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12 marzo 2010

Cinzia Gubbini : obbligo scolastico addio. Nasce l'apprendista per legge

E' legge. Appena sarà stipulato l'accordo quadro con le regioni, in Italia tornerà la possibilità di andare a lavorare a 15 anni. Nella pioggia di novità contenute nel disegno di legge 1167 B (il cosiddetto «collegato al lavoro») approvato l'altro ieri al Senato, viene anche stabilito senza colpo ferire che l'obbligo scolastico terminata la terza media può essere assolto attraverso il contratto di apprendistato. Che, giuridicamente, è niente di più e niente di meno di un contratto di lavoro.
Anche in questo caso, nello spirito dell'intera partita del collegato, niente viene fatto alla luce del sole. Si confondono le acque. Si traveste il lupo da agnello. L'incipit del comma 6 dell'articolo 48 dice tutto: «stante l'obbligo di istruzione...» e continua facendo riferimento alla famosa norma introdotta dal centrosinistra nella prima finanziaria del governo Prodi: l'innalzamento a 16 anni dell'obbligo scolastico. Della serie: tranquilli, non cambia nulla. Invece cambia tutto. Perché l'apprendistato non può in nulla essere equiparato a un percorso di formazione. E' un contratto di lavoro, che prevede anche la formazione, ma che viene definito dai singoli contratti di categoria. Anzi, dopo la (famigerata) legge Treu, che quanto meno introduceva l'obbligo alla formazione esterna all'azienda - ambizione che, va detto, non è mai decollata, sia perché le regioni deputate a questo compito hanno pochi soldi, sia perché le aziende se ne disinteressano - la politica del lavoro ha operato ai fianchi di questo istituto. La legge Biagi riformando l'istituto dell'apprendistato ha tolto l'obbligo della formazione esterna. E anche un recente regolamento del governo vira verso il concetto di «azienda formatrice»: non c'è bisogno che l'apprendista affini le sue capacità anche attraverso un percorso di studio. Basta quello che si impara a bottega. E il riferimento alla «bottega» non è casuale. Quale lavoro, infatti, si può immaginare per un ragazzino o una ragazzina di 15 anni? Certo non entreranno nelle stanze dei bottoni delle aziende, certo non andranno a imparare il mestiere del professionista. Parrucchiere, estetiste, operai. A nulla più possono aspirare i ragazzi che non vanno troppo d'accordo con i libri. Una tragica conferma di quanto rilevato con preoccupazione giusto l'altro ieri dall'Ocse: in Italia il reddito è influenzato dal lavoro dei genitori. Dalla propria condizione di origine non ci si riesce ad emancipare. La scelta del governo, tra l'altro, evidenzia anche una visione molto «old style» del mercato del lavoro: oggi come oggi bisogna studiare anche per diventare una brava estetista e una brava parrucchiera, altro che «azienda formatrice»


Il centrodestra nel periodo delle polemiche dopo l'annuncio del provvedimento, ha sempre rispedito le accuse al mittente. Sostenendo che questo nuovo percorso servirà, semplicemente, a contrastare la dispersione scolastica. Il disegno di legge, infatti, contiene anche una delega con cui si promette di riformare l'apprendistato. Quando e come, però, non è dato sapere.
«E' una scelta classista, scellerata e autolesionista», denuncia la senatrice del Pd Mariangela Bastico, che in aula ha chiesto invano risposte alla maggioranza sul futuro dell'apprendistato e sul senso di questa norma, senza mai ottenere alcuna risposta. «Con questa norma il governo - continua la senatrice - si appropria di un anno di diritto all'istruzione sottraendolo ai ragazzi, abbassa a 15 anni l'età di ingresso al lavoro, riduce le opportunità di futuro e blocca la mobilità sociale». Tra l'altro Bastico ricorda uno studio della Banca d'Italia secondo cui investire sull'istruzione ha una resa del 7%, addirittura dell'8% al sud. Insomma, che spendere soldi sull'istruzione sia un investimento non è solo un modo di dire.
Ma ovviamente la posizione della maggioranza è che si sta parlando a tutti gli effetti di formazione, tanto che non viene abrogata la norma approvata nella finanziaria del centrosinistra che - oltre a innalzare l'obbligo scolastico - innalzava anche l'età minima per l'ingresso al lavoro a 16 anni. Di questa scarsa chiarezza si preoccupa il sindacato: «Abbiamo rilevato - osserva Maria Brigida della Cgil Flc - come negando che l'apprendistato è un contratto di lavoro si rischia di fare peggio: legalizzare lo sfruttamento dei minorenni». Ma c'è anche un altro aspetto da rilevare: «La determinazione del governo in questo campo è formidabile, e dimostra una consolidata visione del mondo. Conoscono benissimo l'importanza della conoscenza e della formazione. Solo che deve essere appannaggio del famoso 20% della società: non è un diritto di tutti».


23 luglio 2008

L'Italia era un paese civile

 

Shawky è un nome troppo complicato per un sindacalista che batte i cantieri. Il cognome, Geber, è più facile da pronunciare e da scrivere per italiani, slavi, romeni, albanesi, latinos. Sessanta anni appena compiuti, fisico asciutto, Geber da giovane in Egitto è stato un campioncino di lotta libera. In Italia è stato un pioniere dell'immigrazione. E' arrivato nel 1973, quando a Milano gli egiziani erano «poco più una decina» e si conoscevano tutti. In tasca aveva 90 mila lire e 50 dollari, nella valigia i libri per continuare a studiare. Invece, ha fatto il muratore. E' stato uno dei primi extracomunitari eletti delegati della Fillea, «l'ultima volta con il 97% dei voti». E' diventato il primo funzionario straniero degli edili della Cgil milanese (ora sono sei), dal 2001 segue la zona Sud (Romana, Melegnano, San Giuliano). Geber, quindi, può confrontare l'immigrazione e l'Italia di ieri e di oggi. Il suo bilancio è desolato e desolante. «Io sono sempre andato avanti e indietro in aereo, bastava rinnovare il visto in Egitto ogni sei mesi, dieci minuti in Questura e ti davano il permesso di soggiorno. Ho ancora il primo, scritto a mano, tutto ingiallito. Adesso anche gli egiziani si mettono sui barconi e annegano nel Mediterraneo. Trent'anni fa i vicini di casa alla sera bussavano alla porta. Vieni giù, non stare lì da solo. Ero straniero e mi facevano sentire uno di loro. Se va bene, adesso mi ignorano. L'Italia era un paese civile, non lo è più. Un po' di razzismo c'era anche allora, ma gli italiani da piccoli avevano quasi vergogna a manifestarlo. Ora ne dicono e ne fanno di tutti i colori».
E' la legge dei grandi numeri. La svolta nell'atteggiamento degli italiani, secondo Geber, «c'è stata con le navi cariche di albanesi». Digeriti gli albanesi, nel ruolo dei cattivi sono subentrati i romeni, mentre non si placa la ventata di islamofobia post 11 settembre. «All'improvviso gli italiani, che si vantano di non andare in chiesa, sono diventati cattolicissimi». Nell'edilizia, contenitore di diverse nazionalità, le tensioni sono ancor più aspre. Nei cantieri di Milano ufficialmente il 42% della forza lavoro è immigrata, ma la percentuale quasi raddoppia se si considerano gli irregolari e le partite Iva fasulle. «Ogni nuova ondata d'immigrati viene percepita come una nuova dose di concorrenza sleale». E lo è: nelle migrazioni di ogni epoca gli ultimi arrivati sono sempre stati disposti a lavorare «per meno». La nazionalità non c'entra, c'entra il bisogno. «Gli italiani temono di rimetterci soldi e diritti, tirano su il muro, così ci si odia reciprocamente». Difficile far capire che «tutelando gli ultimi, si tutelano anche gli italiani» in un settore dove le differenze retributive sono enormi. Gli stakanovisti bresciani e bergamaschi, che lavorano 12 ore al giorno e si fanno pagare «a metro», guadagnano 3.500 euro al mese. «Di fronte ai 104 euro d'aumento conquistati con l'ultimo rinnovo contrattuale ti ridono in faccia». Nello stesso tempo, il contratto è un miraggio per le decine di migliaia di lavoratori irregolari e precari, quasi tutti stranieri, che lavorano per 4-5 euro all'ora, taglieggiati dai caporali, che non sono un'appendice patologica ma uno snodo ormai fisiologico della filiera delle costruzioni. «E' sempre lo stesso film. Con una differenza: il caporale straniero è peggio di quello italiano. Essendoci passato, conosce i punti deboli dei connazionali, sa come ricattarli meglio».
Non era un caporale, ma un padroncino che si era messo in proprio solo da cinque giorni Ahmed R., l'ultimo anello della catena di appalti e subappalti nel cantiere di Settimo milanese dove il 13 giugno sono morti due "clandestini" egiziani (vedi box). Pur di non avere personale alle dipendenze le aziende obbligano i lavoratori ad aprire una partita Iva, «dall'oggi al domani, senza avere neppure un secchio e una cazzuola, uno diventa imprenditore di se stesso». E' ovvio che uno così recluterà braccia in nero, con il placet delle imprese capocommessa. Un altro metodo fantasioso per risparmiare su paghe e contributi sono i cocopro. Geber ha visto con i suoi occhi «gente che fa la malta con il contratto a progetto». Dilaga l'epidemia di lavoratori part time, un controsenso in edilizia. Gli addetti inquadrati al terzo livello sono diventati una rarità. Alla Cassa edile di Milano più del 70% degli iscritti è inquadrato al primo livello, quello più basso. «Tutti 'sti palazzoni fatti solo da manovali, una cosa incredibile». L'edilizia è diventato un settore «troppo barbaro», tanto lavoro nero, con l'aggiunta di «mafia e riciclaggio di denaro sporco». Geber conferma che diversi infortuni sul lavoro vengono spacciati per risse o «cadute domestiche». Gente scaricata al pronto soccorso da automobili che sgommano via. O, peggio, «che sparisce nel nulla senza lasciar traccia, càpita anche quello».
Questo quadro fa dire a Geber che se nei cantieri non cambierà qualcosa «nei prossimi tre-quattro anni» per il sindacato la partita sarà chiusa. Aumenterà gli iscritti (a Milano i tesserati stranieri alla Fillea sfiorano i 7 mila), ma avrà sempre meno potere. Alla previsione non rosea per il sindacato Geber aggiunge le ammaccature per la catastrofe della sinistra e i moccoli all'indirizzo di Veltroni. E' un nostro fratello nella sconfitta. Nello stesso tempo, la sua è una storia d'immigrazione «di successo».
Riannodiamo il filo con un Geber ragazzino, «stregato da Nasser», primogenito di una famiglia contadina della regione di El Monofia. Sempre i voti più alti a scuola, dalla IV elementare alla gioia dello studio deve sommare la fatica nei campi. A 14 anni lo assumono in una fabbrica tessile dove fa il lavoratore-studente. Si sposa giovane e quando nel 1973 decide - contro il volere paterno - di venire in Italia per «migliorare» lascia al paese la moglie con due figli (che negli anni successivi diventeranno quattro). A Milano il primo lavoro che trova è al luna park delle Varesine. Quando gli mettono in mano il secchio per lavare le macchinine dell'autopista gli viene da piangere, «non mi conosceva nessuno, eppure mi nascondevo per la vergogna». Resiste un po', a 130 mila lire al mese. Dalla manciata di connazionali che allora formavano la «comunità» egiziana a Milano viene a sapere che in edilizia «si guadagna almeno il doppio». Si butta. Passano cinque anni, cambia tre imprese e lo fanno «sparire» due volte per «nasconderlo» al sindacato», prima di realizzare che non è «davvero» assunto. «Me ne accorgo un Natale quando agli altri danno un assegno e a me no». Riesce a farsi assumere con tutti i crismi al terzo livello. Nel 1984, quando chiede i contributi arretrati per gli anni in nero, il padrone non glieli dà e minaccia di fargli passare «un brutto quarto d'ora». Si rivolge al sindacato (non ha ancora ben chiara la differenza tra le varie sigle, opterà per la Cgil quando gli diranno che «sta con il Pci»). A lui basterebbero poche centinaia di mila lire, ne fa una questione di principio non di soldi. Il sindacalista invece gli impartisce la prima lezione: «Aspettiamo, la mossa deve farla il padrone». Che offre 3 milioni e mezzo. «Aspettiamo». Dopo una settimana, i milioni diventano 5. «Aspettiamo». Vertenza chiusa dopo 10 giorni a 7 milioni. «Allora il sindacato ci sa fare, mi sono detto».
La lezione Geber la metterà a frutto nella lunga esperienza di delegato nell'impresa Manara, dove tutti i dipendenti erano italiani. «Hanno visto che non mediavo sui diritti, non avevo né paura, né vergogna. Se mancava una lira, facevo casino. Le cose tutto sommato nella mia azienda andavano piuttosto bene». Nel 2001 quando Geber diventa funzionario di zona della Fillea scopre che negli altri cantieri «c'è da mettersi le mani nei capelli». E' tentato di tornare nella sua azienda, «poi ho resistito, per orgoglio, per puntiglio, per non sentirmi egoista». Cinque anni di vita così, per nulla da travet, con 300 cantieri da seguire nell'arco di un anno, lavoro di sportello pure al sabato mattina, separano Geber dalla pensione.
E' stata un pendolo la sua vita, divisa tra Italia ed Egitto, dove la moglie è tornata dopo una breve parentesi a Milano. «Qui per lei le case erano troppo piccole e c'era troppo freddo, in tutti i sensi». Geber si sente «al 50% italiano e al 50% egiziano». Al paese ha costruito una casa, «ci ho messo dieci anni», non ha ancora deciso se andrà a viverci da pensionato. «I ritmi in Egitto sono diversi, non mi ci trovo più. Non sopporto che gli emigrati che tornano siano considerati dei ricchi che devono spendere e spandere». A Milano Geber sta con uno dei figli. Laureato in sociologia, fa il capomagazziniere da sei anni, dice sempre che è l'ultimo e poi tornerà in Egitto. «Resterà qui. Farà come me. Gli è presa la malattia». Nonostante sia peggiorata, l'Italia merita ancora di farci su una malattia.

(Manuela Cartosio)


18 luglio 2008

Il ministro Sacconi e i caschi di protezione

 

E' indubbio che quanto più i lavoratori useranno mezzi di protezione adeguati, tanto più si potranno evitare le «morti bianche». Certo, non parliamo di «robottini» vestiti di tutto punto dalle aziende, messi in produzione con l'interruttore: forse potrà anche capitare, come lamentava ieri il ministro del Lavoro Sacconi, che qualcuno di loro ometta - per il caldo, la fretta (imposta dall'impresa), l'eccessiva confidenza - di indossare il casco o gli scarponi antinfortunistici. Ma la cultura che si va diffondendo - perlomeno tra la Confindustria e il governo - è che la gran parte degli infortuni avvengano per una «distrazione» del lavoratore, che magari è male informato o ha fretta di finire, ma tutto per colpa sua.
Per i sei operai morti a Mineo, Sacconi aveva parlato di «sottovalutazione del rischio»; e ieri ha riferito di un «diffuso rifiuto del casco» nel nostro paese. Ricordiamo un altro episodio eloquente: nell'Ikea più grande d'Italia, a Corsico, ben 33 infortuni hanno colpito i lavoratori in un anno, e uno ha provocato il ferimento leggero di un bambino, figlio di clienti. Ecco la versione della multinazionale svedese, ripresa letteralmente da un comunicato di qualche giorno fa: «L'oggetto che ha colpito il bambino era stato mal posizionato su un ripiano. Rimandano invece a casualità o distrazione tutti gli incidenti accaduti ai dipendenti». Il cliente (ma solo lui) ha sempre ragione.
Il problema è che anche se i lavoratori indossassero tutti il famoso casco, continuerebbero a mancare le protezioni intorno: chi dovrebbe costruire le passerelle, le ringhiere di protezione, chi dovrebbe fornire le imbragature agli operai? E i tanti immigrati che lavorano nei subappalti edili, scelgono forse di non autoapplicarsi il contratto nazionale? Quattro milioni di lavoratori sono precari, e altrettanti in nero, per «distrazione»? Chi non ha diritti contrattuali, non ha il coraggio di reclamare maggiore sicurezza, né riesce a fare sindacato: ma questo è «il grande rimosso» del governo Berlusconi, dato che il ministro del Lavoro Sacconi sta procedendo a smontare pezzo per pezzo le ultime garanzie a tutela dei lavoratori, mentre dall'altro lato si detassano gli straordinari e i premi individuali per imporre di fatto ritmi di lavoro sempre più pesanti e a rischio infortunio.
E se a tutto questo aggiungiamo comportamenti imprenditoriali come quello della Thyssen, o dell'oleificio umbro che chiede il risarcimento alle famiglie delle vittime, il cerchio si chiude. Mentre Emma Marcegaglia ci dovrebbe spiegare perché non ha ancora cacciato dalla Confindustria imprese carenti su questo fronte.
Il ministro che offre «più caschi per tutti», oltre a confermare le precarietà della legge 30, sta cancellando buone norme del passato governo: ad esempio le lettere certificate grazie a cui si impediva l'odiosa pratica delle dimissioni in bianco, imposte soprattutto alle donne per «tutelare» l'impresa dalla maternità. Il pretesto addotto è che si tratta di una «formalità burocratica» che rallenta: ci dica però il governo cosa sta proponendo in alternativa.
Poi si cambiano le leggi sugli orari, riducendo i riposi e portando la settimana lavorativa fino a 60 ore. Immaginiamoci i grandi progressi per la sicurezza in fabbrica, in fonderia o in un cantiere.
Un altro recente emendamento alla finanziaria, abroga le sanzioni a quegl'imprenditori che, sorpresi da un ispettore con lavoratori non denunciati, «non mostrino la volontà di volerli occultare». Come dire: d'ora in poi assumo tutti in nero, tanto se viene l'ispettore (e su 6 milioni di imprese italiane è davvero difficile) mi autodenuncio e non pago pegno.
Eppure i dati Inail registrano una diminuzione delle morti sul lavoro dal 2006 al 2007: scenderebbero da 1341 a 1210 (quest'ultimo dato, però, attende il consolidamento a fine anno). E' triste misurare le morti sul lavoro con il pallottoliere della statistica, però questi numeri ci dicono probabilmente che alcuni provvedimenti contro il sommerso e la precarietà del passato governo - per quanto graduali - cominciavano a dare qualche frutto. Ma dalle contro-riforme Berlusconi-Sacconi, certo non basterà un casco a proteggerci.

(Antonio Sciotto)

Tra le sorprendenti leggi proposte dal governo Berlusconi, c'è un emendamento alla manovra finanziaria - nascosto come tanti altri in un testo di inizio luglio - che andrà a legalizzare di fatto il lavoro nero. La denuncia viene da Cesare Damiano, ex ministro e responsabile del Lavoro per il Pd: si abrogherebbero le sanzioni per tutti quegli imprenditori che venissero sorpresi nel corso di una visita ispettiva con lavoratori in nero; è essenziale, però, che mostrino la «volontà di non occultare il rapporto». In poche parole: se l'ispettore trova i lavoratori non registrati, basta ammettere che lo sono per evitare le sanzioni. Secondo Damiano, si vuole affossare una norma varata dal governo Prodi che, proprio per evitare il ricorso al sommerso, imponeva alle imprese di registrare il lavoratore almeno il giorno prima dell'inizio dell'attività; in questo modo, oltretutto, si possono anche evitare il gran numero di infortuni che accadono - chissà come mai - proprio nel primo giorno di lavoro (per il fatto che l'impresa registra il lavoratore solo a infortunio avvenuto, o addirittura dopo la sua morte).
Ancora, Damiano denuncia come «altrettanto grave che il governo inserisca negli emendamenti la delega per la revisione della disciplina sui lavori usuranti da adottare "entro sei mesi dall'entrata in vigore della legge stessa"». «Tutto ciò - spiega - contraddice platealmente l'impegno assunto con una mozione votata recentemente da tutto il Parlamento che impegnava il governo ad attuare la delega non oltre il 31 dicembre prossimo». Insomma, i lavori usuranti rischiano ancora una volta il rinvio, e di saltare definitivamente.
Come se non bastasse, ieri la Commissione Bilancio della Camera ha definito «inammissibili» quasi la metà (13) dei 29 emendamenti finora presentati dal governo al decreto legge che contiene la manovra ( e ne sono attesi in tutto un centinaio); quasi tutti presentavano problemi di «estraneità di materia», e tra questi c'è proprio l'emendamento relativo alle sanzioni contro il lavoro sommerso, ma anche quello che limitava a 120 giorni (4 mesi) il tempo massimo per impugnare un licenziamento da parte dei lavoratori; così, non è stata ammessa la possibilità per i dipendenti pubblici di avere fino a 12 mesi di aspettativa per svolgere attività imprenditoriali, l'esternalizzazione di servizi pubblici, la «territorializzazione» delle procedure concorsuali.
Inoltre, la spasmodica ricerca di fondi ha spinto alla proposta di congelare per un anno gli scatti di anzianità di magistrati, professori e ricercatori universitari, dirigenti delle forze dell'ordine e ufficiali delle forze armate. E' confermato il ticket-fregatura (lo tolgono con un emendamento, ma poi con un altro lo impongono anche agli esenti) e l'altrettanta fregatura della «Robin tax», apparentemente contro i petrolieri ma che di fatto verrà scaricata sui consumatori.


26 marzo 2008

L'eguaglianza come misura

I Greci parlano di isonomia (eguaglianza davanti alla legge), ma anche di isogoria (eguale partecipazione agli affari o alla discussione pubblica) e di isocrazia (eguale partecipazione al potere). 



L'eguaglianza è come la misura che impedisce l'abuso della forza e i desideri eccessivi.
Frustra la competizione perchè ristabilisce sempre le condizioni di partenza. Essa si basa sull'intuizione che il vantaggio competitivo è spesso eccessivo rispetto al merito acquisito e dunque evita la percezione distorta degli effetti delle proprie azioni, effetti che spesso sono il combinato disposto di altri fattori più o meno nascosti.


16 febbraio 2008

L'alternative dispute resolution : la governance del diritto

 Se il successo dell'arbitrato «privato» è dovuto al fatto che è una semplice alternativa desiderabile, in particolar modo per la classe più abbiente, sembra tuttavia un «affare» che non riguarda più di tanto il quivis de populo. In realtà i rischi per la civiltà giuridica non mancano. In primo luogo, si contribuisce alla creazione di un sistema di governance del tutto scisso dalla componente politica, come se non fosse evidente che i valori di concorrenza, efficienza e sopravvivenza del più adatto, veicolati dal diritto degli arbitri privati, finiscono per contagiare quelli propri del diritto comune. Inoltre i rischi in termini di ulteriore degrado del sistema giudiziario ordinario vengono sottovalutati dall'«industria culturale» che sostiene l'Alternative Dispute Resolution. Se infatti tutti i migliori professionisti sono impegnati in arbitrati, è evidente che il sistema ordinario peggiorerà sempre più, proprio come negli Stati Uniti la scuola pubblica rispetto a quella privata.
Ma i rischi che l'arbitrato fa correre alle conquiste giuridiche del ventesimo secolo (che avevano prodotto l'uguaglianza almeno formale fra le classi, per cui i mercanti non potevano rivendicare un proprio diritto sovrano diverso da quello di tutti gli altri cittadini) impallidiscono rispetto a quelli prodotti alla civiltà giuridica della seconda forma di «risoluzione alternativa delle dispute», di più recente introduzione, la «mediazione» assistita professionalmente. Anche qui, alla base della retorica che la legittima sta la litigation explosion. Ma mentre nell' arbitrato rimane ferma l'idea, profondamente radicata nella tradizione giuridica occidentale, di una soluzione delle controversie fondata su una ragione e un torto, stabilita da professionisti del diritto sulla base di un accertamento neutrale dei diritti delle parti coinvolte nella controversia, il modello della mediazione costruisce una vera e propria giustizia strutturalmente «altra», per usare il titolo di un recente interessantissimo volume curato da Vincenzo Varano e pubblicato per i tipi di Giuffrè.

(Ugo Mattei)


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16 febbraio 2008

L'alternative dispute resolution : l'esplosione della litigiosità

 La rule of law, nozione giuridica e programma politico largamente condiviso a destra come a sinistra, nasconde un lato oscuro assai difficile da scorgere a causa dell'ambiguità semantica e politica del termine. È la tesi di un mio articolo pubblicato su queste pagine il 26 gennaio che ha provocato un'ampia discussione nel gruppo di studio «Nuvole» (www.nuvole.it), che spinge chi scrive a proseguire nel tentativo di decostruire «nozioni plastiche», la cui collocazione su di un piedestallo retorico le ripara dalla critica e ne limita la comprensione storica e teorica come istituzioni portanti del capitalismo contemporaneo. Una simile fortunata sorte è toccata alla nozione di Altrenative Dispute Resolution (Adr).
È noto che in molti paesi, fra i quali certamente l'Italia, la giustizia è molto poco accessibile a chi non è dotato di mezzi sufficienti. I suoi costi sono infatti molto significativi e i suoi tempi sono biblici. Spesso molti anni sono necessari per «arrivare a sentenza» anche nel caso di una semplice controversia sorta a seguito di un inadempimento contrattuale, di un divorzio, un licenziamento o un incidente stradale. Fra le cause di questi mali della giustizia da molte parti viene indicata l'esplosione della litigiosità, ossia l'aumento esponenziale delle questioni che nella società di massa vengono portate di fronte alle Corti di giustizia con conseguente collasso della loro capacità decisionale. A poco sono valsi gli studi empirici, fra i più noti quelli del sociologo del diritto americano Mark Galanter, volti a dimostrare che la litigation explosion sia un fenomeno largamente esagerato se non del tutto inventato a fronte di dati che mostrano un'intensità della litigiosità sostanzialmente costante dagli anni Settanta ad oggi.


Ugo Mattei


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14 gennaio 2008

Frege e la logica

 

La Logica e il Vero

 

In un frammento di un Manuale di logica, scritto tra il 1879 e il 1891, Frege cerca di criticare un atteggiamento empiristico e psicologistico in logica. Egli dice che la meta verso cui tende la scienza è la verità e riconoscere interiormente qualcosa come vero è giudicare, mentre rendere pubblico questo giudizio è asserire. Quel che è vero è tale indipendentemente dal nostro riconoscimento. Non tutte le cause che condizionano il nostro giudizio sono ragioni giustificanti. L'empirismo, trascurando tale argomento, fa passare tutte le nostre conoscenze per empiriche, ma anche nella scienza la storia di una scoperta di una legge matematica o naturale non può surrogare un procedimento fondativo e giustificante : questo sarà sempre astorico.

La logica ha a che fare solo con presupposti veri del giudizio e giudicare con tali presupposti è dedurre. Le leggi che governano tale deduzione sono l'oggetto della logica, che dunque stabilisce le leggi dell'inferenza corretta. Gli oggetti della logica non sono sensibili, ma non riguardano nemmeno la psicologia che non si occupa dell'"essere vero" dei propri oggetti. Le leggi della logica sono uno svolgimento della parola "vero". L'essere vero di una proposizione non è il prodotto di un processo psichico. Le cause psicologiche del giudizio ci portano indifferentemente sia all'errore che alla verità. Inoltre l'affinità tra processi psichici è ipotetica e ad essa non si possono attribuire le leggi della logica nè la spiegazione del fatto che si ritiene universalmente vera una proposizione. Per Frege la logica ha stretta parentela con l'etica, dove si può perdonare, ma ciò non cancella il carattere immorale di un'azione. La psicologia può spiegare le leggi dell'inferire effettivo, ma non quelle dell'inferire corretto, dal momento che l'inferire effettivo può portare sia alla verità che alla fallacia.

Frege aggiunge che le leggi, sia quelle logiche e matematiche che quelle fisiche e psicologiche non possono cambiare in senso stretto, dal momento che, se enunciate con completezza, devono contenere tutte le condizioni pertinenti ed essere valide indipendentemente dal tempo e dal luogo. Se ad es. la legge di inerzia  non valesse in prossimità di Sirio, dovremmo concludere che non è stata enunciata completamente, essendo stata omessa una condizione che qui è soddisfatta, ma non lo è nei dintorni di Sirio. Ciò vale anche per le leggi del pensiero : il cambiamento sarebbe solo un indice della nostra conoscenza imperfetta di quelle leggi.

Frege dice poi che la grammatica mescola logica e psicologia, altrimenti tutte le lingue dovrebbero avere la stessa grammatica. E' possibile esprimere lo stesso pensiero in lingue diverse per quel che riguarda il nucleo logico, altrimenti sarebbe escluso ogni patrimonio comune nella vita spirituale dell'umanità. Il valore dell'apprendimento delle lingue straniere per la formazione logica sta proprio nel fatto che il rivestimento psicologico del pensiero, mostrandosi nella sua diversità, si scinde nella coscienza dal nucleo logico col quale sembra essere cresciuto inseparabilmente in tutte le lingue. La difficoltà di afferrare l'elemento logico viene così mitigata dalla diversità delle lingue, anche se non del tutto superata : infatti le nostre logiche si trascinano sempre indietro qualcosa che è comune alle grammatiche delle lingue affini, senza avere rilevanza logica. Per questo può ulteriormente giovare la conoscenza dei mezzi espressivi di una lingua completamente diversa come quella delle formule algebriche. Ovviamente l'elemento logico che risulterà da questa depurazione dovrà a sua volta essere scomposto in elementi sempre più semplici. Inoltre scopo della logica sarà quello di ricondurre le stesse leggi da essa individuate ad altre leggi, in modo da avere un quadro sinottico complessivo delle leggi logiche e dei loro legami reciproci. Dunque quella del logico è una lotta contro la psicologia e la grammatica per isolare l'elemento puramente logico del linguaggio e del pensiero.

 

 

 

Frege e il contenuto giudicabile

 

Frege dice che il matematico spesso enuncia un teorema per sè prima di poterlo dimostrare; il fisico assume una legge a titolo di ipotesi, per sottoporla a  vaglio empirico. Afferriamo il contenuto di una verità prima di riconoscerlo come vero, ma non afferriamo soltanto esso, quanto anche il suo opposto, benchè di solito nella lingua, quando facciamo una domanda venga espresso solo un lato della domanda a cui liberamente aggiungiamo le parole "Oppure no?". Dunque il contenuto giudicabile è il contenuto di ogni verità, ma anche del suo opposto : respingendo un estremo come falso riconosciamo l'altro estremo come vero e viceversa. Ripudio dell'uno e riconoscimento dell'altro sono la medesima cosa (come diceva Spinoza, “ogni affirmatio est negatio”)

 

 

Frege e l'apriorità del Vero

 

 

Frege nel 1897 scrive un altro articolo sulla logica dove afferma che la logica si occupa del predicato "vero" ed è una disciplina normativa al pari dell'etica  che ci indica quanto di più generale e valido ci sia in tutti i campi del pensiero. Le regole del ritener vero vanno pensate come determinate dalle leggi dell'esser vero.

Frege poi critica l'idea della verità come corrispondenza, dal momento che per poter applicare questa definizione dovremmo vedere di volta in volta se la corrispondenza è vera. Questo argomento vale per tutte le definizioni di verità che considerano la verità una proprietà di una proposizione. In realtà la verità è qualcosa di così primitivo e semplice che non può essere ricondotta a qualcosa di più semplice ancora. La verità è indefinibile altrimenti ci dovremmo interrogare sulla verità della proposizione che la definisce.

"Vero" è un predicato che a differenza degli altri viene sempre implicitamente affermato ogniqualvolta si dice qualcosa : se asserisco che la somma di 2 più 3 è 5, asserisco anche che è vero che 2 e 3 è uguale a 5. La forma dell'enunciato assertorio è propriamente ciò mediante cui affermiamo la verità e a tal fine non abbiamo bisogno della parola "vero". Dunque anche quando diciamo "E' vero che..." ciò che conta è a rigore la forma dell'enunciato assertorio.

 

 

Frege e gli enunciati poetici

 

Il predicato "vero" non si applica alla realtà fisica, ma solo agli enunciati assertori ed in altro senso alle opere d'arte ed ai sentimenti che esprimono. Per quanto riguarda gli enunciati si tratta del loro senso e non del loro scheletro linguistico,  e si intende la frase principale e le frasi secondarie che da essa dipendono.

Frege poi analizza anche dei casi controversi. Ad es. l'enunciato "Scilla ha sei fauci" non è vero, ma non lo è nemmeno "Scilla non ha sei fauci", perchè "Scilla" non designa alcunchè e qualora designasse una mera rappresentazione, questa non può avere fauci. "Scilla" cioè è un nome proprio apparente che non assolve al compito del nome di designare un oggetto. Facendo un altro esempio, sebbene il racconto di Guglielmo Tell sia leggenda e non storia, non possiamo negargli un senso, ma il senso dell'enunciato "Tell colpì la mela sulla testa del figlio" è vero tanto poco quanto quello dell'enunciato "Tell non colpì la mela sulla testa del figlio". Si tratta in questo caso di poesia e si potrebbe parlare di pensiero apparente : se il senso di un enunciato assertorio non è vero, allora o è falso o è poesia, e questo è generalmente il caso di quegli enunciati in cui figura un nome proprio apparente (un eccezione è costituita dalla presenza di nomi propri apparenti nel discorso indiretto). Le asserzioni in poesia non sono da prendere sul serio in quanto sono asserzioni apparenti e così i pensieri. Se considerassimo storia il "Don Carlos" questo dramma risulterebbe in gran parte falso, ma un'opera letteraria non va considerata come uno scritto di storia, anche se i personaggi possono avere nomi e proprietà di personaggi effettivamente esistiti.

La logica dunque non  deve occuparsi di questi pensieri apparenti.

 

 

 

I pensieri secondo Frege

 

Frege chiama "pensiero" il senso di un enunciato assertorio. Pensieri sono le leggi naturali, le leggi matematiche, le descrizioni dei fatti storici. Ad essi sono applicabili i predicati "vero" e "falso". Si parla anche di rappresentazioni vere, intendendo per "rappresentazione" un'immagine fantastica che consiste di tracce ridestate da sensazioni passate. Una rappresentazione non è vera in sè, ma solo in relazione a qualcosa a cui deve corrispondere. A rigore dunque non è alla rappresentazione che è ascritto il predicato "vero", ma al pensiero che questa rappresentazione raffigura un certo oggetto e questo pensiero non è una rappresentazione, giacchè pensieri e rappresentazioni sono fondamentalmente distinti : la rappresentazione di una rosa rossa è qualcosa di interamente diverso dal pensiero che la rosa è rossa. Si possono combinare e fondere rappresentazioni quanto si vuole, il risultato che si otterrà sarà sempre una rappresentazione e mai un pensiero.

Tale differenza si manifesta anche nel modo di comunicare : il mezzo di espressione per eccellenza del pensiero è l'enunciato che è però poco adatto a riprodurre rappresentazioni; è sufficiente rammentare a tal proposito quanto imperfetta risulti qualsiasi descrizione al confronto di una rappresentazione pittorica. Nelle rappresentazioni uditive si può far ricorso all'onomatopea, ma questa non ha nulla a che fare con l'espressione del pensiero. D'altra parte i quadri e le composizioni musicali senza parole sono poco adatti ad esprimere pensieri. E' vero che di fronte ad un'opera d'arte si concepiscono pensieri e tuttavia non sussiste alcun nesso necessario tra questi e quella e non  ci si stupisce se in un altro essa suscita pensieri diversi dai nostri

 

 

Frege e l'oggettività del Vero

 

Per mettere in luce le peculiarità del predicato "vero", Frege fa una comparazione tra il Vero e il Bello. Egli dice che il Bello, al contrario del Vero, ammette gradazioni : invece una proposizione non è più vera dell'altra. Inoltre il Bello è soggettivo, non così il Vero.

Chi cercasse di confutare la veduta che il vero è tale indipendentemente dal nostro riconoscimento, contraddirebbe con la sua asserzione ciò che ha asserito, analogamente al Cretese che dice che tutti i Cretesi mentono. Se infatti qualcosa fosse vero solo per colui che lo ritiene vero, non ci sarebbe alcuna contraddizione tra le opinioni delle varie persone. Chiunque fosse di quest'avviso, non potrebbe conseguentemente contraddire l'opinione opposta e dovrebbe non disputare. Non potrebbe asserire nulla e le sue enunciazioni sarebbero processi psichici che come tali non sono in contraddizione con altri. Pertanto anche la sua tesi che il vero è tale solo in virtù del nostro riconoscimento avrebbe il medesimo valore. Infatti se questa opinione fosse vera, la pretesa che la propria opinione abbia anche presso gli altri maggiore autorità dell'opinione opposta sarebbe insostenibile, perchè in generale ogni opinione sarebbe ingiustificata. Non ci sarebbe niente di vero e l'indipendenza del nostro riconoscimento non può essere disgiunta dal senso del termine "vero".

 

 

Frege e l'oggettività del Pensiero

 

Frege dice poi che i pensieri non solo non necessitano del nostro riconoscimento per essere veri, ma neppure hanno bisogno a tal fine di essere pensati da noi. Una legge di natura non viene inventata, ma scoperta, così come un isola non ancora visitata dall'uomo esiste anche prima di essere individuata. Il pensiero non appartiene in modo particolare a coloro che lo pensano, ma si presenta nello stesso modo e come lo stesso pensiero a tutti coloro che lo concepiscono. Se così non fosse due persone non annetterebbero mai lo stesso pensiero allo stesso enunciato e perciò non ci sarebbe contraddizione se uno negasse una proposizione e l'altro la affermasse (giacchè entrambi potrebbero annettere pensieri diversi agli stessi enunciati).  Mancherebbe un comune campo di battaglia : ogni pensiero sarebbe racchiuso nel mondo interiore di ciascuno e non ci sarebbe possibilità di interazione con i pensieri altrui. A tal proposito, non si venga a dire che uno potrebbe comunicare all'altro i propri pensieri e che poi la battaglia divamperebbe nel mondo interiore di ciascuno : infatti un pensiero non può essere comunicato passando dal mondo interiore di uno direttamente al mondo interiore di un altro, bensì il pensiero che si presenterebbe nella mente del secondo individuo a seguito della comunicazione sarebbe diverso dal pensiero del primo individuo ed anche una modifica piccolissima può tramutare la verità in falsità

 

 

Frege e lo psicologismo

 

Frege dice che, se si volesse concepire il pensiero come qualcosa di psicologico, come una costruzione dell'immaginazione, senza tuttavia assumere il punto di vista soggettivistico, l'affermazione 2+3=5 dovrebbe suonare così "E' stato osservato che molte persone associano determinate immagini all'enunciato '2+3=5'". Da quanto è stato osservato sino ad ora queste immagini sono sempre vere, e quindi per ora possiamo dire : "Stando alle osservazioni sin qui compiute, il senso dell'enunciato '2+3=5' è vero". Ma con questa spiegazione non faremmo un passo avanti, perchè il senso dell'enunciato "E' stato osservato che molte persone associano determinate immagini..." sarebbe a sua volta un'immagine e si ricomincerebbe da capo. Ora, ciascuno giudica a seconda delle proprie sensazioni di gusto e queste differiscono da quelle altrui. La stessa cosa si verificherebbe con i pensieri se intrattenenessero con gli enunciati una relazione simile a quella che intercorre tra le sensazioni e gli stimoli chimici che la provocano.

Anche se il pensiero, al pari della rappresentazioni fosse qualcosa di psichico e di interiore, la sua verità potrebbe consistere solo in una relazione con qualcosa che non è nè psichico nè interiore. Per sapere se un pensiero è vero si dovrebbe domandare se sussiste questa relazione e al tempo stesso se è vero che questa relazione sussiste, per cui ci troveremmo nella posizione di colui che aziona una macina a pedale : compie un passo avanti verso l'alto, ma il gradino su cui è salito scivola indietro ed egli si ritrova al punto di partenza.

Il pensiero è impersonale. Se su un muro vediamo scritto l'enunciato "2+3=5" comprendiamo perfettamente il pensiero che esso esprime senza alcun riguardo per colui che l'ha scritto.

 

 

Frege e l'incompletezza degli enunciati rispetto ai pensieri

 

La teoria di Frege dell'indipendenza del pensiero dal pensante sembrerebbe contraddetta dal fatto che un enunciato come "Io ho freddo" può essere vero per uno e falso per un altro, e dunque non vero in sè. Ciò dipende dal fatto che questo enunciato, proferito da persone diverse, esprime pensieri diversi. Le semplici parole non contengono l'intero senso, ma si deve tenere conto di colui che le pronuncia. Così, in molti casi, la lingua parlata richiede l'accompagnamento dei gesti, dell'espressione del volto e delle circostanze accessorie. La parola "io" appunto designa persone diverse in enunciati proferiti da persone diverse. Non è necessario che il pensiero che si ha freddo sia pronunziato da colui che ha freddo : ciò può essere fatto anche da un altro che designi con il nome proprio colui che ha freddo. Il pensiero dunque può avere come rivestimento un enunciato più idoneo a mostrare la sua indipendenza dal soggetto pensante. E' in virtù di questa possibilità che il pensiero si differenzia da uno stato d'animo che può essere esternato con un'interiezione. A parole come "qui" e "ora" viene conferito un senso completo sempre e solo dalle circostanze in cui vengono impiegate. All'enunciato "Piove", va aggiunto il dove e il quando. Questo enunciato, una volta scritto, spesso non ha più un senso completo, essendo venuti meno quegli accenni al dove e al quando e a chi l'ha proferito. Per il senso di un enunciato come "Questa rosa è bella" contenente un giudizio estetico, è essenziale chi lo proferisce, anche se la parola "io" non vi figura. Tutte queste apparenti eccezioni vanno spiegate osservando che lo stesso enunciato non sempre esprime lo stesso pensiero, perchè le frasi richiedono integrazione per ottenere un senso completo e tale integrazione può variare a seconda delle circostanze.

Mentre le rappresentazioni sono proteiformi e fluttuano senza confini netti, i pensieri rimangono costanti, atemporali e aspaziali : se risultasse ad es. che la legge di gravitazione non è più vera da un certo momento in poi, si dovrebbe concludere che non è affatto vera, e ci si sforzerebbe di trovarne un altra che se ne differenzi per una condizione che in un certo momento è soddisfatta e in un altro non lo è. Lo stesso vale per il luogo : se risultasse che nei dintorni di Sirio non vale la legge di gravitazione, si cercherebbe un'altra legge con una condizione che risultasse soddisfatta nel nostro sistema solare, ma non nei dintorni di Sirio. Se contro l'atemporalità dei pensieri si volesse addurre poniamo, che "Il numero degli abitanti dello Stato tedesco ammonta a 52.000.000" si può ben rispondere che quest'enunciato non è l'espressione completa di un pensiero, perchè manca la determinazione temporale. Se questa viene sopperita, ad es. dicendo "Il primo Gennaio 1897 a mezzogiorno secondo l'orario europeo" in tal caso o il pensiero è vero (e rimane vero per sempre) o meglio, è atemporalmente vero, oppure è falso e tale è definitivamente. Ciò vale per ogni fatto storico singolo: se esso è vero, è tale indipendentemente dal tempo in cui è giudicato

 

 

Frege e l'atto del pensiero

 

Non si obietti, continua Frege, che un enunciato acquisti nel corso del tempo un altro significato, giacchè in questo caso non muta il pensiero, ma la lingua. Si parla della mutevolezza dei pensieri umani, ma qui non si tratta dei pensieri che sono ora veri, ora falsi, ma del fatto che essi vengano reputati ora veri, ora falsi. Il fatto che il termine "pensiero" sia usato in modo diverso dall'usuale non ha molta importanza (anche se Dedekind usa il termine "pensiero" in senso oggettivistico come Frege) in quanto anche in logica, come nelle altre discipline, è permesso coniare espressioni tecniche senza curarsi del fatto che esse siano usate in altro modo nella vita quotidiana. In tal caso nel fissare il significato, non si tratta di cogliere esattamente l'uso linguistico o di essere ligi all'etimologia delle parole, ma di rendere l'espressione il più possibile adatta all'espressione di leggi.

Non possiamo dunque intendere il pensare come una creazione di pensieri, nè il pensiero è assimilabile all'atto di pensare, quasi stesse al pensare come il salto al saltare.

Tale concezione si accorda a molti modi di dire. Non si dice forse che lo stesso pensiero è stato afferrato da questo o da quello, o che si è avuto ripetutamente ? Se il pensiero fosse creato dal pensare, allora esso nascerebbe e perirebbe ad ogni momento, il che è assurdo. Come non si crea l'albero quando lo si vede, così non si crea il pensiero quando lo si pensa, nè il cervello lo secerne come il fegato la bile. Le similitudini che stanno alla base di espressioni linguistiche come "capire", "comprendere" un pensiero colgono un aspetto centrale : quel che è afferrato, quel che è concepito, capito, compreso è già là ed uno se ne appropria soltanto. Certo tali similitudini sono anche fuorvianti, perchè così siamo portati a concepire quel che è indipendente dalla nostra psiche come qualcosa di spaziale e di attuale, ma se fosse così la legge di gravità che fa muovere i corpi, li tirerebbe per le orecchie. Se si vuole parlare di un'attualità dei pensieri, essa va vista nell'effetto che essi hanno sul soggetto conoscente, anche se questo effetto non deve essere confuso coi pensieri stessi. I pensieri non sono chiari, ma la chiarezza sta nel tentativo di afferrarli.

E' errato anche credere che solo i pensieri veri sussistano al di fuori della nostra psiche. Ciò che vale per "vero" vale anche per "falso" che sembrano proprietà degli enunciati o degli oggetti, ma sono invece proprietà dei pensieri : ciò che è falso è falso in sé indipendentemente dalla nostra opinione ed una disputa sulla falsità è pur sempre una disputa sulla verità.



Il rapporto tra pensiero e poesia in Frege

 

In un enunciato assertorio, dice Frege,  coesistono il pensiero espresso e l'asserzione della sua verità e non è facile distinguere tra le due componenti. E' possibile esprimere però un pensiero senza presentarlo al contempo come vero. Uno scienziato lo fa quando presenta quella che considera una mera ipotesi. Inoltre quando riconosciamo interiormente un pensiero come vero, giudichiamo, mentre quando rendiamo noto il nostro riconoscimento, allora asseriamo. E' anche possibile pensare senza giudicare. Se spesso un enunciato non basta ad esprimere un pensiero, non è raro neppure che l'enunciato faccia di più che esprimere un pensiero : esso agisce su sentimenti ed immaginazione (poesia), ma tutto ciò è indipendente dallo scopo di esprimere i pensieri : in tal caso i suoni delle parole servono solo da stimoli sensoriali o evocando l'immagine del cavallo, non esprimono il senso del termine "cavallo" magari usato, non ci dicono le proprietà del cavallo, ma fanno sì che gli ascoltatori producano immagini diverse le une dalle altre. Infatti non si può parlare di una medesima rappresentazione sempre associabile alla parola "cavallo". La concordanza tra le rappresentazioni evocate è sempre approssimativa, dal momento che il poeta dà solo spunti la cui messa in esecuzione è propria dell'ascoltatore. Il poeta ha a disposizione molti termini sinonimi che però possono evocare ognuno di loro sentimenti molto diversi (si pensi a "camminare" e "incedere"). Ad es. se confrontiamo "Questo cane ha guaito tutta la notte" e "Questo botolo ha guaito tutta la notte", il pensiero espresso è il medesimo, ma "cane" è emotivamente neutro, mentre "botolo" suscita l'immagine di un cane sgradevole e stimola un sentimento di avversione, che però non fa parte del pensiero espresso. Quello che distingue il secondo enunciato dal primo ha il valore di un'interiezione. Si potrebbe pensare che dal secondo enunciato si apprende più che dal primo e cioè che chi parla ha una bassa opinione del cane; in tal caso la parola "botolo" conterrebbe un intero pensiero. Supponiamo allora che il primo enunciato sia vero e che uno pronunci il secondo senza avvertire lo spregio che sembra insito nel termine "botolo". Se l'obiezione fosse corretta, il secondo enunciato conterrebbe due pensieri di cui uno falso e dunque asserirebbe complessivamente una proposizione falsa, mentre il primo enunciato sarebbe vero. Su questo però non si può essere d'accordo e si dovrà piuttosto dire che l'impiego della parola "botolo" non impedisce di ritener vero anche il secondo enunciato.

Si deve cioè fare una distinzione tra i pensieri che si esprimono e quelli che si fa sì che l'ascoltatore ritenga veri, senza però che siano stati espressi : quando un comandante inganna il nemico circa la sua debolezza facendo vedere il suo esercito in varie uniformi egli non mente, ma al tempo stesso non esprime alcun pensiero, anche se la sua azione mira a far concepire certi pensieri. Tali effetti si possono produrre anche nella lingua parlata, mediante il timbro della voce e la scelta di certe parole. Naturalmente le cose stanno diversamente quando sono state convenute procedure per inviare messaggi : un pensiero che in un primo momento era solo suggerito da una certa espressione, può successivamente essere addirittura asserito con essa. Ma tali oscillazioni linguistiche non eliminano le differenze sostanziali. L'importante è che non ad ogni differenza linguistica corrisponde una differenza di pensiero e che abbiamo un mezzo per decidere cosa appartenga al pensiero e cosa no.

 

 

Enunciati e pensieri in Frege

 

Anche la differenza tra forma attiva e forma passiva fa parte per Frege dei problemi legati al rapporto tra enunciati e pensieri. Ad es. l'enunciato "M diede ad N la notizia A" esprime lo stesso pensiero di "La notizia A fu data ad N da M" e di "N ricevette da M la notizia A". Da nessuno di essi si apprende più che dall'altro ed è quindi anche impossibile che uno sia vero e gli altri no. Tuttavia non si può dire che è del tutto indifferente usare l'uno o l'altro di questi enunciati. La preferenza va data di volta in volta per motivi estetici o stilistici. Se uno domanda "Perchè A viene tradotto prigioniero?", sarebbe innaturale rispondere "B è stato da lui assassinato", perchè ci sarebbe un salto non logico, ma dell'attenzione. In logica invece non importa dove è diretta l'attenzione.

Nel tradurre da una lingua all'altra si è spesso costretti a trascurare completamente la costruzione grammaticale originale e ciò nonostante il pensiero può rimanere il medesimo ed anzi deve rimanere tale se la traduzione è giusta.

Anche negli enunciati "Federico il Grande vinse presso Rossbach" ed "E' vero che Federico il Grande vinse presso Rossbach" abbiamo lo stesso pensiero in forme linguistiche diverse, come è già stato detto prima. Affermando il pensiero espresso dal primo enunciato affermiamo anche, con ciò stesso, il pensiero espresso dal secondo enunciato e viceversa. Non sono due distinti atti di giudizio, bensì un unico atto (da qui si vede che le categorie grammaticali di soggetto e predicato sono irrilevanti per la logica)

 

 

Lo scopo della logica in Frege

 

La distinzione di quello che in un enunciato fa parte del pensiero espresso e di quello che lo riveste soltanto, è di importanza essenziale secondo Frege per la logica. La purezza di quel che si indaga non è importante solo per il chimico, altrimenti come si potrebbe sapere con sicurezza che si è giunti per vie diverse allo stesso risultato se la differenza osservata può essere dovuta all'impurità delle sostanze impiegate ? Le prime principali scoperte scientifiche consistono di riconoscimenti (ad es. che il sole che nasce ogni giorno è sempre lo stesso sole che è tramontato il giorno prima, oppure che la stella del mattino è lo stesso che la stella della sera o ancora che il numero che si ottiene moltiplicando 5 x 3 è lo stesso che si ottiene moltiplicando 3 x 5). Reca dunque solo danno sottolineare le differenze là dove non sono rilevanti : così in meccanica ci si guarderà bene dal parlare della differenza chimica delle sostanze e dall'enunciare la legge d'inerzia per ogni elemento chimico.  Si terrà conto piuttosto delle differenze che sono essenziali per la conformità a leggi di cui ci si sta al momento occupando. Meno che mai ci si deve lasciar fuorviare dalle impurità che possono essere presenti a vedere differenze là dove non ve ne sono.

In logica si devo rigettare tutte quelle distinzioni che possono venir fatte esclusivamente dal punto di vista psicologico : l'approfondimento psicologico della logica è in realtà la sua distorsione.

Originariamente nell'uomo il pensiero è mescolato al sentimento ed alla rappresentazione. La logica ha il compito di isolare l'elemento logico nella sua purezza, non cancellando le rappresentazioni, ma operando una distinzione tra queste ultime e la dimensione logica.

 

 

Logica e grammatica in Frege

 

Una difficoltà è costituita dal fatto che si pensa in una data lingua e che la grammatica, che per la lingua ha un significato analogo a quello che la logica ha per il giudicare, mescola insieme logica e psicologia, altrimenti tutte le lingue avrebbero la stessa grammatica. Di qui l'importanza dello studio delle lingue : al variare delle fogge in cui il pensiero si presenta, impariamo a distinguerle più chiaramente dal nucleo logico. Attraverso la diversità delle lingue è facilitata la comprensione dell'elemento logico, anche se il fatto che i manuali di logica si trascinano sempre dietro qualcosa che non appartiene alla logica (tipo il soggetto ed il predicato) rende utile anche la conoscenza di un mezzo di espressione assolutamente artificiale come ad es. le formule matematiche o un linguaggio logico formale.

La prima e principale cosa è rappresentare gli oggetti di indagine nella loro purezza. Solo così si sarà in grado di compiere quei riconoscimenti che anche in logica sono forse le scoperte basilari. Due diversi enunciati possono esprimere lo stesso pensiero e del contenuto dell'enunciato ci interessa solo quel che può essere vero o falso. Se nella forma passiva fosse contenuta anche solo una traccia di pensiero in più di quella attiva, sarebbe pensabile che questa traccia fosse falsa, mentre il pensiero nella forma attiva sarebbe vero e non si potrebbe più passare automaticamente dalla forma attiva a quella passiva (e viceversa nel caso inverso). Se invece questi passaggi sono sempre possibili senza che ne vada di mezzo la verità, ciò è una conferma del fatto che quel che vi è di vero (il pensiero) non viene toccato da questo cambiamento di forma. Dunque non si deve dare tanto peso all'elemento linguistico come spesso fanno i logici quando assumono che ogni pensiero abbia un soggetto e un predicato e mediante il pensiero sia determinato cos'è il suo soggetto e  cosa il suo predicato, così come tramite l'enunciato viene indicato senza ambiguità il soggetto ed il predicato.

Frege ribadisce che bisogna evitare le espressioni "soggetto" e "predicato" non solo perchè così vengono resi difficili i riconoscimenti, ma anche perchè così vengono nascoste le differenze esistenti. Il logico, invece, deve non seguire passivamente il linguaggio, ma liberarci dalle catene del linguaggio che è uno strumento necessario, ma non deve renderci dipendenti. Molti errori concettuali derivano dalle imperfezioni logiche del linguaggio. Quando la logica ritiene che il suo compito sia quello di descrivere il processo effettivo del pensare in realtà la logica è ridotta a psicologia : sarebbe come credere di fare astronomia elaborando una teoria psicologica di come si vede attraverso il cannocchiale. Gli oggetti veri e propri della logica vanno così perduti di vista.

 

 

Logica e psicologia in Frege : la confutazione dello psicologismo

 

Le trattazioni psicologiche della logica partono spesso dall'idea che il pensiero sia qualcosa di psicologico come la rappresentazione. In questo modo spesso sfociano nell'idealismo. Particolarmente sorprendente è il confluire nell'idealismo della psicologia fisiologistica, in netto contrasto con il punto di partenza realistico di questa impostazione. Si parte da fibre nervose e da stimoli e si cerca di capire meglio la rappresentazione, ipotizzando tacitamente che i processi che hanno luogo in gangli e nervi siano più comprensibili della rappresentazione. Come si conviene ad una brava scienza sperimentale si presuppone che nervi e gangli siano qualcosa di oggettivo e reale. Questo può andare se ci si limita alla rappresentazione. Ma non ci si ferma qui e si procede sino al pensiero ed al giudizio, allora il realismo iniziale si trasforma in idealismo estremo e questa teoria finisce per recidere il ramo che la sostiene : tutto diventa rappresentazione e così anatomia e fisiologia diventano finzione e così la spiegazione della rappresentazione stessa, per cui un fantasma perde il diritto di confutare un altro fantasma.

Un edificio di rappresentazioni non costituisce un pensiero, così come un automa sia pur ingegnosamente costruito non può passare per un essere vivente. Sommando inanimato ad inanimato si ottiene ancora inanimato. La legge di gravitazione non dipende affatto da quel che succede nel mio cervello, anche se la comprensione di tale legge è un processo psichico. Per il successo di un'indagine scientifica è essenziale che i processi che possono essere trattati indipendentemente gli uni dagli altri non vengano mescolati tra di loro per non rendere le cose inutilmente complicate.

La logica si interessa delle leggi dell'esser vero e non di come si ritiene vero, si può intendere come insieme di prescrizioni più che di descrizioni (nomotetiche più che idiografiche). Il logico non deve indagare quale sia il corso naturale del pensiero che è diverso a seconda del periodo o del luogo considerato (vista la diversità delle grammatiche). Nè deve far assurgere a norme le consuetudini psicologiche del senso comune (che sono soggette sempre ad eccezioni che le rendono incomplete). Nella concezione psicologistica della logica viene meno la differenza tra le ragioni che giustificano un convincimento e le cause che lo determinano. Dunque una giustificazione vera e propria diventa impossibile e al suo posto subentra il racconto di come si è arrivati a quel convincimento, cosa che mette insieme il vero e il falso.

Se le leggi logiche sono concepite come leggi psicologiche si pone il quesito se sono soggette a cambiamento nel tempo, se sono come regole che in certi momenti della storia vengano messe in discussione. Ma se si tratta di leggi esse dovrebbero essere sempre vere a meno che non vengano sottoposte a condizione (uno stato del cervello), ma l'esser vero non dipende dal cervello.

Le leggi dell'esser vero se sono vere sono sempre vere : non possono contenere condizioni soddisfatte in un certo periodo di tempo e non in un altro, perchè trattano dell'esser vero dei pensieri, i quali se sono veri sono atemporalmente veri.

Riassumendo :

1. I pensieri non appartengono come le rappresentazioni alla mente dei singoli individui, ma sono indipendenti dall'essere pensati e si presentano ad ognuno nello stesso modo. Non vengono prodotti, ma solo afferrati dal pensiero. Sono oggettivi come le cose fisiche, ma non hanno carattere spazio-temporale e dunque la loro validità è atemporale.

2. Una trattazione psicologica della logica può essere dannosa. La logica deve purificare l'elemento logico da tutto ciò che è estraneo, dalla componente psicologica e da quella grammaticale. Essa tratta dell'essere vero e non del ritenere vero e dunque si occupa di come si deve fare a non lasciarsi sfuggire la verità.

 

 

 

 



Frege e il piano validativo

 

Frege giustamente evidenzia l’autonomia del piano validativo dalle circostanze storiche e psicologiche della ricerca : esiste una realtà e noi non inventiamo tutto. Nonostante ciò nel dire che una legge (logica, fisica) sia immutabile, semplicemente perché tutte le versioni sinora elaborate sono vaghe ed imprecise sembra essere o una tautologia (il fatto che falsifica la legge segue un’altra legge) o un excusatio non petita (per la serie “vi espongo una legge, ma non è delle migliori…”). Ogni legge è sempre passibile di ulteriore determinazione (soprattutto per quel che riguarda l’ambito e le condizioni che la rendono applicabile) e dunque non ha senso parlare di una legge immutabile, se non come una sorta di limite matematico, giacchè nessuna espressione di essa è completa.

 

Psicologia e grammatica

 

La logica non ha a che fare solo con i presupposti veri, ma con le inferenze corrette quale che siano i presupposti.  O meglio con la domanda : presupposta la verità di alcune proposizioni (ma questo non vuol dire che esse siano vere) cosa possiamo dedurre correttamente da esse ?

Frege da queste argomentazioni appare anche essere un anticipatore del funzionalismo della mente. Egli infatti asserisce che i processi psichici potrebbero differire da persona a persona. Però sbaglia quando dice che la fallacia sarebbe oggetto di sola psicologia, dal momento che non si capisce come, mentre il Vero può avere trattazione logica, non lo può avere anche il Falso : sarebbe questa un asimmetria che andrebbe quanto meno meglio spiegata. In realtà Frege confonde il fatto che la logica tratti le conseguenze della verità di alcuni enunciati, con il fatto che la logica tratti solo della verità.

La grammatica di una lingua più che mescolare logica e psicologia, rappresenta il campo dove linguaggio naturale e linguaggio formale si rapportano e confliggono tra loro e dove si intuisce la possibilità di diverse logiche. E’ sbagliato pensare che il linguaggio naturale sia il luogo dell’errore e quello formale il luogo della verità. In realtà il secondo è un esempio di radicalizzazione di una delle tante tendenze esistenti nel primo, per cui la verità attiene più al primo che non al secondo.

Interessante la tesi che il nucleo logico esistente negli enunciati di qualsiasi lingua permetta la traduzione degli uni negli altri. Ciò è correlato al fatto che Quine negando la differenza sostanziale tra logica e psicologia, negava anche la possibilità della traduzione e indicava solo nell’empiria e nel comportamento empirico il punto di incontro tra due parlanti lingue diverse. In realtà la traduzione è possibile (nel senso di una comprensione accettabile per un soggetto parlante una delle lingue) quando si evidenzia uno strato comune a due lingue (la loro logica), ma questo non presuppone che si sia raggiunto il nucleo logico di tutte le lingue (altrimenti una traduzione renderebbe tutte le lingue immediatamente traducibili tra loro)

Frege comunque ha ragione nel dire che la conoscenza delle lingue facilita la conoscenza della logica non tanto perché evidenzia un solo nucleo comune, ma in quanto evidenzia più nuclei comuni a più di una lingua. La conoscenza delle differenze è tutt’uno con la conoscenza delle identità. Egli però presuppone che il nucleo logico sia solo ciò che è comune alle diverse lingue conosciute, mentre invece a nostro parere qualsiasi sezione della lingua appaia marginale ed eccentrica può ben essere il nucleo tra questa lingua effettiva ed altre possibili lingue (estinte o puramente ipotetiche).

Frege dice che è d’aiuto per la logica anche un mezzo d’espressione artificiale (come l’Ideografia). Ma quanto deve un linguaggio artificiale alla natura specifica del suo oggetto e quanto alla selezione arbitraria di alcune sezioni del linguaggio naturale ?

 

 

 

 

Il ruolo della vaghezza

 

Frege è comunque geniale nel riconoscere che proprio la differenza tra piano validativo e piano genetico permette di iniziare una ricerca senza eccessivo rigore, visto che l’espressione rigorosa (la conoscenza) hegelianamente è qualcosa che si ha alla fine di un processo conoscitivo.

Frege aggiunge giustamente che afferriamo il contenuto di una verità prima di riconoscerlo come vero e dunque in questo pensiero prima dell’asserzione, si oscilla tra opposti e seppure negli enunciati viene espresso solo un lato della domanda, l’altro è pur sempre presente.

Il pensiero prima dell’asserzione è dunque pensiero dove le contraddizioni sono compresenti e Frege in maniera matura tollera questa compresenza.

 

 

Il carattere circolare del Vero

 

La critica che Frege fa alla concezione corrispondentista della verità si applica a qualsiasi altra concezione di essa, anche se la concezione della verità come corrispondenza ai fatti intesi empiricamente è di gran lunga incompleta. Anche la posizione di Frege basata sull’asserzione necessiterebbe di essere fondata su di un’ asserzione che la trascende e la precede logicamente.

Non si tratterebbe , come dice Frege, di doverci interrogare solo sulla verità della proposizione che definirebbe la verità, ma anche su quella che definisce la verità come "indefinibile" (la concezione stessa di Frege).

Inoltre è puerile dire che della concezione corripondentista della verità bisogna verificarne la corrispondenza, dal momento che tale concezione non intende fondare la nozione stessa di verità, per cui debba essere essa stessa giustificata come vera. In realtà la concezione della verità è circolare dal punto di vista validativo e tale circolarità può essere riassunta nell’atto unitario ma che andrebbe sempre implicitamente ripetuto dell’asserzione. Si tratta del paradosso inerente all’apriorità, all’esser sempre posto del presupposto, direbbe Hegel.

La concezione della verità come un qualcosa di indefinibile, apriorico ed intuitivo in realtà dunque non differisce sostanzialmente da quella di Meinong per cui la verità è un predicato analitico di qualsiasi proposizione.

Inoltre il rinvio ad infinitum che Frege usa per criticare il corrispondentismo, viene considerato dalla semiotica e dall'ermeneutica come una proprietà effettiva della verità (non tale dunque da giustificare una critica) : mentre Peirce accetta la semiosi infinita ed il ruolo dell'interpretante, Frege lo rifiuta e Russell e Wittgenstein sembrano non accorgersi della questione

 

 

Arte e verità

 

Su quale base Frege dice che "Guglielmo Tell" non abbia denotazione ? In realtà la denotazione in Frege ha un ruolo ambiguo in quanto sembra ridursi spesso ad un livello empirico di discorso. Ma dal punto di vista ontologico in senso più esteso il sinn ha più importanza e la designazione risulta essere solo un insieme di diversi sinn. Dire inoltre che una rappresentazione non abbia le stesse proprietà degli oggetti rappresentati (ad es. che la rappresentazione di Scilla non abbia teste) non è del tutto corretto, giacchè si può ben dire che il Cristo di Caravaggio ha la barba ed il "Cristo di Caravaggio" dovrebbe essere una rappresentazione o no ?

Insomma l'escludere gli oggetti narrativi dalla dimensione della verità produce una distinzione rozza e schematica tra arte e conoscenza : l'arte assume un carattere unicamente dilettevole (e Frege è costretto anche ad escludere per la schematicità della sua distinzione la fotografia dal novero delle arti). La concezione di Frege finisce per rendere problematiche anche operazioni concettuali come l'assunzione di un'ipotesi e cioè il prendere per vere una serie di proposizioni che potrebbero essere false, operazione che rende possibile la stessa logica in quanto per l'esercizio di quest'ultima non si deve sempre accertare la verità degli assunti da cui andrebbero dedotte altre proposizioni.

Inoltre la differenza che egli stabilisce tra Vero e Bello non è più tanto sicura: le logiche polivalenti e la logica fuzzy hanno messo in crisi la concezione per cui tra vero e falso non vì è gradazione. Frege inoltre accetta una teoria soggettivistica del Bello che non è l'unica in circolazione e dimentica che anche il Vero è tale per una mente, in quanto senza le menti ci sarebbe solo il Reale (gli enti) e non il Vero e cioè la relazione con il Reale.

Inoltre dato il soggettivismo nel campo dell'estetica non sarebbe allora possibile un giudizio estetico che non costituisca un enunciato incompleto ?

E se pure la verità è una relazione anche i giudizi aletici sarebbero incompleti (si dovrebbe dire ad es. che "p è vera per x") e l'unica alternativa sarebbe proprio la tesi fregeana dell'indefinibilità del vero, tesi che però, come abbiamo visto, è solo l'altra faccia del rinvio ad infinitum, un rifiuto della filosofia di trattare l'argomento, una ratifica del dogmatismo e dell'arbitrio.

 

 

La realtà delle finzioni

 

Frege erroneamente dunque separa le cosiddette proposizioni sulla realtà e quelle sulle entità narrative e così non spiega perché “Ulisse è marito di Penelope” sia considerabile come vera e “Ulisse è marito di Andromaca” sia considerabile come falsa. Dunque la sua distinzione va sfumata alla luce della teoria dei livelli di esistenza : la poesia e l’arte possono denotare universi possibili e contesti esistenziali diversi da quello da noi accettato come effettivo. Perciò quello che è per noi un nome apparente nel nostro mondo possibile, diventa nome proprio autentico in un altro contesto esistenziale.

Quanto agli enunciati che non sono immediatamente valutabili alla luce della lettura di un poema (ad es. il numero delle fauci di Scilla), si può ben ricorrere all’argomentazione di Frege a proposito delle leggi naturali per cui il mondo possibile a cui il poema fa riferimento non è stato completamente descritto da quest’ultimo.

 

 

Pensiero e rappresentazioni

 

Frege inizialmente introduce una distinzione assai importante per la quale il rapporto tra un enunciato ed il pensiero corrispondente non è dello stesso tipo di quello tra le vibrazioni dell'aria e la costruzione sonora immaginata. Ma poi sbaglia nell'inserire il rapporto tra gruppi di segni che non siano verbali o scritti all'interno della classe dei rapporti di causalità e non di tipo semantico.

Egli per “pensiero” intende forse innanzitutto le connessioni sintattiche o l’aspetto assertorio. E’ per questo che egli lo riesce a distinguere così fortemente dalle rappresentazioni. Anche se non si sa come si faccia a negare un carattere sintattico ad un insieme di rappresentazioni (altrimenti che ne sarebbe dell’isomorfismo wittgensteiniano tra linguaggio e realtà ?). Inoltre una rappresentazione simbolica non ha in sé delle connessioni sintattiche nascoste o quanto meno implicite ?

Frege considera il pensiero come proposizione e le rappresentazioni come meri oggetti. In realtà non è così e la moderna semiotica ha evidenziato che anche quello rappresentativo è un vero e proprio linguaggio su cui è possibile investire anche assertivamente. Frege confonde in questo caso il pensiero con il suo rivestimento enunciativo, mentre il pensiero può avere anche un rivestimento visivo o musicale: infatti dinanzi ad un quadro che fa vedere Napoleone Bonaparte (o un uomo che noi identificheremmo senza ambiguità con lui) morto ai piedi di una scala a chiocciola potremmo dire “E’ falso”. Se su di una tela c'è la rappresentazione di una rosa rossa, c'è anche l'asserzione implicita che quella rosa è rossa. E non è un caso che la scrittura sia nata come rappresentazione pittografica. Se si ammettesse la tesi di Frege il passaggio dalla pittografia alla scrittura sarebbe inspiegabile.

Inoltre Frege confonde il pensiero con l’asserzione semplicemente perchè l’asserzione può avere sì una forma linguistica, ma non è in se stessa linguaggio enunciativo. L'enunciato è un mezzo di comunicazione come altri, forse migliore, ma comunque insieme ad altri. Ed anche gli enunciati sollecitano diversi pensieri a diversi ascoltatori. Ogni enunciato al tempo stesso esprime un senso e stimola in chi ascolta sensazioni, sentimenti, altre proposizioni. La netta distinzione operata da Frege tra enunciati scientifici ed enunciati poetici non ha ragione di esistere. E la tesi per cui non c'è rapporto tra senso dell'enunciato e sentimenti evocati nemmeno si può intendere in maniera rigida e schematica.

C'è anche da dire che l'immaginazione collettiva può essere plasmata e resa omogenea da processi politici e sociali in modo da fare sì che anche le rappresentazioni evocate dalla poesia possano tendere verso costellazioni di senso condivise "per amore o per forza" (non sarebbe un esito felice, ma sicuramente un esito plausibile)

Frege presuppone che, oltre a sollecitare diversi pensieri, gli enunciati esprimano un medesimo pensiero, mentre non accadrebbe così con le rappresentazioni. Forse sarebbe più corretto dire che due enunciati hanno in comune lo stesso senso (sinn) che magari si può concretizzare anche in un terzo enunciato.  Quine forse ha messo in dubbio questa capacità del linguaggio, mentre d'altra parte le notazioni musicali sembrano esprimere un ordito oggettivo che esecuzione ed ascolto possono diversamente orientare e così la riduzione a codice digitale delle immagini potrebbe farle considerare anche come un linguaggio vero e proprio.

Insomma Frege da un lato giustamente come Meyerson evidenzia che la scienza è fatta fondamentalmente da riconoscimenti, da identità, da equivalenze. Essa circoscrivendo il proprio ambito evita le distinzioni che non sono funzionali all'ipotesi in discussione ed al livello ontologico e di ricerca considerato. Tuttavia questo non implica il fatto che l'elemento logico vada separato da quello emozionale del discorso, giacchè anche l’arte può rappresentare un’istanza di unificazione che Frege invece riserba solo alla scienza. Inoltre facendo l'esempio della meccanica dove sono irrilevanti le differenze chimiche tra sostanze, Frege non tiene conto dell'elettromagnetismo o della meccanica quantistica dove le differenze chimiche tra sostanze sono euristicamente utili per elaborare nuove ipotesi sulla costituzione elementare della materia.

Infine tornando all’arte ed alle rappresentazioni la difficoltà e l’incompletezza della descrizione verbale di una scena non implica la sua radicale alterità rispetto ad una rappresentazione pittorica (che potrebbe essere altrettanto complicata e manchevole).

Semmai ci fosse poi una netta differenza tra rappresentazione e pensiero, questa sarebbe a vantaggio del realismo della rappresentazione e del carattere congetturale, ermeneutico, ipotetico del pensiero. In pratica la ratifica definitiva della separazione tra carattere descrittivo delle sensazioni e carattere arbitrariamente interpretativo delle  percezioni.

 

 

“Questo botolo ha guaito per tutta la notte”

 

Inoltre il senso di "Questo cane ha guaito tutta la notte" è, sia pure leggermente, diverso da "Questo botolo ha guaito per tutta la notte", dal momento che "botolo" non è un termine vago che ha solo una valenza emotiva, ma un lemma con un senso specifico, più preciso di quello generico di "cane".

"Questo botolo ha guaito tutta la notte" equivale a "Questo cane almeno a me è antipatico e ha guaito tutta la notte", per cui data la forte componente soggettiva del primo degli enunciati congiunti è difficile pensare che il suo valore di verità cambi rispetto a "Questo cane ha guaito tutta la notte" per quanto il senso sia diverso, dal momento che l'informazione utile a chi ascolta è inserita nel secondo dei due enunciati. In questo caso scatta un meccanismo che riduce la rilevanza cognitiva di un enunciato molecolare a quella di uno solo degli enunciati atomici che lo compongono, per cui anche se l'enunciato molecolare può essere logicamente falso (perchè è falso uno degli enunciati che lo compongono) viene considerato vero in quanto è vero, degli enunciati che lo compongono, quello che è più rilevante dal punto di vista cognitivo (in grammatica l'enunciato poco rilevante viene chiamato "incidentale" e nella proposizione analizzata viene contratto nel termine "botolo"). Qui Frege non distingue la dimensione logica e quella pragmatica dell'enunciato analizzato. Inoltre se pure l'ascoltatore non avverte lo spregio insito nel termine "botolo", tuttavia entrambi gli enunciati atomici possono essere veri perchè "botolo" indica il fatto che, almeno a chi parla, il cane che ha guaito tutta la notte è antipatico. Magari se l'avversione di chi parla per il cane è stata causata dalla aver esso guaito tutta la notte, si può anche trasformare l'enunciato molecolare congiunto in un implicazione che può essere resa così : "Questo cane mi è antipatico" implica "Questo cane ha guaito tutta la notte", in cui la verità del precedente è irrilevante per la verità dell'implicazione, nel senso che il precedente è solo il segno soggettivo del conseguente che è la sola proposizione cognitivamente rilevante ed effettivamente verificabile.

La distinzione fatta da Frege tra pensieri che si esprimono e quelli che si fa sì che l'ascoltatore ritenga veri, può essere linguisticamente lecita, ma semioticamente incongruente : altro è il tono con cui si dice una frase ("x è morto" detta in tono triste), altro è quando questo tono è suggerito da una parte dell'enunciato ("Purtroppo x è morto"), giacchè in questo secondo caso la tristezza verrebbe desunta anche da chi semplicemente legge una lettera.

Quanto al caso del generale che fa vedere i suoi soldati con diverse uniformi, questi esprime comunque un pensiero (contrariamente a quello che dice Frege), solo che questo pensiero è falso in questo mondo possibile e dunque viene espresso per ingannare i nemici.

Ad ogni differenza linguistica corrisponde una differenza di pensiero. Lo strumento di cui parla Frege non serve a distinguere ciò che è pensiero da ciò che non lo è, ma serve ad esplicitare il pensiero implicito in ogni locuzione enunciativa.

 

 

Linguaggio verbale, verità e semiosi infinita

 

Frege poi fa un'operazione un po' fraudolenta in quanto usa la traducibilità di "p" in  "è vero p" per ricondurre la relazione tra rappresentazione ed oggetto ad un enunciato quando poi (e lo abbiamo già visto) anche la verità di quest' ultimo si può configurare come relazione. Egli usa il metalinguaggio per subordinare il linguaggio non verbale a quello verbale, ma così egli presuppone che non sia possibile un metalinguaggio non verbale, impossibilità che potrebbe anche essere una mera secolare desuetudine.

Egli ha comunque ragione a porre la relazione semiotica come un che di noematico e dunque al fatto che niente di fisicale è vero in sè. Ma non si rende conto che la verità (la relazione) si instaura ad ogni oggettivazione (anche di pensieri) e ad ogni divisione che l'oggettivazione genera tra oggetto (proposizione negabile), soggetto (che valuta se la relazione sia positiva o negativa) e realtà (riferimento in base a cui si effettuerebbe la valutazione). Insomma Frege sbaglia a non ammettere la semiosi infinita.

 

 

La dialettica degli indicali

 

Frege poi anticipa l'analisi degli indicali e ne intuisce la natura dialettica che rende indeterminati gli enunciati nei quali essi sono inseriti (i quali sono perciò funzioni proposizionali). Egli però non si rende conto che tale indeterminatezza concerne molti più enunciati di quanto non si pensi e spesso riguarda molti enunciati riguardanti leggi, i quali per quanto possano essere precisati accolgono in sè sempre una sia pur minima misura di vaghezza.

Inoltre Frege non si rende conto che gli enunciati indeterminati lo sono solo rispetto ad un predefinito livello di esistenza, mentre rispetto a livelli di esistenza più basici sono invece perfettamente determinati. Una variabile infatti è un oggetto nel senso più pieno del termine al suo proprio livello di esistenza.

Inoltre un enunciato indeterminato ha un senso proprio e dunque esprime un pensiero che però si può concretizzare in più pensieri ad un livello diverso di esistenza : si tratta di diversi livelli di astrazione dei pensieri e non si può dire che in sè l'enunciato con un indicale non esprima un pensiero, ma solo che può avere diversi valori di verità a seconda dell'oggetto che lo satura.

Tale saturazione si ha più facilmente quando l'enunciato indeterminato si situa in un contesto complesso già dato (come la realtà fisica), contesto che corrisponde ad una serie di enunciati che si congiungono (con il connettivo "et") all'enunciato indeterminato preso in considerazione

Inoltre "Io sento freddo" può equivalere a "Tim Robbins sente freddo" se Tim Robbins proferisce verbalmente o mentalmente questo pensiero, ma il senso dei due enunciati è comunque diverso, proprio perchè essi si riferiscono ad un diverso livello di esistenza.

Gli indicali, come intuì l'Idealismo tedesco, contengono in forma contratta i rinvii ad infinitum che Frege cerca di utilizzare contro le definizioni e le problematiche connesse ad es. con il termine "Vero".  L'Io ad es. sfugge di continuo alla definizione, ma questa fuga è inevitabile, sia considerata nel tempo (storicismo) che nello spazio (relativismo culturale), per cui il relativismo che Frege ha cercato a tutti i costi di evitare, rientra dalla finestra degli indicali.

Frege alla fine non riesce nè a spiegare nè a trovare posto a questi ultimi. Dire come fa lui che a volte la lingua parlata richiede l'accompagnamento di gesti, espressioni etc. non vuol dir niente. "Io ho freddo" non ha bisogno di accompagnamento o meglio quello che Frege e i filosofi ordinari del linguaggio cercano nel contesto extralinguistico è già implicito nell'enunciato che ha in sè il suo rinvio ad infinitum, la sua relatività senza che questa possa essere considerata contraddittoria. L'Io è al tempo stesso variabile e caso concreto.

Dire poi che non è necessario che il pensiero che si ha freddo debba essere pronunciato da chi prova questa sensazione è il massimo dell'iperbole cui arriva il pensiero analitico : il pensiero "io ho freddo" va delegato ad altri ? O bisogna parlare di sè in terza persona come i servi o i robot ? Qui si vede come nel pensiero analitico il problema della soggettività e della prassi (ed anche della libertà, come accusa Imre Toth) è assente. Anche se bisogna ammettere che la possibilità di trascendere la soggettività da parte del linguaggio è un'altra conquista che va tutelata, dove all'infinità della prospettiva si succede l'infinità dello spazio comune, dell'oggettività, del sapere. Frege giustamente nota che questa capacità di parlare in terza persona consente al pensiero di differenziarsi da un puro e semplice stato di animo. Ma entrambe le facce della medaglia vanno valorizzate, mentre Frege si irrigidisce nella falsa oggettività della neutralità asettica della scienza, neutralità che vedremo esploderà con il fallito tentativo neopositivista. Se la via soggettiva ha in sè il rischio del solipsismo, la via dogmatica ha in sè il rischio dell'ideologia.

Inoltre il fatto che il senso delle proposizioni con indicali venga solo e sempre completato dalle circostanze in cui vengano impiegate, vale in realtà per tutti gli enunciati : cos'è un nome proprio infatti se non un indicale non dichiarato (e perciò ancora più fuorviante) ?

 

 

 

 

Enunciati, contesto pragmatico e determinazione temporale

 

Il fatto che i fattori esterni possano aiutare a comprendere il senso di un enunciato non vanno psicologisticamente confusi con i fattori che semanticamente conferiscono senso all'enunciato in questione. Il fatto è che, in sè, alcuni termini hanno un'inesauribilità, un rinvio, un'indeterminatezza che consente ad ogni soggetto di utilizzarli. Ciò vale in generale per il linguaggio (che nel designare provoca uno sdoppiamento tra l'ente designato e il segno che lo designa ed occupa il suo posto), ma in particolare per alcuni termini (indicali, quantificatori, alcuni predicati soprattutto negativi) che proprio per questo fanno parte del lessico della filosofia e della metafisica (Io, Infinito, Tutto).

Frege poi impropriamente ricomprende nelle proposizioni che vanno integrate (al pari di quelle con indicali) anche le proposizioni estetiche, senza giustificare tale relazione se non con il ricorso ad una tesi pregiudiziale tutta da dimostrare e cioè quella della soggettività dei giudizi estetici.

Frege ancora non spiega perchè ed in che misura l'integrazione degli enunciati da parte del contesto debba variare e non chiarifica i gradi di indeterminazione dei diversi enunciati. Egli lascia sospettare che a svolgere tale integrazione saranno delle rappresentazioni, ma queste ultime se non sono pensiero come potranno assolvere tale compito ? Frege chiama rappresentazione ciò che fluttua e pensiero ciò che rimane costante, pensando forse che ci sia qualcosa in comune tra ciò che fluttua e qualcosa in comune tra tutto ciò che rimane costante. Non si affatica mica a inseguire ciò che fluttua ed al tempo stesso si ostina a mettere toppe ed a trovare pensieri nascosti in altri pensieri, quando a fluttuare sembrano essere i pensieri stessi

Inoltre il tentativo di determinare il senso di un enunciato attraverso precise coordinate spazio-temporali è un tentativo destinato al fallimento in quanto tali coordinate alla fine si riducono ad una prospettiva soggettiva che implica inevitabilmente un ritorno all'indeterminazione (ad es. degli indicali). Il tentativo di precisare le circostanze in cui un evento ha luogo costringe a determinare a loro volta in quanto eventi le stesse circostanze che dovrebbero fornire lo sfondo. Il fatto poi che le proposizioni al passato non siano verificabili empiricamente fa sì che la verità di un evento sia pure puntuale sia incerta. La tesi secondo cui comunque quell'evento è veramente accaduto o meno, va presupposta o dimostrata in altro modo. Se cambia il riconoscimento della verità di un enunciato e non la verità dell'enunciato stesso, ciò dipende da una stabilità della realtà che va metafisicamente dimostrata.

 

 

Lessico scientifico e linguaggio comune

 

Frege sbaglia anche nel pensare che una scienza possa impunemente nominare i propri oggetti usando arbitrariamente il lessico del linguaggio naturale e tale superficialità ha un costo notevole dal momento che crea analogie fuorvianti tra diversi oggetti e dunque genera malintesi pericolosi per l'apprendimento di teorie nuove e per l'unità del sapere. Il dare il nome è forse un'operazione in cui ci vuole una sensibilità storica non comune e non è dunque una procedura da prendere sotto gamba. Il mancato rispetto della continuità storica del significato di un termine o va motivato volendo evidenziare particolari non rilevati riguardanti l'oggetto a cui ci si riferisce con quel termine o va evitato attraverso una distinzione terminologica. In realtà si tratta di trovare un equilibrio tra l'istanza diciamo "filologica" (alla Vico più che alla Heidegger) dove si collega un termine alla tradizione che lo ha materiato e l'istanza della pratica quotidiana (Wittgenstein) dove si collega un termine al contesto materiale e quotidiano nel quale si deve concretizzare. Forti di queste due ricognizioni parallele bisogna o adattare il termine all'espressione di nuove conoscenze scientifiche o trovare un nuovo termine che sintetizzi un aspetto dell'oggetto indicato la cui novità non è riconducibile al vecchio lessico.

 

 

 

Equivalenza logica e Identità semantica

 

Nel caso di "M diede ad N la notizia A" e "La notizia A fu data ad N da M" , è vero che il valore di verità è lo stesso, ma semanticamente la situazione è diversa. L'uso di uno dei due enunciati presuppone diverse prospettive da cui partire, un contesto di volta in volta differente, un retroterra diversificato. Ad es. "La notizia A fu data ad N da M" suggerisce che l'attenzione sia rivolta appunto alla notizia A  e a i suoi contenuti. Come pure l'enfasi su chi porta la notizia e su chi la riceve presuppone un' attenzione narrativa sull'uno e sull'altro. Frege si sofferma troppo sul valore di verità dell'enunciato e non sul rapporto semantico di tale proposizione con il suo contesto narrativo (o di discorso).

In realtà due proposizioni attive e passive hanno due diversi sensi, ma possono avere la stessa denotazione e cioè riferirsi allo stesso evento. A tal proposito quel che impropriamente Frege considera pensiero è il Sinn o il Bedeutung ? Si può anche dire che la forma attiva o passiva evidenziano il contesto nel quale la proposizione si inserisce, dal momento che due proposizioni possono essere entrambe vere, ma la loro congiunzione logicamente vera può essere cognitivamente insensata (es. "Piove e Napoleone morì a Sant'Elena", mentre risulta sensata "Piove e tua sorella è senza ombrello"). Nella questione in oggetto interessante è l'esempio di "Ciro è un uomo passionale e sedusse Violetta" dove è riconoscibile una relazione causale tra la prima e la seconda proposizione, mentre in "Ciro è un uomo passionale e Violetta fu sedotta da lui" tale relazione è più indiretta (non sarebbe così indiretta "Violetta è una persona suggestionabile e fu sedotta da Ciro"). Questo è un esempio di come la forma attiva e passiva possano essere considerati due sinn con la stessa denotazione o quanto meno con lo stesso valore di verità.

Così pure una proposizione del linguaggio oggetto ed una metalinguistica equivalente alla prima hanno lo stesso valore di verità ma senso ed anche denotazione diversi. Infatti nel caso della vittoria di Federico il Grande a Rossbach il contesto materiale di "E' vero che Federico il Grande vinse presso Rossbach" non è la battaglia di Rossbach o la guerra in cui tale battaglia si inserisce, ma la disputa tra gli studiosi circa la battaglia di Rossbach. Il fatto che due enunciati siano entrambi veri non implica che entrambi esprimano lo stesso pensiero : l'equivalenza logica non è l'identità semantica.

 

 

 

 

Soggetto/predicato e Funzione/argomento

 

Partendo dalle sue tesi, Frege cerca di demistificare la logica S/P (soggetto/predicato), ma in realtà la sua logica Funzione/Argomento è solo un'assunzione metalinguistica (con possibili rovesciamenti dialettici) della logica S/P. Infatti il passaggio è semplicemente da "S è P" a "S(è P)" : il primo è l'aspetto sintetico, dove il verbo "essere" fa da copula tra il soggetto e il predicato che sembrano separati e/o separabili. La seconda formula vede il soggetto diventare oggetto del discorso (argomento) e il predicato essere già relazionato come funzione all'oggetto ed essere inerente ad esso (come in una proposizione analitica). Essa è semplicemente la forma metalinguistica della struttura S/P in quanto l'argomento non è che il soggetto oggettivato e virgolettato ed in quanto la relazione tra S e P è pensata come un oggetto a sua volta e dunque come interna, già assunta e non come esteriore e contingente : essa rientra nella nozione dell'oggetto. Inoltre la possibilità di tradurre facilmente un enunciato attivo in un enunciato passivo, non ha niente a che vedere con la logica S/P, dal momento che il predicato nelle proposizioni transitive è un verbo (un’azione, un evento), che a sua volta non può essere messo al posto del soggetto. Invece la classica struttura S/P è quella con la copula e l’enunciato che la esprime è intransitivo e dunque non ha molto a che fare con la traducibilità di un enunciato attivo in un enunciato passivo.

 

 

Argomentazioni apagogiche e l’oggettività dei pensieri

 

Frege, prima ancora di Apel e di Hosle presenta poi le argomentazioni apagogiche (o per meglio dire perlocutorie), patrimonio perenne della filosofia (sin da Platone e forse da Parmenide) nella loro veste più moderna. E originalmente presenta la fallacia dello scettico come analoga all’antinomia del mentitore (cosa forse mai tentata). In questo modo critica anche il relativismo.

Però come tutti i trascendentalisti egli sovrappone l'indipendenza del riconoscimento del Vero (che è inattingibile e per Agostino è Dio stesso) con il Vero oggettivato, scritto sulla carta e diventato sapere dogmaticamente affermato.

Parallelamente questa operazione la farà Benedetto Croce, che condivide con Frege molti presupposti (e molti pregiudizi) in misura maggiore di quanto possano pensare gli studiosi di storia della filosofia.

Frege giustamente argomenta che la spiegazione psicologica dei processi conoscitivi non deve implicare una valutazione del loro contenuto di verità, altrimenti si cadrebbe in una contraddizione perlocutoria, dal momento che la stessa verità della tesi psicologistica sarebbe da sottoporre all’analisi psicologica.

La sua critica  si applica alla perfezione a tutti i Relativismi esternalisti (naturalistici, sociologistici, storicisti) che non seguano da una riflessione metafisica idealistica che tratti del livello ideale e validativo di discussione. Tali relativismi esternalisti infatti partono da una concezione scientifica della realtà accettata in maniera assolutamente acritica e non problematizzata filosoficamente. Per loro la contraddizione è un cancro da evitare e dunque ne restano vittime.

Frege ad un certo punto non può che ammettere, rifiutando la concezione fisicalistica e/o psicologistica che nega la dimensione validativa, che la verità del pensiero deve consistere in una relazione con qualcosa che non è psichico, ma poi si fa atterrire dal rinvio ad infinitum, inconsapevole del fatto che in ambito idealistico tale rinvio non è tanto un limite del pensiero quanto una sua condizione di possibilità. 

Egli fa bene anche ad evidenziare l’oggettività dei pensieri, senza la quale non sarebbe possibile l’intersoggettività della comprensione.  Tuttavia come già detto a proposito della grammatica tale oggettività non è universalmente accessibile, nel senso che non si tramuta in un sapere valido per tutti. Frege come Bergson individua il circolo vizioso dell'epistemologia naturalistica che alla fine riducendo tutto a rappresentazione neurofisiologicamente spiegata, riduce anche la propria teoria a rappresentazione e condivide tale destino con tutte le rappresentazioni da essa descritte. Egli pensa che tale epistemologia rischi alla fine di confluire in un idealismo soggettivistico. In realtà l'epistemologia naturalistica è tendenzialmente schizofrenica e non riesce nemmeno ad incorrere nella contraddizione a causa del suo doppio registro e della sua mancanza di consequenzialità. Naturalmente la critica di Frege si può evitare con una concezione realistica e platonistica per la quale la struttura della realtà si riproduce isomorficamente nella visione del soggetto conoscente e nella rappresentazione neurologica che sostanzia quest'ultima. In questo caso però l'epistemologia non sarebbe la filosofia prima, ma sarebbe derivata da un'ontologia non regolata e legittimata da un'epistemologia. In tal caso non sarebbe possibile un'epistemologia costruttivista che smonti l'immagine dell'oggetto e la ricombini per ottenere immagini alternative. A meno che tutte le immagini ottenibili da un'epistemologia costruttivista non rappresentino possibilità contenute in una realtà che non sia ristretta all'effettività naturalisticamente intesa (e questo sarebbe possibile in un idealismo oggettivo e prospettivistico di tipo leibniziano)

Frege poi assume nell'oggettività del pensiero anche le leggi fisiche, ma tra verità logiche e verità delle leggi fisiche ci sono differenze notevoli. Egli confonde il successo storico delle verità scientifiche con l'atemporalità delle verità logiche.

Quanto allo psicologismo egli evidenzia il fatto che esso tende a confondere contesto di scoperta e contesto di giustificazione. Tuttavia egli (come già detto) confonde il logico e l'atemporale (infinità in durata in uno degli infiniti mondi possibili) con ciò che è permanente (infinità in durata in questo mondo possibile), per cui giunge alla controintuitiva conclusione che le leggi sia logiche che fisiche debbano essere sempre vere.

Che una legge logica non sia psicologica non implica che sia valida in maniera universale e necessaria. Che sia oggettiva non implica che sia perennemente valida. E' vero che le strutture logiche sono atemporali nel senso che non cambiano altrimenti si trasformerebbero in strutture logiche diverse, ma ciò non implica che non possano coesistere strutture logiche diverse tra loro  ed il pensiero soggettivo nel corso del tempo afferri prima una struttura e poi un'altra contraddittoria alla prima, senza che ciò comporti una contraddizione.

Comunque i pregiudizi di Frege verso la psicologia sono evidenti quando egli dice che l'approfondimento psicologico della logica è una distorsione psicologica della logica. Invece l'approfondimento psicologico ci può dire molte cose sulla logica stessa, dal momento che la riflessione sulla logica non rientra nella logica, ma nella filosofia per cui non c'è alcuna contaminazione psicologistica della logica.

Frege poi pone una distinzione tra "essere vero" e "ritenere vero" che rischia però di essere ambigua in quanto "riconoscere vero qualcosa" può significare sia "ritenere che qualcosa sia vero" sia "riconoscere come vero qualcosa che è vero" : Hegel con la dialettica di "posto e presupposto" è più avanti di Frege, il quale non è consapevole del fatto che "essere vero" è concretamente ciò che il signor Gottlob Frege ritiene sia vero, mentre ciò che si ritiene essere vero è, dal punto di vista del soggetto considerato, assolutamente vero. Dunque "esser vero" e "ritener vero" non si possono rigidamente separare.

Frege poi sovrappone "l'esser sempre vero" con "l'esser sempre vero nell'istante T", per cui non si capisce cosa intenda per l'esser sempre vero di una legge : una legge che valga per un solo istante per due soli oggetti è pur sempre una legge ? Inoltre che c'entrano con la logica le verità fattuali del tipo "Bruto assassinò Cesare" ?

Si può magari anche individuare un circolo vizioso nella teoria di Frege il quale fonda la verità atemporale dei pensieri sulla logica e quest'ultima (che consiste di pensieri) sul carattere atemporale della verità dei pensieri.

Frege poi stabilisce (come già visto) una eccessiva distanza tra logos e rappresentazione e nega addirittura che si possa colmare lo iato tra biologico e meccanico, cosa non ovvia dopo le tante ricerche dell'I.A. e delle scienze cognitive e dopo l'elaborazione del concetto di emergenza che consente di spiegare la sortita del novum in Natura attraverso la dialettica della quantità che si trasforma in qualità. Frege rischia di sconfinare nello spiritualismo, mentre una concezione realistica permette grazie alla nozione di isomorfismo di conciliare materialismo e idealismo.

Inoltre l'archetipologia evidenzia che le rappresentazioni, contrariamente alla tesi di Frege, sfuggono alla singola soggettività. Oltre a pensare erroneamente che almeno la rappresentazione sia soggettiva, Frege seppure sia più avanti di Platone nell’ipotizzare una ricerca non per forza di cose rigorosa, tuttavia non si pone (come invece fanno i metafisici più profondi) il problema della validità e del fondamento delle regole logiche stesse. Ad es. Frege non si domanda se l'oggettività di un criterio coincida con la sua unicità e/o la sua universalità (quando lo fa rende la legge sia essa logica o fisica un limite ideale irrangiungibile).

Inoltre dire che il pensiero si presenta allo stesso modo a coloro che lo pensano come lo stesso pensiero non è un mero circolo vizioso ? Poi perché ci sia un terreno comune per dialogare è necessario un nucleo di pensieri comuni a tutti, o bastano pensieri simili ? E' possibile che ognuno di noi interpreti personalmente gli enunciati e dunque li ricontestualizzi a modo proprio in modo che non segua una contraddizione dall'aderire a due enunciati che in apparenza si negano reciprocamente ? Forse all'interno dello scenario analitico Quine ha sollevato questo problema. A Frege che dice che in questo modo verrebbe a cambiare il livello del dialogo si può rispondere che il presunto dialogo sinora si è consumato spesso su fraintedimenti e malintesi linguistici.

Circa poi l'impossibilità di comunicare il pensiero non ammettendo il carattere incontrovertibile della verità e dei principi logici e l'argomentazione per cui ogni minimo mutamento di una proposizione può mutarne il valore di verità, Frege si riferisce al fatto che basta una piccola particella negativa per provocare questa alterazione ? Ed anche se un piccolo particolare cambia il valore di verità di un pensiero ciò muta in maniera rilevante anche il senso di un enunciato ? E la comprensione si basa sul valore di verità o non piuttosto sul senso ? In realtà questo rapido sfumare del vero nel falso non è un rischio da esorcizzare a qualsiasi costo, ma è la vita stessa della logica, vita a cui allude lo stesso Frege quando ipotizza il carattere quasi illimitatamente incompleto degli enunciati riguardanti leggi, vita che si evince dalla continua rielaborazione degli enunciati da parte delle menti umane.

Si può comunque dire forse con Frege che il pensiero è l’ambiente oggettivo in cui si muovono le menti soggettive, le quali sarebbero classi di rapporti di designazione segno/significato e di passaggio tra linguaggio e metalinguaggio. Frege da un lato ha ragione nel dare al contenuto dei pensieri (le idee intese platonisticamente) una consistenza atemporale indipendente dalla soggettività conoscente. D'altro canto egli sbaglia ad appellare come "pensiero" le idee (o noemi), mentre pensiero è semplicemente l'afferrare psichicamente le idee, la controparte psichica in termini di flusso di coscienza delle strutture e degli oggetti logici atemporali che appunto andrebbero più coerentemente chiamati noemi (Husserl).

 


28 dicembre 2007

Il governo della legge

Pare che gli antichi Greci fossero fieri di obbedire alla legge e non ad una persona. In questo essi si sarebbero contrapposti ai barbari Persiani.



Chi dei due ci metterà in saccoccia ?

A distanza di 2400 anni, noi stiamo qui a rafforzare il premierato ed a votare per la persona.
Il problema è che inconsciamente in questa fase storica di mala fede generalizzata, noi vogliamo essere fregati. E per fare questo la legge è troppo astratta. Ci vuole una persona.

 


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13 dicembre 2007

Politeia :la reazione aristocratica alla democrazia in Grecia

 

Di fronte all’ascesa di un ceto artigianale e commerciale, le città greche conosceranno il conflitto sociale e al contempo i tentativi di prevenirlo attraverso riforme ed attraverso l’ideologia della Legge. I sistemi di leggi vengono più facilmente dalle colonie dove la tradizione e i rapporti già sedimentati non sono un ostacolo alla rielaborazione dei principi della convivenza (anche Platone per le sue riforme prenderà spunto dall’esperienza delle colonie).
Eraclito, Teognide e Socrate prenderanno apparentemente le difese dell’aristocrazia intuendo il potenziale conflitto tra le istanze della democrazia e quelle del sapere e delle competenze.



Licurgo                                                    Solone 

Infatti la democrazia è superamento della divisione del lavoro, mentre la concezione delle competenze è principio di divisione e di stasi sociale. In un periodo reazionario come quello che stiamo vivendo niente risuona più chiassoso delle competenze che non sarebbero né di destra né di sinistra e di tante farisaiche cazzate portate avanti solo da avidi candidati al potere politico ed al riconoscimento sociale. Noi comunisti combatteremo sempre per la cuoca di Brecht contro questi cadaveri eccellenti.


26 settembre 2007

Precarietà

 

Il termine “precario” deriva dal latino “prex-cis” (preghiera) e significa “ciò che si ottiene e/o si mantiene tramite preghiera” e dunque “ciò che non dipende dal soggetto, ma da circostanze esterne o dalla volontà altrui” e dunque ciò che è temporaneo, incerto, provvisorio, instabile.

Parlando dunque di lavoro precario, dobbiamo evitare quella che è una trappola, quella cioè di definire il lavoro precario come se fosse una categoria residuale. In realtà se lavoro precario è lavoro temporaneo e/o incerto la cui durata e la cui sussistenza dipende dal detentore del capitale e/o datore di lavoro, allora il lavoro salariato e/o dipendente nella sua interezza, tranne alcune eccezioni, è lavoro precario. Il lavoro nel modo di produzione capitalistico è per definizione lavoro precario. Più che una distinzione tra lavoro precario e lavoro stabile o sicuro, è più opportuno fare una distinzione tra diversi livelli di precarietà del lavoro. Quello che storicamente prima si deve spiegare è come si è riusciti a rendere il lavoro molto meno precario in certi momenti della storia ed in certe zone del mondo. E solo a partire da questa analisi si deve spiegare come il lavoro tende di nuovo a diventare più precario, a porsi ad un maggiore livello di precarietà.




Dunque la prima cosa da analizzare sono quelle leggi che scandiscono ad es. in Italia i processi che hanno portato alla configurazione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato e cosa più importante tale che la risoluzione dello stesso ad opera del datore di lavoro (e quindi senza la volontà del lavoratore) sia sottoposta a condizione (in Italia subordinata alla giusta causa o al giustificato motivo per le imprese con più di 15 dipendenti).


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