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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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16 giugno 2009

Emiliano Brancaccio : Draghi ci metta una pietra sopra

 

«La fiducia non si ricostruisce con la falsa speranza». Il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi chiude le sue Considerazioni annuali con una implicita stoccata a Berlusconi e alla sua allegra brigata di ottimisti, ancora convinti che da questa crisi si possa uscire a botta di sorrisi e di pacche sulle spalle. I dati riportati da Bankitalia del resto parlano chiaro: la recessione non ha ancora pienamente dispiegato i suoi effetti distruttivi, ed è già pesantissima. In Italia il crollo del reddito previsto per il 2009 ha ormai raggiunto i cinque punti percentuali e Draghi ammette che ben presto la disoccupazione «potrebbe salire oltre il 10 percento». Un dato inquietante, considerato che 1,6 milioni di lavoratori dipendenti e parasubordinati non hanno diritto ad alcun sostegno in caso di licenziamento e che quasi un milione di dipendenti risulta coperto da una indennità inferiore ai 500 euro mensili. La relazione degli uffici tecnici di Palazzo Koch oltretutto mette in luce che il tracollo non è uguale per tutti: la precipitazione dei consumi alimentari segnala in modo evidente «il brusco impatto della crisi sulle famiglie a basso reddito». Il che la dice lunga sulla credibilità di quei giornalisti e commentatori che volutamente adoperano un linguaggio indistinto, e parlano genericamente di "famiglie italiane colpite dalla recessione". Bisognerebbe più spesso puntare l'indice contro questo linguaggio, ogni giorno sempre più fuorviante e in malafede.
Riguardo al futuro, a denti forse un po' stretti, Draghi si trova obbligato a frenare gli entusiasmi di chi già intravedeva una luce in fondo al tunnel: «I recenti segnali di un affievolimento della fase più acuta della recessione provengono dai mercati finanziari e dai sondaggi d'opinione, più che dalle statistiche finora disponibili sull'economia reale». E si sa bene quanto i sondaggi e le stesse quotazioni dei mercati possano distorcere la realtà, specialmente in una fase turbolenta come quella attuale. Per questi motivi, sembra difficile considerare l'annunciata ripresa nel 2010 alla stregua di una solida previsione fondata su elementi concreti. Piuttosto, bisognerebbe valutarla per quello che è: poco più di un flebile auspicio.



Dalle Considerazioni annuali del governatore della Banca d'Italia scaturisce dunque una cruda esposizione dei fatti, che costringe a prendere atto della durissima realtà di questa crisi.
Tuttavia la fredda analisi dei dati non sembra accompagnata da riflessioni altrettanto convincenti nel momento in cui Draghi passa ad esaminare le cause della recessione e le misure per fronteggiarla.
Sulle cause, il governatore si attarda sulla interpretazione finora dominante della crisi, considerata come il banale riflesso di una carenza di regolamentazione presso i principali centri della finanza mondiale. Sui rimedi, Draghi sostiene senza indugio le massicce iniezioni di denaro pubblico a sostegno dei capitali privati, ed anzi invita le autorità ad andare oltre, per esempio diffondendo garanzie pubbliche sui prestiti a rischio o autorizzando la sospensione dell'obbligo di versare all'Inps le quote di Tfr. Quando poi si tratta di pagare il conto per arginare la conseguente espansione del debito pubblico, il governatore concede un breve acuto sulla lotta all'evasione ma poi torna a fischiettare gli antichi motivetti liberisti: innalzamento dell'età pensionabile, riduzione della spesa pubblica corrente, riduzione di fatto dei trasferimenti al Sud, liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Eppure, se riconoscesse che al fondo delle cose questa può ben definirsi la crisi di un mondo di bassi salari (diretti e indiretti), il governatore dovrebbe conseguentemente ammettere che le sue ricette accentuano le disuguaglianze sociali, e quindi rischiano di aggravare anziché attenuare la caduta in corso del reddito e dell'occupazione.
L'ostinazione di Draghi ha un che di affascinante e di grottesco, al tempo stesso. Egli non sembra ancora disposto a riconoscere il fallimento delle soluzioni liberiste propugnate in questi anni, ed anzi pare in alcuni momenti cimentarsi in vere e proprie arrampicate sugli specchi pur di difenderle. Ad esempio il governatore lancia l'allarme sul crollo dei rendimenti dei fondi pensione aperti e negoziali, che sta sollevando forti dubbi sulla loro effettiva sostenibilità. Subito dopo, però, il capo di palazzo Koch sostiene l'esigenza di preservare il pilastro previdenziale fondato sulla capitalizzazione ed invoca la diffusione di nuovi prodotti finanziari che riducano la rischiosità degli investimenti man mano che ci si avvicini al pensionamento. Una nuova finanza creativa che venga in soccorso alla vecchia? Forse il governatore farebbe meglio a rassegnarsi e a metterci una pietra sopra.


8 aprile 2009

Victor Castaldi : liberati i manager, riprendono le trattative

 

Abbiamo vinto? Non saprei, mi sembra presto per dirlo, ma certo abbiamo segnato un punto a nostro favore». Benoit Nicolas, delegato sindacale Cgt della Caterpillar di Grenoble non nasconde il proprio ottimismo, ma ci tiene anche a restare con i piedi per terra, sa bene che il conflitto sarà ancora molto lungo e difficile. Quando lo raggiungiamo al telefono le agenzie hanno battuto da poco la notizia che i quattro manager “trattenuti” per ventiquattr’ore dagli operai sono di nuovo liberi: hanno passato la notte sulla moquette di un ufficio della direzione e al mattino sono stati svegliati dai lavoratori con croissant caldi e caffè e la notizia che la trattativa era stata sbloccata.
«Abbiamo ottenuto molti impegni dai vertici europei e americani del gruppo - spiega ancora Nicolas - ora dovremo verificare che vengano rispettati. Ci hanno promesso che i lavoratori perderanno una minima parte del salario con la cassa integrazione e che non ci sarà nessun
licenziamento. Per questo abbiamo deciso di sospendere l’occupazione degli uffici e abbiamo ripreso a trattare». E i quattro dirigenti bloccati dagli operai sono potuti tornare a casa.
Si è concluso così il terzo “sequestro” del genere avvenuto in Francia nelle ultime settimane, dopo quelli dei dirigenti di Sony France e dell’azienda 3M. Ieri, a fare le spese del duro clima sociale che si respira da alcuni mesi in Francia era stato il patron del gruppo del lusso Ppr, Francois Henri Pinault, bloccato per un’ora in un taxi, a Parigi, da una cinquantina di dipendenti in stato di agitazione contro la prospettiva del licenziamento. «Non sappiamo ancora se torneremo a occupare l’azienda - ci racconta ancora al telefono il delegato della Cgt, la maggiore confederazione sindacale del paese - ora serviva mettersi attorno a un tavolo e lo abbiamo fatto». L’azienda di Grenoble, leader mondiale delle macchine per cantieri, sta infatti discutendo da tempo di un piano di ristrutturazione che prevede 733 licenziamenti su un totale di 2.800 lavoratori presenti oggi nello stabilimento di Grenoble. Tra i segnali che hanno contribuito a sbloccare la situazione della  Caterpillar c’è stato probabilmente anche quello lanciato dal Presidente della Repubblica Nicolas Sarkzoy che, in partenza per il vertice del G20 di Londra, si era detto deciso, in un’intervista radiofonica, a «salvare lo stabilimento e difendere i posti di lavoro». La crisi della Caterpillar, aveva però aggiunto il Presidente, è globale e arriva a seguito della caduta di domanda di costruzioni - solo in Usa in diminuzione dell’80% -. Così l’azienda ha annunciato già a gennaio la soppressione di 22mila posti di lavoro, tra cui i 733 di Grenoble, su un totale di 113mila dipendenti in tutto il mondo. Le parole di Sarko avevano conosciuto subito anche un piccolo pendant politico, visto che al leader del centrodestra transalpino aveva replicato l’ex candidata socialista all’Eliseo Segolene Royal che aveva replicato con tono sarcastico: «Con me all’Eliseo Caterpillar e altre aziende che rischiano la chiusura sarebbero salve».



Per il momento il peggio sembra essere stato evitato, ma il confronto tra i rappresentanti dei lavoratori e la direzione della Caterpillar France resta serrato. I negoziati sul piano di ristrutturazione sono ripresi già ieri - terminato il blocco della fabbrica - alla presenza
di dirigenti europei e statunitensi del gruppo, oltre ai quattro ex “sequestrati” e dei rappresentanti del Ministero del lavoro francese. Secondo la stampa economica d’oltralpe le trattative non riusciranno probabilmente a salvare tutti i posti di lavoro minacciati di soppressione, ma potranno offrire migliori condizioni economiche ai lavoratori destinati ad andare via. Di altro avviso, naturalmente, il sindacato. «La direzione ha accettato anche di pagarci i tre giorni di sciopero, è un fatto storico - ci dice Benoit Nicolas - Sarkozy ha detto che garantisce lui per l’azienda e i nostri posti di lavoro. Per il momento stiamo a quello che ha dichiarato. C’è un calendario per la trattativa, gli incontri sono già cominciati, non dobbiamo essere pessimisti. Anche perché noi siamo pronti a riprendere la nostra lotta in forme anche più dure. Il nostro obiettivo è sempre stato chiaro: licenziamenti zero».


8 aprile 2009

Anna Maria Merlo, assalto al miliardario

 

L'ultimo in ordine di «sequestro» è anche il più illustre. François-Henri Pinault, presidente del gruppo Ppr e collezionista d'arte, proprietario di Palazzo Grassi a Venezia, è stato bloccato ieri pomeriggio per un'ora in un taxi in rue de Javel a Parigi (XV arrondissement), da un centinaio di dipendenti della Fnac e di Conforama, che protestano per un piano di ristrutturazione delle due società che prevede il licenziamento di 1200 persone: «Pinault, restituiscici i nostri posti di lavoro», hanno scandito i dipendenti, che hanno circondato il taxi, dove Pinault era salito dopo un consiglio di amministrazione. La polizia è intervenuta. Ma già nella mattinata gli operai della fabbrica Caterpillar di Grenoble avevano sequestrato cinque dirigenti, tra cui il direttore Nicolas Polutnick, con lo scopo di ottenere migliori condizioni di licenziamento. La Caterpillar, che ha due fabbriche nella regione di Grenoble, ha previsto di licenziare 733 persone sulle 2500 che impiega in Francia (il programma di ristrutturazione della multinazionale che produce macchinari per i cantieri è di 24mila licenziamenti nel mondo, dopo un crollo delle ordinazioni del 55%). 




«Non li lasceremo andare», ha affermato Benoît Nicolas, della Cgt. «Abbiamo proposto di passare a 32 ore, ma la direzione non ne ha voluto sapere - ha aggiunto il sindacalista - abbiamo delle proposte per limitare l'impatto dei licenziamenti», mentre da settembre gli operai di Grenoble sono in cassa integrazione 3 settimane su 4. Gli operai chiedono delle indennità di licenziamento pari a 3 mesi di salario per anno di anzianità e un minimo di 30mila euro, mentre la Caterpillar non intende oltrepassare 0,6 mesi di salario per anno e 10mila euro come minimo. Nel tardo pomeriggio un dirigente è stato liberato, mentre la polizia era pronta a intervenire. Nicolas Polutnick, che ha potuto incontrare dei politici locali, resta sulle sue posizioni: «Bisogna assolutamente che facciamo attenzione agli interessi dell'impresa - ha ribadito - per non dover essere obbligati a gestire non solo la perdita di 733 posti di lavoro, ma la totalità».
È la quarta volta in poche settimane che dei dirigenti vengono sequestrati in Francia dagli operai spinti alla disperazione dai piani di licenziamento. Era successo a metà marzo alla Sony di Pontonx-sur-l'Adour, nelle Landes, poi alla 3M di Pithiviers il 26 marzo. Ma al di là di questi episodi, la radicalizzazione dei conflitti sociali sta diventando moneta corrente in un paesaggio di desolazione sociale. Ieri, i rappresentanti del consiglio di fabbrica della Continental di Clairoix, in Piccardia, che è destinata alla chiusura il prossimo anno - 1120 persone resteranno senza lavoro - hanno lasciato la riunione con i dirigenti dopo dieci minuti: era stata organizzata a centinaia di chilometri dal sito della fabbrica, in un albergo a due stelle vicino all'aeroporto di Nizza, per evitare le manifestazioni. Una sentenza ieri ha sospeso la chiusura, chiedendo chiarimenti alla direzione tedesca. Nicolas Sarkozy è stato fortemente contestato nella visita a Châtellerault (Vienne), dove ha parlato delle «misure prese per far fronte alla crisi»: ma il presidente non si è accorto di nulla, perché un migliaio di agenti di polizia avevano bloccato la città, per contenere e mantenere a distanza la manifestazione di protesta, a cui hanno partecipato anche numerosi studenti, in una regione molto colpita dalla crisi. Ci sono stati nove fermi. A Gandrange, in Mosella - altra regione disastrata dalla crisi industriale - dove un anno fa Sarkozy aveva promesso un intervento per evitare la chiusura dell'acciaieria (aveva persino promesso di venire in vacanza con Carla), gli operai della Arcelor-Mittal hanno manifestato tristemente: la fabbrica ha chiuso ieri definitivamente, dopo aver licenziato i 575 operai.
L'esasperazione cresce, alimentata dalle notizie giornaliere su bonus, paracadute d'oro e stock option che finiscono nelle tasche dei manager: ieri, la polemica ha riguardato la "pensione" di Daniel Bouton, ex presidente della banca Société Générale (quella dello scandalo del trader Kerviel), che avrebbe un comodo emolumento di un milione di euro l'anno per gli anni della vecchiaia. Il governo ha anche varato un decreto per limitare i bonus, ma la moderazione riguarda solo le sei banche che hanno ricevuto aiuti dallo stato e le due case automobilistiche (Peugeot e Renault) e ha come limite temporale la fine del 2010. Ieri è scoppiato uno scandalo di evasione fiscale per Adidas, Michelin e Edf, con soldi in Lichtenstein. L'esasperazione cresce perché i cittadini hanno la sensazione che «la crisi non sia condivisa da tutti», spiega a Le Monde Jean-Michel Denis, del centro studi sul lavoro. I lavoratori sentono che «non hanno nulla da perdere e nulla da guadagnare», analizza un sindacalista per spiegare reazioni estreme come i sequestri dei dirigenti. «Una pratica detestabile, testimone dall'esasperazione dei lavoratori e segnale dell'assenza di dialogo sociale», secondo Patrick Devedjian, l'inesistente ministro del Rilancio.


8 aprile 2009

Emilano Brancaccio : lavoratori in campo ma la politica latita

 A  Parigi cento operai a rischio di licenziamento bloccano l’auto del patron del gruppo PPR, blasonato leader dell’industria del lusso. A Grenoble, i lavoratori della Caterpillar trattengono i manager negli uffici dell’azienda, per costringerli alla riapertura delle trattative contro il licenziamento di oltre 700 dipendenti. A Pithiviers, pochi giorni prima, la stessa sorte era capitata al direttore della filiale francese di una nota azienda farmaceutica americana. La “caccia al manager” che imperversa in Francia ha suscitato scandalo e imbarazzo presso i grandi media, ma la verità è che si tratta di una buona notizia. E’ il segnale che sui luoghi di lavoro inizia a maturare una consapevolezza: senza mobilitazione, senza lotta, i lavoratori saranno vittime predestinate della crisi di un sistema che dopo averli lungamente spremuti ora intende farli fuori senza tante cerimonie.  




Altro che scandalo, dunque. Piuttosto, occorre augurarsi che anche in Italia e nel resto d’Europa i lavoratori trovino la forza necessaria per opporsi, azienda per azienda, a un’ondata di licenziamenti che si annuncia pesantissima, e la cui velocità di propagazione sta oltrepassando persino quella del famigerato 1929. Al tempo stesso, però, bisogna comprendere che le mobilitazioni sui luoghi di lavoro, oggi più che mai necessarie, sono insufficienti per indicare una via d’uscita dalla crisi che realmente tuteli gli interessi della classe lavoratrice. In questa fase, infatti, i lavoratori in mobilitazione agiscono sulla base della paura, della disperazione e dell’istinto naturale alla difesa dell’occupazione. La loro azione a presidio delle unità produttive a rischio è impetuosa, e spesso efficace. I lavoratori tuttavia avvertono una debolezza nelle loro iniziative che deriva dal fatto che essi agiscono in assenza di riferimenti politici, un’assenza che a lungo andare potrebbe minare la forza delle loro rivendicazioni. La sensazione, in proposito, è che vi sia un clamoroso ritardo nella percezione della enormità della crisi da parte delle rappresentanze storiche del lavoro, sul versante sia sindacale che politico. In Italia, per citare un esempio, si è gridato a una fantomatica svolta “a sinistra” da parte del Partito democratico dopo che il neo-eletto segretario si è azzardato a proporre una imposta una tantum sui contribuenti più ricchi al fine di ricavare cinquecento milioni di euro da destinare ai soggetti maggiormente colpiti dalla crisi. La proposta è oggi in bella mostra lungo le strade del paese, su cartelli formato gigante che farebbero ombra ai celebri manifesti delle campagne berlusconiane. Ma chi si affretta oggi a lodare questo presunto “nuovo corso” del PD è a conoscenza del fatto che cinquecento milioni rappresentano appena lo zero virgola tre per mille del reddito nazionale? Una somma persino difficile da pronunciare, la cui ridicolaggine solleva dubbi non sulla buona fede, ma sullo stesso senno dei fautori dell’iniziativa.
Il PD italiano non è il solo partito imbambolato di fronte al tracollo sistemico in atto. Tutte le forze del socialismo europeo si mostrano incapaci di reagire all’emergenza storica che si para di fronte ad esse, e che contraddice totalmente il fideismo liberista al quale si erano pressoché all’unisono votate. Le destre approfittano della paralisi socialista gettando fumo negli occhi dei lavoratori: un giorno mettendo gli impotenti prefetti a far finta di vigilare sulle erogazioni delle banche foraggiate, un altro lamentandosi dell’immoralità degli speculatori finanziari, e sempre puntando a dividere la classe lavoratrice, privati contro pubblici, precari contro protetti e soprattutto nativi contro immigrati. In una fase decisiva per il corso futuro degli eventi, insomma, ci troviamo al cospetto di un immane vuoto politico, che rischia di vanificare le sacrosante azioni rivendicative dei lavoratori che ogni giorno riempiono le cronache dei territori colpiti dalla crisi. Per sostenere queste mobilitazioni occorre allora un cambio di mentalità politica. Occorre cioè che si interpreti la crisi non come il frutto di una diffusa immoralità finanziaria, ma come l’esito di un sistema contraddittorio, che espande enormemente la capacità produttiva dei lavoratori ma al tempo stesso controlla rigidamente la loro capacità di spesa. Si tratta di un sistema giunto al capolinea, la cui agonia distruttiva non potrà certo esser mitigata dai pannicelli caldi dei democratici nostrani o dalle improbabili quadre del G20, già fallito ancor prima di iniziare.


30 marzo 2009

Giuseppe Travaglini : le cause della crisi nell'economia reale

 

Nel dibattito sull’attuale situazione economica internazionale ci si interroga spesso sulle cause prime della recessione. Elementi di natura finanziaria e reale si intrecciano, difatti, così fittamente da rendere difficoltoso il tentativo di dipanare e ordinare i fattori economici e istituzionali che alimentano il domino della crisi mondiale.
Tanto che la difficoltà di sciogliere il nodo della relazione tra crisi finanziaria e reale si è manifestata in un iniziale immobilismo e nella successiva indecisione dei governi di scegliere il capo della corda da cui risalire la crisi, come se vi fosse il dubbio sulle cause alla base della recessione, siano esse di natura finanziaria piuttosto che reale. In questa prospettiva, oggi è divenuto più chiaro che, al di là del disordinato e spesso truffaldino operare dei mercati finanziari dell’ultimo decennio, alcune responsabilità nel manifestarsi della crisi sono di natura reale e riconducibili essenzialmente a due fenomeni: (1) il crescente squilibrio tra i disavanzi del conto corrente delle bilance dei pagamenti, che lega i paesi economicamente avanzati a quelli di nuova industrializzazione o produttori di petrolio; (2) il mutamento della distribuzione del reddito a scapito del lavoro, che ha agito da detonatore dei processi di indebitamento.
Guardiamo più da vicino a cosa è accaduto nelle maggiori economie mondiali tra il 1996 ed il 2008. Negli Stati Uniti il deficit commerciale è cresciuto enormemente fino a raggiungere la soglia del 4.5% del Pil. Una dinamica simile si è registrata nelle principali economie europee ed extra europee, ad eccezione della Germania. A livello mondiale il valore aggregato dei deficit deve essere esattamente compensato dagli avanzi commerciali dei restanti paesi. Così non sorprende che all’emergere di questo disavanzo commerciale abbia fatto da contraltare l’avanzo dei paesi esportatori di petrolio e di nuova industrializzazione come la Cina e l’India. E’ invece sorprendente il fatto che il risparmio si sia generato nelle economie emergenti in misura tale da far parlare il governatore della Fed Ben Bernanke di un vero e proprio Saving Glut (eccesso di risparmio).
Qual è stata la conseguenza di questa offerta di risparmio per i flussi internazionali di capitale? La contabilità nazionale insegna che il saldo delle partite correnti è necessariamente identico alla differenza tra il risparmio e gli investimenti nazionali. Ad ogni deficit commerciale corrisponde quindi un eccesso d’investimento sul risparmio nazionale. Così, il crescente risparmio dei paesi emergenti è entrato nel circuito internazionale finanziando l’investimento dei paesi industriali con disavanzo commerciale, che sono divenuti contemporaneamente importatori netti di merci e di risparmio. Questo fenomeno ha avuto una dimensione non paragonabile a quella dei decenni precedenti, anche facilitato dalla liberalizzazione dei movimenti di capitale a livello internazionale. La conseguenza è stata l’accumulo di un debito netto notevole verso l’estero nelle economie avanzate, e la formazione di un eccesso di risparmio globale associato a bassi tassi di interesse di lungo periodo. Così negli ultimi quindici anni è diminuito il risparmio nazionale nei paesi economicamente avanzati, con una conseguente esposizione in termini di indebitamento verso il resto del mondo.
Il disequilibrio esterno delle partite correnti si è riflesso in un corrispondente squilibrio finanziario interno. Se, per esempio, guardiamo all’Italia, la controparte del disavanzo commerciale è stata il deficit pubblico a cui si è affiancato quello crescente delle imprese. Le famiglie italiane invece detengono ancora oggi ricchezza netta, anche se in diminuzione rispetto agli anni precedenti. Nell’ultimo decennio infatti la caratteristica più saliente è stata una dinamica dei consumi delle famiglie superiore a quella del reddito disponibile, che è progredito con grande lentezza, sicché il risparmio si è costantemente ridotto. La diminuzione della quota del risparmio è stata inoltre accompagnata dal crescente indebitamento per sostenere i consumi.
Per riassumere. Sovrabbondanza di risparmio nei paesi emergenti, e sua asimmetrica distribuzione a livello mondiale, diminuzione della propensione al risparmio nelle economie industrializzate, e crescente indebitamento strutturale delle stesse hanno caratterizzato il quindicennio appena trascorso. Oggi, il superamento della crisi, oltre alla ridefinizione di “regole” internazionali, richiede il riequilibrio dei bilanci (pubblici e privati) con leva finanziaria è elevata. Tuttavia, la riduzione dell’indebitamento nasconde un paradosso. Essa implica un riequilibrio tra risparmio e consumi che nel breve periodo può aggravare la recessione perché un risparmio crescente contribuisce a deprimere il consumo e gli investimenti, avvilendo ulteriormente la produzione e l’occupazione. L’apparente assurdità di voler superare la crisi sostenendo i consumi risiede nel timore di cadere nel “paradosso della parsimonia” secondo cui un aumento del risparmio nel breve periodo può portare ad una minore crescita della produzione.




A questo fenomeno se ne aggiunge un secondo. Il consumo non dipende solamente dal reddito corrente, ma anche dalla ricchezza e dalle aspettative sul reddito futuro. La prima è in contrazione per la caduta dei valori di borsa e di quelli immobiliari, e tende perciò a deprimere il consumo. La seconda riguarda le aspettative sui redditi presenti e futuri sull’arco di una vita. Qualunque cambiamento che riduce in maniera permanente i redditi attesi futuri ha l’effetto di abbassare la domanda aggregata corrente. Inoltre, poiché anche l’investimento delle imprese dipende dai profitti attesi, se esse anticipano una recessione prolungata dei consumi si riduce l’accumulazione, con addizionali effetti negativi su produzione e occupazione. Oggi, la domanda aggregata non può essere alimentata da indebitamento aggiuntivo. D’altra parte, la formazione di nuovo risparmio privato avrebbe effetti recessivi nel breve periodo. I consumi devono perciò essere sostenuti dalla crescita del reddito disponibile, che nelle attuali condizioni economiche può derivare da uno spostamento della distribuzione del reddito a favore del lavoro.
Per affrontare quest’ultimo punto, è bene partire dall’osservazione che negli ultimi quindici anni si è registrato a livello mondiale uno spostamento della distribuzione dai redditi dal lavoro ai profitti. Se misuriamo la quota del prodotto nazionale che va ai redditi da lavoro si osserva un evidente declino dagli inizi degli anni Novanta ad oggi in tutte le economie avanzate. In Italia lo spostamento negli ultimi dieci anni è stato particolarmente evidente (8 punti di Pil pari a circa 120 miliardi dalle retribuzioni ai profitti), ma è comune a tutti i paesi dell’Europa a 27. Gli Stati Uniti, il Giappone, l’Australia e il Canada sperimentano un’evoluzione simile; in Francia e nel Regno Unito la distribuzione si è mantenuta inizialmente stabile, per cambiare a svantaggio del lavoro negli ultimi anni. Naturalmente, la riduzione della quota dei redditi da lavoro sul prodotto nazionale implica l’aumento corrispondente della quota del reddito nazionale a favore dei profitti.
L’aspetto controverso di questo mutamento è che esso è avvenuto in un’epoca in cui i tassi di attività e di occupazione sono tornati a crescere dopo il decennio Ottanta di diffusa disoccupazione. In Italia il tasso di occupazione è cresciuto a ritmi sostenuti. Tra il 1995 e il 2008 si sono creati tre milioni e mezzo di posti di lavoro. La crescita dell’occupazione è conseguenza diretta della moderazione salariale e delle riforme del mercato del lavoro varate a livello comunitario e nazionale che hanno accresciuto la flessibilità del rapporto lavorativo. Oggi in Italia sono più che raddoppiate le posizioni temporanee: alla fine del 2008 l’insieme dei lavoratori a termine, interinali e a progetto sfiorava i tre milioni. E poiché per circa il 90 per cento di questi lavoratori il contratto è temporaneo con scadenza entro un anno, essi sono esposti ad un rischio particolare in quanto la loro posizione lavorativa ha natura prociclica.
Il successo delle riforme del mercato del non è stato dunque completo. Infatti, l’aumento dei livelli occupazionali è avvenuto attraverso l’utilizzo di forme contrattuali transitorie, ed a questi nuovi posti di lavoro non è corrisposto il parallelo sviluppo della produttività e delle retribuzioni. Questo fatto è comune a tutte le economie avanzate, ma è particolarmente evidente in quelle europee. Vale la pena di rilevare che questo risultato dipende in maniera determinante dal modo in cui la flessibilità del mercato del lavoro è stata interpretata delle imprese ai fini dell’accumulazione di capitale e del progresso tecnologico. La scomposizione della produttività del lavoro nelle sue due componenti legate al progresso tecnico e all’accumulazione per occupato testimonia che questo rallentamento è dovuto al minore contributo del capitale per lavoratore e alla frenata del progresso tecnologico. In altri termini, la crescita della produzione è stata in gran parte trainata da quella occupazionale piuttosto che dall’accumulazione e dalla tecnologia.
Se ne può dedurre qualcosa circa le conseguenze della maggiore flessibilità e della globalizzazione del mercato del lavoro sulla crescita e sulla distribuzione del reddito? E’ sovente sostenuto che ad una maggiore flessibilità del lavoro corrisponda un’occupazione più produttiva che consente alle imprese di allocare in maniera efficiente il lavoro attraverso l’innovazione del capitale e delle tecnologie. I fatti appena ricordati ci dicono però che le cose sono andate in maniera diversa. Essi suggeriscono che la maggiore occupazione è stata indirizzata verso produzioni ad alta intensità di lavoro, a cui è corrisposta una bassa produttività e un minore progresso tecnologico. In altre parole, l’accumulazione di capitale è stata prevalente nei settori tradizionali con ridotto valore aggiunto, bassa produttività e scarsa competitività internazionale.
Insomma, la deregolamentazione del mercato del lavoro, unita alla rimozione di barriere al libero movimento internazionale dei capitali, e al mutamento tecnologico ha finito per schiacciare i redditi da lavoro nei paesi avanzati. La competizione internazionale tra aree economiche è avvenuta sul costo del lavoro, e la mobilità dei capitali e dei flussi finanziari ha richiesto una forte moderazione salariale nei paesi economicamente avanzati per trattenere le attività produttive al suo interno. Oltre ciò, la riduzione del prezzo relativo tra lavoro e capitale ha trattenuto le imprese nei settori produttivi ad alta intensità di lavoro. L’effetto ultimo è stato quello di ridurre le capacità di crescita potenziale dell’economia con riflessi negativi sul prodotto procapite, sulla produttività e sulle retribuzioni. Ne è seguito il cambiamento della distribuzione del reddito a danno del lavoro, e, un crescente indebitamento interno delle economie avanzate che è andato di pari passo con il maggiore indebitamento esterno per sostenere la domanda aggregata.
A quale conclusione arriviamo? Dai primi anni Novanta la deregolamentazione dei mercati del capitale e del lavoro ha diminuito il potere di mercato dei lavoratori con l’effetto di abbassare il loro “salario di riserva”. L’occupazione è cresciuta, mentre rallentava la dinamica delle retribuzioni. Il contributo dei redditi da lavoro alla crescita dei consumi è stato modesto, e accompagnato dal crescente indebitamento. Ma i mali non vengono mai da soli, e la ricomposizione dell’occupazione verso i settori produttivi con ridotto valore aggiunto, ha avvilito la produttività e l’accumulazione con una conseguente riduzione del rapporto capitale-lavoro, pur accrescendo la quota dei profitti. Oggi, le decisioni di spesa incorporano le attese pessimistiche circa gli andamenti futuri dei redditi. La recessione in corso e gli alti livelli di indebitamento lasciano dubitare sulla possibilità di rilanciare a breve la crescita.
La crisi attuale ha dunque radici reali e finanziarie. Su quelle finanziarie si è già scritto molto. Sulle cause reali la riflessione è ancora in corso. Qui abbiamo indicato una possibile interpretazione. La crescita degli anni Novanta è stata realizzata nelle economie avanzate importando risorse reali e finanziarie dall’estero; è stata accompagnata dallo spostamento nella distribuzione del reddito; è stata sostenuta dalla deregolamentazione del mercato internazionale dei capitali e del lavoro; è stata “gonfiata” dall’indebitamento; infine, è stata spazzata via dallo scoppio della bolla finanziaria che ha reso instabile il sistema economico mondiale.
Guardiamo ancora ai fenomeni reali. Da una parte ci sono i paesi emergenti con avanzo commerciale e risparmio netto positivo. E’ auspicabile (anche se poco credibile) un riequilibrio esterno attraverso l’impiego delle risorse reali e finanziarie a loro disposizione che rientrano nel circuito degli scambi internazionali. La domanda così finanziata potrebbe contribuire al riequilibrio dei Global Imbalances riducendo l’indebitamento nelle economie avanzate in un contesto di domanda aggregata espansiva. La maggiore richiesta di merci dall’estero avrebbe l’effetto di sostenere la domanda nelle economie avanzate, dando fiato alla produzione e agli investimenti e riequilibrando i saldi finanziari esteri.
Alcune difficoltà naturalmente permangono. Per esempio, nel regime monetario dell’euro i meccanismi di riequilibrio sono complicati. Oggi i paesi aderenti alla moneta unica registrano un deficit nelle partite correnti, tranne la Germania; ma il saldo consolidato di tutti questi paesi è positivo. Così mentre il deprezzamento del tasso di cambio sarebbe la naturale conseguenza dei deficit, con vantaggio per le merci europee che diventerebbero relativamente meno costose rispetto a quelle estere a parità di prezzi, si assiste ad un apprezzamento della valuta europea con crescenti difficoltà per le iniziative commerciali e la competitività dei paesi come l’Italia.
Ovviamente, il processo di riequilibrio esterno richiede anche un riequilibrio interno del reddito nazionale a favore del lavoro. Tuttavia, in un sistema economico aperto agli scambi internazionali non circolano solo le merci, ma anche i fattori produttivi. E anche se uno di questi ha una mobilità relativamente bassa vi sarà la tendenza ad omogeneizzare la sua retribuzione a livello mondiale. E’ questo il caso del costo del lavoro che risente direttamente della globalizzazione del mercato del lavoro, e indirettamente della crescente mobilità dei capitali. Così, il riequilibrio nella distribuzione del reddito a favore del lavoro richiede un nuovo “patto sociale” che non può limitarsi alle singole economie, ma che deve essere disegnato a livello internazionale con un coordinamento delle politiche dei redditi, pena il fallimento di ogni tentativo.


27 marzo 2009

Gnègnè e il Programma di Gotha

 

Gnègnè nel dibattimento sul rapporto tra marxismo e giusta redistribuzione ha voluto portare una lunga citazione dal Programma di Gotha di Marx, dicendo che noi pseudo-comunisti abbiamo dimenticato tale lezione. In realtà è Gnègnè a non ricordare che questo passo è stato più o meno già discusso e tale discussione giace tra i vari commenti ai post del suo blog (già allora finì a schifo, come è usuale nelle discussioni con Gnègnè che non siano rituali di autocompiacimento).

Ma veniamo al passo di Marx  il quale dice :

Non affermano i borghesi che l’odierna ripartizione è “giusta”? E non è essa in realtà l’unica ripartizione “giusta” sulla base dell’odierno modo di produzione?

La cosa che mi premeva osservare è che nel post dedicato all’articolo di Lunghini, quest’ultimo non pone direttamente il problema della giusta ripartizione (e, ripeto, lo potrebbe fare), ma dice : “Secondo la teoria economica dominante (la teoria neoclassica, quella che viene insegnata nella maggior parte dei corsi universitari e praticata poi dai responsabili delle politiche economiche nazionali e sovranazionali), il prodotto sociale dovrebbe essere distribuito tra i diversi «fattori» della produzione in proporzione al contributo che ciascuno di questi fattori ha dato al prodotto”…e poi aggiunge “Gli stessi cultori della teoria dominante dovrebbero convenire che se il prodotto sociale si riduce, chi non ne ha meritato una parte dovrebbe restituire il maltolto.” Lunghini cioè parte da una teoria della distribuzione che lui attribuisce ai neoclassici e semplicemente fa notare che, seguendo tale teoria, è giusto attribuire ai lavoratori quasi tutto il prodotto sociale, soprattutto se quest’ultimo si riduce (senza contare che le riflessioni di Lunghini ormai da tempo prendono spunto da Marx, ma in termini di politica economica si rifanno a Keynes, che sulla iniqua distribuzione del reddito sicuramente ha speso più di una parola). Quanto alla attribuzione ai neoclassici di una teoria della giusta distribuzione (contestata da Gnègnè sulla base del carattere scientifico e bla, bla, bla…) è meglio citare un altro testo di Lunghini dove questi dice : “L’idea che il capitale, al pari degli altri fattori, sia produttivo ha ovvie e importanti conseguenze sul piano della teoria della distribuzione del reddito. Per Smith il profitto era determinato dal saggio naturale del profitto, per Ricardo era un residuo, per Marx il risultato di un rapporto di sfruttamento. Per la teoria neoclassica della produttività marginale (Philip H. Wicksteed, Knut Wicksell, John B. Clark e altri) il profitto (qui, l’interesse), come qualsiasi altra quota distributiva, era univocamente determinato - date le condizioni tecniche della produzione - dalla produttività marginale del capitale. Il principio della marginalità era già presente in Ricardo, che su di esso basava la determinazione della rendita (e solo di questa). Gli economisti marginalisti generalizzano questo principio: tutti i fattori (variabili) della produzione devono essere remunerati, in equilibrio, secondo la loro produttività marginale; che è misurata dalla variazione del prodotto totale provocata dall’aggiunta o dalla sottrazione di un’unità del fattore considerato, quando sia mantenuta costante la quantità degli altri fattori. Tale tesi ha due importanti implicazioni, una logica l’altra normativa, riconducibili a questa questione: una volta che tutti i fattori della produzione siano stati remunerati secondo la loro produttività marginale, secondo il loro ‘contributo’ alla produzione stessa, si sarà esaurito il prodotto totale? Se così non fosse - se il prodotto totale non bastasse per una siffatta distribuzione, oppure se restasse un residuo - si tratterebbe di una teoria logicamente insoddisfacente. In effetti non tutte le funzioni di produzione godono di questa proprietà, anzi una soltanto: perché il prodotto risulti esaurito, occorre che la funzione di produzione sia di un tipo speciale, omogenea lineare (cioè con rendimenti di scala costanti). Ma ovviamente non c’è nessuna ragione per sostenere che le funzioni di produzione, nella realtà, siano necessariamente di questo tipo: quasi che si trattasse di “una sorta di misteriosa legge naturale” (Joan Robinson). Conviene osservare, inoltre, che una teoria della distribuzione basata sul principio della produttività marginale presuppone che per ciascun fattore questa possa essere calcolata indipendentemente dalla distribuzione del prodotto; occorre, in altri termini, che il valore del capitale non vari al variare della distribuzione, e questo - come oggi sappiamo, e come si vedrà più avanti - in generale non è vero. L’implicazione normativa di questa teoria della distribuzione, d’altra parte, è che essa - quando sia soddisfatto il requisito di cui si detto - sembra fornire un principio di giustizia distributiva: ciascun fattore della produzione deve essere remunerato secondo il suo contributo alla produzione, ed esiste una unica configurazione distributiva di equilibrio, imposta dalle condizioni tecniche della produzione e che non può né deve essere modificata dall’azione umana. Il profitto (l’interesse), in particolare, trova così una piena e doppia legittimazione, analitica ed ‘etica’. E del resto la natura comunque implicitamente normativa delle categorie economiche della scuola neoclassica si rivela qua e là nei loro scritti, come ad es. in questa frase di Jevons per il quale “Ogni lavoratore riceve il valore di quel che ha prodotto, dedotto che se ne sia una porzione adeguata da corrispondere al capitale quale remunerazione dell’ astinenza e del rischio” (a tal proposito sarebbe interessante vedere quale valenza strettamente descrittiva abbiano concetti quali “astinenza” e “rischio” e soprattutto il fatto che vadano remunerati)

Ma continuiamo nella lettura del passo di Marx, il quale dice : “Mi sono occupato ampiamente del “reddito integrale del lavoro” da una parte e dall’altra parte dell’”ugual diritto”, della “giusta ripartizione”, per mostrare che delitto si compie allorché, da un lato, si vogliono nuovamente imporre come dogmi al nostro partito concetti, che in un certo momento avevano un senso, ma ora sono diventati rigatteria di frasi antiquate”. Da questo passo si desume che Marx  non dice che i concetti analizzati siano sempre stati erronei, dal momento che essi “..avevano un senso”. Adesso questo senso non lo hanno più, perché nel frattempo è successo qualcosa, la critica ha seguito l’evoluzione storica che vede nel 1875 represso nel sangue un tentativo rivoluzionario (la Comune di Parigi) ben più consapevole di quelli precedenti, per cui il suo fallimento non priva Marx della fiducia nel fatto che ormai la classe operaia è destinata a forgiare nel movimento reale i concetti di cui essa ha bisogno per realizzare i propri obiettivi. Dunque l’idea della ripartizione non ha senso laddove non c’è autorità terza a cui appellarsi dal momento che la classe operaia con la rivoluzione prenderà le leve del potere e realizzerà un mutamento del modo di produzione (sarebbe interessante comunque vedere se il mutamento del modo di produzione non sia una forma anche violenta di distribuzione dei fattori di produzione sulla base di una implicita teoria della giustizia e della presenza delle condizioni materiali che rendono possibile tale trasformazione). Dunque le categorie teoriche non sono in sé buone o sbagliate, marxiste o socialiste, ma lo sono alla luce degli eventi in corso e dell’adeguamento della teoria a quegli eventi (già avvenuti o imminenti). Quando si studia Marx, è pericoloso parlare del “pensiero di Marx”, in quanto qualsiasi compendio è solo la cristallizzazione di una sorta di sismografo del movimento che toglie lo stato di cose presente (il fatto che molte delle opere di Marx non siano pubblicate non è un caso, ma la conseguenza quasi necessitata del fatto che Marx è, parafrasando Canetti, cane del suo tempo)

Continuiamo con la parte più consistente della citazione : “Prescindendo da quanto si è detto fin qui, era soprattutto sbagliato fare della cosiddetta ripartizione l’essenziale e porre su di essa l’accento principale. La ripartizione degli oggetti di consumo è ogni volta soltanto conseguenza della ripartizione delle condizioni di produzione. Ma quest’ultima ripartizione è un carattere del modo stesso di produzione. Il modo di produzione capitalistico, per esempio, poggia sul fatto che le condizioni oggettive della produzione sono a disposizione dei non operai sotto forma di proprietà del capitale e proprietà della terra, mentre la massa è soltanto proprietaria della condizione personale della produzione, della forza-lavoro. Essendo gli elementi della produzione così ripartiti, ne deriva da sé l’odierna ripartizione dei mezzi di consumo. Se le condizioni di produzione oggettive sono proprietà collettiva degli operai stessi, ne deriva ugualmente una ripartizione dei mezzi di consumo diversa dall’attuale. Il socialismo volgare ha preso dagli economisti borghesi (e, a sua volta, una parte della democrazia l’ha ripresa dal socialismo volgare) l’abitudine di considerare e trattare la distribuzione come indipendente dal modo di produzione, e perciò di rappresentare il socialismo come qualcosa che si muova principalmente sul perno della distribuzione. Dopo che il rapporto reale è stato da molto tempo messo in chiaro, perchè ritornare indietro?



Marx qui si badi bene, parla della ripartizione dei beni di consumo (mentre Lunghini parla del prodotto sociale nel suo complesso, che Marx divide in varie uscite, tenuto presente che sarà la classe operaia a gestirlo e dunque ad essa sarà andato grazie alla rivoluzione), inoltre dice che l’errore dei socialisti sta nel separare la distribuzione dal modo di produzione, mentre la prima è in un certo senso funzione della seconda. Non dice però che la questione della ripartizione non abbia senso, ma dice che essa verrà affrontata cambiando il modo di produzione. E aggiunge che qualsiasi distribuzione giusta cercando di rispecchiare le differenze esistenti tra gli uomini difficilmente si coniuga con l’eguaglianza. Ma questo implica che Marx si pone seriamente il problema della distribuzione e non lo considera problema da poco. Egli critica i socialisti per il fatto che vogliono ridistribuire il reddito, ma non vogliono toccare i rapporti di produzione (e cioè non vogliono toccare i proprietari dei mezzi di produzione), ma non perché il problema della distribuzione non sia rilevante.

Ora, come ho già avuto modo di dire, relativamente al contesto storico in cui si colloca un corsivo come quello di Lunghini, è difficile dire in che fase siamo : da un lato la classe operaia ha avuto da circa trent’anni sonore sconfitte, dall’altra però essa ha rivoluzionato nel secolo scorso la struttura della distribuzione del prodotto sociale (si pensi alla spesa pubblica, alle pensioni, all’assistenza), a partire dalle lotte fatte in fabbrica e dunque nei luoghi di produzione (e se è vero che la distribuzione è funzione della produzione, al tempo stesso una diversa distribuzione retroagisce anche sulla produzione, cosa che Marx sembra non aver sottolineato). Perciò non si deve valutare l’appello di Lunghini alla giusta distribuzione (qualora l’abbia veramente effettuato) alla luce di un’eventuale dottrina atemporale marxiana, ma alla luce della situazione concreta che viviamo adesso, del fatto che l’appello all’autorità terza non viene fatta sotto l’autoritarismo bismarckiano, ma in un regime politico che, seppure pericolante, è stato costruito dalle lotte operaie e ne rappresenta una tappa importante, se non gloriosa. In tale regime la classe operaia ha una voce sia pur non dominante (ed a volte flebile) e dunque l’appello al soggetto terzo ha un senso, laddove Marx parla di fronte ad uno Stato non democratico che va solo rovesciato con la violenza.

Gnègnè invece come al solito, nell’unire a suo modo produzione e distribuzione, ci vuole propinare

una sorta di non esplicito, ma ammiccante parallelismo tra la necessità marxiana di cambiare il modo di produzione attraverso la rivoluzione dei rapporti di produzione e il dogma della sintesi neoclassica che subordina il momento redistributivo alla crescita economica. Ma questo tentativo rimane una mistificazione.

 


17 marzo 2009

Marx e la giustizia

 

Anche il buon Mario è intervenuto nel velenoso dibattito tra me e Gnègnè, cercando di mettere un po’ d’ordine e di distacco e aggiungendo delle citazioni che possono tornare utili alla nostra riflessione.

Mario cita prima Gnègnè : “ed inoltre (Marx) ha sempre limpidamente negato che, nel modo di produzione capitalistico, lo sfruttamento economico sia anche uno sfruttamento giuridico, sia cioè un illecito (per Marx, finché i mezzi di produzione sono di proprietà privata, non c’è modo di evitare lo sfruttamento, che anzi è necessario perché la produzione raggiunga il livello massimo, e ciascuno dei tre fattori riceve esattamente la remunerazione a cui ha diritto, niente di più e niente di meno)
Poi Marx : “Gli economisti borghesi vedono soltanto che con la polizia moderna si può produrre meglio che, ad es., con il diritto del più forte [la borghesia che oppone il proprio diritto alla forza del signore feudale, laico od ecclesiastico]. Essi dimenticano soltanto -prosegue Marx- che anche il diritto del più forte è un diritto [infatti è sempre esistita una legislazione anche sotto il Medioevo] e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma anche nel loro 'Stato di diritto'
E commenta : “
Possiamo dire, sviluppando il suo pensiero, che "è cambiata la forma ipocrita in cui si cela il primato della forza" in quanto tutti i cittadini sono formalmente uguali davanti alla legge?
Questa è una esplicitazione di ciò che è la struttura portante del pensiero Marxista, la constatazione che non esiste un "diritto" naturale o principi eterni ed immutabili, ma che tale fatto (in questo caso distribuzione)è l'esplicitazione di un rapporto "sociale" che sancisce in quel particolare contesto di relazione economica (in questo caso il capitalismo) ed in funzione dei rapporti di forza esistenti tra le classi (capitalisti, salariati) un diritto.
E conclude : “Certo è che un marxista o un comunista non si accontenterebbe solo di quello (in quanto al comunista interessano il possesso dei "mezzi di produzione").
Per chiudere, il punto della distribuzione è una delle questioni che "SICURAMENTE" differenziano un socialista da un comunista. Un economista liberale, negando che questo aspetto sia di per sé elemento di conflitto di classe (quanto meno non prendendolo neanche in considerazione), il problema "autonomamente" neanche se lo pone.
Però la differenza esiste
.”
Poi cita Homolaicus : “Il socialismo utopistico infatti puntava molto sulla "distribuzione", in quanto con questa categoria, che implica dei processi di carattere etico-sociale, si poteva meglio affrontare la questione della democraticità della società borghese.
Insomma il problema che Marx vuole affrontare in questo capitolo è quello di capire in che rapporto stanno produzione e consumo, poiché in astratto (o nelle pubblicazioni degli economisti borghesi) tutto sembra funzionare perfettamente: produzione e consumo praticamente coincidono, in quanto si supportano reciprocamente, in una sorta di mutuo condizionamento, ma in concreto, nella realtà sociale del capitalismo sembra essere la produzione a dettare un ruolo egemonico e lo prova il fatto che tra produzione e consumo "s'interpone la distribuzione che, in base a leggi sociali, determina quale quota della massa dei prodotti spetti al produttore"(p. 19). Infatti sotto il capitalismo "il ritorno del prodotto al soggetto [che lo produce] dipende dalle relazioni in cui questi si trova con altri individui. Egli non se ne impossessa immediatamente"(ib.); sicché in altre parole produzione e consumo non coincidono affatto, in quanto la distribuzione appare sempre squilibrata, iniqua, frutto dell'antagonismo sociale. Marx non si esprime esattamente così, ma non v'è dubbio che il suo pensiero sia questo.
E ancora : “a suo parere -e qui veniamo al punto forte di contrasto tra il socialismo scientifico e quello utopistico- il problema non è quello di come intervenire sul versante della distribuzione, al fine di cambiare, in favore dell'operaio, il rapporto tra produzione e consumo, ma è quello di come intervenire direttamente sulla produzione, poiché "il modo determinato in cui si partecipa alla produzione determina le forme particolari della distribuzione, la forma in cui si partecipa alla distribuzione"(p. 20).
Su questo problema di natura economica ovviamente s'innesta quello di natura politica, i cui termini di confronto oggi vengono affrontati con maggiore flessibilità: riforme sociali, in direzione di un mutamento progressivo della distribuzione nell'ambito del sistema capitalistico, o rivoluzione politica, in direzione della conquista del potere per un ribaltamento immediato del modello capitalistico di produzione? Marx propendeva per questa seconda soluzione e il suo radicalismo lo porterà a rompere molto presto con tutto il socialismo utopistico.
Gli economisti borghesi, dal canto loro, erano su questo aspetto ancora più astratti dei socialisti utopisti, poiché nella distribuzione non vedevano neppure i problemi connessi ai conflitti di classe. Marx dice che secondo loro "la distribuzione si presenta come distribuzione dei prodotti e quindi essa è ben lontana dalla produzione e quasi autonoma rispetto ad essa"(p. 21). Gli economisti avevano interesse a mostrare questa diversità, in quanto non volevano che i critici della distribuzione ineguale facessero ricadere sulle forme della produzione i motivi dello scompenso tra produzione e consumo. Per il resto erano tranquillamente disposti ad ammettere che tra produzione e consumo vi fosse identità o reciproco condizionamento, ed erano del tutto indifferenti al fatto che -prosegue Marx- "all'origine, l'individuo non possiede alcun capitale, alcuna proprietà fondiaria. Fin dalla nascita esso è assegnato al lavoro salariato dalla distribuzione sociale"(ib.)."

Segnalo poi un’altra citazione da Gnègnè : “la distribuzione del reddito fra i fattori è parte del modo di produzione, non è indipendente da questo. Ne deriva tra l'altro (e anche questa conseguenza è stata esplicitamente tratta da Marx) che non è alterando la distribuzione che si cambia il modo di produzione, è il contrario che va fatto.
La frase di Marx di cui dubiti (e che non ricordo dove si trova, ma la cercherò) è appunto una critica a quelli che lamentavano l'ingiustizia della distribuzione, senza avvertire che parlare di 'giustizia' distributiva all'interno del modo di produzione capitalistico è una tautologia (perché il diritto borghese è determinato anch'esso dal modo di produzione borghese: all'interno di un 'sistema' che prevede che i mezzi di produzione spettano al proprietario e al capitalista mentre al proletario spetta solo la sua forza-lavoro, il capitalista si approprierà inevitabilmente del plusvalore, e questo non è affatto contrario al diritto. Lo sfruttamento marxiano è un concetto economico, non giuridico).
Quanto al resto, ripeto di nuovo: in *questo* modo di produzione, non c'è modo di impedire al capitalista di cercare l'investimento più redditizio. Se intervieni sulla distribuzione (tasse), almeno oltre un certo limite, il capitale andrà altrove, e il risultato sarà minor reddito (meno lavoro, ecc.). Se vuoi impedire questo (cioè se vuoi evitare che si smetta di produrre), devi intervenire sul modo di produzione, cioè devi, per l'appunto, espropriare il capitalista. Questo è quello che dice Marx (e quello che dico io): vedi un po' tu se è possibile agire sulla struttura con la magistratura o col fisco..."



Cosa dice Marx allora ? Lo sfruttamento non è immediatamente un illecito giuridico, ma semplicemente perché l’illecito giuridico dipende dall’ordinamento vigente che è il frutto della lotta di classe. Esso diventerà una sorta di illecito giuridico nella fase in cui il proletariato riuscirà ad imporre il suo dominio sulle altre classi e uniformerà il Diritto a questa sua egemonia. Ma per fare questo bisognerà aspettare una rivoluzione che avvenga in un arco di tempo ristretto ? Già i mezzi di produzione dovranno essere proprietà dei lavoratori ? L’astrazione del ragionamento di Gnègnè si rivela subito se ci facciamo questa domanda : in che fase stiamo adesso ? Non si può concepire (se non in termini molto generali) la periodizzazione storica come fatta di compartimenti stagni in cui o si è nel modo di produzione capitalistico (con tutte le sue conseguenze ideologiche) o si è nel modo di produzione successivo (ed allora la rivoluzione si è già compiuta con tutte le sue conseguenze ideologiche). Siamo nella lotta di classe, che è l’unica situazione concreta a cui ci possiamo rifare ed in questa fase c’è la possibilità che molti comincino ad elaborare quelle teorie e quelle categorie (morali, giuridiche, politiche) che debbono accompagnare il proletariato all’edificazione di una nuova società, per cui non è peregrino trovare una teoria della giustizia nella quale la situazione che dovrebbe verificarsi ad un certo punto della transizione rivoluzionaria venga elaborata come un sistema di diritti concepito astrattamente, come una teoria della giusta distribuzione del prodotto. Marx avrebbe riso a suo tempo se fosse uscita un argomentazione alla Lunghini, ma questo perché riteneva (teoricamente o per enfasi propagandistica) l’appello al diritto inutile in un momento di imminenza rivoluzionaria (e si sa che Marx abbia previsto fasi rivoluzionarie che non si cono invece concretizzate, ma anche questo fa parte di un programma di ricerca che va per tentativi ed errori, che si verifica compiutamente solo nella prassi). Ma ciò non implica che non sia possibile ricavare da Marx un’analisi in termini di teoria della giustizia che possa agire da strumento nella lotta di classe a livello di discussione teorica, di egemonia culturale, di lotta a livello parlamentare.
Dire che lo sfruttamento sino alla rivoluzione è necessario sino al raggiungimento di un punto massimo di produzione è non rendersi conto che la lotta di classe va intrapresa ben prima della rivoluzione e confondere l’”elogio” marxiano del capitalismo nel “Manifesto” con l’attendismo passivo di molti marxisti settari ed innocui di oggi, senza contare che da un secolo a questo punto, il capitalismo può aver benissimo raggiunto quel livello di produzione maturo perché la rivoluzione avvenga (può darsi che questo momento sia già passato e qualche occasione perduta…)
Cosa farebbe Marx oggi ? E ‘stupido domandarselo, come è stupido domandarsi “Dove sono i marxisti di una volta ?”. Essi sono dove possono essere a fanno e teorizzano quel che possono teorizzare sulla base del contesto materiale presente. E se agitando un modello di giusta distribuzione fanno comunque un’operazione legittima da un punto di vista marxista (e il fatto che fa bene lo si vede da come irrita chi retoricamente si appella al marxismo buono di una volta o ai lioni marxisti sudafricani…).
Marx non dice che non sia possibile aderire ad un’etica o ad una teoria della giustizia, ma pensa che l’appello al diritto o alla giustizia (appello che è sempre ad una istanza terza) non è possibile dove non vi sia un’istanza terza (vista la natura di classe dello Stato). Ma ciò non vuol dire che un intellettuale che partecipi alla lotta di classe (con maggiore o minore sincerità) non possa argomentare per una teoria della giusta distribuzione nell’ambito della lotta di classe, tentando non di appellarsi ad un’istanza terza, ma tentando (in quello che Agnes Heller chiamava polemicamente con Apel l’ambito “di discussione” e non di “dialogo”) di coinvolgere quanti più partecipanti possibili nella sua lotta. Il diritto del più forte soggiace anche allo “Stato di diritto”, ma questo non implica che l’istanza etica e rivendicativa sia nulla, ma che essa si situa nella lotta di classe e da sola sia destinata al fallimento, per cui chi si limita al solo richiamo al diritto potrebbe essere comunque funzionale allo stato di cose esistente. Ma come ho già fatto notare tale istanza muove Marx continuamente (altrimenti come potrebbe un piccolo borghese come lui fare quello che ha fatto) e tale spinta la si registra continuamente a livello linguistico (nella passione, nel sarcasmo, nell’invettiva). Per Marx l’appello al diritto è strategicamente inutile nel contesto dato, ma ciò non implica che sia inutile anche in questo contesto dato, o che lo sia anche nel momento in cui un intellettuale militante scriva un articolo (ed è stupido appuntarsi all’articolo come esempio tra i tanti di una inanità più complessiva, soprattutto se soggettivamente chi compie tale critica ci tiene ai buoni marxisti di una volta, ma non ci tiene ad esserlo personalmente un buon marxista di una volta…). Non è il senso di una teoria della giustizia ad essere in discussione (esso rimane in un ambito astratto), ma il proferimento di una teoria della giustizia ad essere valutabile strategicamente alla luce della lotta di classe (e dunque potenzialmente utile, inutile, dannoso a seconda del contesto in cui viene effettuato).
Sicuramente non esiste un diritto naturale, ma non è escluso che la forma che il Diritto assume nella transizione (e di cui i soggetti impegnati nella lotta di classe o quanto meno i borghesi alleati del proletariato nella lotta di classe) non concretizzi i diritti astrattamente enunciati nel momento in cui la borghesia è stata una classe progressiva e non li concretizzi almeno per il periodo in cui sarà ancora necessario uno Stato delle cui leve il proletariato si deve impossessare. Mentre il realismo politico intende l’etica solo come illusione dietro la quale si nasconde il rapporto di forza, nel marxismo la lotta di classe stessa si può concretizzare in una pluralità di posizioni etiche contrapposte una delle quali risulterà vincente proprio in quanto i rapporti di forza saranno decisi da processi materiali nei quali può essere rinvenuta una contraddizione dialettica, contraddizione che può essere declinata anche nel campo della discussione sul diritto e sull’etica (quando si dice che i rapporti di produzione capitalistici non possono tenere dietro all’aumento delle forze produttive non si fa riferimento anche alle conseguenze negative eticamente rilevanti di tale gestione privatistica delle forze produttive, gestione che porta a disordini, guerre, crisi etc etc ?)
Quando si dice che la centralità della distribuzione diventa teoricamente e praticamente un handicap, non si vuole dire che l’aspetto distributivo non abbia importanza, ma serve a costringere il proletariato a rendersi conto del fatto che non c’è indipendenza tra produzione e distribuzione, non a rassegnarci ad una certa distribuzione a certi rapporti di produzione assunti come dati : in altre parole sbaglia chi separa i due ambiti, non chi nel frattempo si adopera a migliorare la situazione in un ambito solo (se un partito nel frattempo che non riesce a cambiare i rapporti di produzione, pur consapevole di questo limite, combatte per migliorare la distribuzione, questo partito non solo fa benissimo ma certamente non sarebbe censurabile da un punto di vista marxista, mentre più ambiguo sarebbe un partito di sinistra che nell’ambito dello sviluppo trascuri le questioni redistributive per puntare tutto sulla crescita), anche perché la lotta per la distribuzione diventa nel lungo periodo anche una lotta per una crescita più equilibrata (e dunque non contraddice l’istanza marxiana di non impedire l’aumento delle forze di produzione, se questo piace agli idolatri della crescita)
L’ultima citazione di Gnègnè conferma quanto il nostro abbia un atteggiamento schematico, dal momento che parla di *questo* modo di produzione, senza pensare che in ogni momento ci troviamo di fronte ad un momento della lotta di classe (in alcune parti del mondo c’è addirittura una combattuta transizione tra modi di produzione precapitalistici e capitalistici, lotta che però è influenzata da quella tra capitale e lavoro nelle parti alte della filiera di produzione) per cui è astratto dire che ci troviamo in un certo modo di produzione e dunque il capitalista possa muoversi con il suo capitale come meglio crede. Ci troviamo in un momento della lotta di classe in cui è più difficile controllare il movimento dei capitali, ma ci sono stati momenti in cui tale controllo è stato più agevole (tutto dipende dall’esito della lotta di classe, dai processi economici, dalle soggettività in campo, dagli squilibri della condizione del proletariato nel mondo). Ma Gnègnè ha a cuore la schematizzazione e la semplificazione, dal momento che ha fretta di mettere Marx in una teca, di farci pensare che da lui è ormai possibile spremere tutto quello che può dare, di chiudere i conti (infatti per lui il contributo di Marx è la visione storica e dinamica dell’economia, una cosa che si può dire anche di Schumpeter o addirittura di Schmoller). Anche lui fa la sua lotta di classe e la fa in maniera conseguente, con la cazzimma che gli è propria.


12 marzo 2009

Vendesi Gnègnè

 Non sapendo più cosa dire, Gnègnè si dà alla psicoanalisi ed impegna molte righe in questa disamina. Peccato che voleva chiamarsi Karl Kraus che della psicoanalisi non aveva una grande opinione. Ma Gnègnè di Karl Kraus non ha l'ironia nè la leggerezza. . Come un vecchio neotomista egli si lamenta del postmoderno pensando che il senso di "scienza" in Marx sia lo stesso di quello di un Comte qualsiasi, magari il tardo Comte adoratore del Grande Essere. Questo sguardo semplicistico Gnègnè lo confonde con la cultura e accusa me di ignoranza, semplicemente perchè io ammetto quel che non so, ma provo comunque ad esprimere quel che penso sulla base delle informazioni di cui dispongo e aspetto fiducioso che il mio interlocutore mi chiarisca (se può) le idee, sempre se ciò sia fatto con correttezza, onestà, modestia (termini ignoti da quelle parti). Putroppo l'arroganza non è sinonimo di maggior cultura, per quanto Gnègnè ne dispensi a iosa. Trattasi di uno Sgarbi in miniatura.



Anche nella polemica su cui lui ha voluto fare un ultimo tentativo, i difetti di Gnègnè fanno inevitabilmente capolino : il punto non è quale sia la percentuale che lo Stato voglia tassare o confiscare, il punto è se in un sistema capitalistico si possa limitare ad un proprietario la disponibilità di quel che possiede, senza alcuna rivoluzione bolscevica e in certi casi senza nessun esproprio. La mia risposta è sì, ma Gnègnè si affatica a fare le percentuali, ed a confondere esproprio e rivoluzione proletaria semplicemente perchè la sua necessità è quella di rendere iperbolica la tesi di Lunghini. Perchè lui di quello che ha detto Lunghini non vuole comprendere un cazzo. Lunghini per lui è l'ennesimo pretesto per l'ennesima pippa sulla cultura politica della sinistra e, volendo concedergli l'attenuante (o l'aggravante) dell'intelligenza, il modo per lamentarsi dell'assenza di marxisti e per attaccare così coloro che hanno a cuore la redistribuzione delle risorse e in un certo senso ambiscono a frenare l'accumulazione del capitale. Questi sono i veri nemici di Gnègnè. Perciò
Gnègnè è un sicario in vendita per coloro che vogliono la libera accumulazione di capitale.
Accattatavill'...!

p.s. Del porco non si butta via nulla. In compenso la carne del pavone ha un uso per di più ornamentale ed è, per alcuni autori, quasi immangiabile, a leggere qui


11 marzo 2009

Le sce(me)nze umane di Gnègnè

Se non fosse per Gnègnè il mio groppo in gola da esule non si sarebbe mai sciolto. Le sue argomentazioni e i suoi insulti (ma si sarà arrabbiato? ) sono proprio un toccasana per la malinconia.
Egli dice:
1) Si può eccome analizzare un comportamento umano senza prendere in considerazione "giudizi di valore, criteri etici ecc." e lo si fa continuamente e con successo anche in campi diversi dall'economia (ad es. nello studo del traffico:
link).
2) Non ha senso farlo (argomentare su quale sia la giusta distribuzione tra i diversi fattori di produzione) all'interno di una teoria che non ti fornisce alcun criterio per determinare quale sia la 'giusta' distribuzione (perché infatti non te lo dice: né quella 'dominante', né quella marxiana, né nessun'altra) e per di più senza nemmeno spiegare quali sono questi criteri che ti inducono ad affermare, per l'appunto, che la distribuzione X è 'giusta'.
3) Siccome Marx ha detto nel corso della sua vita molte cose fra loro non particolarmente compatibili (e sarebbe strano il contrario, visto che ha cominciato come giurista ignaro di economia e impregnato di filosofia hegeliana, ed ha concluso la sua carriera come grande economista e fondatore di una filosofia rigorosamente materialistica), allora qualsiasi cosa, anche la più bislacca, può essere considerata 'marxiana' o 'marxista'. Anche le stronzate che scrive lui. (A pensarci, questa è una convinzione non esclusiva del poveraccio...)
4) Quel che il poveretto in questione non capisce è che non è perché Marx sosteneva le sue idee con molta convinzione, condita da istanze etiche, invettive e sarcasmi che le sue idee sono giuste, e viceversa. Anche Joseph de Maistre sosteneva le sue idee con non minore convinzione (e con non minori invettive e sarcasmi), ma questo non renderà affatto le sue idee più attraenti. Peggio ancora: perfino il polemista online è capace di usare invettive e sarcasmi, pur in assenza totale sia di convinzione sia di idee.
5) "
In *questo* modo di produzione (capitalistico), se io Stato dico: d'ora in poi al lavoratore spetta, non solo un 'alto' salario, ma TUTTO il prodotto, il giorno dopo l'imprenditore chiude la fabbrica, saluta gli operai e va a godersi il 'maltolto' ai Caraibi (o prende i suoi soldi e li investe altrove).
L'unico modo per impedire questo (cioè il fatto che il capitalista investe solo là dove il capitale gli garantisce il maggior profitto) è espropriare il capitalista: punto.
", con l'aggiunta di alcune bestialità (come il fatto che c'entri qualcosa la libera circolazione dei capitali). Ripeto a beneficio del poveretto: In *questo* modo di produzione (capitalistico), e finché non sarà cambiato (tramite l'espropriazione dei mezzi di produzione), il capitalista sceglierà di chiudere bottega, di dedicare i suoi capitali ad altro, e di fare in ultima analisi quello che ritiene più conveniente. Questa non è un giudizio (non sto dicendo che è 'bene' o 'giusto' che lo faccia), è una descrizione (=lo farà) di *questo* sistema economica, che funziona - per l'appunto - così.



Ingrata madre di Carrie, non avrai le mie ossa...

A) Gnègnè confonde un semplice modello che può essere elaborato trascurando alcuni aspetti del comportamento umano da una disciplina complessiva che vorrebbe (e non riesce) essere scienza e che per fare decentemente questo tentativo deve rispettare la complessità degli esseri umani e delle loro relazioni reciproche. Sul fascino ad es. che il formalismo matematico esercita su questa concezione ingenuamente oggettivistica delle scienze umane è interessante questa citazione di Amartya Sen : "È possibile che i formalismi matematici attualmente a disposizione, anche presi nel loro insieme, siano inadeguati per trattare alcune delle complessità sociali di cui le scienze sociali devono occuparsi. Alcuni analisti si sono ostinati ad utilizzare soltanto tecniche matematiche – e in certi casi solamente alcune particolari tecniche – rifiutandosi di tener conto di influenze importanti che tali tecniche non riuscivano a cogliere".
B)  Che Marx non dia strumenti ad un'economista per dire quale sia una giusta distribuzione del prodotto sociale tra i diversi fattori produttivi è semplicemente falso, se è Marx colui che dice "Con la diminuzione costante del numero dei magnati del capitalismo che usurpano e monopolizzano tutti i vantaggi di questo processo di trasformazione....Gli espropriatori vengono espropriati". Se la scienza di Marx fosse avalutativa, perchè parlare di esproprio (togliere a qualcuno ciò che è proprio) e di usurpazione (prendersi qualcosa senza esserne legittimati) ? Il problema è che si confondono le ragioni pratiche per cui Marx considera inutile il limitarsi all'invettiva moralistica con il carattere avalutativo della scienza economica che Marx non sostiene assolutamente, dal momento che la stessa elaborazione scientifica (soprattutto quella legata all'economia) è per lui legata alla lotta di classe ed al suo carattere storico.
C e D) Sola la sciocca capziosità di Gnègnè può concludere che secondo me da Marx si può dedurre qualsiasi cosa. In realtà io nego proprio che da Marx si possa dedurre l'idea di una scienza economica astrattamente oggettiva e avalutativa. E solo dalla sciocca capziosità di Gnègnè si può concludere che io nello stile appassionato di Marx io voglia dissolvere il nucleo forte del suo pensiero. Quello che faccio, evidenziando il suo stile, è di sottolineare che in Marx c'è una tensione etica che condiziona gli esiti del suo pensiero (anche la distinzione rigida tra giovane Marx e quello maturo indica che l'impostazione di Gnègnè è quella del causidico che studia per fare il compitino bel bello e per fare il bullo sul web, senza contare che il "rigoroso" materialismo di Marx sta già in quel papiello giovanile non pubblicato in vita che è "l'Ideologia tedesca").
E) Infine, dire che l'utilizzo diverso del capitale da parte del capitalista è "quello che farà in un sistema che funziona così" è proprio il crisma della assoluta e spudorata superficialità di Gnegnè che dice, con la faccia tosta del catatonico, le stesse cazzate con la pretesa di dare un chiarimento definitivo del suo pseudo-pensiero. Come pure assolutamente astratta è la locuzione "in questo modo di produzione", dal momento che, senza fare alcuna rivoluzione (e dunque "in questo modo di produzione"), è possibile con delle leggi limitare o scoraggiare la possibilità del capitalista di impiegare diversamente il capitale nel momento in cui vuole evitare una distribuzione del sovrappiù più vantaggiosa per i lavoratori. In realtà "quello che farà in un sistema che funziona così" secondo Gnègnè, succede fin quando Gnègnè guarda le cose col fiore in bocca o, più prosaicamente,  con la sua adesione morale convinta e militante alla classe dominante. Pure in tal caso, invece di nascondersi dietro l'avalutatività del fiore in bocca, potrebbe dire che a lui piacerebbe essere un intellettuale organico al Capitale ( del resto la sua disponibilità a "fare pulizia" nella già citata
lettera-guallera ad Ezio Mauro è un tentativo comico e patetico in questo senso)


9 marzo 2009

Saperla Lunghini : Gnègnè alla ricerca del marxismo

Gnègnè, come Diogene di Sinope, cerca qualcuno : il marxista vero. Perchè lui, pur non essendo marxista, sa cos'è un marxista vero, uno che sbaglia, ma sbaglia tutto d'un pezzo, uno che distingue l'essere dal dover essere, uno che non parla di giustizia (questi sono i socialisti utopisti...), ma che senza moralismi conquista il potere e realizza, se può (ma non può), un sistema più efficiente di quello del capitale. Non un sistema più equo, per carità !!! L'equità è una categoria deontologica e i marxisti schifano la deontologia. Anche la madre di Carrie rimprovera la Sinistra molle e situazionista (priva di un kit adeguato di coltelli da cucina), in nome di un marxismo presessantotto che adesso solo nel Terzomondo non terzomondista viene coerentemente applicato come vogliono alcuni bordighisti (prima il capitalismo su tutto l'orbe, ed ogni resistenza è reazione, poi eventualmente vedremo cosa si può fare)
Armato di queste buone intenzioni, Gnègnè analizza un passo del Prof. Lunghini e gli fa (a suo modo) le bucce.  Ecco cosa dice Gnègnè :
1)L' unicuique suum è un principio giuridico non economico perchè lo ha ben esplicitato Ulpiano che è un giurista latino.
2) L’economia è una disciplina descrittiva, non normativa; non dice come un certo prodotto deve essere distribuito fra i diversi fattori, ma come di fatto viene distribuito (poste certe condizioni). Questo è veramente singolare, ma come è visibile dal prosieguo non casuale. Lunghini sta facendo un discorso giuridico, o morale, ma certamente non un discorso economico.
3) Secondo la teoria economica moderna,  le remunerazioni dei vari fattori (rendite, salari, profitti) vengono fissate secondo certe regole descrittive che, ancora una volta, non hanno alcun valore normativo e non attribuiscono pertanto “diritti” a nessuno.
4) Marx ha sì una teoria sullo sfruttamento e sull’appropriazione del plusvalore da parte del capitalista, ma innanzitutto ha una teoria del capitalismo (del funzionamento del capitalismo), ed inoltre ha semrpe limpidamente negato che, nel modo di produzione capitalistico, lo sfruttamento economico sia anche uno sfruttamento giuridico, sia cioè un illecito (per Marx, finché i mezzi di produzione sono di proprietà privata, non c’è modo di evitare lo sfruttamento, che anzi è necessario perché la produzione raggiunga il livello massimo, e ciascuno dei tre fattori riceve esattamente la remunerazione a cui ha diritto, niente di più e niente di meno). Marx sostiene, notoriamente, un’altra cosa: che l’unico modo per eliminare lo sfruttamento economico è la rivoluzione, che avverrà quando (raggiunta la pienezza delle capacità produttive) verrà abolita la proprietà privata dei mezzi di produzione, e con essa l’intera vecchia società, religione, diritto, stato, e insomma tutta la vecchia Storia. Né, ovviamente, Marx si è mai sognato di asserire una stron*§@a colossale come l’idea che la “rivoluzione” si possa/debba fare tramite il Fisco o la magistratura.
5) La  ‘teoria’ di Lunghini non ha alcun senso. Inanzitutto, non si capisce che c’entra la  riduzione del prodotto sociale: se il prodotto si riduce, si riduce certamente il reddito complessivo (che altro non è che il prodotto, appunto), ma il criterio della ripartizione non cambia.  Chi sarebbe quello che “non ne ha meritato una parte” e che dovrebbe pertanto “restituire il maltolto”? Mistero. Ma soprattutto, che c’entra la “teoria economica dominante” con la tesi che chi ha rubato deve restituire il malloppo, grazie all’operato di giudici e magistrati?
6) Il problema è questo. In *questo* modo di produzione (capitalistico), se io Stato dico: d'ora in poi al lavoratore spetta, non solo un 'alto' salario, ma TUTTO il prodotto, il giorno dopo l'imprenditore chiude la fabbrica, saluta gli operai e va a godersi il 'maltolto' ai Caraibi (o prende i suoi soldi e li investe altrove).
L'unico modo per impedire questo (cioè il fatto che il capitalista investe solo là dove il capitale gli garantisce il maggior profitto) è espropriare il capitalista: punto.
Questo è il problema economico della distribuzione, ed ecco perché economicamente 'giusto' o 'ingiusto' a questo riguardo sono cose prive di senso. Anche la fiscalità, la tassazione insomma, è un problema di ottimalità o di efficienza, non di equità o di 'giustizia'.



E' incredibile come uno schema che ha solo valore didattico ed introduttivo qui venga propagandato come un detto della Bibbia, con una divisione tra economia, etica e teoria della giustizia che fa invidia alla dialettica dei distinti di Benedetto Croce. Dire che l'economia è una scienza descrittiva è un'astrazione erronea, in quanto i soggetti dell'economia sono esseri umani che spesso agiscono non solo in conseguenza di cause, ma anche in base a delle ragioni, per cui è inevitabile che nell'economia giudizi di valore, criteri etici, finalità morali si incrocino continuamente con descrizioni, ipotesi, verifiche. Per un testo o un autore tra i tanti si veda
qui
Inoltre Gnègnè confonde il piano giuridico con quello filosofico, dove un diritto viene presupposto, sancito, argomentato con ragionamenti filosofici (di etica, filosofia del diritto, filosofia della politica) e poi codificato nel diritto positivo ed interpretato giuridicamente (ed anche in questo caso i passaggi tra i vari livelli di ragionamento sono continui e non ostacolati da divisioni artificiose tra discipline) per cui non si vede perchè un economista non debba argomentare su quale sia la giusta distribuzione tra i vari fattori di produzione. Restringere l'economia alla sola questione dell'efficienza fa di quest'ultima una ennesima astrazione, mentre essa va continuamente commisurata ai vincoli che una società sceglie di porre a se stessa quando vuole raggiungere un certo numero di fini, certi fini e non altri, certi fini più che altri. Voler sganciare l'economia da certi presupposti etico-politici è comunque conseguente all'assunzione di alcuni presupposti etico-politici elaborati a torto o a ragione, per i quali la scienza deve essere autonoma, le scelte altrui vanno rispettate, una maggiore produttività è un bene per la società etc etc
Non si capisce poi la locuzione "regole descrittive" : sarebbe infatti meglio parlare (nel caso di descrizioni) di leggi, mentre le regole hanno un aspetto normativo e sono tali da poter essere cambiate, a meno che non si presupponga l'esistenza di regole storicamente aprioristiche che individuerebbero una presunta essenza umana o un ordine invisibile che guai se ci metti mano.
Quanto a Marx è letto con il solito atteggiamento da Bignami o da Lamanna , cioè schematicamente sistematizzato, come se Marx non fosse un autore che continuamente immetteva nuovi dati e nuove considerazioni nella sua riflessione, tanto che la pubblicazione dei suoi scritti è sempre sottoposta e revisione ed interpretazione.
In Marx, le considerazioni etiche, le invettive conseguenti, il sarcasmo sono un accompagnamento continuo delle sue riflessioni e disegnarlo come uno che tiene separate come due compartimenti stagni la riflessione teorica da tutto ciò che riguarda la prassi, vuol dire non capire niente di lui. Prendiamo ad es. una frase dai Manoscritti economico-filosofici "Mentre la divisione del lavoro aumenta la forza produttiva del lavoro e la ricchezza e lo sviluppo della società, nello stesso tempo impoverisce il lavoratore fino a farne una macchina" : qui "impoverisce" e "fino a farne una macchina" sono prive di ogni inflessione etica ? In che senso essere una macchina è un grado estremo di impoverimento ? In Marx il problema del senso e della riappropriazione soggettiva e collettiva delle condizioni materiali di vita è sempre presente e costituisce un criterio costante dell'analisi, un criterio che non è etico nel senso deontologico del termine, ma è collegato al problema della giustizia, tant'è che il passaggio di fase è proprio scandito da un cambiamento del criterio di redistribuzione (da ciascuno...a ciascuno...). Che poi dire che le condizioni materiali che rendono possibile tale trasformazione non si possono ottenere semplicemente agitando tale criterio come ideale è un altro discorso.
Che Marx neghi che la rivoluzione si possa fare con il fisco o con la magistratura è poi quantomeno discutibile visto che la presa del potere si concretizza (almeno nel Manifesto) proprio in misure di tipo giuridico e fiscale (imposta fortemente progressiva, confische, accentramento statale del credito). Il fatto che il padrone vada ai Caraibi non è la manifestazione di una legge neutralmente descritta, ma la conseguenza di scelte politiche che permettono la libera circolazione dei capitali. Ma Gnègnè, venendo dalla montagna del sapone e masticando pigramente il famoso fiore in bocca, queste cose sembra proprio averle dimenticate.



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