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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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9 maggio 2011

Cosa è successo alla Bertone ?

Molto turbamento all’interno delle organizzazioni che cercano di rappresentare le forze lavoratrici ha generato la decisione della Fiom di appoggiare il sì al referendum alla Bertone.

Questa decisione ha motivato molte critiche, ma in realtà bisogna analizzare la situazione in tutta la sua complessità : c’è in atto contemporaneamente un ricatto sempre più stringente da parte del padronato (Fiat in particolare) nei confronti dei lavoratori e una scomposizione interna alla Cgil ed alla stessa Fiom a seguito di questo ricatto.

Nel caso della Bertone, gli operai da tempo non lavoravano ed inoltre, se l’esito del referendum fosse stato negativo, non solo non ci sarebbero stati gli investimenti preventivati, ma quegli operai sarebbero stati quasi immediatamente licenziati. Per questo motivo la Rsu della Bertone, già forse schierata contro la linea del segretario Landini, ha percepito la reale possibilità che la Fiom, pur avendo il 65% di iscritti, avrebbe perso il referendum se si fosse opposta al ricatto di Marchionne. Senza contare il fatto che non ci sarebbero stati più né operai, né Rsu.

 

 

Di fronte a questa difficilissima situazione Landini ha dovuto opporre una strategia complessa al punto da risultare in un certo senso gesuitica e, si spera, machiavellica. Si è trattato cioè di dare a Marchionne mano libera, mantenendo però come interlocutore chi mano libera non è disposto a concedere nei fatti. Marchionne cioè si troverà di fronte un interlocutore che tenderà a svuotare la concessione a lui fatta del suo significato. Al tempo stesso Landini vuole testare la corrispondenza tra l’atteggiamento moderato della Rsu di Grugliasco e la reale volontà dei lavoratori. Perciò egli ha probabilmente imposto che le Rsu della Cgil debbano dimettersi costringendo a nuove elezioni anche gli altri sindacati. La scommessa è che si verifichi o la sconfessione dei quadri moderati o una sconfitta più pesante degli altri sindacati, o addirittura entrambe le cose. Naturalmente potrebbe verificarsi una combinazione che indebolisca ancor più la Fiom, ma l’alternativa era la completa sparizione sia del lavoro che della rappresentanza.

La Fiom si trova a gestire quello che è il limite difficilmente valicabile delle organizzazioni sindacali e cioè quello di trovarsi nel mezzo tra le esigenze democratiche di rappresentazione della base e le esigenze politiche di trovare una sintesi che permetta il conseguimento dell’interesse generale dei lavoratori. Nei periodi di crisi tale collegamento viene messo in questione radicalmente e si realizzano spesso tendenze centrifughe e distruttive alle quali il sindacato non può opporre se non strategie problematiche e rischiose. Solo la costituzione di un soggetto politico, che abbia la forza di imporre il contesto nel quale il conflitto sindacale si può gestire, consentirà di evitare al sindacato scelte così onerose.

Se fino ad ora il sindacato è riuscito a svolgere opera di supplenza rispetto ai partiti, ciò è stato perché la condizione dei lavoratori era ancora complessivamente omogenea. Ma questo presupposto rischia di non sussistere per molto ancora ed allora la nascita di un soggetto politico forte che rappresenti le istanze del lavoro diventa una necessità.

 

 

 


20 marzo 2011

Mazzetti : borghesia rivoluzionaria

La borghesia ha avuto un ruolo sommamente rivoluzionario nella produzione delle capacità umane, individuabile nella spinta che questa classe ha impresso alla diffusione del rapporto di denaro. Avendo spogliato della loro aureola tutte le attività che in passato erano venerate con pio timore, avendo strappato ai rapporti comunitari il velo sentimentale, riconducendoli a puri rapporti di denaro, avendo lacerato tutti i vincoli preesistenti che legavano l’uomo alla sua gerarchia naturale, essa ha abbattuto i limiti all’interno dei quali le precedenti forze produttive erano state prodotte.

 

Avendo colto l’aspetto negativo del godimento corrispondente alle limitate manifestazioni personali proprie della produzione comunitaria, ed avendo sostenuto che quel godimento non era più necessario nella produzione o meglio rappresentava un ostacolo all’appropriazione di ricchezze ben maggiori che dovevano ormai assumere la forma del denaro, la borghesia ha cessato di far concrescere le forze produttive nella dimensione particolare degli individui ed ha così contribuito a farle diventare un patrimonio che, per la sua forma, si presenta come appropriabile da tutti.

I singoli, piegandosi al rapporto di denaro,hanno imparato a conquistare una distanza dalla loro stessa attività, hanno appreso come non identificarsi completamente con essa, ed hanno smesso di trattarla come loro privilegio, giungendo a porla come un qualcosa di oggettivo che, grazie a questo continuo processo di omologazione, diventa potenzialmente inerente all’intera specie.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


8 marzo 2011

Brancaccio e Boldrin : un rutto di Bossi ci seppellirà

La discussione tra Brancaccio e Boldrin si sposta poi  sulla politica economica italiana. Boldrin dice che la nostra crisi è cominciata nel 2000 e, in termini reali, all’inizio degli anni ’90. Nessuno sembra secondo lui essere consapevole della gravità della situazione in quanto l’Italia ormai è un paese in via di sottosviluppo : la produttività del lavoro non cresce da molti anni, la preparazione dei nostri studenti è sempre più scadente, l’intero sistema di servizi pubblici sta collassando ed il Pil procapite italiano di oggi è inferiore a quello del 2000 del 3%. In un sistema del genere non solo le imprese non investono, ma le stesse energie migliori non vedono l’ora di fuggire. Per Boldrin un paese riesce a rimanere sulla frontiera tecnologica e ad evitare il declino solo se riesce a far cooperare al suo interno le energie migliori con la massa dei lavoratori. Le persone altamente competenti, che sono il fattore produttivo più importante, invece se ne vanno e sia la destra che la sinistra sembrano non vedere il problema.

Brancaccio è d’accordo con il fatto che le risorse umane e dei giovani non vengono adeguatamente valorizzate. Uno degli indicatori che evidenzia il carattere bloccato di questa società è l’indice di mobilità intergenerazionale che misura la possibilità che ad es. ha il figlio di un operaio di migliorar e rispetto alla condizione della sua famiglia di origine. C’è da notare però che l’Italia è in coda in questa classifica, assieme però agli Usa e alla Gran Bretagna. Il paese del sogno americano in realtà è anch’esso bloccato in una sperequazione retributiva mai raggiunta da molti anni.

Per quanto riguarda l’Italia, Brancaccio dice che, in termini di crescita del Pil, l’Italia ha fatto peggio di quasi tutti in Europa. La disoccupazione supera quella di Germania ed Inghilterra. A questo proposito Tremonti ha tirato fuori una tesi fantasiosa di tipo liberista secondo la quale, a fronte della crescita dei disoccupati, ci sarebbero in realtà moltissimi posti di lavoro vacanti : basterebbe favorire l’incontro tra gli uni e gli altri per ridurre significativamente il tasso di disoccupazione.

In realtà il numero dei disoccupati cresce a tassi multipli rispetto al numero dei posti vacanti e quindi pensare che, per ogni lavoratore rimasto a spasso ci sia un posto libero ad attenderlo è evidentemente illusorio. La crisi che ha colpito l’Italia rischia di avere ripercussioni irreversibili sul nostro tessuto produttivo. I tassi di mortalità delle imprese sono estremamente alti e quelli che rimangono non si accorpano e non si centralizzano. Per Brancaccio uno dei problemi principali dell’Italia è il basso grado di organizzazione e di centralizzazione dei capitali. Invece la politica economica italiana tende a recuperare competitività attaccando le condizioni dei lavoratori, strategia che dura da anni ma che non ha minimamente toccato gli enormi problemi strutturali che affliggono la nostra economia.

Boldrin, dopo aver criticato il suo interlocutore sulla tendenza a non fare nomi e cognomi, ma a parlare genericamente di economisti liberisti o socialisti, conviene sul fatto che la disoccupazione italiana non è un problema di mancato incontro tra domanda ed offerta di lavoro, mentre è un problema dell’economia americana nella quale la distribuzione territoriale della disoccupazione è estremamente disomogenea. Boldrin si chiede perché l’Italia ha una produttività così bassa e perché non nascono nuove imprese o perché le imprese straniere non vengono ad investire in Italia. Brancaccio pensa che la causa sia  la leggera riduzione (a dire di Boldrin) delle eccessive rigidità della legislazione italiana sul lavoro. Per Boldrin le cause sono altre e cioè mancanza di una vera concorrenza sui mercati, un eccessivo interventismo dello stato nell’economia, sussidi dati ad imprese improduttive, il degrado progressivo del sistema educativo ed una macchina amministrativa disastrosa.

Brancaccio replica che, per quanto riguarda la situazione statunitense, i liberisti non tengono conto del crollo della domanda effettiva. Inoltre in Italia il crollo dell’indice generale di protezione del lavoro è stato molto consistente (1,68 tra il 1996 ed il 2008 a fronte di una riduzione di 0,97 in Germania ed addirittura un lieve aumento in Francia. Brancaccio precisa anche che la riduzione delle protezioni per i lavoratori non è la causa del declino ma è il rimedio fallimentare che i governi italiani hanno adottato per combattere il declino, la cui causa principale è un grado di organizzazione e di centralizzazione dei capitali relativamente basso rispetto ad altri paesi.

Boldrin, premettendo di non capire la questione della scarsa concentrazione dei capitali, prende lucciole per lanterne quando confonde il carattere periferico (nel senso di marginale) dell’economia italiana, con la collocazione geografica in senso fisico della penisola italiana. Pare ovvio invece che si tratta di collocazione periferica rispetto ad un mercato oppure rispetto ad un circuito economico integrato.

Il fatto comunque che l’Italia abbia pagato più di altri la liberalizzazione del mercato interno, la creazione del mercato unico europeo e l’introduzione dell’euro è per Boldrin una conseguenza della crisi, non un fattore causale. Ma anche qui Boldrin dimostra di non ascoltare il suo interlocutore per il quale è la mancata centralizzazione dei capitali il principale fattore causale. Bisognerebbe riprendere il discorso da lì e costringere l’interlocutore ad approfondire il concetto.

Boldrin aggiunge che non si tratta di protezione dei lavoratori ma di rigidità del mercato del lavoro. L’Italia partiva da un’eccessiva rigidità del mercato del lavoro e quindi, partendo dai livelli più alti, è facile che la riduzione sia più consistente. Ciò che conta sono le posizioni assolute, cioè quanto è rigido un mercato del lavoro rispetto ad un altro (anche qui Boldrin sbarella, in quanto ciò che conta, ad essere precisi sono le posizioni relative agli indici di protezione del lavoro degli altri paesi e non quelle relative ai propri indici di protezione del passato).

Boldrin dice che in Italia ci sono due mercati del lavoro : uno assurdamente rigido e perfettamente protetto, ma ingessato. L’altro assolutamente selvaggio. L’esistenza del secondo è dovuta al primo. I protetti dell’impiego pubblico e di una certa parte dell’industria privata, generano costi di impresa e costi aggregati di sistema che possono essere sostenuti e compensati solo grazie a quei poveracci del mercato selvaggio, cioè solo grazie allo sfruttamento di tutti coloro che sono costretti a subire una posizione di estrema debolezza sul mercato del lavoro, cioè i giovani e le donne che sono stati costretti a sobbarcarsi il peso di coloro che sono già garantiti per tenere in piedi il sistema. Un esempio di questo sistema patologicamente duale è l’università dove da un lato ci sono i garantiti (professori di ruolo, ricercatori confermati) che sono poco produttivi e dall’altro i precari privi di garanzie e di prospettive che reggono tutto il peso dell’effettivo funzionamento dell’università.

Brancaccio, a proposito della centralizzazione dei capitali, si rifà al dibattito italiano sulla credenza per la quale le piccole dimensioni di impresa costituirebbero un fattore virtuoso, in grado di garantire alle imprese italiane la flessibilità necessaria per competere sui mercati. Secondo Brancaccio questi ragionamenti sono in realtà serviti a fornire una giustificazione per tutti coloro che da questo capitalismo nazionale polverizzato e frazionato sono riusciti a lucrare ampi margini di consenso, chiudendo gli occhi di fronte all’evasione fiscale, al sommerso che contraddistinguono il nostro tessuto produttivo. La questione della centralizzazione dei capitali è rilevante sia per quanto riguarda la storia economica dell’Italia sia con riferimento alle prospettive politiche future, tenendo conto del fatto che ad es. il mondo della piccola e piccolissima impresa costituisce l’ossatura principale del bacino di voti della Lega nord. Prendersela con Tremonti, non tenendo presente gli interessi di cui egli si fa portatore risulta essere alla fine un approccio superficiale.

Per quanto riguarda l’indice di protezione dei lavoratori, Brancaccio incassa il fatto che si è chiarito che non si è trattato di una leggera riduzione (Boldrin, cammin facendo, ha corretto la sua iniziale posizione) ed aggiunge che bisogna spiegare perché mai bisognerebbe ridurre le tutele e quale beneficio per l’occupazione potrebbe derivare da una strategia di questo tipo, visto che finora non ha avuto gli effetti sperati. Brancaccio dice anche che la dualità del mercato del lavoro ormai non esiste più ed il famoso articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non ha più efficacia in quanto non può più impedire i licenziamenti individuali.

Boldrin ammette che in Italia c’è una scarsa mobilità sociale, ma sulla questione della struttura industriale polverizzata egli afferma che si tratta di un dato strutturale che ha accompagnato lo sviluppo economico italiano da molti secoli. Associarlo al dibattito politico attuale è un operazione stiracchiata. Bisogna formulare progetti di politica economica a partire da quello che si ha e non da quello che piacerebbe avere. È vero che questo sistema è un bacino elettorale per certe forze politiche, ma in realtà è il sistema delle piccole imprese che ha creato queste forze politiche. Perciò una politica economica realistica non dovrebbe accanirsi contro questo radicato sistema, ma cambiare quello che è possibile cambiare.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, per Boldrin non si tratta solo dell’articolo 18 ma di un intero combinato disposto, fatto di giurisprudenza del lavoro, regolamenti amministrativi, meccanismi contrattuali che rendono una fetta del mercato del lavoro italiano estremamente rigida.

Nel settore pubblico italiano si è dei perfetti intoccabili. La produttività è al minimo. Questo non perché i dipendenti pubblici siano dei cattivoni, ma perché non hanno alcun incentivo a lavorare ed il loro stipendio non dipende dai risultati. Spendiamo una percentuale simile a Svezia o Germania in cambio di servizi pubblici che il mondo intero considera paragonabili a quelli dell’Egitto.

Brancaccio replica che Boldrin sbaglia a considerare la struttura del capitalismo italiano come un dato esogeno, quasi un destino ineluttabile. Ma l’assoluta prevalenza nazionale delle piccole dimensioni di impresa costituisce anche il frutto di una particolare linea di indirizzo politico. Quando si chiude gli occhi sull’evasione fiscale, quando si porta avanti una politica di compressione dei salari è chiaro che si incide in modo significativo sull’evoluzione del tessuto produttivo e sul gradi di organizzazione dei capitali. In questo modo si sono fatti sopravvivere pezzi di capitalismo inefficienti grazie a prebende fiscali, demolizione del sindacato, illegalità.

Inoltre il mercato del lavoro italiano non è rigido e sicuramente lo è meno rispetto ad altri 12 paesi europei. Per quanto riguarda la pubblica amministrazione, il problema non sono i fannulloni, ma sono le politiche economiche che si adottano per combattere questi fenomeni. Brunetta con il blocco delle assunzioni e del turnover spera di risolvere il problema, ma la realtà è più complessa. Con il blocco del turnover l’età media continuerà a salire ed i lavoratori pubblici più anziani sono mediamente meno qualificati e meno motivati dei giovani assunti, i quali invece hanno maggiore dimestichezza con le innovazioni tecnologiche e sarebbero più qualificati. In questo modo il dimagrimento del personale promosso da Brunetta non aumenterà la produttività del settore pubblico, se non nelle sue mere intenzioni.

Boldrin ribatte che non è vero che l’Italia abbia una rigidità del lavoro più bassa rispetto ad altri paesi. Ad es. per quanto riguarda i licenziamenti collettivi l’indice di rigidità dell’Italia è 4,88 rispetto ad una media Ocse del 2,48. In Italia più dell’80% dei dipendenti sono a tempo indeterminato e tutta la riduzione dell’indice di protezione dei lavoratori che Brancaccio menziona è dovuta all’introduzione dei contratti non a tempo indeterminato.

Per quanto riguarda la centralizzazione dei capitali Boldrin dice che la concentrazione industriale è un punto di arrivo, non di partenza per le industrie. Le imprese innovative nascono piccole e diventano grandi quando hanno successo. La tesi del piccolo è bello nacque in California a causa di realtà che sono diventate Microsoft. Il problema è cosa ha impedito alle nostre imprese di avere successo e di diventare più grandi. Probabilmente è dovuto al fatto che in Italia l’intervento statale ha protetto i grandi gruppi impedendo alle piccole realtà di crescere e svilupparsi.

Per quanto riguarda i rimedi per Boldrin occorre ristrutturare il settore pubblico da cima a fondo, introducendo criteri di tipo privatistico e manageriale nella gestione, stabilendo criteri di produttività con misure oggettive, criteri di produttività che determinano anche il mantenimento del posto di lavoro, soprattutto a livello dirigenziale. In secondo luogo bisogna abolire il Ministero della Pubblica istruzione per trasformarlo in un’agenzia di controllo di qualità, prendere i soldi che spendiamo per l’istruzione e metterli in mano a famiglie e studenti sotto forma di buoni scuola, mentre gli insegnanti di scuola si debbono organizzare in libere cooperative. Bisogna dare agli insegnanti gli incentivi per decidere cosa insegnare e come, prevedendo criteri oggettivi per legare la retribuzione al merito gestiti dagli stessi insegnanti, portando una rivoluzione del merito. Infine per Boldrin va semplificato il sistema fiscale, riducendone la pressione e combattendo l’evasione fiscale senza illudersi che possa guarire il nostro debito (si può recuperare un 10 mld, non i 60 favoleggiati). Bisogna ridurre la tassazione sul reddito e alzare quella su patrimonio e consumi.

Brancaccio replica che sulla rigidità del mercato del lavoro parlano i dati Ocse e liquida così i tentativi di Boldrin di fare distinguo che effettivamente non incidono se non si affronta nel dettaglio il problema dell’attendibilità dell’indice Epl. Per Brancaccio bisogna diminuire il carico delle imposte su redditi bassi e medio-bassi, bisogna ripristinare la centralità del contratto a tempo indeterminato, fissare minimi salariali per legge. La lotta agli sprechi è stata troppo spesso confusa con lo smantellamento del sistema pubblico, mentre invece bisogna meglio investire nel pubblico (l’istruzione, la ricerca,la sanità, l’assistenza). Infine bisogna a livello europeo interrompere il dumping salariale e l’apertura dei mercati andrebbe condizionata al rispetto di determinati standard di lavoro.

 

 

Questo dialogo in parte è stata una occasione sprecata, perché entrambi i contendenti sui punti nodali di differenza hanno finito per glissare.

Ci sono da fare diverse riflessioni. La prima è che nel parlare di mercato duale Boldrin non cita affatto la malavita organizzata. Dunque si trascura quanta sia la percentuale di lavoro sommerso che fa capo alla malavita organizzata e su questa base non si può valutare quanto la perdita di garanzie per il mercato ufficiale del lavoro incida sull’estensione del mercato sommerso. A mio parere, l’incidenza sarà minima ed anzi sposterà verso il basso gli standard complessivi.

La seconda è quanto sommerso esista nel campo dell’istruzione e nel campo del settore pubblico complessivo, visto che le maggiori rigidità del mercato del lavoro si trovano in questi comparti lavorativi. A mio parere, se esistono due mercati del lavoro, uno ufficiale ed un altro sommerso, la loro relazione non è così semplice come la delinea Boldrin, che applica uno schema che forse valeva per i paesi del socialismo reale, ma non per gli Stati a Welfare abbondante.

L’unica sotto-tesi di Boldrin che rimane in piedi è il fatto che il settore pubblico fa pagare molte tasse e dà pochi servizi e questo diventa un costo per le imprese tale da facilitare il mercato sommerso. Il problema però diventa il miglioramento dei servizi erogati e non quello dei tagli o della perdita di garanzie lavorative. La questione fiscale ha anche a che fare con la selezione delle imprese e con la centralizzazione dei capitali, ma di questo parleremo tra poco.

Entrambi gli interlocutori, sempre a questo proposito, non analizzano il fatto che la disparità reddituale e nella dimensione dei fattori produttivi è molto geograficamente connotata e che il trend politico in corso aggraverà fortemente questa situazione critica, con pericoli forti per l’unità nazionale e la coesione sociale. Boldrin su questo ha un atteggiamento ambiguo e cercheremo di spiegare perché. Brancaccio parla della Lega, ma mette in evidenza il suo legame con le piccole imprese e non con quello delle disparità a livello di territorio.

La diminuzione del Pil procapite di cui parla Boldrin si riferisce forse al Pil procapite a parità di potere d’acquisto in relazione al corrispondente indice Usa e non credo che sia del tutto attendibile (il rapporto è con gli Usa 2000 e con gli Usa 2010 ad es., per cui il riferimento non è costante e non ci consente un reale raffronto intertemporale). Secondo questo indice anche la situazione della Francia e del Giappone sarebbero peggiorate. Insomma, per quanto il berlusconismo (questi meravigliosi 17 anni) abbia coinciso con una forte regressione sociale, la valutazione va fatta guardando un maggior numero di indicatori.

Quanto alla questione del mismatch, Brancaccio argomenta bene quando parla del fatto che il numero dei disoccupati cresce a tassi multipli rispetto al numero dei posti vacanti, mentre Boldrin parla di disomogeneità del quadro statunitense, ma sembra non accorgersi della disomogeneità italiana, sia di genere (la disoccupazione femminile quasi il doppio di quella maschile) sia territoriale, mentre altri autori vedono un mismatch di lungo periodo tra domanda e offerta di lavoro, riconducibile appunto a fattori di natura “strutturale”, tra cui le condizioni dello sviluppo produttivo locale. Anche questa svista di Boldrin è interessante, nell’interpretare l’ideologia alla base delle sue analisi.

Pure per quel che riguarda la produttività, essa andrebbe disaggregata almeno in produttività del capitale e produttività della forza lavoro. Oppure distinguere tra la produttività per occupato e quella per ora lavorata. Inoltre va evidenziato che nel 2000 la produttività italiana per occupato era la terza dell’Europa a 27. Ora è sì molto diminuita, ma comunque la Germania è sotto di noi, mentre al primo posto svetta il Lussemburgo. Se si guarda invece alla produttività per ora lavorata, l’Italia sta sempre sotto Francia e Germania, ma quest’ultima è inferiore alla prima, per quanto il reddito pro capite a parità di potere d’acquisto della Francia sia molto basso (71,3 con gli Usa = 100) rispetto ad altri paesi.

Che significato hanno dati del genere ? E se sono significativi, va chiarito il dilemma della Germania che con una produttività relativamente così bassa per occupato (senza contare che anche il suo reddito pro capite PPA non è molto brillante rispetto ad altri paesi sviluppati, 76,3 mentre quello del Canada è 84,3, dell’Austria è 81,8 e dell’Australia è 83,7), è ammirata in tutto il mondo per la sua solida economia. Ancora si esige dunque un approfondimento che non c’è, per meglio interpretare la situazione (assoluta e relativa) dei diversi paesi.

Boldrin poi inspiegabilmente mostra di essere più realista del re quando si tratta di mettere mano alla scarsa centralizzazione del capitale, dicendo che si tratta di una tradizione plurisecolare e che bisogna partire con quello che si ha e proporsi quello che si può fare. Anche qui bisogna spiegare questo suo riflesso condizionato. Brancaccio su questo ha con lui gioco facile nel confutarlo ed infatti Boldrin assumerà dopo una posizione almeno degna di discussione.

Altrettanto inspiegabilmente Boldrin dal realismo radicale passa poi ad un delirio utopistico quando parla dell’abolizione del ministero della pubblica istruzione, delle libere cooperative di insegnanti o dei soliti buoni scuola che confondono la formazione con la spesa al supermercato. L’unica base realistica del suo discorso è il fatto che egli si augura che tutti gli insegnanti ed i docenti finiscano per strada, perché è questa pars destruens l’unica opzione realistica congetturabile. Perché tanto realista prima e tanto utopista poi ? Cominceremo con il dire che fa il realista quando la cosa che deve essere realizzata lo lascia almeno indifferente, se non dispiaciuto. Diventa utopista quando immagina di dare bacchettate sulle mani dei docenti garantiti e fannulloni. Si tratta di una regressione infantile.

La sua tesi sulle piccole imprese che diventano grandi è più interessante, ma trascura due fatti :

A)    Lo Stato italiano non ha protetto le grandi imprese, tant’è che il settore chimico fu distrutto, quello automobilistico annaspa e cerca conforto nella pause per andare a cagare e noi in realtà abbiamo ben poche imprese in grado di gareggiare con la grandi imprese transnazionali. Se lo Stato avesse davvero fatto un intervento forte di politica industriale non saremmo a questo punto.  

B)    Le imprese piccole che crescono lo fanno ai danni delle altre. Non tutte diventano grandi. Bisogna distinguere tra piccole imprese, tra quelle residuali appartenenti a settori produttivi a basso valore tecnologico e quelle che invece individuano linee di innovazione tecnologica e che possono sperare di crescere. Il permanere delle prime è una patologia che giustamente Brancaccio censura, mentre le seconde debbono prima o poi affrontare il passaggio della crescita dimensionale se non vogliono rimanere subordinate ad altre grandi imprese che sfruttano il loro slancio iniziale. Lo Stato deve aiutarle mettendo a disposizione infrastrutture efficienti, una formazione di base decente e ben distribuita, regole che aiutino la selezione (per cui il fisco progressivo ed esigente è paradossalmente un test che fa cadere rapidamente i frutti marci) e non aiutando a comprimere salari e diritti. La paura di perdere il posto di lavoro può motivare lo spirito gregario, l’aggressività, l’incapacità di tutelare la propria dignità. Non aiuta la creatività, ma solo gli espedienti. Cose cioè che di cui lo spirito italico si è nutrito anche troppo.

La verità è che Boldrin, date le sue ascendenze culturali (nel senso di cultura materiale, storicamente determinata) non  può non essere un leghista. Egli critica l’alleanza della Lega con Berlusconi, ma non rinnega in cuor suo il modello delle piccole imprese della sua terra d’origine. Perciò egli non parla della cattiva distribuzione territoriale dei fattori produttivi e del reddito, non parla di malavita organizzata, non vede il problema della scarsa centralizzazione dei capitali, non vede la necessità di una robusta protezione del lavoro. Nel profondo del suo cuore di professore esule e raffinato, rugge non lo spirto guerrier  ma il rutto menefreghista di Bossi.

Quanto a Brancaccio ha mantenuto uno sguardo a maglie troppo larghe, ripetendo cose che ha già detto e parlando di vincoli alla circolazione del capitale o standard retributivi. Il tutto però senza politicamente tematizzare quale Europa possa realizzare cose del genere, con quale programma di politica economica europea. In realtà l’ambito d’azione cui sembra pensare è quello nazionale. Un ambito troppo angusto che rischia di rendere angusta la sua riflessione. Inoltre, come molti economisti di sinistra, nell’incoraggiare una maggiore centralizzazione dei capitali sembra trascurare una delle conseguenze più serie delle economie di scala che si realizzerebbero : la disoccupazione tecnologica. Il problema è se questi processi risparmieranno nel medio periodo risorse da investire in modo da creare nuovi posti di lavoro o se alla lunga la riproduzione di questi ultimi risulterà sempre più difficile.

A questo proposito una delle ragioni per cui la produttività italiana è stata a quanto sembra così bassa è quella per cui i sindacati negli anni Novanta hanno accettato compressioni di salari e diritti per evitare un numero eccessivo di fuoriuscite occupazionali. Le imprese hanno accettato una bassa produttività a patto che il basso surplus toccasse interamente a loro. In  questo modo la questione occupazionale è stata rinviata di quasi due decenni, ma non scongiurata. Ora con la crisi è arrivato una sorta di redde rationem. Una proposta come quella di Brancaccio come si atteggia di fronte ai rischi di maggiore disoccupazione tecnologica ? Sarebbe il caso di sviluppare maggiormente una politica economica della riconversione che risponda alle dinamiche delle innovazioni e ci consenta anche di pensare al vincolo ecologico ?

 

 

 

 


15 febbraio 2011

Il dibattito tra Brancaccio e Boldrin : il caso Fiat

Sul numero di dicembre di Micromega  c’è un dibattito tra Emiliano Brancaccio e Michele Boldrin, dibattito che avrebbe dovuto risolvere la questione sorta con la critica che Boldrin fa al documento dei 200 economisti sulla crisi economica. In realtà il dibattito si è poi concentrato anche sulla questione Fiat.

Boldrin dice che Marchionne non ricatta nessuno ed offre ai suoi dipendenti l’occasione per un rapporto di collaborazione basato su criteri diversi da quelli che hanno caratterizzato le elevazioni industriali italiane. Per Boldrin la fiat si comporta come un’impresa privata multinazionale che ha come punto di riferimento il mercato mondiale degli autoveicoli. Marchionne avrebbe messo sul tavolo un progetto imprenditoriale chiaro e trasparente, senza richiesta di sussidi, per il quale è disposta ad assumersi dei rischi. Sta alle altre parti accettare o non accettare l’offerta contrattuale. Il dibattito ideologico che si è scatenato non tiene conto del fatto che il presunto schiavismo che Marchionne proporrebbe è un dato acquisito nel resto del mondo per cui, se la Fiat accettasse le tesi della Fiom, essa non sarebbe competitiva e sarebbe destinata al fallimento.

L’impresa automobilistica non può operare entro la prospettiva angusta di un mercato nazionale.

Brancaccio pure sostiene che non è il caso di applicare un criterio morale nella valutazione della strategia di Marchionne. Tuttavia va precisato che Marchionne aveva stilato una proposta di accordo fondata su 18 turni settimanali incluso il sabato notte, sul controllo biomeccanico di ogni singolo gesto dell’operaio, sulla riduzione drastica delle pause e su una pesante restrizione del diritto di sciopero. Nel momento in cui i no al referendum di Pomigliano hanno sfiorato al 40%, invece di cercare un accordo di compromesso, egli avrebbe cominciato ad esternare dicendo che in termini di efficienza del mercato del lavoro l’Italia si colloca al 118° posto su 139 paesi. Brancaccio però dice che questa classifica non riflette dati oggettivi in quanto rappresenta la mera risultante  di una serie di interviste, metodo di rilevazione che in ambito scientifico verrebbe considerato rozzo. In realtà ci sono misure alternative più rigorose ed uno di questi indicatori è l’Epl, un indice calcolato dall’Oxe che misura il gradi di protezione normativa e contrattuale dei lavoratori ed implicitamente definisce anche il grado di flessibilità del mercato del lavoro. Si tratta di un indice complesso, per molti versi impreciso, che richiede continue correzioni, ma almeno si basa su di una analisi oggettiva delle norme e dei contratti. Se si guarda alle classifiche basate sull’Epl l’Italia non si colloca in coda ma in una posizione intermedia ed in Europa nel 2008 essa rientra tra gli 8 paesi più flessibili con un livello generale di protezione dei lavoratori inferiore a quello di Germania, Francia, Spagna, Polonia.

Boldrin ribadisce che il criterio del giudizio di Brancaccio su Marchionne è politico ed ideologico. Tranne la Fiat nessuna azienda automobilistica investe in Italia. Fiat produce all’estero più della metà della sua produzione totale. Essa in Italia valuta le condizioni necessarie per stare sul mercato ed essere profittevole. In tale ottica essa offre un contratto assolutamente standard nel settore automobilistico mondiale, contratto che si utilizza a Detroit da molti anni. In realtà esiste una maniera di produrre macchine che è la stessa in tutto il mondo e la Fiat sta cercando di introdurlo in Italia.

Brancaccio, dopo aver evidenziato che Boldrin non ha risposto alla questione di quale metodo usare per calcolare la flessibilità del mercato del lavoro, dice che va preso sul serio Marchionne quando minaccia di delocalizzare la produzione e così egli, indipendentemente dalle intenzioni, svolge un ruolo nel dumping salariale e dei diritti che da tempo imperversa a livello mondiale. Questo dumping con la crisi si è inasprito e colpisce paesi come il nostro, caratterizzati da un minore grado di organizzazione interna dei capitali. Ma quando egli calca la mano sul diritto di sciopero, sulle tre pause da dieci minuti piuttosto che sulle due da venti, egli si comporta da manager di un’azienda in crisi che tende ad intervenire solo sul costo del lavoro, evitando di discutere delle inefficienze storiche della Fiat sul versante delle economie di scala, dei costi intermedi, della logistica. Inoltre, di fronte ad una minaccia di delocalizzazione, il governo potrebbe fare qualcosa (appoggiare le imprese contro i lavoratori, dare sussidi alle aziende, ridurre il grado di apertura dei mercati, attivare un programma di investimenti infrastrutturali, nazionalizzare). Invece con la passività del governo Berlusconi, dopo aver perso l’informatica, la chimica, l’aereonautica, qui rischiamo di perdere anche il settore automobilistico. Bisogna tenere presente, dice Brancaccio, che nel mondo sono state prese 23 misure protezionistiche da parte degli Usa, 20 da parte della Cina, 13 da parte della Corea, 12 da parte del Brasile e dell’India, addirittura 60 dalla Russia. Si tratta di barriere doganali, vincoli agli investimenti all’estero, stimoli e consumi ed alle produzioni nazionali. Considerato ad es. che in Corea del Sud l’intera unione europea riesce a vendere non più di 30.000 vetture all’anno, sarebbe il caso di riflettere. Per Samuelson e Krugman i famosi teoremi a favore del libero scambio perdono rilevanza in situazione di disoccupazione.

Boldrin in maniera inconsulta ironizza sul fatto che Brancaccio avrebbe soluzioni che risolverebbero i problemi della Fiat. Per lui la Fiat è un’impresa che deve stare sul mercato, crescere, fare profitti, offrire lavoro e non cercare sussidi. Fiat ritiene che il nuovo piano industriale le permetterà di fare tutto questo e saranno i fatti a dirci se aveva ragione. Chi avrà voglia di accettare i contratti li accetterà, chi no, no. Adesso la fiat dice che, se non riesce a produrre in modo competitivo in Italia, essa deve andare via ed aumentare gli investimenti in Polonia, in Brasile ed in Serbia. Brancaccio avrebbe elencato tutt’una serie di proposte che non c’entrano nulla con la Fiat e sono il prodotto di una profonda conclusione su come funziona il mondo. Ciò che conta non sono le macchine e gli impianti, ma il know-how ingegneristico di progettazione e di disegno, le persone che inventano e disegnano le macchine, chi progetta i motori. Queste persone non possono essere trattenute sul suole nazionale da una qualche misura protezionistica. Dietro il discorso di Brancaccio c’è una visione primitiva di come funzione l’economia, tutta fondata sulla centralità del capitale fisico. La nostra produttività è ferma e la nostra industria fa fatica a restare competitiva. Questi problemi possono essere risolti con la nazionalizzazione delle imprese ?

Brancaccio replica che anche a lui consta che nelle produzioni ad alto valore aggiunto quello che conta è il know-how. Ma se Marchionne si concentra sui 10 minuti di pausa o sulle operazioni biomeccaniche che il singolo operaio deve effettuare per reggere il ritmo della catena, sembra il segno che nemmeno lui valorizza il tema del know-how. Inoltre molti paesi hanno adottato misure protezionistiche ed etichettare questa discussione come residuo di un’ideologia passata sembra un esercizio retorico inutile. A Boldrin che replica che non è vero che per Marchionne il problema stia solo nelle pause degli operai, Brancaccio risponde che se tale problema fosse secondario il confronto con il sindacato non sarebbe andato in stallo già a partire dall’esame di quei punti.

 

 

 E qui termina la questione Fiat. Al mio parere l’errore di Boldrin è quello di prendere in considerazione solo il punto di vista dell’impresa. Il dibattito dovrebbe servire piuttosto a configurare il punto di vista della pubblica opinione e delle istituzioni pubbliche rispetto a questo problema. Bisogna rassegnarsi al libero gioco della domanda e dell’offerta tra lavoratori e sindacati o bisogna in una certa misura intervenire ? Quali vincoli giuridici deve avere la contrattazione ed il suo contenuto ? Sarebbe giusto prendere posizione per gli operai o per l’azienda ? C’è un interesse del sistema Italia a che la situazione si configuri in un modo o in un altro ? Gli economisti dovrebbero aiutarci a configurare questo punto di vista terzo e non a ribadire semplicemente la liceità del comportamento dell’impresa.

Brancaccio da parte sua non articola il rapporto che ci potrebbe essere tra l’indice di protezione dei lavoratori e l’efficienza del mercato del lavoro, sia pur rozzamente misurata dal World Economic Forum. Infatti si potrebbe anche dire che in Italia ad una bassa protezione dei lavoratori non corrisponde una più alta efficienza del mercato del lavoro, per cui si potrebbe meglio argomentare contro l’impostazione di Marchionne tesa almeno in parte a scaricare sui lavoratori e sui loro diritti i problemi dell’azienda.

Per quanto riguarda il protezionismo, bisogna discutere la questione senza posizioni precostituite, sulla base della situazione concreta, degli obiettivi di politica economica che si vogliono raggiungere, sui concreti strumenti che si hanno a disposizione e sulla lucida capacità di previsione degli effetti a breve, medio e lungo termine. Quindi è necessario parlare di singoli strumenti e provvedimenti che si possono adottare, senza ragionare in generale di protezionismo e liberoscambismo.

Quanto alla centralità del capitale fisico o del know-how, c’è da precisare che quest’ultimo si va a collocare dove ci sono gli investimenti e dunque una politica economica deve ragionare sulla quantità e sulla configurazione degli investimenti che vengono fatti sul nostro territorio. Ad es., se un investimento viene fatto a condizioni contrattuali che non sono condivise dai lavoratori, può sembrare anche opportuno che lo stato intervenga perché l’investimento venga fatto senza ridurre eccessivamente il costo del lavoro e garantendo all’impresa risparmi per altra via. Di questo gli economisti dovrebbero discutere. E dunque la centralità del know-how pure si rivela essere, considerata così astrattamente, una questione ideologica.

Più interessante da un punto di vista logico è se la questione ad es. delle pause debba essere considerata tale da portare allo stallo la contrattazione, pur considerando centrale la questione del know-how nelle produzioni ad alto valore aggiunto. Boldrin fa capire che tale questione non è la sola considerata importante da Marchionne. Brancaccio replica che su questa questione vi è stato lo stallo delle trattative. Il punto di vista di Boldrin può essere difeso dicendo che la questione delle pause è necessaria, ma non sufficiente per applicare il piano industriale della Fiat. Perciò sarebbe comprensibile se su tale questione ci fosse uno stallo. Brancaccio a questo proposito dovrebbe dimostrare che, pur facendo vincere la posizione della Fiom, sarebbe possibile elaborare un piano industriale tale da consentire un investimento profittevole per la Fiat. Si dovrebbe cioè dimostrare che l’abbassamento del costo del lavoro ed il maggior sfruttamento dei lavoratori potrebbe essere dannoso, se non per l’azienda, quanto meno per il sistema-paese (in questo caso l’Italia) in cui l’investimento avrebbe luogo, mentre invece potrebbe essere sostituito dall’intervento su altri fattori produttivi senza perdite di utili per l’azienda.

Si potrebbe ad es. dire che per la Fiat sarebbe necessario curare maggiormente il mercato interno e dunque evitare un eccessivo sfruttamento dei lavoratori al fine di permettere l’acquisto di una maggiore quota di prodotto da parte del mercato interno stesso. Un maggiore sfruttamento dei lavoratori potrebbe comportare infatti un aumento della spesa sanitaria e dunque diminuire i consumi per l’acquisto di automobili.  In Italia vengono prodotte 650.000 automobili circa e se ne vendono 2.150.000, mentre in Germania se ne producono 5.527.000 e se ne acquistano 3.090.000. La Fiat ha circa il 32% del mercato interno italiano, mentre la Volkswagen ha il 45% di quello tedesco. Sarebbe il caso di pensarci su e produrre e vendere più auto sul mercato nazionale ?

 

 

 

 

 


9 febbraio 2011

Dove sbologniamo Sergio Bologna ?

La deriva post-operaista di Sergio Bologna segna una nuova tappa e prepara nuove ed inquietanti svolte. A leggere l’articolo sul maglioncino di cashmere non si capisce nemmeno dove vuole andare a parare, se non alla polemica gratuita con la Fiom. Dunque è da lì che bisogna partire per capire cosa voglia.

Lottare contro il fantasma del working poor ? Benissimo. Ma questo non vuol dire arruffianarsi i giovani disoccupati intellettuali, in quanto gli interessi di questi ultimi non sono sganciati da quelli dei vecchi operai che rischiano di trovarsi fuori dalle fabbriche.

 

 

I cosiddetti pochi operai rimasti hanno coraggiosamente dimostrato con il loro voto di rifiutare la logica del working poor ed hanno ridato coraggio a tutti quanti gli altri, anche ai giovani disoccupati intellettuali. Pompare gli uni per trascurare gli altri è, come già detto, una operazione pericolosa che porterà il post-operaismo a declinare con termini in odore di cultura le stesse cazzate che, per ragioni ben più corpose, ci propinano Cisl e Uil.

Bologna vuole difendere il lavoro autonomo di seconda generazione senza trarre le conseguenze in maniera definitiva da quello di cui egli stesso è consapevole, e cioè che questi lavoratori sono ugualmente lavoratori precari che ambiscono semplicemente ad essere padroncini un po’ ingrassati. Mettiamoli di fronte alla realtà e poniamo fine a questa confusione, prima che essa si impadronisca anche di noi. Come testimonia purtroppo, involontariamente, Sergio Bologna.

 

 

 

 


7 ottobre 2010

La nuova macroeconomia classica e i suoi apostoli : Lucas, Kydland e Prescott

I contributi di Muth e Phelps  furono utilizzati per la costruzione di un paradigma alternativo a quello keynesiano, nel quale veniva respinta la nozione keynesiana di disequilibrio come conseguenza di rigidità, mentre si riformulavano i postulati dell’equilibrio economico generale in presenza di condizioni di incertezza, giudicando superfluo il postulato walrasiano dell’equilibrio come risultato dell’informazione completa di tutti i soggetti in tutti i mercati.

Lucas sostenne che i modelli keynesiani per quanto spieghino il ciclo non sono teorie dell’equilibrio, dal momento che Keynes considerava quest’ultima irrealizzabile, non essendo la disoccupazione spiegabile come conseguenza di scelte individuali. Lucas aggiunge, nonostante l’opinione di Keynes, che anche l’allontanamento dall’equilibrio doveva essere studiato sul fondamento di un modello di equilibrio, in quanto quest’ultimo è costruito per definizione in modo da poter predire come operatori con preferenze e tecnologie stabili sceglieranno di reagire ad una nuova situazione. Al contrario un qualunque modello di disequilibrio, costruito codificando semplicemente le regole decisionali che gli agenti hanno trovato utile usare in un qualche periodo precedente, senza alcuna spiegazione del perché queste regole sono state usate non sarebbe di alcuna utilità predittiva. Solo la nozione di equilibrio è collegabile ad una teoria coerente e predittiva. Il problema era di ampliare la nozione di equilibrio perché spiegasse anche quegli eventi fino ad allora ricompresi nella nozione di disequilibrio. A tal proposito Lucas propose di considerare i disequilibri non come eventi singoli ed autonomi, ma come fasi di un ciclo caratterizzato dal comovimento di alcune macrovariabili. Se si definisce il ciclo economico come comovimento di differenti serie storiche aggregate, si può giungere alla conclusione che non vi è alcun bisogno di qualificare le osservazioni restringendole a particolari paesi o a determinati periodi. Rispetto al comportamento qualitativo dei comovimenti delle varie serie storiche, i cicli economici sono tutti simili e dunque c’è la possibilità di una interpretazione unica del ciclo fondata sulle leggi generali che governano le economie di mercato piuttosto che su specifiche caratteristiche politiche o istituzionali di particolari paesi o periodi. Il primo passo da compiere per superare la nozione di disequilibrio consisteva appunto nell’assumere come oggetto d’indagine il ciclo economico e non singoli momenti di crisi. Lucas propone anche di definire l’equilibrio come una situazione di prezzi stabili piuttosto che come una situazione di pieno impiego delle risorse, rompendo il legame tra la nozione di equilibrio e quella di piena occupazione. Ciò che contava in un’economia di mercato era la quantità di risorse o di beni offerta o richiesta dal mercato, non la quantità esistente. Assumendo la perfetta flessibilità dei prezzi, si poteva definire mercato in equilibrio ogni mercato che avesse prezzi stabili, poiché tale stabilità era il segnale che il prezzo raggiunto aveva eguagliato la domanda e l’offerta. Le risorse di lavoro e di capitale che rimanevano inutilizzate andavano considerate come volontariamente escluse. L’equilibrio di ogni singolo mercato era un equilibrio mobile in relazione alla fase del ciclo prevalente in quel momento ed era un equilibrio che poteva non coincidere con la piena occupazione nel significato keynesiano. La natura volontaria o involontaria non era verificabile attraverso l’informazione diretta. L’unico modo praticabile per definire l’equilibrio e dunque l’ammontare di disoccupazione era quello di esaminare il movimento del prezzo del lavoro. Se il salario di mercato risultava stabile, bisognava dedurre che le risorse di lavoro disponibili erano esaurite e che la manodopera non impiegata apparteneva al serbatoio del tasso naturale di disoccupazione.

 

 

Il punto di partenza della nuova macroeconomia era una situazione di equilibrio generale caratterizzato dalla stabilità dei prezzi e della produzione a livello aggregato. I micro fondamenti di questa formazione erano individuabili nel comportamento ottimizzante dei soggetti, nella informazione per isole e nelle aspettative razionali. Ogni soggetto avendo come riferimento per le sue scelte solo il prezzo della risorsa da cedere (ad es. il salario) individuava la ripartizione più conveniente tra lavoro e tempo libero ed utilizzava nel modo più efficiente le informazioni disponibili per decidere la condotta da tenere nel futuro. Poiché nel periodo precedente sia i prezzi che la produzione non avevano subito cambiamenti, le possibili cause di variazione nelle scelte di ogni soggetto potevano scaturire solo da modificazioni nelle preferenze o nella tecnologia. Queste modificazioni avrebbero prodotto variazioni nei prezzi relativi con continui aggiustamenti nelle scelte individuali, ma con tutta probabilità né il livello dei prezzi, né la produzione aggregata avrebbero subito mutamenti di rilievo a causa della compensazione tra variazioni di opposto segno. Il quadro complessivo cambiava totalmente se invece si ipotizzava un cambiamento nel livello medio dei prezzi. Ogni soggetto poteva avere nozione di questa eventualità esaminando le variazioni del suo prezzo di riferimento, ma non aveva informazioni sufficienti per capire se si trattava di una variazione del suo prezzo di riferimento o di una variazione di tutti i prezzi. La decodificazione del segnale era imprecisa e gli operatori invece di mantenere inalterata l’offerta erano indotti a modificarla. Dando così inizio ad una nuova fase del ciclo. Le compensazioni tra i mercati, frequenti nel caso delle variazioni di preferenze e tecnologie, non si verificavano perché era la generalità dei soggetti a percepire la variazione del livello generale dei prezzi come una variazione del proprio prezzo. Da questa confusione scaturivano comovimenti dei prezzi, della produzione e degli investimenti a livello aggregato, così come si osservava nel ciclo reale. Ad es. una espansione della produzione si sarebbe fermata quando gli operatori si fossero accorti di avere sbagliato e ci si fosse resi conto dell’inflazione generalizzata : gli investimenti sarebbero scesi al di sotto del loro livello normale ma lentamente perché non vi sarebbe stata alcuna ragione per aspettarsi che questo riaggiustamento avvenisse rapidamente e potesse essere descritto come una crisi.

Individuato il motivo dominante del ciclo non nell’accumulazione del capitale ma nelle risposte razionali ai movimenti osservati dei prezzi, Lucas ricondusse i movimenti dei prezzi all’unica possibile fonte della variazione della quantità di moneta immessa sul mercato. I movimenti ciclici desumibili dai comovimenti di numerose macrovariabili dovevano essere attribuiti all’afflusso di nuova moneta. Da questa variazione esogena derivava un aumento generalizzato dei prezzi che, a causa dell’informazione limitata, veniva interpretato come un segnale di variazione dei prezzi relativi con conseguente crescita degli investimenti, dell’occupazione e del livello dei prezzi. L’utilizzo sempre più efficiente delle informazioni induceva poi negli operatori aspettative più aderenti del reale svolgimento dei fatti ed il ciclo iniziava così la sua fase discendente con il disturbo monetario provocante il ciclo reale che esauriva i suoi effetti. L’obiettivo della spiegazione del ciclo con il metodo dell’equilibrio fu raggiunto semplicemente ipotizzando uno shock esogeno in presenza di informazione incompleta degli operatori. Il messaggio conclusivo della nuova scuola si poteva riassumere nella esortazione a liberare i mercati dall’intervento dello stato e nell’evitare le politiche economiche di stabilizzazione in quanto inefficaci o controproducenti.

Dopo un iniziale consenso ci si è resi conto che una riduzione della spesa pubblica avrebbe prodotto effetti dannosi alle imprese per la ripresa della conflittualità nel rapporto di lavoro. Riprese vigore la tesi della necessità di una regolamentazione delle principali grandezze economiche al fine di assicurare alle imprese condizioni di stabilità monetaria ed interventi di sostegno nei settori più deboli. Divenne sempre meno convincente l’idea di base circa la possibilità di raggiungere posizioni di equilibrio nei singoli mercati nonostante l’incompleta informazione degli operatori e le tesi contrarie che assumevano ipotesi di lavoro fondate sul disequilibrio dei mercati come condizione normale di funzionamento delle economie industrializzate ripresero vigore. Anche il rigore analitico del ritorno a spiegazioni esogene del ciclo appariva fondato sulla fusione di due ipotesi (aspettative razionali e informazione incompleta) che appartenevano in fondo a concezioni teoriche opposte. Infatti non si poteva sostenere ragionevolmente l’ipotesi che gli operatori potessero cercare di informarsi su tutto tranne che sull’andamento del livello generale dei prezzi. Di conseguenza la possibilità di conservare i principi del comportamento razionale degli operatori per le decisioni riguardanti il futuro rimaneva in piedi solo quando il sistema economico non subiva shock esterni. 

Secondo Augusto Graziani per Lucas gli eventi economici futuri sono tali da poter essere desunti dalle conoscenze di oggi, mentre per i keynesiani gli eventi prevedibili sono del tutto marginali, mentre le grandi svolte rientrano nel dominio dell’imprevedibile. Inoltre per Lucas il mondo è retto da miriadi di decisioni indipendenti e capillari prese da singoli soggetti isolati, mentre per i keynesiano esistono, nel mondo dell’industria e della finanza, fulcri di potere le cui decisioni possono condizionare i destini di interi mercati.

 

Secondo Brancaccio la tendenza rappresentata da Lucas viene ulteriormente raffinata da F. E. Kydland ed E. C. Prescott i quali pure muovono dall’assunto che nella costruzione di un modello economico qualsiasi premessa è lecita, purchè il modello sia in grado di riprodurre correttamente l’andamento dei dati statistici osservati. Si può dunque anche accettare l’idea che una massaia si comporti come se ogni sua scelta derivasse da complicati programmi matematici di ottimizzazione. Quel che conta per questi economisti è che l’improvvida assunzione non trovi sostanziali smentite nei dati. Essi appaiono disposti a tutto pur di rendere compatibili teoria e dati. Basti notare che i loro modelli si fondano su ipotesi tali da rendere la piena occupazione dei lavoratori un risultato inevitabile, la cui smentita consiste di una mera disoccupazione volontaria. Questa abolizione per decreto della disoccupazione conduce poi ad una ragguardevole serie di implicazioni per la politica economica. Obiettivo chiave di Kydland e Prescott è quello di togliere legittimazione teorica a qualsiasi tentativo delle autorità monetarie di reagire ad una recessione con misure espansive. A tale scopo i due economisti affermano che in un mondo di agenti razionali sussiste un problema di incoerenza temporale nelle decisioni delle autorità politiche. Il concetto viene esposto ricorrendo all’esempio dei dirottatori : al fine di scoraggiare i dirottamenti aerei, la maggior parte dei governi segue la regola di non negoziare mai con i dirottatori. Si supponga tuttavia che, nonostante la politica annunciata dal governo, avvenga comunque un dirottamento. In questo caso le autorità potrebbero essere indotte a negoziare, visto che il prezzo richiesto dai dirottatori difficilmente supererebbe gli effetti devastanti della perdita di vite umane. Quindi la miglior politica sembrerebbe essere questa : annunciare di non essere disposti a negoziare, ma poi negoziare in caso di effettivo dirottamento. Se a questo punto si trasferisce il ragionamento in ambito economico, si potrebbe pensare che alle autorità monetarie convenga un atteggiamento analogo a quello appena descritto. Esse possono cioè annunciare una politica rigorosamente anti-inflazionista. I lavoratori di conseguenza si attenderanno prezzi bassi e dunque accetteranno salari monetari bassi. Le autorità monetarie potrebbero allora approfittare di queste previsioni smentendo gli annunci e attuando una politica espansiva. I prezzi aumenterebbero in modo imprevisto e i lavoratori tarderebbero quindi a reagire. La corsa dei prezzi e il ritardo dei salari potrebbe indurre le imprese ad aumentare almeno temporaneamente le occupazioni. In realtà, dicono Kydland e Prescott, l’idea che una simile incoerenza temporale tra annunci e decisioni possa dar luogo a risultati positivi è viziata dall’ipotesi inaccettabile che gli individui siano passivi, ossia che decidano le loro azioni in base alla sola dichiarazione di intenti delle autorità e non al loro comportamento effettivo. Ma nei fatti è proprio la tendenza o meno dell’autorità a smentirsi che si rivela decisiva, nel senso che non appena gli annunci del governo dovessero mostrarsi non credibili, i singoli ne terranno conto ed agiranno di conseguenza. Ad es. i sequestri di aerei da parte dei dirottatori diventeranno all’ordine del giorno. E gli stessi lavoratori non reputeranno più credibili le promesse anti inflazioniste del banchiere centrale. Partendo da questo tipo di esempi, Kydland e Prescott hanno attaccato i vecchi modelli keynesiani, accusati per l’appunto di cristallizzare il comportamento degli operatori privati in una serie di parametri fissi. Quei modelli erano rigidi e quindi inservibili, poiché non tenevano conto della reazione degli operatori alla maggiore o minore coerenza tra gli annunci dell’autorità politica e le sue azioni effettive. Da simili riflessioni i due autori hanno tratto suggerimenti politici secondo cui, per convincere i privati che i prezzi sono sotto controllo è necessario rendere assolutamente credibile la banca centrale legandole le mani e cioè vincolandola all’obiettivo della lotta all’inflazione.

 


6 ottobre 2010

La teoria delle isole di Phelps

La scuola di Chicago sulla base delle tesi di Muth cercò di elaborare una microfondazione della macroeconomia. Fino a quel momento microeconomia e macroeconomia erano studiate separatamente in quanto secondo i keynesiani ognuno dei livelli aveva regole proprie di funzionamento. Le decisioni anche se razionali dei singoli operatori potevano produrre risultati operativi sul piano dei grandi aggregati, l’informazione era incompleta, l’equilibrio nei singoli mercati non assicurava il completo assorbimento della produzione ed il pieno impiego delle risorse. I discepoli di Friedman ritennero superabile tale frattura, riformulando le relazioni tra microeconomia e macroeconomia tenendo conto dei seguenti principi generali :

1.      Conservare l’ipotesi del comportamento razionale degli operatori

2.      Riconoscere che l’informazione degli operatori sul funzionamento dei mercati era limitata

3.      Assumere il principio dei prezzi flessibili

4.      Porre come obiettivo principale la spiegazione delle fluttuazioni economiche

Bisognava ripristinare un legame teorico tra il comportamento dei soggetti individuali e l’andamento delle grandi variabili quali l’occupazione, il livello di prezzi e dei salari senza ricorrere ad ipotesi particolari sul funzionamento dei mercati ma assumendo comportamento razionale e condizioni di incertezza. Muth aveva ricondotto il tema delle aspettative sugli eventi futuri nell’ambito dei comportamenti razionali, ma rimaneva il problema dell’incertezza circa il comportamento degli altri soggetti che prendevano decisioni nei mercati : il contributo di Phelps sulla teoria delle isole aprì la strada per una soluzione di questo secondo tipo d’incertezza. Phelps cominciò con l’osservare che se l’informazione sui comportamenti degli altri soggetti era limitata e bisognava sostenere dei costi per acquisirla, si poteva argomentare che l’informazione era in fondo un bene immateriale scarso che ciascun soggetto avrebbe comprato in modo da eguagliare il costo marginale e il beneficio marginale. Tale circostanza derivava dalla necessità per i lavoratori di modificare l’offerta di lavoro in seguito a variazioni del salario nominale o del salario reale. Per individuare il comportamento dei lavoratori in risposta ad una variazione dei salari e in una situazione di informazione incompleta, si poteva immaginare una struttura localizzativa per isole nella quale i flussi d’informazione sul salario erano gratuiti all’interno di ciascuna isola ed invece costosi tra un isola e l’altra. La difficoltà di conoscere ciò che accadeva nelle isole vicine poteva indurre nei lavoratori di ciascuna isola ad una confusione molto simile all’illusione monetaria. Si supponga che, in seguito ad una diminuzione o ad una crescita della domanda,  i prezzi e i salari dell’intero arcipelago diminuiscano o salgano con una percentuale pressoché uguale. In questa eventualità l’offerta di lavoro non dovrebbe subire modificazioni poiché il salario reale è rimasto invariato. I lavoratori tuttavia ignorano ciò che è accaduto nelle altre isole poiché dispongono di una informazione locale, interpretano la variazione del salario come una variazione del loro salario ed offrono una quantità differente di lavoro creando posizioni di squilibrio nell’arcipelago. Questa confusione è destinata ad attenuarsi nel tempo, ma nel breve periodo è all’origine di una situazione in cui i singoli mercati sono in equilibrio perché i prezzi e le quantità verificate sono uguali a quelli attesi dagli operatori, mentre il sistema nel suo complesso (l’arcipelago) non è necessariamente in equilibrio. Il mercato del lavoro di ogni singola isola poteva essere considerato in equilibrio quando non vi erano lavoratori che si spostavano da un isola all’altra alla ricerca di un salario più elevato. Inoltre il mercato del lavoro per l’intero arcipelago poteva registrare anche una quantità elevata di disoccupazione a causa degli elevati costi di trasferimento da un isola all’altra. In questo modo l’equilibrio dei singoli mercati e la piena occupazione vengono descritti come fenomeni autonomi.

 

 

Secondo Brancaccio, Phelps fu il primo a contestare in modo formalmente rigoroso l’idea avanzata dagli economisti Samuelson e Solow per la quale esisterebbe la possibilità di una scelta politica (trade off) tra disoccupazione ed inflazione. Secondo questa visione, se le autorità di politica economica di un paese volessero ridurre la disoccupazione allora dovrebbero necessariamente effettuare politiche monetarie e fiscali tese ad espandere la domanda di merci. Questo implica però che dovrebbero anche accettare la conseguenza dell’inflazione. In quest’ottica le politiche monetarie e fiscali contano e contribuiscono a determinare l’andamento economico del sistema in modo decisivo e tutt’altro che neutrale dal punto di vista degli interessi da difendere. Samuelson e Solow ritenevano che l’idea di una scelta politica tra disoccupazione ed inflazione derivassero dal pensiero di Keynes, il quale, accettando che il salario reale debba coincidere con la produttività marginale dei lavoratori, sosteneva che, data la quantità di capitale disponibile, la produttività dei nuovi occupati tende man mano a ridursi. Il lavoro diventa via via abbondante e meno produttivo, per cui le imprese sono disposte ad assumere nuovi lavoratori solo se il loro salario reale diminuisce. Tale riduzione sarebbe avvenuta con l’aumento della domanda, la quale provocando inflazione avrebbe ridotto il potere d’acquisto dei salari ed avrebbe spinto le imprese ad assumere nuovi lavoratori nonostante la loro minore produttività. In realtà questa dimostrazione presentava numerosi punti deboli. Phelps si domanda : perché mai i lavoratori non reagiscono al fenomeno inflazionistico richiedendo a loro volta un aumento compensativo dei salari monetari ? Perché mai dovrebbero accettare di lavorare di più nonostante la riduzione del loro salario reale ? I monetaristi rilevarono che la possibilità di una scelta politica era in realtà una illusione monetaria che potesse sussistere solo nel breve periodo. Secondo Phelps infatti imprese e lavoratori sono come delle isole : essi conoscono solo i loro prezzi e salari, ma non sono in grado di rilevare istantaneamente le dinamiche dei prezzi e dei salari di tutti gli altri agenti economici. In un primo tempo dunque i lavoratori potrebbero non rendersi conto che i prezzi delle merci vendute dalle altre imprese stanno aumentando. A lungo andare tuttavia essi prenderanno coscienza della situazione e quindi reagiranno all’inflazione rifiutandosi di lavorare. Dunque non si può affermare che l’inflazione riduca la disoccupazione e tramonta anche l’idea keynesiana di poter intervenire politicamente sull’andamento delle variabili economiche. Il governo politico della moneta risulta alla fine neutrale ed ininfluente dal punto di vista della disoccupazione.

Queste teorie liberano i banchieri centrali da qualsiasi responsabilità in merito all’andamento di lungo periodo della disoccupazione e li autorizzano a fondare la loro azione quasi esclusivamente sul controllo dei prezzi. In realtà per Brancaccio il governo della moneta non è affatto neutrale, giacchè fa semplicemente da arbitro tra gruppi di interesse contrapposti

 

 


25 settembre 2010

John Kenneth Galbraith : la retorica del lavoro

Si sente spesso dire che il lavoro è gratificante. Ma questa frequente affermazione riguarda sempre le sensazioni degli altri. Il buon lavoratore è molto lodato e lo è in particolare da parte di coloro che non lavorano duramente e sono dispensati dalla sforzo fisico.

La parola “lavoro”è usata indifferentemente per l’attività di chi svolge mansioni che trova faticose, noiose, sgradevoli e per quella di chi ne ricava piacere senza alcun senso di costrizione. La truffa è già evidente nell’uso della stessa parola.

Non è tutto : coloro che più apprezzano il lavoro sono senza eccezioni i meglio retribuiti. Le retribuzioni basse sono per coloro che svolgono compiti ripetitivi, noiosi, pesanti.

 

Negli Stati Uniti e negli altri paesi sviluppati, nessuno è più biasimato di chi si sottrae all’obbligo di lavorare. Chi non lavora è pigro, irresponsabile, inutile, un parassita. Gli elogi sono per gli sgobboni. Ma soprattutto per i ricchi che vanno di convegno in convegno a sottolineare l’importanza e la probità del lavoro. Per i ricchi l’inattività è una alternativa possibile, mentre invece è moralmente rovinosa per i poveri, in quanto costa in denaro pubblico o privato. L’indolenza è perdonata alle classi agiate, ma è esecrata per quelle più povere.

Fu J. Maynard Keynes a mettere in dubbio le gioie della fatica, citando una defunta donna delle pulizie che aveva  affidato alla propria lapide il suo commiato da una vita di lavoro :

“Non siate tristi per me amici, non compiangetemi minimamente, perché da qui all’eternità non farò più niente di niente.”

 

 


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21 settembre 2010

Rosier : onde lunghe e modo di accumulazione

Si parte dal modo di accumulazione del capitale, nozione che intende rappresentare le forme assunte per un periodo di tempo dai due rapporti sociali che strutturano il capitalismo come modi di produzione, forme che devono necessariamente cambiare perché l’essenziale di questi rapporti non cambi. Si tratta dunque :

·         Della forma concreta assunta dal rapporto tra capitale e lavoro (rapporto di lavoro salariato) : condizione d’impiego, modalità di uso, modalità di sfruttamento delle forze di lavoro (in particolare tipo di visione tecnica del lavoro, livello relativo del salario e modi di formazione ed utilizzazione dello stesso). De Gaudemar ha messo in evidenza dei cicli disciplinari e delle crisi disciplinari concordanti con le onde lunghe (la disciplina indica la forma di organizzazione del lavoro destinata a far si che il potere sia esercitato e rispettato, affinchè l’ordine regni nelle fabbriche). Così si passa da una tecnica di sorveglianza direttamente coercitiva a forme diverse di controllo sociale. Tutto ciò sfocia nell’iscrizione della disciplina in un sistema scientifico : il taylorismo.

 

·         Delle forme economiche stabili che governano il rapporto all’interno del capitalismo, in altre parole i tipi di strutture industriali e finanziarie e le modalità della concorrenza. L’osservazione di queste forme permette di separare nettamente a partire dagli ultimi anni del 1800 l’era del capitalismo concorrenziale da quella del capitalismo monopolistico la cui genesi si confonde con la grande depressione della fine dell’800 e il cui compimento si lega all’elaborazione di un modo di regolazione specifico nella grande crisi degli anni ’30. L’importanza di due pilastri costituiti dalle forme dei due rapporti sociali fondamentali (adattate a congiunture sociali specifiche) viene sottolineata quando si parla delle basi istituzionali dell’accumulazione ed in particolare del sistema della grande impresa che si basa specialmente su di un particolare accordo tra capitale e lavoro.

 


11 settembre 2010

Ancora la Polonia : NoiseFromAmerika non si arrende

Dopo il nostro post sulla Polonia, le perplessità sull’articolo di NoiseFromAmerika si sono moltiplicate, anche se non vogliamo pensare ad un propter hoc, ma ad un semplice post hoc, tanto che pure il Capo si è scandalizzato per questa ribellione in piena regola.

Comunque penso che il fatto che la tenuta polacca contro la crisi sarebbe stata  causata dalla liberalizzazione del mercato del lavoro del 2003 sia ormai una bufala riconosciuta dagli stessi autori o sponsorizzatori (“La teoria di LP magari non regge, anzi quasi sicuramente non regge perché è monocausale e queste cose hanno sempre una varietà di cause e concause”). E tuttavia essi insistono nel dire che la liberalizzazione del mercato del lavoro sia causa dell’aumento dell’occupazione in Polonia. Boldrin dice “secondo te gli FDI arrivano per caso? Non ti suggerisce nulla il fatto che questi liberalizzino il mercato del lavoro e, giusto lo stesso anno, cominciano ad arrivare investimenti dall'estero in quantità eccezionale?”.

 

Il Prof Boldrin controlla accigliato che nel suo blog non si apra una nuova road to serfdom

 

 

E allora smontare anche questa illusione e spiegare cosa almeno approssimativamente sia successo in Polonia. Vediamo :

 

1.      Perché nonostante i buoni tassi di crescita la Polonia nel 2003 aveva un tasso di occupazione del solo 51,2% ? In realtà non si capisce se si tratta del tasso di occupazione semplice (occupati/popolazione) o di quello specifico (occupati in età da lavoro/popolazione in età da lavoro). In secondo luogo il basso tasso di occupazione è in relazione con l’alto tasso di disoccupazione che passa dal già alto tasso del 10,2 % del 1998 al 19,9 % del 2003. In realtà dalla fine del socialismo reale vi è stato un crollo dell’occupazione nei paesi dell’Est, crollo a cui non hanno posto rimedio né i forti investimenti dall’estero né il basso costo del lavoro. Se poi la Polonia ha avuto un buon tasso di crescita del Pil non è stato certo per la strategia economica, ma proprio per i forti investimenti dall’estero che hanno continuamente stimolato, se non drogato, l’economia. La Polonia è un paese privilegiato anche rispetto agli altri paesi dell’Est : a partire dal 1989 sono stati investiti in Polonia 49,4 mld di dollari, più degli altri paesi dell’est. Inizialmente gli aiuti europei ai paesi dell’Est erano indirizzati solo a Polonia ed Ungheria. Mentre solo nel 1994 tali aiuti furono estesi agli altri paesi, dal 1990 al 1994 il governo polacco aveva già ricevuto l’equivalente di 1 mld di euro che divennero 1,7 mld alla fine del 1998, di cui il 44% fu speso in infrastrutture (investimento tipicamente keynesiano). Gli investimenti privati dall’estero riguardano però nel 2000 per quasi il 40% la privatizzazione del settore pubblico e nel 2001 tale privatizzazione rallenta, con la salita al governo degli ex-comunisti guidati da Alexander Kwasniewski e già FMI e OCSE cominciano ad “essere preoccupati” per lo stato dell’economia polacca. Nel 2001, con la rarefazione delle privatizzazioni, gli investimenti dall’estero si riducono del 30%. Riassumendo, lo stato dell’economia polacca è quello di una nazione sorvegliata politicamente, premiata inizialmente per il fatto di essere stata la prima nazione a ribellarsi all’Urss nel decennio che condurrà al crollo del socialismo reale, poi punita perché non procede alla svendita del suo settore pubblico con la necessaria solerzia. Senza gli stimoli artificiali procurati da questi investimenti di matrice politica ed imperialistica, la Polonia viene restituita alle sue difficoltà di un’economia in transizione.

2.      Infatti, un’altra delle cause della diminuzione del tasso di occupazione e del contestuale aumento della disoccupazione si collega ad un'altra situazione specifica della Polonia : una pesante ristrutturazione del settore agricolo. Già nel 1997, a fronte di una disoccupazione complessiva del 10,5% si registra un 25% di disoccupazione nelle zone rurali del Nord. Gli occupati agricoli rappresentano nel 1996 ancora il 26% dell’occupazione totale, ma in realtà nelle zone rurali vi è molta disoccupazione occulta. L’adeguamento ai parametri comunitari ha comportato la riduzione dei sussidi agli agricoltori, lo spostamento traumatico degli occupati dal settore agricolo a quello dei servizi : l’occupazione agricola dal 21% del 1998 passa al 15% del 2008 ed il processo non è ancora finito.  La cosa ha assunto tale rilevanza da consentire al partito dei contadini di essere indispensabile per la tenuta del governo Kwasniewski e di affossarlo quasi nel 2003. La disoccupazione rimane in tutti questi anni sempre a due cifre e l’aumento dell’occupazione in termini assoluti di questi ultimi anni, lungi dall’essere causato dal modello liberista di mercato del lavoro, è il frutto di questo lento spostamento che ha causato prima un forte aumento della disoccupazione e poi una diminuzione della stessa : le riforme del mercato del lavoro hanno magari facilitato questo riassorbimento, ma sono state facilmente digerite proprio perché l’urbanizzazione di lavoratori e lavoratrici che vivevano nelle campagne in condizioni di semipovertà ha comunque coinciso con un miglioramento della loro condizione sociale.  Dunque si tratta di una situazione specifica che non è per niente esportabile.

3.      Ma davvero poi le riforme del mercato del lavoro hanno prodotto qualche effetto ? In realtà ci troviamo ancora una volta ad investimenti che hanno una matrice politica : nel 2002, l’accordo ottenuto dall’allora primo ministro Miller ha reso ancora una volta la Polonia maggiore beneficiario tra i paesi dell’Est degli aiuti europei, per un totale di 13,5 mld di euro dal 2004 al 2006 (il 48,6% del totale degli accrediti accordati ai 10 paesi candidati). Per non parlare dei 6 mld di dollari da parte degli Usa per investimenti connessi all’acquisto da parte delle forze armate polacche di almeno 32 aerei F-16 della Lockheed Martin entro il 2008 (investimenti che superano ovviamente la spesa del governo polacco, spesa che comunque sarebbe stata fatta).

Dunque cari camerati libertari di NoiseFromAmerika, il liberismo non c’entra nulla. Ancora una volta è la politica che genera economia.

Evviva il moltiplicatore !!!

 


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