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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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22 marzo 2011

Non esiste disoccupazione volontaria

La teoria neoclassica parla di disoccupazione volontaria in quanto i lavoratori  giudicavano la disutilità del lavoro maggiore dell’utilità del salario, o perché in seguito ad accordi i lavoratori decidevano limitando così la concorrenza di non accettare salari al di sotto di un limite prefissato. In entrambi i casi la disoccupazione era definibile come volontaria. Infatti sarebbe stato sufficiente valutare in modo diverso la disutilità del lavoro oppure abbassare il livello minimo contrattuale, per indurre un aumento della domanda di lavoro degli imprenditori e ridurre così la disoccupazione ad un minimo trascurabile derivante dagli attriti connessi al ricambio di manodopera.

 

 

In realtà il primo caso (la disutilità del lavoro maggiore dell’utilità del salario) è un caso quasi impossibile in quanto il salario non dovrebbe nemmeno garantire quel pacchetto di beni necessario alla riproduzione della forza lavoro. Dunque si tratta di un’ ipotesi puramente immaginaria. E anche nel caso in cui il salario non garantisce tale pacchetto, comunque il disoccupato tende a lavorare in cambio di una parte di salario sufficiente (ripromettendosi di procurarsi in altro modo quel che manca). Solo se il disoccupato ha un’altra fonte di reddito o si riesce a procurare in altra maniera il pacchetto di beni necessario alla sua riproduzione, allora si ha un rifiuto del lavoro. In questo caso però non ci sarebbe disoccupazione ma inoccupazione oppure lavoro nero. In entrambi i casi ci troviamo di fronte comunque ad un problema sociale consistente in una inadeguata domanda (il lavoro mero è meno remunerato) e in una illegalità del mercato del lavoro.

Più realistica è l’ipotesi degli accordi con cui non si accettano salari al di sotto di un minimo prefissato. Ma parlare di volontarietà in questo caso è un marchiano errore logico. La disoccupazione volontaria presuppone la volontarietà di chi rimane disoccupato e non quella dei lavoratori che non accettano un salario minore di un limite prefissato.

E pure dire che si tratti dei lavoratori garantiti che non consentono l’ingresso dei disoccupati non è del tutto corretto. Infatti l’occupazione è il risultato del rapporto tra il livello salariale e il fondo salari disponibile. Se il livello salariale dipende dalla volontà dei lavoratori, il fondo salariale disponibile dipende dalla volontà dei datori di lavoro. Sbaglia quindi a questo proposito anche Keynes quando dice che il volume dell’occupazione dipenda solo da un certo livello dei salari reali. Egli considera, così dicendo, il fondo salari disponibile come un valore dato incontrovertibilmente, mentre dipende dalle scelte di investimento dell’imprenditore e dalla composizione organica di capitale che quest’ultimo vuole impostare.

 

 


19 settembre 2010

Testimonianza (ecce Bombo)

L’assoluta mancanza di dialettica democratica in questo paese, stato di cose determinato dall’arretramento dei diritti dei lavoratori in questi trent’anni di egemonia dei padroni, da un lato sta causando l’isolamento del sindacato che almeno in certi suoi spezzoni mostra di resistere alla normalizzazione, e cioè la Cgil, dall’altro sta aprendo all’interno delle diverse coalizioni politiche, tra loro inconfrontabili, lotte intestine (si pensi al ritorno dell’imbecille, alias Water closed Veltroni, mai pago di generare disastri) volte alla scelta di chi deve gestire le briciole di un sistema che, in presenza di problemi della domanda aggregata mondiale, si avvita ancora di più nell’accumulazione di capitale e lascia a chi ha ancora la forza lavoro, la libertà di morire di fame.

 

 

L’unica strategia possibile è la resistenza irragionevole, irriducibile, radicale.

Nessun compromesso a perdere. Meglio una sconfitta netta, ma che disegni bene le linee in campo, la posta in gioco, la direzioen verso la quale bisogna andare. Se lasciamo fare ai manovratori, presto ci vorrà una terza guerra mondiale per distruggere il capitale ed il bisogno in eccesso che non riesce a farsi domanda.

In nome della pace mondiale, dobbiamo fare una guerra civile di resistenza all’interno dei nostri ghetti. Buona fortuna ragazzi. Tenetevi bene in salute. Ce ne sarà bisogno. Rifiutiamo il lavoro.

 


29 settembre 2009

Intervista a Brancaccio

 

CRISI, LIBERO SCAMBIO E PROTEZIONISMO.

INTERVISTA A EMILIANO BRANCACCIO

 

di Alessandra Lo Fiego

 

 

(versione aggiornata di una intervista pubblicata

su Essere comunisti 13/14, settembre 2009)

 

 

Mentre il governo minimizza e ci racconta che il peggio è passato, ci avviciniamo ad un autunno di licenziamenti, chiusure di siti produttivi, crollo del reddito operaio, aumento vertiginoso della disoccupazione. Quale scenario economico e sociale si sta delineando?

 

Nel prossimo futuro potremo anche registrare qualche euforico sussulto dei prezzi di borsa, e magari anche della produzione. Ma al di là degli scossoni temporanei, c’è motivo di ritenere che la crescita futura della produzione e del reddito sarà in generale più lenta e più fiacca che in passato. Il tracollo della finanza americana rappresenta infatti un dato strutturale, di portata storica, e quindi difficilmente gli Stati Uniti potranno nuovamente proporsi come locomotiva globale, come “spugna assorbente” delle eccedenze produttive degli altri paesi. Il problema è che al momento non sembra sussistere nel mondo un credibile sostituto della “spugna” americana. La situazione per certi versi somiglia al periodo tra le due guerre mondiali, quando la Gran Bretagna venne spodestata dal ruolo di leader monetario del mondo e gli Stati Uniti erano ancora riluttanti a sostituirla. Oggi come allora l’assenza di una leadership monetaria rappresenta un rebus di difficile soluzione, uno dei tipici problemi di coordinamento di fronte ai quali il meccanismo della riproduzione capitalistica entra in crisi. Ciò significa che probabilmente andiamo incontro a una fase caratterizzata da una domanda globale debole, e quindi da una crescita della produzione troppo bassa per indurre le imprese a riassumere i lavoratori licenziati a seguito della recessione. Inoltre, quando la crescita della domanda e della produzione risulta debole, è facile che si verifichi anche disoccupazione tecnologica: cioè aumenta la probabilità che i lavoratori licenziati a causa di mutamenti tecnici e organizzativi non vengano più riassorbiti dal sistema. Per questi motivi, in media e soprattutto nei paesi occidentali potremmo trovarci di fronte ad un periodo non breve di aumento della disoccupazione.

 

Quali potrebbero essere gli sbocchi politici immediati dell’attuale recessione?

 

Non mi sembra realistico scommettere sulla possibilità che le grandi potenze economiche si siedano presto attorno a un tavolo per  costruire assieme una nuova “spugna” del mondo, in grado di sostituire quella americana. Ritengo più probabile che per un po’ di tempo ogni paese cercherà una soluzione “interna” al problema della caduta del commercio mondiale. A questo proposito, finora ha prevalso una strategia più o meno surrettizia di “salto al collo del vicino”. Molti paesi cioè hanno praticato politiche di ulteriore contenimento dei salari e di aumento dei sussidi alle imprese, allo scopo di rendere più competitive le produzioni nazionali e magari di conquistare quote di mercato altrui. Questo tipo di comportamento, scoordinato e conflittuale, può anche dare i suoi frutti nel breve periodo, ma a lungo andare non fa altro che aggravare la crisi globale. Alcuni paesi potrebbero allora tentare di sganciarsi da questa spirale recessiva mondiale per puntare su uno sviluppo più autonomo, maggiormente fondato sulla domanda interna, e quindi meno dipendente dalle esportazioni.

 

I paesi che sceglieranno di puntare sulla domanda interna diventeranno protezionisti?

 

E’ ovvio che se un paese decide di espandere la domanda interna dovrà poi introdurre degli accorgimenti per far sì che la maggior parte di quella espansione si rivolga alla produzione nazionale, anziché a quella estera. Nel mondo qualche segnale in tal senso già ce l’abbiamo.

 

Ma noi come dovremmo giudicare questa tendenza? In polemica con te, Marco Revelli ha sostenuto che il protezionismo potrebbe rivelarsi l’anticamera per nuove tentazioni nazionaliste e guerrafondaie… 

 

Non è il solo. Su Liberazione o sul manifesto capita spesso di trovare “protezionismo” e “fascismo” appaiati, quasi che fossero la stessa cosa. Ma queste sono banalizzazioni pericolose. Trovo che a sinistra sia alquanto diffuso un tremendo equivoco attorno al dilemma tra apertura globale e protezionismo. Probabilmente le incomprensioni nascono dal fatto che molti intellettuali commettono l’errore di considerare l’attuale internazionalismo del capitale come una sorta di erede moderno del vecchio internazionalismo del movimento operaio. Ma la realtà è che si tratta di fenomeni in totale contrasto tra loro. L’internazionalismo del capitale sta ad indicare il grande processo di globalizzazione al quale abbiamo assistito nell’ultimo trentennio, che è consistito nella crescente apertura dei mercati ai movimenti internazionali di capitali, di merci e in parte anche di lavoratori. L’internazionalismo operaio promuoveva invece la solidarietà e la fratellanza tra i lavoratori dei diversi paesi, e quindi si basava principalmente sul ripudio della guerra, economica e soprattutto militare. E’ chiaro che siamo di fronte a concetti antagonistici: l’internazionalismo del capitale infatti inasprisce la competizione tra i lavoratori dei vari paesi, e quindi può facilmente compromettere la solidarietà tra di essi. Lo stesso Marx, che protezionista non era, ironizzò sulle tesi di chi confondeva libero scambio, pace e fraternità sostenendo che «chiamare fraternità universale lo sfruttamento a livello cosmopolitico è un’idea che avrebbe potuto nascere solo nella mente della borghesia». Trovo quindi errato l’atteggiamento di chi a sinistra difende più o meno consciamente questo tipo di internazionalismo, e magari si esprime contro l’eventualità che si vada verso una fase di minore apertura dei mercati.

 




Stai dicendo che l’eventuale avvio di una fase protezionista potrebbe rappresentare una occasione politica per il movimento dei lavoratori?

 

Non voglio dire che i lavoratori dovrebbero considerare il protezionismo come una infallibile soluzione per i loro mali. Alla luce della esperienza novecentesca sappiamo che una relativa chiusura del mercato interno può esser declinata in vari modi, non tutti necessariamente auspicabili: in alcuni casi può rientrare tra le strategie di aggressione intercapitalistiche che sono tipiche dei tempi di crisi, e può quindi essere accompagnata da una ulteriore azione repressiva sul lavoro; in altri casi può invece ridurre il peso del cosiddetto “vincolo esterno”, e può dunque favorire lo sviluppo delle rivendicazioni sociali. In effetti abbiamo evidenze storiche dell’uno e dell’altro segno. E’ chiaro però che se a sinistra persiste una lettura ingenua della questione dell’apertura o meno dei mercati, difficilmente una eventuale fase di “de-globalizzazione” potrà essere sfruttata a vantaggio degli interessi del lavoro. Sotto questo aspetto l’analisi di Revelli, e di molti altri, mi sembra idealistica, e quindi non in grado di riconoscere i diversi possibili esiti della torsione storica in atto.

 

In Italia un vero dibattito su questi temi, e più in generale sull’indirizzo di politica economica del paese, stenta ad affiorare. L’attenzione sembra più che altro rivolta ai costumi sessuali del premier, e magari lo si lascia indisturbato a smantellare il settore pubblico e a smontare pezzo per pezzo la Costituzione. Quanto è concreto secondo te in questo momento, in Italia, il pericolo di una deriva “post”- democratica?

 

Con il prolungarsi della crisi e con l’aumento conseguente delle tensioni sociali, è possibile che questo governo sia tentato da soluzioni drastiche sul piano istituzionale ed economico, e da un impiego non estemporaneo ma strategico degli strumenti di repressione di cui dispone. Ma la forza di Berlusconi e della sua alleanza non deriva dal suo potenziale anti-democratico (o post-democratico, che dir si voglia). A mio avviso l’attuale destra di governo trae linfa e consensi dalla sua eccezionale capacità di alimentare una continua guerra tra le diverse categorie di lavoratori: privati contro pubblici, precari contro stabili, autonomi contro dipendenti, giovani contro anziani, settentrionali contro meridionali, nativi contro immigrati. E’ contro questa tendenza a dividere i lavoratori che bisognerebbe concentrare gli sforzi dell’opposizione. Non mi persuade invece l’idea di contrastare l’esecutivo definendolo semplicemente “nemico” della Costituzione e della democrazia. Dovremmo infatti ricordare che l’attacco alla Costituzione e il restringimento degli spazi di esercizio democratico non nascono certo in questa legislatura. La nostra Carta costituzionale è materialmente incompatibile con gli indirizzi di politica economica e istituzionale di tutti i governi che si sono succeduti da almeno un quindicennio a questa parte. La piena apertura dei mercati e la completa liberalizzazione dei movimenti di capitale, il Trattato di Maastricht, lo smantellamento progressivo dei diritti del lavoro, sono tutti provvedimenti che hanno agito in simbiosi con le controriforme elettorali e con il depotenziamento delle aule parlamentari, e hanno quindi allargato lo squarcio tra la Costituzione formale e la sua attuazione materiale. Pertanto, a chi nell’opposizione sembra propenso a invocare genericamente la difesa della Costituzione repubblicana e ad agitare l’ennesima, consunta bandiera dell’anti-berlusconismo, dovremmo chiedere se piuttosto sia disponibile a costruire una opposizione fondata su concrete proposte di riunificazione del lavoro. Perché è sul bivio tra divisione e coesione dei lavoratori che oggi più che mai si gioca la costruzione di un blocco sociale vincente.       

 

Sotto quali condizioni a tuo avviso si potrebbe tornare a scommettere su una rinnovata coesione tra i lavoratori?

 

Il problema è che in questi anni - anche a causa di scelte nefande da parte delle sinistre al governo - i divari tra le diverse categorie di lavoratori sono effettivamente cresciuti, sia sul versante dei redditi che su quello più generale delle condizioni di lavoro e di vita. Oggi più che in passato sussistono grandi differenze tra i livelli di vita di un dipendente pubblico stabilizzato, di un precario del settore privato e di un immigrato clandestino che lavori sotto la minaccia dell’espulsione. Parlare quindi frettolosamente di “classe”, come se fosse un mantra, una parola taumaturgica, rischia di produrre un effetto di ripulsa, opposto a quello desiderato. Il paradigma marxiano delle “classi sociali” resta a mio avviso analiticamente superiore al paradigma dell’individualismo metodologico, e quindi può tuttora considerarsi fecondo anche sul piano politico. Ma sarebbe sbagliato adoperare la parola “classe” per fini agitatori senza una profonda spiegazione preliminare del suo significato. Per esempio, all’universo frammentato dei lavoratori bisognerebbe in primo luogo comunicare che le sperequazioni tra di essi sono risultate funzionali all’accrescimento di un’altra sperequazione, molto più grande e decisiva: quella tra i lavoratori presi nel loro complesso e i percettori diretti o indiretti di profitti e rendite. Basti pensare agli aumenti di produttività del lavoro: nell’ultimo trentennio, in quasi tutto il mondo, gli incrementi del potenziale produttivo dei lavoratori non sono andati a vantaggio dei dipendenti pubblici, né dei precari, e nemmeno ovviamente degli immigrati. Praticamente tutta la ricchezza aggiuntiva creata dall’aumento di produttività del lavoro è stata assorbita dai redditi da capitale…

 

…ciò nonostante i lavoratori seguitano in molti casi a farsi la guerra tra loro. Quali sono le parole d’ordine attorno alle quali si potrebbe cercare di riunificarli?

 

Comincerei col dire che ad ogni slogan che punti a dividere i lavoratori, se ne dovrebbe contrapporre un altro che miri a compattarli. Prendiamo ad esempio gli slogan della Lega. Sappiamo che questo partito invoca le “gabbie salariali” allo scopo di differenziare maggiormente le retribuzioni tra Nord e Sud, e di rimediare così al fatto che i prezzi al Nord sono un po’ più alti che nel Mezzogiorno. I leghisti sostengono quindi che le “gabbie” servono a eliminare una discriminazione che danneggia i lavoratori settentrionali. Ora, io non sto qui a soffermarmi sulle varie incoerenze della proposta leghista. Mi limito solo a far presente che i divari di prezzo tra una metropoli e una località di provincia possono risultare anche più ampi di quelli tra Nord e Sud, per cui volendo applicare la logica leghista fino in fondo dovremmo immaginare contrattazioni differenziate pure tra città e paesini, tra zone ben collegate e zone isolate, e così via, senza più riuscire a mettere un punto fermo. Ma il punto chiave è che se di discriminazione vogliamo davvero parlare, allora forse dovremmo partire da fenomeni ben più macroscopici, come ad esempio quelli creati dalle leggi di deregolamentazione e di precarizzazione del lavoro che la Lega in questi anni ha sempre sostenuto e promosso. A causa di questo smantellamento del diritto del lavoro, oggi possiamo trovarci in una situazione in cui, per esempio, due lavoratori del Nord lavorano nella stessa azienda, con le stesse identiche qualifiche e le stesse mansioni, e ciò nonostante vengono sottoposti a norme diverse, a contratti diversi, a salari totalmente diversi e persino a padroni diversi. Altro che introduzione delle “gabbie salariali”, dunque. Qui c’è piuttosto da abbattere la gabbia della precarizzazione, che scientificamente divide al suo interno la classe lavoratrice, al Nord come al Sud, e che la Lega ha contribuito in modo decisivo a edificare.

 

Oltre alle gabbie salariali la Lega agita pure la bandiera del blocco dell’immigrazione….

 

Certo, e in questo caso lo scopo è di trarre alimento dalle divisioni tra lavoratori nativi e migranti. La Lega trae enormi consensi da questa strategia. Alcuni ritengono che ciò dipenda da un moto irrazionale identitario dei nativi contro i migranti, i quali verrebbero concepiti come un tipico “caprio espiatorio”, un nemico esterno da annientare. Ciò è senz’altro possibile, ma i dati rivelano che la xenofobia dei lavoratori nativi scaturisce anche dal pericolo concreto, materiale, che gli immigrati alimentino una concorrenza ancor più sfrenata sui salari, sui posti di lavoro, sul welfare e sugli spazi metropolitani. Per motivi dunque non solo identitari ma anche strettamente materiali la linea della Lega è finora risultata vincente, e qualcuno a sinistra sembra essersi rassegnato a subirne la forza dirompente. Al contrario, io credo che la bandiera del blocco dell’immigrazione possa e debba essere efficacemente contrastata issando una bandiera alternativa: quella del blocco dei movimenti di capitale. Bisognerebbe cioè comunicare ai lavoratori nativi che, invece di far la guerra agli immigrati, dovrebbero unirsi con essi attorno all’obiettivo di  impedire al capitale di scorazzare liberamente da un capo all’altro del mondo, a caccia della tassazione più favorevole, dei minimi vincoli ambientali, dei salari più bassi e delle massime opportunità di sfruttamento del lavoro. Talvolta cerco di sintetizzare questo ragionamento affermando che se vogliamo liberare i migranti, allora dobbiamo arrestare i capitali.. Adopero volentieri queste parole d’ordine poiché le considero non solo efficaci nella lotta politica, ma anche istruttive per la sinistra. Dobbiamo infatti capire che se vogliamo davvero riunificare i lavoratori, se per esempio vogliamo costruire un legame sociale tra lavoratori nativi e immigrati, non possiamo più appellarci al buon cuore della gente. Dovremmo invece avanzare proposte precise e credibili, nelle quali gli uni e gli altri possano riconoscersi. Questo è un punto molto importante, poiché vedo che a sinistra troppe volte si pretende di affrontare questi problemi sulla base di un umanesimo ingenuo, secondo cui basterebbe dichiarare che l’altro sono io per stemperare ogni conflitto. Questo “buonismo” è totalmente inadeguato ai tempi di ferro che stiamo attraversando, ed è pure sintomo a mio avviso di una diffusa pigrizia intellettuale e politica. 

 

Mettiamo allora da parte ogni “buonismo”, e interroghiamoci sulla possibilità concreta di riunificare i lavoratori attorno alla parola d’ordine del blocco dei capitali. A questo proposito, non c’è comunque il rischio che il blocco dei movimenti di capitale danneggi i lavoratori dei paesi meno sviluppati, che necessitano di risorse finanziarie esterne per uscire dalla povertà?

 

No. E’ vero piuttosto il contrario. La libera circolazione internazionale dei capitali ha scatenato una competizione senza freni, che aumentando i rischi di attacco speculativo sulle valute ha drasticamente ridimensionato la sovranità politica dei singoli paesi - specie se meno sviluppati - e che ha dato avvio a una lunga e profondissima deflazione salariale mondiale. Da questo vortice recessivo sono riusciti almeno in parte a sottrarsi solo quei paesi che hanno mantenuto qualche forma di relativa chiusura dei loro mercati ai movimenti internazionali di capitale. La Cina è un esempio emblematico, in questo senso.    

 

A seguito della grande recessione in corso si è tornati a parlare, anche nei nostri ambienti, di “crisi finale del capitalismo”. Che ne pensi?

 

L’idea di una “crisi finale del capitale” viene solitamente portata avanti dagli eredi più o meno consapevoli delle correnti bordighiste del marxismo, e in genere si basa sulla “legge” di caduta tendenziale del saggio di profitto. La versione marxiana tradizionale di quella legge non funziona, ma credo sia possibile individuare nuove modalità di riscontro della medesima.  Da un punto di vista politico, tuttavia, il tema della “crisi finale” è delicato. Quando tra i militanti si discute della legge di caduta del profitto, noto che si cade facilmente in un clima “destinale”, che spesso li spinge verso analisi superficiali e fuorvianti. Ai militanti sedotti da questo tipo di discussioni uso dire che il Capitale di Marx non è il Vangelo secondo Giovanni, e che le complicate riflessioni sulla “crisi finale” del capitale sono una cosa un po’ diversa dalle premonizioni sull’Apocalisse. Credo allora che i militanti farebbero meglio a porsi interrogativi più immediati, e in un certo senso più smaliziati. Per esempio, sarebbe ora di analizzare in profondità il rapporto tra i meccanismi di auto-riproduzione del capitalismo e degli apparati ideologici che lo sorreggono da un lato, e i meccanismi di auto-riproduzione dei partiti che si dichiarano anti-capitalisti dall’altro. Se la sopravvivenza delle strutture di questi partiti finisce per dipendere in misura decisiva dalla partecipazione agli organi di governo o di sotto-governo, la definizione stessa di “anti-capitalisti” rischia di diventare un ossimoro, una vera e propria contraddizione in termini. E’ chiaro infatti che sotto condizioni di inesorabile dipendenza “riproduttiva”, la crisi non può mai logicamente assumere il carattere di “occasione storica”. Questa è una questione importante, sulla quale bisognerebbe indagare senza semplificazioni né inutili moralismi, ma anche senza reticenze.

 


23 maggio 2009

Orsola Casagrande : il violento Primo Maggio in Turchia

 

Dopo trentadue anni di divieti i lavoratori sono tornati a celebrare il primo maggio in piazza Taksim. In realtà il prefetto di Istanbul Muammer Guler aveva confermato il divieto di manifestare. Ma i lavoratori e i sindacati fin dalle prime ore del mattino si sono riversati a Taksim. Immediatamente la polizia ha attaccato i manifestanti che si dirigevano verso il centro della città. Idranti, blindati e manganelli. Ventincinquemila poliziotti schierati per impedire ai lavoratori di celebrare la loro festa in quella piazza così densa di significati dove nel 1977 trentasei persone persero la vita, uccise proprio durante le celebrazioni del primo maggio. Le immagini delle bandiere rosse che sventolano in piazza fanno venire i brividi. Così come la violenza spietata delle forze di sicurezza. Centootto le persone arrestate, moltissimi i feriti. Scontri pesanti che hanno avuto luogo nelle stradine laterali che portano a Taksim, ma anche in altre città della Turchia. A Diyarbakir, in Kurdistan, pesante il bilancio della manifestazione dei lavoratori. Una violenza che va ad aggiungersi a quella ormai costante che da dopo le elezioni amministrative del 29 marzo (che hanno registrato il successo del kurdo Dtp) non si è mai fermata. 



Le forze dell'ordine in questi giorni sono sotto i riflettori per la morte di un giovane di appena sedici anni, rimasto ucciso durante una operazione «antiterrorrismo» proprio a Istanbul, nel quartiere di Bostanci. Un militante di un gruppo di sinistra legato al Pkk è stato ucciso dopo uno scontro a fuoco durato cinque ore. Oltre a lui sono morti un poliziotto e il giovane passante. Per il prefetto Guler, l'operazione «è stata un successo». Nel confermare il divieto a manifestare a Taksim, il primo ministro Recep Tayyip Erdogan aveva ribadito che la richiesta dei sindacati era «irragionevole. «La piazza - aveva detto - non è adatta a manifestazioni di massa». Durissimi i commenti dei sindacati al nuovo rifiuto. Sami Evren, presidente di Kesk (lavoratori del pubblico impiego) ha sottolineato che «ormai la discussione sulle celebrazioni del primo maggio sono state ridotte a discussioni sugli scontri che puntualmente si verificano. Questa è diventata politica dello stato che continua deliberatamente a ignorare le richieste dei lavoratori». Quanto alle obiezioni sull'inadeguatezza di piazza Taksim, Evren ha ricordato che il cinque aprile scorso la piazza è stata concessa per una manifestazione della polizia. Migliaia di poliziotti si sono concentrati nella centralissima piazza cittadina. «Ma naturalmente - ha concluso Evren - quando la richiesta è dei lavoratori, la risposta è un'altra». La crisi economica intanto continua a pesare sulla già non brillante economia turca. E in più in queste ultime settimane si sono nuovamente intensificati i bombardamenti nel Kurdistan iracheno e in quello turco. Ankara nonostante le pressioni (seppure timide) da più parti per una soluzione negoziata alla questione kurda, continua a bombardare e a parlare il solo linguaggio della guerra. E questo, naturalmente, in termini economici costa. La guerra infatti si mangia una fetta consistente del budget della difesa. Il primo maggio per il governo è stato giorno di lavoro: Erdogan infatti ha annunciato il suo rimpasto di governo. Il consulente speciale del premier, Ahmet Davutoglu, è stato nominato ministro degli esteri.
Quest'anno sulla festa dei lavoratori e sulla repressione nei confronti del sindacato e di chi cerca di organizzarsi grava anche una nuova importante sentenza della Corte europea per i diritti umani. Il 21 aprile scorso infatti la Corte ha condannato la Turchia per comportamenti anti-sindacali. Diversi lavoratori erano stati vittime di provvedimenti disciplinari dopo che avevano comunque aderito e partecipato a uno sciopero di ventiquattro ore indetto dal sindacato Kesk.


20 maggio 2009

Francesco Piccioni : Cai è un modello contro i diritti del lavoro

Ritardi, manutenzione incerta, disservizi, carenza di organico. Alitalia torna in prima pagina, ma con i conti - spiega il socio di riferimento, Jean-Cyril Spinetta, presidente di air France - «al di sopra delle attese». Ne parliamo con Paolo Maras, segretario nazionale dell'SdL-trasporto aereo, steward ora in cassa integrazione.

Quanti problemi ha la «nuova» Alitalia?
Che si faccia il bilancio dei primi 100 giorni è doveroso, ma era già noto che i problemi principali - ritardi, inefficienze, organici e condizioni del lavoro - fossero irrisolti. Non a caso avevamo sempre detto che attraverso questa operazione non passa solo la trasformazione da Alitalia a Cai, ma un treno micidiale addosso a diritti, conquiste, condizioni di lavoro. E anche una visione diversa da quella di una compagnia di bandiera, che presuppone comunque un interesse dello Stato nel garantire servizi ai cittadini. Oggi vediamo anche Formigoni e Castelli strapparsi i capelli per Malpensa, dove non funzione più nulla e i passeggeri rimangono a terra. Certo, se gli organici sono insufficienti, sia a bordo che a terra, succede questo.

Eppure si era detto che si voleva creare una compagnia grande, forte e «italiana».
Fin dall'inizio l'obiettivo era di tenere bassissimi i costi e il personale ridotto all'osso, confezionando un pacchetto appetibile per il migliore offerente. Che in Cai sappiamo essere «mister 25%», ovvero Air France. Che ora dice - traduco - «come fate a ottenere risultati superiori alle aspettative»? In Francia sequestrano i manager, qui avete distrutto sindacato e lavoratori e nessuno dice niente...



Previsioni fosche per i vostri colleghi francesi...
Appunto. In secondo luogo, Spinetta ha sollevato la politica italiana e il governo (quello che diceva «ai francesi, mai») da ogni responsabilità per la cattiva gestione precedente alla vendita. L'unico «colpevole» è stato trovato nel sindacato. Tutti, senza eccezione. Noi siamo convinti che il peggio debba ancora arrivare. Il «problema Alitalia» non c'è più, come la monnezza napoletana. Ma se si pensa che deve ancora la fusione effettiva tra le cinque aziende che compongono oggi la nuova Alitalia, è facile prevedere nuovi «esuberi» causati da queste sinergie.

Ma se già ora nell'«operativo» gli addetti sono pochi...
Se una macchina che ha bisogno di quattro assistenti di volo la fai partire con soltanto due, la legge della «sinergia» funziona anche in quel caso. I numeri delle assunzioni fatte sono fortemente squilibrati rispetto agli stessi impegni iniziali. Gli assistenti di volo - a quattro mesi dalla partenza - sono sotto organico di oltre 400 unità. Si parla ora di 190 assunzioni, che non coprono le necessità.

Le politiche del trasporto dipendono sempre più dalle scelte europee. Come si fa a tenere il punto del conflitto senza una qualche sponda politica?
La vicenda Alitalia è andata come è andata proprio perché c'è una desertificazione della politica. C'è necessità di riportare competenze vere, non ideologiche - insomma esperienze vissute, «sapere di che si parla» - dentro certe istituzioni. Per esempio, credo che la scelta di Andrea Cavola, mio compagno di lotte per oltre 20 anni - di candidarsi come indipendente con Rifondazione, sia assolutamente giusta. La sensazione di questi anni è che non importa quanto tu abbia ragione, quanti lavoratori hai dietro; tutto il sistema - anche l'informazione, con poche eccezioni - si muove a tutela degli interessi del «grande capitale». Basta vedere il ruolo politico-mediatico del ministro Matteoli: di scioperi nel trasporto non si parla più, nemmeno a livello di annuncio, perché ogni giornalista sa che tanto lui li vieta sempre, con la precettazione.


5 aprile 2009

The Guardian : l'ombra del fascismo

L’obiettivo centrale di Silvio Berlusconi come Primo Ministro italiano è apparso da lungo tempo sconcertante e vergognosamente ovvio. Sin da quando scese in campo nel vuoto politico creato nel 1993 dai simultanei scandali della corruzione governativa a destra e dal collasso del comunismo italiano a sinistra, il signor Berlusconi ha usato la sua carriera e il suo potere politico per proteggere dalla legge se stesso e il suo impero mediatico. Durante il più lungo dei suoi tre periodi di detenzione del potere, il signor Berlusconi non solo ha consolidato il suo già forte controllo sull’industria dei mass media italiani – oggi egli ne controlla direttamente circa la metà – ma ha fatto approvare una legge che gli ha garantito l’immunità da ogni procedimento giudiziario. Poi, quando quella legge è stata dichiarata incostituzionale, il signor Berlusconi nuovamente rieletto l’ha riportata in vigore con una nuova formulazione lo scorso anno e l’ha reintrodotta nell’ordinamento giudiziario.
Il successo del signor Berlusconi è dovuto per un verso alla sua stessa audacia e molto più per l’altro in maggior misura alla sempre più profonda debolezza dei suoi avversari. La sinistra italiana in particolare è venuta meno al compito di dispiegare una opposizione efficace. Pur tuttavia l’ultimo atto del signor Berlusconi – l’unione nel nuovo blocco del Popolo della Libertà, completata ieri, del suo partito Forza Italia con Alleanza Nazionale che discende direttamente dalla tradizione fascista di Benito Mussolini – può aver lasciato una ben più durevole impronta sulla vita pubblica italiana di qualsiasi altro intervento precedentemente posto in atto da questo tycoon populista.



Differentemente da quanto accaduto nella Germania postbellica, l’Italia del dopoguerra non ha mai fatto i conti con la sua eredità fascista. Il risultato è stato che, mentre il neofascismo non è mai seriamente tornato in superficie in Germania, in Italia si sono verificate importanti continuità – leggi e funzionari ereditati dall’era mussoliniana, e la rinascita post bellica di un ribattezzato partito fascista – il tutto malgrado una nominale cultura pubblica antifascista. Queste continuità sono ora diventate più solide. E’ un giorno di vergogna per l’Italia.
E’ anche vero che AN ha percorso una lunga distanza in sessanta anni. Il suo leader Gianfranco Fini si è spogliato dei suoi vecchi indumenti politici e ha guidato il suo partito verso il centro. Per più di quindici anni ha operato come alleato del signor Berlusconi. Ora parla della necessità di un dialogo con l’Islam, denunzia l’antisemitismo e promuove un’Italia multietnica – prese di posizione che il signor Berlusconi con le sue campagne populiste contro gli zingari e gli immigrati e con la sua propensione per un razzismo soft troverebbe difficoltà a condividere.
Malgrado le sue lontane origini liberali l’Italia moderna è storicamente un paese orientato a destra. Rimane peraltro scioccante che un capo di governo tra i venti leaders mondiali nel vertice economico di questa settimana a Londra abbia ricostruito la sua base politica sulle fondamenta poste da fascisti e che ora come risultato rivendichi una probabile permanenza della destra al potere per generazioni a venire.


29 marzo 2009

La deificazione di una zucca

Il riferimento al testo di Seneca non è per dare dello zuccone a Berlusca, ma per evidenziare che siamo in una fase della storia della nostra Repubblica per cui qualsiasi cosa (e non chiunque) può andare al potere ed essere glorificato : questo è un effetto indesiderato del combinato disposto tra struttura politica democratica (un bene) e struttura mediatica fortemente monopolizzata (un male). Di Berlusca io parlo poco, rispetto ad altri blog, perchè rappresenta un paradigma politico-economico incommensurabile con il mio e quindi lo guardo con lo sbalordimento che si può avere alla vista di un marziano. Preferisco arrabbiarmi con quelli che potrebbero essere miei alleati politici e che (a mio parere) gli hanno permesso di proliferare come una metastasi in tutto il sistema politico italiano. 



Ritengo doveroso ricordare però che (mi perdonerete se l'esigenza di sintesi darà l'ìmpressione di essere semplificatorio) :
1) Berlusconi rappresenta la realizzazione di un piano eversivo (quello della loggia P2), riconosciuto come criminoso circa 25 anni fa.
2) Berlusconi rappresenta la legittimazione politica delle mafie, degli evasori fiscali e contributivi e cioè di quei soggetti che mantengono alto l'indice di percezione di corruzione del nostro paese, indice non paragonabile a quello della maggior parte dei paesi europei e/o sviluppati.
3) Berlusconi è colui che intende indebolire le garanzie dei lavoratori con il ricorso ad un'ideologia liberista la cui realizzazione per quanto utopistica (e dunque motivata da una pericolosa ipocrisia), porterà al massimo di danno per i lavoratori dipendenti.
4) Berlusconi intende svuotare e mutilare la Costituzione repubblicana attraverso modifiche deleterie per la liberale divisione dei poteri e l'indebolimento collegato del potere legislativo e del potere giudiziario.
5) Attraverso l'alleanza con la Lega, Berlusconi sta promuovendo una riforma federalista che aggraverà gli squilibri regionali esistenti nel paese e condannerà il Meridione ad altri decenni di sottosviluppo, con il rischio di una futura guerra civile.
6) Attraverso l'alleanza con AN e il culto della propria personalità Berlusconi sta favorendo un ritorno degli ideali fascisti all'interno del tessuto sociale. A questi si associano le pulsioni xenofobe alimentate dalla Lega.
7) Berlusconi con la sua alleanza sociale con gli imprenditori edili e trascurando l'impatto ambientale di qualsivoglia intervento pubblico o privato sul territorio, contribuirà alla devastazione di quel che resta dell'ambiente idrogeologico e biotico del nostro paese.


22 dicembre 2008

Marina Forti : le difficoltà del sindacato indiano in una crescita diseguale

 Economia emergente? Gautam Modi, segretario generale della confederazione sindacale indipendente chiamata New Trade Unione Initiative, insorge: l'India, dice, non è poi così «emergente» come si dice. E' vero, negli ultimi anni il Prodotto interno lordo è cresciuto attorno al 9% annuo. «Ma se sconti la crescita demografica attorno al 2%, e un'inflazione superiore al 5% annuo, vedi bene che la crescita reale è ben più modesta». Ed è una crescita assai ineguale, aggiunge Modi.
Eppure, negli ultimi 5 anni l'India ha visto il più grande boom di investimenti della sua storia. Gli stati indiani hanno cercato di attrarre nuovi progetti industriali offrendo alle imprese terreni e infrastrutture a condizioni agevolate, a volte con la formula delle «zone economiche speciali» (per l'export) in cui le imprese beneficiano di sgravi fiscali e altri incentivi. Spesso queste «zone speciali» sono state al centro di polemiche e conflitti.
Ora però l'India si scopre vulnerabile alla crisi globale, e ridimensiona le previsioni: già in luglio l'Economist parlava di 7,6% di crescita media del Pil per il 2008 e 2009, il Fondo Monetario Internazionale ora si attesta sul 6,5%. E Amit Mitra, segretario generale della Ficci, una delle due confindustrie indiane, dice che il 7% sarebbe già un buon risultato, che l'economia indiana riuscirà a raggiungere quest'anno solo se il governo interverrà pompando liquidità nel sistema con un massiccio sostegno al credito (vedi il manifesto, 25 novembre). Intanto i maggiori gruppi industriali rallentano i progetti di espansione. Qualcuno comincia a discutere il modello di crescita tutto puntato sulle esportazioni e sull'outsourcing, esternalizzazione: oltre metà del Pil indiano è fatto dalle information technologies e i servizi relativi, cresciuti del 30, 35% annuo grazie alle istituzioni finanziarie e altre imprese di paesi industrializzati (anglofoni) che hanno delocalizzato in India la produzione di software, la gestione di servizi informatizzati, o i servizi alla clientela (i famosi call centres). Ora anche questo rallenta. 



Un'economia che rallenta non farà che acuire le disegueglianze interne, fa notare il sindacalista. Il problema, dice Gautam Modi, è che in India bisogna distinguere tra il 10% e il 90%. Solo una piccola parte della forza lavoro, dieci persone su cento, è occupata nel «settore formale», cioè ha un lavoro dipendente nell'economia «organizzata», dipendenti pubbici o privati con salario e previdenza sociale. Gli altri sono nel «settore informale», che include dai lavori di fatica al piccolo commercio al lavoro agricolo. Il 60% degli indiani inoltre è occupato nell'economia rurale (ma la parte dell'agricoltura nella formazione del Pil è crollata: dal 40% nei primi anni '80 al 17% oggi).
«Non solo: in questi anni, sempre di più, anche i lavoratori del settore organizzato si trovano a lavorare in condizioni "informali": l'industria chiede sempre meno braccia, e anche nelle grandi fabbriche c'è sempre più lavoro precario. Il caso di Maruti è esemplare».


25 settembre 2008

Politically correct

Operai licenziati in India uccidono il responsabile locale dell'azienda italiana Oerlikon Graziano.




Ferruccio De Bortoli,
Maria Laura Rodotà ed Alain Elkann stigmatizzano la loro assoluta mancanza di stile : "Negli Usa pvendono il lovo scatolone e si vimettono sul mevcato..." dicono all'unisono.
Il leader della Cisl Bonanni si dissocia da questa iniziativa della Cgil e teme per la tenuta unitaria dei sindacati confederali.
Spartacus Quirinus e Valerio Pieroni inviano una mail a tutti e duecento gli operai licenziati avvertendoli che da questo momento sono sospesi da Kilombo


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permalink | inviato da pensatoio il 25/9/2008 alle 9:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


26 novembre 2007

Politica industriale e comunisti

Un post del buon Mario si collega polemicamente al mio sunto dell'articolo di Luigi Cavallaro sul Manifesto di qualche giorno fa. Mario si domanda giustamente (in relazione all'ipotesi di cambiare la politica industriale del nostro paese) a fronte di un contesto economico che ama la deregolamentazione e la flessibilità, chi dovrebbe guidare questo processo?
La seconda è: a vantaggio di chi e, cosa non secondaria, secondo quale ordine gerarchico di interessi?



Per rispondere a queste domande, bisogna fare una premessa : i comunisti debbono partire da un'analisi delle circostanze storiche concrete nelle quali si trovano ed elaborare progetti e strategie a partire da queste analisi. L'idea di cambiamento di politica industriale parte dal presupposto che l'ambito di azione di partiti e forze lavoratrici presenti in Italia sia ancora prevalentemente un ambito nazionale. In attesa di costituire reti, alleanze, soggetti, istituzioni che rappresentino i lavoratori a livello globale ed abbiano un'incidenza operativa (ricordo che la tanto detestata Cgil ha un ruolo di traino nel tentativo di dare maggiore unità d'azione al resto dei sindacati europei), bisogna esplorare le opportunità di lotta a livello nazionale e sperare che tali opportunità esistano. Gli economisti che fanno elaborazione in questo senso ritengono che sia possibile giocare sui tempi della globalizzazione e dunque cercare di contrastarla/regolarla/gestirla con risultati più efficaci. Gli esempi seguiti sono quelle democrazie che in Europa meglio hanno conservato il proprio Welfare a fronte delle dinamiche della globalizzazione e delle innovazioni tecnologiche.Ciò non toglie  che bisogna prepararsi anche ad una situazione in cui gli effetti congiunti della globalizzazione e delle innovazioni dispiegheranno tutti i loro destrutturanti effetti.
Nel frattempo ogni guerra ha diversi fronti e diverse strategie che si sovrappongono ed interagiscono. Quindi va perseguito anche questo indirizzo, che si integra bene con la resistenza (laddove ci sia) dei lavoratori alla precarizzazione e ai bassi salari, giacchè ne costituisce la parte propositiva. La risposta a chi sia l'attore di questa strategia è la seguente : lo Stato deve promuovere una politica industriale, un partito comunista deve dare questo ruolo allo Stato sulla base della resistenza dei lavoratori a politiche deflazionistiche. Dunque si deve partire sempre dalla resistenza nei luoghi di lavoro. Ma questa resistenza lungi dall'essere fine a se stessa (come in prospettive più massimalistiche) ha quanto meno una proposta fattibile, almeno in linea di principio.


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