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6 maggio 2011

Giovanni Mazzetti : la malafede del nuovo Welfare

La tesi che qui cercherò di sviluppare è che quando sono iniziate le difficoltà del welfare, le precedenti conquiste hanno dimostrato di non essersi affatto consolidate, fino al punto di rappresentare almeno l’embrione di una nuova cultura. Alla prima fase di sgretolamento delle nuove istituzioni è poi subentrata una vera e propria rotta, che ci costringe a ricominciare dal punto di partenza, ciò che investe direttamente le forme della lotta di classe.

 

Per chiarire quanto sto cercando di dire prenderò spunto da un articolo di Galli Della Loggia sul Corriere della Sera del 17 gennaio 2010. Scrive Della Loggia, “la vulgata secondo la quale la democrazia è tale perché riconosce eguale valore ai diritti politici e ai diritti sociali – che però sarebbero in sostanza quelli del ‘lavoro’ – è sbagliata. Questa equiparazione si presta a molte obiezioni: la più importante è che mentre per essere riconosciuti ed esercitati i diritti politici (eguaglianza di fronte alla legge, elettorato attivo e passivo, diritto alla libertà personale, di parola, diritto di sciopero, ecc. ecc.) non necessitano di alcun contesto esterno particolarmente favorevole, viceversa il godimento dei diritti cosiddetti sociali e del lavoro in specie è perlopiù possibile solo se vi è un contesto economico esterno favorevole … Non poggiano, né possono mai poggiare su alcuna base solida definitiva”. Ora, a parte la stupidaggine di sostenere che, per essere goduti, i diritti politici non avrebbero bisogno di condizioni che permettano di esercitarli, sta di fatto che nella società è senz’altro diffusa la convinzione che i diritti sociali dipendano dalla “disponibilità di risorse”, e in periodi di “vacche magre” possano e debbano essere drasticamente ridimensionati: il “nuovo Welfare” di cui molti vagheggiano in evidente malafede.


27 marzo 2009

Gnègnè e il Programma di Gotha

 

Gnègnè nel dibattimento sul rapporto tra marxismo e giusta redistribuzione ha voluto portare una lunga citazione dal Programma di Gotha di Marx, dicendo che noi pseudo-comunisti abbiamo dimenticato tale lezione. In realtà è Gnègnè a non ricordare che questo passo è stato più o meno già discusso e tale discussione giace tra i vari commenti ai post del suo blog (già allora finì a schifo, come è usuale nelle discussioni con Gnègnè che non siano rituali di autocompiacimento).

Ma veniamo al passo di Marx  il quale dice :

Non affermano i borghesi che l’odierna ripartizione è “giusta”? E non è essa in realtà l’unica ripartizione “giusta” sulla base dell’odierno modo di produzione?

La cosa che mi premeva osservare è che nel post dedicato all’articolo di Lunghini, quest’ultimo non pone direttamente il problema della giusta ripartizione (e, ripeto, lo potrebbe fare), ma dice : “Secondo la teoria economica dominante (la teoria neoclassica, quella che viene insegnata nella maggior parte dei corsi universitari e praticata poi dai responsabili delle politiche economiche nazionali e sovranazionali), il prodotto sociale dovrebbe essere distribuito tra i diversi «fattori» della produzione in proporzione al contributo che ciascuno di questi fattori ha dato al prodotto”…e poi aggiunge “Gli stessi cultori della teoria dominante dovrebbero convenire che se il prodotto sociale si riduce, chi non ne ha meritato una parte dovrebbe restituire il maltolto.” Lunghini cioè parte da una teoria della distribuzione che lui attribuisce ai neoclassici e semplicemente fa notare che, seguendo tale teoria, è giusto attribuire ai lavoratori quasi tutto il prodotto sociale, soprattutto se quest’ultimo si riduce (senza contare che le riflessioni di Lunghini ormai da tempo prendono spunto da Marx, ma in termini di politica economica si rifanno a Keynes, che sulla iniqua distribuzione del reddito sicuramente ha speso più di una parola). Quanto alla attribuzione ai neoclassici di una teoria della giusta distribuzione (contestata da Gnègnè sulla base del carattere scientifico e bla, bla, bla…) è meglio citare un altro testo di Lunghini dove questi dice : “L’idea che il capitale, al pari degli altri fattori, sia produttivo ha ovvie e importanti conseguenze sul piano della teoria della distribuzione del reddito. Per Smith il profitto era determinato dal saggio naturale del profitto, per Ricardo era un residuo, per Marx il risultato di un rapporto di sfruttamento. Per la teoria neoclassica della produttività marginale (Philip H. Wicksteed, Knut Wicksell, John B. Clark e altri) il profitto (qui, l’interesse), come qualsiasi altra quota distributiva, era univocamente determinato - date le condizioni tecniche della produzione - dalla produttività marginale del capitale. Il principio della marginalità era già presente in Ricardo, che su di esso basava la determinazione della rendita (e solo di questa). Gli economisti marginalisti generalizzano questo principio: tutti i fattori (variabili) della produzione devono essere remunerati, in equilibrio, secondo la loro produttività marginale; che è misurata dalla variazione del prodotto totale provocata dall’aggiunta o dalla sottrazione di un’unità del fattore considerato, quando sia mantenuta costante la quantità degli altri fattori. Tale tesi ha due importanti implicazioni, una logica l’altra normativa, riconducibili a questa questione: una volta che tutti i fattori della produzione siano stati remunerati secondo la loro produttività marginale, secondo il loro ‘contributo’ alla produzione stessa, si sarà esaurito il prodotto totale? Se così non fosse - se il prodotto totale non bastasse per una siffatta distribuzione, oppure se restasse un residuo - si tratterebbe di una teoria logicamente insoddisfacente. In effetti non tutte le funzioni di produzione godono di questa proprietà, anzi una soltanto: perché il prodotto risulti esaurito, occorre che la funzione di produzione sia di un tipo speciale, omogenea lineare (cioè con rendimenti di scala costanti). Ma ovviamente non c’è nessuna ragione per sostenere che le funzioni di produzione, nella realtà, siano necessariamente di questo tipo: quasi che si trattasse di “una sorta di misteriosa legge naturale” (Joan Robinson). Conviene osservare, inoltre, che una teoria della distribuzione basata sul principio della produttività marginale presuppone che per ciascun fattore questa possa essere calcolata indipendentemente dalla distribuzione del prodotto; occorre, in altri termini, che il valore del capitale non vari al variare della distribuzione, e questo - come oggi sappiamo, e come si vedrà più avanti - in generale non è vero. L’implicazione normativa di questa teoria della distribuzione, d’altra parte, è che essa - quando sia soddisfatto il requisito di cui si detto - sembra fornire un principio di giustizia distributiva: ciascun fattore della produzione deve essere remunerato secondo il suo contributo alla produzione, ed esiste una unica configurazione distributiva di equilibrio, imposta dalle condizioni tecniche della produzione e che non può né deve essere modificata dall’azione umana. Il profitto (l’interesse), in particolare, trova così una piena e doppia legittimazione, analitica ed ‘etica’. E del resto la natura comunque implicitamente normativa delle categorie economiche della scuola neoclassica si rivela qua e là nei loro scritti, come ad es. in questa frase di Jevons per il quale “Ogni lavoratore riceve il valore di quel che ha prodotto, dedotto che se ne sia una porzione adeguata da corrispondere al capitale quale remunerazione dell’ astinenza e del rischio” (a tal proposito sarebbe interessante vedere quale valenza strettamente descrittiva abbiano concetti quali “astinenza” e “rischio” e soprattutto il fatto che vadano remunerati)

Ma continuiamo nella lettura del passo di Marx, il quale dice : “Mi sono occupato ampiamente del “reddito integrale del lavoro” da una parte e dall’altra parte dell’”ugual diritto”, della “giusta ripartizione”, per mostrare che delitto si compie allorché, da un lato, si vogliono nuovamente imporre come dogmi al nostro partito concetti, che in un certo momento avevano un senso, ma ora sono diventati rigatteria di frasi antiquate”. Da questo passo si desume che Marx  non dice che i concetti analizzati siano sempre stati erronei, dal momento che essi “..avevano un senso”. Adesso questo senso non lo hanno più, perché nel frattempo è successo qualcosa, la critica ha seguito l’evoluzione storica che vede nel 1875 represso nel sangue un tentativo rivoluzionario (la Comune di Parigi) ben più consapevole di quelli precedenti, per cui il suo fallimento non priva Marx della fiducia nel fatto che ormai la classe operaia è destinata a forgiare nel movimento reale i concetti di cui essa ha bisogno per realizzare i propri obiettivi. Dunque l’idea della ripartizione non ha senso laddove non c’è autorità terza a cui appellarsi dal momento che la classe operaia con la rivoluzione prenderà le leve del potere e realizzerà un mutamento del modo di produzione (sarebbe interessante comunque vedere se il mutamento del modo di produzione non sia una forma anche violenta di distribuzione dei fattori di produzione sulla base di una implicita teoria della giustizia e della presenza delle condizioni materiali che rendono possibile tale trasformazione). Dunque le categorie teoriche non sono in sé buone o sbagliate, marxiste o socialiste, ma lo sono alla luce degli eventi in corso e dell’adeguamento della teoria a quegli eventi (già avvenuti o imminenti). Quando si studia Marx, è pericoloso parlare del “pensiero di Marx”, in quanto qualsiasi compendio è solo la cristallizzazione di una sorta di sismografo del movimento che toglie lo stato di cose presente (il fatto che molte delle opere di Marx non siano pubblicate non è un caso, ma la conseguenza quasi necessitata del fatto che Marx è, parafrasando Canetti, cane del suo tempo)

Continuiamo con la parte più consistente della citazione : “Prescindendo da quanto si è detto fin qui, era soprattutto sbagliato fare della cosiddetta ripartizione l’essenziale e porre su di essa l’accento principale. La ripartizione degli oggetti di consumo è ogni volta soltanto conseguenza della ripartizione delle condizioni di produzione. Ma quest’ultima ripartizione è un carattere del modo stesso di produzione. Il modo di produzione capitalistico, per esempio, poggia sul fatto che le condizioni oggettive della produzione sono a disposizione dei non operai sotto forma di proprietà del capitale e proprietà della terra, mentre la massa è soltanto proprietaria della condizione personale della produzione, della forza-lavoro. Essendo gli elementi della produzione così ripartiti, ne deriva da sé l’odierna ripartizione dei mezzi di consumo. Se le condizioni di produzione oggettive sono proprietà collettiva degli operai stessi, ne deriva ugualmente una ripartizione dei mezzi di consumo diversa dall’attuale. Il socialismo volgare ha preso dagli economisti borghesi (e, a sua volta, una parte della democrazia l’ha ripresa dal socialismo volgare) l’abitudine di considerare e trattare la distribuzione come indipendente dal modo di produzione, e perciò di rappresentare il socialismo come qualcosa che si muova principalmente sul perno della distribuzione. Dopo che il rapporto reale è stato da molto tempo messo in chiaro, perchè ritornare indietro?



Marx qui si badi bene, parla della ripartizione dei beni di consumo (mentre Lunghini parla del prodotto sociale nel suo complesso, che Marx divide in varie uscite, tenuto presente che sarà la classe operaia a gestirlo e dunque ad essa sarà andato grazie alla rivoluzione), inoltre dice che l’errore dei socialisti sta nel separare la distribuzione dal modo di produzione, mentre la prima è in un certo senso funzione della seconda. Non dice però che la questione della ripartizione non abbia senso, ma dice che essa verrà affrontata cambiando il modo di produzione. E aggiunge che qualsiasi distribuzione giusta cercando di rispecchiare le differenze esistenti tra gli uomini difficilmente si coniuga con l’eguaglianza. Ma questo implica che Marx si pone seriamente il problema della distribuzione e non lo considera problema da poco. Egli critica i socialisti per il fatto che vogliono ridistribuire il reddito, ma non vogliono toccare i rapporti di produzione (e cioè non vogliono toccare i proprietari dei mezzi di produzione), ma non perché il problema della distribuzione non sia rilevante.

Ora, come ho già avuto modo di dire, relativamente al contesto storico in cui si colloca un corsivo come quello di Lunghini, è difficile dire in che fase siamo : da un lato la classe operaia ha avuto da circa trent’anni sonore sconfitte, dall’altra però essa ha rivoluzionato nel secolo scorso la struttura della distribuzione del prodotto sociale (si pensi alla spesa pubblica, alle pensioni, all’assistenza), a partire dalle lotte fatte in fabbrica e dunque nei luoghi di produzione (e se è vero che la distribuzione è funzione della produzione, al tempo stesso una diversa distribuzione retroagisce anche sulla produzione, cosa che Marx sembra non aver sottolineato). Perciò non si deve valutare l’appello di Lunghini alla giusta distribuzione (qualora l’abbia veramente effettuato) alla luce di un’eventuale dottrina atemporale marxiana, ma alla luce della situazione concreta che viviamo adesso, del fatto che l’appello all’autorità terza non viene fatta sotto l’autoritarismo bismarckiano, ma in un regime politico che, seppure pericolante, è stato costruito dalle lotte operaie e ne rappresenta una tappa importante, se non gloriosa. In tale regime la classe operaia ha una voce sia pur non dominante (ed a volte flebile) e dunque l’appello al soggetto terzo ha un senso, laddove Marx parla di fronte ad uno Stato non democratico che va solo rovesciato con la violenza.

Gnègnè invece come al solito, nell’unire a suo modo produzione e distribuzione, ci vuole propinare

una sorta di non esplicito, ma ammiccante parallelismo tra la necessità marxiana di cambiare il modo di produzione attraverso la rivoluzione dei rapporti di produzione e il dogma della sintesi neoclassica che subordina il momento redistributivo alla crescita economica. Ma questo tentativo rimane una mistificazione.

 


17 marzo 2009

Marx e la giustizia

 

Anche il buon Mario è intervenuto nel velenoso dibattito tra me e Gnègnè, cercando di mettere un po’ d’ordine e di distacco e aggiungendo delle citazioni che possono tornare utili alla nostra riflessione.

Mario cita prima Gnègnè : “ed inoltre (Marx) ha sempre limpidamente negato che, nel modo di produzione capitalistico, lo sfruttamento economico sia anche uno sfruttamento giuridico, sia cioè un illecito (per Marx, finché i mezzi di produzione sono di proprietà privata, non c’è modo di evitare lo sfruttamento, che anzi è necessario perché la produzione raggiunga il livello massimo, e ciascuno dei tre fattori riceve esattamente la remunerazione a cui ha diritto, niente di più e niente di meno)
Poi Marx : “Gli economisti borghesi vedono soltanto che con la polizia moderna si può produrre meglio che, ad es., con il diritto del più forte [la borghesia che oppone il proprio diritto alla forza del signore feudale, laico od ecclesiastico]. Essi dimenticano soltanto -prosegue Marx- che anche il diritto del più forte è un diritto [infatti è sempre esistita una legislazione anche sotto il Medioevo] e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma anche nel loro 'Stato di diritto'
E commenta : “
Possiamo dire, sviluppando il suo pensiero, che "è cambiata la forma ipocrita in cui si cela il primato della forza" in quanto tutti i cittadini sono formalmente uguali davanti alla legge?
Questa è una esplicitazione di ciò che è la struttura portante del pensiero Marxista, la constatazione che non esiste un "diritto" naturale o principi eterni ed immutabili, ma che tale fatto (in questo caso distribuzione)è l'esplicitazione di un rapporto "sociale" che sancisce in quel particolare contesto di relazione economica (in questo caso il capitalismo) ed in funzione dei rapporti di forza esistenti tra le classi (capitalisti, salariati) un diritto.
E conclude : “Certo è che un marxista o un comunista non si accontenterebbe solo di quello (in quanto al comunista interessano il possesso dei "mezzi di produzione").
Per chiudere, il punto della distribuzione è una delle questioni che "SICURAMENTE" differenziano un socialista da un comunista. Un economista liberale, negando che questo aspetto sia di per sé elemento di conflitto di classe (quanto meno non prendendolo neanche in considerazione), il problema "autonomamente" neanche se lo pone.
Però la differenza esiste
.”
Poi cita Homolaicus : “Il socialismo utopistico infatti puntava molto sulla "distribuzione", in quanto con questa categoria, che implica dei processi di carattere etico-sociale, si poteva meglio affrontare la questione della democraticità della società borghese.
Insomma il problema che Marx vuole affrontare in questo capitolo è quello di capire in che rapporto stanno produzione e consumo, poiché in astratto (o nelle pubblicazioni degli economisti borghesi) tutto sembra funzionare perfettamente: produzione e consumo praticamente coincidono, in quanto si supportano reciprocamente, in una sorta di mutuo condizionamento, ma in concreto, nella realtà sociale del capitalismo sembra essere la produzione a dettare un ruolo egemonico e lo prova il fatto che tra produzione e consumo "s'interpone la distribuzione che, in base a leggi sociali, determina quale quota della massa dei prodotti spetti al produttore"(p. 19). Infatti sotto il capitalismo "il ritorno del prodotto al soggetto [che lo produce] dipende dalle relazioni in cui questi si trova con altri individui. Egli non se ne impossessa immediatamente"(ib.); sicché in altre parole produzione e consumo non coincidono affatto, in quanto la distribuzione appare sempre squilibrata, iniqua, frutto dell'antagonismo sociale. Marx non si esprime esattamente così, ma non v'è dubbio che il suo pensiero sia questo.
E ancora : “a suo parere -e qui veniamo al punto forte di contrasto tra il socialismo scientifico e quello utopistico- il problema non è quello di come intervenire sul versante della distribuzione, al fine di cambiare, in favore dell'operaio, il rapporto tra produzione e consumo, ma è quello di come intervenire direttamente sulla produzione, poiché "il modo determinato in cui si partecipa alla produzione determina le forme particolari della distribuzione, la forma in cui si partecipa alla distribuzione"(p. 20).
Su questo problema di natura economica ovviamente s'innesta quello di natura politica, i cui termini di confronto oggi vengono affrontati con maggiore flessibilità: riforme sociali, in direzione di un mutamento progressivo della distribuzione nell'ambito del sistema capitalistico, o rivoluzione politica, in direzione della conquista del potere per un ribaltamento immediato del modello capitalistico di produzione? Marx propendeva per questa seconda soluzione e il suo radicalismo lo porterà a rompere molto presto con tutto il socialismo utopistico.
Gli economisti borghesi, dal canto loro, erano su questo aspetto ancora più astratti dei socialisti utopisti, poiché nella distribuzione non vedevano neppure i problemi connessi ai conflitti di classe. Marx dice che secondo loro "la distribuzione si presenta come distribuzione dei prodotti e quindi essa è ben lontana dalla produzione e quasi autonoma rispetto ad essa"(p. 21). Gli economisti avevano interesse a mostrare questa diversità, in quanto non volevano che i critici della distribuzione ineguale facessero ricadere sulle forme della produzione i motivi dello scompenso tra produzione e consumo. Per il resto erano tranquillamente disposti ad ammettere che tra produzione e consumo vi fosse identità o reciproco condizionamento, ed erano del tutto indifferenti al fatto che -prosegue Marx- "all'origine, l'individuo non possiede alcun capitale, alcuna proprietà fondiaria. Fin dalla nascita esso è assegnato al lavoro salariato dalla distribuzione sociale"(ib.)."

Segnalo poi un’altra citazione da Gnègnè : “la distribuzione del reddito fra i fattori è parte del modo di produzione, non è indipendente da questo. Ne deriva tra l'altro (e anche questa conseguenza è stata esplicitamente tratta da Marx) che non è alterando la distribuzione che si cambia il modo di produzione, è il contrario che va fatto.
La frase di Marx di cui dubiti (e che non ricordo dove si trova, ma la cercherò) è appunto una critica a quelli che lamentavano l'ingiustizia della distribuzione, senza avvertire che parlare di 'giustizia' distributiva all'interno del modo di produzione capitalistico è una tautologia (perché il diritto borghese è determinato anch'esso dal modo di produzione borghese: all'interno di un 'sistema' che prevede che i mezzi di produzione spettano al proprietario e al capitalista mentre al proletario spetta solo la sua forza-lavoro, il capitalista si approprierà inevitabilmente del plusvalore, e questo non è affatto contrario al diritto. Lo sfruttamento marxiano è un concetto economico, non giuridico).
Quanto al resto, ripeto di nuovo: in *questo* modo di produzione, non c'è modo di impedire al capitalista di cercare l'investimento più redditizio. Se intervieni sulla distribuzione (tasse), almeno oltre un certo limite, il capitale andrà altrove, e il risultato sarà minor reddito (meno lavoro, ecc.). Se vuoi impedire questo (cioè se vuoi evitare che si smetta di produrre), devi intervenire sul modo di produzione, cioè devi, per l'appunto, espropriare il capitalista. Questo è quello che dice Marx (e quello che dico io): vedi un po' tu se è possibile agire sulla struttura con la magistratura o col fisco..."



Cosa dice Marx allora ? Lo sfruttamento non è immediatamente un illecito giuridico, ma semplicemente perché l’illecito giuridico dipende dall’ordinamento vigente che è il frutto della lotta di classe. Esso diventerà una sorta di illecito giuridico nella fase in cui il proletariato riuscirà ad imporre il suo dominio sulle altre classi e uniformerà il Diritto a questa sua egemonia. Ma per fare questo bisognerà aspettare una rivoluzione che avvenga in un arco di tempo ristretto ? Già i mezzi di produzione dovranno essere proprietà dei lavoratori ? L’astrazione del ragionamento di Gnègnè si rivela subito se ci facciamo questa domanda : in che fase stiamo adesso ? Non si può concepire (se non in termini molto generali) la periodizzazione storica come fatta di compartimenti stagni in cui o si è nel modo di produzione capitalistico (con tutte le sue conseguenze ideologiche) o si è nel modo di produzione successivo (ed allora la rivoluzione si è già compiuta con tutte le sue conseguenze ideologiche). Siamo nella lotta di classe, che è l’unica situazione concreta a cui ci possiamo rifare ed in questa fase c’è la possibilità che molti comincino ad elaborare quelle teorie e quelle categorie (morali, giuridiche, politiche) che debbono accompagnare il proletariato all’edificazione di una nuova società, per cui non è peregrino trovare una teoria della giustizia nella quale la situazione che dovrebbe verificarsi ad un certo punto della transizione rivoluzionaria venga elaborata come un sistema di diritti concepito astrattamente, come una teoria della giusta distribuzione del prodotto. Marx avrebbe riso a suo tempo se fosse uscita un argomentazione alla Lunghini, ma questo perché riteneva (teoricamente o per enfasi propagandistica) l’appello al diritto inutile in un momento di imminenza rivoluzionaria (e si sa che Marx abbia previsto fasi rivoluzionarie che non si cono invece concretizzate, ma anche questo fa parte di un programma di ricerca che va per tentativi ed errori, che si verifica compiutamente solo nella prassi). Ma ciò non implica che non sia possibile ricavare da Marx un’analisi in termini di teoria della giustizia che possa agire da strumento nella lotta di classe a livello di discussione teorica, di egemonia culturale, di lotta a livello parlamentare.
Dire che lo sfruttamento sino alla rivoluzione è necessario sino al raggiungimento di un punto massimo di produzione è non rendersi conto che la lotta di classe va intrapresa ben prima della rivoluzione e confondere l’”elogio” marxiano del capitalismo nel “Manifesto” con l’attendismo passivo di molti marxisti settari ed innocui di oggi, senza contare che da un secolo a questo punto, il capitalismo può aver benissimo raggiunto quel livello di produzione maturo perché la rivoluzione avvenga (può darsi che questo momento sia già passato e qualche occasione perduta…)
Cosa farebbe Marx oggi ? E ‘stupido domandarselo, come è stupido domandarsi “Dove sono i marxisti di una volta ?”. Essi sono dove possono essere a fanno e teorizzano quel che possono teorizzare sulla base del contesto materiale presente. E se agitando un modello di giusta distribuzione fanno comunque un’operazione legittima da un punto di vista marxista (e il fatto che fa bene lo si vede da come irrita chi retoricamente si appella al marxismo buono di una volta o ai lioni marxisti sudafricani…).
Marx non dice che non sia possibile aderire ad un’etica o ad una teoria della giustizia, ma pensa che l’appello al diritto o alla giustizia (appello che è sempre ad una istanza terza) non è possibile dove non vi sia un’istanza terza (vista la natura di classe dello Stato). Ma ciò non vuol dire che un intellettuale che partecipi alla lotta di classe (con maggiore o minore sincerità) non possa argomentare per una teoria della giusta distribuzione nell’ambito della lotta di classe, tentando non di appellarsi ad un’istanza terza, ma tentando (in quello che Agnes Heller chiamava polemicamente con Apel l’ambito “di discussione” e non di “dialogo”) di coinvolgere quanti più partecipanti possibili nella sua lotta. Il diritto del più forte soggiace anche allo “Stato di diritto”, ma questo non implica che l’istanza etica e rivendicativa sia nulla, ma che essa si situa nella lotta di classe e da sola sia destinata al fallimento, per cui chi si limita al solo richiamo al diritto potrebbe essere comunque funzionale allo stato di cose esistente. Ma come ho già fatto notare tale istanza muove Marx continuamente (altrimenti come potrebbe un piccolo borghese come lui fare quello che ha fatto) e tale spinta la si registra continuamente a livello linguistico (nella passione, nel sarcasmo, nell’invettiva). Per Marx l’appello al diritto è strategicamente inutile nel contesto dato, ma ciò non implica che sia inutile anche in questo contesto dato, o che lo sia anche nel momento in cui un intellettuale militante scriva un articolo (ed è stupido appuntarsi all’articolo come esempio tra i tanti di una inanità più complessiva, soprattutto se soggettivamente chi compie tale critica ci tiene ai buoni marxisti di una volta, ma non ci tiene ad esserlo personalmente un buon marxista di una volta…). Non è il senso di una teoria della giustizia ad essere in discussione (esso rimane in un ambito astratto), ma il proferimento di una teoria della giustizia ad essere valutabile strategicamente alla luce della lotta di classe (e dunque potenzialmente utile, inutile, dannoso a seconda del contesto in cui viene effettuato).
Sicuramente non esiste un diritto naturale, ma non è escluso che la forma che il Diritto assume nella transizione (e di cui i soggetti impegnati nella lotta di classe o quanto meno i borghesi alleati del proletariato nella lotta di classe) non concretizzi i diritti astrattamente enunciati nel momento in cui la borghesia è stata una classe progressiva e non li concretizzi almeno per il periodo in cui sarà ancora necessario uno Stato delle cui leve il proletariato si deve impossessare. Mentre il realismo politico intende l’etica solo come illusione dietro la quale si nasconde il rapporto di forza, nel marxismo la lotta di classe stessa si può concretizzare in una pluralità di posizioni etiche contrapposte una delle quali risulterà vincente proprio in quanto i rapporti di forza saranno decisi da processi materiali nei quali può essere rinvenuta una contraddizione dialettica, contraddizione che può essere declinata anche nel campo della discussione sul diritto e sull’etica (quando si dice che i rapporti di produzione capitalistici non possono tenere dietro all’aumento delle forze produttive non si fa riferimento anche alle conseguenze negative eticamente rilevanti di tale gestione privatistica delle forze produttive, gestione che porta a disordini, guerre, crisi etc etc ?)
Quando si dice che la centralità della distribuzione diventa teoricamente e praticamente un handicap, non si vuole dire che l’aspetto distributivo non abbia importanza, ma serve a costringere il proletariato a rendersi conto del fatto che non c’è indipendenza tra produzione e distribuzione, non a rassegnarci ad una certa distribuzione a certi rapporti di produzione assunti come dati : in altre parole sbaglia chi separa i due ambiti, non chi nel frattempo si adopera a migliorare la situazione in un ambito solo (se un partito nel frattempo che non riesce a cambiare i rapporti di produzione, pur consapevole di questo limite, combatte per migliorare la distribuzione, questo partito non solo fa benissimo ma certamente non sarebbe censurabile da un punto di vista marxista, mentre più ambiguo sarebbe un partito di sinistra che nell’ambito dello sviluppo trascuri le questioni redistributive per puntare tutto sulla crescita), anche perché la lotta per la distribuzione diventa nel lungo periodo anche una lotta per una crescita più equilibrata (e dunque non contraddice l’istanza marxiana di non impedire l’aumento delle forze di produzione, se questo piace agli idolatri della crescita)
L’ultima citazione di Gnègnè conferma quanto il nostro abbia un atteggiamento schematico, dal momento che parla di *questo* modo di produzione, senza pensare che in ogni momento ci troviamo di fronte ad un momento della lotta di classe (in alcune parti del mondo c’è addirittura una combattuta transizione tra modi di produzione precapitalistici e capitalistici, lotta che però è influenzata da quella tra capitale e lavoro nelle parti alte della filiera di produzione) per cui è astratto dire che ci troviamo in un certo modo di produzione e dunque il capitalista possa muoversi con il suo capitale come meglio crede. Ci troviamo in un momento della lotta di classe in cui è più difficile controllare il movimento dei capitali, ma ci sono stati momenti in cui tale controllo è stato più agevole (tutto dipende dall’esito della lotta di classe, dai processi economici, dalle soggettività in campo, dagli squilibri della condizione del proletariato nel mondo). Ma Gnègnè ha a cuore la schematizzazione e la semplificazione, dal momento che ha fretta di mettere Marx in una teca, di farci pensare che da lui è ormai possibile spremere tutto quello che può dare, di chiudere i conti (infatti per lui il contributo di Marx è la visione storica e dinamica dell’economia, una cosa che si può dire anche di Schumpeter o addirittura di Schmoller). Anche lui fa la sua lotta di classe e la fa in maniera conseguente, con la cazzimma che gli è propria.


11 novembre 2008

L'assenteismo nel dibattito operaio degli anni Settanta

Un documento d'epoca :

Di fronte all'uso antioperaio della crisi, la classe ha mostrato inizialmente una forte rigidità dei

suoi comportamenti sia per ciò che riguarda la mobilità del lavoro che rispetto all'assenteismo. E' chiaro che nell'aggravarsi della crisi, nella complessità e nella violenza dell'attacco al potere operaio in fabbrica, anche la pratica dell'assenteismo ha subito delle modificazioni ed assunto un'importanza diversa. Valutare questo comportamento operaio dentro la crisi vuol dire, da una parte individuare nel piano capitalista il tentativo di ridefinire un nuovo rapporto fra occupazione e produttività, e dall'altra svolgere una critica delle insufficienze nell'organizzazione operaia all'interno della lotta contro l'aumento della produttività.
La prima parte della strategia antioperaia del capitale, iniziata con la CIG alla Fiat nel '73, aveva essenzialmente due direttive: ridurre la massa complessiva degli occupati e aumentare la produttività per operaio, in modo da assicurare un tasso medio di espansione produttiva e un minor costo di produzione per unità. L'attacco capitalista si poneva direttamente sul terreno della produzione, per combattere tutti quei comportamenti operai che nelle lotte precedenti avevano incrinato l'organizzazione capitalistica del lavoro: il. controllo del capitale sulla forza-lavoro in fabbrica.
E' quindi in un periodo preciso - dal 1973 a tutto il '75 - che il problema dell'assenteismo diventa centrale nel dibattito e nell'azione delle frange operaie più incisive. In questo periodo si saldano due aspetti dell' assenteismo: quello della risposta individuale alla ripetitività e alla parcellizzazione del lavoro di fabbrica e quello politico della lotta contro un diverso rapporto fra produttività e occupazione.
Da dato sociologico - la disaffezione al lavoro derivante dalla ristrutturazione tayloristica del ciclo, che ha segnato tutta la composizione di classe degli anni '60 - l'assenteismo diventa un dato politico preciso all'interno dello sconto di classe. I limiti della strategia capitalista si sono mostrati in questa fase con chiarezza nell'impossibilità di riportare immediatamente la produttività in fabbrica.
Nel settore metalmeccanico il tasso di gravità dell'assenteismo netto si mantiene stabiIe su una media dell'11,52%, per tutto il '75, una media leggermente superiore a quella del 1972; nei settori chimici su una media (10%) superiore al 1972, mentre nel settore tessile raggiunge nel primo trimestre 1975 il 14,76%.

Nella prima fase della crisi, il capitalismo italiano sperimenta l'impossibilità di riportare ordine in fabbrica. Si sperimenta cioè, da parte capitalista, l'impossibilità di attaccare direttamente una pratica operaia sostenuta da una forza autonoma di fabbrica che traeva le sue origini dalle lotte passate e che aveva imposto un potere operaio su tutta una serie di questioni riguardanti l'organizzazione del lavoro.
La disaggregazione di questa forza richiede l'allargamento della crisi fuori della fabbrica, coinvolgendo cioè l'intera società, i rapporti salariali, la struttura dei prezzi. La seconda fase della crisi, quella che stiamo vivendo, si apre con il tentativo padronale di formare un esercito industriale di riserva attraverso la disoccupazione e la sottoccupazione. Contemporaneamente la pressione dell'inflazione sui salari ha determinato una tendenza a ripiegare su forme di risoluzione individuale ed a usare spesso l'assenteismo in funzione di doppio lavoro. La crisi si sviluppa dalla fabbrica alla società per ritornare alla fabbrica attraverso una ridefinizione dei rapporti di potere fra classe e capitale. Questo allargamento, che trova impreparate anche quelle avanguardie interne più incisive, comincia alla lunga a logorare anche il terreno del potere in fabbrica.
L'intensificarsi della crisi ha mostrato anche i limiti dell'assenteismo come, azione autonoma di classe. I dati disponibili per il '76-'77, testimoniano una caduta netta del tasso d'assenteismo e una ripresa della produttività. Nella violenza della crisi, le due componenti dell'assenteismo, quella individuale (di massa) e quella organizzata, si sono scisse. Quasi sempre l'assenteismo è un fatto individuale di ogni singolo operaio una scelta personale di autodifesa e di autoregolazione, ma chiaramente il suo tasso in questi anni era maggiore in quei reparti e in quelle fabbriche dove era più alto il potere operaio. Scelta soggettiva dunque, ma sostenuta da una più incisiva capacità di decisione organizzativa; se questo, vien meno cresce anche la paura di praticarla. Nei reparti ove è forte una coscienza anticapitalista è stato possibile fare un uso organizzato dell'assenteismo (1). Gli operai si accordavano per distribuirsi i turni di assenza e di presenza quando addirittura non li imponevano ai capi. In questi casi. grazie a un forte potere operaio che minacciava azioni peggiori (fermate, danneggiamenti ecc.), l'assenteismo non poteva essere attaccato come fatto individuale perché era azione cosciente e collettiva, espressione di potere sull'organizzazione produttiva e l'opera di disgregazione della classe era più difficile da raggiungere.
Ciò, che si può immediatamente ricavare da un'analisi sommaria dell'assenteismo è essenzialmente la sua dipendenza strutturale da un determinato grado di potere operaio effettivo nella fabbrica, specialmente a livello di reparto. Il pericolo, insito nella contraddittorietà di questa forma di lotta si è visto quando dell'assenteismo si è tentato di fare un cavallo di battaglia per un'ideologia tesa a una centralizzazione intorno al programma del rifiuto del lavoro. Ciò che occorre contestare è la pratica di prendere una forma di lotta specifica e soprattutto complessa, astrarla dai tessuti reali di organizzazione che esprime e ribaltarla poi come pratica politica generale, come obiettivo.
In altri termini non si può organizzare l'assenteismo, come alcuni hanno preteso, propagandandolo come forma di lotta autonoma per eccellenza, ma si deve invece comprendere che questo comportamento operaio che esprime effettivamente elementi nuovi nella struttura specie ideologica della classe, può essere una pratica di lotta con una rilevanza politica nella misura in cui è parte di un tessuto di organizzazione interna reale.
Caduta l'ipotesi fantasiosa di organizzare un astratto attacco al lavoro prescindendo dalla complessità dei comportamenti di classe, si corre il pericolo di restare intrappolati nei suoi derivati, la teoria della figura politica che pratica una forma di lotta specifica, la frazione operaia o il settore di classe. In concreto si tratterebbe di individuare chi oggi pratica l'assenteismo, e si indicano giovani contro vecchi, sinistra operaia contro destra operaia: questi fornirebbero il soggetto politico della nuova orga­nizzazione di classe.
Ma la realtà dell'assenteismo è molto più complessa. Si può notare che chi pratica l'assenteismo non è tanto l'operaio giovane rispetto all' anziano, in quanto ciò che più condiziona sono le mansioni del lavoro (e quindi la fasce salariali), le condizioni di lavoro, la nocività. Generalmente l'operaio giovane preferisce restare a casa più spesso per periodi più brevi, mentre l'anziano nel corso dell'anno si mette in malattia per periodi lunghi. Chi svolge mansioni individuali (es. manutenzione, attrezzeria, ecc.) è meno assenteista di chi lavora alla catena. Così chi lavora nei reparti più nocivi lo è di più di chi lavora in un ambiente meno nocivo. D'altra parte chi fa i lavori più schifosi è anche il peggio pagato, perciò per lui assenteismo significa anche ridefinire il suo salario rispetto alla fatica. E' anche risaputo che l'assenteismo nasconde il doppio lavoro: sia che venga recuperato nelle fabbriche dell'indotto (cioè che fanno parte del ciclo produttivo che ruota attorno alla grande industria) e in questo caso è favorito dai capi stessi che a volte sono titolari delle fabbrichette; sia che si riversi nel lavoro marginale e nel lavoro nero, e in questo non vi è nulla di eversivo, al contrario passa il recupero del capitale.
L'assenteismo è stato attaccato già quando il suo livello stava scendendo. Diventa chiaro che tutto il moralismo dell'etica del lavoro sfoderata dal sindacato e dal P.C.I. contro un comportamento medio operaio, non ha nulla di metafisico, ma era una precisa azione politica tendente a contrattare il controllo sugli operai con una maggiore corresponsabilità nel potere (cogestione).
Andavano disarticolati i metodi organizzativi e le forme di lotta, espressione della coscienza operaia contro l'organizzazione del lavoro di fabbrica, cioè tutto ciò che poteva aggregare la classe con comportamenti consapevoli ed attivi, mentre l'assenteismo non ha questo carattere, caso mai lo riflette. Quasi sempre l'assenteismo è un fatto individuale di ogni singolo operaio, una scelta soggettiva di autodifesa e di autoregolazione, e in questi anni il suo tasso è stato tanto più alto quanto più potere operaio esisteva nei reparti. Scelta soggettiva dunque, ma sostenuta da una più incisiva capacità di decisione organizzativa; se questa viene meno, cresce anche la paura e viene meno la sicurezza di praticarla. Salto individuale che, il capitale recepisce come comportamento di massa e come costo, come fenomeno da controllare, ma non da estirpare, perché non è azione collettiva cosciente.
Contro l'assenteismo il sindacato riportava il discorso della produttività, quando poi nei fatti non solo contratta l'assenza rispetto alla cassa integrazione, (che significa lasciare al padrone le decisioni di quando e come usare gli operai) ma accetta il discorso della professionalità e mobilità che significa divisione di classe e smembramento organizzativo. 



Accanto alla trasformazione dei processi lavorativi e della organizzazione del lavoro, l'iniziativa del capitale procede - parallelamente - a ridefinire le sue strutture statali quali la Magistratura del lavoro e il sistema mutualistico. Da tempo il regolare scorrere delle funzioni dello Stato, necessario alla continuità del potere, procede tra continui intoppi. Pretori e giudici del lavoro sono Presi da una parte tra la morsa dei padroni e dei sindacalisti, gli uni preoccupati di riaffermare il loro potere decisionale ed esecutivo nella fabbrica, i secondi tesi a propagandare e ad imporre l'ideologia della moralità del lavoro; e dall'altra parte dalla pressione operaia che richiede l'applicazione delle norme dello statuto dei lavoratori, quando non si trasforma in azione diretta contro i giudici, come ultimamente si è verificato. Così si assiste ad ogni sorta di sentenze, le piú contraddittorie tra loro. In questa incertezza padroni e Stato sono costretti a muoversi contro i pretori che hanno velleità democratiche o che applicano alla lettera la legge, ora in un piano apertamente repressivo - trasferimenti da pretura a pretura o di funzione - ora, ed è questa la fase, tendendo a creare un consenso giuridico, vale a dire cominciare a far passare i casi più macroscopici ed indifendibili, per far seguire nella scia tutti gli altri.
Anche il sindacato con il quale gli uffici del personale giustificano i licenziamenti per assenteismo, avalla la motivazione che la continua mancanza al lavoro arreca danno all'attività produttiva. In questo modo la motivazione oggettiva, economica riceve la sua sostanza politica e ha come effetto di ridurre gli spazi di utilizzo della legalità. A queste operazioni politicamente pulite, il sindacato affianca iniziative di puro stile intimidatorio, indicendo riunioni alla Camera del Lavoro tra pretori e membri degli esecutivi di fabbrica che spiegano ai primi quanto sia dannoso far rientrare gli assenteisti. Anche i medici dal certificato facile vengono torchiati; hanno cominciato al sud. Il 9 maggio a Reggio Calabria il pretore ha incriminato Per truffa e falso ideologico un operaio e il suo medico in relazione a presunta malattia; dopo ciò nella provincia di Reggio la percentuale di assenze per malattia è diminuita del 45 per cento. Ora arrivano al nord. Rompere la collusione di interessi tra il medico e il suo cliente non sarà facile: ma anche qui lo Stato riscopre la necessità del problema; per conservare il potere, è necessario ampliare il controllo, e lo Stato lo sta facendo.


11 novembre 2008

C. Reeve : assenteismo, sabotaggio e lotte operaie

Il "rifiuto del lavoro", l'assenteismo, il sabotaggio, sono tendenze nuove in seno al movimento operaio? L'assenza di una ideologia del lavoro presso i giovani lavoratori è, in sé, portatrice di una contestazione radicale del sistema? Queste forme di rifiuto oltrepassano le forme tradizionali di lotta, mettono in questione il funzionamento stesso del sistema? Esistono oggi dappertutto delle piccole tendenze gauchistes che rispondono affermativamente a queste questioni ed erigono il "rifiuto del lavoro" a principio del nuovo movimento rivoluzionario. 



la Rivoluzione e Il ministro  o meglio o' tuorten' e' pan' e a' ionta


 

Innanzitutto il sabotaggio della produzione è un nuovo aspetto della lotta di classe oppure è una delle  forme di resistenza da sempre adottate dai lavoratori di fronte alla violenza del lavoro salariato, e risale alle origini della grande industria? In un libro straordinario, che descrive i momenti più radicali della violenza di classe nella storia del capitalismo americano (Dynamite: The story of the class violence in America, 1958, Vintage Book, New Vork), Louis Adamic, un ex-membro degli IndustriaI Workers of the World (IWW), racconta come il sabotaggio fosse diventato all'inizio del secolo una delle forme di azione privilegiate degli operai rivoluzionari americani. Era quella, per i movimenti sindacalisti­rivoluzionari americani ed europei, la risposta di classe cosciente alla barbarie capitalista. E' noto il testo famoso di Pouget, segretario aggiunto della C.G.T., siridacalista rivoluzionario, sulla questione: Le sabotage. Presentare il sabotaggio come una novità del movimento operaio rivela dunque una scarsa conoscenza della sua storia.

           E' tuttavia vero che con l'integrazione del sindacato nel capitalismo ciò che era un principio dell'azione sindacale non si manifesta più che nelle azioni selvagge. Il sabotaggio ha cambiato dì forma e di significato, appaiono altre forme di rifiuto. Con le trasformazioni del capitalismo, con la fine del capitalismo liberale e lo sviluppo della forma moderna dell'intervento statale, il movimento sindacale assume una nuova funzione, quella di gestire i vantaggi sociali resi possibili da questo nuovo sviluppo. La violenza del lavoro salariato aumenta parallelamente alla integrazione dei lavoratori attraverso i meccanismi della sicurezza sociale e delle diverse forme di aiuti pubblici. Tutto ciò allo scopo di rendere meno conflittuale il processo di riproduzione della forza-lavoro. Ma questi sistemi di assistenza sociale - il cosiddetto "salario sociale" - consentono anche ai lavoratori nuove possibilità di resistenza al lavoro. L'assenteismo, l'utilizzazione del sussidio di disoccupazione, appaiono allora ad un numero crescente di lavoratori come delle nuove possibilità di resistenza da utilizzare. Il sistema lo permette sintanto che l'accumulazione capitalistica procede senza scosse, poiché questa forma di resistenza è per lui il male minore. La lotta anticapitalista non appare forse superflua finché si può "approfittare" così dei sussidi e dei contributi della sicurezza sociale?

Sempre a questo proposito ci sembra molto discutibile l'affermare che è nell'assenteismo e nelle altre forme di rifiuto del lavoro che si può trovare la fonte principale della attuale crisi di produttività del capitalismo. La diminuita redditività del capitale, l'assenza di investimenti in nuovo capitale produttivo, il basso tasso di utilizzazione delle capacità produttive esistenti sono altrettante fonti di crisi della produttività. Lo sciopero allo stabilimento General Motors di Lordstown di cui si parla nell'opuscolo è, a questo riguardo, significativo. Messo alle strette da un calo della redditività, il settore automobilistico - in cui il taylorismo ha spinto al massimo la divisione del lavoro - cerca ancora, con un grosso investimento in nuovo capitale-macchine, di accrescere questa divisione dei compiti manuali, questa violenza del lavoro. E' questo bisogno capitalistico di accrescere. una produttività un tempo sufficiente che precede e provoca la rivolta degli operai. E' il fallimento di un tale tentativo che mostra i limiti del taylorismo e pone come questione fondamentale alla sopravvivenza del sistema la sua capacità a riorganizzare completamente il lavoro industriale su nuove basi.

Inversamente si può considerare che la permanenza della crisi attuale di redditività del capitalismo non mancherà di mettere in questione quel famoso "salario sociale", che, come ogni spesa pubblica, dipende dal buon funzionamento del capitale produttivo. L'annuncio di una riorganizzazione del sistema di sicurezza sociale, un maggior controllo sui disoccupati, ne sono i segni premonitori! Una volta ridotte le possibilità di utilizzazione dì questi "vantaggi sociali", si vedrà crollare il mito dell'assenteismo come forma di lotta radicale, così come già oggi la parola d'ordine "rifiuto del lavoro" crolla di fronte al dilagare della disoccupazione. Come sempre non resterà allora ai lavoratori che la lotta aperta contro il sistema del lavoro salariato oppure sottomettersi e piombare nella barbarie che esso genera.

Ma ora ritorniamo all'assenteismo e al sabotaggio in quanto forme di lotta. Nelle società in cui sono divenuti, da qualche tempo, un fenomeno di massa, come nel caso dell'Italia nell'industria automobilistica, alcuni militanti rivoluzionari cominciano, dopo un periodo di euforia, a trarre qualche conclusione critica da questi atteggiamenti. E' così che, analizzando l'assenteismo di massa, si può constatare che: «Anche se è una importante forma di azione operaia, produce un livello organizzativo contraddittorio. Gli operai per assentarsi debbono costruire strutture informali d'organizzazione, ma assentatisi si trovano isolati sul territorio ed in pratica vivono una situazione individualizzata. Ad esempio è normale che l'assenteismo sia legato al doppio lavoro (vedi l'Alfa) o che porti all'isolamento rispetto al reparto degli operai che lo praticano in modo spontaneo - dando spazio alla repressione padronale ... Questa forma d'azione non va infatti confusa col rifiuto del lavoro salariato, rifiuto che non può che esprimersi da dentro la fabbrica, in modo collettivo e da parte di tutto il proletariato.» (da COLLEGAMENTI, bollettino dei CCRAP, n.7, giugno 1975).

Ecco qui posta in modo chiaro la questione essenziale sollevata da queste forme di rifiuto: il loro rapporto con l'azione collettiva e cosciente dei lavoratori. Certo l'ideologia produttivista, l'esaltazione del lavoro è in crisi, crisi inseparabile dallo sviluppo della divisione del lavoro. Certo questa attitudine può avere una portata rivoluzionaria se si esprime in legame con delle azioni collettive ed autonome dei lavoratori. Ma è anche vero che sovente questo rifiuto esprime una attitudine individualistica di "scansafatiche", anch'essa prodotto della crescente divisione dei lavoratori operata dai moderni metodi di organizzazione del lavoro e non ha una cosciente portata radicale. Al limite, ciò che conta è la volontà e la determinazione di battersi contro il capitalismo e, a questo riguardo, I'attitudine verso il lavoro non è a priori determinante.

Se per l'operaio rivoluzionario dell'inizio del secolo il sabotaggio si accompagnava sovente ad una fierezza di corpo, oggi l'assenza di una ideologia produttivistica s'accompagna sovente ad una ripresa di individualismo operaio. Già verso la fine degli anni '20 i sopravvissuti: del movimento sindacalista rivoluzionario americano sottolineavano il contenuto individualistico delle nuove forme di sabotaggio, la perdita di ciò che essi chiamavano "la visione sociale del sabotaggio". L. Adamic nota a questo proposito che il sabotaggio diviene allora l'espressione di un "radicalismo individuale", "di forme di vendetta che la classe operaia americana utilizza ciecamente, incoscientemente, disperatamente", e non più "una forza controllata da coloro che la praticano e le cui conseguenze non gli sfuggono".

Più che una nuova forma di lotta, il sabotaggio e altri rifiuti del lavoro non sono infatti che il risultato, la manifestazione di una debolezza dei lavoratori, la manifestazione della loro incapacità ad affrontare in maniera cosciente, indipendente e collettiva il capitalismo. Il rifiuto del lavoro, prodotto lui stesso della trasformazione dei vecchi processi produttivi e della mentalità operaia ad opera del capitalismo, non ha in se una qualunque prospettiva rivoluzionaria. Questa prospettiva può farla apparire solo lo scontro aperto, collettivo e cosciente contro il capitalismo.

A partire dal suo contenuto individualistico questa rivolta contro il lavoro rimane una conseguenza inevitabile della violenza del sistema salariato, un prodotto dell'oppressione e della divisione dei lavoratori in seno al capitalismo. In rapporto a ciò i principi dell'azione rivoluzionaria rimangono immutabili. Solo l'azione collettiva, organizzata, cosciente e autonoma dei produttori porta in sé l'abolizione del lavoro salariato. Solo essa è creatrice di solidarietà, spirito d'iniziativa e immaginazione, volontà e decisione, qualità spirituali indispensabili per farla finita con questo vecchio mondo.

Quando si constata, come fa J. Zerzan, che i lavoratori hanno oggi la tendenza nelle lotte a voler assumere il controllo delle forze produttive, allora riesce difficile rifarsi all'idea secondo cui il rifiuto del lavoro ed il sabotaggio sono le forme decisive della moderna lotta rivoluziona­ria! In effetti è solamente dalla lotta collettiva che possono nascere queste nuove tendenze alla riappropriazione da parte dei lavoratori del controllo sull'apparato produttivo. Ciononostante, le lotte in cui queste tendenze si manifestano, in maniera più o meno confusa, non sembrano provocare presso gli adoratoti del rifiuto del lavoro un qualunque interesse, o tuttalpiù esse danno origine ad un paternalistico disprezzo (vedi lo sciopero della LIP).

La confusione che si fa nello slogan rifiuto del lavoro fra il lavoro, attività umana indispensabile al funzionamento di qualsiasi società, ed il lavoro salariato, non fa inoltre che eludere il vero punto nodale della trasformazione rivoluzionaria della società. Il rifiuto del lavoro non ha niente di originale come slogan ... esso è da sempre quello delIa borghesia e dei suoi lacchè! Come non sorridere quando J, Zerzan ci apprende che "il disprezzo dei lavoro è quasi unanime dal saldatore al redattore di giornale, passando per i vecchi impiegati! " A quando, la solidarietà operaia verso i padroni sovraffaticati?

Presso i lavoratori rivoluzionari l'orrore quotidiano del lavoro salariato non fa che rafforzare la convinzione che la trasformazione radicale della società consiste essenzialmente nella riorganizzazione della produzione e nell'immissione nel lavoro produttivo di tutta questa immensa massa di gente che oggi vive del nostro sfruttamento: borghesi, burocrati, poliziotti dì tutte le specie, militari ed altri parassiti. Poiché, al contrario di ciò che accade nella società capitalistica, sarà sulla base della partecipazione o meno al lavoro sociale necessario che si potranno regolare i principi, di produzione e distribuzione deIla nuova società. E solamente allora si realizzerà questo vecchio desiderio del movimento operaio, il cui senso è ben chiaro: abolizione del lavoro salariato, e ... diritto all'ozio!

Articolo sicuramente interessante, ma che stabilisce un rapporto non necessario tra assenteismo e salario sociale, come pure presuppone erroneamente che il rifiuto del lavoro perda consistenza di fronte al dilagare della disoccupazione, mentre è invece il dilagare della disoccupazione che rende necessario il salario sociale, salario sociale che può dare una maggiore libertà di scelta di fronte ad un lavoro a salari sempre più bassi sottoposti come sono alla pressione esterna dell'esercito industriale di riserva.


3 agosto 2007

Il comunicato n.1 (Novembre 1970) della Brigata Rossa

 

Il primo volantino di quella che si definisce Brigata Rossa parte dall’assunto che il problema per la lotta operaia è dato dalla repressione ed elenca denunce, arresti, cariche della polizia e licenziamenti come momenti della repressione ad opera dei padroni. Il volantino denuncia che i dirigenti della Pirelli e la polizia hanno chiesto l’asfaltamento di Viale Sarca per poter più agevolmente intervenire sugli operai.

Il volantino sostiene poi che anche il servizio d’ordine interno alla Pirelli esercita la sua opera di repressione ed elenca tutti i responsabili del servizio d’ordine per nome e cognome e numero di telefono.

I termini utilizzati sono padroni, servi, aguzzini,spione, boia ,porco.

Il linguaggio è da reclusorio, da ambiente chiuso e carcerario nel quale ci si sente oppressi e prigionieri.

L’inizio dichiarato delle Brigate Rosse si alimenta della violenza implicita sul luogo di lavoro e lo declina personalizzando la lotta, dandole una valenza fortemente legata alla rappresentazione, alle persone in carne ed ossa. All’occhio del padrone che controlla l’operaio si contrappone un altro occhio che giudica i traditori, i crumiri, i servi del potere. La lotta di classe si concretizza nell’avvertimento malavitoso di una banda che contende lo spazio ad un’altra banda.


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