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13 luglio 2009

Il dibattito sull'Iran all'interno di Rifondazione

 A proposito degli avvenimenti in corso in Iran, Marco Sferini ha scritto: “Dalla parte del popolo iraniano”.
Di quale popolo? Dei ceti medi urbani, colti e facoltosi, che reclamano (giuste) libertà civili per avvicinarsi ai modelli consumistici occidentali?
O dei ceti proletari, contadini, poveri che usufruiscono del sostegno statale, del prezzo politico del pane e di una seppur parziale redistribuzione del reddito e dei proventi del petrolio?
Dei gruppi che lamentano l’eccessivo intervento dello stato nella produzione e nella redistribuzione e che vogliono imporre una politica liberista di riduzione della spesa pubblica e di privatizzazioni?
Dei gruppi che reclamano giuste libertà civili ma che si prestano alla realizzazione di una nuova “rivoluzione arancione” (“verde”) filo occidentale?
So dei plotoni d’esecuzione sommari allestiti dagli islamici contro i comunisti iraniani, che avevano collaborato lealmente alla rivoluzione contro lo Scià e gli americani.
Conosco le torture inflitte al segretario del partito comunista iraniano dall’instaurato regime islamico.
So che il regime islamico impone una cappa maltollerata dalla società iraniana.
So che finora gli iraniani hanno usato una tattica adattativa nei confronti delle restrizioni, della corruzione e del dispotismo del regime.
Il regime è islamico e dispotico, ma c’è una diffusa istruzione pubblica e l’università zeppa di donne, anche se con il tanto vituperato velo.
Queste cose le ho sentite direttamente da un compagno iraniano.
Come ho sentito direttamente dallo stesso compagno iraniano del pane a prezzo politico, della parziale redistribuzione, anche in chiave islamica, del reddito, della politica pubblica di riorganizzazione dell’industria e della politica internazionale (contraddittoria) del regime (indipendenza dall’imperialismo occidentale e politica di potenza regionale).
Ora, le elezioni recenti ci hanno restituito esattamente questo quadro.
Gli iraniani si sono espressi su queste scelte vitali nell’unico modo loro concesso dal regime: nella scelta di due candidati entrambi islamici, espressione delle elites islamiche e che non rappresentano nette collocazioni alternative di classe. Tuttavia, su di essi si sono riversate due diverse tendenze, l’una legata alle classi più agiate e l’altra legata alle classi più povere.
Ci sono stati brogli?
Su questo si sta facendo molta propaganda pregiudiziale e poche dimostrazioni di fatti.
E’ giusto che il nostro partito dica: noi non siamo con il regime di Teheran, siamo contro il regime islamico, vogliamo elezioni alle quali possano partecipare anche altri partiti, come il partito comunista iraniano. Ma non possiamo dare appoggio incondizionato a queste proteste in atto. Non basta dire: noi siamo col popolo iraniano e non con Mousavi. Noi non possiamo chiudere gli occhi sulle conseguenze, non solo internazionali, ma anche di classe delle proteste in atto.
La posizione del partito mi sembra invece timida, superficiale e subalterna.
Spero, almeno, che il partito abbia preso qualche contatto con i compagni comunisti iraniani, prima di assumere posizioni ufficiali e di manifestare davanti all’ambasciata dell’Iran a Roma.


Mario Galati




Cari compagni di essere comunisti,

sono un nuovo iscritto a Rifondazione (non so per quanto viste le ultime dichiarazioni di Ferrero sul "polo della sinistra") e vi leggo più o meno ogni giorno. Non faccio parte di nessuna corrente, semplicemente sono iscritto a Rifondazione.

Le prese di posizione del partito riguardo alla questione iraniana hanno imbarazzato molto anche me, come il compagno Riccardo e ho fatto finta di non vedere le dichiarazioni che si limitavano a condannare la violenza della repressione, senza aggiungere altro.

La premessa fondamentale è che la nostra analisi deve essere necessariamente di classe e dobbiamo ragionare con le categorie dell'imperialismo, che hanno conferme quotidiane.

Quindi se questa è un confronto tra compagni, è fuori discussione che qualcuno difenda le teocrazie e gli assassini. Detto questo militiamo in un partito comunista e uno si aspetta, giustamente, che l'analisi vada un po' più in là e sia profonda e sappia dare risposte che vadano oltre le spiegazioni confortanti che siamo (troppo) abituati a leggere sui media nostrani.
Le similitudini che questa protesta iraniana ha con altre "rivoluzioni colorate" vanno ben oltre la semplice apparenza e la violenza della repressione va certamente condannata ma un partito comunista non può limitarsi a ciò e, anzi, se lo fa, commette un errore imperdonabile.

Compagni, nelle rivoluzioni colorate, c'è sicuramente tanta buona fede da parte di chi vi partecipa e ci (ri)mette anche la pelle ma i burattinai stanno altrove: l'intervento diretto nel finanziamento di questi movimenti da parte della CIA e di altri organi imperialisti più o meno esplicitamente legati a stati occidentali è molto di più di un semplice sospetto. Gli esempi sono purtroppo numerosi: apparte il sudamerica, abbiamo numerosi esempi in Europa a partire dalla Serbia anzitutto, fino all'Ucraina e alla Georgia. Ed esistono associazioni analoghe, che usano le stesse tecniche di mobilitazione genuine in altri stati balcanici e che sono profumatamente finanziate con soldi occidentali, pronte a scomparire o ad essere assorbite nel caso non succeda nulla, ma in caso contrario ad intervenire.
In effetti questa delle rivoluzioni colorate è una fine tecnica, la quale piuttosto che usare la violenza (tipico colpo di stato alla Pinochet) piuttosto la subisce, diventando molto più digeribile all'opinione pubblica occidentale sempre più convinta di essere il centro e il meglio del mondo e affamata di "esportazione della democrazia". Una bella invenzione dell'imperialismo, non c'è che dire.
I fatti iraniani non mi sembrano fare eccezione e forse testimoniano anche che più opzioni erano pronte da parte dell'amministrazione americana e che il cambio di presidente può anche avere avuto un'influenza sulla scelta poi effettuata, ma gli scopi restano i medesimi.
Inoltre, pensiamoci anche solo un attimo, i media occidentali stanno dedicando moltissimo spazio a queste proteste per canalizzare l'opinione pubblica, ma accadono fatti nel mondo che sono altrettanto gravi e nessuno se ne cura. L'attenzione deve essere alta perchè la pressione deve essere alta. Ricordo per esempio quando Otpor venne premiata ad MTV...

Quindi, cercando di concludere, se la nostra analisi deve essere non banale, profonda e di classe non può prescindere dal riconoscere il ruolo e gli scopi dell'imperialismo in questa vicenda. La posizione del partito, perciò, non può limitarsi a condannare le violenze ma alla nostra gente dobbiamo dire chiaramente chi c'è dietro questi giochi e quali sono i suoi obiettivi. Ciò ci renderà impopolari od esclusi di media perchè siamo cattivi? Beh, non me ne può fregare di meno, tanto la situazione attuale non è che sia migliore...
Beninteso che ciò non significa sposare le tesi negazioniste di Amadinejhad o difendere le teocrazie. Anzi, proprio il contrario, ma è esattamente con la coerenza di ogni nostra presa di posizione rispetto alle nostre categorie interpretative che lo si dimostra.

E' per questi motivi che trovo imbarazzante la presa di posizione da voi pubblicata nella home page del sito di "essere comunisti". Lungi da me sposare l'Iran in quanto antiamericano e antimperialista, perchè il muro di Berlino è caduto da un pezzo e ragionare "per stati" non funziona più da un pezzo... Ma se c'è una analisi semplicistica non è quella del compagno Riccardo, quanto piuttosto la vostra che si limita a dire, appunto "semplicemente con il popolo iraniano" e vi diro di più: un partito comunista che ha il cuore tenero e si limita a fare i sit-in di fronte all'ambasciata, senza fare il minimo sforzo per elevare il ragionamento della propria gente, fa molto comodo ai famosi burattinai.

Saluti Comunisti,
Andrea
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Caro compagno Andrea,
della tua nota critica è senz’altro condivisibile la richiesta di un maggiore approfondimento in merito alla questione iraniana. Ritengo che un utile passo in questa direzione sia fornito dalla pubblicazione da parte del sito di un ben argomentato e documentato contributo, datato 29-6-2009: “Gli antimperialisti nella trappola iraniana”. Ti invito quindi a leggerlo.
L’accordo con la tua lettera si ferma tuttavia qui. Infatti, proprio un’analisi “di classe” e l’invito a “ragionare con le categorie dell’imperialismo” conducono, a mio parere, a conclusioni diverse da quelle che tu (e non solo tu) trai. Tu stesso riconosci che “è fuori discussione che qualcuno difenda le teocrazie e gli assassini”, che ragionare con le categorie suddette “non significa sposare le tesi negazioniste di Ahmadinejhad o difendere le teocrazie”, che non è tua intenzione semplicemente “sposare l’Iran in quanto antiamericano e antimperialista”. Questo è chiaro. Del resto, sarebbe difficile per un comunista dimenticare che la Repubblica islamica dell’Iran ha massacrato, a partire dal 1981, migliaia di militanti della sinistra (anche comunista), ponendosi a tutela della proprietà privata, sopprimendo i sindacati, scatenando feroci repressioni contro i lavoratori, negando ai contadini anche l’ombra di una riforma agraria, instaurando un regime di terrore, opprimendo minoranze e sacramentando una delle legislazioni più reazionarie della storia planetaria in tema di diritti civili. Il rispetto delle differenze culturali e la relatività dei costumi non può evidentemente impedire di chiamare “fascista” un simile regime (di cui, fino a prova contraria, Ahmadinejad è ancora espressione); né può far dimenticare il fatto che la Rivoluzione d’Ottobre ha abituato noi comunisti ad usare il termine “rivoluzione” per significare un mutamento progressivo sul terreno dei rapporti sociali e, in generale, su quello dei diritti fondamentali della persona (è sempre utile ricordare che, ad esempio, nel 1918 si tenne il Primo Congresso delle donne lavoratrici russe dal quale nacque un organismo permanente per la promozione della partecipazione delle donne alla vita pubblica, per le iniziative sociali e la lotta all'analfabetismo: le donne ottennero il diritto di voto e di essere elette, il diritto all'istruzione, all'assistenza di maternità, a un salario eguale a quello degli uomini. Nel 1920 venne anche introdotto il divorzio e il diritto all’aborto). Pur se tu riconosci – implicitamente – tutto questo, tuttavia, per un verso, sembri escludere pregiudizialmente il fatto che possa sussistere un’opposizione legittima e di segno progressivo ad un tale regime e, per altro verso, affianchi a questa sottovalutazione un giudizio a mio parere semplificato e in definitiva sbagliato circa il ruolo dell’Iran nell’attuale contesto mediorientale.
In particolare, così come altre voci dell’anti-imperialismo militante, anche tu accosti l’attuale rivolta iraniana alle famigerate “rivoluzioni colorate” di matrice Cia, condotte secondo un’ormai ben sperimentato clichè di “esportazione della democrazia”. Su questo sito abbiamo a suo tempo dedicato al tema un’attenzione particolare, essendo immediatamente evidente il potenziale di disinformazione e di equivocità politica che tali “rivoluzioni” riversavano anche a sinistra, persino all’interno del nostro partito (cfr. ad esempio B. Steri, L’ “imperialismo democratico” al lavoro in Bielorussia, 25-3-2006). Ma ricondurre semplicemente la vicenda iraniana al suddetto contesto di “imperialismo soft” – contrapponendo l’ennesima “rivoluzione colorata” ad un regime supposto“oggettivamente antimperialista” – oltre a glissare sulla pesantezza della realtà interna dell’Iran, occulterebbe la vera portata del gioco condotto oggi dall’Iran sullo scacchiere mediorientale. Beninteso, non sarebbe affatto sorprendente che l’amm.ne statunitense appoggi il “riformista” Mousavi nel suo tentativo di delegittimazione istituzionale dell’attuale leadership iraniana: non ci facciamo alcuna illusione sulla personalità politica di questo outsider, già Primo ministro nonchè costruttore di stretti rapporti con la Cia ai tempi dell’affaire Iran/Contra (come documentano i rapporti del Pentagono). Si tratterebbe di una chiara e inammissibile ingerenza all’interno di quello che comunque resta “uno scontro tra i vertici della Repubblica iraniana, che vede contrapposti i poteri religiosi rappresentati da Khamenei e da Rafsanjani, uno scontro giocato tutto sulla pelle del popolo iraniano” (come recita l’appello firmato anche dal Prc).
In ogni caso, sul fronte interno, non può essere sopravvalutato il consenso “di classe” tributato ad Ahmadinejad, altra faccia della sottovalutazione di un persistente dissenso “di classe”: tanto più se accreditati sulla base di un sondaggio del ‘Washington Post’ condotto “per telefono da un Paese confinante, su un campione di 1.001 interviste su tutto l’Iran (…), da una società di sondaggi che collabora con ABC News e con la BBC, indagine finanziata dalla Rockefeller Brothers Fund” (!!!). Né, sul piano esterno, può essere sottaciuto il ruolo dell’espansionismo sciita iraniano: una volontà di potenza che non ha lesinato un criminale impegno – in compartecipazione con l’aggressione imperialista - nella distruzione dell’Iraq. Su questi punti non mi soffermo qui e rinvio al citato “Gli antimperialisti ecc”.
Sulla base di tali generali orientamenti, non è affatto strano che dei comunisti condividano con altri democratici e progressisti un appello che ha come richiesta fondamentale la cessazione della repressione e degli arresti e la liberazione dei prigionieri politici del regime teocratico iraniano.
Sperando di ritrovarti ancora con Rifondazione e con la lista comunista e anticapitalista.

Bruno Steri


26 giugno 2009

Marco Sferini : dalla parte del popolo iraniano

 

Ho avuto un interessante scambio di opinioni alcuni giorni fa con un giovane compagno, uno di quelli che mettono grande impegno nella quotidianità della lotta sociale e politica. Uno di quelli che alle due di notte è appunto capace di parlarti di Iran, sommosse popolari, imperialismo, teocrazia e libertà negate.
Riccardo tentava di convincermi, senza peraltro che io ne fossi convinto, che Moussavi non è un rivoluzionario e che sta anzi contrastando la giusta posizione internazionale iraniana: l’antimperialismo, l’antiamericanismo.
Tanta passione merita attenzione e, per questo, mi sono impegnato con lui in una partita di battute e controbattute via chat che si è prolungata per oltre venti minuti.
Ne è venuto fuori un quadro secondo cui io sarei stato una specie di radicale di sinistra e lui, invece, un comunista fedele ai principi del leninismo o giù di lì. Non so se Riccardo mi leggerà qui, ma voglio dirgli anzitutto che quella conversazione impersonale che abbiamo avuto mi ha fatto molto riflettere e, riguardo la questione iraniana, ho tratto le seguenti riflessioni…
Penso che i comunisti, e in particolare Rifondazione Comunista, debbano trovare sempre la direzione in cui volgersi sulla bussola dell’oggi proiettato velocissimamente nel domani. I fatti di Teheran sono caotici sia nelle espressioni di piazza che nel ritmo in cui si susseguono. Così come sono altrettanto veloci le fucilate che i Pasdaran riversano senza alcuna discriminazione e distinzione di sorta su chi meglio gli capiti a tiro. Nelle poche immagini che sono arrivate dalla capitale sciita, abbiamo potuto vedere una ragazza morire dopo essere stata centrata al petto da una di quelle fucilate. Il sangue si è sparso sul suo volto fino a coprirlo mentre intorno le si accalcava una folla che malediceva gli ayatollah, i Guardiani, i Pasdaran e ogni potere che in quel momento stava nelle strade a reprimere una giusta protesta. I comunisti devono sapere e dire che questa è la parte dalla quale stanno: quella di chi muore solo per aver reclamato il diritto di parola, di contraddizione, di contestazione.



Rosa Luxemburg per una vita ha detto e scritto che il comunismo è anzitutto libertà dal bisogno per i proletari, ma è anche una società in cui non può essere negato il dissenso che vuole migliorare quella stessa società, perché altrimenti altro non è che una sterile polemica.
Ecco, io credo che gli iraniani che a centinaia di migliaia sono scesi e ancora oggi scendono per le strade e nelle piazze della loro capitale non siano degli sciocchi servitori di un altro padrone, di un Moussavi che è stato anch’egli promotore di azioni tuttaltro che nobili.
C’è nella rivolta una richiesta di superamento della teocrazia di Khamenei e del suo dispotismo che lega le donne all’osservanza delle leggi coraniche e gli uomini alla rigida interpretazione del ruolo di maschi più che mariti, di sentinelle più che di fidanzati.
Ma c’è tutta una società che è difficile poter identificare con i confini del pensiero politico di Moussavi. La folla gli si raduna intorno perchè oggi è lui il simbolo della resistenza ad ogni costo al potere di Ahjmadinejad che è emanazione non delle elezioni, ma del consenso di Alì Khamenei e della sua potente corte teocratica.
Nel dare il nostro sostegno e la nostra simpatia alla grande protesta popolare non costruiamo nessun sillogismo che possa dire di attribuire questi sentimenti al candidato moderato alla presidenza dell’Iran.
La nostra storia ci insegna che laddove c’è un oppresso, ebbene lì stanno concentrate le nostre attenzioni e la nostra voglia di poter fare qualcosa di materialmente tangibile per prestargli aiuti, per dargli soccorso.
Ciò non significa, come mi replicava benevolmente polemico Riccardo, che all’improvviso diventiamo amici dell’imperialismo nel momento in cui contrastiamo un governo, un regime teocratico che, contro gli espansionismi economici e bellici americani, volge il suo interesse al petrolio di Hugo Chavez. E se Ahjmadinejad stringe la mano del presidente venezuelano, ciò non vuol dire che il primo sia diventato un socialista o che il secondo sia diventato un teocrate.
I semplificazionismi rischiano sempre di raffazzonare anche i perimetri delle vicende più palesi, meno articolate e semplici da individuare.
Per questo, a Riccardo e a quelle compagne e compagni che hanno avuto un brivido quando Rifondazione Comunista ha promosso una manifestazione davanti all’ambasciata di Teheran in Italia, dico che non siamo diventati dei radicali pannelliani, che siamo fermamente consapevoli della parte dove stare e da dove continuare a provare a lavorare per un mondo senza teocrazie, senza imperialismi e senza più i tanti bivi che ci vengono posti innanzi.


26 giugno 2009

Fabio Amato : sostegno alla rivolta, non a Mousavi

 

L’Iran, dal 12 giugno, è scosso da manifestazioni senza precedenti. Migliaia di giovani e non solo, sono scesi in piazza contro elezioni secondo loro truccate, sfidando persino i divieti della guida suprema e la certezza della brutale repressione. Sono motivati da un desiderio di cambiamento che va ben al di là delle promesse del candidato Mousavi, impropriamente definito moderato o riformista dai media occidentali. Media dalla memoria corta, o proprio senza memoria. Mousavi, il “moderato”, non è un personaggio esterno al regime degli Ayatollah, ma una delle sue varianti. E’ stato primo ministro negli anni 80, quelli della repressione del regime khomeinista nei confronti delle forze politiche di opposizione, secolari, laiche e progressiste. Fra questi i comunisti, decimati, fucilati a migliaia dal “moderato” Mousavi. E’ stato il primo ministro che ha gestito l’affare Iran-Contras. Per questo viene spacciato come moderato, in quanto la categoria di moderato, in occidente, si applica a coloro i quali sono disponibili a fare affari, non alla democrazia o alla libertà, variabili del tutto dipendenti dagli interessi delle potenze occidentali, che si applicano a seconda dei casi. Vedasi i “moderati” Mubarak, Ben Ali, o i governanti Sauditi. Le elezioni iraniane, per tentare di fare un esempio improprio, ma che dà il senso delle distanze reali fra i due maggiori contendenti alla Presidenza della Repubblica, assomiglierebbero ad una scelta, in Italia, fra Gasparri e Schifani. A voi la scelta su chi definire riformista o moderato tra i due. Varrebbe la pena di farsi massacrare per uno dei due? No, evidentemente. 



E’ quindi ben altro ciò che muove questa rivolta, che sfugge di mano anche a chi magari pensava di usarla per un regolamento di conti interno al regime. Fra i Palazzi del potere della Repubblica islamica si è aperto uno scontro che sullo sfondo delle manifestazioni di questi giorni sta ridefinendo la mappa del potere interna al regime. In cui le chiavi sono nelle mani della guida suprema, al Khameini, incalzato dal potentissimo Rasfajani, alla guida dell’assemblea degli esperti, l’organismo che potrebbe, secondo l’ordinamento della Repubblica Islamica, rimuovere Khameini. Per questo non è facile prevedere come finirà questa rivolta. Se basterà un accordo di vertice a mettere fine alle mobilitazioni, lasciando che tutto si risolva nel perimetro della teocrazia, o se le rivolte intaccheranno in modo irreversibile il  carattere del regime degli Ayatollah. Non a caso in queste ore si cerca di dividere coloro i quali manifestano per un disappunto riguardante i brogli, e coloro che, invece, definiti provocatori, aspirano ad un radicale cambiamento del regime e della sua natura teocratica. Se è vero che nelle mobilitazioni emerge una frattura anche sociale, fra la popolazione urbana, la classe media e il resto del paese, sarà il comportamento dei lavoratori, dei più poveri del Paese a decidere le sorti di questa rivolta, la più imponente dai giorni della rivoluzione ad oggi. Lo sciopero generale è la carta che si tenterà di giocare per saldare la popolazione delle città con il resto della Persia. Non sarà semplice, poiché, come ricordava un saldatore in un reportage su Repubblica del 12 Giugno: «Voi venite da Teheran nord e non potete capire». «Ahmadinejad ha aumentato del 50% le pensioni. Mio padre ora riesce a campare con 458mila tuman (380 euro). Prima ne prendeva 270mila. Ha permesso agli artigiani di venir curati gratis in caso di infortuni sul lavoro». Ahmadinejad inoltre è un baluardo dei militari, dei pasdaran, che hanno goduto, a scapito del clero sciita, dei benefici donati loro dal loro uomo alla presidenza. E’ stato però anche protagonista di politiche economiche che hanno creato aumento dell’inflazione, della disoccupazione, producendo non pochi conflitti e resistenze in questi anni, fra cui lo sciopero dei bazari. Ma le ragazze e i ragazzi che manifestano per le strade di Teheran, non sono mossi da forze esterne. Questa esplosione di rabbia nasce all’interno della società iraniana, una società molto più complessa e articolata di quanto si pensi. Aspirano a poter rompere la gabbia di un potere religioso che soffoca qualsiasi istanza di libertà. Di liberarsi da una democrazia controllata e da un regime in cui l’ultima parola spetta non al popolo, ma al clero.
Non si tratta, per le forze progressiste e comuniste, di schierarsi con uno o l’altro dei contendenti dello scontro elettorale. Si tratta di sostenere il popolo iraniano, nella sua legittima ribellione contro il regime teocratico.


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25 giugno 2009

Il Prc sulla situazione iraniana

 

Oggi, 17 giugno, presso la direzione nazionale del PRC, il segretario nazionale del PRC Paolo Ferrero ed il responsabile Esteri Fabio Amato hanno incontrato una delegazione dei Guerriglieri Fedayn del popolo iraniano, forza di opposizione e di resistenza al regime di Teheran, guidata da Ali Ghaderi, responsabile esteri dell'Organizzazione.
Nei prossimi giorni il Prc proseguirà gli incontri con le altre forze dell'opposizione e si mobiliterà per sostenere la lotta del popolo iraniano. Si tratta di una vera e propria esplosione di tensioni che in realtà da tempo attraversano la società iraniana e che in questi ultimi anni si sono manifestate anche attraverso una crescita significativa nella mobilitazione dei lavoratori e degli studenti.



Il fatto che il paese sia sottoposto a una guida religiosa con poteri praticamente illimitati rappresenta il principale ostacolo alla democratizzazione del paese. Noi sosteniamo le richieste del popolo iraniano , ha dichiarato Ferrero, e chiediamo che il governo italiano si attivi immediatamente per evitare ulteriore repressione e per garantire la piena incolumità per coloro che stanno dimostrando in tutto l'Iran. E' necessario creare le condizioni per lo svolgimento di nuove elezioni democratiche, a cui possano partecipare tutte le forze politiche, incluse quelle democratiche e secolari, escluse e bandite dal regime.
In questo momento molto duro per il popolo iraniano chiediamo a tutte le forze democratiche italiane, alle organizzazioni dei lavoratori e degli studenti, di sostenere il movimento iraniano, moltiplicando gli atti di protesta a supporto della lotta democratica del popolo iraniano.


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