.
Annunci online

  pensatoio passeggiate per digerire l'attuale fase storica
 
Diario
 


 

 

Sono marxista

 




Darfur Day

Annuncio Pubblicitario

gaza_black_ribbon






sotto la media l'Italia arranca, con questi media l'Italia crepa







  


        
Articoli di filosofia

Il futuro delle filosofie
http://www.italonobile.it/Il%20futuro%20delle%20filosofie.htm

L'argomentazione apagogica sulla verità in Vittorio Hosle
http://www.italonobile.it/Esiste%20verità.htm

Pensiero di Pensiero...
http://www.italonobile.it/pensiero%20di%20pensiero.htm

La teoria delle descrizioni definite di Bertrand Russell

La x è solo un segno ?

Dall'assenza del segno al segno dell'assenza

Dallo zero alla variabile


Frege e la negazione

Frege e l'esistenza

Senso e denotazione in G. Frege

Concetto e Oggetto in G. Frege

Frege e la logica

Frege e il pensiero

Concetto e rappresentazione in G.Frege

Funzione e concetto in G. Frege

Il senso e la denotazione dei concetti in Frege

La connessione dei concetti in Frege

Ontologia del virtuale
http://www.italonobile.it/Ontologia%20del%20virtuale.htm

L'eliminazione della metafisica di R. Carnap

Conoscenza e concetto in M. Schlick

Schlick e la possibilità di altre logiche

Tempo e spazio in Schlick

Schlick e le categorie kantiane

Apparenza e realtà in Schlick

Concetti e giudizi in Schlick

Analitico e sintetico in Schlick

Evidenza e percezione in Schlick

Giudizio e conoscenza in Schlick

Il reale secondo Schlick

La critica di Schlick all'intuizione

Definizioni e sistemi formali in Schlick

La logica in Schlick

La verificazione in Schlick

La verità in Schlick

Lo scetticismo nell'analisi secondo Schlick

Lo scopo della conoscenza in Schlick

Logico e psicologico in Schlick

L'unità di coscienza secondo Schlick

Schlick e la svolta della filosofia

Schlick e l'induzione

Matematica e realtà in Schlick


Alexius von Meinong e la teoria dell'oggetto


Bernard Bolzano e una logica per la matematica

Contenuto e oggetto in Kazimierz Twardowski

Jean Piaget e la conservazione delle quantità continue

L'attualità di Feyerabend

Sul Gesù storico
http://www.italonobile.it/La%20spartizione%20delle%20vesti.htm

La coscienza secondo Thomas Nagel
http://www.italonobile.it/la%20doppia%20vita%20del%20conte%20Dracula.htm

Filosofia e visione
http://www.italonobile.it/l'immagine%20della%20filosofia.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614562

Ermeneutica della luce e dell'ombra
http://www.italonobile.it/all'ombra%20della%20luce.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614557

Il test di Fantuzzing: mente e società
http://www.italonobile.it/Test%20di%20Fantuzzing.htm

Metafisica oggi
http://www.italonobile.it/metafisica.htm

La merce in Marx

Una teoria marxista della crisi : un primo livello di riflessione


Globalizzazione economica e giuridica
http://www.italonobile.it/globalizzazione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615609

Guerra, marxismo e nonviolenza
http://www.italonobile.it/Guerra,%20marxismo%20e%20non%20violenza.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615613

Utopia e stato d'eccezione
http://www.italonobile.it/utopia%20e%20stato%20d'eccezione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=622445

Il reddito di cittadinanza
http://www.crisieconflitti.it/public/Nobile1.pdf

Keynes da un punto di vista marxista

Appunti marxiani 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10



STORIA DEI NUMERI E DELLE CIFRE NUMERICHE
http://www.italonobile.it/genealogia%20della%20matematica.htm

La comunicazione nel linguaggio scientifico e la filosofia

 http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614558



Lemmi Wikipedia da me integrati
Alexius Meinong
Bernard Bolzano
Storia dei numeri
Sistema di numerazione
Sistema di numerazione cinese
Sistema di numerazione maya


Il Capitale di Marx e altro
1 2  3  4  6  7  8  9
10  11  12  13  14  15  
16  17  18  19  20  21
22  23  24  25  26  27
28  29  30  31  32 

 

Dibattito su Emiliano Brancaccio
1 2 3

Quelli che la crisi l'avevano prevista

Cazzari Nobel

Le molte cazzate del Nobel cazzaro

 

DISCLAIMER (ATTENZIONE):
l'Autore dichiara di non essere
responsabile per i commenti
inseriti nei post. Eventuali
commenti dei lettori, lesivi
dell'immagine o dell'onorabilità
di persone terze non sono da
attribuirsi all'Autore, nemmeno se
il commento viene espresso
in forma anonima o criptata.







26 marzo 2012

I paesi orientali hanno obbedito al Fondo monetario internazionale?

Come e più di Roubini, Stephen Roach era uno di coloro che in tempi non sospetti (nel 2004-2005) prevedeva una crisi economica legata all’insufficiente domanda aggregata. Sembra dunque strano vederlo tra i sostenitori dell’austerità se non si pensasse che, essendo Presidente di Morgan Stanley, non abbia tutto l’interesse dei creditori degli Stati sovrani a che questi ultimi assicurino il pagamento del debito pubblico (Morgan Stanley era creditore fino a Febbraio di quest’anno dello Stato italiano per 6,268 miliardi di dollari, scesi a 2,887). La sua tesi è che, nel caso dei paesi dell’Estremo Oriente, la crisi sarebbe stata superata con l’austerity ed egli si spinge anche a dire che il problema è che, mentre tali paesi si sono adattati alle misure imposte dall’FMI, i paesi economicamente più forti tendono a fare orecchie da mercanti.

 

 

Nel dettaglio Roach afferma che “Nel 1998, durante i momenti più acuti della crisi asiatica, la produzione aggregata nei cosiddetti paesi dell’ASEAN 5 – Indonesia, Malesia, Filippine, Tailandia e Vietnam – diminuì bruscamente dell’8,3%. Il PIL reale della Corea del Sud, a lungo considerata la favorita tra le nuove economie industrializzate, subì una contrazione del 5,7% nello stesso anno. Ma in seguito, subentrarono le severe condizioni imposte dai piani di salvataggio dell’FMI e dai programmi di aggiustamento, ovvero la dose di austerità che l’Asia si trovò a dover subire. In risposta a ciò, i bilanci di conto corrente, il tallone di Achille del cosiddetto miracolo della crescita dell’Asia dell’est, passarono dal deficit al surplus. Per i paesi dell’ASEAN 5, i deficit di conto corrente pari ad una media del 4% del PIL nel 1996-97 salirono rapidamente al 6,8% del PIL nel 1998-99. Una trasformazione simile si verificò anche nella Corea del Sud dove un deficit di conto corrente pari al 2,8% nel 1996-97 divenne un surplus dell’8,6% nel 1998-99.

Da allora, la regione non è mai tornata indietro. Nel giro di due anni, gran parte delle economie asiatiche in crisi recuperarono i livelli precedenti, mentre l’effetto rebound non fu affatto temporaneo. A partire dal 1999, i paesi dell’ASEAN 5 diedero il via ad un’ondata decennale di crescita media del PIL pari al 5% su base annuale (5,5% nella Corea del Sud nello stesso periodo). In breve, non ci sono stati effetti negativi duraturi derivanti dalla dose di austerità a breve termine, e, nella misura in cui l’austerità si è rivelata essenziale per la guarigione post-crisi, i benefici a lungo termine si sono dimostrati non solo durevoli ma anche sbalorditivi. Ci sono tre lezioni da imparare. Innanzitutto non c’è guadagno senza sofferenza.”. Sintetizzando, Roach sostiene che la crisi nel suo momento più duro si manifestò nel 1998, ma, dopo una breve austerity imposta dai programmi di aggiustamento del FMI, a partire dal 1999, i paesi dell’Asean diedero il via ad un’ondata decennale di crescita media del Pil pari al 5% su base annuale. Su questa ricostruzione vanno fatte le seguenti osservazioni critiche:

1.      Se le fonti della redazione dell’Economist non sono eccessivamente imprecise, va detto che la crisi non ha avuto per i paesi dell’Asean una dimensione temporale così circoscritta o che quanto meno l’articolazione di essa è stata ben più complessa e differenziata di quella descritta da Roach. Leggendo i dati si può addirittura supporre che le terapie utilizzate hanno approfondito la crisi o che essa sia stata risolta in tutt’altro modo.

2.      Ad es. se si guarda la Thailandia il picco dell’indice di sviluppo umano si è avuto nel 1998 (83,8) per poi crollare nel 2000 (74,5) e risalire (senza mai riprendersi del tutto dal crollo) nel 2008 (78,6). La crescita del Pil è scesa dal 9,4 del decennio 1986-1996 al 2,7 del decennio 1996-2006, il Pil pro-capite PPA è sceso da 25 del 1996 a 17,4 del 2009. La disoccupazione è salita dallo 0,9 del 1998 al 2,6 del 2005 per ridiscendere all’1,2 del 2008. Dunque per ciò che riguarda la Thailandia il culmine della crisi è stato ben oltre il 1999 e gli effetti della crisi non sono mai stati assorbiti del tutto, nonostante (o a causa di) la riduzione della spesa pubblica (la percentuale congiunta delle spese sanitarie e scolastiche è scesa dal 10,8% del Pil del 2000 all’8,9% del 2009. Il risultato è stato l’abbassamento del tasso di alfabetizzazione dal 95,5% del 2001 al 93,5% del 2009, l’aumento del tasso di mortalità dal 6,2 per mille del 2001 al 9,1 per mille del 2009. Se questo per voi è superamento della crisi grazie all’austerità, non so umanamente che dirvi.

3.      L’Indonesia invece sembra non essere stata eccessivamente toccata dalla crisi : il dato più eclatante è stato l’abbassamento del Pil pro capite PPA da 12 del 1996 al 6,5 del 2000 per poi risalire a 9,2 del 2003, per non parlare della disoccupazione che è salita dal 4% del 1998 all’8,4% del 2009.  Tuttavia gli indicatori sociali sono stati in regolare miglioramento: l’indice di sviluppo umano è passato da 64 del 1996 a 73,4 del 2009, la vita media degli uomini da 63 a 70,2, la percentuale di alfabetizzati dall’85% al 92%, il tasso di mortalità è sceso da 7,6 del 1996 a 6,3 del 2009. Come mai tutto ciò? Forse perché l’austerità non è stata così cruenta: i consumi collettivi sono scesi in percentuale nel 1998 e nel 2000, ma poi sono risaliti agli stessi valori, mentre i consumi delle famiglie sono saliti in percentuale sul Pil dal 56,5% del Pil nel 1996 al  63% del 2009 (con un picco del 72,5% nel 2000), con una corrispondente diminuzione degli investimenti dal 34% al 28% . Infine la percentuale complessiva sul Pil della spesa sanitaria e scolastica è salita dal 3% al 6%. Dunque né fortissima crisi, né austerità alla base del piuttosto regolare andamento dell’economia indonesiana.

4.      Per quanto riguarda la Corea la storia è simile a quella dell’Indonesia :  l’indice di sviluppo umano è sceso da 88 del 1996 a 85,4 del 2000 per poi risalire a 93,7 del 2009, il tasso di crescita del Pil è sceso dall’8,8 del decennio 1985-1994 al  4% del decennio 1997-2006 per poi risalire al 4,7% del decennio 1999-2008 (dunque con una tempistica molto più dilatata di quella descritta da Roach e senza un completo recupero delle posizioni perdute). La disoccupazione è salita dal 2% del 1998 al 6,3% del 2000 per poi ridiscendere al 3,2% del 2008. Il movimento sindacale  ha subito in questo decennio dure sconfitte. Eppure alcuni indicatori sociali non hanno subito diminuzioni a seguito della crisi, né la speranza di vita, né il tasso di alfabetizzazione, mentre il tasso di mortalità (tranne un picco nel 2009) è diminuito dal 6,3% del 1996 al 5,5% del 2008. Inoltre i consumi delle famiglie sono aumentati in percentuale sul Pil dal 53,8% del 1996 al 59,1% del 2003 per poi scendere al 52,6% del 2006 e risalire al 55% del 2009. I consumi collettivi sono invece saliti con regolarità dal 10,6% del 1996 al 16% del 2010. Complessivamente i consumi sono saliti con regolarità dal 64,4% del 1996 al 70% del 2010, mentre gli investimenti sono diminuiti dal 36% del 1996 al 26% del 2010. Infine la spesa sanitaria è salita dal 5,1% del 2000 al 6,5% del 2010, mentre la spesa per l’istruzione è salita dal 3,7% del 2000 al 4,9% del 2009. Anche nel caso della Corea dunque (nonostante le non trascurabili sconfitte del movimento sindacale) l’uscita dalla crisi è passata non con l’accettazione del liberismo sfrenato ma con l’aumento della spesa pubblica che ha in parte compensato l’indebolimento strategico dei sindacati.

5.      La Malesia e il Vietnam hanno invece meglio rispettato il rozzo modello esplicativo di Roach. Entrambi i paesi hanno avuto una flessione del tasso di crescita che hanno affrontato riducendo la percentuale dei consumi sul Pil rispettivamente dal 63,1% al 53,2% e dall’ 84% al 69,2%. E tuttavia la loro spesa sanitaria è salita rispettivamente dal 2,5% del 2000 al 9,8% del 2009 e dal 4,8 % del 2001 al 7,2% del 2010, mentre quella dell’istruzione è salita dal 4,9% del 2000 al 7,9% del 2009 e dal 3% del 2001 al 5,3% del 2010. Dunque anche qui la situazione non è così riconducibile a quello dell’austerità risolutrice dei problemi che ci vogliono far passare per buona.

6.      Infine le Filippine: quale sia stata la natura e la durata della crisi, quali le soluzioni apportate, tutto ciò non ha avuto alcuna rilevanza. La situazione economica è rimasta inalterata, quasi cristallizzata.

7.      Un altro particolare: anche l’indicatore dell’indice di libertà economica per quanto riguarda i suddetti paesi non è cambiato molto, pure se il parametro utilizzato dalle nostre fonti è cambiato nel frattempo ; comunque per quanto riguarda la Thailandia è salito da 2,20 del 2000 a 2,99 del 2005, mentre per l’Indonesia è salito da 3,55 a 3,71, per la Malesia è sceso da 3 a 2,98, per la Corea è salito da 2,25 a 2,63 e per il Vietnam è sceso da 4,10 a 3,89. E comunque i valori di partenza e quelli di arrivo sono molto dissimili da quelli dei paesi europei (si ricordi che più è alto l’indice, minore è la libertà economica). Dunque l’indice è peggiorato dal 2000 al 2005 : altro che sottomissione alle indicazioni dell’FMI !!

8.       Concludendo non vi è ragione di condividere l’approccio superficiale di Roach nell’analisi di quel periodo storico e di quella crisi. Quest’ultima in più di un caso non è passata del tutto e, laddove sia stata superata, ciò è spesso coinciso con l’aumento della spesa sanitaria e dell’istruzione e con una diminuzione degli investimenti. L’ideologia dell’austerità è forse solo un tentativo velleitario di mischiare le carte in tavola.




7 novembre 2011

Lettera alla Cgil : politica industriale

Inoltre, dice Del Monaco, è necessario che gli economisti di sinistra, nelle loro diversità, possano elaborare una risposta agli studi di Viesti, Rossi, Trigilia sui distretti: un piano industriale che declini, a partire dalla qualità del lavoro, cosa produrre, quale ricerca (per sostenere le filiere produttive) e quali infrastrutture sono necessarie, come tutelare l’ambiente. Per Graziani, Realfonzo e Brancaccio una nuova politica industriale deve stimolare gli investimenti pubblici e privati ed accrescere per tale via il Pil. Accanto agli investimenti privati servono considerevoli investimenti pubblici nelle infrastrutture, nella ricerca e nel trasferimento dei brevetti in modo da guidare l’apparato produttivo verso un salto tecnologico. 

 

 

Negli ultimi anni siderurgia, meccanica, elettronica, chimica e farmaceutica hanno trainato secondo Antonelli le esportazioni del Sud; tutti settori con imprese di grandi dimensioni e tecnologie avanzate, il cui insediamento nel Mezzogiorno è dovuto agli investimenti pubblici operati negli anni dell’intervento straordinario o a scelte localizzative di grandi gruppi multinazionali. Intanto investiamo nelle energie rinnovabili e compriamo i pannelli solari in Germania invece che produrli. L’Italia inoltre tra gli anni settanta e novanta non è entrata come partner con Germania, Spagna, Inghilterra e Francia nell’Airbus, la più avanzata filiera tecnologica, industriale e logistica europea. Per Antonelli un progetto di politica economica responsabile deve essere capace di distinguere gli orizzonti temporali. Si deve distinguere tra interventi di breve termine volti a contenere e ridurre la crescente disoccupazione e accelerare il ritorno a tassi di crescita adeguati, da interventi strutturali di medio periodo che sappiano finalmente porre le basi per un processo di sviluppo sostenibile. Per questo secondo livello di intervento è necessario elaborare un progetto strategico che individui il modello di specializzazione più adeguato alle capacità del paese e sia capace di organizzare vere e proprie coalizioni per l’innovazione in grado di orientare la convergenza e l’integrazione delle iniziative delle singole imprese su progetti collettivi di ampio respiro strutturale che promuovano l’introduzione di intere filiere innovative. A mio parere la strada è quella delle tecnologie del risparmio energetico e dello sfruttamento di fonti alternative di energia (il solare ad es.).


27 settembre 2011

Lettera alla Cgil : il debito pubblico e la speculazione

 

 

La crisi dei subprime ha costretto gli Stati ad iniettare forti dosi di liquidità nel sistema bancario e dunque li ha costretti ad aumentare il debito pubblico. A questo punto si è parlato di nuovo protagonismo del settore pubblico e di forte regolamentazione della finanza globale (su questo Paolo Giussani ha giustamente ironizzato). Può essere che il Capitale, sempre più finanziarizzato, non gradisca affatto una regolamentazione dei propri flussi e si sia dunque scagliato proprio sul debito pubblico degli Stati, volendoli costringere non solo a rinunciare ai propositi di una revanche ma anche (soprattutto in Europa) a cedere le loro residue quote di attività nel campo della politica industriale e dei servizi sociali, preparando evidentemente un processo di privatizzazione di questi ultimi. Molto discusse sono l’incidenza della speculazione finanziaria e gli interessi che essa serve. Per “speculazione” non s’intende la tendenza ad assecondare le dinamiche dei mercati finanziari per ottenere profitti privati, ma la capacità di attivare le dinamiche dei mercati finanziari per ottenere enormi guadagni e per condizionare la politica degli Stati-nazione. Questa capacità è in genere negata per ragioni ideologiche dalla maggior parte della letteratura. L’unica cosa che si ammette (vedi Shiller) è che nei mercati finanziari ci siano processi caotici e cumulativi che sono però causati da eventi spesso apparentemente irrilevanti e non tutti riconducibili ad un soggetto unitario. Anche studiosi di sinistra come Canale e Stirati sottovalutano ad es. il ruolo attivo del rating inteso come profezia autoconvalidante. Ma alcuni economisti e sociologi cominciano a prendere sul serio questa ipotesi (si pensi a Krugman, a Luciano Gallino, Sergio Bruno, Andrea Fumagalli, Emiliano Brancaccio ed a Bruno Amoroso) che potrebbe essere basata sull’esistenza di oligopoli finanziari a cui si dovrebbe applicare l’analisi già elaborata sugli oligopoli industriali da Chamberlin e Robinson. Secondo Fumagalli all’inizio del 2011 cinque Sim e cinque banche hanno raggiunto il controllo di oltre il 90% del totale dei titoli derivati. Per quanto riguarda il debito pubblico italiano l’87% è detenuto da investitori istituzionali. I mercati finanziari non sono qualcosa di neutrale, ma sono espressione di una precisa gerarchia: una piramide che vede al vertice pochi operatori finanziari in grado di controllare secondo Fumagalli il 70% dei flussi finanziari globali, mentre alla base una miriade di piccoli risparmiatori svolgono una funzione meramente passiva. Il fatto che l’ipotesi vada presa sul serio è dato anche dalle affermazioni di Warren Buffett (speculatore tra i più noti e ricchi oltre che grosso azionista di Moody’s) secondo il quale la lotta di classe la stanno facendo i ricchi e la stanno vincendo (per cui la tassa sui super-ricchi da lui sponsorizzata rischia di rivelarsi solo un confettino anti-costipazione, magari al dolce sapore di prugna). Va segnalata, a questo proposito, anche la teoria di un altro grande speculatore, George Soros, il quale ricorre alla categoria di riflessività per spiegare gli effetti caotici che si verificano sui mercati finanziari (utilizzando le categorie del sociologo Merton di profezie autoconvalidanti e il salire tutti sul carro del vincitore). Tale teoria è stata anche formalizzata dall’economista marxista Anwar Shaikh. Volendo tratteggiare uno schema semplificato dell’attività speculativa da parte degli oligopoli finanziari si può dire che questi speculatori (i pastori) ad es. fanno dei grossi acquisti, facendo salire il titolo e incoraggiando il gregge (gli altri investitori, più piccoli e dispersi) ad acquistarlo. Ciò aumenta a valanga il valore del titolo. A questo punto gli speculatori potrebbero già vendere il titolo ed incassare il surplus.

 

 

Ma, poiché la loro uscita provocherebbe un processo a valanga contrario, essi, sulla base di questa forza contrattuale, cercano di ricattare l’azienda o l’istituzione che fa capo a quel titolo, per ottenere dei vantaggi aggiuntivi o per condizionarne la politica, diventandone maggioranza azionaria. Se ciò non riesce, essi vendono il titolo e, seguiti dal gregge, ne riducono il valore. Alla fine il ciclo potrebbe tranquillamente ripartire daccapo. Gli acquisti ricominciano, le borse si risollevano e gli investitori istituzionali iniziano a fare incetta di titoli ai valori minimi. Nel giro di pochi giorni si maturano plusvalenze di tutto rispetto. Nel caso dei titoli del debito italiano, gli speculatori, dando il primo colpo, hanno scatenato l’effetto valanga e deprezzato il valore di questi titoli di modo che, nel momento in cui lo Stato indebitato è costretto a vendere i propri gioielli di famiglia (parti del territorio o azioni di aziende che producono beni o servizi essenziali) essi possono acquistarli a prezzi stracciati (sempre che, come nel nostro caso, all’aumento dello spread tra titoli di Stato si aggiunga un forte prolungato calo di Borsa) ed aumentare così il loro potere.  I primi che hanno venduto sono i principali investitori istituzionali: nei primi sei mesi del 2011 Deutsche Bank ha ridotto dell’80% la propria esposizione sui titoli del debito pubblico italiano, riducendo il proprio portafoglio di titoli da 8 mld di euro della fine del 2010 a 997 mln di euro di oggi. Fumagalli dice poi che, dopo il primo attacco speculativo di metà luglio contro i titoli italiani, greci e spagnoli, in seguito al piano europeo di intervento straordinario a sostegno della Grecia, il recupero sia stato tale da garantire plusvalenze record, sino a consentire a Goldman Sachs di godere di maggior liquidità della Federal Reserve americana.  Canale ipotizza una strumentalizzazione dei mercati finanziari da parte dei paesi forti dell’euro che intervengono in aiuto dei paesi periferici indebitati solo quando si teme l’effetto contagio: una strategia che si sta rivelando in realtà molto azzardata. Infatti gli speculatori sono pronti a scatenare nuove offensive non appena vi siano notizie tali da far riprendere le vendite di titoli da parte del gregge (soprannominato anche “parco buoi”) ed è inevitabile che tali notizie emergano. Infatti le grandezze di flusso (reddito e prodotto nazionale) non sono indipendenti da tasse e spese pubbliche. L’austerità non può che avere effetti depressivi su tutte le grandezze di flusso e dunque non può che indurre tendenze recessive, creando in tal modo le premesse di nuovi e diversi attacchi speculativi. Il raggiungimento del bilancio in pareggio per Fumagalli non interessa agli speculatori. Ciò che interessa è che lo spazio per la speculazione finanziaria al ribasso rimanga sempre aperto e in secondo luogo che nuova liquidità venga continuamente e costantemente iniettata nel circuito dei mercati finanziari, al fine di accrescere la solvibilità delle transazioni. L’attività speculativa è quindi sempre in azione. Il problema sta nell’enorme ed inflazionata massa di titoli finanziari detenuti in varie divise il cui valore eccede quello delle capacità produttive. È questo secondo stock, detenuto dal gregge per motivi cautelari o pensionistici, quello che consente agli speculatori professionisti di ingigantire a dismisura le variazioni di valore da loro innescate, inducendo i fenomeni di crisi di fiducia. Sono infatti le crisi di ansia dei possessori dispersi di questo stock di ricchezza (il gregge) che, in assenza di politiche e di garanzia credibili, moltiplicano gli effetti e le manovre speculative e le premiano. Inoltre, acquistando le azioni delle agenzie di valutazione, questi speculatori non hanno neanche bisogno di vendere inizialmente quantità considerevoli di un titolo. Infatti, in questo caso, basta anche una vendita di piccole quantità, seguita o preceduta da un report ovviamente interessato dell’agenzia di valutazione di cui essi sono in parte proprietari. L’effetto valanga, più che dalla consistente vendita iniziale, viene garantito dall’effetto annuncio dell’agenzia di valutazione. Per Fumagalli le società di rating hanno l’obiettivo di certificare ufficialmente una situazione di panico o di euforia ed è difficile individuare l’effettivo nesso di causa ed effetto tra declassamento del titolo sovrano e l’inizio della sua perdita di valore. Inoltre secondo Sergio Bruno, per operare tali manovre, i mezzi propri degli speculatori sono una piccola frazione di fondi totali che essi mobilitano in quanto i fondi propri sono moltiplicati i 10-20 volte da una leva finanziaria notevole, assicurata da banche d’affari che in ciò trovano il loro tornaconto.

 

 

 


7 marzo 2011

Krugmanite : l'ipocrisia del mainstream sul Nordafrica

In realtà le analisi fatte da Eichengreen, Rodrik, Rogoff e Krugman rivelano solo l’ipocrisia del mainstream degli economisti. Da un lato essi non possono esimersi dal riscontrare che il problema è nella distribuzione del reddito, dall’altro sembrano considerare questa redistribuzione come un fatto che ha origini solo all’interno di questi paesi, senza contare le azioni dei paesi più ricchi e capitalisticamente avanzati del pianeta.

La sintesi neoclassica vuole venderci ancora le sue ricette : vu' cumprà ?

 

Krugman è addirittura ridicolo in questo doppio registro. In un articolo spiega che gli investimenti provenienti da paesi con una più debole domanda interna cercano i paesi in via di sviluppo, dall’altro lato nega che la politica della Fed c’entri qualcosa con l’aumento dei prezzi dei beni alimentari in questi paesi e se la prende, come Don Ferrante, con le stelle, il clima e la Cina che non vuole svalutare.

Rogoff parla di lavoratori qualificati che trovano lavoro e lavoratori meno qualificati che lo perdono, ma non spiega perché la quantità di lavoratori qualificati e competitivi sia così irrisoria rispetto al resto. Tutti constatano i fenomeni, ma pochi si fermano a cogliere le relazioni sociali esistenti tra di essi. Non è un caso.

Tutti stanno con i pantaloni in mano, ma si ostinano a correre nella direzione di prima. Hanno troppa paura che qualcuno tiri il guinzaglio con forza e li faccia stramazzare

 


27 febbraio 2011

Le rivoluzioni dell'Africa settentrionale secondo Rodrik, Rogoff e Krugman

Secondo Eichengreen le agitazioni in Tunisia ed in Egitto riflettono il fallimento da parte di governi nella distribuzione della ricchezza. Dal 1999 le due nazioni sono cresciute ad un ritmo di circa il 5% annuo. Tuttavia i benefici derivati dalla crescita non sono arrivati ai giovani insoddisfatti. La quota dei lavoratori al di sotto dei 30 anni è molto elevata il che implica prospettive molto più limitate da un punto di vista economico. A causa di un settore manifatturiero sottosviluppato, gran parte dei giovani lavoratori con scarse competenze e basso livello di educazione è forzato a ripiegare sul settore informale.

 

Dani Rodrik mette invece in evidenza il fatto che la Tunisia è posizionata al sesto posto tra 135 paesi in termini di miglioramento dell’Indice di sviluppo umano (Isu), mentre l’Egitto si è piazzato al 14° posto. Egitto e Tunisia hanno eccelso soprattutto su istruzione e sanità. L’aspettativa di vita della Tunisia (età media 74 anni) prevale su quella di Ungheria ed Estonia. Il 69% dei bambini egiziani va a scuola e lo stato in tutte e due paesi ha fornito servizi sociali e distribuito su vasta scala i benefici della crescita economica. Eppure alla fine non è bastato. Non sempre i miglioramenti economici sono ricompensati con la popolarità politica. Inoltre le buone politiche economiche non sempre coincidono con la buona politica. Tunisia ed Egitto (come molti altri paesi del medio oriente) sono rimasti paesi autoritari, governati da gruppi dirigenti corrotti e clientelari. Il governo egiziano si è posizionato al 111° posto su 180 paesi per quanto riguarda la corruzione.

Infine una rapida crescita economica non compra da solo la stabilità politica, fino a che non si consenta alle istituzioni politiche di svilupparsi e maturare rapidamente. La stessa crescita economica genera mobilitazione economica e sociale, cioè fonte primaria di instabilità politica.

Rodrik cita Huntington che dice che il cambiamento economico e sociale sviluppa la coscienza politica, ne moltiplica le richieste e ne amplia la partecipazione. Aggiungendo i social media (come Facebook e Twitter) le forze destabilizzanti azionate dal rapido cambiamento economico possono diventare enormi. Queste forze assumono maggiore potenza quando si amplia il gap tra mobilitazione sociale e qualità delle istituzioni politiche. La risposta alle richieste dal basso è un misto di compromesso, reazione e rappresentanza. Quando le istituzioni sono sottosviluppate, esse eludono queste richieste nella speranza che svaniscano da sole o che siano insabbiate dai miglioramenti economici. Questo modello si è dimostrato molto fragile.

Non è detto per Rodrik che un regime politico in grado di gestire queste pressioni dal basso sia democratico nel senso occidentale del termine. Basti pensare a sistemi politici che non agiscono mediante libere elezioni e con partiti politici concorrenti. Alcuni potrebbero fare riferimento a Singapore come esempio di regime autoritario durevole di fronte ad un rapido cambiamento economico. Ma l’unico tipo di sistema politico andato a buon fine nel lungo periodo è quello associato alle democrazie occidentali.

Sia Eichengreen che Rodrik parlano poi della Cina, e non è un caso.

Rogoff dice che la disuguaglianza in termini di reddito, ricchezza ed opportunità è probabilmente più elevata ora all’interno di ogni paese, rispetto a qualsiasi altro periodo dell’ultimo decennio. Le società per azioni hanno le tasche piene di denaro dal momento che il loro impulso all’efficienza continua a produrre enormi profitti. Ma la percentuale di lavoratori sta calando, a causa dell’alto tasso di disoccupazione, della riduzione delle ore lavorative e dei salari stagnanti.

I gradi di disuguaglianza tra i vari paesi stanno diminuendo, grazie alla costante e robusta crescita dei mercati emergenti. Tuttavia la maggior parte delle persone non guarda ai cittadini di paesi lontani, ma solo al proprio vicino.

I mercati azionari si sono ripresi, molti paesi vedono una impennata dei prezzi relativi agli immobili privati o commerciali. Il rialzo dei prezzi per le materia prime sta portando enormi entrate ai proprietari di miniere e campi petroliferi, proprio nel momento in cui i rincari degli alimenti base stanno scatenando rivolte alimentari e rivoluzioni su vasta scala.

A tormentare numerosi lavoratori poco qualificati c’è una elevata e prolungata disoccupazione. In Spagna la disoccupazione supera il 20% e non serve che i governi adottino misure di austerity.

Dati i livelli di debito pubblico registrati numerosi paesi, sono pochi i governi che possono operare una nuova redistribuzione dei redditi. Ad es. paesi come il Brasile hanno già livelli così alti di trasferimenti dai ricchi ai poveri che ulteriori manovre comprometterebbero la stabilità fiscale e la credibilità anti-inflazione. Paesi come Cina e Russia avrebbero maggiore libertà di azione per la redistribuzione, ma sono molto cauti per paura di destabilizzare la crescita.

Le cause della crescente disuguaglianza all’interno dei diversi paesi sono comprensibili : viviamo in un’era in cui la globalizzazione espande i mercati per gli individui supertalentuosi ma è in contrasto con il reddito dei lavoratori ordinari.  La competizione tra i paesi in fatto di individui qualificati e settori proficui costringe i governi a stabilire elevate aliquote fiscali per i ricchi. La mobilità sociale è ostacolata dal fatto che i ricchi mandano i figli in scuole private, mentre i poveri non possono permettersi nemmeno di mandare i figli a scuola.

Marx ha previsto che il capitalismo non avrebbe potuto sostenersi politicamente all’infinito, ma, contrariamente alle sue previsioni, il capitalismo ha sviluppato standard di vista sempre più alti per oltre un secolo, mentre i tentativi di attuare sistemi radicalmente diversi sono venuti a mancare.

Eppure con una disuguaglianza del genere, la situazione è vulnerabile e l’instabilità può esprimersi ovunque. Quaranta anni fa le rivolte civili e le manifestazioni di massa scossero il mondo sviluppato, dando vita a riforme sociali e politiche di ampio respiro.

Rogoff si chiede come si manifesterà il cambiamento e che forma assumerà alla fine il nuovo patto sociale e ritiene che è difficile ipotizzare che il processo sarà pacifico e democratico.

L’unico punto chiaro è che la disuguaglianza non è solo una questione a lungo termine. I timori sull’impatto della disuguaglianza tra i redditi stanno già frenando al politica fiscale e monetaria sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo, i quali tentano di liberarsi delle politiche superespansive adottate durante la crisi finanziaria.

Rogoff conclude che la capacità dei paesi di gestire le crescenti tensioni sociali generate dalla profonda disuguaglianza separerà i vincitori ed i perdenti nel prossimo ciclo di globalizzazione. La disuguaglianza sarà la maggiore incognita durante il prossimo decennio di crescita globale.

Per Krugman si potrebbe stabilire un parallelo tra l’insurrezione egiziana e la rivoluzione popolare che travolse Marcos nelle Filippine nel 1986. In entrambi i casi, la gente è scesa in piazza contro un dittatore che era stato per molto tempo alleato degli Stati Uniti ed era stata mobilitata, più che da un’ideologia specifica, dalla corruzione percepita del governo. Le Filippine non sono diventate la Svezia, ma comunque liberarsi di Marcos fu una cosa buona. Molti commentatori hanno paragonato la situazione agli eventi che nel 1998 misero fine alla dittatura di Suharto in Indonesia. Ma per Krugman c’è una differenza fondamentale tra le rivolte in Indonesia e nelle Filippine  e quella in Egitto. Nei primi due casi le crisi politiche fecero seguito a gravi crisi economiche : Marcos cadde vittima della crisi del debito latino americano degli anni ’80. Suharto fu travolto dalla crisi finanziaria asiatica del 1998. Invece negli ultimi anni l’Egitto ha registrato una buona crescita, ma i frutti di questa crescita non sono arrivati agli strati più poveri e la disoccupazione giovanile è un problema enorme. Forse la morale della storia è che il prodotto interno lordo non spiega mai tutto.

 


5 marzo 2010

Walden Bello : perchè il liberismo resiste

 Il recente crollo dell'economia globale - causato, tra le altre cose, dalla mancata regolamentazione dei mercati finanziari - ha ulteriormente eroso la credibilità del neoliberismo, che continua però ad esercitare una forte influenza sulla maggior parte degli economisti e dei manager economici. Per loro il neoliberismo resta il discorso per definizione, nonostante i suoi evidenti limiti.



Perché si continua a invocare i mantra neoliberisti, quando le promesse di questo approccio dottrinario sono state contraddette dalla realtà quasi a ogni passo?
Il neoliberismo è un approccio che vede nel mercato il regolatore fondamentale dell'attività economica e mira a ridurre al minimo l'intervento dello stato nella vita economica. In tempi recenti esso è stato identificato con l'economia stessa, data la sua egemonia in quanto paradigma di questa disciplina, dato cioè il fatto che il neoliberismo ha scalzato gli altri approcci in quanto forme legittime dell'agire economico.
Poiché l'economia è vista in molti ambienti come una «scienza dura», un po' come la fisica - essendo, ad esempio, l'unica scienza sociale per cui c'è un Premio Nobel - il neoliberismo ha avuto un'influenza enorme e pervasiva non solo nei circoli accademici ma anche in quelli politici (secondo una certa visione, nella hard science rientrano le scienze biologiche e le altre discipline basate su dati «oggettivi», mentre le scienze sociali sono relegate al ruolo di soft science in quanto viene loro attribuita minore validità scientifica, ndt). Mentre l'Università di Chicago, casa del guru del neoliberismo economico Milton Friedman, diventava la fonte della saggezza accademica, nei circoli dei tecnocrati il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale erano considerati le istituzioni chiave per tradurre questa teoria in politica, con un insieme di prescrizioni pratiche applicabili a tutte le economie.
È sorprendente realizzare come il neoliberismo sia diventato un paradigma egemonico solo di recente. Fino alla metà degli '70 del Novecento, l'ortodossia era l'economia keynesiana, che considerava necessaria per la stabilità e la crescita regolare una buona dose di intervento statale. In quello che veniva chiamato il Terzo Mondo, l'approccio dominante era lo sviluppismo, che prescriveva la teoria keynesiana alle economie che non erano state ancora sufficientemente penetrate e trasformate dal capitalismo. Lo sviluppismo aveva una corrente più conservatrice ed una più progressista, ma entrambe vedevano nello stato, e non nel mercato, il meccanismo centrale per lo sviluppo.
Ritengo siano tre i motivi per cui il neoliberismo resta dominante nonostante i suoi fallimenti.
Primo, in determinati paesi in via di sviluppo, come le Filippine, continua ad essere pervasiva l'idea che la corruzione spieghi il sottosviluppo. Poiché lo stato è considerato la fonte della corruzione, un rafforzamento del suo ruolo nell'economia, anche come regolatore, è visto con scetticismo. Il discorso neoliberista si lega molto chiaramente a questa teoria della corruzione, con la sua minimizzazione del ruolo dello stato nella vita economica e la sua idea che rendere più dominanti le relazioni di mercato nelle transazioni economiche a spese dello stato possa ridurre le opportunità di corruzione da parte dei soggetti economici e statali.
Ad esempio, per molti filippini, e non solo nella classe media, lo stato corrotto - e non le relazioni di disuguaglianza generate dal mercato e l'erosione degli interessi economici nazionali determinata dalla liberalizzazione del commercio e dei mercati finanziari - continua ad essere il principale ostacolo a un maggiore benessere. Esso è visto come il maggiore impedimento allo sviluppo e ad una crescita economica sostenuta. La corruzione naturalmente è da condannare per ragioni morali e politiche, ma questa presunta correlazione tra corruzione, sottosviluppo e povertà ha poca ragion d'essere.
Secondo, nonostante la profonda crisi del neoliberismo, non è emerso nessun discorso o paradigma alternativo credibile, sia a livello locale che a livello internazionale. Non c'è niente che assomigli alla sfida che l'economia keynesiana rappresentò per il fondamentalismo del mercato durante la Grande Depressione, agli inizi degli anni '30 del Novecento. Le sfide lanciate da economisti di successo come Paul Krugman, Joseph Stiglitz e Dani Rodrik restano dentro i confini dell'economia neoclassica, con la sua equazione tra welfare sociale e riduzione del costo unitario di produzione.
Terzo, l'economia neoliberista continua a proiettare un'immagine di «scienza dura» perché è stata completamente matematizzata. All'indomani della recente crisi finanziaria, questa sua estrema formalizzazione e matematizzazione è stata criticata dagli stessi economisti. Alcuni hanno sostenuto che il fine ultimo della pratica economica è diventato la metodologia e non la sostanza, e che di conseguenza la disciplina ha perso il suo contatto con i trend e i problemi del mondo reale. Vale la pena osservare che John Maynard Keynes, egli stesso una mente matematica, era contrario alla matematizzazione dell'economia proprio per il falso senso di solidità che quella le conferiva. Come osserva il suo biografo Robert Skidelsky, Keynes era «notoriamente scettico sull'econometria»; per lui i numeri erano «semplicemente indizi, stimoli per l'immaginazione», e non l'espressione di certezze o probabilità di eventi passati e futuri.
Perciò, per superare il neoliberismo bisognerà andare oltre l'adorazione dei numeri che spesso celano il reale, e oltre lo scientismo che si maschera da scienza.


2 maggio 2009

E' uscito il nuovo libro di Emiliano Brancaccio

Per maggiori informazioni andate qui


27 aprile 2009

Giancarlo De Vivo : economisti ed economisti

 Gli economisti sono sotto attacco da più parti. La prestigiosa rivista Nature ha invocato la necessità di una “rivoluzione scientifica” in economia, riconducendo l’incapacità degli economisti di “prevedere e evitare le crisi” al loro aver assunto il mercato ad idolo, ed accusandoli di fare propaganda piuttosto che scienza. Sono accuse pesanti, su cui essi devono dire qualcosa. Il Sole - 24 Ore ha iniziato un dibattito con un editoriale “a discarico” di R. Perotti (23 novembre), proseguito poi con interventi molto critici sullo stato della professione - in particolare uno di Roberto Artoni del 26 novembre.

Che la crisi abbia suscitato questo confronto è senz’altro positivo. Mai come nell’ultimo decennio infatti gli economisti liberisti avevano monopolizzato l’informazione. Usando la vecchia tecnica dei frequenti complimenti e citazioni reciproche, sono riusciti a dare l’impressione anche a lettori avveduti che un pensiero unico accomunasse tutti gli “economisti seri”. Il punto importante non è tanto quello degli errori di previsione, ma le storie che questi “economisti seri” son venuti raccontandosi e raccontando ai malcapitati lettori, nei loro editoriali e nei loro libelli. Sostenevano che la liberalizzazione finanziaria avesse fatto mirabilie, che “metà della crescita della produttività degli Stati Uniti è dovuta al settore finanziario”, e che quindi l’enorme ricchezza di cui questo settore riesce ad appropriarsi è giustificata dal suo benefico effetto sulla crescita del prodotto: le rendite non si anniderebbero nei colossali compensi dei dirigenti del settore finanziario, ma tra i lavoratori che guadagnano 1000-1500 euro al mese, e che godono del “privilegio” di un posto di lavoro con qualche tutela.



Dopo tutti i loro peana al liberismo (che alcuni di essi chissà perchè tengono a qualificare come “di sinistra”) quegli economisti, dimenticando tra l’altro di aver spesso vantato gli effetti espansivi della riduzione della spesa pubblica, hanno firmato spaventati appelli perché il finora esecrato Leviatano intervenisse a levare le castagne dal fuoco, con un aumento di spesa pubblica che potrebbe essere vertiginoso: il piano britannico per i salvataggi bancari, a cui tutti sembrano ispirarsi, ha stanziato l’equivalente di 600 miliardi di euro, pari a quasi la metà del PIL italiano, o, se si vuole, pari a circa 4 volte quanto speso annualmente dall’INPS per le pensioni. Ma chi ha dimenticato che quegli stessi economisti fino a ieri additavano all’opinione pubblica come una grave minaccia un possibile aumento della spesa per pensioni di un paio di punti di PIL (la famigerata “gobba”)?

Qualcuno di essi sta oggi iniziando a rispolverare Keynes. Ma se avessero letto Keynes avrebbero forse avuto qualche remora nei loro inni al “contributo” della finanza alla crescita - che appaiono tragicomici oggi che il contribuente è chiamato a pagarne i disastri. Keynes, che era un grande economista e un grande speculatore, paragonava lo “scommettere a Wall Street” allo scommettere alle corse dei cavalli, sostenendo che entrambi servivano solo a dare l’illusione di potersi arricchire senza far nulla, ma che era preferibile andare alle corse dei cavalli, perché così almeno si prendeva un po’ d’aria.


3 marzo 2009

Anti-Blanchard : un tentativo di approfondimento

La madre di Carrie, punta dal puntiglio di un povero insetto, sogna un bel lanciatore di coltelli. Le auguriamo maggior fortuna. Passiamo alle argomentazioni svolte dal suo alter-ego. 


Ci si crede api operose, ma ci si scopre vespe fastidiose


1) Laclaire può forse avere ragione nel dire che dal modello di Blanchard non si desume che la diminuzione dei prezzi faccia aumentare la produzione, ma può negare che dal modello di Blanchard si possa desumere che la diminuzione dei prezzi faccia aumentare la domanda?

Eppure sembra che Brancaccio neghi (o limiti) proprio la relazione tra diminuzione dei prezzi ed aumento della quantità domandata:

cioè nella relazione (dimP implica aumZ implica aumY), Laclaire si concentra sulla seconda relazione (aumZ implica aumY), mentre Brancaccio sulla prima relazione (dimP implica aumZ) e quindi non ha bisogno di introdurre la curva dell’offerta per argomentare che la diminuzione dei prezzi non provochi un aumento della domanda e quindi della produzione (il fatto che l’aumento della domanda non provoca necessariamente un aumento della produzione non implica che non ci sia un rapporto altrettanto incerto tra discesa dei prezzi ed aumento della domanda).

Ovviamente la presunta confusione (grave, assai grave!) tra spostamento lungo la curva e spostamento della curva si avrebbe solo se Brancaccio effettivamente dicesse quello che Laclaire gli fa dire, ma probabilmente Brancaccio (come ho tentato di spiegare) non intende approfondire questo punto.

 

2) Il “tutt’altro” a cui accenna Laclaire (la liquidity preference) in realtà è trattato da Brancaccio a pagina 45-46 delle sue dispense, proprio come uno dei problemi relativi al legame tra diminuzione dei prezzi, abbassamento dei tassi d’interesse ed aumento della domanda. Dunque non è vero che la spiegazione keynesiana venga buttata. Anzi, l’idea della AD verticale è proprio l’esemplificazione diagrammatica dell’effetto teorico che molteplici critiche alla concezione neoclassica hanno motivato.

 

3) Quando poi discute dell’accezione di “naturale” nel campo dell’economia, Laclaire cade  a mio parere in un atteggiamento superficiale, definendo il tasso di occupazione naturale come quello oltre il quale una ulteriore espansione produce inflazione. In tal modo l’ulteriore espansione produce inflazione così come una ghiandola secerne un ormone senza evidenziare gli step esistenti tra un fenomeno e l’altro e le scelte economiche consapevoli che determinano l’inflazione stessa.

Che Laclaire giochi a fare l’indiana e faccia retorica  si evidenzia anche dal fatto che, quando riporta un passo di Brancaccio a pagina 54 dell’AntiBlanchard sostituisce “segue mumbo jumbo del perché lo è” alla frase “ciò sta ad intendere, come sappiamo, che a causa della trappola della liquidità e della scarsa sensibilità degli investimenti al tasso d’interesse…”. Tale sostituzione evita a Laclaire di doversi ringoiare l’affermazione che Brancaccio abbia buttato la spiegazione keynesiana in nome di un errore tecnico e non interpretativo (in questo frangente la pretesa di distinguere le due cose è un altro segno della retorica saccente e formalista di Laclaire).

A proposito di tale posizione Laclaire dice che il fatto che l’aumento di P non ha effetto depressivo su domanda e produzione non ha niente a che vedere con la verticalità di AD, in quanto un aumento di P aumenta a sua volta la produzione e perché la domanda è stata aumentata d’imperio con una manovra espansiva. Laclaire dimentica di dire che non è l’aumento di P ad aumentare la produzione, ma lo stesso aumento della domanda causato dalla manovra espansiva, mentre l’aumento di P è successivo all’aumento di domanda e della produzione e sarebbe causato dalla spirale inflattiva. E qui viene verificata la tesi di Brancaccio che l’aumento di P non ha nessun effetto depressivo su domanda e produzione, e non al momento in cui inizia la manovra espansiva come capziosamente sembra far credere Laclaire. L’apparente legame immediato tra Y e P (esemplificato dal diagramma della curva di offerta aggregata AS) passa in realtà (come si desume dalla spiegazione data da Brancaccio a pagina 20)  per l’aumento dell’occupazione necessaria a realizzare la produzione in eccesso, per il rafforzamento dei lavoratori e per l’aumento del salario monetario richiesto. Laclaire invece, misticamente rapita dalla visione del modello, intende tale relazione (intuitiva, a guardare il diagramma) come immediata e questo a mio parere la porta fuori strada.

Laclaire mi pare si confonda anche quando dice che l’aumento di Y è permanente a condizione che l’offerta sia originariamente elastica e non verticale. Essa dimentica che l’AD verticale rappresenta la domanda aggregata e non l’offerta che per Brancaccio può benissimo essere elastica.

 

4) Laclaire poi analizza il caso dell’innalzamento della conflittualità esemplificato da pagina 55 a pagina 57 dell’AntiBlanchard. Qui la sua idolatria per i diagrammi raggiunge il parossismo: Brancaccio dice “di conseguenza la AS trasla in alto…” dove il “di conseguenza” è un modo colloquiale per introdurre la corrispondenza dello scaricamento degli aumenti salariali sui prezzi a livello di diagramma. La sacerdotessa dei modelli (che basta guardarli perché ti parlino, un po’ come la Signora di Lourdes a Bernadette Soubirous) invece prende alla lettera il “di conseguenza” e s’incarta su chi nasce prima, l’uovo o la gallina, dicendo che la traslazione della AS verso l’alto (che, precisa, in realtà è verso sinistra, si badi bene! Ma come fa a fare queste precisazioni? Io direi che si sposta in alto a sinistra, come il grande Partito Comunista…) avviene non quando gli aumenti di W sono scaricati su P, ma quando gli aumenti di W sono superiori a quelli di P. Laclaire illustra anche un ulteriore possibilità per le imprese, cioè quella di contrarre l’offerta ed identifica tale contrazione con lo spostamento di AS, dicendo che, nel caso della spirale inflazionistica, AS non si sposta da nessuna parte perché il caso in cui W aumenta come P è già contenuto nell’aumento di P dovuto all’espansione descritto in precedenza (qui Laclaire dimentica che nel diagramma a pagina 56 la politica espansiva non c’entra niente)

Qui ed in tutta l’argomentazione che segue a me sembra che Laclaire confonda il livello dei prezzi con l’inflazione: se aumentano i salari monetari aumenta anche il livello dei prezzi (sempre che, come argomenta Laclaire, P sia comprensivo di W) e se le imprese scaricano l’aumento di W sui prezzi dei beni prodotti, P (e cioè il livello dei prezzi) aumenta ancora e nessun fenomeno neutralizza tale aumento ( scaricare l’aumento di W sul prezzo dei beni prodotti può al massimo neutralizzare l’effetto dell’aumento di W, ma non scongiurare l’aumento complessivo di P).

Comunque da questa pippa se ne esce solo dicendo che, quale che sia l’aumento del salario monetario,c’è da parte delle imprese uno scarico sui prezzi dei beni prodotti e questo diventa, mantenendo AD verticale, ininfluente per domanda e produzione.

La verticalità di AD, lungi dall’essere una novità irrilevante nella discussione è la traduzione a livello di diagramma sia delle critiche di Keynes e degli economisti post-keynesiani al paradigma neoclassico (v. pag.) sia delle tesi sul carattere non assolutamente esogeno del markup.

Sulla questione del carattere esogeno o endogeno del markup o di altri parametri, Laclaire fa una grande confusione in quanto una volta dice che il parametro ‘z’ è esogeno per Brancaccio, poi una volta corretta, dice che è endogeno. La sua è una lettura superficiale in quanto Brancaccio dice che markup e parametro ‘z’ di conflittualità non debbono più essere considerati entrambi esogeni.

 

5) Alla fine Laclaire ci propina la sua verità: la conflittualità va posta a livello di produzione ed ogni volta che la produzione si contrae o è anelastica ne risentono contemporaneamente salari ed occupazioni. Naturalmente il fatto che AD essendo verticale permetta all’offerta di non contrarsi è per Laclaire del tutto indifferente. In realtà l’offerta aggregata AS è una variabile dipendente da P e da Y, (cioè dal livello dei prezzi e dalla produzione) almeno nel grafico considerato ed a meno che non si voglia accettare la tesi di Brancaccio che i rapporti di forza tra le classi determinino quali variabili siano esogene e quali endogene. Il fatto che le imprese possano contrarre la produzione è proprio in un certo senso la conferma del fatto che il conflitto condiziona le scelte : il sistema delle imprese potrebbe scegliere di diminuire il markup, ma non lo fa e per evitare un rafforzamento dei lavoratori diminuisce la produzione, oppure scatena la spirale inflattiva.

Dire però che il conflitto stia tutto nell’evitare che la produzione si contragga è un assoluta mistificazione e così pure tradurre Marx come uno che agisce a livello di organizzazione sociale della produzione, senza sottolineare che ciò vuol dire mutare i rapporti di proprietà e dare facoltà di decidere come, quando e quanto produrre.

 


24 febbraio 2009

Oltre i Nobel cazzari : quelli che qualcosa l'avevano prevista

Qualcuno mi ha rimproverato di attribuire all'economia facoltà profetiche giusto perchè avevo parlato di previsioni sbagliate (chissà a cosa serve l'economia...).
Ma se avevo parlato di Nobel cazzari, c'è anche qualcuno che delle previsioni sulla possibilità di una crisi di questo genere le aveva fatte. Vediamo un po' :
1)
Sul Sole 24 Ore del 03/11/2001 Nicola Cacace, ex presidente di Nomisma collega la crisi successiva all'11 Settembre a quelle asiatiche del 1997-1998 e sentenzia che si tratta di crisi legata al calo della domanda aggregata in uno con gli eccessi di investimenti finanziari speculativi con distorsione dei prezzi e delle regole di mercato. Egli dice pure : "Se la crisi depressiva è soprattutto crisi da domanda aggregata, così come nel '29, non serve a molto incentivare gli investimenti se non riparte la domanda di consumo... c'è da incentivare nei modi possibili quella vasta area di consumatori i cui salari hanno a mala pena recuperato l'inflazione...". Cacace ribadisce la sua analisi, sia pure generica, a fine 2001 , a Gennaio 2002 , ad Agosto 2002 , a Dicembre 2002, a Luglio 2003, ad Ottobre 2008 ed anche a Gennaio 2009 . Una tenacia ed una coerenza ammirevoli.
2)
In un intervista al Giornale del 30/10/2002, Mario Deaglio accenna alla possibilità di una recessione legata al crollo del mercato immobiliare Usa.
3)
In un articolo su Liberazione del 2/2/2003, Joseph Halevi, in una analisi storica delle contraddizioni dell'economia Usa, scrive : "Nel periodo clintoniano l'espansione avvenne sulla base di salari reali in diminuzione per cui la dinamica del consumo finì per dipendere dall'indebitamento crescente delle famiglie dando luogo ad una vera e propria bolla da debito. Se la bolla non è ancora scoppiata lo si deve all'abbassamento dei tassi di interesse. Questi però non possono scendere oltre un certo limite, mentre l'indebitamento delle famiglie continua ad espandersi in rapporto al reddito disponibile. Ergo il momento del reality check si avvicina". In un articolo sul Manifesto del 29/05/2003, Halevi ribadisce l'idea di guardare complessivamente alla storia dell'economia mondiale degli ultimi trent'anni ed a proposito dell'Europa evidenzia quella che adesso sarà un'altra difficoltà : "Il blocco della domanda interna europea poggia su di una vera e propria architettura istituzionale, molto difficile a riformare senza far crollare il castello della costruzione europea"
In un altro articolo del Luglio 2007 Halevi addirittura denuncia che : "L'accumulazione finanziaria viene in qualche modo contabilizzata nel Pil che quindi sembra crescere, mentre la precarizzazione riduce la disoccupazione senza dover ricorrere a politiche keynesiane con l'esercito di riserva che si situa dentro l'occupazione stessa...il sistema bancario fa soldi a tonnellate grazie all'accresciuta liquidità, ricicla ed aumenta il debito delle famiglie, le quali pur vedendo il rapporto debito/reddito aumentare, cercano di non cadere nella delinquenza finanziaria e si buttano ulteriormente sul mercato del lavoro con occupazioni precarie : ne consegue che la disoccupazione si situa al di sotto del 5%, mentre alò tempo stesso aumenta il rischio di insolvibilità delle famiglie..." 
4) Nel Settembre 2003 Paolo Sylos Labini
in questo articolo fa una articolata ipotesi di previsione sulla possibilità di una crisi del tipo di quella del 1929, crisi che sarebbe scaturita negli Usa a causa principalmente del debito privato. Tra le altre cose egli dice : " In una relazione sulle prospettive dell’economia mondiale, che presentai nell’aprile del 2002 a un convegno della Cgil e che poi fu pubblicata da Il Ponte (maggio 2002), esprimevo gravi preoccupazioni sulle prospettive dell’economia americana, che condiziona fortemente le economie degli altri paesi e, in particolare, quelle europee. La mia diagnosi fu giudicata da molti pessimista, ma i fatti, finora, mi hanno dato ragione. Oggi la mia diagnosi è ancora più pessimista, ma, giusta o sbagliata che sia, essa si fonda non su intuizioni o sul fiuto, bensì su un’analisi approfondita. In effetti, sin dal mio esordio come economista ho cercato di analizzare lo sviluppo capitalistico che, come aveva sostenuto Marx e riproposto in forme originali Schumpeter, ha un andamento ciclico, ossia passa attraverso fasi di prosperità e di recessione o di depressione. Da almeno due anni avevo notato alcune rassomiglianze fra la situazione che si era determinata in America negli anni Venti del secolo scorso, un periodo che sboccò nella più grave depressione nella storia del capitalismo, e la situazione che si andava delineando oggi in America...
Quando aumenta la disuguaglianza distributiva sorgono almeno due problemi: si indebolisce la domanda di beni di consumo e vengono alimentate le operazioni speculative e i debiti contratti per finanziarle. Negli anni Venti del secolo scorso la quota di reddito che va al quintile dei redditieri più ricchi sale di sei punti: passa dal 48% nel 1923 al 54% nel 1929 (Sylos Labini 1984, p. 265). Dal 1992 al 2001 il potere d’acquisto del reddito mediano del quintile più basso ha perso 3,6 punti, mentre quello del quintile più alto è cresciuto di 0,7 punti: il divario è salito di 4,3 punti: non è poco (dati del Federal Reserve System cortesemente forniti allo scrivente dal Servizio Studi della Banca d’Italia.
La diseguaglianza cresce in modo sistematico o come effetto della politica fiscale o come conseguenza di grandi innovazioni che fanno crescere i profitti nelle nuove industrie e poi, via via, in tante altre industrie, le cui condizioni di produzione e di vendita sono modificate 
dalle nuove industrie e dai nuovi prodotti – si tratta di una sorta di economie dinamiche esterne –. Crescono, a ondate successive, i profitti e ciò provoca ondate speculative in borsa, che hanno l’epicentro proprio nelle innovazioni. I profitti, i guadagni provenienti dalle azioni e gli elevati compensi ai manager, specialmente ai “top manager”, alimentano anche ondate di acquisti di immobili e si formano due bolle speculative, una in borsa e l’altra nei mercati immobiliari. In America la prima si è sgonfiata due volte, la seconda finora solo una volta ha subìto un arresto. Il fatto è che, nell’era della globalizzazione, le ondate speculative si diffondono nell’intero mondo sviluppato, ma con asincronie; inoltre, gli interessi coinvolti sono così rilevanti che la banca centrale e le principali banche, che a volte partecipano alle speculazioni, attuano una politica di sostegno, che può durare a lungo, anche se non all’infinito. Per questi motivi le bolle speculative non si sgonfiano di colpo. La bolla speculativa di Wall Street esplose una prima volta alla fine del 2000 con effetti nettamente negativi sul potere d’acquisto complessivo delle famiglie. Si è poi sgonfiata una seconda volta ma, in dimensioni ridotte, vi è ancora...
Con riferimento all’America sono da considerare quattro tipi di debiti: debito pubblico, debito delle imprese, debito delle famiglie, debito estero; è poi fondamentale la distinzione fra debiti a breve e a lungo termine, che quando diventano difficili da ripagare vengono chiamati immobilizzi. In America i debiti privati e il debito estero hanno raggiunto livelli patologici, mentre il debito pubblico solo da poco suscita preoccupazioni. Il problema fondamentale dell’economia americana sta proprio nei debiti, che oggi hanno assunto ampie dimensioni. È il risultato di vari fattori, economici – fra cui la politica liberale della banca centrale e gli abusi di diverse grandi imprese – e non economici – come la guerra in Iraq e l’occupazione di quel paese....
I problemi odierni sono gravi poiché l’indebitamento a medio e lungo termine ha assunto un peso rilevante. In America le famiglie si sono indebitate a lungo termine principalmente per acquistare immobili, le imprese per acquistare macchine e attrezzature e per acquistare altre imprese: spesso tali acquisti danno luogo a immobilizzi. Fornendo come garanzie gli immobili, le famiglie possono poi ottenere dalle banche prestiti a interessi più bassi di quelli che debbono pagare senza tali garanzie, ciò che consente loro di acquistare beni di consumo durevole che con il loro reddito non sarebbero in grado di acquistare. In generale, negli Stati Uniti la crescita del debito delle famiglie è stata assecondata dalle politiche liberali del credito ed è stata favorita dal tasso di risparmio che, come si sa, in quel paese è molto basso."
5) Il giornalista economico Alexander Weber avverte in quest'articolo del 2003 che l'Europa non sta molto meglio degli Usa : infatti "Da parte loro le famiglie hanno agito nel modo più semplice, trasferendo i risparmi dalle azioni alle proprietà immobiliari...Tale passaggio è stato massiccio. Ma gli effetti sulla distribuzione del reddito sono drammaticamente diversi...un aumento delle attività immobiliari in condizioni di prezzi che salgono tende a redistribuire il reddito rapidamente dal basso verso l'alto, cioè dai primi acquirenti ai detentori di capitali immobiliari. Anche in questo caso gli effetti sulla propensione al consumo sono negativi : le famiglie a reddito alto consumano meno in percentuale di quelle benestanti. "
6) Sempre nel 2003 Robert Reich, economista ed ex-ministro del lavoro Usa, afferma : "...i consumatori americani continuano a comprare. Ma c'è un limite a quanto i consumatori possono spendere, visto che i loro posti di lavoro stanno sparendo e i loro libretto degli assegni vacilla. La preoccupazione è dovuta al fatto che i consumatori in questo momento sono seriamente indebitati. I bassi tassi di interesse hanno reso facile per i consumatori più incalliti prendere in prestito del denaro fornendo in garanzia la propria casa. I proprietari di case stanno acquistando, con il denaro ottenuto in prestito, ogni sorta di cosa che altrimenti non potrebbero permettersi o stanno facendo fronte al  crescente debito delle loro carte di credito. Finchè il prezzo delle case continua a salire, chi prende denaro in prestito è protetto contro un crollo repentino delle proprie finanze. Ma se i tassi di interesse torneranno ad aumentare, i prezzi delle case smetteranno di salire e potranno anche cominciare a scendere..."
Al'inizio del 2004 Reich aggiunge : "Nel frattempo però, milioni di persone rimangono disoccupate o finiscono per essere così scoraggiate da rinunciare alla ricerca di un lavoro. A volte queste persone devono adattarsi a stipendi molto più bassi o a trasformarsi in  consulenti, un modo altisonante per dire lavoratori precari. Alla fine con così tante persone costrette a vivere nell'incertezza, la domanda di beni e  servizi da parte dei consumatori porebbe cominciare  a scemare"
7)
Stephen Roach della Morgan Stanley, sicuramente l'uomo più innamorato della teoria di una crisi sempre imminente, il 13/09/2004 dice : "Noi americani, l'intera popolazione della nazione più potente del mondo, paghiamo solo per gli interessi dei debiti privati più del venti per cento del reddito disponibile.. e il tasso di risparmio è uguale allo 0,6% dei salari.  Il rischio di un grande crack da debito è diventato spaventoso...e se si guarda il grafico di come sono andati avanti i lavoratori negli ultimi sei cicli di ripresa e come si stanno comportando nell'ultima congiuntura favorevole,  si scopre che, oltre al fatto che la crescita del numero dei posti di lavoro è totalmente insufficiente, neanche i salari stanno crescendo come dovrebbero...eppure i consumi si impennano. Essi escono dai debiti, ma non si può andare avanti così. La crescita nei fatti è anemica, senza aumenti nè di lavoro nè di salari e per di più, anche i consumi si stanno in parte raffreddando..." Roach nell'Agosto 2002 già aveva accennato a questi problemi : "Gli elementi che fino a questo punto hanno esercitato la spinta propulsiva sull'economia, come il comparto delle costruzioni e del consumo di beni durevoli stanno progressivamente indebolendosi....Se i governi europei non stimoleranno adeguatamente le politiche fiscali e monetarie di stimolo della domanda interna, il rallentamento statunitense avrà un impatto molto serio sulle altre economie" Nel Maggio del 2003 aggiunge a proposito dell'Europa : "Bisogna che la BCE abbassi e subito i tassi. Altrettanto importante è allentare i vincoli del Patto di stabilità, che è troppo restrittivo.". Il 14/02/2005 dice : "..L'America è il paese più indebitato del mondo, sia dal punto di vista pubblico che privato, e questa è una mina vagante per il pianeta che potrebbe sempre esplodere da un momento all'altro.". L'11/09/2006 Roach continua : "...è improvvisamente finito il discorso sul refinancing grazie all'immobile di proprietà e questo paralizza i consumatori che ora hanno semmai il problema di saldare i debiti più che di consumare..e l'economia americana si basa per il 70% sui consumi...". Infine il 1/05/2007 Roach avverte : "La distribuzione del lavoro ha provocato nel mondo sviluppato fortissime pressioni su occupazione e salari....i salari dovrebbero salire, i profitti delle grandi corporations dovrebbero scendere...è ragionevole aspettarsi che i politici vogliano controllare i profitti in eccesso del capitale..."
8) Il 20/05/2005 si sveglia anche Alan Greenspan il quale chiede il ridimensionamento di Fannie Mae e della Freddie Mac (aziende di interesse pubblico incaricate di rilevare e consolidare i mutui delle banche e di emettere obbligazioni lucrando sullo spread) agitando la crisi dei mercati finanziari
9) Il 10/06/2005 si sveglia anche Paul Krugman, il quale ammette (nonostante qualcuno gli voglia erroneamente attribuire la qualifica di profeta della crisi) "Alcuni analisti più pessimisti come Stephen Roach della Morgan Stanley sostengono che non abbiamo ancora finito di pagare per i nostri eccessi passati (relativamente alle bolle finanziarie). Personalmente non ho mai condiviso totalmente il suo punto di vista e tuttavia guardando il movimento del mercato immobiliare, sto iniziando a ricredermi ". Segue poi una descrizione più o meno analoga a quelle precedenti ed anche una domanda : "Ora cosa può rimpiazzare la bolla immobiliare ?" (domanda che tutto il capitale mondiale si sta forse ponendo in questo momento) oltre a rivelare che "A luglio 2001, Paul Mc Culley, economista del colosso finanziario Pimco, aveva previsto che la Federal Reserve non avrebbe fatto altro che sostituire una bolla speculativa con un altra (la bolla azionaria con la bolla immobiliare)" ed a citare Robert Shiller (autore di quest'articolo del 25/06/2004) che dice "quella immobiliare potrebbe essere la bolla più grande nella storia degli Stati Uniti".
10) Seguono poi articoli o interviste di Vaciago, Alvi, Roubini, Stiglitz  



Insomma, non solo questa crisi era stata prevista, ma era stata correttamente analizzata come crisi inizialmente legata alla domanda e ai bassi salari, crisi che si era tentato di scongiurare con bolle azionarie, con la guerra e con la bolla immobiliare e che è poi diventata crisi finanziaria, per poi di nuovo ritornare sull'economia reale, sull'occupazione e sui salari in un ciclo perverso che non si può spezzare riducendo nuovamente la massa salariale ed i diritti dei lavoratori, pena l'avvento di crisi ancora più pesanti.



sfoglia     febbraio        dicembre
 

 rubriche

Diario
Filosofia
Politica
Articoli
deliri
Schegge
Ontologia
Epistemologia
Storia
Ermeneutica
Conto e racconto
Comunismo

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

italo nobile
Periecontologia
blog filosofia analitica
porta di massa (filosofia)
Crisieconflitti
Blog di crisieconflitti
Rescogitans
Spettegolando
Being and existence
Josiah Royce
filosoficonet
Russell on proposition
Wittgenstein against Russell
Landini on Russell
Kalam argument
Internet enciclopedy of philosophy
Sifa
swif
Moses
Grayling
Bas Van Fraassen
Gilbert Harman
Nordic journal of Philosophical logic
Paideia Project
Ousia
Diogene : filosofare oggi
formamentis
riflessioni
Articoli filosofici
Ancient Philosophy
Dialegesthai
Hegel in MIA
MIA . risorse filosofiche
Gesù e la storia
piergiorgio odifreddi
renato palmieri
Dizionario sanscrito
Lessico aramaico
Cultura indù
Lessico indiano
Mitologie
Egittologia
Archeogate
Popoli antichi
Antichi testi cristiani
Bibbia
Testi biblici e religiosi
Agiografia
Eresie
Critica della Bibbia
Psychomedia
Rabindranath Tagore
La Pietà di Michelangelo
Sapere
google
Wikipedia
Libri in commercio
google traduttore
libri su google
Emiliano Brancaccio
Libri in commercio2
Dispense
crisieconflittiblog
l'ernesto
Essere comunisti
manifesto
Liberazione
Proteo Vasapollo
Appello degli economisti
Krisis
Rivista del Manifesto
n+1
Temi marxisti
Ripensare Marx
Gianfranco La Grassa
Ripensare Marx 2
Costanzo Preve
CriticaMente
Mercati esplosivi
Intermarx
Archivio marxista
35 ore
Gianfranco Pala
Contraddizione
falcemartello
Comunisti internazionalisti
Comedonchisciotte
Che fare
Teoria critica libertaria
Bellaciao
Anarcocomunisti
Informationguerrilla
Scambio senza denaro
Chaos
Guerra globale
Peacelink
Altraeconomia
Brianza popolare
indymedia napoli
Partito comunista internazionale
Prometeo
Giano
Cervetto
Rivoluzione comunista
P.C.internazionale (sinistra)
Teoria e prassi
Contropiano
Mazzetti
mazzetti2
vis a vis
Rotta comunista
Erre
Indymedia lavoro
Il pane e le rose
Articoli neweconomy
Noam Chomsky
Malcom X economia
La Voce.info
Z-Anarchismo
Iura Gentium
Domenico Gallo
Articolo 21
ansa
Openpolis
Asca (agenzia stampa)
Repubblica
Corriere della Sera
Adnkronos
Agenzia giornalistica italiana
Il Foglio
Informazioni on line
Rapporto Amnesty
Governo italiano
Inail
Avvisatore Parlamento
Inps
Istat
Censis
Rete no-global
Greenpeace
Utopie
Associazione pro Cuba
Rassegna stampa
Rassegna sindacale
Lucio Manisco
Nonluoghi
Osservatorio Balcani
Comunisti italiani
Rifondazione
Peace reporter
Centroimpastato
Democrazia e legalità
Società civile
Beppe Grillo
Alternative
Un mondo possibile
Laboratori di società
Antiutilitarismo
Mediawatch
Megachip
Le monde diplomatique
Report
Forum Palestina
Il filo rosso
Il Dialogo
Giulietto Chiesa
Guerraepace
Namaste
NensVisco Bersani
Unità
Sinistri progetti
Socialpress
Cafebabel
Terreliberedallamafia
Maria Turchetto
Carta
Carmilla
Lettera internazionale
Jacopo Fo
Globalproject
Attac
Anarchivio
Resistenze
Micromegas
Sbilanciamoci
War news
Tobin tax
Un ponte per
Uruknet
Lettera 22
Rainews
Reti invisibili
Centomovimenti
Euronews
Nidil Cgil
Chain workers
Cani sciolti
Ivan Ingrilli (sanità)
Sanità mondiale
Almanacco dei misteri
Rapporto Amnesty
Diritto del lavoro
Atlante geopolitico
Criticamente
Disinformazione
istitutobrunoleoni
Statistiche Bankit
Debitopubblico
Economia politica
Rasegna stampa economia
Dizionario economia
Cnel
formazionelavoratori
Confcommercio
Affari esteri
Teocollectorborse
Businessonline
Linneo economia
Economia e società aperta
Statistiche annuario ferrarese
Eures
Cgil Lombardia
Fondazione Di Vittorio
Fai notizia
Luogo comune
Zoopolitico
ok notizie
Wikio
La mia notizia
Youtube
Technorati
Blog
Answers
La leva di Archimede
Eguaglianzaelibertà
Liberanimus
Link economici
campioni pugilato
All words (dizionari)
Babelfish traduttore
Dieta
Cucina 2 : Buonissimo
Calorie
Cucina
Primi piatti
Dieta 2
Last minute
Dica 33
Schede medicinali
Dizionario etimologico
Dizionari
E-testi
Foto da internet
Ferrovie dello Stato
La Gazzetta dello Sport
Incucina
Cucina napoletana
Tabelle nutrizionali
Altalex
Pagine bianche
Calcola inflazione e interessi
Film Tv
Fuoco
Studium
Amica Mia di Pigura
prc valdelsa
Siddhartino
Altromedia
Trashopolis
lotte operaie nel mondo
vulvia
Korvo Rosso
La tela di Penelope
Conteoliver
Mario
Cloroalclero
Fronesis
Il mondo di Galatea
Polpettine
Tisbe
Lameduck
aiuto
Daciavalent
Arabafenice
Batsceba
Pibua
Guevina
Vietato cliccare
Cattivomaestro
Khayyamsblog
Francesco Nardi
Alex321
Ciromonacella
Comicomix
Devarim
Raccoon
La grande crisi del 2009 (cronache)
Giornalettismo
Zio Antonio
Radioinsurgente
Garbo
Vita da St(r)agista
sonolaico
serafico
jonathan fanesi
Valhalla
Millenniumphoenix
gianfalcovignettista
occhidaorientale
Undine
Capemaster
Mimovo
antonio barbagallo
Nefeli
Secondoprotocollo
Nessunotocchisaddam
Pragmi
Rigitans
Alessandro
Formamentisblog
Corso di traduzione letteraria
Filosofia del web
Mediamente
Psicopolis
Blog cognitivismo
Dswelfare
Caffeeuropa
Stefano Borselli
Domenico De simone
Andrea Agostini
democrazia diretta
Finkelstein
Movisol
Società e conflitto
menoStato
Settantasette
la Cia
misteri e cospirazioni
Globalizzazione
Centroimpastato
Tugan Baranovsky
Wright su reddito garantito
Contro il lavoro
Assenteismo e operai
Auschwitz e il marxismo
Cestim migrazioni
Salute naturale
Signoraggio
Umanitànova
Crisi della liquidità
Cooperazione tra cervelli
La Grassa su Bettelheim
Marx e Lange
Gramsci e la globalizzazione
Marx e la crisi
Prc quinto Congresso
Lessico gramsciano
Il virus inventato
Lotte disoccupati francesi
Biospazio
Storia nonviolenza
Tax justice network
Marx e la crisi
Seminari della controra
Valori e prezzi
Veti Usa a risoluzioni Onu
Anarchici
Nuovi mondi media
Stele e cartigli egizi
Libro dei morti
Egitto
Egitto2
Egitto3
Egitto4
Egitto5
Storia delle Brigate Rosse
Guide di Dada net
Aljazira.it
Arab monitor
Il Giornale
Cultura cattolica
Il denaro
Aldo Pietro Ferrari
Asianews
Storia della birra
Storia contemporanea
Dossier Legge Biagi
Ateneonline

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom