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21 febbraio 2012

La recessione è un male necessario?

Gli economisti ortodossi, dopo aver dovuto ammettere che gli eretici avevano ragione nel dire che una politica economica restrittiva porterà alla recessione, non abbandonano la loro faccia di bronzo, forti del fatto di godere delle grazie dei padroni del vapore e di poter dire perciò tutto quello che vogliono. Ora la parola d’ordine è: la recessione è un male minore e necessario.

Ci prova Daniel Gros che afferma che i tagli fiscali negli Usa sono stati seguiti da deficit maggiori senza però verificare se oltre alla successione temporale ci sia un rapporto di causa ed effetto tra i due fenomeni. Inoltre Gros dimentica che la strategia dei tagli fiscali è solo una delle strade e cioè quella più connivente con le esigenze del Capitale e dunque la strategia più debole in quanto non è detto che le imprese investano i capitali che i tagli mettono loro a disposizione. Perché ci siano aspettative positive per gli investimenti ci vuole paradossalmente un segnale di tenuta se non di aumento della domanda interna per consumi, cosa possibile solo se non si attaccano i diritti ed i salari dei lavoratori.

 

 

Gros dice che un disavanzo inferiore deve portare nel tempo ad un debito più basso, sebbene questo peggiori nel breve periodo. Ciò sarebbe dovuto al fatto che la riduzione della spesa farebbe diminuire la domanda solo nel breve periodo, ma dopo poco l’economia ritornerebbe al livello precedente. Anche l’aumento parziale del premio di rischio a seguito del peggioramento dell’indebitamento nel breve periodo dovrebbe essere compensato dall’impatto a lungo termine della riduzione del deficit sul livello del reddito.

Come potete vedere siamo al mondo magico di De Martino : l’economia ritornerà al suo livello precedente come le maree, come l’alternarsi delle stagioni, come nei proverbi sapienziali. Quando e come non ci è dato sapere. Con il liberismo la scienza non è triste, ma inesistente, sostituita com’è dalla ricette della nonna e da un ignorabimus. Nel frattempo al lavoratore non resta che stare sotto ed impegnarsi nel blowjob.

 

 


7 dicembre 2010

Il successo rimosso della teoria marxista della crisi

Dopo la pubblicazione della Lettera dei 100 economisti, nonostante alcune sbrigative e presuntuose critiche, a poco a poco l'idea di fondo della Lettera e cioè la crisi come l'effetto di bassi salari (tenacemente portata avanti da Emiliano Brancaccio), di una distribuzione del reddito iniqua, sta prendendo piede anche se l'indicazione dei rimedi a volte risente ancora del guinzaglio del Capitale.

In realtà questa tesi spesso è nascosta anche in quelle narrazioni della crisi che finiscono con le giaculatorie contro le rendite e contro l’assenza di regole del sistema del credito.

 

 

Prendiamo ad es. tre testi che rientrano in questo paradigma :

Il primo è  Marco Onado - I nodi al pettine- Laterza.

A pagina 7 di questo testo la spiegazione dei bassi salari è dipinta in poche righe :

La straordinaria crescita dell’economia americana degli ultimi venti anni è avvenuta in un contesto generale di salari sostanzialmente fermi in termini di potere d’acquisto e di forte aumento delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito e, ancora di più, della ricchezza. Come  conciliare reddito costante e consumi crescenti ? Con il debito, si capisce.

Il secondo è Fabrizio Garimberti – SOS economia – Laterza

A pagina 132 e 133 di questo testo si dice “Salari e stipendi sono rimasti fermi o sono cresciuti poco. Nell’altalena della distribuzione dei redditi, meno redditi da lavoro vogliono dire più profitti. Questi cambiamenti nella distribuzione dei redditi minacciavano conseguenze su quella che gli economisti chiamano la domanda effettiva, cioè a dire la domanda di beni e servizi che si sviluppa nell’economia. Dato che i redditi da lavoro vengono spesi quasi tutti, mentre i redditi da profitti hanno un contenuto di domanda effettiva più basso, una redistribuzione dei redditi più avversa al lavoro rischia di ridurre la domanda effettiva. Perché questo non succeda bisogna che i lavoratori non riducano la loro spesa e questa nuova esigenza crea spazi per nuovi strumenti di debito che permettano alle famiglie di continuare a spendere come prima, indebitandosi.

Il terzo è Charles R. Morris – Crack – Elliot

A pagina 190-191 di questo libro si dice “Una classica spiegazione della Depressione, anche se ora poco gettonata, punta il dito contro la tendenza che vedeva aumentare i profitti di impresa più dei nuovi investimenti, mentre diminuiva l’incidenza dei salari sui redditi nazionali. La conseguenza fu un costante aumento nelle entrate del percentile più alto della popolazione, un aumento che veniva indirizzato verso il mondo degli asset finanziari…. Sì, suona familiare. Per la cronaca, dal 1980 al 2007,l’indennizzo totale degli impiegati, inclusi i benefit, è sceso dal 60,1% del Pil al 56,3%

Il quarto è Nouriel Roubini – La crisi non è finita – Feltrinelli

A pagina 61 di questo libro si dice “La storia non ha ancora dato ragione a Marx. Ma la sua tesi più generale, cioè che la crisi è un aspetto endemico del capitalismo,costituisce una intuizione estremamente importante. Dopo Marx,  gli economisti  hanno dovuto fare i conti con la possibilità che il capitalismo contenga in sé i germi della propria distruzione. Le crisi non sono il risultato di un evento banale, come l’apertura di nuovi mercati o il mutato atteggiamento psicologico degli investitori. Il capitalismo è crisi. La sua affermazione ha prodotto un livello di instabilità e di incertezza che non ha precedenti nella storia umana”.

Il quinto è Federico Rampini Le dieci cose che non saranno più le stesse – Mondadori

A pagina 103 di questo libro si dice :  Questo ci conduce alla madre di tutti gli squilibri, la vera origine della crisi che attraversiamo. I mutui subprime, in fin dei conti, da che cosa nascono ?Sono un’invenzione di ingegneria finanziaria che ha risposto ad un bisogno reale : milioni di famiglie americane non guadagnavano abbastanza per poter accantonare dei risparmi decenti. La casa era diventata per loro un sogno irrangiungibile. Il sistema bancario ha escogitato un modo per dare la casa a tutti, con la proliferazione dei mutui facili, concessi senza fare troppe domande. Tutte le sottigliezze diaboliche della finanza creativa poggiano su questa necessità reale. Una grossa quota della popolazione americana, nonostante  decenni di crescita del Pil, si ritrovava sempre con l’acqua alla gola, faticava ad arrivare alla fine del mese. Ha preso il vizio di vivere al di sopra dei suoi mezzi, ma non solo per leggerezza ed irresponsabilità : la verità è che i suoi mezzi erano chiaramente insufficienti. Dal momento che lo Stato aveva rinunciato ad operare una distrbuzione più equilibrata della ricchezza nazionale, l’indebitamento diventava una droga utile che nascondeva il problema delle disuguaglianze sociali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


6 dicembre 2010

l'Irlanda è la dimostrazione che il liberismo fa cilecca

L’Irlanda è stata da anni pubblicizzata da economisti di destra come l’esempio che l’Italia doveva

seguire : una nazione con poche tasse sulle imprese, con basso costo e grande flessibilità del lavoro, la quale grazie a questo tipo di politica economica e dei redditi ha avuto negli ultimi 15 anni uno sviluppo degno di una Tigre asiatica.

Ora però la crisi irlandese costringe tutti i retori del mainstream a rivedere i loro giudizi, ma naturalmente le loro diagnosi sono peggiori e praticamente più pericolose dei loro sperticati elogi.

Ma andiamo per gradi :

L’Irlanda ad inizio anni Novanta sembrava essere un’economia che non decollava con un tasso di disoccupazione del 13% (il massimo è stato del 1984 con il 16,9%) Intanto però già dal 1973 essa fruiva di fondi strutturali europei che furono utilizzati per creare le infrastrutture indispensabili per lo sviluppo. Infatti nel 2008 le incertezze legate alla ratifica del Trattato di Maastricht, nel quale una nazione serva del capitale straniero fingeva autonomia politica, motivarono un rancoroso articolo di qualche opinionista su come il benessere irlandese fosse dovuto al moltiplicatore di sovvenzioni forti da parte della UE, superiori assieme a quelle dell’Est Europa (vedi il caso della Polonia) a tutte le altre fornite ad altre nazioni europee.

Inoltre, se dal 1994 al 2000 la crescita media è stata del 9,79%, comunque dal  1973 al 1979 e dal 1984 al 1990 la crescita media è stata di circa il 5%, mentre il tasso di inflazione medio dal 1986 al 1990 è stato del 3,3%. Quindi una crescita più sostenuta era in atto già dal 1973, ma con un andamento più oscillatorio e con periodi negativi (dal 1980 al 1983, dovuto alla crisi energetica),  e con una disoccupazione a due cifre per tutti gli anni Ottanta.

L’indice di sviluppo umano dal 1970 al 1990 è comunque cresciuto da 0.738 a 0.808, mentre dal 1990 al 2010 è cresciuto al 0.908. Dunque quello degli anni Novanta è stato il secondo take-off dell’Irlanda, non il primo, e comunque anch’esso con periodi negativi (l’inflazione tra 2000 e 2001 ha una impennata, tanto che già nel 2002 si parla di fine del miracolo irlandese).

Questo secondo take-off è comunque molto squilibrato: esso dipende in maggior parte dagli investimenti esteri. Le imprese estere a un certo punto costituiscono il 35% del Pil e l’80% dell’export. L’andamento del movimento di capitali è molto variabile (si va dal -6,7 % del 1998 al +10% del 2001 al +0,4% del 2003, al -2,7% del 2006, al +14,2% del 2008). L’Irlanda dunque è sfruttata imperialisticamente dalle imprese straniere e fortemente condizionata nelle sue scelte di politica fiscale e del lavoro.

Il basso costo del lavoro e le basse tasse sulle imprese impediscono all’Irlanda di sfruttare a pieno tali investimenti : dato che la maggior parte dell’industria manifatturiera è di proprietà straniera, un considerevole ammontare di profitti viene rimpatriato ogni anno, determinando un esteso gap tra PIL e PNL (il più ampio tra i paesi OCSE), anche se negli ultimi anni è risultato tendenzialmente in calo (dal 20% del 2004 al 15% del 2007).  La natura dipendente ed instabile dell’economia irlandese viene evidenziata dal fatto che nel 2007 la spesa registrata per importazioni ed esportazioni rappresentava il 151% del PIL, tra le più elevate al mondo, anche se in calo dal 183,6% del PIL del 2000.

Comunque il miglioramento è notevole : la speranza di vita da 73/79 del 1996 balza a 77,5/82,3 del 2008, il tasso di mortalità scende da 8,8  del 1996 al 6,4 del 2008, il Pil pro-capite a parità di potere d’acquisto sale da 54 (dato Usa =100) a 97,9.

Tuttavia già nel 2003 ci si lamenta della divaricazione dei redditi, per cui questi dati lusinghieri vanno ritarati : i consumi sul Pil dal 72% del 1996 scendono al 62% del 2008. In senso assoluto essi aumentano (sono più che quadruplicati), ma per evitare crisi di sottoconsumo il problema è la loro percentuale sul Pil. L’unica produzione che serve soprattutto per i consumi interni (oltre magari quella alimentare) è quella edilizia : i presupposti ci sono, cioè lavoratori giovani che intendono accasarsi, ma la spesa è di quelle che ha bisogno del credito. Perciò la costruzione di immobili costituisce alla fine circa il 15-20% del Pil, mentre si sviluppa un sistema bancario che finisce per avere una dimensione eccessiva rispetto all’economia reale che redistribuisce poco.

Si finisce così (a causa del bassi salari) per generare un alto debito privato (i debiti delle famiglie sono pari al 160% dei redditi). In genere i teorici del mainstream erano attenti solo al livello del debito pubblico, giusto per predicare la necessità dei tagli agli stipendi pubblici e alle prestazioni sociali. Al contrario Godley e Sylos Labini, che abbracciavano altri paradigmi, hanno notato questo squilibrio. Solo l’insorgere della crisi sta sensibilizzando tutti a guardare il debito nella sua totalità (pubblico, estero, privato, delle imprese). E il debito complessivo dell’Irlanda era notevole, mentre la si elogiava per il suo basso debito pubblico (la spesa pubblica irlandese era mediamente appena del 33,8% del PIL rispetto al 47,5% dell'Area Euro nel suo complesso). Un problema tra gli altri era che le entrate fiscali di Dublino dipendevano eccessivamente dalla speculazione edilizia e la ristrettezza della base imponibile ha reso l’economia e le finanze del governo particolarmente vulnerabili alla recessione.  Inoltre se la bilancia commerciale è saldamente in attivo, il saldo delle c.d partite invisibili è talmente in passivo da rovesciare la situazione, per cui al 2008 il saldo delle partite correnti si trova a -4,9% del Pil. Si aggiunga a questo che le banche irlandesi hanno attinto a piene mani al fondo della Banca Centrale Europea, con la conseguenza che l’Irlanda finanzia a breve con questi prestiti quasi la metà della ricchezza annuale prodotta (il 45% del Pil).

L’Italia invece, criticata per il suo alto debito pubblico, ha un debito aggregato più basso di quello di Usa, Spagna e Gran Bretagna. E tuttavia rischia perché adesso la speculazione sta attaccando i bond, per costringere il Welfare a sventolare bandiera bianca.

C’è stato comunque il tentativo ridicolo da parte di Riccardo Sorrentino di attribuire a salari pubblici più alti una qualche incidenza sugli eventi, ma in questo caso il problema sarebbe dovuto essere inizialmente il debito pubblico e non quello privato. Qualcuno parla di consumati dal consumismo, ma sarebbe meglio parlare di consumati dai debiti e dalla domanda che sarebbe stata scarsa se si prescinde dal debito.

L’Irlanda finisce perciò per subire la crisi da bassi salari che, iniziata nel 2007 (sfociando in una crisi del debito privato), sta dilaniando l’economia del paesi più sviluppati ancora ora e si sta trasformando, grazie alla speculazione, in una crisi del debito pubblico. La maggior parte dei grandi hedge fund che operano sui titoli di stato europei aveva infatti venduto il proprio portafoglio di "periferici" ben prima della fase acuta delle difficoltà greche, molti già nell'autunno scorso (questo a sottolineare anche l’aspetto speculativo della questione).

Forse poi non è un caso che il pensiero unico abbia denunciato la crisi irlandese solo dopo qualche mese che il governo di questo paese aveva cercato di mettere un argine ai licenziamenti convenienti, con vincoli e sanzioni per le aziende che fanno operazioni fraudolente al fine di abbassare il costo del lavoro. Ma il capitalismo internazionale non perdona i servi fedeli che ad un certo momento alzano un poco la testa. Il capitalismo internazionale è come il fondamentalismo islamico : qualsiasi apostasia viene punita a carissimo prezzo. Il carattere dipendente ed  imperialistico della crescita irlandese subito viene a galla.

All’inizio del 2008 Riccardo Sorrentino si dichiara dispiaciuto di constatare (alla fine, ovviamente) che la speculazione edilizia e la bolla immobiliare, l’inflazione (che Garimberti aveva elogiato e che in realtà dal 2004 al 2006 era stata tra il 2 e il 3 %, quindi non a livelli così preoccupanti, quando nel 2000 e nel 2001 era stata al 4-5%) e la forte dipendenza dall’economia Usa esponevano l’Irlanda alla bolla immobiliare. Ma guarda !!!  

In realtà un’economia che si basa sul basso costo del lavoro e sulla subordinazione completa al capitale internazionale non può mai avere una crescita che non sia drogata e sottoposta al capriccio della speculazione, ma Sorrentino se ne accorge solo quando l’Irlanda prova a mettere la testa fuori del sacco e a proteggere un poco di più i suoi lavoratori.

Sarebbe interessante sapere se le banche irlandesi abbiano acquistato titoli del debito pubblico irlandese : se non lo avessero fatto, sarebbero state dei parassiti senza scrupoli che mettono nei guai lo Stato che si precipita a salvarle. Ma, facendolo, rischiano nuove difficoltà se i bond irlandesi vengono attaccati dalla speculazione, a meno che la proposta fatta da Roubini (quella dello scambio di asset tra il paese che si avvia al default e gli altri) non sia seguita da aiuti volti non a ridurre i consumi interni, ma ad aumentarli creando al tempo stesso i presupposti di una nuova crescita (nuove infrastrutture ?).

Qualcuno dice che l’Irlanda debba pentirsi della solenne promessa di garantire tutti i depositi bancari: 400 miliardi di euro, il doppio del Pil. E tuttavia alla fine degli anni Ottanta il governo svedese ha avuto una crisi simile, ma è riuscita a risolverla sia pure con dei sacrifici (accettabili). Il problema è un livello di salari e di entrate pubbliche fiscali che non costringa ad un eccessivo indebitamento (né pubblico, né privato).

Il governo irlandese riceve inizialmente applausi perché cura la malattia con le stesse sostanze che l’hanno causata (abbassamento dei salari, tagli allo Stato sociale), ma la crisi di questi giorni è la conferma schiacciante che tale salasso aggrava la crisi invece di attenuarla (anche Krugman ha notato almeno l’inutilità dei salassi).  Ogni taglio alla spesa pubblica, nelle circostanze attuali, porterà ad un calo della produzione di due volte nel primo anno, e un calo complessivo di sei volte il taglio iniziale nell'arco di cinque anni. I dati del PIL irlandese sono a loro volta gonfiati, in parte, dalle multinazionali americane che spostano in Irlanda le vendite e i profitti maturati altrove per avvalersi di imposte sulle società pari al 12,5% (le più basse dell'area OCSE, tanto che qualcuno protesta per la presenza di una sorta di Stato offshore dentro la stessa UE). Rispetto ai settori interni, che rappresentano la stragrande maggioranza delle entrate fiscali, le misure sinora prese dal governo sono ora pari al 11,5% del PNL. I consumatori, spaventati dalle perdite di posti di lavoro e dal calo dei redditi, tagliano la spesa. Di conseguenza, le entrate dalla tassazione sono crollate, a partire da € 48 miliardi nel 2007 a una proiezione del governo di € 31 miliardi nel 2010. E ' la scomparsa di questi € 17 miliardi di gettito fiscale che è quasi interamente la responsabile di un deficit di bilancio, che si prevede quest'anno di € 18.7 miliardi. Nel frattempo, nonostante i tagli ripetuti allo stato sociale a vario titolo, e a tutte le voci di spesa pubblica, le spese di welfare sono salite passando da € 20.6 miliardi nel 2007 ai € 35.9 miliardi per effetto dell’aumento della disoccupazione e della povertà.

La teoria economica dominante ha fallito. Ha voglia il Bordin a denunciare i presunti sciacalli che approfittano di questa crisi, ha voglia a propinare i semplicistici slogan del too big to fail. Bisogna cambiare. Questo naturalmente solo se la classe lavoratrice si assume la responsabilità di guidare i processi sociali invece di essere mortificata dal Capitale. Altrimenti da questo momento in avanti il conflitto tra nazioni ed aree geo-economiche aumenterà e si getteranno le basi per il terzo conflitto mondiale : entro 15 anni.

 

 


15 settembre 2010

La crisi degli anni Settanta : Mandel e le onde lunghe

 

L’interpretazione delle onde lunghe offerta da Mandel e incentrata sul movimento del tasso di profitto e sui fattori che lo influenzano. Egli preferisce il termine onde lunghe e non cicli lunghi, per meglio sottolineare che non si tratta di automatismi. Mandel spiega l’inversione della congiuntura espansionistica con un processo endogeno, mentre per contro l’uscita dalla depressione deriverebbe da fattori esogeni extraeconomici (tesi di Trotzkij). Per Mandel come per Schumpeter la fase di espansione prolungata è legata alla messa in atto di una rivoluzione tecnologica centrata su di un tipo specifico di macchine. Vi furono dapprima macchine come il telaio, prodotte artigianalmente e mosse da macchine a vapore. Poi ci sono macchine, come le locomotive, prodotte industrialmente, azionate da specialisti e mosse da motori a vapore. In seguito sistemi di macchine azionati da operatori semi-qualificati e mossi da motori elettrici (come l’automobile). Infine macchine concepite per la produzione a flusso continuo, integrate entro sistemi semi-automatici, resi possibili dall’elettronica.

 

 

 

Ma Mandel vede chiaramente che ogni sistema di macchine implica un certo tipo di organizzazione del lavoro e che la transizione dall’uno all’altro si scontra con la resistenza operaia nella misura in cui si accompagna alla degradazione delle condizioni di lavoro. Essa avrebbe luogo per Mandel sotto la pressione del capitale che, verso la fine del periodo di espansione lunga, non riuscirebbe più a compensare il declino del tasso di profitto, con l’allungamento dell’orario di lavoro o con l’intensificazione del lavoro, dovendo fare i conti con le lotte sociali. Ogni trasformazione nell’organizzazione del lavoro, resa possibile dalle rivoluzioni tecnologiche successive, emerge da tentativi coscienti del capitale di spezzare la resistenza della classe operaia all’accrescimento del tasso di sfruttamento ed aumentare i propri strumenti di controllo. L’uscita dalla depressione lunga si realizzerebbe per l’azione di un fattore esogeno che provocherebbe una inversione di tendenza del tasso di profitto e consentirebbe la messa in atto divenuta profittevole, della rivoluzione tecnologica e in un certo senso covava sotto la cenere e che si organizza intorno ad un nuovo sistema di macchine. A tal proposito Mandel si rifà ai lavori di G. Mensch che ha messo in evidenza l’apparizione di grappoli di innovazioni di base nel corso delle fasi di depressione lunga. L’analisi di Mandel apporta elementi interessanti ma resta tuttavia insufficiente, specialmente per ciò che concerne la spiegazione della fuoriuscita dalle depressioni lunghe, in quanto i fattori esogeni indicati sono in realtà fortemente legati alle contraddizioni del sistema economico. Inoltre la genesi delle rivoluzioni tecnologiche è poco esplicitata.


7 settembre 2010

L'analisi liberista della stagflazione

Di fronte al ritorno di un fenomeno nel quale non si credeva più, gli economisti hanno reagito sia tentando di integrarlo nel quadro generale dell’analisi teorica precedente sia tentando una innovazione. In quest’ultima categoria rientrano gli economisti francesi della scuola della regolazione e gli economisti radicali americani.

 

 

Per la teoria neoclassica dell’equilibrio economico generale l’aggiustamento tra offerta e domanda su ciascun mercato si può realizzare attraverso la variazione dei prezzi, i quali si fissano per tentativi. In quest’ottica la disoccupazione non può essere che volontaria e deriva dal rifiuto dei lavoratori di occuparsi ad un tasso di salario che un mercato libero potrebbe lasciar precipitare molto al di sotto del livello oggi garantito dalla legge. Ma un simile processo di aggiustamento presuppone un banditore in grado di centralizzare tutta l’informazione. Paradossalmente il modello di equilibrio generale che si ritiene essere proprio di un’economia di mercato, rappresenta un’economia fortemente coordinata che non corrisponde affatto all’economia capitalistica. La scuola neoclassica dimentica questa condizione essenziale e si adagia nella concezione che bisogna lasciar operare i mercati senza perturbazioni da parte dello stato. La crisi è solo un fatto congiunturale ed anzi si può dire che non esiste una teoria neoclassica della crisi. Ad es. per i neoclassici questa crisi degli anni ’70 è una turbolenza scatenata da cause esterne alle economie nazionali, i cui effetti sono soltanto amplificati da fattori interni. I fattori esterni sarebbero fenomeni di disordine apparsi sui mercati mondiali : la de regolazione del mercato delle materie prime e la de regolazione del mercato monetario internazionale. Ma se si considera la crisi del petrolio da una parte, l’analisi dei suoi effetti mostra che essa non può spiegarne né l’ampiezza né la durata. Inoltre essa è sopravvenuta dopo un lungo periodo di stagnazione dei prezzi internazionali a beneficio dei paesi industriali. Quanto al disordine monetario, esso è molto più un effetto che una causa nella misura in cui è il prodotto del comportamento dei principali attori sul mercato mondiali (le imprese transnazionali). Scatenato da fattori esogeni, il riflusso dell’espansione sarebbe stato amplificato da imperfezioni interne, soprattutto dalla rigidità verso il basso dei salari a causa delle organizzazioni sindacali e la conseguente disoccupazione. Un altro grande fattore perturbatore sarebbe costituito dall’intervento dello Stato :

·         Per i seguaci dell’economia dell’offerta, consiglieri economici iniziali di Reagan, che si rifanno alla scuola di Buchanan, la pressione fiscale e gli oneri sociali sono eccessivi. Gravando sui redditi di lavoro e di capitale questi prelievi tenderebbero a ridurre l’incentivo a lavorare, risparmiare ed investire, mettendo in questione le motivazioni di una economia che si fonda sull’iniziativa privata e suscitando delle attività parallele. Questa critica risulta rafforzata secondo questi economisti dalla tesi che, essendo la disoccupazione volontaria, l’incremento della spesa pubblica in periodi di sotto-occupazione non avrebbe l’effetto moltiplicatore di rilancio descritto da Keynes e che a posteriori finanzia l’operazione senza ridurre la spesa privata, ma invece eserciterebbe solo un effetto di spiazzamento sostituendosi a spese private.

·         I monetaristi di Milton Friedman postulano che essendo la tendenza naturale di una economia di mercato l’equilibrio, la sola politica monetaria conseguente consisterebbe nell’evitare che la moneta intervenga a perturbarla ed a creare delle instabilità. Essi accusano le politiche Keynesiane di avere creato l’inflazione con le loro manipolazioni monetarie dirette a stimolare l’attività economica.

·         L’economista liberale austriaco Von Hayek criticano Keynes vedendo nelle sue politiche una causa della crisi contemporanea attraverso l’inflazione di credito che sarebbe stata provocata dal forte abbassamento del tasso di interesse di mercato. Queste politiche facilitando il ricorso al credito senza modificazione dei comportamenti di risparmio, sostenendo la domanda, riducendo il costo dell’investimento ed elevando artificialmente il rendimento di quest’ultimo, avrebbero provocato l’inflazione (modo di aggiustamento del risparmio all’eccesso di investimento) e condotto al sovrainvestimento degli anni ’60. Una tale analisi sottolinea correttamente l’insufficienza di politiche troppo globali, ma offre nello stesso tempo un’analisi dell’investimento che ignora i comportamento concreti delle grandi imprese, per le quali il tasso di interesse non è che un elemento tra molti altri nell’elaborazione delle loro strategie di accumulazione.

 


27 agosto 2010

Gennaro Zezza : Vizi metodologici e ideologie neoliberiste

Vizi metodologici e ideologie neoliberiste

Gennaro Zezza* - 16 Agosto 2010

Il recente articolo di Roberto Perotti (Il Sole 24 Ore, 18 luglio) a commento dell’intervento di Canale e Realfonzo (Il Sole 24 Ore, 15 luglio) accentua una visione caricaturale del dibattito tra gli economisti, creando forse qualche confusione [1]. Perotti inizia affermando – giustamente – che identificare il “neo-liberismo” con una metodologia di analisi basata sull’ipotesi che gli individui siano razionali, e i mercati efficienti è una caricatura della realtà, in quanto gli sviluppi moderni della teoria economica sono dedicati allo studio delle situazioni in cui i mercati non funzionano ed è quindi necessario un intervento correttivo. Adottare la metodologia “dominante” non vuol dire essere neo-liberista, tanto che tale metodologia è usata dalla “scuola di Chicago” quanto dai neo-Keynesiani. Che questa sia la metodologia dominante lo ha argomentato autorevolmente Olivier Blanchard, in un articolo del 2008 sullo “stato della macroeconomia” che, sosteneva, “is good”. Ma a conclusione del suo articolo, in modo a mio avviso caricaturale, Perotti divide il mondo degli economisti tra i “neo-liberisti”, che verificano con i dati le loro ipotesi, e i loro critici, che, guidati solo dall’ideologia, volutamente ignorano il funzionamento del capitalismo moderno perché ritengono che vada soppresso.

A me sembra invece che, prescindendo – ma non troppo! – dalle ideologie, vi sia un problema con la metodologia dominante, e un problema del “neo-liberismo”. Che lo stato della macroeconomia non sia buono lo ha rilevato già Paul Krugman (New York Times Magazine, 2.9.2009) a commento dell’articolo di Blanchard. Alla base del metodo dominante c’è l’ipotesi di un mondo di agenti che si comportano in modo razionale, e si dimostra che, se i mercati sono efficienti e valgono numerose altre ipotesi irrealistiche, il sistema economico raggiunge il massimo benessere senza bisogno di interventi esterni. Poiché il mondo che osserviamo non raggiunge questo risultato, si introducono nel modello delle modifiche – imperfezioni dei mercati, mancanza di informazione, ecc..

In ogni caso, il funzionamento del sistema si ottiene a partire da comportamenti individuali ottimali – il modello macroeconomico deve essere “microfondato”. Le analisi macroeconomiche che non siano riconducibili a questo approccio vengono di fatto considerate “non scientifiche” e ignorate dal pensiero dominante. Un certo numero di economisti, tuttavia, ritiene più utile seguire un approccio, che era proprio anche di Keynes e altri economisti classici, in cui lo studio del sistema economico è basato su ipotesi sui comportamenti aggregati, ad esempio dell’insieme delle famiglie o delle imprese. Con qualche forzatura, potremmo dire che il metodo dominante in economia – traslato in un altro ambito – studierebbe il corpo umano a partire da singole cellule “rappresentative” che si uniscono a formare organi che interagiscono tra loro, mentre il pensiero “eterodosso” ritiene legittimo studiare direttamente le relazioni tra gli organi, senza preoccuparsi di far derivare il comportamento del cuore dalle singole cellule che lo compongono.

La teoria dominante ha progressivamente marginalizzato il pensiero eterodosso, e sarebbe giusto così se i modelli moderni fossero più utili alla comprensione del mondo. La crisi che stiamo attraversando ha invece mostrato tutti i limiti della metodologia dominante, i cui modelli non erano in grado né di prevedere né di spiegare la recessione. Al contrario, modelli eterodossi basati su una attenta analisi dei dati, in particolare della rilevanza dell’indebitamento, avevano previsto per tempo l’insostenibilità della crescita e la inevitabilità di una crisi (si veda Bezemer, “Lezioni per il futuro? No, c’è chi ha visto la crisi”, Il Sole 24 ore, 9.9.2009). Tra questi i lavori di Wynne Godley e del Levy Institute, basati su un modello econometrico fondato su una visione eterodossa, post-Keynesiana, del funzionamento dell’economia. Lavori che vengono però sostanzialmente ignorati dal mondo accademico (ma non da alcuni operatori sui mercati finanziari…).

Con l’arrivo della crisi, dopo un iniziale momento di sconcerto tra gli economisti della teoria dominante, con qualche apertura verso approcci alternativi, un’esplosione di interesse verso l’economia comportamentale, ecc., mi sembra ora prevalere un atteggiamento difensivo della validità di una metodologia che ha mostrato tutti i suoi limiti.

Per quanto riguarda invece il neo-liberismo, il discorso credo vada affrontato su tutt’altro piano. Vi sono due idee chiave del pensiero neo-liberista che mi sembra abbiano mostrato tutti i loro limiti. La prima (ideologia?) è che un trasferimento della quota di reddito dai salari ai profitti, unita ad una riduzione delle aliquote marginali di imposta per le classi più abbienti, avrebbe generato maggiore risparmio, e quindi maggiore investimento, e una crescita più rapida i cui effetti benefici si sarebbero diffusi a tutta la società. I dati ci mostrano che la distribuzione del reddito è cambiata in questa direzione negli Stati Uniti e in Europa dalla metà degli anni 80 ad oggi, ma quando questa crescita del reddito c’è stata, a beneficiarne è stata una piccola minoranza – la più ricca – delle famiglie, mentre la famiglia media, a fronte di un reddito stagnante, ha cercato di aumentare il proprio tenore di vita ricorrendo in maniera crescente all’indebitamento. Per questo, nella Lettera degli economisti, si fa riferimento a politiche redistributive come una delle condizioni per uscire dalla crisi nel medio periodo. Si è replicato che questa teoria ignora i dati, che mostrano una crescita dei salari in linea con la produttività. Ma una parte della modifica nella distribuzione del reddito è avvenuta tramite differenze crescenti nelle retribuzioni del management rispetto alle categorie di impiegati ed operai, e quindi confrontare il dato aggregato dei salari che include i compensi del management non è particolarmente pertinente.

La seconda idea (o ideologia) neo-liberista riguarda l’efficienza dei mercati, una volta lasciati liberi di operare. Sulla base di questa ideologia si sono deregolamentati i mercati finanziari, sostenendo che il risultato sarebbe stato una migliore allocazione del rischio, e il finanziamento di una maggiore quantità di investimenti. Il risultato mi sembra sia stato un aumento nella quota di reddito trattenuta dal sistema finanziario, una maggiore instabilità dei mercati, e la più massiccia caduta degli investimenti dal dopoguerra.

Concordo con Perotti: sarebbe ora di discutere basandosi sui dati e abbandonando ideologie, come quella neo-liberista, ma anche quella dell’individuo razionale ottimizzante, che hanno fatto il loro tempo.

*Professore di economia politica nell’Università di Cassino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 
[1] L’articolo di Rosaria Rita Canale e Riccardo Realfonzo criticava le proposte di politica economica avanzate dal mainstream e sottolineava i risultati raggiunti dalla letteratura keynesiana italiana. Alle critiche rivolte da Perotti e Antonio Guarino (18 luglio) nei confronti dei due autori hanno risposto sul Sole 24 Ore Paolo Leon (20 luglio), Antonella Stirati (20 luglio) e poi, insieme, Aldo Barba e Giancarlo de Vivo (26 luglio).
[2] Il grafico in basso riporta una delle possibili misure della variazione nella distribuzione del reddito negli Stati Uniti: il limite delle classi di reddito, misurate a prezzi costanti. Come si nota, le fasce di reddito più basse hanno conosciuto solo un piccolo aumento nella loro capacità di spesa, rispetto alle classi di reddito più elevate.

 

 
 

 

 

 

Gennaro Zezza collabora con il Levy Institute. Si tratta di quegli economisti come Godley che hanno previsto questa crisi con quasi 10 anni d'anticipo, mentre un altro economista che non vedeva di buon occhio i neoclassici, Sylos Labini, cominciava a vederla solo cinque anni prima. Niente però rispetto a signori comeEngle e Becker che proclamavano alla signora marchesa che tutto andava ben. Basterebbe questo per rendere meno sicuri loro signori quando valutano la Lettera dei 100 economisti.


9 marzo 2010

Leonardo Masella : Cina, capitalismo o socialismo ?

Il capitalismo, secondo Marx, Lenin e tutti i grandi padri del socialismo, è un sistema sociale fondato sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo attraverso l'estrazione del plusvalore. E il socialismo è la fine di questo sistema, è la socializzazione (e non solo la statalizzazione) dei mezzi di produzione. In Urss c'è stata una rivoluzione che ha portato il partito comunista al potere e sotto la sua direzione c'è stata la statalizzazione (integrale) dei mezzi di produzione. Da questa prima fase necessaria non si è passati mai alla socializzazione (e quindi alla democratizzazione), per vari motivi, probabilmente oggettivi. Questo ha portato, con alti e bassi, con momenti migliori e momenti peggiori, ad una burocratizzazione del potere, ad un allontanamento del proletariato e del popolo dalla partecizione alla costruzione del socialismo, alla perdita di incentivi di qualunque natura, e quindi ad una stagnazione dell'economia, e infine alla crisi e al crollo - purtroppo per tutti e a vantaggio dell'imperialismo - della fine degli anni '90. Ma anche in Urss non si poteva parlare di socialismo ma di capitalismo di stato governato dal partito comunista animato dal tentativo di costruzione di una società socialista.


La Cina, anche sulla base della lezione dell'Urss, ha evitato l'errore dell'economia interamente statalizzata e ha consentito e consente lo sfruttamento da parte di imprese private cinesi e straniere della manodopera, cioè l'estrazione del plusvalore a fini di accumulazione privata del capitale. E non stiamo parlando di piccole imprese come i barbieri, i ristoranti, qualche negozio di vestiti (che per esempio non sono consentiti a Cuba), ma anche di grandi imprese produttive di migliaia di lavoratori, di proprietà di grandi imprenditori cinesi miliardari o di proprietà di multinazionali americane, europee, giapponesi. Questo incentivo alla produzione, alla vendita, all'arricchimento, ha consentito di evitare la stagnazione economica sovietica, ha portato alla dinamizzazione dell'economia, ed oggi ha portato la Cina ad essere una delle potenze economiche più importanti del pianeta.
Contemporaneamente la Cina ha mantenuto il controllo (attraverso lo Stato e il partito comunista) dei settori strategici dell'economia e del funzionamento dello Stato (il sistema finanziario, le telecomunicazioni, i mass-media, l'energia, i trasporti, eccetera) e ha mantenuto l'obbiettivo di evitare il deterioramento sociale e ambientale che invece il classico capitalismo neoliberista trascura. Questo forte controllo statale (e del partito) ha consenito alla Cina di evitare la crisi economica e sociale del capitalismo neoliberista e finanziario degli ultimi anni, che ha investito gli Usa e la Ue.
Dunque anche in Cina non c'è il socialismo, ma una economica fondamentalmente capitalistica (un forte capitalismo produttivo a forte sfruttamento della forza lavoro a basso costo) a forte controllo statale e con l'obbiettivo del partito di una (graduale, lunga, quando ce ne saranno le condizioni) transizione al socialismo.
Io sono stato in Cina, ho visitato le zone speciali vicine a Shangai, ho parlato con dirigenti cinesi, con manager, con imprenditori, con operai, con giovani, con la gente normale. Io giudico l'esperimento cinese molto interessante e nel metodo molto positivo perchè molto innovativo, rivoluzionario, perchè ha rivoluzionato le concezioni dogmatiche del marxismo (sia del "marxismo rivoluzionario" troskista che del "marxismo-leninismo" staliniano) sul rapporto stato-mercato, che sono state una delle cause principali (assieme all'assenza di democrazia "proletaria" e di partecipazione popolare) della stagnazione economica, della crisi e infine del crollo dell'Unione Sovietica. Ci sono rischi nelle scelte cinesi ? Certamente, come in ogni scelta innovativa e rivoluzionaria. Solo conservando l'esistente non si corrono rischi, ma a volte si va lentamente verso la fine, come ha fatto l'Urss degli ultimi anni. La Cina non aveva scelta, se non voleva ripetere l'esperienza economica fallimentare dell'Urss e se voleva evitare di essere spazzata via. Ora si tratterà di evitare di farsi prendere la mano dal capitalismo, anche perchè purtroppo nella società civile cinese, fra le giovani generazioni, c'è il grande rischio - che ho potuto verificare di persona - che attecchisca la cultura dell'impresa e del profitto, dell'arricchimento, compresa la mentalità dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo senza scrupoli e senza vincoli. Ma da questo punto di vista il fatto che lo Stato e con esso il partito comunista abbiano un controllo consistente della situazione, delle banche, dei settori strategici dell'economia, dei mezzi di informazione, rappresenta una certa garanzia, anche se la situazione è aperta, c'è un dibattito ed uno scontro nel partito, nello stato e della società, il cui esito non è per niente scontato.
Io poi non sostengo la tesi, molto in voga a sinistra, che la Cina abbia un sistema economico di capitalismo neo-liberistico selvaggio. Anzi penso proprio il contrario: che la Cina ha una economia di mercato (e quindi capitalistica) con un fortissimo controllo dello Stato (e quindi del partito comunista), e questo le dà la forza di resistere alla crisi economica mondiale (che quindi è una crisi non del sistema capitalistico, altrimenti anche la Cina sarebbe in crisi, ma appunto è crisi del neoliberismo e dell'imperialismo del dollaro, che infatti sembra avviato alla fine). Nè penso - come pensano alcuni - che la Cina abbia restaurato il capitalismo, anche perchè in Cina non c'è mai stato il capitalismo, ma una sorta di sistema economico feudale. Solo ora c'è il capitalismo, sia pure, ripeto, un capitalismo non finanziario ma produttivo governato dallo Stato e dal partito, che - fra l'altro - stanno tentando di evitarne gli eccessi, sia nello sfruttamento selvaggio dei lavoratori che nella distruzione dell'ambiente.
Per concludere la mia rifliessione, io credo che dovremmo abituarci a vedere le cose con i pregi e i difetti, con le luci e le ombre, con i rischi e le possibilità, nè tutto bianco nè tutto nero. Per la Cina dell'oggi, cosi' come per l'Unione Sovietica di ieri, evitando sia lo spirito liquidatorio che quello propagandistico o conservativo, che vede tutto in continuità ortodossa (altro modo per liquidare).


5 marzo 2010

Walden Bello : perchè il liberismo resiste

 Il recente crollo dell'economia globale - causato, tra le altre cose, dalla mancata regolamentazione dei mercati finanziari - ha ulteriormente eroso la credibilità del neoliberismo, che continua però ad esercitare una forte influenza sulla maggior parte degli economisti e dei manager economici. Per loro il neoliberismo resta il discorso per definizione, nonostante i suoi evidenti limiti.



Perché si continua a invocare i mantra neoliberisti, quando le promesse di questo approccio dottrinario sono state contraddette dalla realtà quasi a ogni passo?
Il neoliberismo è un approccio che vede nel mercato il regolatore fondamentale dell'attività economica e mira a ridurre al minimo l'intervento dello stato nella vita economica. In tempi recenti esso è stato identificato con l'economia stessa, data la sua egemonia in quanto paradigma di questa disciplina, dato cioè il fatto che il neoliberismo ha scalzato gli altri approcci in quanto forme legittime dell'agire economico.
Poiché l'economia è vista in molti ambienti come una «scienza dura», un po' come la fisica - essendo, ad esempio, l'unica scienza sociale per cui c'è un Premio Nobel - il neoliberismo ha avuto un'influenza enorme e pervasiva non solo nei circoli accademici ma anche in quelli politici (secondo una certa visione, nella hard science rientrano le scienze biologiche e le altre discipline basate su dati «oggettivi», mentre le scienze sociali sono relegate al ruolo di soft science in quanto viene loro attribuita minore validità scientifica, ndt). Mentre l'Università di Chicago, casa del guru del neoliberismo economico Milton Friedman, diventava la fonte della saggezza accademica, nei circoli dei tecnocrati il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale erano considerati le istituzioni chiave per tradurre questa teoria in politica, con un insieme di prescrizioni pratiche applicabili a tutte le economie.
È sorprendente realizzare come il neoliberismo sia diventato un paradigma egemonico solo di recente. Fino alla metà degli '70 del Novecento, l'ortodossia era l'economia keynesiana, che considerava necessaria per la stabilità e la crescita regolare una buona dose di intervento statale. In quello che veniva chiamato il Terzo Mondo, l'approccio dominante era lo sviluppismo, che prescriveva la teoria keynesiana alle economie che non erano state ancora sufficientemente penetrate e trasformate dal capitalismo. Lo sviluppismo aveva una corrente più conservatrice ed una più progressista, ma entrambe vedevano nello stato, e non nel mercato, il meccanismo centrale per lo sviluppo.
Ritengo siano tre i motivi per cui il neoliberismo resta dominante nonostante i suoi fallimenti.
Primo, in determinati paesi in via di sviluppo, come le Filippine, continua ad essere pervasiva l'idea che la corruzione spieghi il sottosviluppo. Poiché lo stato è considerato la fonte della corruzione, un rafforzamento del suo ruolo nell'economia, anche come regolatore, è visto con scetticismo. Il discorso neoliberista si lega molto chiaramente a questa teoria della corruzione, con la sua minimizzazione del ruolo dello stato nella vita economica e la sua idea che rendere più dominanti le relazioni di mercato nelle transazioni economiche a spese dello stato possa ridurre le opportunità di corruzione da parte dei soggetti economici e statali.
Ad esempio, per molti filippini, e non solo nella classe media, lo stato corrotto - e non le relazioni di disuguaglianza generate dal mercato e l'erosione degli interessi economici nazionali determinata dalla liberalizzazione del commercio e dei mercati finanziari - continua ad essere il principale ostacolo a un maggiore benessere. Esso è visto come il maggiore impedimento allo sviluppo e ad una crescita economica sostenuta. La corruzione naturalmente è da condannare per ragioni morali e politiche, ma questa presunta correlazione tra corruzione, sottosviluppo e povertà ha poca ragion d'essere.
Secondo, nonostante la profonda crisi del neoliberismo, non è emerso nessun discorso o paradigma alternativo credibile, sia a livello locale che a livello internazionale. Non c'è niente che assomigli alla sfida che l'economia keynesiana rappresentò per il fondamentalismo del mercato durante la Grande Depressione, agli inizi degli anni '30 del Novecento. Le sfide lanciate da economisti di successo come Paul Krugman, Joseph Stiglitz e Dani Rodrik restano dentro i confini dell'economia neoclassica, con la sua equazione tra welfare sociale e riduzione del costo unitario di produzione.
Terzo, l'economia neoliberista continua a proiettare un'immagine di «scienza dura» perché è stata completamente matematizzata. All'indomani della recente crisi finanziaria, questa sua estrema formalizzazione e matematizzazione è stata criticata dagli stessi economisti. Alcuni hanno sostenuto che il fine ultimo della pratica economica è diventato la metodologia e non la sostanza, e che di conseguenza la disciplina ha perso il suo contatto con i trend e i problemi del mondo reale. Vale la pena osservare che John Maynard Keynes, egli stesso una mente matematica, era contrario alla matematizzazione dell'economia proprio per il falso senso di solidità che quella le conferiva. Come osserva il suo biografo Robert Skidelsky, Keynes era «notoriamente scettico sull'econometria»; per lui i numeri erano «semplicemente indizi, stimoli per l'immaginazione», e non l'espressione di certezze o probabilità di eventi passati e futuri.
Perciò, per superare il neoliberismo bisognerà andare oltre l'adorazione dei numeri che spesso celano il reale, e oltre lo scientismo che si maschera da scienza.


21 ottobre 2009

Guglielmo Forges Davanzati : la precarietà come freno alla crescita

 La crisi del pensiero liberista si manifesta, al momento, come riconoscimento della necessità di un maggior intervento pubblico in economia, quanto più possibile temporaneo, e preferibilmente limitato alla sola regolamentazione dei mercati finanziari. Nulla si dice sulla deregolamentazione del mercato del lavoro, ben poco se ne dibatte, e si stenta a riconoscere che, nella gran parte dei casi, si è trattato di un clamoroso fallimento per gli obiettivi espliciti che si proponeva: così che la ‘flessibilità’ del lavoro resta, anche in regime di crisi, un totem. E’ opportuno premettere che, ad oggi, in Italia, non si dispone di una stima esatta del numero di lavoratori precari: il che, in larga misura, riflette le numerose tipologie contrattuali previste dalla legge 30, alcune delle quali censibili come forme di lavoro autonomo. L’Istat individua 3 milioni e 400 mila posizioni di lavoro precarie, a fronte dei 4 milioni di lavoratori precari censiti dall’Isfol[1].
Gli apologeti della flessibilità prevedevano, già dagli anni ottanta, che la rimozione dei vincoli posti alle imprese dallo Statuto dei lavoratori in ordine alla libertà di assunzione e licenziamento avrebbe accresciuto l’occupazione, e dato impulso a una maggiore mobilità sociale, tale da portare anche alla crescita delle retribuzioni medie. Dal 2003, anno di entrata in vigore della legge 30 (la cosiddetta Legge Biagi), che ha impresso la più significativa accelerazione alla destrutturazione del mercato del lavoro in Italia, il tasso di occupazione in Italia non è aumentato, e nei tempi più recenti è aumentata semmai la disoccupazione, anche al netto della crisi in atto. Può essere sufficiente ricordare che, come certificato dall’Istat, nel 2008, il tasso di disoccupazione è passato al 6,7%, dal 6,1% dell’anno precedente[2]. Per quanto riguarda i salari, nel rapporto OCSE del maggio 2009 si legge che con un salario netto di 21.374 dollari, l’Italia si colloca al ventitreesimo posto della classifica dei 30 Paesi più industrializzati, e che – nel corso dell’ultimo decennio – è il Paese che ha dato maggiore impulso alle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro[3].



Vi sono due ordini di ragioni per le quali le politiche di flessibilità riducono l’occupazione e i salari:
1) La precarietà disincentiva le innovazioni. Ciò accade perché se un’impresa può ottenere profitti mediante l’uso ‘flessibile’ della forza-lavoro, e, dunque, comprimendo i salari e i costi connessi alla tutela dei diritti dei lavoratori, non ha alcuna convenienza a utilizzare risorse per finanziare attività di ricerca e sviluppo. Le quali, peraltro, danno risultati di lungo periodo, difficilmente compatibili con ritmi di competizione – su scala globale – sempre più accelerati. La compressione delle innovazioni riduce il tasso di crescita e, di conseguenza, l’ammontare di prodotto sociale destinabile al lavoro dipendente[4].
2) La precarietà riduce la propensione al consumo. La somministrazione di contratti a tempo determinato accresce, infatti, l’incertezza dei lavoratori in ordine al reddito futuro. Al fine di mantenere un profilo di consumi nel tempo quanto più possibile inalterato – ovvero al fine di non impoverirsi nel caso di mancato rinnovo del contratto – è ragionevole attendersi un aumento dei risparmi oggi per far fronte all’eventualità di dover consumare domani senza reddito da lavoro. Contestualmente, per l’operare di ciò che viene definito ‘effetto di disciplina’, la minaccia di licenziamento accresce l’intensità del lavoro. Il corollario è duplice: da un lato, le imprese fronteggiano una domanda di beni di consumo in calo; dall’altro, possono produrre quantità maggiori di beni e servizi con un numero inferiore di lavoratori. L’esito inevitabile è il licenziamento o la non assunzione[5].
A ciò si può aggiungere un’ulteriore considerazione. La compressione della domanda, conseguente alla riduzione dei salari e dunque dei consumi derivante dalle politiche di precarizzazione, incentiva le imprese a ridurre gli investimenti produttivi – dal momento che la produzione di merci non troverebbe sbocchi - e a dirottare quote crescenti del proprio capitale monetario in attività finanziarie[6]. Si tratta di un fenomeno noto come “divenire rendita del profitto”, che è alla base dei recenti processi di ‘finanziarizzazione’, e che è accentuato dall’accelerazione dei tempi necessari di produzione e vendita per far fronte alla concorrenza su scala globale. Si calcola, a riguardo, e con riferimento agli Stati Uniti (e l’economia italiana non ne è esente), che l’emissione netta di azioni da parte delle imprese non agricole e non finanziarie è diventata permanentemente negativa nel periodo compreso fra il 1994 e il 2007[7]. Ciò significa che l’acquisizione di profitti mediante la speculazione nei mercati finanziari è stata la strategia prevalente negli ultimi dieci anni, e preferita dalla gran parte delle imprese (soprattutto di grandi dimensioni) rispetto alla produzione “reale”, ovvero nella produzione di beni e servizi. Il processo ha dato luogo progressivamente a effetti di retroazione: la precarizzazione del lavoro, comprimendo la domanda, ha indotto le imprese a usare le proprie risorse in usi improduttivi, ovvero nella finanza ultra-speculativa, che dà rendimenti elevati e in tempi rapidi mediante il solo scambio di moneta contro moneta. Il che ha determinato un’ulteriore compressione della produzione e, dunque, dell’occupazione e dei salari. Letta in quest’ottica, la precarizzazione è stata - ed è - causa e, al tempo stesso, effetto della finanziarizzazione. Essa ha contribuito al venir meno di quel “patto implicito” sul quale, secondo Keynes, poteva reggersi la riproduzione capitalistica: consentire ai capitalisti di appropriarsi della “parte migliore della torta”, ma solo a condizione di farne investimenti produttivi per farla diventare più grande[8].



[1] Con la precisazione – non irrilevante - che la precarietà riguarda prevalentemente le donne, che già costituiscono il segmento dell’offerta di lavoro meno presente nel mercato del lavoro italiano.
[2] Va considerato che nel periodo che intercorre fra il c.d. pacchetto Treu e il 2006 si è registrato, in Italia, un aumento dell’occupazione, imputato in ambito neoliberista, proprio alle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro. Tuttavia, come mostrato in particolare da Antonella Stirati, la crescita dell’occupazione si è avuta nei settori nei quali sono meno diffusi i contratti atipici, così che la crescita dell’occupazione nel periodo considerato deve essere attribuita ad altre variabili. Si veda A.Stirati, La flessibilità del mercato del lavoro e il mito del conflitto tra generazioni, in P.Leon e R.Realfonzo (a cura di), L’economia della precarietà. Roma: Manifestolibri 2008, pp.181-191.?
[3] Le premesse ideologiche di queste politiche sono state efficacemente individuate da Angelo Salento, su questa rivista. Per un’analisi degli aspetti economico-giuridici delle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro si rinvia all’intervento di Luigi Cavallaio del 9 dicembre 2008 su questa rivista.
[4] Si rinvia, su questi aspetti, a G. Forges Davanzati and A. Pacella, Minimum wage, credit rationing and unemployment in a monetary economy, “European Journal of Economic and Social System”, 2009, vol.XXII, n.1. Per un inquadramento più generale del problema, sotto il profilo teorico ed empirico, si veda anche P.Leon e R.Realfonzo (a cura di), L’economia della precarietà, Roma: Manifestolibri, 2008.
[5] Per una trattazione analitica di questa tesi, si veda G. Forges Davanzati and R. Realfonzo, Labour market deregulation and unemployment in a monetary economy, in R. Arena and N. Salvadori (eds.), Money, credit and the role of the State, Aldershot: Ashgate, 2004, pp.65-74.
[6] In tal senso, risulta non recepibile la tesi secondo la quale la ‘finanziarizzazione’ dipenderebbe da una modifica delle preferenze degli operatori finanziari, che avrebbero assunto maggiore propensione al rischio. Sul tema, v. A.Graziani, La teoria monetaria della produzione, Arezzo: Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, 1994, pp.155-156.?
[7] Si veda K.H. Roth, Crisi globale, proletarizzazione globale, contro-prospettive. Prime ipotesi di ricerca, in A. Fumagalli e S.Mezzadra (a cura di),  Crisi dell’economia globale, Verona: Ombrecorte 2009, pp.175-208.
[8] Si può incidentalmente osservare che ciò che può sembrare, in prima battuta, un luogo comune - i precari non possono permettersi di fare figli - è, a ben vedere, assolutamente vero. L’Eurispes registra che la scelta della maternità è strettamente legata alle condizioni economico-sociali delle donne e, in particolare, alla precarietà lavorativa. Circa i due terzi degli intervistati si dichiara impossibilitato a progettare un ampliamento del proprio nucleo familiare, imputando questa scelta alla ‘flessibilità’ del proprio contratto di lavoro. L’Istat certifica che, al 2008, l’Italia è tra i paesi al mondo col più basso indice di natalità, con una media di 1,30 figli per donna, il che innanzitutto non consente il cosiddetto “ricambio delle generazioni”, e il tasso di natalità degli italiani è in costante calo da almeno un decennio. Si può indurre che gran parte del fenomeno – che ovviamente attiene anche a modificazioni di ordine sociale e culturale – è imputabile alla straordinaria diffusione di contratti a termine, e ha un risvolto di lungo termine (etico ed economico) che è totalmente trascurato, se non altro perché la riduzione del tasso di natalità - al netto delle immigrazioni - implica una futura riduzione dell’offerta di lavoro e del PIL potenziale futuro.

 


29 settembre 2009

Intervista a Brancaccio

 

CRISI, LIBERO SCAMBIO E PROTEZIONISMO.

INTERVISTA A EMILIANO BRANCACCIO

 

di Alessandra Lo Fiego

 

 

(versione aggiornata di una intervista pubblicata

su Essere comunisti 13/14, settembre 2009)

 

 

Mentre il governo minimizza e ci racconta che il peggio è passato, ci avviciniamo ad un autunno di licenziamenti, chiusure di siti produttivi, crollo del reddito operaio, aumento vertiginoso della disoccupazione. Quale scenario economico e sociale si sta delineando?

 

Nel prossimo futuro potremo anche registrare qualche euforico sussulto dei prezzi di borsa, e magari anche della produzione. Ma al di là degli scossoni temporanei, c’è motivo di ritenere che la crescita futura della produzione e del reddito sarà in generale più lenta e più fiacca che in passato. Il tracollo della finanza americana rappresenta infatti un dato strutturale, di portata storica, e quindi difficilmente gli Stati Uniti potranno nuovamente proporsi come locomotiva globale, come “spugna assorbente” delle eccedenze produttive degli altri paesi. Il problema è che al momento non sembra sussistere nel mondo un credibile sostituto della “spugna” americana. La situazione per certi versi somiglia al periodo tra le due guerre mondiali, quando la Gran Bretagna venne spodestata dal ruolo di leader monetario del mondo e gli Stati Uniti erano ancora riluttanti a sostituirla. Oggi come allora l’assenza di una leadership monetaria rappresenta un rebus di difficile soluzione, uno dei tipici problemi di coordinamento di fronte ai quali il meccanismo della riproduzione capitalistica entra in crisi. Ciò significa che probabilmente andiamo incontro a una fase caratterizzata da una domanda globale debole, e quindi da una crescita della produzione troppo bassa per indurre le imprese a riassumere i lavoratori licenziati a seguito della recessione. Inoltre, quando la crescita della domanda e della produzione risulta debole, è facile che si verifichi anche disoccupazione tecnologica: cioè aumenta la probabilità che i lavoratori licenziati a causa di mutamenti tecnici e organizzativi non vengano più riassorbiti dal sistema. Per questi motivi, in media e soprattutto nei paesi occidentali potremmo trovarci di fronte ad un periodo non breve di aumento della disoccupazione.

 

Quali potrebbero essere gli sbocchi politici immediati dell’attuale recessione?

 

Non mi sembra realistico scommettere sulla possibilità che le grandi potenze economiche si siedano presto attorno a un tavolo per  costruire assieme una nuova “spugna” del mondo, in grado di sostituire quella americana. Ritengo più probabile che per un po’ di tempo ogni paese cercherà una soluzione “interna” al problema della caduta del commercio mondiale. A questo proposito, finora ha prevalso una strategia più o meno surrettizia di “salto al collo del vicino”. Molti paesi cioè hanno praticato politiche di ulteriore contenimento dei salari e di aumento dei sussidi alle imprese, allo scopo di rendere più competitive le produzioni nazionali e magari di conquistare quote di mercato altrui. Questo tipo di comportamento, scoordinato e conflittuale, può anche dare i suoi frutti nel breve periodo, ma a lungo andare non fa altro che aggravare la crisi globale. Alcuni paesi potrebbero allora tentare di sganciarsi da questa spirale recessiva mondiale per puntare su uno sviluppo più autonomo, maggiormente fondato sulla domanda interna, e quindi meno dipendente dalle esportazioni.

 

I paesi che sceglieranno di puntare sulla domanda interna diventeranno protezionisti?

 

E’ ovvio che se un paese decide di espandere la domanda interna dovrà poi introdurre degli accorgimenti per far sì che la maggior parte di quella espansione si rivolga alla produzione nazionale, anziché a quella estera. Nel mondo qualche segnale in tal senso già ce l’abbiamo.

 

Ma noi come dovremmo giudicare questa tendenza? In polemica con te, Marco Revelli ha sostenuto che il protezionismo potrebbe rivelarsi l’anticamera per nuove tentazioni nazionaliste e guerrafondaie… 

 

Non è il solo. Su Liberazione o sul manifesto capita spesso di trovare “protezionismo” e “fascismo” appaiati, quasi che fossero la stessa cosa. Ma queste sono banalizzazioni pericolose. Trovo che a sinistra sia alquanto diffuso un tremendo equivoco attorno al dilemma tra apertura globale e protezionismo. Probabilmente le incomprensioni nascono dal fatto che molti intellettuali commettono l’errore di considerare l’attuale internazionalismo del capitale come una sorta di erede moderno del vecchio internazionalismo del movimento operaio. Ma la realtà è che si tratta di fenomeni in totale contrasto tra loro. L’internazionalismo del capitale sta ad indicare il grande processo di globalizzazione al quale abbiamo assistito nell’ultimo trentennio, che è consistito nella crescente apertura dei mercati ai movimenti internazionali di capitali, di merci e in parte anche di lavoratori. L’internazionalismo operaio promuoveva invece la solidarietà e la fratellanza tra i lavoratori dei diversi paesi, e quindi si basava principalmente sul ripudio della guerra, economica e soprattutto militare. E’ chiaro che siamo di fronte a concetti antagonistici: l’internazionalismo del capitale infatti inasprisce la competizione tra i lavoratori dei vari paesi, e quindi può facilmente compromettere la solidarietà tra di essi. Lo stesso Marx, che protezionista non era, ironizzò sulle tesi di chi confondeva libero scambio, pace e fraternità sostenendo che «chiamare fraternità universale lo sfruttamento a livello cosmopolitico è un’idea che avrebbe potuto nascere solo nella mente della borghesia». Trovo quindi errato l’atteggiamento di chi a sinistra difende più o meno consciamente questo tipo di internazionalismo, e magari si esprime contro l’eventualità che si vada verso una fase di minore apertura dei mercati.

 




Stai dicendo che l’eventuale avvio di una fase protezionista potrebbe rappresentare una occasione politica per il movimento dei lavoratori?

 

Non voglio dire che i lavoratori dovrebbero considerare il protezionismo come una infallibile soluzione per i loro mali. Alla luce della esperienza novecentesca sappiamo che una relativa chiusura del mercato interno può esser declinata in vari modi, non tutti necessariamente auspicabili: in alcuni casi può rientrare tra le strategie di aggressione intercapitalistiche che sono tipiche dei tempi di crisi, e può quindi essere accompagnata da una ulteriore azione repressiva sul lavoro; in altri casi può invece ridurre il peso del cosiddetto “vincolo esterno”, e può dunque favorire lo sviluppo delle rivendicazioni sociali. In effetti abbiamo evidenze storiche dell’uno e dell’altro segno. E’ chiaro però che se a sinistra persiste una lettura ingenua della questione dell’apertura o meno dei mercati, difficilmente una eventuale fase di “de-globalizzazione” potrà essere sfruttata a vantaggio degli interessi del lavoro. Sotto questo aspetto l’analisi di Revelli, e di molti altri, mi sembra idealistica, e quindi non in grado di riconoscere i diversi possibili esiti della torsione storica in atto.

 

In Italia un vero dibattito su questi temi, e più in generale sull’indirizzo di politica economica del paese, stenta ad affiorare. L’attenzione sembra più che altro rivolta ai costumi sessuali del premier, e magari lo si lascia indisturbato a smantellare il settore pubblico e a smontare pezzo per pezzo la Costituzione. Quanto è concreto secondo te in questo momento, in Italia, il pericolo di una deriva “post”- democratica?

 

Con il prolungarsi della crisi e con l’aumento conseguente delle tensioni sociali, è possibile che questo governo sia tentato da soluzioni drastiche sul piano istituzionale ed economico, e da un impiego non estemporaneo ma strategico degli strumenti di repressione di cui dispone. Ma la forza di Berlusconi e della sua alleanza non deriva dal suo potenziale anti-democratico (o post-democratico, che dir si voglia). A mio avviso l’attuale destra di governo trae linfa e consensi dalla sua eccezionale capacità di alimentare una continua guerra tra le diverse categorie di lavoratori: privati contro pubblici, precari contro stabili, autonomi contro dipendenti, giovani contro anziani, settentrionali contro meridionali, nativi contro immigrati. E’ contro questa tendenza a dividere i lavoratori che bisognerebbe concentrare gli sforzi dell’opposizione. Non mi persuade invece l’idea di contrastare l’esecutivo definendolo semplicemente “nemico” della Costituzione e della democrazia. Dovremmo infatti ricordare che l’attacco alla Costituzione e il restringimento degli spazi di esercizio democratico non nascono certo in questa legislatura. La nostra Carta costituzionale è materialmente incompatibile con gli indirizzi di politica economica e istituzionale di tutti i governi che si sono succeduti da almeno un quindicennio a questa parte. La piena apertura dei mercati e la completa liberalizzazione dei movimenti di capitale, il Trattato di Maastricht, lo smantellamento progressivo dei diritti del lavoro, sono tutti provvedimenti che hanno agito in simbiosi con le controriforme elettorali e con il depotenziamento delle aule parlamentari, e hanno quindi allargato lo squarcio tra la Costituzione formale e la sua attuazione materiale. Pertanto, a chi nell’opposizione sembra propenso a invocare genericamente la difesa della Costituzione repubblicana e ad agitare l’ennesima, consunta bandiera dell’anti-berlusconismo, dovremmo chiedere se piuttosto sia disponibile a costruire una opposizione fondata su concrete proposte di riunificazione del lavoro. Perché è sul bivio tra divisione e coesione dei lavoratori che oggi più che mai si gioca la costruzione di un blocco sociale vincente.       

 

Sotto quali condizioni a tuo avviso si potrebbe tornare a scommettere su una rinnovata coesione tra i lavoratori?

 

Il problema è che in questi anni - anche a causa di scelte nefande da parte delle sinistre al governo - i divari tra le diverse categorie di lavoratori sono effettivamente cresciuti, sia sul versante dei redditi che su quello più generale delle condizioni di lavoro e di vita. Oggi più che in passato sussistono grandi differenze tra i livelli di vita di un dipendente pubblico stabilizzato, di un precario del settore privato e di un immigrato clandestino che lavori sotto la minaccia dell’espulsione. Parlare quindi frettolosamente di “classe”, come se fosse un mantra, una parola taumaturgica, rischia di produrre un effetto di ripulsa, opposto a quello desiderato. Il paradigma marxiano delle “classi sociali” resta a mio avviso analiticamente superiore al paradigma dell’individualismo metodologico, e quindi può tuttora considerarsi fecondo anche sul piano politico. Ma sarebbe sbagliato adoperare la parola “classe” per fini agitatori senza una profonda spiegazione preliminare del suo significato. Per esempio, all’universo frammentato dei lavoratori bisognerebbe in primo luogo comunicare che le sperequazioni tra di essi sono risultate funzionali all’accrescimento di un’altra sperequazione, molto più grande e decisiva: quella tra i lavoratori presi nel loro complesso e i percettori diretti o indiretti di profitti e rendite. Basti pensare agli aumenti di produttività del lavoro: nell’ultimo trentennio, in quasi tutto il mondo, gli incrementi del potenziale produttivo dei lavoratori non sono andati a vantaggio dei dipendenti pubblici, né dei precari, e nemmeno ovviamente degli immigrati. Praticamente tutta la ricchezza aggiuntiva creata dall’aumento di produttività del lavoro è stata assorbita dai redditi da capitale…

 

…ciò nonostante i lavoratori seguitano in molti casi a farsi la guerra tra loro. Quali sono le parole d’ordine attorno alle quali si potrebbe cercare di riunificarli?

 

Comincerei col dire che ad ogni slogan che punti a dividere i lavoratori, se ne dovrebbe contrapporre un altro che miri a compattarli. Prendiamo ad esempio gli slogan della Lega. Sappiamo che questo partito invoca le “gabbie salariali” allo scopo di differenziare maggiormente le retribuzioni tra Nord e Sud, e di rimediare così al fatto che i prezzi al Nord sono un po’ più alti che nel Mezzogiorno. I leghisti sostengono quindi che le “gabbie” servono a eliminare una discriminazione che danneggia i lavoratori settentrionali. Ora, io non sto qui a soffermarmi sulle varie incoerenze della proposta leghista. Mi limito solo a far presente che i divari di prezzo tra una metropoli e una località di provincia possono risultare anche più ampi di quelli tra Nord e Sud, per cui volendo applicare la logica leghista fino in fondo dovremmo immaginare contrattazioni differenziate pure tra città e paesini, tra zone ben collegate e zone isolate, e così via, senza più riuscire a mettere un punto fermo. Ma il punto chiave è che se di discriminazione vogliamo davvero parlare, allora forse dovremmo partire da fenomeni ben più macroscopici, come ad esempio quelli creati dalle leggi di deregolamentazione e di precarizzazione del lavoro che la Lega in questi anni ha sempre sostenuto e promosso. A causa di questo smantellamento del diritto del lavoro, oggi possiamo trovarci in una situazione in cui, per esempio, due lavoratori del Nord lavorano nella stessa azienda, con le stesse identiche qualifiche e le stesse mansioni, e ciò nonostante vengono sottoposti a norme diverse, a contratti diversi, a salari totalmente diversi e persino a padroni diversi. Altro che introduzione delle “gabbie salariali”, dunque. Qui c’è piuttosto da abbattere la gabbia della precarizzazione, che scientificamente divide al suo interno la classe lavoratrice, al Nord come al Sud, e che la Lega ha contribuito in modo decisivo a edificare.

 

Oltre alle gabbie salariali la Lega agita pure la bandiera del blocco dell’immigrazione….

 

Certo, e in questo caso lo scopo è di trarre alimento dalle divisioni tra lavoratori nativi e migranti. La Lega trae enormi consensi da questa strategia. Alcuni ritengono che ciò dipenda da un moto irrazionale identitario dei nativi contro i migranti, i quali verrebbero concepiti come un tipico “caprio espiatorio”, un nemico esterno da annientare. Ciò è senz’altro possibile, ma i dati rivelano che la xenofobia dei lavoratori nativi scaturisce anche dal pericolo concreto, materiale, che gli immigrati alimentino una concorrenza ancor più sfrenata sui salari, sui posti di lavoro, sul welfare e sugli spazi metropolitani. Per motivi dunque non solo identitari ma anche strettamente materiali la linea della Lega è finora risultata vincente, e qualcuno a sinistra sembra essersi rassegnato a subirne la forza dirompente. Al contrario, io credo che la bandiera del blocco dell’immigrazione possa e debba essere efficacemente contrastata issando una bandiera alternativa: quella del blocco dei movimenti di capitale. Bisognerebbe cioè comunicare ai lavoratori nativi che, invece di far la guerra agli immigrati, dovrebbero unirsi con essi attorno all’obiettivo di  impedire al capitale di scorazzare liberamente da un capo all’altro del mondo, a caccia della tassazione più favorevole, dei minimi vincoli ambientali, dei salari più bassi e delle massime opportunità di sfruttamento del lavoro. Talvolta cerco di sintetizzare questo ragionamento affermando che se vogliamo liberare i migranti, allora dobbiamo arrestare i capitali.. Adopero volentieri queste parole d’ordine poiché le considero non solo efficaci nella lotta politica, ma anche istruttive per la sinistra. Dobbiamo infatti capire che se vogliamo davvero riunificare i lavoratori, se per esempio vogliamo costruire un legame sociale tra lavoratori nativi e immigrati, non possiamo più appellarci al buon cuore della gente. Dovremmo invece avanzare proposte precise e credibili, nelle quali gli uni e gli altri possano riconoscersi. Questo è un punto molto importante, poiché vedo che a sinistra troppe volte si pretende di affrontare questi problemi sulla base di un umanesimo ingenuo, secondo cui basterebbe dichiarare che l’altro sono io per stemperare ogni conflitto. Questo “buonismo” è totalmente inadeguato ai tempi di ferro che stiamo attraversando, ed è pure sintomo a mio avviso di una diffusa pigrizia intellettuale e politica. 

 

Mettiamo allora da parte ogni “buonismo”, e interroghiamoci sulla possibilità concreta di riunificare i lavoratori attorno alla parola d’ordine del blocco dei capitali. A questo proposito, non c’è comunque il rischio che il blocco dei movimenti di capitale danneggi i lavoratori dei paesi meno sviluppati, che necessitano di risorse finanziarie esterne per uscire dalla povertà?

 

No. E’ vero piuttosto il contrario. La libera circolazione internazionale dei capitali ha scatenato una competizione senza freni, che aumentando i rischi di attacco speculativo sulle valute ha drasticamente ridimensionato la sovranità politica dei singoli paesi - specie se meno sviluppati - e che ha dato avvio a una lunga e profondissima deflazione salariale mondiale. Da questo vortice recessivo sono riusciti almeno in parte a sottrarsi solo quei paesi che hanno mantenuto qualche forma di relativa chiusura dei loro mercati ai movimenti internazionali di capitale. La Cina è un esempio emblematico, in questo senso.    

 

A seguito della grande recessione in corso si è tornati a parlare, anche nei nostri ambienti, di “crisi finale del capitalismo”. Che ne pensi?

 

L’idea di una “crisi finale del capitale” viene solitamente portata avanti dagli eredi più o meno consapevoli delle correnti bordighiste del marxismo, e in genere si basa sulla “legge” di caduta tendenziale del saggio di profitto. La versione marxiana tradizionale di quella legge non funziona, ma credo sia possibile individuare nuove modalità di riscontro della medesima.  Da un punto di vista politico, tuttavia, il tema della “crisi finale” è delicato. Quando tra i militanti si discute della legge di caduta del profitto, noto che si cade facilmente in un clima “destinale”, che spesso li spinge verso analisi superficiali e fuorvianti. Ai militanti sedotti da questo tipo di discussioni uso dire che il Capitale di Marx non è il Vangelo secondo Giovanni, e che le complicate riflessioni sulla “crisi finale” del capitale sono una cosa un po’ diversa dalle premonizioni sull’Apocalisse. Credo allora che i militanti farebbero meglio a porsi interrogativi più immediati, e in un certo senso più smaliziati. Per esempio, sarebbe ora di analizzare in profondità il rapporto tra i meccanismi di auto-riproduzione del capitalismo e degli apparati ideologici che lo sorreggono da un lato, e i meccanismi di auto-riproduzione dei partiti che si dichiarano anti-capitalisti dall’altro. Se la sopravvivenza delle strutture di questi partiti finisce per dipendere in misura decisiva dalla partecipazione agli organi di governo o di sotto-governo, la definizione stessa di “anti-capitalisti” rischia di diventare un ossimoro, una vera e propria contraddizione in termini. E’ chiaro infatti che sotto condizioni di inesorabile dipendenza “riproduttiva”, la crisi non può mai logicamente assumere il carattere di “occasione storica”. Questa è una questione importante, sulla quale bisognerebbe indagare senza semplificazioni né inutili moralismi, ma anche senza reticenze.

 


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