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7 marzo 2011

Krugmanite : l'ipocrisia del mainstream sul Nordafrica

In realtà le analisi fatte da Eichengreen, Rodrik, Rogoff e Krugman rivelano solo l’ipocrisia del mainstream degli economisti. Da un lato essi non possono esimersi dal riscontrare che il problema è nella distribuzione del reddito, dall’altro sembrano considerare questa redistribuzione come un fatto che ha origini solo all’interno di questi paesi, senza contare le azioni dei paesi più ricchi e capitalisticamente avanzati del pianeta.

La sintesi neoclassica vuole venderci ancora le sue ricette : vu' cumprà ?

 

Krugman è addirittura ridicolo in questo doppio registro. In un articolo spiega che gli investimenti provenienti da paesi con una più debole domanda interna cercano i paesi in via di sviluppo, dall’altro lato nega che la politica della Fed c’entri qualcosa con l’aumento dei prezzi dei beni alimentari in questi paesi e se la prende, come Don Ferrante, con le stelle, il clima e la Cina che non vuole svalutare.

Rogoff parla di lavoratori qualificati che trovano lavoro e lavoratori meno qualificati che lo perdono, ma non spiega perché la quantità di lavoratori qualificati e competitivi sia così irrisoria rispetto al resto. Tutti constatano i fenomeni, ma pochi si fermano a cogliere le relazioni sociali esistenti tra di essi. Non è un caso.

Tutti stanno con i pantaloni in mano, ma si ostinano a correre nella direzione di prima. Hanno troppa paura che qualcuno tiri il guinzaglio con forza e li faccia stramazzare

 


27 febbraio 2011

Le rivoluzioni dell'Africa settentrionale secondo Rodrik, Rogoff e Krugman

Secondo Eichengreen le agitazioni in Tunisia ed in Egitto riflettono il fallimento da parte di governi nella distribuzione della ricchezza. Dal 1999 le due nazioni sono cresciute ad un ritmo di circa il 5% annuo. Tuttavia i benefici derivati dalla crescita non sono arrivati ai giovani insoddisfatti. La quota dei lavoratori al di sotto dei 30 anni è molto elevata il che implica prospettive molto più limitate da un punto di vista economico. A causa di un settore manifatturiero sottosviluppato, gran parte dei giovani lavoratori con scarse competenze e basso livello di educazione è forzato a ripiegare sul settore informale.

 

Dani Rodrik mette invece in evidenza il fatto che la Tunisia è posizionata al sesto posto tra 135 paesi in termini di miglioramento dell’Indice di sviluppo umano (Isu), mentre l’Egitto si è piazzato al 14° posto. Egitto e Tunisia hanno eccelso soprattutto su istruzione e sanità. L’aspettativa di vita della Tunisia (età media 74 anni) prevale su quella di Ungheria ed Estonia. Il 69% dei bambini egiziani va a scuola e lo stato in tutte e due paesi ha fornito servizi sociali e distribuito su vasta scala i benefici della crescita economica. Eppure alla fine non è bastato. Non sempre i miglioramenti economici sono ricompensati con la popolarità politica. Inoltre le buone politiche economiche non sempre coincidono con la buona politica. Tunisia ed Egitto (come molti altri paesi del medio oriente) sono rimasti paesi autoritari, governati da gruppi dirigenti corrotti e clientelari. Il governo egiziano si è posizionato al 111° posto su 180 paesi per quanto riguarda la corruzione.

Infine una rapida crescita economica non compra da solo la stabilità politica, fino a che non si consenta alle istituzioni politiche di svilupparsi e maturare rapidamente. La stessa crescita economica genera mobilitazione economica e sociale, cioè fonte primaria di instabilità politica.

Rodrik cita Huntington che dice che il cambiamento economico e sociale sviluppa la coscienza politica, ne moltiplica le richieste e ne amplia la partecipazione. Aggiungendo i social media (come Facebook e Twitter) le forze destabilizzanti azionate dal rapido cambiamento economico possono diventare enormi. Queste forze assumono maggiore potenza quando si amplia il gap tra mobilitazione sociale e qualità delle istituzioni politiche. La risposta alle richieste dal basso è un misto di compromesso, reazione e rappresentanza. Quando le istituzioni sono sottosviluppate, esse eludono queste richieste nella speranza che svaniscano da sole o che siano insabbiate dai miglioramenti economici. Questo modello si è dimostrato molto fragile.

Non è detto per Rodrik che un regime politico in grado di gestire queste pressioni dal basso sia democratico nel senso occidentale del termine. Basti pensare a sistemi politici che non agiscono mediante libere elezioni e con partiti politici concorrenti. Alcuni potrebbero fare riferimento a Singapore come esempio di regime autoritario durevole di fronte ad un rapido cambiamento economico. Ma l’unico tipo di sistema politico andato a buon fine nel lungo periodo è quello associato alle democrazie occidentali.

Sia Eichengreen che Rodrik parlano poi della Cina, e non è un caso.

Rogoff dice che la disuguaglianza in termini di reddito, ricchezza ed opportunità è probabilmente più elevata ora all’interno di ogni paese, rispetto a qualsiasi altro periodo dell’ultimo decennio. Le società per azioni hanno le tasche piene di denaro dal momento che il loro impulso all’efficienza continua a produrre enormi profitti. Ma la percentuale di lavoratori sta calando, a causa dell’alto tasso di disoccupazione, della riduzione delle ore lavorative e dei salari stagnanti.

I gradi di disuguaglianza tra i vari paesi stanno diminuendo, grazie alla costante e robusta crescita dei mercati emergenti. Tuttavia la maggior parte delle persone non guarda ai cittadini di paesi lontani, ma solo al proprio vicino.

I mercati azionari si sono ripresi, molti paesi vedono una impennata dei prezzi relativi agli immobili privati o commerciali. Il rialzo dei prezzi per le materia prime sta portando enormi entrate ai proprietari di miniere e campi petroliferi, proprio nel momento in cui i rincari degli alimenti base stanno scatenando rivolte alimentari e rivoluzioni su vasta scala.

A tormentare numerosi lavoratori poco qualificati c’è una elevata e prolungata disoccupazione. In Spagna la disoccupazione supera il 20% e non serve che i governi adottino misure di austerity.

Dati i livelli di debito pubblico registrati numerosi paesi, sono pochi i governi che possono operare una nuova redistribuzione dei redditi. Ad es. paesi come il Brasile hanno già livelli così alti di trasferimenti dai ricchi ai poveri che ulteriori manovre comprometterebbero la stabilità fiscale e la credibilità anti-inflazione. Paesi come Cina e Russia avrebbero maggiore libertà di azione per la redistribuzione, ma sono molto cauti per paura di destabilizzare la crescita.

Le cause della crescente disuguaglianza all’interno dei diversi paesi sono comprensibili : viviamo in un’era in cui la globalizzazione espande i mercati per gli individui supertalentuosi ma è in contrasto con il reddito dei lavoratori ordinari.  La competizione tra i paesi in fatto di individui qualificati e settori proficui costringe i governi a stabilire elevate aliquote fiscali per i ricchi. La mobilità sociale è ostacolata dal fatto che i ricchi mandano i figli in scuole private, mentre i poveri non possono permettersi nemmeno di mandare i figli a scuola.

Marx ha previsto che il capitalismo non avrebbe potuto sostenersi politicamente all’infinito, ma, contrariamente alle sue previsioni, il capitalismo ha sviluppato standard di vista sempre più alti per oltre un secolo, mentre i tentativi di attuare sistemi radicalmente diversi sono venuti a mancare.

Eppure con una disuguaglianza del genere, la situazione è vulnerabile e l’instabilità può esprimersi ovunque. Quaranta anni fa le rivolte civili e le manifestazioni di massa scossero il mondo sviluppato, dando vita a riforme sociali e politiche di ampio respiro.

Rogoff si chiede come si manifesterà il cambiamento e che forma assumerà alla fine il nuovo patto sociale e ritiene che è difficile ipotizzare che il processo sarà pacifico e democratico.

L’unico punto chiaro è che la disuguaglianza non è solo una questione a lungo termine. I timori sull’impatto della disuguaglianza tra i redditi stanno già frenando al politica fiscale e monetaria sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo, i quali tentano di liberarsi delle politiche superespansive adottate durante la crisi finanziaria.

Rogoff conclude che la capacità dei paesi di gestire le crescenti tensioni sociali generate dalla profonda disuguaglianza separerà i vincitori ed i perdenti nel prossimo ciclo di globalizzazione. La disuguaglianza sarà la maggiore incognita durante il prossimo decennio di crescita globale.

Per Krugman si potrebbe stabilire un parallelo tra l’insurrezione egiziana e la rivoluzione popolare che travolse Marcos nelle Filippine nel 1986. In entrambi i casi, la gente è scesa in piazza contro un dittatore che era stato per molto tempo alleato degli Stati Uniti ed era stata mobilitata, più che da un’ideologia specifica, dalla corruzione percepita del governo. Le Filippine non sono diventate la Svezia, ma comunque liberarsi di Marcos fu una cosa buona. Molti commentatori hanno paragonato la situazione agli eventi che nel 1998 misero fine alla dittatura di Suharto in Indonesia. Ma per Krugman c’è una differenza fondamentale tra le rivolte in Indonesia e nelle Filippine  e quella in Egitto. Nei primi due casi le crisi politiche fecero seguito a gravi crisi economiche : Marcos cadde vittima della crisi del debito latino americano degli anni ’80. Suharto fu travolto dalla crisi finanziaria asiatica del 1998. Invece negli ultimi anni l’Egitto ha registrato una buona crescita, ma i frutti di questa crescita non sono arrivati agli strati più poveri e la disoccupazione giovanile è un problema enorme. Forse la morale della storia è che il prodotto interno lordo non spiega mai tutto.

 


10 gennaio 2011

Galbraith : la retorica dell'azionariato popolare

Un’altra truffa  consiste nel tentativo di attribuire alla proprietà, agli azionisti e ai sottoscrittori di obbligazioni un ruolo quale che sia nel governo dell’impresa. Avendo il capitalismo lasciato il posto al management più burocrazia, si attribuisce alla proprietà (soprattutto quella dispersa tra tanti azionisti) una rilevanza fittizia.

 

In questo caso l’inganno ha aspetti ritualizzati : una è il consiglio di amministrazione, selezionato dal management, pienamente subordinato al management, ma ascoltato in quanto voce degli investitori. Consiste in un certo numero di uomini, con l’aggiunta doverosa di qualche donna,la cui conoscenza dell’impresa può anche essere nulla. Il ruolo dei suoi membri è di semplice assenso. In cambio di una retribuzione e di qualche buffet, i consiglieri accettano di essere periodicamente informati dal management sul già deciso e l’universalmente noto. L’approvazione è data per scontata, compresi gli emolumenti dei dirigenti, decisi dai dirigenti stessi.

 


19 dicembre 2010

Galbraith : la retorica della libertà di scelta

E’ un dato di fatto che i media e i politici esercitino nelle campagne elettorali un’opera di persuasione sugli elettori. Grandi somme sono stanziate a questo scopo, tutt’altro che di nascosto. Ma è ai consumatori, non agli elettori, che si rivolgono le ancor più vaste, costose e sofisticate tecniche di persuasione legate alla gestione del mercato. Nemmeno l’abbinamento a notiziari e programmi di intrattenimento è trascurato, pur di conquistare il favore del potenziale acquirente. Le spese corrispondenti sono considerate normali e contabilizzate come tali. Altrettanto normale è giudicato l’impiego dei migliori e più pagati talenti della musica pop, del cinema e del teatro.

 

 

Per questi professionisti un elevato livello di creatività e compensi altrettanto elevati rappresentano la norma. Non meno dell’elettore ha diritto a diverse opzioni. E alcuni ne approfittano ed adottano uno stile di vita esterno al sistema, che tende ad essere giudicato eccentrico. Ma la possibilità di scegliere e l’uso che se ne fa non diminuiscono, per quanto riguarda il mercato, l’efficacia della persuasione. La teoria e l’insegnamento dell’economia sono ovunque molto lontani dalla realtà, tranne che nelle business school.

 

 

 

 

 

 


24 agosto 2010

Possiamo tutti desiderare il bene reciproco : risposta ad Ashoka

Non so perché un libertario si fa chiamare Ashoka. Il nome mi piace perché è quello dell’imperatore Maurya che, dopo aver insanguinato l’India con impegnative campagne militari, si convertì al Buddhismo giurando sul suo proposito di pace e lasciando per il suo regno documenti che attestavano tale giuramento.

 

 

Il blogger Ashoka è uno studioso della scuola austriaca di economia (Ludwig von Mises, Hayek, Bohm-Bawerk, Rothbard che è statunitense ma si rifà a loro) che a mio parere è molto interessante per quanto fortemente contrapposta, forse più che al marxismo, a qualsiasi istanza socialista di intervento dello Stato nell’economia e di redistribuzione delle risorse sulla base di criteri etico-politici. Ha fatto alcune osservazioni sui post pubblicati in questi mesi sulla teoria marxista delle crisi economiche. Egli sostiene che :

1.      Se fosse vero che l'imprenditore estrae un plusvalore dal lavoro ma non dal capitale ci dovremmo aspettare che le imprese con più alta intensità di lavoro garantiscano profitti più alti. Invece si assiste ad una tendenza generale che fa muovere il saggio di profitto verso un valore comune (quindi alta intensità di lavoro o di capitale non fa differenza).
Il tasso di profitto di TUTTE le imprese tende a ruotare intorno ad un certo valore medio, indipendentemente dalla loro quota di capitale.
Come si spiega?

2.      Marx scrive che il bust c'è perché le imprese investono in capitale e ne accumulano così tanto che il saggio di profitto va in negativo. A quel punto smettono di investire, il capitale cala, ritorna un saggio positivo e si ha un revival. Questa teoria non spiega però perché oggi, dopo 150 anni di accumulo di capitale, non siamo in perenne depressione con saggio di profitto sotto zero. Se fosse vero che il capitale si decumula durante la crisi è pur vero che se al contempo c'è una caduta generale del saggio di profitto allora come facciamo oggi, con imprese che hanno un'intensità di capitale molto superiore a quella di 150 anni fa, ad avere un saggio di profitto positivo?

3.       Se la crisi fosse causata dalla caduta del saggio di profitto dovuto all'accumulazione di capitale, dovremmo aspettarci una evoluzione ben precisa: I cicli  dovrebbero sempre più brevi e violenti. A ogni giro la quota di capitale è cmq maggiore del precedente e quindi si dovrebbe raggiungere prima il punto di crisi. Inoltre dopo un certo numero di cicli la quota di capitale dovrebbe essere così alta da tradurre il tutto in una perenne depressione (con magari rivoluzione annessa). Tutto questo non avviene.  I salari reali dei lavoratori dovrebbero ridursi ad ogni ciclo e quindi la condizione degli stessi dovrebbe peggiorare con il tempo. Anche qui non ci siamo.

4.      Secondo un’altra teoria nel capitalismo ogni imprenditore produce sulla base di una conoscenza limitata ed incompleta delle richieste del mercato. Il risultato è che ognuno produce sempre troppo o troppo poco e i prezzi di vendita oscillano sempre al di sopra o al di sotto dei valori. Questa sproporzione deriva dall’assenza di un piano e se riguarda un ramo della produzione particolarmente importante che può indurre squilibri in altri settori vitali, essa può far precipitare l’intera economia in una crisi generale” Anche qui giusta osservazione ma si manca il punto. Io non direi che c’è chi produce troppo o troppo poco ma che l’entrepreneur, quando decide di produrre il bene X e venderlo al prezzo Y, si trova in una situazione di incertezza: sa quanto paga ma non sa a quanto venderà e le sue previsioni si possono realizzare o venire deluse. Ciò che guida il continuo riaggiustamento che coordina l’economia è proprio il sistema di profitti/perdite che premia alcuni imprenditori e ne punisce altri: questo è il processo di mercato (alla Hayek ma spiegato molto alla buona).
Ora per come è scritta sembrerebbe che gli squilibri ci sono sempre ma a volte, non si sa bene per quale motivo, coinvolgono un settore importante e fan precipitare il tutto. Questa teoria non spiega nulla: sarebbe come dire che ci sono miliardi di scimmie davanti a macchine da scrivere e poi a una capita di scrivere la Divina Commedia.

5.      il metodo capitalistico dei prezzi relativi è un "second best" per coordinare la produzione ma è un "second best" che lavora abbastanza bene. La pianificazione è solo apparentemente un "first best" (se fossimo tutti identici in valori e desideri) ma poiché non lo siamo ed anzi siamo nettamente differenti gli uni dagli altri ecco che diventa un sistema non solo inefficiente e burocratizzato ma anche incapace di garantire benessere.

6.      Qui viene analizzata l'espansione, e si dice giustamente inflazionistica, del 1850-1873 ed il ruolo degli investimenti ferroviari. Guardiamo in sintesi cosa è successo:

 Inflazione monetaria --> espansione bancaria --> tasso di interesse sui prestiti che si abbassa.
 Le industrie che producono beni capitali (es. macchinari ma anche tutti quei beni che non sono direttamente beni di consumo) dipendono molto dal tasso di interesse. I loro investimenti infatti si ripagano sul lungo periodo ed il tasso di interesse è quindi fondamentale. Basso tasso di interesse ---> investimenti di lungo periodo diventano "profittevoli".
Se il tasso di interesse basso fosse causato da un aumento del risparmio (la gente risparmia di più, consuma di meno ora, per consumare di più in futuro) allora ci sarebbero le basi per una crescita "sana". Invece qui il tasso di interesse si abbassa perché c'è nuova moneta (specialmente i prestiti bancari in regime di riserva frazionaria) e quindi quello che accade è che i consumi aumentano e non diminuiscono.
Fase di boom: aumentano i consumi ed in contemporanea anche gli investimenti a lungo termine. Dato B*) è evidente che il tasso di interesse rimarrà basso solo temporaneamente e quindi questi investimenti sono "cattivi investimenti".

Dove c'è il boom? Nel settore dei beni capitali ovvero i mercati azionari e poi in quei settori che godono di particolari "incentivazioni" Statali. In quegli anni le ferrovie, negli anni '90 l'informatica, nel 2002-2006 il settore immobiliare.

Bust: il tasso di interesse sale x motivi microeconomici (non sto a tediarti ma se vuoi ti posto una storiella che lo spiega), gli investimenti si rivelano... cattivi investimenti e saltano quasi tutti assieme. Le borse fanno la stessa fine.

 

 

Premetto che non so rispondere esaurientemente a tutte le questioni poste. Ad es. il pensiero di Marx non si può esporre con cognizione di causa se non lo si studia approfonditamente in tutte le sue opere. Ma proverà a dire qualcosa :  

A.    C’è forse un errore nel ragionamento di Marx  relativamente al capitale costante (o lavoro morto). Il fatto che egli sia acquistato al suo valore non implica che esso non concorra a produrre un valore superiore. Cioè per esso vale la stessa dicotomia che c’è tra lavoro vivo e forza lavoro. Cioè altro è il suo valore e altro è il valore che produce. Questo perché in esso c’è il progresso tecnico-scientifico, che è lavoro cristallizzato, lavoro che non si risolve nel lavoro erogato per produrre materialmente la macchina stessa. La questione del capitale e del lavoro cognitivo non si pone soltanto adesso, come pensano i post-fordisti. Possiamo dire che il capitale sia come il moltiplicando di una operazione, mentre il lavoro vivo sia il moltiplicatore. Per cui lo sfruttamento c’è, ma non è quantificabile così facilmente e non si costituisce nel suo quanto nella singola unità lavorativa, ma si realizza in tutta la catena produttiva ed anche al momento in cui viene remunerata l’attività tecnico scientifica presupposta nella produzione di un bene capitale.

B.     Per questo motivo non si può studiare la questione della caduta tendenziale del saggio di profitto all’interno della singola impresa. Una singola impresa che aggiunge capitale costante espellendo capitale variabile non per questo ha una diminuzione dei profitti. Il fenomeno della caduta tendenziale del saggio di profitto si deve guardare come qualcosa che riguarda il sistema aggregato delle imprese e si deve guardare non tanto al momento della produzione, ma al momento del realizzo. Se tutte le imprese sostituissero lavoro vivo con capitale costante, il realizzo sarebbe difficile e l’economia nel suo complesso sarebbe soggetta a crisi frequenti. I profitti avrebbero una flessione e così il saggio di profitto. Dunque la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto va collegata alle ipotesi sul sottoconsumo e le due tesi non vanno considerate come alternative tra di loro. Per certi versi esse sono come Scilla e Cariddi. Per altri versi una tendenza alimenta l’altra.

C.     Come è che allora la caduta del saggio di profitto non si è realizzata ? Bisogna considerare quello di Marx un modello che va integrato. Marx parla di controtendenze ed è molto discussa (come si può desumere dalle tesi espresse da Napoleoni) la tesi se le controtendenze rallentino solo la tendenza o la neutralizzino. A mio parere vanno tenute presenti la presenza di un contesto precapitalistico che permette al capitalismo di rimandare l’emergenza delle sua proprie contraddizioni (la tesi di Luxemburg), la tendenza all’oligopolio e la formazione di trust che permettono una maggiore razionalizzazione del mercato sia pure con storture sue proprie (le tesi di Kautsky, Hilferding e poi di Robinson, Galbraith e Sweezy), il ruolo delle guerre nella distruzione del capitale in eccesso e le esportazioni di capitale  sotto l’egida degli Stati nazione (la tesi di Lenin), gli sbocchi di merci all’estero attraverso una politica commerciale fortemente tesa all’esportazione (la tesi di Denis), la spesa pubblica come strumento per il mantenimento dell’equilibrio economico (la tesi di Keynes) ed in particolare la spesa militare (le tesi di Kalecki e poi della new Left americana), le lotte sindacali come mezzo per non abbassare troppo la domanda aggregata e permettere una maggiore stabilità delle economie di mercato (Hansen), l’esistenza di una semiperiferia socialista che ha consentito l’attenuazione delle contraddizioni capitalistiche ed ha fatto da cuscinetto tra il centro capitalistico e la periferia sottosviluppata (la tesi di Wallerstein), il mantenimento della domanda aggregata attraverso il credito al consumo e la pubblicità (Galbraith e Sweezy), lo scambio ineguale con i paesi in via di sviluppo (Emmanuel), il sottosviluppo funzionale (Gunder Frank), l’uso del debito dei paesi in via di sviluppo per rifinanziare le economie ricche (Samir Amin). Bisognerebbe studiare l’effetto combinato di tutti questi fenomeni per valutarne l’effetto sullo sviluppo del capitalismo negli ultimi 150 anni.

D.    Fare l’esempio delle scimmie alla macchina da scrivere credo sia fuorviante : le discipline legate al concetto di complessità e di caos evidenziano che sia in natura sia nella società si possono registrare mutamenti qualitativi, squilibri cumulativi legati a determinati valori della variabili in gioco. Perciò non è illecito pensare che in regime di incertezza legata ad un mercato che si vorrebbe autoregolantesi esistono momenti del ciclo che possono trasformarsi in crisi vere e proprie. La natura creditizia e monetaria delle crisi esemplificata da Ashoka non tiene conto del fatto che la spesa dello Stato serve ad integrare una domanda insufficiente e a questa è legata anche il flusso di liquidità in eccesso che viene considerato artificiale. Si può dire anche che l’intervento dello Stato ha dilazionato e aggravato una crisi che sarebbe stata più contenuta, ma si può dire anche che senza l’intervento dello Stato le crisi sarebbero più frequenti ed avrebbero portato ad una instabilità maggiore.  Ci vuole a tal proposito un certo coraggio a consigliare pazienza alle vittime del ciclo di autoregolazione del mercato. Sarebbe forse il caso che molti dei liberisti entusiasti vadano a fare sermoni edificanti sulla libertà e la responsabilità nelle zone più colpite dagli alti e bassi dei mercati: può darsi che convincano qualche centinaio di disgraziati losers, ma può anche essere che tornino carichi di impressioni coinvolgenti. Non è a mio parere un caso comunque che una crisi simile per gravità a quella del 1929 si sia verificata proprio alla fine di un trentennio in cui c’è stata una grande revanche in nome dell’attacco allo Stato sociale, all’Impero del Male, allo strapotere dei sindacati. A proposito credo invece che la crisi propria dell’intervento statale sia quella energetica e della stagflazione degli anni Settanta, ma non quelle finanziarie legate comunque alla carenza, potenziale o effettiva, di domanda.

E.     Infine il sistema socialista di distribuzione delle risorse. Su questo posso dire ben poco. La questione non mi sembra risolta da Mises ed Hayek (vedi qui) e ritengo che la pianificazione sovietica sia stata portata avanti più con gli strumenti neo classici che con quelli autenticamente ispirati a Marx (è la tesi di Boffito e, limitatamente alla diagnosi, è accettata anche da Graziani). Ma dovrei approfondire il tema e dunque mi fermo qui.

 

 


9 agosto 2010

Lucio Colletti (prima della cura) : Il declino del determinismo e l'ascesa del leninismo

 

Se la fine del capitalismo non è dimostrabile scientificamente la fondazione del programma socialista diventa una fondazione idealistica, rimessa agli ideali soggettivi. Viceversa se quella fine è dimostrata scientificamente si è all’interno della teoria del crollo e l’intervento soggettivo può solo abbreviare o attenuare tale processo. La tesi della fine del capitalismo per ragioni economiche (Programma di Erfurt) cede il passo a quella del crollo per ragioni politiche (Hilferding) : il capitalismo non avrebbe più fatto naufragio per il progressivo inasprirsi delle crisi economiche o per un brusco arresto nel meccanismo dell’accumulazione. Infatti le sue possibilità di manovra si erano notevolmente accresciute : lo sviluppo dei cartelli e del credito avevano fornito di strumenti per controllare e mitigare gli squilibri. La crisi sarebbe maturata piuttosto nel quadro della politica imperialista, sulla base dei conflitti che sarebbero esplosi tra i maggiori stati industriali del mondo nella lotta internazionale per la conquista di nuovi mercati. Lo stesso Lenin non affermava la teoria del crollo, ma sosteneva che situazioni assolutamente senza via d’uscita non esistono mai e tantomeno per il capitalismo. Lenin diceva che sia la tesi della crisi come semplice disturbo, sia la tesi della crisi come crollo sono entrambe sbagliate. La borghesia si comporta come un brigante senza scrupoli che ha perduto la testa e commette una sciocchezza dopo l’altra, aggravando la situazione e affrettando la propria rovina. Ma non si può dimostrare che essa non abbia assolutamente nessuna possibilità di addormentare con una serie di piccole concessioni una minoranza di sfruttati, schiacciarne altri etc. tentare di dimostrare in precedenza che la situazione è assolutamente senza uscita non è altro che un gioco di idee. Lenin dice che la dimostrazione vera può essere data soltanto dalla pratica : per quanto il regime borghese possa attraversare una prodonda crisi rivoluzionaria, solo di partiti rivoluzionari consapevoli organizzati e collegati con le masse sfruttate può trasformare una crisi in una rivoluzione. 



I bolscevichi e Lenin criticarono la Luxemburg proprio per la sua teoria del crollo. E furono i menscevichi ad insistere sull’inevitabilità del crollo per rimproverare i bolscevichi che sembravano muoversi di più e più in fretta di quanto fosse giustificato dallo sviluppo del processo storico. La posizione bolscevica fu quella di chi, pur sottolineando la natura intrinsecamente contraddittoria del modo di produzione capitalistico, si guarda accuratamente dall’indicare una di queste contraddizioni come la causa capace di determinare da sola il crollo del sistema. Dopo il 1917 però i bolscevichi (Bucharin) affermano che con la rivoluzione d’ottobre il crollo del capitalismo è cominciato, ma non in termini di un collasso economico, bensì come un propagarsi della rivoluzione proletaria ai paesi capitalistici più sviluppati. Con la nascita dell’URSS la crisi del capitalismo si gioca su di un terreno politico e precisamente sul terreno della politica internazionale e della guerra : il centro dell’analisi è rappresentato dalla teoria dell’imperialismo di Lenin e della necessità in cui si trovano gli stati imperialisti di procedere ad una periodica riconfigurazione del mondo. La lotta per i mercati, le politiche protezionistiche, la guerra monetaria inaspriscono i rapporti tra i paesi e creano la base della guerra come mezzo per una nuova spartizione del mondo. Ma la guerra non risolverà le difficoltà del capitalismo, ma le complicherà in quanto tenderà a scatenare la rivoluzione all’interno dei paesi belligeranti. Si tratta di una fine catastrofica del capitalismo, ma non del crollo economico. La nuova forma del dilemma tra crollo economico e necessità della rivoluzione politica diventa il dilemma tra l’inevitabilità o meno della guerra tra stati socialisti e capitalisti : ci sarà cioè guerra o una semplice competizione tra sistemi economici con la resa di uno dei due oppure la nascita di una terza via che sintetizzi le due in conflitto ?


6 agosto 2010

Lucio Colletti (prima della cura) : determinismo e teoria del crollo

 Si può obiettare che Marx non fu mai veramente un determinista, dal momento che diceva che sono gli uomini stessi che fanno la storia, seppure non in condizioni scelte da loro. Tuttavia nella misura in cui il soggetto de Il Capitale è il capitale stesso si capisce anche come la fine del capitalismo si potesse prospettare nei termini di un brusco arresto nel funzionamento del motore dell’accumulazione. Si lasci perdere la contrapposizione tra il Marx giovane rivoluzionario soggettivista ed il Marx vecchio determinista. La coscienza di questo problema la si può trovare anche nella trattazione marxiana della caduta del saggio di profitto : Marx dice che quello che inquieta Ricardo è che il saggio del profitto, forza motrice della produzione capitalistica, condizione e stimolo dell’accumulazione, sia compromesso dallo sviluppo stesso della produzione. Viene dimostrato in termini puramente economici (cioè dal punto di vista borghese) che la produzione capitalistica è limitata e relativa, è un modo di produzione semplicemente storico corrispondente ad una specifica epoca di sviluppo delle condizioni materiali della produzione. 



Questa frase di Marx fa pensare che la teoria del crollo è solo la fine del capitalismo visto dal punto di vista borghese. In realtà le tendenze oggettive hanno senso solo in quanto compaiano come condizioni e premesse reali della lotta di classe e cioè dello scontro tra soggetti. L’illusione che esse abbiano valore risolutivo genera le varie teorie del crollo. Inoltre se le vere contraddizioni del capitalismo sono sempre contraddizioni di classe è anche vero che l’esito dello scontro non può essere prefigurato in anticipo. Si obietterà che i fattori soggettivi sono anch’essi momenti della realtà, ma allora, o il dato soggettivo è calcolabile come un dato oggettivo ed allora siamo all’interno del determinismo, oppure esso non lo è ed allora la scienza sociale non si può chiudere con la predeterminazione dell’esito del processo. Il corso del processo storico torna ad essere aperto,  ma la scienza sociale finisce per essere scienza e la possibile equipollenza tra l’aumento della composizione organica e quello del saggio del plusvalore diventa una semplice enunciazione del problema anziché la sua soluzione


13 marzo 2010

Tonino Bucci . Destra e Sinistra

Come un ritornello ossessivo sentiamo ripetere da anni che destra e sinistra non esistono più. Un tempo la formula “non sono né di destra né di sinistra” era segno equivocabile di appartenenza alla cultura della destra. In essa si è storicamente riconosciuta un’ampia zona grigia della nostra società. L’Italia dei piccoli ceti medi sfilacciati e del sottoproletariato urbano, l’Italia della piccola borghesia si è sempre riconosciuta nella ritrosia al prendere partito. L’antipolitica, il qualunquismo, l’opportunismo, lo scambio mafioso e il tengo famiglia rappresentano il peggio del carattere nazionale italico. Il “né a destra né a sinistra” è stato il collante ideologico di strati sociali perennemente sospesi tra rassegnazione e protesta, tra ribellismo e delega passiva all’autorità.
Oggi però l’invito ad andare oltre gli steccati - e a buttar via l’antifascismo - è diventato una litania della postmodernità, non più esclusiva - per intendersi - di aree marginali della destra e di gruppi neofascisti e neonazisti. Dalla nuova destra ai tecnocrati del mercato è ormai tutta la classe dirigente a dire che la politica deve regolarsi non sulla coppia destra-sinistra ma su altri criteri, sul pragmatismo, sull’efficienza, sulla capacità di amministrare l’esistente. È il mercato e le sue esigenze di funzionamento, la contrattazione con i poteri forti, le regole del marketing e della costruzione di consenso che dettano tempi e contenuti dell’azione politica. Se la distinzione tra destra e sinistra ha perso smalto è colpa anche del sistema politico della Seconda repubblica, di un bipolarismo coatto tra due schieramenti in competizione tra loro per la conquista del centro (più o meno come funziona nell’audience televisiva).
Eppure «in Occidente lo spazio politico continua a polarizzarsi intorno alla destra e alla sinistra... Proprio la crisi economica globale sta dimostrando che è in atto un tentativo della politica di ritrovare la propria centralità attraverso una nuova capacità di regolare l’economia... Insomma, destra e sinistra sono categorie della politica moderna, ma in qualche modo continuano ad avere senso anche in una politica largamente postmoderna come quella dell’età globale».


Il minimo che si possa dire di queste tesi è che sono controcorrente. L’autore è Carlo Galli - docente di storia delle dottrine politiche all’università di Bologna - di cui è appena uscito per Laterza il nuovo saggio Perché ancora destra e sinistra? (pp. 94, euro 9). Il rischio qui è di ritrovarsi tra le mani due contenitori abbastanza vaghi. “Sinistra” e “destra”, senza ulteriori specificazioni, vogliono dire ben misera cosa o, al contrario, possono voler dire l’universo mondo. Sarebbe compito arduo, ad esempio, spiegare cosa hanno in comune personaggi come Hitler e Scruton, Burke e Maurras, Marinetti e Lorenz, Evola e Schmitt, Jünger e Gentile, Céline e Sironi, Churchill e monsignor Lefebvre, Rattazzi e Degrelle e si potrebbe procedere a lungo nell’elenco. Esiste la destra dei controrivoluzionari cattolici alla Maistre che volevano ripristinare la dipendenza della politica da un qualche fondamento non negoziabile (la tradizione, la religione, la nazione), una destra anticapitalistica che guarda indietro a una società feudale rigidamente gerarchica, una destra che vuole abolire il discorso politico moderno e la democrazia rappresentativa. Ma c’è anche una destra che sceglie di starci, nella modernità, una destra conservatrice che si schiera dalla parte del mercato e difende i rapporti di dominio esistenti. E, ancora, esiste una destra bonapartista e populista, capace di ricorrere a forme plebiscitarie di governo, che non esita a mettere da parte gli istituti liberali del parlamento e della democrazia. La destra può assumere un volto anarcoide quanto autoritario, statalista quanto liberista, nazionalista quanto ripiegato sulle piccole patrie regionali.
Lo stesso potrebbe dirsi della sinistra: dai liberali figli dell’illuminismo ai democratici radicali e ai giacobini, dai repubblicani e dai mazziniani ai socialisti, dagli anarchici ai comunisti. Anche qui ritroviamo tratti eterogenei: libertarismo e autoritarismo, individualismo e collettivismo, pauperismo e produttivismo, industrialismo ed ecologismo, relativismo e universalismo e chissà quant’altro ancora. Ha ragione Carlo Galli. Di schemi formali se ne possono costruire quanti se ne vogliono. Ma per quanti sforzi si facciano «questo schematismo va parecchio complicato. Le tradizioni politiche di destra e sinistra non sono infatti, nella realtà storica, univoche, ma anzi contraddittorie». Bisogna quindi concludere che alla fine della giostra destra e sinistra sono due contenitori vuoti che si riempiono di volta in volta casualmente? Nient’affatto. Ma la soluzione, si fa per dire, si ottiene con la classica mossa del cavallo. La tesi di Galli è che di quelle due categorie, checché se ne dica, continuiamo a fare uso e continueremo ad averne bisogno almeno finché staremo nel mainstream del discorso politico moderno. Destra e sinistra nascono con la cesura della modernità. Prima di Hobbes, Locke, Pufendorf, Rousseau, Kant - insomma, i classici del pensiero politico - valeva l’idea che vi fosse un ordine naturale inscritto nel cosmo e in grado di orientare la politica verso la giustizia. Dopo di loro cambia tutto, cambia lo «sguardo sul mondo»: «esiste un’esperienza primaria del disordine, della scarsità, dell’aggressione, ma in essa si manifesta anche, contemporaneamente, un’esigenza di liberazione del soggetto singolo dalle sue angosce e deficienze». Il discorso della modernità promuove «l’artificio» nella politica, consiste nella consapevolezza che non vi è alcun ordine naturale cui aggrapparsi e che il destino dell’umanità si gioca tutto intero nello scarto tra il «disordine come dato» e «l’ordine come esigenza». Destra e sinistra non nascono per caso, ma sono due visioni obbligate dalla stessa natura doppia del moderno: da un lato, la paura del disordine, dall’altro, il razionalismo politico, il progetto razionale di una società artificiale. Intorno alla prima si coagula il discorso della destra. L’intransigentismo con cui questa si richiama a fondamenti assoluti della politica (la religione, la razza, la tradizione, i valori ma anche il mercato) si accompagna in realtà sempre alla paura che l’ordine di quei fondamenti venga minacciato da qualche pericoloso agente. Siamo sempre sul terreno della modernità: «l’esperienza primaria è che la natura non è antropomorfa, ma è instabile». L’ordine, quindi, va realizzato, «ma non tanto con l’artificio razionale quanto con la lotta incessante contro chi lo minaccia». Il che, però, non significa che la destra sia sinonimo di immobilismo e conservazione e che la sua lettura del mondo debba per forza coincidere con la difesa di una tradizione dai suoi nemici. La destra può abbracciare altre soluzioni, può adottare in pieno l’instabilità cronica del capitalismo e fare propria la legge dell’imprevedibilità dell’iniziativa economica privata, fino a legittimare, attraverso una visione darwinista del mercato, una società in cui i vincitori dominano sui vinti. Ma la destra può infine «ricorrere a quel radicale modello di instabilità che è il Nichilismo, con cui afferma la inconsistenza del reale, esibendosi in un duro e tragico decisionismo extra-legale ma anche in una futuristica creatività immaginativa».
Erede del razionalismo e dell’illuminismo - l’altro polo del moderno - si è invece sempre proclamata la sinistra in tutte le sue varianti. In quest’altra declinazione della modernità l’attenzione va alla funzione normativa assegnata alla natura umana in un mondo di per sé contingente e pieno di disuguaglianze. Con l’avvertenza che l’essere umano non ha una natura rigida, fissa e immutabile, ma consiste piuttosto in una dignità che deve realizzarsi. Dai liberali di sinistra al giovane Marx si fa avanti un’altra lettura del moderno: «è giustizia non l’ordine dell’essere ma il progetto delle soggettività di emanciparsi, attraverso la politica, da impedimenti e condizionamenti». Alla politica tocca il compito di realizzare concretamente l’umanità, altrimenti destinata a rimanere in uno stato seminale e virtuale. Di destra e sinistra continueremo insomma a parlare, almeno finché non potremmo sottrarci a queste due visioni del moderno in lotta tra loro. Una destra portatrice di un’antropologia negativa in cui il soggetto e la sua uguale dignità non è centrale. Una sinistra dotata di un’immagine positiva dell’umanità, almeno come possibilità. E forse proprio per questo è destinata ad apparire meno realista, con quel suo azzardo a non credere che il mondo contingente e senza razionalità in cui viviamo debba precludere la liberazione dell’umanità.


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1 marzo 2010

Giudizio e conoscenza in Schlick

 

La conoscenza come riconoscimento e relazione

 

Schlick dice che conoscere un oggetto vuol dire ritrovare in esso un altro oggetto e la locuzione “in esso” ha un senso figurato. Per comprendere rettamente questo senso, si deve esaminare più da vicino il rapporto tra il concetto che designa l’oggetto e il concetto di come tale oggetto venga conosciuto.

Schlick dice che “Io conosco A come (in quanto) B” equivale a “Io conosco A che è B”.

Oppure “Io conosco che la luce è un processo di oscillazione” vuol dire

I concetti A (luce) e B (processo di oscillazione) designano un solo e medesimo oggetto ed il fenomeno può essere designato sia con il concetto di luce che con quello di processo di oscillazione” . Egli aggiunge che, a tal proposito, si può lasciar stare il caso irrilevante della tautologia, dove i due concetti sono assolutamente identici (stessa origine, stessa definizione, stesso nome) come nel caso “La luce è la luce

Schlick continua dicendo che sussiste la possibilità che i due concetti, sin dall’inizio, sono diventati segni dello stesso oggetto in forza di una stipulazione arbitraria. E fa l’esempio di

La causa per cui due sostanze si combinano violentemente l’una con l’altra è la loro forte affinità chimica”. In questo enunciato i due concetti “causa di una reazione violenta” e “forte affinità chimica” designano una sola e medesima cosa. Il concetto di affinità chimica non aveva una sua precedente definizione e non era già noto altrimenti da altre enunciazioni. Per cui il giudizio era solo una definizione e non conteneva alcuna conoscenza.

Schlick fa un altro esempio :

La causa dell’azione attrattiva esercitata dall’ambra è l’elettricità”. In questo caso si pretende di spiegare un qualche fenomeno per mezzo di una qualitas occulta e così si ottiene semplicemente di designare la stessa cosa in due modi diversi.

Schlick dice che invece la conoscenza effettiva si ha quando due concetti designano lo stesso oggetto, non solo in virtù delle loro definizioni, ma in forza di nessi eterogenei. Si tratta cioè di due concetti definiti in modo diverso, per poi trovare oggetti che cadono in entrambi i loro domini. Si tratta di nessi reali (individuati attraverso l’osservazione) o nessi concettuali (individuati attraverso un’analisi successiva). Quest’ultima è la conoscenza di tipo matematico.

La conoscenza è scoperta della relazione tra oggetti e come tale viene designata da un giudizio (che però non deve essere né falso, né tautologico, né definitorio)

 

 

La distinzione convenzionale tra definizioni e giudizi

 

Schlick poi espone una tesi molto interessante : egli dice che la differenza tra definizioni e giudizi non definitori (assiomi e teoremi) è relativa dal punto di vista logico. Ciò non contraddice la natura della conoscenza giacchè questa relatività non è tale dal punto di vista storico : infatti se un giudizio  contenga o no una conoscenza dipende da quello che sapevamo prima che fosse emesso quel giudizio. Egli fa il seguente esempio :

se un oggetto, che noi designiamo con il segno x, ci è sempre stato noto attraverso le proprietà A e B,ed in seguito accertiamo che esso possiede anche le proprietà C e D, allora il giudizio “x possiede le proprietà C e D” contiene una conoscenza (sintetica). Questo giudizio però sarebbe solo una definizione se x ci fosse sempre stato dato attraverso le proprietà C e D.

Schlick precisa che all’inizio il termine “x” significa un concetto che è diverso nei due casi (prima è A, B ; nel secondo è C,D) e solo in seguito risulta chiaro che designa un solo oggetto. A tal proposito si può fare l’esempio di un bambino che in una notte buia conosce per la prima volta la neve con il tatto (fredda) e poi la mattina la vede con la vista (bianca) ed ottiene nuova conoscenza.

Schlick dice poi un’altra cosa interessantissima : quando però una scienza diventa una struttura armonizzata e compiuta non è più la successione casuale (temporale) delle esperienze a determinare cose sia definizione e cosa sia conoscenza. Le definizioni saranno i giudizi  che risolvono un concetto in maniera tale da costruire con esse il più alto numero possibile di concetti, riducendo i concetti di tutti gli oggetti al minor numero possibile di concetti-base.

Schlick parla dunque di conoscenza come di eguaglianza tra oggetti e di corrispondente identificazione di concetti. Lotze, Munstenberg e Meyerson pure hanno sostenuto che l’essenza del giudizio è una posizione di identità, ma tale identità per Schlick non è una tautologia.

Egli continua dicendo che, nel caso della neve, da un lato, c’è un’impressione visiva “x è bianca”,dall’altro un’impressione tattile “x1 è fredda”. All’inizio x ed x1  non sono lo stesso, ma nemmeno ci troviamo di fronte a due tautologie, come dice Lotze quando dice “S è S” e “P è P”, giacchè “x è bianca” non è una mera identità, ma una copula, cioè una sussunzione.

 

 

Lo spazio, il tempo e l’identità degli oggetti

 

Schlick poi parla della tesi di Benno Erdmann sulla subordinazione di un concetto ad un altro  secondo il contenuto. Il giudizio sarebbe la subordinazione di un oggetto nel contenuto di un altro, basata sull’uguaglianza di contenuto delle componenti materiali. Schlick obietta che, poiché contenuto ed estensione di un concetto si corrispondono, la teoria della subordinazione equivale alla teoria della sussunzione per cui il giudizio è l’asserzione dell’appartenenza di un soggetto ad una classe.

Schlick poi esamina il problema di come identificare o eguagliare gli oggetti (x ed x1) designati dal pronome dimostrativo in “Questo è bianco” e “Questo è freddo”, tenendo presente che “bianco” non è “freddo”. Secondo alcuni (ad es. Herbart) tale identità la possiamo statuire solo riferendo “bianco” e “freddo” ad un oggetto secondo una logica cosa/proprietà e sostanza/attributo. Ma Schlick, come Lotze, rifiuta come metafisica questa impostazione. In realtà, dice Schlick, le proprietà vengono riunite in un aggregato e la base per formare questo aggregato sta nel presentarsi di queste qualità nel medesimo luogo ed al medesimo tempo e dunque l’identità statuita nel giudizio è l’identità di un punto spazio-temporale. La posizione nello spazio oggettivo ascritta alla neve può essere a sua volta definita mediante l’aggregato costituito dalla posizione del “bianco” nello spazio soggettivo della vista e da quello del “freddo” nello spazio soggettivo del tatto.

Schlick si pone poi il problema di come da una mera identità spazio-temporale possa già per noi venir fuori un’identità dell’oggetto. Cose che si presentano sempre insieme nel medesimo luogo ed al medesimo tempo non le possiamo semplicemente porre come identiche. Schlick aggiunge che indubbiamente noi abbiamo il diritto di compendiarle in una unità e di principio siamo liberi di compendiare attraverso il pensiero elementi qualsiasi, anche estremamente distanti nello spazio e nel tempo, semplicemente convenendo che alla totalità di questi elementi venga coordinato un concetto. Schlick continua dicendo che una tale unificazione non ha senso o scopo, se non là dove ci sia un motivo per farla, altrimenti mancherebbe al nuovo concetto ogni possibilità di impiego. Egli ipotizza che il motivo più forte è dato da una persistente coincidenza spazio-temporale ed articola il suo ragionamento dicendo che nella realtà sensibile spazio e tempo sono i grandi unificatori e separatori, e tutte le determinazioni con cui circoscriviamo e distinguiamo un oggetto del mondo esterno come individuo rispetto ad altri individui, consistono in definitiva di specificazioni di spazio e tempo.

Schlick fa l’esempio per cui supponiamo che più elementi A, B e C (ciascuno distinguibile dagli altri)  compaiono sempre in questo modo : quando c’è A, ci sono anche B e C, mentre B e C compaiono spesso senza A. Ora ABC viene considerato un’unità e l’elemento A ci apparirà l’essenziale dell’oggetto, mentre B e C appariranno proprietà che l’oggetto ha in comune con altre.

 

 

La localizzazione spazio-temporale

 

Schlick dice che l’analisi qui delineata va distinta dalla risoluzione positivistica di un corpo in un complesso di elementi (Mach). Infatti, dice Schlick

  • L’oggetto di cui parliamo non necessariamente deve essere un corpo, ma può essere un processo, uno stato
  • Si è usata la parola “elemento” nello stesso ampio senso della parola “oggetto”.
  • Non si è ancora affermato che un oggetto corporeo è nient’altro che un complesso di elementi. Anzi, la questione di come si debba pensare il rapporto di un oggetto con le sue proprietà resta completamente aperta. Qui si intendeva solo richiamare l’attenzione sull’indubbio diritto che si ha di designare collettivamente attraverso un concetto cose che sempre si presentano insieme.

Tale analisi, dice Schlick, può essere riproposta per qualsiasi tipo di conoscenza di oggetti del mondo sensibile. Infatti tutto nel mondo esterno è in un determinato luogo ed in un determinato tempo. Ritrovare una cosa in un’altra vuol dire assegnare ad ambedue il medesimo luogo nel medesimo tempo. Anche nella storia per Schlick c’è questa localizzazione spazio-temporale di quel che accade nell’umanità. L’identificazione nella maggioranza dei giudizi storici consiste nel fatto che l’autore di una determinata impresa viene identificato ad una determinata persona che appare anche altrove. E’ attraverso le personalità dei portatori dell’evento storico che principalmente si interconnettono gli avvenimenti storici stessi.

Schlick poi dice che nelle discipline esatte la conoscenza è più profonda : l’identificazione non è solo una posizione spazio temporale o un individuo che permane nel tempo, ma una legiformità : il calore ad es. è un movimento di molecole perché il suo comportamento può essere descritto attraverso le stesse identiche leggi che riguardano il comportamento di uno sciame di particelle in rapido movimento. Schlick poi parla della volontà che sarebbe una sequenza di rappresentazioni e sentimenti identificata solo attraverso coordinate temporali.

 

 

L’identità e la relazione

 

Schlick dice che la possibilità di identificazione, basilare per l’edificio della conoscenza, si presenta laddove l’oggetto è dato attraverso relazioni con altri oggetti. In tal caso conoscere significa ritrovare un solo e medesimo oggetto quale membro di diverse relazioni.

Schlick fa questo esempio :

dato un oggetto O, definito per noi dalla relazione R1 con un oggetto noto A1,

noi troviamo che lo stesso oggetto O sta con un altro oggetto A2 nella relazione R2.

Nel caso in cui O è un vissuto immediato di coscienza, l’oggetto è dato direttamente e non attraverso relazioni e conoscerlo vuol dire trovare che questo O è anche membro di una relazione R con A.

Schlick fa anche un altro esempio :

nell’enunciato “Un raggio luminoso è costituito da onde elettriche”, il concetto “raggio luminoso” non designa un vissuto d’esperienza e può essere osservato solo nel senso che i corpi posti sul suo cammino (es. granellini di polvere) vengono illuminati e che un occhio colpito dal raggio luminoso ha una sensazione di luce. Dunque esso può essere conosciuto solo attraverso la relazione (ad es. di causalità) con oggetti che possono magari essere osservati

Schlick conclude che non sussiste il minimo impedimento che i due oggetti “causa dell’illuminazione = raggio luminoso” e “onda elettrica” siano posti come identici tra loro perché una stessa cosa può avere certe relazioni con certe cose ed altre relazioni con altre cose.

Schlick però poi precisa che un oggetto A che sta con un altro oggetto B in un complesso di relazioni ben determinato, non può stare nello stesso preciso complesso di relazioni con un terzo soggetto C (a meno che questo non sia lo stesso che B). Date tre cose A, B e K (ad es. due oggetti ed una relazione), due qualsiasi di esse determinano già da sempre univocamente la terza.

Infatti, precisa Schlick, la relazione “maggiore di…” può sussistere tra i numeri F e G ed anche tra F e H, ma “maggiore di…” è una classe di relazioni. Se invece la relazione è “maggiore di…in relazione del valore D”, allora G ed H (se F in tutti e due i casi è il primo termine della relazione) sono lo stesso identico numero. Schlick conclude che una cosa può avere relazioni uguali con cose diverse solo finchè tali relazioni non sono specificate sino all’ultimo dettaglio.

Schlick poi argomenta che la neve è sì causa sia del freddo che del bianco, però la relazione causale non è la stessa nei due casi, giacché i due processi causali sono processi naturali differenti. Le due cause non sono identiche ed in “La neve è bianca” non c’è un’identità del tipo “La luce consiste di onde elettriche”. Infatti in quest’ultimo giudizio il concetto di luce è definito come termine di una relazione causale. E per il motivo qui esposto la descrizione scientifica è lo stesso di una spiegazione causale.

 

 

Identità, sussunzione e concetti puri

 

Schlick poi dice che l’essenza dell’identificazione la si può percepire con la massima chiarezza nel caso di giudizi che si riferiscono a puri concetti.. Ogni conoscenza puramente concettuale consiste nella dimostrazione che un concetto definito attraverso gli assiomi (che statuiscono certe relazioni) compare al tempo stesso come membro di altre relazioni determinate. La piena identità (es. 2x2 = 2+2) si ha quando il concetto è determinato completamente da ciascuno dei due termini. Se però uno dei complessi non è sufficiente a dare una determinazione univoca, allora ha luogo un’identificazione parziale chiamata sussunzione. Schlick a tal proposito fa l’esempio di 2 = Ö4 dove Ö4, oltre il concetto ‘2’, contiene anche il concetto ‘(-2)’.

Egli conclude che ogni problema matematico la cui soluzione rappresenta sempre una conoscenza concettuale, non è nient’altro che la richiesta di esprimere un certo concetto che è dato attraverso certe relazioni, con l’ausilio di altre relazioni. Schlick fa l’esempio per cui trovare le radici di un’equazione ad un’incognita vuol dire rappresentare i numeri definiti da quella equazione come una somma di numeri interi e frazionari (anche con infiniti membri).

Schlick dice poi che l’interesse della scienza empirica è per l’universale e dunque le identificazioni in questo campo sono quasi sempre sussunzioni (la x è una Y).

Un giudizio come “La luce gialla del calore delle D-linee dello spettro è un processo di oscillazione elettrica di circa 509 bilioni di periodi al secondo” descrive un’identità completa e dunque reversibile. Tale giudizio però per Schlick non è fondamentale come “La luce consiste di onde elettriche”.

Obiettivo delle scienze empiriche è quello di rendere perfettamente determinato l’individuale. In questo caso, dice Schlick, il concetto che fa da predicato (es. WASP) è un’intersezione di più concetti generali (White, Anglosaxon, Protestant). Tale determinazione dettagliata utilizza determinazioni quantitative perché niente come i numeri determina con precisione campi di concetti.

In sintesi la tesi di Schlick sul rapporto tra giudizio e conoscenza è la seguente :

  • Ogni giudizio designa uno stato di fatto
  • Se lo fa con un segno nuovo il giudizio è in realtà una definizione
  • Se tutti i segni sono già noti, il giudizio costituisce una conoscenza
  • Designare un oggetto per mezzo di concetti già coordinati ad altri oggetti è lecito solo se prima in quell’oggetto sono stati ri-trovati questi oggetti (e questo è il conoscere).
  • Il concetto coordinato all’oggetto che viene conosciuto sta con i concetti con cui l’oggetto viene conosciuto in relazioni di sussunzione.

 

 

 

 

 

 

“Io conosco A come B”

 

La prima osservazione da fare è : cos’è per un empirista un senso figurato ? Io credo che l’uso di alcune forme retoriche sia difficile da spiegare per un empirista radicale, perché egli proprio non riflette sulle condizioni di possibilità della relazione semiotica stessa e sulle sue ulteriori articolazioni.

In secondo luogo l’equivalenza tra “Io conosco A come (in quanto) B” e “Io conosco A che è B” non è assoluta come sembra. Quando dico “Io conosco A come (in quanto) B”, si esplica l’idea che ci siamo fatti di A, o ancor meglio l’idea che ci siamo fatti di A con il sentito dire, senza cioè nemmeno prendere una posizione precisa (del tipo “Io ritengo che A è B”).

Quando dico “Io conosco (so) che A è B” si fa riferimento al grado di stabilità di una conoscenza, o al grado di consapevolezza di uno stato di cose. Esso può voler dire “Sono certo che A è B” oppure “Sono consapevole che A è B”.

Naturalmente bisogna vedere come suona in tedesco (la lingua di Schlick) “Io conosco A come B”.

Anche nel caso della tautologia, dove i due concetti sono assolutamente identici, è possibile che ci troviamo non di fronte a due concetti, ma a due occorrenze dello stesso nome e dello stesso concetto.

A proposito dell’identità tra i due concetti “causa di una reazione violenta” e “forte affinità chimica”, quest’ultima è qualcosa di ben preciso e non si risolve solo nell’essere la causa dell’attrazione violenta. Dunque, dire che la causa è l’affinità chimica vuol dire aprire le porte ad un ulteriore descrizione che deve portare ulteriore conoscenza. Se poi l’affinità chimica si risolvesse nell’essere causa dell’attrazione violenta, essa sarebbe un mero nome per tale causa e solo in questo contesto si potrebbe parlare di definizione. Così però non si sarebbe di fronte a due concetti, ma ad un nome (“affinità chimica”) e ad una descrizione (“causa dell’attrazione violenta”). Naturalmente la distinzione tra nome (spesso un segno singolo) e descrizione/concetto non è assoluta. Entrambi sono segni della stessa realtà di cui uno viene eletto ad interpretante (la descrizione) dell’altro (il nome).

La qualità occulta di cui parla Schlick è come la virtus dormitiva di Moliere, ma comunque quel nome misterioso è un segno che va poi s-viluppato, un passaggio verso spiegazioni successive. Quindi non bisogna del tutto censurare l’uso di termini che non hanno un significato assolutamente chiaro. Essi sono propedeutici ad una ulteriore attività di chiarificazione concettuale.

 

L’esempio della neve

 

Sembra che per Schlick la vera conoscenza sia dunque una sorpresa, una novità che sovverte il senso comune. Inoltre non si capisce se per Schlick la conoscenza matematica, notando nessi concettuali prima non rilevati, sia o meno una conoscenza sintetica.

Schlick giustamente ritiene che la natura analitica o sintetica dei giudizi sia relativa allo stato delle conoscenze acquisite.

Nell’esempio fatto da Schlick del bambino che fa esperienza tattile e visiva della neve, in entrambe le esperienze vi è nuova conoscenza : la prima è quella che in un determinato contesto (ad es. il giardino di casa di notte) vi è qualcosa di freddo al tatto, poi questo qualcosa di freddo lo si chiama “neve”, poi vi è la seconda conoscenza (ottenuta il mattino dopo) per cui questo qualcosa di freddo (la neve) è di colore bianco.

Sempre relativamente a questa esperienza, il freddo avvertito dal bambino è quella sensazione precisa di freddo (tale da poter essere ricordata) : può una sensazione essere un predicato ? Schlick non si sofferma sulla costituzione della classe dei vari sense-data “freddo”. Per cui se il bambino non ha avuto altre sensazioni di freddo oltre quella, “x è freddo” prima di essere una predicazione, risulta essere una vera e propria identità (come “S è S” di Lotze). O meglio c’è un qualcosa che si risolve nella sensazione con cui appare al soggetto percipiente.

 

Sostanza/attributo e Tutto/parte

 

La tesi poi di Schlick per cui contenuto ed estensione di un concetto si corrispondono non tiene conto della differenza tra intensione (che è il concetto) ed estensione che sarà rilevata da Carnap.

La relazione sostanza/attributo equivale al rapporto totalità/parte tra l’intero (aggregato) e la proprietà presa in considerazione. Ma come parlare di medesimo luogo e medesimo tempo se non rispetto all’aggregazione di queste qualità ? Far dipendere l’aggregazione da una presunta convergenza spazio-temporale significa rovesciare il ragionamento. In realtà in questo caso il Tutto (oggetto metafisico) è la condizione di possibilità della sintesi conoscitiva che unifica “bianco” e “freddo” nel giudizio “Ciò che è bianco  è anche freddo”. Già nel solo primo giudizio “Questo è freddo” si è costituita una sostanza, e tale sostanza è l’insieme, prima implicito e potenziale (reso semplicemente dall’indicale), poi sempre più articolato, delle qualità in esame. Esso perciò è il soggetto logico delle successive proposizioni conoscitive (“Questo freddo è anche bianco”). Naturalmente le proposizioni successive dipenderanno dal coincidere delle varie sensazioni, ma questo coincidere non è l’aggregato arbitrariamente sincronico, ma una lineare attribuzione di qualità ad un soggetto già costituito che è il segno della oggettività della nostra scoperta : noi scopriamo progressivamente le proprietà di un insieme esistente.

 

 

La libertà di compendio del pensiero

 

Quanto al diritto ed alla libertà di compendiare elementi qualsiasi attraverso il pensiero, Schlick non si domanda da dove si desume questa libertà, come viene giustificato questo diritto. Come cioè il pensiero può coordinare un concetto ed unificare in tal modo elementi così estremamente distanti dal punto di vista spazio-temporale. Questo è il mistero della concezione meramente aggregazionistica della sostanza, mistero che Schlick nel suo empirismo radicalmente ingenuo non prova nemmeno a spiegare. Tale mistero si può spiegare solo cambiando metafisica (da quella aristotelica del soggetto e del predicato a quella monista del rapporto tra il Tutto e la parte), ma non uscendo dalla metafisica, altrimenti sparirebbe il livello concettuale di spiegazione.

Quando Schlick dice che una tale unificazione non ha senso se non là dove ci sia motivo di farla, egli subordina la sortita di un aggregato a motivazioni puramente pragmatiche per cui si spiega il fine di un operazione mentale, ma non il come né le condizioni di possibilità di tale operazione.

Da un lato Schlick parla di libertà di aggregare elementi spazio-temporalmente dispersi, dall’altro dice che il criterio di aggregazione è la contiguità e la coincidenza spazio-temporale. Ma allora che fine fanno la libertà ed il diritto così proclamati, dal momento che è il contesto empirico a scandire i processi di aggregazione ?

Quando Schlick fa l’esempio dei tre elementi (uno dei quali essenziale) è un peccato che egli non ci faccia un esempio più concreto : perché in tal caso l’elemento essenziale sarebbe la sostanza (la parte residua dell’aggregato), mentre gli altri due elementi sarebbero semplicemente le proprietà prese in considerazione in un dato momento. Perciò la tesi di Schlick (derivata dall’empirismo inglese), per cui a noi sembra che ci sia solo un individuo, prima di essere accettata va verificata con un esempio più concreto di proprietà essenziale, giacchè un elemento dominante riproporrebbe l’idea di sostanza anche a livello di elementi dell’aggregato.

 

 

 

 

Il problema dell’oggetto come coincidenza spazio-temporale

 

Quanto al fatto che l’oggetto non debba essere necessariamente un corpo, ci si può domandare in che senso un processo si distingue da un corpo o da uno stato di cose. Inoltre se la nozione volgare di oggetto sembra più vicina a quella di corpo, in che senso sarebbero da considerare oggetti anche processi e stati di cose ? Anche in essi c’è una coincidenza spazio-temporale di proprietà ? O nel definirli c’è una maggiore libertà effettiva ? Qual è il criterio per vedere cosa è una base e cosa invece un costrutto ?

Schlick ad un certo punto fa marcia indietro e parla del diritto che abbiamo di designare collettivamente, pur senza fondarlo (anzi, insistendo sulla natura puramente aggregazionistica della sostanza, tale diritto sembra per lo più un arbitrio). Sintomaticamente Schlick aggiunge che ad un’analisi più rigorosa (ma perché più rigorosa ?) l’identità dell’oggetto e del punto spazio-temporale sembra svanire. Ma allora l’impressione di arbitrio (e non di diritto) si rafforza e il tentativo di costituire l’oggetto si rivela fallimentare. Schlick in questo caso è come chi promette di costruire un edificio senza struttura metallica e poi sconsolato ammette che l’edificio si è disgregato. Il tutto senza pagare pegno.

Schlick non definisce più il giudizio da un punto di vista logico, ma lo riduce alla registrazione (o alla costituzione) di una coincidenza empirica. Ma per quanto riguarda i giudizi logico-matematici ? Schlick dice che il giudizio non ha alcuna fondazione, ma è solo il risultato di una coincidenza spazio-temporale di qualità. Cosa siano spazio e tempo e cosa siano le coincidenze spazio-temporali non lo si dice e magari per spiegarle ci si dovrebbe rifare agli oggetti innescando un ovvio circolo vizioso. Nell’applicare questa concezione alla filosofia della storia Schlick considera quest’ultima una mera sequenza di date, di fatti : una visione più  primitiva di quella di Carnap, che era più consapevole relativamente alle scienze umane. Ma se la storia è fatta di eventi che in maniera discontinua popolano il corso del tempo, dove è più la contiguità spazio-temporale, dove la localizzazione nello stesso spazio-tempo ?

Nelle discipline esatte, dove la conoscenza è più profonda, Schlick introduce improvvisamente un livello di analisi molto più complesso, con molti postulati nascosti in più di quello precedente (relativo alla storia) : cos’è infatti il comportamento del calore ? Che c’entra l’isomorfismo strutturale tra le leggi di due fenomeni con la coincidenza spazio-temporale di qualità ? Cos’è una legge ? Schlick insomma introduce nel discorso concetti indeducibili dal contesto precedente (quello cioè dell’attribuzione di una proprietà ad un soggetto e del legame tra due proprietà coincidenti).

La spiegazione fisiologica della sensazione di luce operata da Schlick risulta problematica : infatti che un’onda elettrica possa essere causa del vissuto luminoso è solamente una supposizione di un legame aleatorio. Il fatto che un oggetto A, che sta con un oggetto B in un complesso di relazioni ben determinato, non possa stare nello stesso complesso di relazioni con un oggetto C, non è una verità logica ma solo un assunto metodologico e pragmatico.

Nell’esempio fatto da Schlick dove, date tre cose, due qualsiasi di esse determinano già sempre univocamente la terza, in realtà la suddetta relazione non è così ovvia : infatti se A è Caio e K è la relazione “padre di…”, non si sa se la terza B (che chiameremo Tizio) sia il padre o il figlio di Caio, a meno che A non sia “Caio padre di…” o K non sia la relazione “padre di Caio”.

Nell’universo dei numeri ovviamente l’assunto metodologico di cui abbiamo parlato prima è effettivamente una verità logica, ma questo perché la sostanza del numero è la sua funzione, per cui due numeri tra loro indiscernibili sono in realtà lo stesso numero, mentre nel caso degli oggetti reali, due oggetti indiscernibili per quel che riguarda le loro intrinseche proprietà non è detto che siano lo stesso oggetto.

 

 

 

 

Descrizione e spiegazione

 

Schlick poi sbaglia nel dire che “La neve è bianca” sia un caso diverso da “La luce consiste di onde elettriche” (intendendo quest’ultima come relazione causale). Infatti anche la neve può essere intesa in termini di relazione causale se la s’intende come il concetto prodotto dall’identità “Questo che di freddo è un che di bianco”. Per cui in “La neve è bianca” già “la neve” contiene in sé la relazione causale con il freddo. In questo caso “la neve” ha lo stesso statuto de “Il colore” e “la luce”. Sono cioè degli oggetti cosali, che indicano realtà di per sé esistenti nello spazio e nel tempo. Il giudizio invece “Questo che di freddo è un che di bianco” non è effettivamente come “La luce consiste di onde elettriche”, ma questa differenza non vale nel caso di “La neve è bianca”.

Inoltre, seppure la genesi della sensazione di “bianco” sia diversa da quella di “freddo”, non ci troviamo di fronte ad un caso diverso da “La luce consiste di onde elettriche”, dal momento che anche l’accesso sensoriale alla luce è del tutto diverso da quello che si ha nel risolvere empiricamente il concetto “onde elettriche”. Dunque la differenza qualora ci sia va diversamente descritta.

Inoltre “La luce è onde elettriche” si può considerare in due sensi. Schlick lo considera un rapporto tra due concetti astratti (nessuno dei due sarebbe un vissuto di esperienza). Ma se invece “luce” si considera come un fenomeno empirico (risolvendolo nella sensazione ricevuta dal soggetto) , allora si tratterebbe di un’identificazione tra un fenomeno empirico e la sua causa (onde elettriche). In realtà dire, come fa Schlick,  la luce è causa” è un che di pleonastico, una mediazione inutile tra il piano fenomenico (le sensazioni luminose) e quello della causa  (le onde elettriche). Sarebbe come aggiungere, alla sensazione di calore ed al movimento degli atomi, il flogisto che medierebbe tra questi due termini. L’equivalenza di Schlick tra la spiegazione scientifica e la spiegazione causale però sarebbe in realtà per Whitehead e Husserl una concretizzazione malposta, dal momento che anche il rapporto tra onde elettriche e sensazione luminosa sarebbe difficile da concepire in termini causali (e nessuno pseudo-concetto intermedio, come abbiamo visto, potrebbe facilitarci l’operazione)

 

 

Concetti puri e scienza empirica

 

Inoltre il fatto che l’essenza dell’identità per Schlick la si può percepire con la massima chiarezza nel caso dei concetti puri è in contraddizione con i presupposti empiristici già espressi per cui l’identità equivale ad una coincidenza spazio-temporale di qualità.

La tesi di Schlick, per cui Ö4 può essere sia (+2) sia (-2) e dunque l’equivalenza è in realtà parziale e dunque si tratta di una sussunzione, va integrata ammettendo che la relazione di “radice quadrata di…” è come la relazione “multiplo di…”, per cui si tratta di una relazione che si può avere con più individui. Un’altra possibilità è quella di distinguere a livello simbolico la radice quadrata di 4 equivalente a (+2) e la radice quadrata di 4 equivalente a (-2).

Se per Schlick un problema matematico, la cui soluzione rappresenta sempre una conoscenza concettuale, non è che la richiesta di esprimere un certo concetto, dato attraverso certe relazioni, con l’ausilio di altre relazioni, allora forse trovare ad es. le radici di un equazione significa trovare un numero che sia il plesso delle relazioni costituenti la parte nota dell’equazione. Tuttavia con alcune specie di numeri (tipo i numeri relativi), la soluzione non è più univoca ma comprende più possibili risultati. Cioè anche nel mondo dei numeri l’univocità dei termini viene subordinata alle relazioni nelle quali essi sono coinvolti.

L’interesse della scienza empirica non è, come pensa Schlick, nella ricerca dell’universale e dunque le identificazioni in questo campo non sono sussunzioni. L’identità scientifica è in realtà una riduzione per cui diversi fenomeni sono ricondotti ad un solo livello di realtà.

Anche nel caso dettagliato della luce gialla intesa come processo di oscillazione elettrico, la locuzione “circa 509 bilioni di periodi al secondo” indica comunque una certa imprecisione del concetto. Inoltre la problematicità dell’equivalenza è data anche dal fatto che non si può dire che il processo di oscillazione sia il colore giallo. Naturalmente l’approssimazione all’esattezza è il presupposto del grande potere esercitato dalla tecnologia, potere che legittima la pretesa conoscitiva delle scienze. Infatti quando Schlick dice che obbiettivo delle scienze empiriche è di rendere perfettamente determinato ciò che è individuale, oltre a somigliare alla pretesa di Hegel di dedurre anche la penna con cui scriveva, rende perfettamente l’idea della scienza come sapere che vuole essere anche potere. Tale esattezza però ha come conseguenza la difficoltà di tradurre la scienza nei linguaggi storicamente comuni e l’allontanamento della scienza stessa da quel mondo fenomenologicamente inteso  a cui essa si vorrebbe relazionare sistematicamente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


20 maggio 2009

Nicolò Bellanca : la libertà eguale come politica della sinistra

 L’ideale della libertà uguale è formulabile nei termini dell’eguaglianza delle opportunità, la quale si afferma quando sono eliminate le ineguaglianze non scelte e le conseguenze della cruda sorte, affinché il successo di ciascuno dipenda soltanto dalle caratteristiche che egli può modificare. Questa definizione, che è di John Roemer (1998), classifica gli individui sulla base delle caratteristiche che essi non sono in grado di controllare, quali il sesso, l’età, la razza, la classe sociale o il luogo di provenienza. Un insieme di soggetti costituisce un “tipo sociale” se ha le stesse caratteristiche: nessuno, in quel gruppo, è responsabile di circostanze che da solo e nel breve periodo non potrebbe alterare; mentre ciascuno può, al di fuori di quelle circostanze, prendere decisioni autonome, sulla scorta di propri valori e preferenze, e conseguire esiti differenti, variando il proprio livello di impegno.
Mentre una simile definizione astratta è condivisibile, appare arduo renderla operativa, poiché appare arduo scoprire o inventare principi universali di ripartizione dei beni sociali, sulla cui base avvicinarci all’eguaglianza delle opportunità. Dove sta la maggiore difficoltà? Come annota James Tobin (1970), vi sono due diversi modi per raggiungere l’eguaglianza: mentre l’“egualitarismo generale” fa leva su trasferimenti monetari che gli individui possono spendere come desiderano, l’“egualitarismo specifico” riconosce che importanti categorie di beni richiedono criteri irriducibilmente plurali. Pensiamo all’istruzione, all’assistenza medica, al diritto ad avere figli, ai sussidi per la casa, alla selezione per l’ingresso in un’istituzione esclusiva oppure per la sospensione dal lavoro, alla possibilità di immigrare, all’allacciamento di un territorio alla rete idrica o alla rete ferroviaria, alla divisione dei compiti e delle proprietà tra i membri di una famiglia, alla distribuzione degli oneri fiscali, al dovere di servire nell’esercito, alla procedura di conteggio e di rappresentatività dei voti elettorali, e così avanti. Né basta. Nonostante questo elenco già includa tanti beni su cui ruota il nostro benessere, la lista va ancora allungata e ispessita: lungo gli ultimi decenni, la qualità delle relazioni interpersonali, l’accesso alle nuove conoscenze, i commons e la partecipazione politica sono diventati beni ancora più decisivi che nel passato. Se dunque ci impegnassimo unicamente a livellare le opportunità in termini monetari, lasceremmo fuori tutto ciò che non è in vendita e molto di ciò che è rilevante.



Foss'a maronn'....

Quasi tutti i beni sopra elencati sono sociali e quindi indivisibili: non sono creati e consumati dal singolo, dal momento che perderebbero gran parte della loro utilità se venissero suddivisi al di sotto di una grandezza minima o “soglia critica”. I metodi con i quali le collettività umane hanno storicamente tentato di trasformare i beni da indivisibili in divisibili, per poterli redistribuire, sono in definitiva quattro: il sorteggio, con cui ogni pretendente ha una probabilità di ottenere il bene; la rotazione, con cui i richiedenti usano il bene a turno; la conversione, che scambia il bene indivisibile con uno divisibile; e la compensazione, con cui si indennizza chi non prende il bene. «Nessuno di questi meccanismi va tuttavia al cuore della difficoltà distributiva: quanto ciascuno ha titolo di pretendere? Chi evita di usare una discarica di rifiuti, paga un’uguale parte dei costi? E chi deve vivere vicino ad essa riceve un pari indennizzo? Il paziente A ha il doppio di probabilità di ricevere un organo per il trapianto, perché la sua attesa è stata doppia rispetto a quella del paziente B? In una coppia separata, dovrebbe la madre tenere i figli 5 giorni a settimana e il padre soltanto 2? In base a quale teoria o principio sono stabilite tali quote? Simili problemi non vengono sciolti introducendo beni divisibili» (Young 1994, 14). Essi vengono piuttosto affrontati, da ciascuna società, negoziando conflittualmente al proprio interno i protocolli di ripartizione applicabili ad un bene ma non ad un altro, ad una categoria di soggetti ma non ad un’altra, ad una situazione ma non ad un’altra. È la specificità che prevale: sono stati classificati innumerevoli criteri “locali” di giustizia, dall’anzianità al fare la fila, dalla forza fisica alle conoscenze tecniche, dalle liste di attesa al libero scambio, dal prestigio familiare alla casta, dal merito alla lealtà politica, dalla qualifica alla decisione democratica, dallo status residenziale allo status giuridico, dal bisogno all’efficienza, dall’orientamento sessuale alle caratteristiche mentali (Elster 1992).
Non sembra dunque agevole né significativo isolare in generale, come chiede la teoria di Roemer, le circostanze non controllate da un individuo. L’esistenza di una tale generalità richiederebbe un ambito sociale unificato, nel quale si ricorra ad un unico metodo, o insieme di metodi interconnessi, per ritagliare le caratteristiche non scelte; ma proprio questo presupposto appare, alla luce dei precedenti argomenti, poco giustificato. Non può dunque formularsi una strategia egualitaria capace di livellare congiuntamente le opportunità di benessere in tutte le sfere. Ogni egualitarismo mira (a suo modo) ad eliminare un insieme particolare di differenze, che varia secondo l’epoca e il luogo.
Dovendo scegliere, qual è l’insieme di differenze che appare oggi più significativo (politicamente, culturalmente ed economicamente) attenuare? A lungo, l’attenzione si è rivolta al reddito procapite. Tuttavia molte dimensioni della disuguaglianza – accesso alle istituzioni, diritti di cittadinanza, inclusione sociale – non vengono catturate dal livello del reddito individuale percepito. Inoltre, la spinta egualitaria viene spesso attenuata invocando il trade-off tra efficienza ed equità: è meglio dividere in fette uguali una data torta di reddito, o in fette disuguali una torta talmente più grande che la sua porzione minore è comunque superiore alla fetta paritaria della prima torta? Una crescita economica massima, che fosse in grado di far stare tutti meglio al costo di un certo grado di disuguaglianza, potrebbe risultare una scelta ragionevole.
Una linea di riflessione alternativa sostiene che uno dei maggiori connotati delle società contemporanee è il dilagare della competizione posizionale (Pagano 1999, Yotopolus – Romano 2007) e che è dunque diventato centrale l’eguagliamento delle opportunità posizionali (Barry 2005, Brighouse e Swift 2006). Per fissare le idee, definiamo i “beni posizionali” mediante un esperimento di pensiero. «L’alternativa è tra il mondo A, in cui vivresti in una casa di 100 metri quadri e gli altri in case di 200; oppure il mondo B, in cui vivresti in una casa di 75 metri e gli altri in case di 50. […] Se contasse solo il consumo assoluto, A sarebbe chiaramente meglio. Tuttavia molte persone dichiarano che opterebbero per B, dove la dimensione assoluta della loro abitazione sarebbe minore, ma quella relativa maggiore. […] Il termine “bene posizionale” denota i beni per i quali una tale connessione tra contesto e valutazione è più forte» (Frank 2005, 137). Nella concorrenza mercantile tradizionale si puntava al miglior esito a parità di costo: non importava chi, dove, quando e come erogava una prestazione; contava che essa, fatti i calcoli, fosse per noi (in assoluto) la più conveniente. Piuttosto, con l’avvento della competizione posizionale, l’attività economica si rivolge ai posti sociali in cui usare i beni prima che ai beni in quanto tali: il suo scopo non consiste più nell’acquistare o vendere, e infine consumare, certi beni; bensì nel lavorare, guadagnare, risparmiare, per partecipare al processo di selezione sociale che in via indiretta rende possibile ottenere, e infine consumare, certi beni. Ci battiamo per acquisire permessi di entrata allo scambio di certe opzioni, anziché immediatamente richiedere e contrattare quelle opzioni.
Nella competizione posizionale, il miglioramento del benessere individuale tende a identificarsi con l’acquisizione di beni che distinguano dagli altri. Ma i “beni posizionali”, privilegiando qualcuno, realizzano il proprio scopo soltanto dotandosi di un accesso razionato o di un’offerta limitata, e dunque frustrando il benessere degli esclusi. La distribuzione dei beni posizionali puri è tale che, se qualcuno ne ottiene, qualcun altro ne viene deprivato; se Tizio acquisisce più potere o più prestigio o un titolo superiore, ciò vale rispetto a Caio, il quale quindi peggiora. Il valore (assoluto) dei beni posizionali dipende, per chi ne fruisce, dal posto (relativo) che costui occupa nella loro distribuzione: da quanto egli ne ha, comparativamente agli altri. Chi scende nella “scala posizionale”, cambia posto in termini relativi, ma peggiora la propria soddisfazione in termini assoluti, semplicemente perché adesso ha, rispetto agli altri, meno di prima. Ciò presenta un’implicazione decisiva: non occorre essere egualitari per riconoscere che, di fronte alla competizione posizionale, una redistribuzione verso il basso delle opportunità giova (in modo assoluto) alla maggioranza (che altrimenti avrebbe meno, rispetto ai pochi fruitori del bene). Nel caso dei beni posizionali, infatti, «non vi è alcun modo con cui la disuguaglianza possa migliorare la posizione dei più deboli, con riguardo al valore di quei beni, in quanto dare di più ad alcuni comporta dare di meno ad altri» (Brighouse e Swift 2006, 475, corsivo aggiunto). Nel settore dei beni posizionali, infatti, «non esiste il livellamento verso l’alto. La propria ricompensa viene determinata dalla propria posizione sulla scala sociale e dal grado della sua inclinazione. Le ricompense potranno essere distribuite più equamente appiattendo la pendenza, ma ciò che è acquisito da quelli che si trovano in basso, verrà perso da quelli che si trovano in alto. Livellare è possibile, per lo meno in un certo grado; ma non si può livellare verso l’alto, nel senso di elevare l’estremità in basso verso il livello ora occupato dalla sommità» (Hirsch 1976, 181, corsivo aggiunto).
Immaginiamo una situazione iniziale in cui poche grandi imprese scaricano valanghe di pubblicità sui consumatori per persuaderli a comprare beni di distinzione, in cui pochi titoli di studio esclusivi aprono alle migliori carriere, in cui vincono le elezioni i candidati con il maggiore budget ed in cui gli imputati che sono in grado di pagarsi i migliori avvocati operano impunemente. E immaginiamo di modificare tale situazione tassando la pubblicità dei beni posizionali, accorciando lo scarto tra il vertice e la base della piramide dei titoli di studio e ponendo un tetto alle spese per le campagne elettorali e per gli avvocati. Non si tratta di barriere, poiché la possibilità di fare pubblicità o di pagarsi il legale viene mantenuta, né di regole prescrittive, che stabiliscano come procedere, bensì di regole proscrittive che, limitando alcuni comportamenti in modi noti ex ante a tutti, appaiono compatibili perfino con la teoria liberale classica. Accanto alla redistribuzione verso il basso di un ammontare dato di occasioni di accesso al bene posizionale, la seconda e complementare procedura egualitaria consiste nell’allargare le opportunità di accesso, riducendo così il grado di posizionalità del bene. Ciò può avvenire mediante “azioni affermative” ma, per brevità, non aggiungiamo altro.
Concludendo, la prospettiva qui delineata indica che se, nelle odierne società, competiamo soprattutto per acquisire permessi di entrata allo scambio dei beni posizionali, la scarsità artificiale viene eliminata soltanto se ridistribuiamo e estendiamo le opportunità di accesso ai beni posizionali. Con il livellamento verso il basso della distribuzione delle opportunità di ottenere i beni posizionali, e con la riduzione del grado di posizionalità dei beni, si individua una forma di eguagliamento che, a differenza dell’approccio di Roemer, è poco legata ai trasferimenti monetari; essa si concentra invece su quei beni specifici che, come documenta un’ampia e crescente letteratura (su cui Pugno 2007), provocando un’eccessiva spinta competitiva, costituiscono le principali ragioni dell’odierno malessere.


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