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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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20 marzo 2008

Ad ognuno il suo mestiere (ovvero strane omonimìe)

Sergio Cofferati, omonimo del più noto segretario generale della Cgil di qualche anno fa, ha rievocato la figura del giuslavorista Marco Biagi, ucciso dalle Brigate Rosse anni orsono, dicendo che "Marco Biagi e' stato ucciso da un folle disegno che aveva l'obiettivo di interrompere quel processo di modernizzazione e di valorizzazione delle relazioni e dei rapporti sui quali molti avevano lavorato prima di lui e sui quali lui aveva impegnato una parte importante della sua attivita' professionale e politica". Cofferati ha continuato dicendo che "Il professor Biagi e' stato ucciso dalle Brigate Rosse nel mentre svolgeva incarichi importanti per il suo Paese e per il Governo. Il professor Biagi si occupava della ricerca di soluzioni delicate, importanti ed impegnative, di regolazione dei rapporti tra i grandi soggetti di rappresentanza economica e sociale, tra il Governo e i suoi naturali interlocutori. Rapporti diventati ancor piu' importanti nel tempo per le dinamiche accentuate costantemente dalla globalizzazione nelle relazioni che si determinano tra i Paesi e tra le dimensioni sovranazionali. Un lavoro di grande delicatezza, nel quale era indispensabile l'equilibrio, la capacita' professionale, la precisione nella ricerca delle scelte di volta in volta piu' opportune e piu' efficaci".



Un piccolo quiz : l'uomo nella fotografia è il sindaco Cofferati o il sindacalista Cofferati ?

Come potete ben vedere, come succede nelle rievocazioni, il sindaco Cofferati non ha detto un cazzo. Alla fine cosa abbia fatto Biagi è un mistero. Ma lo comprendiamo : deve essere pur difficile essere l'omonimo di un sindacalista che ha organizzato una delle più grandi manifestazioni sindacali contro proprio la legge che portava forse impropriamente lo stesso nome del giuslavorista ucciso (si tratterà di un altro caso di omonimia). Uno dei due Cofferati (non so più nemmeno io se il sindacalista o il sindaco) scrisse un libro dal titolo "Ad ognuno il suo mestiere". Forse in questo libro, inneggiante nel titolo alla specializzazione del lavoro, si sosteneva la tesi che ognuno deve fare il suo mestiere ma il politico deve passare in rassegna tutte le professioni. Nel passare da un mestiere all'altro il soggetto per andare bene probabilmente avrebbe dovuto dimenticare completamente ciò che aveva detto e fatto nel mestiere precedente : un po' come nelle reincarnazioni della religione indù. Se questa è la tesi del libro però c'è una critica che andrebbe fatta : in questo delicato passaggio tra un mestiere ed un altro, perchè non si cambia anche il nome (un po' come fanno i monaci quando prendono il saio) ? Almeno così la palingenesi sarebbe stata completa e noi avremmo avuto una chiara spiegazione di cosa stava facendo il Professor Biagi di così importante per il nostro paese. Invece purtroppo ce lo dovremo far spiegare da Walter Veltroni, dal Professor Ichino e da Professor Giavazzi. Sperando che il primo, che addirittura condivide nello stesso istante più mestieri, non faccia la solita grossa, contraddittoria confusione e ci prenda per il culo per l'ennesima volta.


14 febbraio 2008

I perchè della precarietà (risposta ad Etienne64)

  Etienne64, che è del mestiere, ha fatto le seguenti osservazioni sulla questione del precariato :

1)  Chi crea ricchezza sono le imprese e senza di quelle tutti fanno la fame. Sicché, massacrare in continuazione le imprese genera sicuramente un effetto deleterio: la volontà delle imprese di scappare. E oggi scappare dove si sta più in pace è senz'altro possibile e conveniente.
La Treu, sostanzialmente, a parte il lavoro interinale (uno dei miti più sbugiardati degli ultimi 10 anni) si era limitata a porre rimedio ad alcuna situazioni grottesche che andavano solo a favore dei lestofanti (per tutte, la conversione del contratto a termine per sfondamento di un giorno).

2) Il vero problema della flessibilità non è l'aspetto strettamente economico, ma quello di adattare il contratto di lavoro ad una specifica relata lavorativa. Gli è che il modello dell'operaio che lavora nella grande fabbrica manifatturiera è stato invece assunto a modello per ogni possibile rapporto di lavoro, dimenticando il fatto fondamentale che, invece, un sacco di gente lavora in contesti sostanzialmente irriducibili alla fabbrica di automobili. Prestare attenzione alle istanze padronali su questo aspetto non è sol furbizia tattica: è intelligenza delle cose.

3) Gli imprenditori non assumono perché costa meno. Gli imprenditori assumo il personale che serve alle loro imprese. Ovviamente, se riescono a risparmiare sono più contenti, ma il problema primario è quello organizzativo. E la prassi assai diffusa dei superminimi anche piuttosto cicci ne è la prova: se un lavoratore vale, sono anche disposto a pagarlo.
Sono i politici che sperano di ottenere consenso adottando degli strumenti che a loro dire dovrebbero determinare un aumento di occupazione.
Le istanze dei padroni possono essere intelligenti per entrambi. Una flessibilizzazione dell'orario può essere conveniente ad entrambe le parti del rapporto. Dipende come è congegnata.
In realtà, chi dimostra la sua insipienza oggi è solo e soltanto il sindacato.

4) La storia dei contratti a termine è l'esempio lampante. La 368 è, per il padronato una legge pericolossisima: quando venne fuori tutti i commenti segnalarono la pericolosità della clausola generale: come sarebbe stata interpretata dalla giurisprudenza?
Il sindacato, però, invece di attaccare come avrebbe potuto (e dovuto) fare è da 7 anni che si lagna della perfidia berlusconiana, ma non spinge nessuno ad agire, anche a fronte di contratti a termine macroscopicamente illegittimi. Infatti, mentre la 230/62 ha riempito i repertori, sulla 368 c'é pochissima giurisprudenza.
Il sindacato ha fatto un bel discorso "politico" (e uso il termine nel senso deteriore) invece di studiare quello che gente come Alleva (giusto per indicare uno ben vicino alla CGIL) scriveva.


5) La storia del precariato poi è l'altra meravigliosa bufala. La Biagi, alla fine, ha semplicemente cercato di riempire alcune nicchie di mercato che con il modello standard di rapporto non venivano fuori grandi cose. Così, l'abolito lavoro a chiamata: solo in casi eccezionali un datore di lavoro può essere interessato a pagare a una persona il 20% (o più) della retribuzione per tenerlo là, in stand by. Però è vero che in taluni casi può essere interessante sia per il alvoratore, sia per il datore di lavoro avere questa opportunità. Alla fine, un mezzuccio che forse avrebbe potuto aumentare diqualche milionesimo di punto l'occupazione. Si presta ad abusi? Si forse. Ma ad evitare abusi ci dovrebbe essere il sindacato.

6) Ancora nel 1970, Persiani notava che il sindacato è necessariamente ambiguo: perché se deve essere rivendicazionista nei confronti della base, i veri vantaggi li ritrae solo dalla contrattazione.
Ora, negare questa natura ambigua è negare la realtà. E limitarsi, per ragioni ormonali, alla pura rivendicazione porta solo a creare una centrale di consenso, non un soggetto efficente. Il fatto che tanta gente strappa la tessera del sindacato e vota Forza Italia deve far riflettere. E dare semplicemnete dei coglioni a chi fa questo significa non voler capire perché ci sono certi moti sociali. Il che non significa approvarli. Ma il prosciutto sugli occhi e negare che certe cose stanno succedendo non serve a niente




Il problema è che se si parte dal concetto che i creatori di ricchezza sono le imprese non andiamo molto lontano. Finiamo semplicemente per dialogare e contrattare con esse da una posizione di debolezza. In realtà la creazione di ricchezza è il risultato di più fattori e quelli decisivi sono i lavoratori. E dunque si deve tenere conto di tutti gli attori in gioco.
Quale che sia il modello di impresa, la precarietà (o flessibilità che dir si voglia) non mi pare una risposta moderna e costruttiva ai problemi specifici che ogni impresa può avere. Mi pare un ritorno indietro, che può essere fatto da qualsiasi sistema paese e che (come ha detto lo stesso Etienne) non provoca un aumento di occupazione degno di questo nome (e del resto l'articolo di Barncaccio lo evidenzia abbastanza)
La flessibilizzazione del tempo di lavoro può essere indirizzata verso l'uso maggiore del part time, ma in primo luogo deve essere una flessibilità agita da entrambi i lati del contratto di lavoro, non deve comportare in maniera nascosta ulteriore sfruttamento della forza-lavoro che non deve dare lo stesso prodotto a tempo di lavoro diversamente organizzato
Non si capisce in che senso la clausola generale della 368/2001 sia pericolosa per il padronato e sarebbe interessante approfondire.
Ma dire che la Biagi serviva solo a riempire qualche nicchia, trascura il fatto che la Biagi intendeva rivedere complessivamente il mercato del lavoro e se non lo ha fatto completamente è stato anche perchè il sindacato per quanto subalterno alla cultura politica che l'aveva creata, ha cercato di indebolirla in sede di contratti collettivi nazionali (è il caso del credito)
Da questo punto di vista il lavoro a chiamata era uno strumento pessimo in quanto non condizionava solo l'orario di lavoro, ma anche i periodi di non-lavoro di uno dei contraenti costituendo un fattore di rigidità oltre che di limitazione della libertà (in pratica si diceva al lavoratore : "attento alle scelte che fai quando non lavori perchè devi essere sempre disponibile nei miei confronti anche se ti dò solo un'elemosina"). Naturalmente è sempre meglio che niente, ma anche la schiavitù è meglio di niente, perchè almeno ti danno da mangiare.
Quanto all'ambiguità del sindacato, è l'ambiguità tra le aspettative che si creano quando si intraprende una lotta ed i risultati conseguiti alla fine della lotta stessa. Questa dialettica tra aspettative e risultati è inevitabile e spesso per ottenere risultati decorosi c'è bisogno di una lotta ad oltranza e di aspettative degne di questo nome. Il contratto non è il compromesso fissato prima della vertenza nelle menti dei gruppi dirigenti. Quando è così non è solo una sconfitta (che è sempre possibile), ma è una resa, una manipolazione della soggettività dei propri rappresentati. C'è il rischio nella vertenza, non certo il rischio di soggettività che non tengono conto dei bisogni materiali dei lavoratori, ma il rischio che ci si assume e che si condivide quando non si vuole arretrare oltre un certo punto perchè si presume, con un certo grado di plausibilità, che oltre non c'è la ritirata dignitosa, ma un piano inclinato.
Infine c'è la possibilità  a mio parere di rapporti più flessibili. Questo però solo a patto di introdurre un paracadute sociale generale come il reddito di cittadinanza. Senza una rete di sicurezza di questo tipo, la felssibilità si traduce quasi sempre in precarietà.

 

 


15 novembre 2007

Precarietà ed occupazione secondo Emiliano Brancaccio

 

 

Emiliano Brancaccio è un giovane e brillante economista di sinistra la cui capacità di sintesi e di vis polemica stanno rapidamente imponendosi sia attraverso articoli di giornale sia attraverso la partecipazione a programmi televisivi

Parleremo qui della polemica che lo ha contrapposto a Francesco Giavazzi e Pietro Ichino.

In questa polemica Brancaccio si chiede se le politiche di flessibilità del lavoro abbiano almeno contribuito alla riduzione del tasso di disoccupazione e all’aumento del tasso di occupazione, visto che esse non stimolano la ricerca tecnica, né gli investimenti, né tanto meno favoriscono la crescita dimensionale delle imprese. Giavazzi dice di sì e porta come argomento l’aumento dell’occupazione in Europa dal 1996 al 2006.

Brancaccio nota la genericità della correlazione ed afferma anzi che l’analisi dei dati impedisce di stabilire un qualsiasi rapporto di causa ed effetto tra l’aumento della precarietà e il miglioramento degli indici di occupazione e disoccupazione.

Prima di procedere Brancaccio precisa i termini adottati e gli indici utilizzati : il tasso di disoccupazione, che è il rapporto tra i disoccupati alla effettiva ricerca di un lavoro e la cosiddetta popolazione attiva (cioè la somma di occupati e disoccupati); il tasso di occupazione, che è il rapporto tra occupati e popolazione in età di lavoro; e l’indice del grado di protezione dei lavoratori calcolato dall’OCSE, detto EPL (Employment Protection Legislation).




Quest’ultimo è un indice ad ampio spettro, che comprende le tutele contro i licenziamenti ingiustificati ma anche la tipologia e la diffusione dei contratti a termine ed atipici. L’indice EPL si muove di pari passo con la quantità e qualità delle tutele di cui gode il lavoratore. Ad esempio, per quanto riguarda l’Italia, l’articolo 18 aumenta le protezioni e quindi innalza l’indice EPL, mentre il pacchetto Treu e la legge Biagi lo riducono.

Brancaccio analizza il rapporto statistico tra i tassi di disoccupazione e di occupazione e l’indice EPL e conclude che non sussiste alcuna correlazione statistica significativa tra queste variabili.

Infatti l’EPL dal 1998 al 2003 si riduce nella maggioranza dei paesi presi in considerazione dall’analisi. Ma nel medesimo periodo i tassi di occupazione e disoccupazione fanno registrare gli andamenti più disparati, in molti casi addirittura opposti a quelli auspicati dai fautori della flessibilità. Ad esempio, nonostante una consistente riduzione dell’indice di protezione dei lavoratori, Austria, Germania, Giappone, Norvegia e Portogallo fanno registrare un aumento del tasso di disoccupazione. Di converso, a fronte di un leggero aumento delle protezioni, Spagna, Francia, Regno Unito, Irlanda e Nuova Zelanda si caratterizzano per una riduzione della disoccupazione.

Brancaccio nota però che esiste una eccezione, almeno un caso in cui la precarizzazione dei rapporti di lavoro si è verificata in concomitanza con un miglioramento dei tassi di occupazione e disoccupazione : Questa eccezione è rappresentata guarda caso proprio dall’Italia. Dal pacchetto Treu alla legge Biagi, le riforme del mercato del lavoro attuate nel nostro paese hanno determinato un vero e proprio crollo del nostro indice EPL di protezione dei lavoratori, passato dal 3,57 del 1990 al 2,70 del 1998, per giungere infine all’1,95 del 2003. Il nostro livello di protezione dei lavoratori risulta ormai inferiore a quello di moltissimi paesi europei, tra i quali Germania, Francia, Belgio, Olanda, Svezia, Finlandia, Norvegia e Spagna.

Ora, bisogna in effetti riconoscere che questa picchiata dell’indice EPL italiano si è verificata in concomitanza con un cospicuo miglioramento dei tassi ufficiali di occupazione e disoccupazione.

Ma, dice Brancaccio, basta una lettura un po’ meno grossolana delle statistiche nazionali per capire che le cose non stanno affatto in questi termini. Infatti, se i fautori della flessibilità avessero ragione, la forte riduzione dell’indice EPL italiano rispetto alla media europea dovrebbe aver generato dei risultati occupazionali decisamente migliori della media dell’Unione. Accade invece che tra il 1998 e il 2006 il nostro tasso di occupazione cresce pressoché in linea con la media dell’Europa a 15, e dal 1993 (data di inizio della svolta liberista sulle politiche del lavoro) addirittura cresce di meno. Il che, si badi bene, è molto grave, considerato che il livello del nostro tasso di occupazione si situa ancora significativamente al di sotto di quello medio europeo. Ma soprattutto, se si guarda al tasso di disoccupazione nazionale, si scopre subito che la sua buona performance è dipesa in misura rilevante da un fenomeno tutt’altro che positivo, consistente nella crescita dei cosiddetti “lavoratori scoraggiati”, cioè coloro che rinunciano a cercare un lavoro dopo vari tentativi falliti. A questo riguardo, basti notare che nell’ultimo decennio in Italia la popolazione attiva (somma di occupati e disoccupati alla effettiva ricerca di un posto) è cresciuta del 4,55 percento rispetto alla popolazione totale in età di lavoro. Ma in Europa, nello stesso periodo, l’incremento è stato maggiore: 4,70 percento. Il modesto risultato dell’Italia si spiega col fatto che nel nostro paese gli “scoraggiati” sono cresciuti molto più della media europea, e questo ha evidentemente comportato una fuoriuscita di persone dalla popolazione attiva. Stando ai dati OCSE sul rapporto tra scoraggiati e forze lavoro, in Italia l'indice addirittura raddoppia, passando dal 2,39 percento del 2000 al 5,02 percento del 2005. Al contrario, nello stesso periodo l’indice medio europeo scende dall'1,91 all'1,51 percento. Ora, il punto chiave è che questo andamento si riflette sul tasso di disoccupazione, facendolo, paradossalmente, migliorare. Le persone che rinunciano a cercare un lavoro, infatti, fuoriescono sia dal novero dei disoccupati sia dalla popolazione attiva, cioè sia dal numeratore che dal denominatore del tasso di disoccupazione. L’effetto aritmetico è che, essendo il numero dei disoccupati solo una parte relativamente piccola della popolazione attiva, l’uscita degli scoraggiati pesa di più sul numeratore e quindi il tasso di disoccupazione si riduce. Se invece gli scoraggiati venissero contemplati nel calcolo del tasso di disoccupazione, questo risulterebbe assai peggiore in Italia che in Europa, sia nei livelli (negli ultimi anni circa due punti percentuali in più per l'Italia) che nella sua dinamica (in Italia il tasso di disoccupazione risulterebbe addirittura crescente.

Ma, si domanda allora Brancaccio, tornando alla domanda iniziale, dal momento che non contribuisce nemmeno a creare occupazione, a cosa è mai servita la precarizzazione del lavoro di questi anni? La risposta è semplice: a indebolire i lavoratori e quindi a ridurre i salari. Se c’è infatti una correlazione robusta, è quella che sussiste tra EPL e crescita salariale: più basso è l’indice di protezione dei lavoratori, più i salari arrancano. Ecco dunque spiegato il fondamento delle politiche di flessibilità del lavoro di questi anni. Esse costituiscono un tassello decisivo della linea di deflazione dei salari che trova nel nostro paese alcuni tra i suoi più fervidi sostenitori, e che in Italia risulta tenacemente perseguita da oltre un ventennio.

Brancaccio conclude l’articolo dicendo che questa strategia deflazionista è fallimentare, dal momento che non riesce a frenare l’erosione di competitività del paese e la conseguente espansione del deficit nei conti con l’estero e questo non perché la bilancia commerciale sarebbe ormai insensibile al cambio reale, ( i dati ci dicono infatti che l’elasticità della bilancia nazionale ai prezzi relativi è ancora prossima all’unità ) ma perché i salari monetari arrancano ormai in modo sempre più omogeneo a livello europeo, laddove invece le produttività divergono.

 


22 settembre 2007

Verso il 20 Ottobre :Caruso e gli incidenti sul lavoro

 

Karlkraus ha fatto alcune considerazioni sulla questione Caruso che hanno generato un acceso dibattito. Il suo ultimo intervento ha toccato diversi argomenti. Il primo di questi è che una delle ragioni per cui Caruso ha torto è che dal varo delle leggi Treu e Biagi, gli infortuni sul lavoro in Italia sono progressivamente diminuiti.

Prima di analizzate tale progressiva diminuzione, è necessaria una premessa di metodo : Caruso ha detto che gli infortuni sul lavoro sono o sarebbero aumentati ?

No, non ha detto questo né nelle prime dichiarazioni a lui attribuite, né in quelle successive.

Egli ha detto : “Quelle leggi sono state usate per armare le mani dei padroni e permettere loro di precarizzare e sfruttare con maggiore intensità la forza-lavoro e incrementare i profitti a  a discapito della qualità e della sicurezzae poi Una delle principali cause degli incidenti sul lavoro è la progressiva riduzione dei diritti dei lavoratori confinati in un area che va dal lavoro sommerso sino alla precarietà. Un progressivo indebolimento, con l’introduzione dei contratti aticipi, è cominciato con quelle che, comunemente, fu definito il pacchetto Treu e si è concluso con quella che è stata, impropriamente, definita legge Biagi”

 italia prc biagi
Crociuzzo : "Io lo difendo, ma guarda che faccia..."

Dunque Caruso sostiene che una delle cause degli incidenti sul lavoro è la precarietà. Ciò non implica che il dato complessivo degli incidenti sul lavoro debba aumentare. Dunque il fatto che questo dato diminuisca non costituisce una confutazione della tesi di Caruso.

Spiegamoci meglio : ipotizziamo che un medico dica che una delle più frequenti cause di morte sia l’infarto. Ora dato che altre cause di morte possono essere ad es. il cancro e le malattie infettive può ben essere che queste ultime due vengano ben curate grazie al progresso medico e questo possa causare una diminuzione complessiva dei decessi. Ciò però non toglie che l’infarto sia una delle principali cause di morte e che debba essere studiato e combattuto per impedirne delle altre e che il trascurare la lotta all’infarto sia un fatto negativo.

 


21 giugno 2007

Di cosa parla Tiraboschi ?

In un articolo sul Sole24Ore Michele Tiraboschi ciancia di modernizzazione del diritto del lavoro, che secondo le sue stesse parole "...da mera tecnica unilaterale di protezione dei lavoratori dipendenti deve diventare la chiave per lo sviluppo e la competizione delle imprese". Già detta così, la frase non vuole dire un cazzo.
Ma perchè il nonsenso traspaia meglio, farò un esempio : nell'azienda in cui lavoro (e dove i diritti in teoria sono garantiti) ed in cui sono rappresentante sindacale, volendo invitare una collega a mangiare una pizza con la mia agenzia, mi sono sentito rispondere in tono neutro che doveva caricare due bancomat durante l'intervallo di lavoro. Sputtanare il suo direttore, che governa l'agenzia con la grazia di un capoclan della camorra sarebbe molto facile : basterebbe un volantino ben fatto. Il problema è che la collega è un'apprendista e un volantino la metterebbe "in cattiva luce" e per lavorare decentemente, avere legittime aspirazioni di carriera, non ci si può mettere "in cattiva luce". Si sarebbe più soli a subire le pressioni, i rimbrotti, i ricatti morali di persone senza scrupoli.  Sacrifici del proprio tempo di vita sono cose normali in questi casi, ovviamente alla faccia del diritto del lavoro e di chi magari rifiuta questi quotidiani compromessi.
Stando così le cose, cosa voleva dire Michele Tiraboschi ?
Ce lo siamo dimenticati tutti.


28 maggio 2005

Governo di centro-che?

POLEMICA
Patrimoni Salvati
ROBERTA CARLINI
C'è un gioco di società che impazza nella sinistra che già si prevede al governo: quali delle tante schifezze fatte dalla destra ci teniamo? In pole position finora tra le immondizie da non buttare c'erano la riforma Moratti e la legge Biagi. Da ieri, con il timbro di Franco Debenedetti e di Michele Salvati, arriva la proposta di tenersi un altro sacchetto di spazzatura: non si sogni la sinistra di reintrodurre le tasse di successione. L'abolizione totale dell'imposta sulle eredità, primo atto del governo Tremonti-Berlusconi (e anche di quello del primo Bush), è costata allo stato solo 300 milioni all'anno, dice Salvati. Di qui la sua scelta («a malincuore, perché di tutte le imposte quella di successione è tra le `meno peggiori'»): teniamoci l'abolizione, cioè non reintroduciamo l'imposta. Il sasso l'ha lanciato per primo il senatore Debenedetti Franco. Sul CorrierEconomia di ieri Salvati, liberale, ha qualche difficoltà ad accodarsi ma si accoda. Le difficoltà derivano dal fatto che l'imposta di successione è un'imposta liberale, rimette un po' in riga le generazioni pizzicando gli accumuli di grandi patrimoni e i rentier di seconda, terza, quarta generazione. Eppure: è una discussione solo ideologica, dice, l'imposta è inefficace, i patrimoni volatili, la legge eludibile, dunque non se ne faccia niente. Sarà. Però sullo stesso giornale liberale e liberista che ospita l'intervento di Salvati Geminello Alvi scrive un editoriale intitolato «Premiare il lavoro non i patrimoni». E su un altro giornale liberale e liberista, il Sole 24 Ore, l'ex presidente dell'Eni e di Telecom Italia Franco Bernabé dice: «Non si può tassare il lavoro e la produzione con aliquote fiscali e contributive superiori al 40% e limitare, per esempio, i prelievi sui dividendi al 12,50% o abolire la tassa di successione». Constatazioni fatte all'interno di un discorso sul nuovo capitalismo «più rendite che profitti» e sui suoi protagonisti, gli immobiliaristi che stanno facendo il bello e il cattivo tempo su banche e giornali (il Corriere in primis).

Negli Stati uniti con argomenti liberali e liberisti un clan di arcimiliardari ha capeggiato l'opposizione all'abolizione delle imposte di successione. Da noi, tra i rampolli Coppola, Statuto, Ricucci (ma anche: Agnelli, De Benedetti e quant'altri) non si è lamentato nessuno.



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