretta ad abbracciare un approccio kantiano (e quindi trascendentale e sintetico) in quanto dovrebbe poter dire “qualsiasi proposizione che mi verrebbe dinanzi io la valuterei sempre analitica apriori oppure sintetica a posteriori”.

 A proposito dei giudizi analitici, Schlick fa poi confusione perché prima mette insieme una proposizione in linguaggio-oggetto (“i corpi sono estesi”) e poi una proposizione in meta-linguaggio (“l’estensione di un concetto diminuisce all’aumento di articolazione del suo contenuto”; a tal proposito si veda il rapporto tra sinn e denotatum, dove alla maggiore precisione e complessità del primo, corrisponde la tendenza all’unicità del secondo). Schlick poi considera la prima proposizione analitica su oggetti reali e la seconda proposizione analitica su concetti. Egli però non tiene conto del fatto che anche la prima può essere tradotta metalinguisticamente in una proposizione analoga alla seconda : “il concetto di corpo è  incluso nel concetto di estensione”.

Schlick inoltre cerca di vanificare la discussione sulle verità logiche dicendo che esse non portano nuova conoscenza. Egli però deve chiarire in che senso siano vere delle proposizioni che non incrementano la nostra conoscenza. Sembra che retoricamente i neopositivisti vogliano salvare le verità logiche da una possibile critica nascondendole dietro la veste umile dell’ovvio e del banale. Ma se non fossero in realtà né ovvie e né banali ?

Poi dire che (p implica p) non aggiunge niente a (p) è giusto, ma dire che entrambi dicano la stessa cosa è sbagliato. È ben vero che {[p et (p implica p)] implica p}. Ma questa formula non vuol dire [(p implica p) implica p], per cui il senso di (p) è diverso da quello di (p implica p). Inoltre (p implica p) non ha lo stesso livello semantico di (p) : quest’ultimo significa un che di specifico volta per volta ed è vero o falso a seconda del suo specifico contenuto. Invece (p implica p) dice che “per tutti i valori di (p), (p implica p)” e perciò il suo contenuto specifico è proprio l’universale che vuole descrivere una struttura ontologica universale cui solo la retorica epistemica può pensare, circoscrivendola al linguaggio, di farne perdere la sua pretesa universalistica.

 

 

Regole di designazione e  regole di deduzione

 

Schlick poi quando dice che chi nega le verità analitiche modifica il senso delle parole non fa altro che ribadire la fede nelle verità logiche che il suo ipotetico avversario contesta. Quest’ultimo appunto contesta che, fermo il senso delle parole, le cosiddette verità analitiche siano necessariamente vere. Ma qui non si nega il senso delle parole : si negano le regole di deduzione. Si nega il fatto che qualcosa debba restare fermo.

Quanto alle regole di deduzione (che Schlick ricollega all’univocità di designazione) vanno fatte le seguenti osservazioni :

  1. Il rapporto del pensiero con l’essere (del segno con il designato) non rientra comunque nell’essere (il segno a sua volta non rientra anch’esso nel designabile) ? E perché le regole di designazione devono essere quelle della logica tradizionale ?
  2. Le regole che riguardano la designazione della realtà non riguardano anche la nostra designazione della realtà ? E se sì, perché la nostra rappresentazione della realtà deve essere in un certo modo e non in un altro ?
  3. Perché ciò che viola le regole di designazione, oltre ad essere impensabile deve essere anche impossibile ? Allora le regole di designazione del reale sono anche regole sulla struttura del reale ? E perché è ora Schlick a mutare il senso del termine “impossibile”, negando che esso si riferisca alla realtà ?

Schlick inoltre fa ancora confusione quando distingue possibilità da rappresentabilità, ma da tale distinzione fa derivare la riduzione dell’impossibilità ad inconcepibilità. Ma questa è un’inferenza per nulla cogente : per fare questa operazione egli arbitrariamente inventa un doppio senso del termine “inconcepibilità” e cioè inconcepibilità intesa come irrappresentabilità e inconcepibilità intesa come impossibilità. Tale distinzione, guarda caso, non era stata fatta nella critica a Spencer. Schlick poi, mentre considera la rappresentazione un processo reale, dice che invece le regole di designazione del pensiero sono stipulate, per cui trasgredire ad esse è semplice nonsenso. Egli però non ci dice chi abbia operato questa stipula e perché questo fantomatico contratto vada rispettato. Ovviamente una risposta a questa domanda rimetterebbe in gioco la dimensione pratica con tutti i fattori di tipo storico od antropologico ad essa collegati. Ma il vincolo non si può, alla luce di quest’analisi, porre a livello teoretico.

Infine egli per quanto riguarda le regole di designazione si rifà ad una storia presunta che ovviamente non può essere un vincolo per nessuno tranne per chi già è persuaso. Il tutto senza contare che pure chi critica la logica aristotelica può benissimo accettare le modalità di attribuzione di senso ma contestare le regole di deduzione.

Vanno fatte a tal proposito anche altre considerazioni. In primo luogo non si capisce assolutamente perché da un lato la logica riguarda le regole convenzionalmente stipulate dalla designazione, mentre dall’altro lato Schlick insiste sulla loro validità in riferimento alle cose reali. In secondo luogo non si capisce perché Schlick continuamente confonda il livello semantico del significato ed il livello sintattico delle regole di deduzione. Può essere che, seguendo il formalismo hilbertiano per lui tra livello semantico e livello sintattico non ci sia differenza, ma questo nel senso che i segni non hanno un significato indipendente dal rapporto con altri segni, per cui il fatto che si tratti di significati diversi dei termini usati non vuol dire altro che la diversità della struttura formale e/o delle regole sintattiche del sistema di riferimento. Per cui la differenza dell’uso dei termini non significa sostanziale equivalenza delle logiche, ma una strutturale diversità delle stesse. In terzo luogo può anche essere che, dal punto di vista formalistico, come il significato di “retta” non sia riducibile né a quello della G-euclidea né a quello della G-non euclidea, così allo stesso modo il significato di “non” non sia in realtà né quello della logica aristotelica né quella della logica non-aristotelica.

In quarto ed ultimo luogo è possibile che tra diverse logiche ci sia una reciproca traducibilità, ma ciò non implica che esse abbiano lo stesso sinn, oppure che esse portino alla medesima rappresentazione del mondo.

 

 

Il paradosso del dialetto ed il rapporto tra premesse e conclusioni

 

A proposito della pluralità di logiche, Schlick cade nella trappola del dialetto (o del linguaggio primario) : date diverse lingue con diverse regole grammaticali e sintattiche, Schlick dal fatto che queste grammatiche sono scritte nel suo dialetto (essendo state scritte per gli alunni del suo paese) deduce che la sua lingua è superiore a tutte le altre perché descrive le grammatiche di tutte le altre lingue. Schlick deduce pure che le differenze tra grammatiche sono irrilevanti, altrimenti non sarebbe possibile scrivere grammatiche di altre lingue nel suo dialetto. Questo errore di prospettiva è molto frequente. Il fatto è che, se la traducibilità reciproca delle logiche presuppone regole comuni alle logiche stesse, queste regole non sono quelle proprie delle singole logiche (ad es. il pdnc) ma vanno indagate più in profondità. Anche se Einstein era certo delle leggi da lui individuate, pur tuttavia il problema sta proprio nell’individuazione delle leggi (cioè nella determinazione delle premesse). Ma anche la deduzione delle conclusioni dalla premesse potrebbe essere problematizzata : perché ad es. “Socrate è mortale” deriva certamente da “Tutti gli uomini sono mortali” e “Socrate è un uomo” ? 

 

Quanto al ragionamento fatto da Schlick sulle combinazioni di giudizi e di relazioni, va detto che le tesi di Schlick sono interessanti, ma andrebbero verificate nel dettaglio. Si può anticipare che, mentre le combinazioni di concetti sono analoghe a somme o prodotti, le combinazioni di giudizi sono analoghe a divisioni.

 

 

Mentre invece ci si può domandare perché secondo Schlick i risultati delle deduzioni sono contenuti nelle premesse solo implicitamente e perché l’esplicitazione di essi non può essere considerata un implementazione di conoscenza. Infatti le conclusioni logiche quanto meno sembrano essere diverse dalle premesse e questo Schlick non riesce a spiegarlo.

 

 

 

 

 


1 settembre 2010

Schlick e le categorie kantiane

La mediazione (necessaria ?) del pensiero

 

Nella concezione kantiana, secondo Schlick, c’è l’errore di confondere l’involucro concettuale per la realtà stessa, ricadendo nel concetto di conoscenza come intuizione che ha con l’oggetto un rapporto intimo. Per Natorp nelle rappresentazioni ci sono già conoscenze primitive e dunque nemmeno a questo livello il mondo ci è dato in maniera immediata.

Per Schlick il fatto che il reale viene conosciuto attraverso la mediazione induce i neokantiani a pensare che il reale sia la mediazione stessa. Ad es. Gerland, negando che il contenuto della scienza possa essere una finzione, finisce per considerarlo il processo stesso della realizzazione del reale, ma Schlick dice che, poiché la scienza è un sistema di segni, non c’è niente che si possa obiettare al loro essere finzioni.

I neokantiani contestano che si confonde tra mondo ed immagine di esso : per “fatti reali” non è possibile intendere altro che determinazioni di pensiero e quindi essi non potrebbero essere pensati come qualcosa che sta di fronte al pensiero. Dunque pensare non vuole dire altro che porre che qualcosa è. A tal proposito Schlick osserva che è vero che nessun giudizio può dare l’essenza del designato (kantismo), ma da ciò il neokantismo fa derivare che è il pensiero a determinare l’essere e che il giudizio attenga solo al pensiero.

Rickert dice che, per sapere cosa è, si deve aver già giudicato che esso è, e di conseguenza il pensiero è primo in ogni caso è perciò non può essere il pensiero a conformarsi all’essere, ma ciò che è viene determinato dal giudizio. L’esistenza effettiva di un rosso che mi vedo davanti verrebbe garantita dall’essere costretto a non poter giudicare altrimenti se non che esso è. La necessità trascendentale del giudizio decide sull’essere, in quanto quest’ultimo viene assicurato solo dalla necessità del giudicare. Schlick obietta che l’illazione di Rickert è del tutto fallace perché si basa su di un’equivocazione della parola “sapere”. Questa parola può designare un avere esperienza (consapevolezza) di qualcosa o può essere un sapere su qualcosa (un conoscere). Solo in questo secondo senso il sapere presuppone un giudicare e dunque un pensiero. Nel primo senso invece (dice Schlick) il sapere è un dato assoluto di coscienza, un fatto che riposa su se stesso. Nei vissuti intuitivi, nei dati immediati di coscienza troviamo i fatti puri sempre che anche la sensazione venga considerata pensiero, nel qual caso la discussione è inutile.

Schlick dice che, per il neokantiano idealista, nulla di contenutistico distingue la percezione dalla determinazione di pensiero, perché qualunque cosa noi volessimo asserire essere il contenuto di una data percezione, sarebbe perciò stesso contenuto di un asserzione e quindi necessariamente una determinazione di pensiero. Ma, obietta Schlick, ciò che è asserito in un giudizio non è contenuto nel giudizio come se la conoscenza afferrasse il reale e lo accogliesse dentro di se, ma è solo coordinato al giudizio. L’asserzione presa per se stessa, indipendentemente da ciò che designa, non ha contenuto ma è solo vuoto rumore. Una sensazione di rosso è semplicemente un fatto dato ; se però enuncio il giudizio “questo è rosso”, ciò naturalmente presuppone già un atto conoscitivo, perché occorre che il colore esperito sia riconosciuto come appartenente alla classe delle sfumature di colore designate con la parola “rosso”. Il giudizio quindi può intervenire sempre solo dopo che al fatto originario della sensazione siano venuti a connettersi ulteriori vissuti. Perciò conclude Schlick non è lecito attribuire al pensiero una parte già al formarsi della sensazione. La sensazione viene presentata dai neokantiani come un mero qualcosa che, prima del pensiero, non è nulla di determinato. Schlick obietta che da tale definizione non è possibile derivare che non vi sarebbe alcuna determinatezza senza il pensiero e prima del pensiero. I fatti sono stabiliti anche senza portarli in concetti. Chi ritiene che per “determinazione”si intende determinazione mediante concetti, presuppone ciò che va dimostrato e trasferisce quello di cui facciamo uso per la descrizione e formulazione di uno stato di fatto nello stato di fatto stesso. Tutte le dimostrazioni del fatto che nessuna determinazione sarebbe divenuta tale se non mediante il pensiero, si muovono per Schlick in un circolo vizioso.

 

 

Categorie e relazioni

 

Schlick poi passa ad esaminare la teoria kantiana delle categorie che dovrebbero dare una configurazione al materiale dato nell’intuizione (il molteplice dell’intuizione) che va integrato nell’unità della coscienza. Tra intuizione e l’intelletto c’è l’immaginazione che crea la sintesi del molteplice senza però offrire una conoscenza che si realizzerebbe solo con l’intelletto che darebbe unità alla sintesi con i suoi concetti puri. Ma, si chiede Schlick, le relazioni su cui si basa il conoscere sono già incontrate nel materiale dato o sono solo istituite nel giudizio? La relazione è  presente anche senza il concetto o è meramente contenuta in esso ?

Schlick dice che bisogna effettuare una distinzione tra specie diverse di relazioni :

1.      Il rapporto spaziale è dato e contenuto come il colore della pelle della mano. I colori stessi hanno inerente un’intensità ma anche rapporti spaziali e dunque questi ci sono prima del pensiero.

2.      Ciò vale anche per le relazioni temporali (durata, simultaneità, successione). Il rapporto temporale viene appercepito e solo dopo viene il giudizio. Tra un ritmo in ¾ e un ritmo in 6/8 sussiste per l’esperire una differenza immediata di qualità gestaltiche. La temporalità ha di particolare che non è legata a determinati domini sensoriali (ad es. la vista) e si trova in tutti i vissuti. Quindi mentre i rapporti spaziali sono percepiti direttamente, non è così per i rapporti temporali, tanto che il concetto di “percezione interna” va respinto come inutilizzabile. Non esiste alcun organo deputato alla percezione del tempo, né di alcun atto mediatore a tale fine. La temporalità è una proprietà generale di tutti i contenuti di coscienza che viene semplicemente esperita.

3.      Ci sono poi altre relazioni che, come quelle temporali, non sono percepite per mezzo di qualche organo di senso, ma al tempo stesso non sono nemmeno immediatamente esperite come le prime due. Ad es. le relazioni di somiglianza e diversità che non sono presenti come un colore o una relazione spaziale.

 

 

Le categorie kantiane : un’analisi

 

Schlick dice che nella tavola delle categorie si può inserire la diversità (assimilabile alla negazione) ma non la similarità o l’eguaglianza. Egli aggiunge che una casa la posso trattare come unico oggetto o come insieme di mattoni, e quindi a seconda dei propositi si può coordinare allo stesso oggetto il concetto di unità e quello di pluralità. Allo stesso modo si può percepire direttamente una successione, ma non un rapporto di causalità, una giustapposizione di proprietà, ma dunque non una sostanza. Schlick si chiede se il terzo tipo (3) di relazioni suddette possono essere assimilate alle categorie di Kant, cioè a dei collegamenti stabiliti dai giudizi e per mezzo dei quali il reale riceve la sua forma.

Per Kant, aggiunge Schlick, collegamento significa sintesi di un molteplice in un’unità. Tale sintesi è possibile grazie al fatto che gli elementi intuitivi sono dati ad un solo e medesimo Io, l’unità sintetica di appercezione (l’unità di coscienza). La costituzione e la conoscenza dell’oggetto sono rese possibili dall’unità di coscienza attraverso la funzione logica dei giudizi e delle categorie per cui il molteplice in un’intuizione data sottostà alle categorie ed è così soddisfatto il presupposto per il quale sono possibili giudizi sintetici apriori sulla realtà. Schlick a tal proposito obietta che, se l’appello all’unità di coscienza salva i giudizi analitici dalla scepsi radicale, non può salvare anche i giudizi sintetici di realtà. Schlick aggiunge che, nell’affermazione per cui ogni unificazione nella coscienza avverrebbe mediante determinate funzioni logiche dell’intelletto, è già celata la presupposizione che si è in possesso di giudizi sintetici apriori. Kant faceva esplicitamente tale presupposizione e voleva solo dimostrare questa possibilità a partire dall’esperienza scientifica. Il fatto che non vi sarebbe altro collegamento che attraverso l’intelletto, per Kant è dimostrato dal fatto che il collegamento è un atto della spontaneità del potere di rappresentazione. Schlick obietta che parlare di spontaneità e ricettività ha senso più nell’accezione pratica legata ai processi volizionali, ma è problematico applicarla alla situazione gnoseologica. Infatti il mondo del dato è un flusso continuo in cui la distinzione tra passivamente recepito ed attivamente apportato non ha all’inizio alcun senso e diventa possibile solo ad un livello specifico di considerazione ed interpretazione. Schlick nega pure che le relazioni di tipo (3) siano create dall’atto di giudizio. La differenza tra relazioni (1-2) e relazioni (3) è che queste ultime non vengono concepite come qualcosa di altrettanto oggettivamente presente come le prime, ma ciò non implica un giudizio metafisico sul loro carattere soggettivo o reale. Schlick a questo punto ipotizza che tali giudizi di relazione possono benissimo designare fatti, solo che si tratta di fatti di tipo soggettivo e cioè processi psichici riguardo ai quali può essere incerto se ad essi corrispondano fatti oggettivi. La similarità tra Cesare e Napoleone è più umbratile di quelle due stesse persone e del loro succedersi nel tempo. Tuttavia il vissuto in cui viene constatata la relazione è realmente presente nella coscienza. Il comparire del vissuto di similarità è un fatto che viene incontrato come un qualsiasi altro fatto e può essere designato mediante un giudizio che è susseguente al fatto.

Tali vissuti di relazione compaiono solo in connessione con altri contenuti di coscienza e non si presentano isolati. Ma una volta che ci sono, essi non devono il loro esserci ad un pensiero. Stumpf a tal proposito dice che i rapporti tra fenomeni sono percepiti con essi ed in essi. I processi psichici che hanno come risultato il darsi della relazione alla coscienza non sono designabili come pensiero, ma sono più che altro processi di associazione. Quando sono dati “due dati di coscienza”, i processi che istituiscono una relazione tra essi possono prodursi in una certa forma o nell’altra a seconda di circostanze accidentali e proprio per questo tali processi di coscienza non possono fondare la validità di giudizi sintetici a priori. Ciò in quanto si tratta di processi mutevoli per natura che non possono costituire l’unità di coscienza.

 

 

Le categorie kantiane : una reinterpretazione

 

Schlick a tal proposito cerca di reinterpretare le categorie kantiane e dice che :

  • Il nostro concepire un complesso di oggetti, dati come unità vel pluralità vel totalità, viene determinato da ragioni psicologiche accidentali. Fissate però le unità e resi numerabili gli oggetti, questi sono assoggettati al concetto di numero e vale per essi l’aritmetica. Ma si tratta, obietta Schlick, di giudizi puramente analitici con delle premesse circa la realtà che vengono in essere semplicemente con il contare le unità del reale e si basano perciò su determinate stipulazioni (convenzioni) condizionate da scopi e circostanze empiriche. Per tali concetti non scaturisce nuova conoscenza e dunque non si tratta di categorie.
  • Analogo discorso vale per categorie come realtà, negazione, limitazione. In primo luogo la categoria di realtà sembra comparire due volte (la seconda come categoria di esistenza) e dunque annoverare questo concetto tra le categorie già si concilia male con le premesse del sistema kantiano. Inoltre realtà ed esistenza non sono forme del pensiero che possono dare luogo a giudizi sintetici apriori (v.pp.199-262 e 390-399). Le anticipazioni della percezione che dovrebbero discendere da queste tre categorie sono da un lato mere definizioni (ad es. intensità) e dall’altro assunzioni non indubitabili (come la separazione tra intensità e qualità della sensazione).
  • Svolgono un ruolo importante nella scienza le categorie di sostanza, causa, azione reciproca. L’idea di un che di costante rispetto a cui si producono le variazioni è un giudizio certamente sintetico che per Kant consegue a priori dall’applicazione di tale categoria alle intuizioni. Schlick però obietta che mai vengono percepite sostanze, ma tutt’al più coincidenze spazio-temporali di qualità o proprietà, a cui si deve aggiungere qualcosa perché si possano designare come “sostanza”. Ciò che vi si aggiunge (dice Schlick) è il concatenamento associativo delle singole caratteristiche nella nostra coscienza cosicché all’essere dato di una qualità si collega l’aspettativa dell’esser dato di un’altra qualità. Ad es. se vedo una forma di una certa tonalità giallastra inferisco che sia cera e mi aspetto toccandola che sia relativamente molle. Tutti questi complessi li posso designare sempre con il nome di “cera” perché la loro interconnessione spazio-temporale resta continuamente preservata e così è dato tutto ciò che rende possibile l’uso del concetto di sostanza all’interno della vita quotidiana. Diverso è il concetto metafisico di sostanza che è l’idea di un portatore delle proprietà che sta alla loro base ed è diverso da esse (idea riconosciuta come sbagliata a pp.245-253). Schlick dice che il concetto scientifico di materia affina la rappresentazione metafisica di sostanza perché, al posto del concatenamento associativo, introduce un nesso legiforme di qualità che però nemmeno può dare la possibilità di fondare a priori la proposizione sintetica del persistere della sostanza. Mentre Kant dice che in tutti i mutamenti del mondo la sostanza rimane e solo gli accidenti cambiano, Schlick obietta che invece la credenza in un assoluto sorgere e svanire c’è tradizionalmente stata e rimane ammissibile in quanto ogni dimostrazione contraria non risulta cogente. Inoltre nella scienza l’idea di sostanza ha perso terreno sostituita dall’idea appunto della materia come nesso di qualità che cambiano in maniera legiforme. Oggi più che di conservazione della massa si parla di conservazione dell’energia, anche se l’energetismo è solo un tipo possibile di descrizione senza largo seguito, senza contare che anche il principio di conservazione dell’energia potrebbe essere valido solo approssimativamente. Schlick dice che la sola cosa che la scienza deve tenere per fermo è il ritrovare l’uguale nel diverso, le stesse leggi all’interno di processi temporali. L’immutabilità della sostanza si è risolta nella costanza della legiformità delle interconnessioni. Perciò la sostanza non è una categoria, né vi sono su di essa proposizioni sintetiche apriori. L’ultima solita base sembrerebbe il concetto di legge, cosicché la legiformità del mondo potrebbe venire affermata a priori. Poiché la categoria di legge si riporta a quella di causa, la categoria fondante potrebbe essere quella di causalità. L’affermazione del principio di causalità (ogni evento ha una causa da cui discende necessariamente) è identica all’affermazione di una ininterrotta legiformità di tutto ciò che accade. Se non vi fosse tale principio, il processo B (causato da A) non sarebbe determinato da alcunchè. Ma le regole che asseriscono tali relazioni sono le leggi di natura, per cui il principio causale significa semplicemente che tutto ciò che accade è governato da leggi. Ma questa, si chiede Schlick, è una proposizione sintetica a priori oppure una convenzione oppure un ipotesi avanzata sulla base di certe esperienze ? Le prime due possibilità per Schlick si dovrebbero escludere se almeno  in qualche campo si potesse mettere ragionevolmente in dubbio che il principio causale possieda una validità universale e necessaria. Schlick dice che nella fisica moderna ci sono esperienze che mettono in dubbio l’assunzione di esistenza di processi causali (ad es. all’interno dell’atomo). Il fatto stesso che determinate esperienze ci esortino a prendere in considerazione tali possibilità, vale come indicazione che il principio di causalità è un ipotesi (Dingler, Frank). La tesi invece della causalità come convenzione è da scartare perché il concetto così determinato non è realmente quello con cui opera la scienza, né è utilizzabile per descrivere ciò che accade. La tesi kantiana sul carattere a priori della causalità si basava sulla tesi di Hume che la causazione non è oggetto di percezione, mentre lo è solo la temporalità, per cui Kant ipotizzava che la causalità è un concetto originale che è solo la ragione a portare nelle apparenze. Schlick obietta che nell’idea di causalità non c’è l’idea di un legame, ma solo quella di una regolarità di successione per cui non c’è bisogno di concepire la causalità come una categoria a sé. La legge di natura non è un potere ma solo una regola di successione, non è una prescrizione ma una descrizione. Perciò noi crediamo nella causalità, ma la sua validità non è stabilita a priori.
  • Schlick dunque esamina le ultime tre categorie di esistenza, possibilità, necessità. Per Schlick tali concetti sono solo segni per stati soggettivi nella coscienza del soggetto giudicante. Il giudizio problematico “S  può essere P” designa uno stato di incertezza, mentre “S deve essere P” designa uno stato di certezza. Tali sentimenti vengono empiricamente percepiti ed offrono la base per l’applicazione di quei concetti. La parola “necessità” è, come “libertà”, un concetto antropomorfico e presuppone l’esperienza della coercizione. Essa ha un senso immediato solo nell’applicazione all’agire di esseri dotati della volontà. Un evento ha luogo o non ha luogo ed aggiungervi “necessariamente” è privo di significato. E’ come se si volesse chiedere se la luna si muove con facilità o difficoltà intorno alla Terra. Queste sono traslazioni ingiustificate di concetti che hanno un senso specificabile solo per la sfera emozionale. La situazione è analoga nel caso della possibilità : come cioè l’esistenza non ha un grado più basso di realtà della necessità, così pure il possibile coincide con il reale. Infatti quello che non è reale non è nemmeno possibile, perché se mancano le condizioni perché avvenga esso non può avvenire. Un evento non reale lo possiamo designare come possibile solo finché non sappiamo se le cause che portano al suo accadere sono presenti : se queste ci sono, esso è reale, se invece non ci sono esso non è reale. Non c’è una terza eventualità. Naturalmente noi definiamo come reale anche il reale passato e futuro. Se invece questo lo definiamo “possibile” il termine perde il suo specifico significato. Dunque l’asserto “Questo evento è possibile” non è un giudizio sull’accadere oggettivo, ma designa solo lo stato incerto della nostra conoscenza circa i rapporti che condizionano l’evento, cioè il giudizio problematico “S può essere P” equivale ad un giudizio categorico “Q è R”, dove Q ed R si riferiscono a stati psichici del soggetto giudicante. Naturalmente, aggiunge Schlick,  si può anche trovare un altro senso del termine “possibilità” e cioè “compatibilità con le leggi di natura”. Ciò che accade nel mondo viene determinato non solo dalle leggi che lo governano (condizioni formali kantiane; equazioni differenziali), ma anche degli stati presenti in un certo tempo (condizioni iniziali, condizioni limite, condizioni materiali kantiane). Poiché a motivo dell’infinita molteplicità di ciò che è presente, noi non possiamo conoscerlo perfettamente, ma conosciamo le leggi che lo governano e ci sentiamo sicuri di questo, cioè che un determinato evento non accadrà mai se contraddice le leggi di natura. Posto però che sia compatibile con esse, in nessun caso sappiamo esattamente se saranno soddisfatte le condizioni materiali perché esso accada. Rimane un’incertezza e si comprende perché dal primo concetto di possibilità si giunga al secondo, ma sappiamo che le leggi di natura non gli sono contro. In questo secondo caso, dice Schlick, come situazione di fatto designata dal giudizio problematico tipo “La guerra può durare cent’anni”, è da riguardare non lo stato soggettivo d’incertezza, ma il fatto oggettivo che il concetto dell’evento giudicato non va contro i concetti delle leggi di natura. A tale fatto noi possiamo coordinare un giudizio categorico. Parimenti il giudizio apodittico “S deve essere P” è identico a “S è P” o indica un sentimento di coazione psichica al giudicare, che pure può essere espresso da un giudizio categorico. Dunque necessità e possibilità pure non sono forme del pensiero, ma segni per stati di fatto in cui ci si è imbattuti.

 

 

 

 

 Categorie e giudizio

 

Schlick conclude che la relazione con cui abbiamo a che fare in ogni giudizio non può dirsi prodotta dal giudizio stesso, ma precede logicamente e psicologicamente il giudizio. Le relazioni non sono forme del pensiero, ma sono forme del dato ed in questo concordano con la spazio-temporalità delle nostre intuizioni.

Il neokantiano Munch conviene che sono date certe forme di coordinazione, ma nega che esse siano categorie. Schlick obietta che, a tal punto, non c’è bisogno di categorie, dal momento che pensare non si risolve in diverse funzioni logiche, ma in una sola : coordinare. Infatti il coordinare due oggetti fra loro (rapportarli) è un atto fondamentale della coscienza, qualcosa di ultimo e di semplice, intuito anche da Dedekind.

Nel pensare, dice Schlick, non c’è altra correlazione che la coordinazione (il rapportare). Le rimanenti relazioni sono oggetti. Dunque non vi sono due specie diverse di giudizi. Ogni giudizio è categorico o si lascia tradurre in un giudizio categorico. Lo abbiamo già visto per i giudizi problematici e apodittici. Ma ciò vale anche per gli altri :

  • Il giudizio ipotetico “se A è, allora B è  è convertibile in “A è la causa di B”. La relazione in tal caso non è la forma del giudizio ma l’oggetto dell’atto del giudizio.
  • Schlick dice che molti contenuti di asserzione possono essere resi nella maniera più comoda attraverso determinate forme linguistiche. Da qui sorge l’errore, come non si trattasse di differenti contenuti, ma solo di differenti forme del pensiero. Ma Schlick obietta che ciò che fa la differenza tra le singole specie di giudizi non sta nei giudizi stessi, quanto negli oggetti giudicati.
  • C’è un solo tipo di giudizio, quello categorico, e c’è un solo tipo di relazione formale, la coordinazione (o designazione). Il pensiero non crea le relazioni della realtà, giacché non ha nessuna forma che può imprimere alla realtà, mentre quest’ultima non si lascia imprimere forme, perché è già da sé provvista di forma, mentre la coscienza è una sezione della realtà. Poiché la tesi che la coscienza detti le proprie leggi alla natura era l’ultima possibilità per una conoscenza universalmente valida, allora non possiamo giungere mai ad una conoscenza assolutamente certa. Non ci sono giudizi sintetici a priori.
  • Infine Schlick risponde alla critica di Reichenbach per il quale l’univocità di designazione (la coordinazione) fosse una sorta di sintetico a priori. Schlick risponde che la spiegazione che si dà della conoscenza e della verità tramite il concetto di coordinazione è una mera definizione  e dunque un giudizio puramente analitico.

  

 

 Il problema semantico e l’errore dei neokantiani

 

La concezione dei concetti come puri segni e l’eliminazione della dimensione semantica rendono la tesi di Schlick angusta e manchevole. Storicamente le convenzioni stipulative non sono mai state del tutto arbitrarie, ma hanno sempre presupposto un sostrato semantico preesistente. Schlick, dicendo che tra pensiero e realtà c’è un rapporto del tutto contingente non tiene conto del fatto che già il significato è un riferimento oggettivo del segno (altrimenti non sarebbero possibili nemmeno le verità logiche che non sembrano ancorate alla realtà esterna)

Schlick ha però ragione a dire che il carattere imperfetto attiene alla cognizione della cosa, ma non alla cosa stessa. Egli aggiunge che il fatto che la conoscenza consista di una mediazione non implica che l’oggetto di tale conoscenza consista anch’esso della mediazione conoscitiva. I neokantiani già erroneamente presuppongono che l’oggetto si riduca a ciò che sappiamo di esso. Il realismo però porta necessariamente alla concezione meinonghiana dell’extra-essere, cioè di un Essere al di là del pensiero. A questo proposito Schlick concorda giustamente con Natorp per rivendicare la natura infinitamente complessa e relazionale dell’oggetto (l’intuizione dello Hua-yen Sutra).

Se inoltre per Garland, non essendo la scienza una finzione, essa è la realtà, mentre per Schlick, essendo la scienza un segno, essa può ben essere una finzione, allora si può trovare una sintesi in questa concezione : il fatto che un ente possa essere segno di un altro ente è l’evidenza fenomenologica della complessità relazionale della realtà. Ed è il rapporto monadico di un ente con tutti gli altri che fonda il carattere convenzionale del rapporto segnico. La scienza non esaurisce la realtà, ma la possibilità della scienza ci dice qualcosa di ontologicamente fondamentale sulla realtà stessa. Schlick fa giustamente notare che la cosa in sé non è indeterminata negativamente (per lui la determinazione è il pensiero) ma è indeterminata positivamente (è cioè un plesso di infinite proprietà e relazioni). Se poi il pensiero determina l’Essere, esso lo determina liberamente, secondo infinite prospettive e griglie categoriali, Se invece, come dice Rickert, si è costretti a non poter giudicare altrimenti, allora si è comunque all’interno di una forma di realismo (ossia di una visione per cui la struttura dell’Essere non è a disposizione della soggettività).

L’idealismo soggettivistico è il malinteso per cui, misconoscendo l’oggettività della dimensione semantica (le idee platoniche), ma considerandola essenziale per la conoscenza dell’oggetto, si riduce l’oggetto stesso alla conoscenza che si ha di esso, quando invece già il sinn è un oggetto ad un certo livello di esistenza. Schlick d’altro canto fa l’errore opposto di eliminare la dimensione semantica per garantire l’autonomia dell’oggetto dalla conoscenza che si ha di esso. Forse pensare è determinare, ma il determinare non è soltanto pensare. Schlick ha forse ragione nel dire che definire il determinare come un predicare attraverso concetti si presuppone quello che va dimostrato.

Schlick ha però torto nell’individuare nel contenuto della sensazione qualcosa di non ulteriormente interpretabile.

 

 

L’unità del molteplice, le relazioni e le categorie

 

Quanto alle riflessioni che Schlick fa sulla filosofia di Kant e sulla dottrina delle categorie va osservato quanto segue :

In primo luogo l’immaginazione di Kant può essere assimilata al linguaggio visivo della geometria che costituisce il modello, mentre il linguaggio categoriale costituisce l’uso del modello, la traduzione del segnale in segno, del linguaggio visivo (o multisensoriale) in linguaggio verbale (le categorie sanciscono la riduzione della semiotica a linguistica). Oppure l’immaginazione kantiana può essere assimilabile alla proposizione (che è neutra rispetto al grado di esistenza da attribuire ad un oggetto), mentre l’intelletto corrisponde alla asserzione (la quale afferma come vero ad un certo livello di realtà il contenuto della proposizione).

 In secondo luogo se si propende per una concezione realistica, le relazioni preesistono agli atti dell’intelletto che secondo Kant le costituiscono. Schlick istituisce una gerarchia tra relazioni più o meno immediate che in realtà è soltanto apparente. Le relazioni spaziali come pure quelle di somiglianza e differenza hanno entrambe come basi dei dati sensoriali (il colore o la posizione dello spazio rispetto al nostro corpo), ma sono entrambe qualcosa di più astratto rispetto a queste proprietà. Inoltre Schlick confonde la distanza spaziale tra un oggetto ed un altro (con tutto quello che la caratterizza visivamente) con la relazione spaziale (ad es. essere a destra di … o più vicina ad x che a y) esistente tra questi due oggetti, relazione che è astratta quanto quella di differenza tra i due oggetti stessi. Kant potrebbe considerare tale argomentazione di Schlick una prova del carattere intuitivo dello spazio e del tempo.

In terzo luogo Schlick dice che, tra un ritmo in ¾ ed un ritmo in 6/8, sussiste una differenza percettiva immediata. In realtà la differenza immediata sussiste tra due suoni o complessi di suoni e non tra due ritmi. La diversità tra suoni viene in un secondo momento spiegata come differenza tra ritmi, ma non è immediatamente differenza tra ritmi.

Inoltre Schlick poi è ambiguo nel definire le relazioni temporali : esse sono immediatamente percepibili o no ? Il fatto è che la percezione sembra essere limitata al presente,  ma il presente percettivo non è il presente fisico, cioè quello legato agli eventi nel loro oggettivo verificarsi. Quando ascolti una melodia, le note si succedono nel tempo, ma tu percepisci la melodia nel presente, per cui il presente percettivo raccoglie più eventi, più dati sensoriali inseriti in una serie temporale. La percezione si distingue dalla sensazione (sempre che l’esistenza di quest’ultima sia immediatamente evidente e non si inferisca dall’analisi dei contenuti della percezione) ed è già un’interpretazione. Alla luce di ciò, le relazioni temporali sono immediatamente percepibili ? C’è un  rapporto tra percezione e immediatezza ? La percezione può essere immediata ? O qualcosa di immediato è già di per sé un che di mistico e cioè di non determinabile ?

Kant diceva che l’unità del molteplice nella rappresentazione era resa possibile dal fatto che tale molteplice era rappresentato da un’Io unitario. In realtà tale unità era evidenziata dal fatto che il contenuto, per quanto molteplice, era designabile con un termine unico. Quando questo succede, l’unità dell’Io non c’entra niente (che c’entra infatti l’unità della coscienza con l’unificazione dei contenuti tramite l’uso delle categorie ?), ma la designazione unica di un contenuto molteplice rimanda ad una natura unitaria del molteplice stesso, che altrimenti non potrebbe nemmeno essere designato come “molteplice” e addirittura come “Il molteplice”. Dunque è vero che unità e molteplicità sono categorie complementari ma l’unità ha una leggera prevalenza sulla molteplicità.

Anche Schlick parla di unità della coscienza quando si tratta della continuità dell’ambito fenomenologico, continuità che non ha bisogno di un soggetto per essere garantita, ma è data in quanto è l’apparire di una unità ontologica sottostante. Inoltre non è vero che dire che l’unità della coscienza che  si realizzi tramite l’applicazione delle categorie presupponga l’esistenza di giudizi sintetici apriori.

Schlick però ha ragione nel dire che parlare di spontaneità e ricettività non ha molto senso in campo epistemologico, quanto ne ha invece nel campo pratico. Questo a nostro parere in quanto la soggettività è una categoria pratica e non teoretico-ontologica. Come dice lo stesso Schlick, il mondo delle datità è un flusso continuo dove molte distinzioni non hanno senso.

Quanto alla radice psicologistica delle relazioni più astratte, Schlick confonde qui il piano logico con il piano genetico e confonde perciò la dimensione meta-linguistica con la dimensione psichica, mentre quest’ultima, assieme all’Io, è solo il presentarsi della dimensione meta-logica e cioè dell’illimitatezza del Logos.

Per Schlick la sussistenza di ciò che non è asserito sta solo nell’involucro psichico e linguistico di ciò che è pensato. Ma da sé psichico e linguistico non sarebbero quelli che sono senza l’intenzionalità e cioè senza il riferimento ad un contenuto ideale oggettivamente sussistente.

Se il correlato psichico delle relazioni astratte sono mere associazioni, come poi esse diventano pensiero vero e proprio ? Cos’è un’associazione ? Un legame fisicale o una relazione logica ? E se è una via di mezzo, come può essere possibile una via di mezzo tra fisico e logico, tra mancanza di senso e distanza semantica ? Come l’accidentalità contingente delle associazioni può avere come correlato una significativa distinzione tra relazioni logiche, senza a sua volta presupporre una dimensione semantica preesistente di cui le associazioni psichiche e/o neuroniche sono un’occasione di concretizzazione ?

Inoltre se la categorizzazione è accidentale, come invece può essere oggettiva l’aritmetica il cui contenuto segue dalle categorie logiche ? In realtà altro è dire che un oggetto può essere visto sotto diversi punti di vista, altro è dire che le conseguenze dell’uso di una categoria al posto di un'altra siano anch’esse accidentali.

 

 

 

Realtà, sostanza e causalità

 

Schlick poi nota che “realtà” ed “esistenza” siano la stessa cosa, ma questo può essere discutibile. Oltretutto egli fa giustamente notare che, se il reale è ciò cui si applicano le categorie, come può essere esso stesso una categoria ? C’è dunque una categoria dominante a cui si applicano le altre, come la sostanza in Aristotele ?

Schlick poi non pensa che la sostanza, più che qualcosa cui si aggiungono le qualità, sia l’insieme delle qualità, esistente ad un livello diverso (e perciò autonomo) dal punto di vista logico.

L’aspettativa di una relazione tra due qualità e l’esistenza di tale relazione in un mondo possibile che può non coincidere con quello fenomenologico

Come può esserci un assoluto sorgere e svanire, se essi sono equivalenti ad una equazione tra un numero positivo e zero ? L’assoluto sorgere e svanire non è una contraddizione in sé ? La possibilità di un assoluto sorgere e svanire è equivalente alla possibilità di una contraddizione.

Il ritrovare l’uguale nel diverso non equivale al designare una sostanza al di là degli accidenti ? Se le leggi sono qualcosa di costante nel tempo, esse costituiscono la sostanza. E del resto, le leggi non stabiliscono eguaglianze ? E dunque le leggi non rinviano a qualcosa di costante ? E questo qualcosa non può essere una sostanza ?

Perché “legge” si correla a “causa” ? La legge si correla anche al concetto di sostanza ed a quello di identità. Come si correlerebbero al concetto di causa le leggi di conservazione ?

Ogni evento ha una causa  non è il principio di causalità, ma il principio di ragion sufficiente. Il principio di causalità è invece “data una relazione causale tra due eventi, tale relazione si applica universalmente”.

Schlick dice che basta mettere in dubbio l’esistenza di relazioni causali in un ambito determinato, che la causalità stessa si rivela perciò essere un principio non a priori ma un’ipotesi empirica. Noi invece diremmo che, se la causalità può essere negata, non può invece essere negato il principio di ragion sufficiente. Mettere in dubbio qualcosa non implica che questo qualcosa non sia a priori (implica solo che l’apriori non sia innegabile). Perché qualcosa non sia a priori bisogna immaginare e determinare un’alternativa che non sia ad es. la semplice assenza della causalità (assenza che è l’accidentalità).

Schlick sbaglia a dire che la causalità si riduca a regolarità di successione, altrimenti il giorno sarebbe causa della notte. Oltretutto nella causalità c’è la pretesa di cercare nell’antecedente il fattore determinante. 

 

 Le categorie modali

 

S può essere P” non è traducibile solo nella proposizione psicologica “non so con sicurezza se S sia P”. Ma si traduce in una proposizione del tipo “in almeno un mondo possibile S è P”. Per mondo possibile s’intende un insieme di stati di cose descritti da un sistema coerente di proposizioni. “S può essere P” si traduce perciò in “(S è P) è uno stato di cose non contraddittorio”.

Neanche la necessità è un concetto psicologico, ma esso vuole dire “in tutti i mondi possibili S è P”. Oltretutto la necessità non si contrappone alla libertà, ma alla contingenza. Alla libertà si contrappone la coercizione. “Un evento ha luogo necessariamente” non è una proposizione senza senso, ma significa “un evento ha luogo in tutti i mondi possibili”.

Schlick poi pensa che ci sia un solo livello di realtà, ma in questo sbaglia : i livelli di realtà sono molteplici. Egli argomenta che quello che non è reale non è neanche possibile perché mancano i fattori che determinano la sua esistenza. Questo è un argomento sbagliato : ciò cui mancano i fattori perché esista è appunto il possibile. Il possibile è ciò che non può essere nel momento in cui mancano i suoi fattori causali, ma che può sempre essere in uno degli istanti di quella classe di istanti che è il tempo futuro. Un evento esiste o non esiste rispetto ad un determinato istante. Un evento può essere o non essere rispetto ad una determinata classe di istanti.

Oltretutto “possibile” vuol dire “esistente ad un livello di realtà prossimo a quello dell’effettività” per cui come dice Schlick il possibile è esistente e ciò che non esiste in nessun mondo possibile è appunto l’impossibile. Non c’è però alcuna dissoluzione del concetto di possibile.

Esistenza, possibilità, necessità, sono categorie che presuppongono diversi livelli di realtà. Non si riduce tutto alla dicotomia tra esistenza e non esistenza. Ci sono diverse proposizioni rilevanti a questo proposito : “esiste in tutti i mondi possibili”, “esiste in almeno un mondo possibile”, “esiste in questo mondo possibile”, “non esiste in alcun mondo possibile”.

Schlick confessa poi candidamente di considerare poi come reale presente passato e futuro. Di fronte a tale dissimulato neoparmenideismo è ovvio che svaniscono le categorie modali. Tuttavia esistono più mondi possibili per cui vi sono più sequenze passato/presente/futuro. Perciò le categorie modali uscite dalla porta rientrano dalla finestra.

Per Schlick “S può essere P” si può tradurre nella proposizione psicologica “Q è R”. In realtà la traduzione della proposizione modale in una proposizione categorica si può fare senza ricorrere allo psicologismo, ma usando una proposizione metalinguistica. “S può essere P” diventa “esiste la possibilità che S sia P” o meglio ancora “è possibile (S è P)”.

Schlick poi ammette che esiste un’accezione di possibilità come ciò che può essere inserito come argomento (oggetto) all’interno di una legge di natura. La legge diventa come una regola di deduzione e l’evento possibile diventa la premessa di un assioma e la sua conclusione. Ad es. in

{ [(p implica q) et p] implica q}, (p implica q) è la legge di natura, (p) e (q) in (p implica q) sono possibilità (una intesa come fattore causale e l’altra intesa come effetto), mentre (p) e (q) separatamente sono eventi in atto (una intesa come fattore causale e l’altra intesa come effetto necessario).

Da ciò si vede come (p) e (q) in (p implica q) sono ad un tempo possibilità e puri pensati (“p”). Per cui c’è uno stretto rapporto tra possibilità e pensiero (inteso come immaginazione).

Ci sono due livelli di possibilità : possibilità logica (lo stato di cose descritto non è contraddittorio) e possibilità fisica (lo stato di cose descritto non è in contraddizione con le leggi della fisica). Schlick traduce “se A allora B” in “A è causa di B”. ciò implica la entificazione degli eventi, ovvero la trasformazione di una proposizione linguistica in una proposizione metalinguistica. “Se piove, prendo l’ombrello” diventa “(piove) implica (prendo l’ombrello)” ovvero “ il piovere è causa del prendere l’ombrello”. Schlick osserva giustamente che la relazione in tal caso non è forma del giudizio ma oggetto del giudizio stesso.

Traducendo tutte le proposizioni in proposizioni dichiarative e considerando la conoscenza come una sezione della realtà, Schlick abbraccia il naturalismo epistemologico, opzione condivisibile se si accetta che una sezione della realtà sia equivalente ed isomorfica con la realtà stessa, assunzione che implica tutta un’altra serie di presupposti per forza di cose metafisici (in quanto non riguardano la realtà esterna, ma il rapporto tra conoscenza e realtà esterna).

In campo algebrico le equazioni differenziali sono le regole di deduzione mentre le condizioni iniziali sono gli assiomi.

Schlick ha comunque ragione contro Kant a dire che il pensiero non costituisce le relazioni della realtà, in quanto non ha nessuna forma da imprimere mentre la realtà non si lascia imprimere delle forme in quanto è già da sé provvista di forma. In realtà le forme logiche stesse possono presentificarsi alla coscienza ma sono degli oggetti ideali ad un livello ontologico autonomo dalla coscienza stessa.

 

 

 

 

 L'ambiguità della designazione : nominare o predicare ?

 

 

Schlick poi ipotizza che tutte le categorie si riducano alla designazione. Ma cosa s’intende per designazione, il rapporto segno-designato oppure il rapporto tra soggetto e predicato ? Schlick sovrappone i due tipi di relazione e dunque da un lato fa confusione, ma dall’altro intuisce una verità. Cioè nella predicazione (relazione/contenuto) ogni oggetto è determinato ed ha un’essenza specifica (aristotelismo). Nella designazione (relazione/forma, relazione formale) ogni oggetto può essere in rapporto con qualsiasi altro nell’universo (relazionismo)

Schlick considera la designazione intesa come predicazione come l’operazione primaria da cui derivano “come contenuti” tutte le altre categorie, ma così non rimane qualcosa a priori. Schlick risponde a questa critica (fattagli già da Reichenbach) dicendo che l’equivalenza tra conoscenza e designazione è una definizione puramente analitica. Qui Schlick confonde pure due piani : che l’equivalenza tra conoscenza e designazione sia analitica va da sé e implica l’arbitrarietà della scelta della designazione come operazione fondamentale del conoscere. Ma definendo la conoscenza come designazione Schlick intende la designazione come operazione apriori, cioè come paradigma di conoscenza innegabile a cui tutte le presunte categorie vanno ridotte. Dicendo cioè “la conoscenza è designazione” Schlick fa una definizione arbitraria, ma intende individuare un’operazione a priori e cioè il designare. La sua definizione non è conoscenza, ma egli pretende che il designare sia conoscenza ! Schlick qui opera un bel sofisma : affermando l’arbitrio della sua definizione, egli vuole coprirne l’incoerenza del contenuto utilizzando la critica fatta a Kant circa l’esistenza di giudizi sintetici a priori.

L’ambiguità a tal proposito di Schlick la ritroviamo anche nell’identificare la predicazione a livello di contenuto (S è P) con la designazione a livello formale (“S” sta per S), per cui presenta un giudizio la cui forma dovrebbe valere a priori come se fosse un criterio empirico di validità. Egli cioè non si rende conto che la proposizione “non esistono proposizioni sintetiche a priori” è essa stessa una proposizione sintetica a priori e sconta dunque una contraddizione perlocutoria.

Il rapporto ambiguo tra la predicazione ed il rapporto aletico tra segno e designato ha qualcosa a che fare con la teoria della denotazione di Frege e Russell.

 

 

 

 

 

 

 


12 luglio 2010

Matematica e realtà in Schlick

Il rapporto della logica con la realtà

 

Schlick poi passa ad esaminare i giudizi che non solo valgono per la realtà, ma enunciano anche una conoscenza di realtà : da cosa sappiamo ad es. che le leggi della meccanica celeste valgono universalmente nello spazio e nel tempo ? Possono esserci giudizi sintetici validi ?

Schlick dice che con Kant si chiamano sintetici quei giudizi che di un oggetto asseriscono qualcosa che non è contenuto nel concetto dell’oggetto. In essi la relazione tra soggetto e predicato non è data da una definizione, ma è istituita da una conoscenza. Se dunque vogliamo decidere la questione circa la validità di tali giudizi, possiamo farlo solo sulla base di ciò che siamo arrivati a comprendere circa l’essenza dell’atto conoscitivo.

Schlick aggiunge che reali sono i  nostri vissuti e ciò che con essi si connette secondo regole determinate. Conoscere la realtà significa ritrovare un oggetto reale in un altro e si riduce ad un ri-conoscere, un identificare contenuti di coscienza intuitivi o non-intuitivi. Questo atto del confrontare, per via della fugacità di tutti i vissuti, è sempre caratterizzato da incertezza. E il solo modo per produrre concetti del tutto esatti consiste nello svincolarli dal mondo reale. Ciò avviene per mezzo della definizione implicita che definisce concetti solo attraverso concetti e non mediante riferimento al reale.

 

 

Kant e la validità della scienza

 

Schlick poi si chiede se ci sia la possibilità di gettare un ponte tra la realtà ed i concetti rigorosi della logica e della matematica, soprattutto tenendo conto che ogni giudizio empirico “A è B” è una proposizione valida solo nel momento dell’osservazione.

In ogni istante della nostra vita si devono presupporre come veri innumerevoli giudizi per poter agire ed esistere. Tali giudizi sono davvero al di sopra di ogni dubbio ? Schlick risponde che no, un giudizio sintetico non può mai essere apoditticamente certo e non si può mai tornare al razionalismo estremo, ma solo a quello di tipo kantiano.

Per Kant, se la conoscenza deve conformarsi alla realtà, è impossibile che sia assolutamente valida. Perciò le mie verità sono universalmente valide solo se è la realtà che si conforma in qualche modo alla mia conoscenza : questa è l’unica via possibile per salvare una conoscenza di realtà che voglia essere universalmente valida. Per Kant essa non è solo una possibilità, ma una via effettivamente esistente per cui le leggi a cui gli oggetti di esperienza obbediscono sono al tempo stesso le leggi secondo cui l’esperienza stessa ha luogo quale processo di conoscenza : poiché  qualcosa mi viene dato nell’esperienza, proprio per questo è sottoposto alle leggi dell’esperienza e l’esperienza non è mera percezione, ma è uso efficace della percezione.

Per Schlick, Kant respinge i tentativi di giustificazione empirica dei massimi principi della scienza, perché altrimenti non si spiegherebbe la validità universale di quei principi. Giustamente, per Schlick, Kant presuppone la scienza e cerca di spiegarla, mentre Hume metteva in dubbio la scienza.

 

 

La geometria scienza dello spazio ?

 

Schlick poi, prima di affrontare l’ipotesi della possibilità di conoscenze sintetiche apriori, riassume la sua idea della matematica, la cui esattezza presuppone che essa sia scienza di meri concetti (e dunque analitica) definendo tali concetti attraverso definizioni implicite, unico metodo per garantire il rigore delle proposizioni.

Schlick si chiede però, se attribuendo ai concetti un contenuto intuitivo, la geometria come scienza dello spazio rimarrebbe una scienza apriori. Infatti in tal caso “retta”, “piano” non sarebbero solo determinate attraverso definizioni implicite, ma si riferirebbero a configurazioni spaziali vere e proprie. In tal modo le configurazioni spaziali sarebbero tra loro in quelle relazioni che, attraverso le definizioni implicite, sono stabilite per i concetti di base geometrici. Quelle definizioni allora non sarebbero più tali, ma sarebbero proposizioni sintetiche e sarebbero assiomi che tratterebbero di grandezze intuitive (e non di concetti). Tuttavia, obietta Schlick, i singoli teoremi della geometria seguirebbero analiticamente dagli assiomi giacché, al contrario di quanto dice Kant, le dimostrazioni non hanno più bisogno dell’intuizione, ma possono essere condotte mediante deduzione puramente logica. E tuttavia anche i teoremi, essendo gli assiomi sintetici apriori, sarebbero (come gli assiomi) conoscenza sintetica apriori.

Schlick dice che per molti secoli si è pensato che la geometria euclidea fosse la geometria dello spazio, ma la geometria non euclidea ha smentito tale tesi, anche se i neokantiani dicono che sono pensabili geometrie altre da quella euclidea, ma solo quest’ultima sarebbe intuitivamente rappresentabile, per cui gli oggetti fisici dovrebbero necessariamente apparirci nello spazio euclideo.

Inoltre i kantiani sembrano aver buon gioco per il fatto che (come dice Poincarè) l’esperienza sensibile non può provare che una determinata geometria è la sola valida nello spazio empirico, in quanto i fatti di esperienza possono essere portati in accordo con qualsiasi geometria si voglia, solo che al tempo stesso si enuncino le leggi di natura in una formulazione appropriata. Schlick aggiunge che una seconda retta parallela alla data, che costituisca con la prima un angolo di un milionesimo di grado, non sarebbe percepibile come falsa parallela e dunque la natura della geometria fisicamente valida non è empiricamente decidibile.

I kantiani però (obietta Schlick) ritengono che, se le intuizioni empiriche sono inesatte, c’è comunque un’intuizione pura molto più sicura. Schlick fa osservare che molte interrelazioni ascrivibili all’intuizione pura si rivelano però false. E questo è fatale per l’intuizione pura, perché una forma necessaria dell’intuire non può essere fallace.

Schlick dice pure che chi fa affidamento sull’intuizione deve sicuramente giudicare che, ad una curva perfettamente continua, si può sempre tracciare una tangente. Ma questo è un errore, perché Weierstrass ha specificato l’equazione di una curva perfettamente continua che in nessun punto possiede una tangente, perché l’equazione non è differenziabile in nessun punto : dunque in questo caso l’intuizione ci pianta in asso.

 

Spazio geometrico e spazi intuitivi

 

Schlick poi dice che la validità delle proposizioni geometriche non può essere fondata su di una intuizione pura semplicemente perché lo spazio della geometria non è affatto intuitivo in quanto non vi è un solo spazio intuitivo ma ve ne sono molti, tanti quanti sono i sensi spaziali posseduti : dunque vi è uno spazio ottico se non due (essendoci due occhi nell’uomo), uno spazio tattile, uno spazio delle sensazioni motorie. Tutti questi spazi sono tra loro radicalmente diversi. Lo spazio del geometra è invece uno solo e non è identico a nessuno degli spazi intuitivi. Esso è una costruzione concettuale che si forma con i dati spaziali dei singoli sensi e con l’ausilio del metodo delle coincidenze che coordina univocamente i singoli elementi degli spazi soggettivi. Questo a sua volta conduce alla formazione del concetti di “punto” nello spazio oggettivo.

Kant, continua Schlick, contrappone allo spazio intuitivo l’ordinamento non noto delle cose in sé. Invece noi abbiamo esperienza di diversi spazi intuitivi e ad essi contrapponiamo l’ordinamento dei corpi fisici che è appunto lo spazio geometrico. Negli spazi intuitivi gli assiomi geometrici non valgono : lo spazio della vista è uno spazio riemanniano, mentre lo spazio delle sensazioni tattili e muscolari forse non è euclideo. Perciò, conclude Schlick, la geometria non mantiene la sua validità quando ai suoi concetti si attribuisce un senso intuitivo. Alla nostra intuizione di spazio non sono peculiari determinati assiomi geometrici. Noi non possediamo alcuna intuizione dello spazio geometrico : questo è una configurazione concettuale che si costruisce così che possiamo, con il suo ausilio, formulare le leggi di natura nella forma più semplice possibile.

Questa costruzione e scelta degli assiomi non è che abbia luogo solo ad un certo stadio di sviluppo della fisica, perché già le esperienze della vita quotidiana sono riccamente permeate di una conoscenza di legalità di natura ed anche il concetto di “corpo” non potrebbe venire in essere senza certi concetti geometrici. Il punto di vista indicato guida l’uomo inconsciamente cosicché c’è bisogno di acute indagini per arrivare a conoscere che siamo guidati da un tale punto di vista.

La geometria euclidea, che era quella della vita quotidiana, sembrava dovesse fare da base per tutti gli scopi della scienza della natura. Ma la relatività einsteiniana pensa che la più esatta descrizione della natura implichi una geometria diversa dipendente dal potenziale di gravitazione del luogo preso in esame.

Schlick ribadisce poi che la descrizione fisicale della natura non è vincolata ad una particolare geometria : la scelta degli assiomi geometrici è a nostra descrizione ed in genere scegliamo gli assiomi che conducono a leggi fisiche di massima semplicità. Gli assiomi insomma sono definizioni e la geometria, sia come scienza di concetti che come scienza dello spazio, non procede da proposizioni sintetiche a priori ma da convenzioni, da definizioni implicite.

All’interno di queste definizioni la geometria ha carattere analitico. Ma le nostre asserzioni sui rapporti spaziali reali non appartengono alle geometria pura, ma alla sua applicazione a materiale empirico. Dunque hanno carattere sintetico a posteriori e solo l’esperienza decide della loro validità. Lo spazio geometrico è un espediente concettuale per designare l’ordinamento del reale : non c’è intuizione pura di tale spazio, né su di esso vi sono proposizioni sintetiche a priori.

 

 

La questione dell’aritmetica

 

Schlick poi sposta la sua attenzione sull’aritmetica : troviamo forse tra le proposizioni dell’aritmetica quei giudizi sintetici a priori che si sono cercati invano nella geometria ?

Kant ha erroneamente pensato che l’intuizione di tempo potesse svolgere per l’aritmetica un ruolo analogo a quello dell’intuizione di spazio per la geometria. Schlick obietta che il tempo è richiesto certo per il contare, ma la relazione è psicologica non epistemologica, poiché tutti gli altri atti psichici si compiono nel tempo. Anche la scrittura dei numeri è psicologicamente ma non epistemologicamente collegata allo spazio.

La dimostrazione del carattere analitico-deduttivo della geometria pura, ossia la dimostrazione della derivabilità di tutte le sue proposizioni da definizioni implicite fu fornita da Hilbert dietro il presupposto che l’aritmetica rappresentasse un insieme di verità esente da contraddizioni e consistente solo di giudizi analitici su concetti definiti implicitamente.

Che tutte le proposizioni aritmetiche si lasciassero derivare da un piccolo numero di assiomi non era da mettere in dubbio. Ma che questi assiomi possano essere concepiti come definizioni implicite dei concetti aritmetici fondamentali (in particolare i numeri) è dimostrato solo una volta che sia  mostrata l’incontraddittorietà di tali assiomi, in quanto giudizi che si contraddicono non definiscono nulla. Hilbert con Bernays è riuscito in geniali lavori a realizzare nell’essenziale questa dimostrazione e con ciò la natura analitica dei giudizi aritmetici è assicurata, giacché la loro validità non si basa sull’intuizione,. Quest’ultima  non è base della validità, ma mezzo per la comprensione dei giudizi aritmetici, per cui essi non hanno una funzione epistemologica, ma solo psicologica.

 

 

 

 

 Kant, la matematica e le scienze 

Schlick dice poi che, parlando di geometria, si deve distinguere tra pura scienza di concetti e scienza dello spazio. Tale duplicità non sembra sussistere nel caso dell’aritmetica, anche se potrebbe sembrare che il concetto hilbertiano (formalistico) di numero, consistente nel soddisfare certi assiomi,  sia analogo alla geometria pura, mentre il concetto russelliano (contenutistico) di numero inteso come classe di classi sarebbe analogo a quello della scienza dello spazio. In realtà obietta Schlick il numero hilbertiano è lo stesso che quello russelliano.

Egli dice poi che non vi sono molti altri giudizi il cui fondamento sarebbe un’intuizione  pura di tempo e quei pochi hanno più un ambito psicologistico che non logico. Il tempo psicologico non è quello matematico e quest’ultimo è una costruzione concettuale che, come lo spazio astratto, permette una formulazione semplificata delle leggi di natura. La Relatività pure ha contribuito a tale versione più astratta del tempo, versione che permette di pensare ad un tempo che non scorre uniforme e a differenti misure di tempo, a secondo dello stato di moto del sistema a cui viene riferita la descrizione dei processi di natura.

Dunque, Schlick conclude che spazio e tempo non sono forme a priori dell’intuizione, nel senso che renderebbero possibili dei giudizi sintetici universalmente validi. I fondamentali giudizi spaziali e temporali delle scienze esatte non hanno carattere sintetico a priori, né c’è la possibilità di una conoscenza di realtà apoditticamente valida.

 

 

 

 

 

Scienze di concetti e sintetico a priori

C’è un’ambiguità in chi sostiene il carattere non sintetico delle conoscenze logico matematiche : c’è chi dice che si tratta di una conoscenza che non riguarda il reale, c’è chi dice invece che non si tratta affatto di un incremento di conoscenze (giocando magari su di una distinzione fasulla tra conoscenza ed incremento di conoscenza)Inoltre la concezione della conoscenza come ri-conoscimento è troppo generica e vaga e si presta a malintesi. In secondo luogo non è che i concetti legati alla realtà siano inesatti : essi in sé sono esatti come i concetti slegati dalla realtà. È il criterio di validità ad essere diverso : per i concetti slegati dalla realtà basta la coerenza sintattica, per i concetti empirici invece è il rapporto problematico con un flusso d’esperienza che va per conto proprio.

Quanto al tentativo di Kant egli ci fornisce una teoria possibile che garantisca una conoscenza universalmente valida, ma non ci garantisce una conoscenza universalmente valida. Essa teoria dunque non si differenzia da una qualsiasi teoria metafisica. Dunque il criticismo kantiano presuppone un’altra forma di dogmatismo. Kant presuppone i principi a priori ma non li dimostra e la sua definizione di esperienza presuppone questi principi cosicché l’esperienza non potrà mai sconfessare i principi stessi.

Infine le leggi degli oggetti d’esperienza non equivalgono alle leggi dell’esperienza stessa : nel naturalismo la fisiologia della conoscenza non ricapitola la cosmologia.

Quanto alla natura di scienza dello spazio della geometria Schlick fa confusione perché pensa che, se gli assiomi sono sintetici ed i teoremi seguano analiticamente dagli assiomi (e siano logicamente equivalenti ad essi), anche i teoremi siano sintetici. Ma i teoremi sono L-equivalenti agli assiomi, ma proprio per questo epistemologicamente differenti da essi (in quanto analitici).

Inoltre non si può ridurre lo spazio geometrico ad ausilio per la fisica e le scienze naturali : la geometria è una disciplina autonoma. Ci si deve domandare anche se la conoscenza inconscia della legalità di natura rimanga sempre una conoscenza e se, essendo inconscia, non sia in un certo senso un apriori per quanto problematico e storicizzato.

Ancora, come l’applicazione della geometria può essere sottoposta a verifica empirica se si può valutare solo la semplicità delle leggi fisiche a cui una scelta di assiomi può condurre ? Schlick qui si contraddice perché da un lato parla di convenzionalismo (non solo della geometria pura, ma anche di quella applicata) e dall’altro di verifica empirica. Infine se esiste una geometria pura, lo spazio geometrico non è solo un espediente concettuale per designare l’ordinamento del reale.

Ci dobbiamo chiedere anche se la non contraddittorietà degli assiomi tra loro non valga anche a prescindere dal fatto se gli assiomi siano concepibili come definizioni implicite.

Inoltre la prova di Godel rimette in corsa la concezione della matematica come sintesi apriori kantiana (come crede Odifreddi) ? E se fosse così come s’introdurrebbe in tale discorso neokantiano una nozione come l’intuizione pura ?

Perché poi un mezzo per la comprensione non è immediatamente una base di validità ? L’apprendimento di una nozione non passa per la rappresentazione di cosa succederebbe se esso fosse, in un qualsiasi senso, vera ?

Ancora, per quanto riguarda il rapporto tra dimensione numerica e dimensione temporale, notiamo che per Bergson la separazione tra tempo soggettivo e tempo oggettivo è una sorta di dramma filosofico. Perché per Schlick no ? A nostro parere il concetto di ordine asimmetrico collega tra di loro i concetti di numero, spazio e tempo : il numero non si riduce a spazio e tempo e tuttavia tra di essi c’è un legame non del tutto contingente.

Da che deduce Schlick infine che il numero secondo Hilbert equivalga al numero secondo Russell ?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


31 maggio 2010

Tempo e spazio in Schlick

           

 

Tempo oggettivo e tempo soggettivo

 

Schlick dice che, dato che la temporalità è criterio di realtà, anche questo mondo “trascendente” reale deve essere temporale e dunque sarebbe errato l’assunto kantiano per cui spazio e tempo sono mere forme della nostra intuizione.

Egli distingue (come fa anche Bergson) tra vissuto soggettivo della successione temporale e determinazione temporale oggettiva :

A)    Il vissuto temporale è un che di immediatamente dato, di intuitivo, indefinibile ed indescrivibile. Insomma un mutevole fattore qualitativo che non fornisce nessuna determinazione oggettiva di intervalli nella sequenza di eventi. Esso è l’oggetto della psicologia (coscienza del tempo) ma non può essere un mezzo per misurare il tempo.

B)    La misurazione del tempo, la sua determinazione oggettiva avviene :

·         Con la scelta di processi periodici (passaggio di una stella attraverso il meridiano, coincidenza di una lancetta dell’orologio con un determinato punto del quadrante etc etc) i quali diventano punti di riferimento fissi nel decorso continuo dei nostri vissuti e che designiamo per mezzo di numeri.

·         In tal modo coordiniamo a tutti gli eventi una varietà unidimensionale, una configurazione puramente concettuale nella quale una volta scelti il punto di partenza ed il sistema di riferimento, ad ogni processo corrisponde in termini numerici (data, ore, secondi) una posizione determinata.

·         Questa serie continua può e deve venire estesa anche oltre la realtà data ed impiegata per l’ordinamento della realtà non data. Questa era la ragione per cui tale tipo di ordinamento poteva servire come criterio di realtà.

·         Nel regno della coscienza, ad ogni intervallo tra due numeri di quella varietà unidimensionale, corrisponde una differenza in quel fattore qualitativo della coscienza del tempo, in un vissuto cioè fatto di “subito”, “tra poco” etc etc. Naturalmente in riferimento alla realtà trascendente un tale fattore non viene esperito.

Kant, secondo Schlick, ha confuso tra vissuto intuitivo ed ordinamento concettuale, ma chi effettua la separazione deve chiedersi se la temporalità negata dai soggetti visti al mondo del reale è quella del vissuto della durata oppure è il mero ordinamento oggettivo. A tal proposito, Schlick asserisce che, nel criterio di realtà da lui elaborato, il tempo va inteso non come vissuto, ma come ordinamento concettuale : un oggetto è reale, se le interconnessioni dell’esperienza rendono necessario assegnargli una posizione determinata nella serie unidimensionale che noi coordiniamo alla successione esperita.

Schlick poi dice che l’ordinamento del continuo unidimensionale non designa soltanto l’ordinamento temporale del reale, ma può essere impiegato anche per l’ordinamento di altre datità intuitive (le altezze dei suoni, l’intensità di una sensazione). Tuttavia l’ordinamento temporale è qualcosa di unico che si riferisce ad una proprietà unitaria indivisa che inerisce a tutti i vissuti (questa è la considerazione anche di Kant).

Perciò dice Schlick è fuorviante parlare (come fa Mach) di una sensazione del tempo, in quanto si può parlare di sensazione solo in riferimento ad un determinato organo di senso. Inoltre, quando odo un suono, la percezione non consiste della percezione del suono più la percezione della durata, giacchè la durata è connessa con la percezione del suono altrettanto inseparabilmente quanto lo sono l’altezza e l’intensità del suono stesso. Infine la durata come proprietà inerisce non solo alle sensazioni, ma a tutti i vissuti e non c’è solo qualche organo sensoriale ad avere la sensazione del tempo, ma è l’intero Io che esperisce il tempo. La temporalità infatti svolge un ruolo peculiare per l’unità di coscienza ed il nesso mnemonico, che costituisce l’unità di coscienza, è un nesso temporale che fonda tanto la temporalità quanto l’unità di coscienza.

 

 

L’ordinamento temporale oggettivo

 

Schlick poi dice che l’ordinamento temporale oggettivo si riferisce anche alla dimensione realistica del mondo ed a ciò lo rende atto la sua natura puramente concettuale di segno. L’oggettiva validità della serie temporale è fondata sul fatto che un ordinamento del genere è superiore a tutti gli altri e ad esso vengono ricondotti i principi col cui ausilio viene costruito il sistema concettuale con cui designiamo i fatti del mondo.

Schlick aggiunge che i concetti con i quali ordiniamo temporalmente tutte le esperienze sono applicabili al mondo del reale, ma ciò non implica che essi, anche nell’applicazione realistica, abbiano il contenuto intuitivo che, nel loro uso immanente (fenomenologico), è costituito dalla temporalità del vissuto. Nel mondo reale, si domanda Schlick, si distingue l’ordinamento dei punti temporali da quello dei punti spaziali su di una linea ? Oppure il correlato realistico della successione temporale è solo un ordinamento non intuitivo conoscibile tramite concetti ?

Schlick a tal proposito dice che la tesi dell’oggettività del tempo intuitivo (sostenuta da Lotze) non è sostenibile in quanto l’ordinamento trascendente in quanto tale non può mai essere appreso intuitivamente (razionalismo). Schlick aggiunge che processi, a cui oggettivamente viene ascritta uguale durata, possono connettersi con vissuti differenti di temporalità (un’ora può infatti passare più o meno lentamente). Di principio non sussiste alcun limite alla variabilità della velocità che una coscienza soggettivamente ascrive ai processi. Possono esserci diverse immagini del mondo che si possono dare, a seconda che per esso si condensino una più o meno grande varietà di esperienze vissute. Ad es. se la nostra vita si condensasse in mezz’ora, le piante sarebbero per noi immutabili quanto lo sono le montagne. Se quindi in un solo e medesimo tempo oggettivo può venire esperito in tanti modi diversi, quale intuizione del tempo sarebbe reale ?

In realtà non sarebbe reale nessuna di queste intuizioni ed un corso oggettivo di processi non potrebbe essere né veloce né lento.

Schlick poi dice che per il tempo esperito c’è un momento che si distingue su tutti gli altri e cioè il presente, che solo siamo soliti chiamare reale. Tale privilegio non ha realisticamente senso : nel mondo reale realtà passata e realtà futura sono reali allo stesso titolo della realtà presente. Anche la Relatività di Einstein ci insegna che il concetto di simultaneità è un concetto relativo allo stato di moto dell’osservatore. Pertanto, se si riuniscono tutti gli eventi del mondo che sono presenti in un presente onnicomprensivo, tale riunione dipenderà dal sistema fisico rispetto a cui essa viene pensata come intrapresa. Fissare cioè uno stato totale del mondo come presentemente reale non è possibile in modo univoco. La distinzione tra passato, presente e futuro è soggettiva (Agostino). Per la Relatività, nella descrizione oggettiva del mondo, le determinazioni temporali dal punto di vista formali svolgono lo stesso ruolo delle determinazioni spaziali. Rispetto alla questione dell’oggettività, spazio e tempo stanno sullo stesso piano.

Schlick poi analizza un’altra argomentazione (di Mongrè) a favore della soggettività della temporalità vissuta :

  • Si immagini la corrente dei contenuti di coscienza scomposta in segmenti consecutivi ed i singoli segmenti scambiati di posto l’uno con l’altro, cosicché l’ordine di successione dei nostri vissuti ne risulti sconvolto.
  • Non ci sarebbe nessuna differenza però per il nostro esperire un tale riordinamento e si riterrebbe che i nostri vissuti abbiano mantenuto l’ordine di successione che avevano prima.
  • Infatti, prendiamo un qualunque momentaneo stato di coscienza : da cosa sappiamo che certi vissuti lo hanno preceduto e certi altri gli succederanno ?
  • Dal fatto che, in quello stato di coscienza, sono contenute determinate componenti designate come “ricordo di eventi passati” ed altri come “aspettativa di eventi a venire”.
  • Dunque, non appena avessimo presente quello stato di coscienza, dovremmo anche credere di avere esperito il passato custodito in esso come ricordo del tutto indipendentemente da quali vissuti abbiano realmente preceduto quello stato di coscienza.
  • Ma una variazione nella corrente dei vissuti che non venga esperita è una variazione fittizia.
  • Tutto questo vale solo, dice Schlick, se è permesso immaginarsi la corrente di coscienza scomposta in segmenti rigorosamente separati. Se ciò è tuttavia ammissibile, ne risulta che una vera successione intuitiva non viene mai esperita neppure nella coscienza stessa.
  • Solo differenze qualitative tra i contenuti di coscienza sono presenti e possono procurare il fondamento per il processo puramente logico dell’ordinamento unidimensionale del dato.
  • Date queste circostanze, è chiaro che non si dovrebbe parlare di esistenza oggettiva della temporalità intuitiva, mentre la coordinazione del continuo concettuale unidimensionale è più plausibile perché si manifesta già con l’ordinamento del dato.

 

 

La soggettività dello spazio

 

Schlick, a proposito della soggettività dello spazio fenomenologico, accenna alla distinzione tra  il sistema dei giudizi e dei concetti puri, in cui ciò che conta sono le mutue relazioni logiche, e il sistema di configurazioni intuitivamente spaziali ed i loro rapporti con cui i concetti e i giudizi puri sono coordinati. Si è in passato fatto notare che alle stesse ipotesi geometriche poteva essere dato un contenuto intuitivo vario per cui nessuno di questi contenuti appartiene essenzialmente a quelle proposizioni. I concetti sono meri segni per gli oggetti ed il significato che conviene ad un segno non è mai insito in esso come qualcosa di essenziale, ma viene ad esso conferito sempre soltanto attraverso l’atto della designazione.

Schlick dice che, se un oggetto lo ordiniamo entro un sistema tridimensionale di riferimento, con ciò non è ancora detto che a tale oggetto si debbano ascrivere proprietà spaziali intuitive. Potrebbe essere (come voleva Kant) che la spazialità competa solo alle nostre rappresentazioni sensibili e non sia affatto una proprietà della realtà trascendente. Non di meno, l’ordinamento dell’una, come dell’altra, può essere espresso per mezzo dello stesso sistema ternario di numeri ed in questa misura si tratta di un solo e medesimo ordinamento. Dapprima però ci è lecito designarlo come un ordinamento spaziale solo laddove esso rientri nella realtà esperita. Non si ha diritto di ascrivere alle cose in sé un’esistenza nello spazio, se questa parola significa qualcosa di intuitivo, giacchè il mondo trascendente a noi non è intuitivamente noto. Se non si facesse la distinzione tra relazione intuitiva ed ordinamento concettuale (e si volesse nel contempo credere che la prima sia sempre data insieme al secondo e costituisca il suo contenuto essenziale), si dovrebbe necessariamente concludere che il mondo reale è in effetti nello spazio. Un filosofo che non fa questa distinzione è Eduard von Hartmann, per il quale lo spazio della nostra intuizione è il solo oggetto che rientra nella definizione di “sistemi di riferimento quantitativi, tridimensionali, continui e commutabili nelle loro misure”. Questo però, argomenta Schlick, è completamente sbagliato dal momento che si trova, nell’aggregato di tutte le triple di numeri, una varietà che rientra ugualmente bene nel concetto indicato senza avere in sé tuttavia la caratteristica della spazialità.

Cosa infatti ci costringerebbe a concepire un numero come un intervallo intuitivamente rappresentabile di coordinate ?

Schlick aggiunge che di principio è impossibile definire lo spazio solo concettualmente. Ad un essere che non possedesse alcuna esperienza sensitivo-spaziale, potrebbe venir reso chiaro, mediante concetti, cosa sia lo spazio altrettanto poco quanto, ad un individuo nato cieco, potrebbe venir data una rappresentazione del giallo e del rosso mediante una semplice definizione.

 

 

La molteplicità di spazi percettivi

 

Si possono certo definire concetti di varietà cosicché lo spazio intuitivo cada sotto di essi, ma tale carattere intuitivo non può essere colto dalla definizione e perciò saranno pensabili altri oggetti nei quali il carattere intuitivo è sostituito da un altro che cade anch’esso sotto il concetto. Quindi, anche se l’ordinamento reale delle cose appartiene allo stesso tipo di varietà cui appartiene l’ordinamento spaziale delle nostre rappresentazioni percettive, da ciò non segue che debba venire attribuita anche ad esso spazialità nel senso intuitivo.

Fino ad un certo punto, secondo Schlick, per determinazione spaziale s’intendeva solo un attribuzione di qualità spazio-temporali come ci sono note dall’intuizione sensibile (le qualità primarie di Locke). Ma le qualità primarie sono considerabili ancora come oggettive ?

A  tal proposito Schlick dice di no, in quanto l’ordinamento oggettivo è uno solo, mentre di spazi percettivi ve ne sono molti. Egli dice che c’è sia uno spazio della vista che uno spazio del tatto ed uno spazio delle sensazioni motorie : ognuno di questi non somiglia all’altro. I vissuti della percezione di una forma sono diversi da quelli di una percezione tattile. Né si può isolare una qualità comune ad entrambi i vissuti che sia isolabile da essi come qualità propriamente spaziale. Schlick cita i casi di ciechi nati e poi operati che riscontrano una differenza totale tra spazio motorio e spazio visivo. Riehl dice che tutte le componenti fondamentali per la costruzione dello spazio (movimento, forma, grandezza, direzione) sono diverse per i due sensi e le rappresentazioni rispettive non hanno legame se non quello istituito dall’esperienza. Schlick aggiunge a questo che il collegamento tra diversi domini sensoriali avviene in modo che, a determinati dati spaziali (ad es. vista) corrispondono sempre certi dati degli altri sensi (ad es. vedo la lampada e tocco la lampada). In tal modo le esperienze spaziali dei diversi domini di senso sono fra loro univocamente coordinate e sono inseribili in un solo e medesimo sistema di riferimento. Il fatto che un cieco scrisse un testo di geometria intelligibile per chi vede era dovuto alla differenza tra spazio intuitivo e spazio concettuale.

Mach dice che tutti i sistemi di sensazioni dello spazio sono collegati da un comune vincolo associativo e cioè i movimenti che essi servono a dirigere. Schlick dice che, quando molte differenti qualità hanno uguale diritto ad essere ascritte alla cosa, è questo un segno che ad esse non competerebbe nessuna di tali qualità. Percezioni differenti non corrispondono solo a differenti domini di senso, ma anche a posizioni e distanze diverse all’interno dello stesso dominio. Dunque è sbagliato dire, come faceva Locke, che i diversi sensi ci forniscano le stesse testimonianze circa le proprietà spaziali delle cose.

Schlick dice che alcuni negherebbero il fatto che ci sia uno spazio della vista, uno del tatto etc, e dicono che lo spazio è il prodotto di fusione tra dati dei differenti domini sensoriali e dunque la rappresentazione dello spazio sarebbe comunque una. Schlick a tale argomento obietta che le rappresentazioni diverse sono associate tra loro, ma non si fondono non più di quanto la rappresentazione di una parola consista delle rappresentazioni del suono, dell’immagine grafica etc. per la formazione dell’intuizione di spazio non è affatto richiesto un concorso associativo di rappresentazioni da tutti i disparati domini di senso, perché altrimenti il cieco non potrebbe avere alcuna intuizione di spazio. Invece quest’ultimo ci è dato in più modi intuitivi differenti tra loro e tale differenza è segno della sua soggettività.

Schlick poi analizza l’ipotesi per cui solo uno degli spazi percettivi si applicherebbe alla realtà epistemologica, mentre gli altri sarebbero soggettivi. A questa tesi egli obietta che le qualità interne ad uno degli spazi percettivi presentano comunque incongruenze. Ad es. si prenda lo spazio percettivo visivo : in questo spazio ci sono date intuitivamente tutte le proprietà con cui noi dotiamo concettualmente l’ordinamento oggettivo delle cose ? Il nostro spazio ottico è quello fisico ?

Schlick lo nega recisamente. Infatti in primo luogo due linee sono a volte oggettivamente uguali anche quando sembrano diverse. In secondo luogo lo spazio ottico è non-euclideo, ma le esperienze si lasciano conciliare senza contraddizione in quello euclideo in quanto lo stesso sistema concettuale di ordinamento può essere posto alla base della descrizione dell’uno come dell’altro. La struttura dello spazio visivo diventa più complicata in quanto vediamo con due occhi e giriamo liberamente testa e corpo. Dunque lo spazio fisico-oggettivo non è identico allo spazio visivo : il primo lo possiamo concepire come una struttura concettuale erigibile sulla base dello spazio visivo dietro sacrificio dell’intuitività.

Schlick poi analizza la tesi per cui lo spazio percettivo oggettivo sarebbe quello tattile, ma Schlick obietta che lo spazio del tatto è ancor più vago di quello della vista e poiché esso è esteso su tutta la pelle, allora un solo e medesimo dato fisico-spaziale (es. la distanza tra due punte aperte di un compasso) lo si può presentificare in modo diverso a seconda del punto del corpo in cui le sensazioni hanno luogo.

Schlick poi analizza la tesi per cui lo spazio percettivo primario sarebbe quello senso-motorio. Secondo Heymans in questa classe di sensazioni c’è il fondamento dello spazio fisico euclideo in cui la scienza della natura ordina gli oggetti. Heymans assume che vi siano solo tre coppie qualitativamente diverse di sensazioni motorie (o sentimenti di direzione) corrispondenti alle coppie di concetti davanti-dietro, sinistra-destra, sopra-sotto e dice che i dati non meglio determinati per cui il cieco nato distingue tra direzioni diverse sono la qualità e la quantità del sentimento motorio.

Schlick obietta a tale tesi che le tre coppie di sentimenti di direzione poco hanno a che fare con la tridimensionalità dello spazio e aggiunge che le sensazioni motorie come tutte le grandezze psichiche non sono grandezze estensive, divisibili e combinabili in un’altra sensazione. Per rendere tali sensazioni accessibili alla descrizione quantitativa e al sistema degli elementi qualitativamente diversi, esse devono essere coordinate in un sistema numerico e come ciò avvenga è pienamente arbitrario (così come la scala delle temperature). Heymans, scegliendo il sistema numerico in modo che i numeri che servono da misura per i sentimenti motori si comportano da coordinate cartesiane, ma qualsivoglia altra coordinazione avrebbe reso giustizia ai fatti. Le operazioni di dimostrazione che nel suo sistema valgono gli assiomi della geometria, non fanno che svolgere ciò che è contenuto nelle presupposizioni da lui introdotte. Esse non hanno niente a che vedere con le sensazioni motorie. Perciò, conclude Schlick, lo spazio cinestetico anch’esso non è identico allo spazio fisico-oggettivo, ma è un continuum intuitivo, occasione per la costruzione concettuale dell’ordinamento oggettivo delle cose con cui i suoi dati corrispondono univocamente (allo stesso modo che altri spazio percettivi). Così ci si può rendere edotti della differenza tra ordinamento concettuale e configurazione intuitiva.

Schlick riassume le sue tesi in questo modo : lo spazio fisico e quindi le proprietà spaziali dei corpi fisici non sono intuitivamente rappresentabili e dunque le proprietà spaziali dei contenuti di rappresentazione non sono identiche a quelle degli oggetti fisici. Tale spazio fisico è al tempo stesso lo spazio metafisico in quanto rappresenta lo schema di ordinamento delle cose in sé.

Schlick fa l’esempio di un corpo fisico a forma di cubo che si offre alla percezione visualmente (con diverse prospettive) e tattilmente (facendo scorrere la mano sui suoi spigoli).

Ne risultano infiniti dati intuitivi rispetto ai quali la forma oggettiva del cubo è uno schema che li riporta tutti ad una formula e che non contiene più nessuno dei dati intuitivi, in quanto questi dipendono dalla posizione relativa del cubo rispetto agli organi di senso periferici. Tutte queste dipendenze nello schema sono completamente eliminate e così le intuizioni dello spazio (che sono soggettive) e rimane quell’ordinamento oggettivo che non dovrebbe più nemmeno essere designato come spaziale. Naturalmente con l’esclusione del “soggettivo”, continua Schlick, non è del tutto esclusa la relatività in quanto l’oggettivo non è necessariamente assoluto, dal momento che possono continuare a sussistere delle relatività che si basano sul rapporto dei corpi fisici tra loro (ad es. nelle misurazioni concrete), ma questi problemi appartengono alla filosofia della natura più che alla teoria della conoscenza.

 

 

Lo spazio in Kant e le cose in sé

 

Schlick poi accenna alla tesi di Kant sullo spazio e dice che :

I)                   Kant dice che lo spazio è intuizione pura, ma la sua nozione di intuizione pura non coincide con quello che designiamo come “intuitivo”.

II)                Kant basava la tesi dello spazio come forma a priori dell’intuizione pura sulla verità assoluta della geometria euclidea, ma tale assunto non è più condiviso

III)             Infine Kant fonda la soggettività di spazio e tempo sulla contraddizione in cui si involge la ragione se considera spazio e tempo come oggettivi. Per Schlick tali contraddizioni non sono così inevitabili, né se lo fossero la soluzione sarebbe per forza quella kantiana.

 

Schlick poi parte dalla conclusione circa la realtà delle cose in sé (con accezione diversa da quella kantiana) e dice che :

·         Le cose trascendenti sono intermediari reali tra i vissuti che mancano di connessione. Le realtà trascendenti costituiscono gli oggetti identici a cui si riferiscono parole de concetti dell’uomo nel suo rapporto con gli altri.

·         Il ruolo di tali oggetti identici non può essere assunto dai complessi di elementi (ossia dai fasci di qualità sensoriali) perché questo non sono mai gli stessi per differenti individui.

·         Tale fatto stabilito dalla fisiologia e dalla fisica, rende impossibile considerare le qualità di senso come proprietà delle cose in sé.

·         I concetti psicologici con cui designiamo le qualità di senso non li possiamo usare anche per la designazione degli oggetti trascendenti.

·         Questo lo fa il realismo ingenuo, che, attribuendo queste qualità agli oggetti in sé, conduce a contraddizioni asserendo determinazioni tra loro incompatibili.

·         Ad es. dichiarare del medesimo corpo che è rosso e non è rosso, freddo e non freddo.

 

 



Quale tempo ?

 

La tesi di Schlick secondo cui, essendo la temporalità criterio principale del reale, spazio e tempo non sono mere forme della nostra intuizione non spiega perché anche lo spazio sia assimilato al tempo e goda di questa interpretazione realistica.

A proposito dei processi periodici questi non sono (come dice Schlick) configurazioni puramente concettuali, ma processi fisici, naturali o artificiali, che vengono configurati come strumenti di misura di altri processi fisici. La misurazione è la messa in opera di una relazione ideale tra processi fisici. Inoltre dire che l’estensione dell’ordinamento temporale da ciò che è dato a ciò che non è dato è la ragione per cui la temporalità serve da criterio di realtà è una semplice petitio principii (Kant forse a questo proposito ha argomentato meglio).

Nel paragrafo in cui parla della temporalità del reale, Schlick mette le cose temporalmente determinate in connessione con il presente fenomenologicamente dato. Questo passaggio invece dà al reale un criterio temporale del tutto avulso dal vissuto e dunque bisognoso di ragioni filosofiche di tipo metafisico (perché l’interconnessione dell’esperienza è importante ? E perché l’interconnessione temporale è particolarmente importante ?)

Quanto all’ipotesi circa l’esistenza di una sensazione del tempo ed alcune proprietà di quest’ultimo, c’è da dire in primo luogo che non possono esserci sensazioni non legate ad un determinato organo di senso,  e che, per quanto si possa rendere oggettivo, il fatto che ci sia un ordine temporale è radicato sul vissuto soggettivo e dunque tale ordinamento non è completamente astraibile da questo vissuto e dalla generale dimensione della soggettività (dunque il reale è, contrariamente a quello che pensa Schlick, atemporale). Quanto alla durata di un fenomeno, essa non è già la correlazione tra questo fenomeno ed altri più brevi che si possono inserire in esso (come un’unità di misura all’interno di una lunghezza da misurare) ?

 

 

L’oggettività del tempo e l’arbitrio del significare

 

Quanto al carattere reale e fondamentale dell’ordinamento legato al tempo, ci sono due ipotesi : quella di Kant che si può ridurre all’argomento per cui riportando oggetti concettuali alla dimensione rappresentativa (legata alla proiezione del vissuto in forma rammemorativa o fantastica) il tempo costituisce un filtro ineliminabile. La seconda ipotesi è quella (propria di Schlick) della natura concettuale di segno dell’ordinamento temporale. Ma ciò vuol dire che per Schlick il concetto è ciò che si riferisce alla realtà che non è immediatamente data. E dunque che il concetto ha rilevanza ontologica.

Quanto alla soggettività con cui si percepisce il tempo, c’è da dire che altro è la durata soggettiva dei processi fenomenologici, altro è il rapporto (oggettivo ?) di successione tra diversi processi. Il caso è di domandarsi se ci sia una discrasia tra la percezione che noi percepiamo e quella che si verifica oggettivamente. Un processo può durare più o meno in riferimento al soggetto o allo strumento usato per misurarlo. Ad ogni momento usiamo diversi strumenti per misurare temporalmente un processo. L’oggettività dovrebbe trovarsi nel rapporto tra i due processi che vengono misurati. Ma cosa misura tale rapporto ? Uno dei processi ? Un terzo processo ? Cosa allora garantisce l’oggettività della misurazione ? Perché questa sincronizzazione riesce a verificarsi a livello sociale ?

Quanto alla Relatività di Einstein, essa porta ad una concezione multitemporale dell’orizzonte fenomenologico e ad una concezione atemporale della cosa in sé. Perciò la stessa concezione di Schlick della Relatività avvicina la teoria di Einstein ad una visione parmenidea di ciò che è, dove il prima e il dopo diventano soggettivi come la destra e la sinistra.

Per ciò che riguarda il carattere più oggettivo dell’ordinamento temporale concettuale rispetto alla temporalità intuitiva,  va detto che non ci sarebbe alterazione dell’ordine dei vissuti, se nel vissuto presente non fossero cambiati anche i contenuti dei ricordi. In caso contrario non sarebbe cambiato l’ordine soggettivo dei vissuti, ma semplicemente l’ordine oggettivo degli eventi. Questo si evidenzia proprio dal fatto che il ragionamento di Schlick si conclude paradossalmente con la negazione stessa dell’ordine dei vissuti. Il vissuto del passato è il ricordo e dunque l’alterazione dell’ordine temporale provoca anche un alterazione dei ricordi. Per quanto riguarda le aspettative il discorso è più complicato, in quanto esse sono molte rispetto ai ricordi ed alle percezioni che tendono invece a convergere verso un’unica descrizione.

Quanto al carattere meramente segnico dei concetti c’è una via di mezzo tra il considerare le rappresentazioni come essenziali ed il considerare il significato come mero conferimento convenzionale attraverso l’atto di designazione. Infatti le rappresentazioni si unificano nei concetti e non tutte però intorno agli stessi concetti. Dunque ci sono diversi concetti, la cui differenza è oggettiva e coincide con la differenza tra sinn, cioè con l’ordo idearum. Schlick invece fa dell’atto di significare un qualcosa di completamente arbitrario.

 

 

La molteplicità degli spazi percettivi è oggettiva

 

Circa invece la spazialità intuitiva ed il sistema tridimensionale di riferimento, Schlick ha ragione ad evidenziare come un sistema ternario di numeri costituisca solo una classe di oggetti, uno dei quali è lo spazio intuitivamente inteso. Ma dire che la realtà in sé non sia spaziale sembra essere una caduta in una forma di errore opposto ma speculare.

E’ sicuro poi Schlick che un ordinamento oggettivo non possa concretizzarsi, senza con questo violare il principio di non contraddizione, in diversi spazi percettivi ? Schlick vuole dire che lo spaziale non è intuitivo ? E ciò lo rende oggettivo ? E di spazialità che non sia visiva o motoria non si può parlare solo in termini metaforici ? Che cosa c’entrano i vissuti esemplificati da Schlick con la spazialità ? Non è che gli spazi sensoriali sono diversi perché ognuno di essi ricomprende diverse relazioni spaziali sintetizzando così ordinamenti parziali e distinti ?

L’esempio poi dei ciechi nati che vengono operati e riacquistano la vista, riscontrando una differenza totale tra spazio motorio e spazio visivo indica solo che i criteri di orientamento seguendo informazioni motorie sono del tutto diversi dai criteri di orientamento visivi.

Quanto alla tesi di Riehl per cui tutte le componenti fondamentali per la costruzione dello spazio sono diversi per vista e tatto e le rispettive rappresentazioni non hanno legame se non quello istituito dall’esperienza, c’è da precisare che la forma si può definire come occupazione di uno spazio, la direzione come una relazione tra due forme, mentre il movimento è un complesso di spazio e tempo direzionati. Ma tali elementi presuppongono lo spazio, non lo costituiscono. In realtà l’integrabilità dei diversi spazi percettivi è data forse dalla loro incompletezza, dalla loro apertura. Schlick però sembra interpretare (senza ragione plausibile a nostro dire) i dati tattili o visivi come dati spaziali del tatto o della vista. Tale riflesso condizionato alla fine risulta essere retorica fuorviante. In realtà sembra che lo spazio non sia un’intuizione, ma qualcosa di percettivo (ordinamento concreto) ma non di sensoriale, bensì di concettuale. Dunque il concetto si manifesta nella percezione ?

Quanto alla differenza tra spazio intuitivo e spazio concettuale, sembra utile domandarsi perché la geometria non sembri avere niente a che vedere con lo spazio percettivo o perché per Schlick altri spazi sensoriali non visivi siano irrilevanti per la geometria. Inoltre i movimenti diretti dalle sensazioni spaziali sono un vincolo di tipo non epistemologico ma pragmatico. Il fatto poi che la possibilità di ascrivere alle cose in sé molte differenti qualità renda queste ultime per niente inerenti alle cose dal punto di vista oggettivo è un presupposto dogmatico che andrebbe dimostrato ed è discutibile che esso derivi dall’applicazione del principio di non contraddizione.

Schlick inoltre sembra abbracciare l’idea (a nostro dire fasulla) che i diversi domini sensoriali diano informazioni spaziali tra loro incongruenti, ma il fatto che esse non siano identiche non implica che esse non siano integrabili.

Quanto alla negazione da parte di Schlick del concorso associativo di rappresentazioni per la formazione dell’intuizione di spazio, sembra giusto domandarsi se per Schlick la rappresentazione abbia un contenuto sensoriale e se la percezione non abbia nulla di concettuale. Egli non mette in conto la tesi che ogni spazio percettivo è un corredo di informazioni incompleto (più o meno ricco) ed integrabile con altri. Per cui tale tesi non impedisce al cieco di farsi un’idea dello spazio, né impedisce allo spazio di essere oggettivo ed ai singoli spazi percettivi di inerire oggettivamente alla realtà. Se ci fossero incongruenze all’interno di uno spazio percettivo, allora o questo spazio sarebbe inconsistente ( e dunque non sussisterebbe) oppure, se fosse possibile uno spazio percettivo con incongruenze, sarebbe possibile anche un oggetto che sia spazialmente configurato in maniera molteplice. E dunque sarebbe possibile una molteplicità di spazi oggettivamente inerenti alla realtà.

Quanto alla negazione di Schlick che lo spazio ottico equivalga a quello fisico va detto che :

·         Il fatto che due linee ci sembrano diverse non vuol dire che nello spazio intuitivo due linee appaiano diverse (può ben essere un errore di giudizio).

·         Il fatto che lo spazio visivo sia riemanniano non vuol dire niente. Inoltre com’è che, se lo spazio visivo è non euclideo, la geometria non euclidea sembra essere così controintuitiva ?

·         Se il medesimo spazio concettuale si adatta a due diversi tipi di spazi intuitivi, perché questi spazi intuitivi debbono essere tra loro incompatibili ?

Quando poi Schlick nega che lo spazio fisico coincida con lo spazio tattile, ci si deve domandare se sia giusto che nella sua analisi egli già presupponga l’immutabilità e l’oggettività della distanza tra due punte di un compasso. Una considerazione naturalistica di una facoltà sensoriale (legata al carattere esteso e pubblico dell’organo di senso del tatto) può essere inserita nella comparazione di tale facoltà (e del suo relativo spazio percettivo) con altre facoltà meno oggettivabili (e del loro correlativo spazio percettivo) ?

Circa la critica della tesi di  Heymans, è molto discutibile che le tre coppie di sensazioni motorie abbiano poco a che fare con la tridimensionalità dello spazio. Inoltre la geometria fenomenologica ipotizzata da Heymans può ben essere la radice delle geometrie assiomatiche successive.

Quanto alla tesi di Schlick per cui uno spazio concettuale può essere isomorfo con gli spazi intuitivi ma non è a sua volta uno spazio intuitivo, ci si può domandare se un qualcosa di isomorfo con uno spazio intuitivo non sia un concretizzarsi (e dunque un qualcosa di equivalente) in uno spazio intuitivo. Schlick poi dice che la traduzione di uno spazio percettivo in uno spazio concettuale non implica l’unicità a livello oggettivo di tale spazio percettivo. Ma perché allora la molteplicità di spazi percettivi equivale a sostenere la soggettività degli spazi percettivi stessi ? Da un lato è possibile la corrispondenza di più spazi percettivi ad uno spazio concettuale, ma d’altro canto non è possibile la sovrapposizione di più spazi percettivi ad una realtà oggettivisticamente considerata ?

Quanto all’esempio del cubo fatto da Schlick, va detto che l’aspetto sensoriale della cosa si può causalmente collegare alla relazione tra l’oggetto in sé e gli organi di senso, ma il contenuto informativo di tale aspetto (il suo sinn) non può essere ridotto a tale relazione causale.

 Quanto alla designazione come “spazio intelligibile” della collocazione delle cose in sé nella rete matematica con cui si rappresentano i rapporti spaziali, va detto che il termine è abbastanza calzante anche perché comunque la verifica di certe relazioni relative alla varietà pluridimensionale viene fatta rifacendosi alle proprietà spaziali intuitive.

 

 

 

 

 

La realtà delle cose in sé : una nostra tesi

 

Infine circa le conclusioni di Schlick sulla realtà delle cose in sé con accezione diversa da quella kantiana, la nostra ipotesi è la seguente :

1.      Gli oggetti in sé sono classi infinite di qualità.

2.      Ad ogni esperienza le classi infinite di qualità si prospettano in complessi finiti di qualità.

3.      Se non si adotta la tesi (1) non si spiega come si relazionino gli oggetti in sé con le qualità sensoriali e gli oggetti reali cominciano a somigliare alla cosa in sé, così come intesa da Kant e con tutte le aporie ad essa connesse.

4.      La fisiologia e la fisica non possono entrare nella riflessione filosofica sugli oggetti in sé, in quanto confondono il livello fenomenologico e quello fisico della questione. Infatti per spiegar l’esistenza degli oggetti fenomenologici usano ipotesi che vanno confermate con ulteriori osservazioni sugli oggetti fenomenologici, scatenando così un circolo vizioso e assimilando le cose in sé agli oggetti fenomenologici stessi.

5.      Le qualità sensoriali essendo il risultato di rapporti degli oggetti con altri oggetti (compresi i sistemi percettivi) non portano a contraddizioni.

6.      D’altronde le qualità sensoriali sono proprietà degli oggetti in sé, perché tali sono le relazioni che tali oggetti instaurano con gli altri. Gli oggetti in sé sono monadi conformemente ad una teoria monista delle relazioni interne.

 

 


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