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15 febbraio 2009

Enrica Rigo : la scuola oggi attraverso le riflessioni di W.E.B. Du Bois

 

In un saggio del 1903 sul ruolo dell'educazione per il riscatto della «razza Negra» W.E.B. Du Bois scriveva: «Formeremo uomini solo se assumiamo a oggetto del lavoro nelle scuole la condizione stessa degli esseri umani - l'intelligenza, la sostanziale solidarietà, la conoscenza del mondo e le relazioni che gli uomini intrattengono con esso - è questo il curricolo di quell'Alta Formazione su cui si devono costruire le fondamenta di una vita reale» (The Talented Tenth, in The Negro Problem, New York 1903). La presa di posizione dell'intellettuale e leader afroamericano è accompagnata da un'instancabile polemica contro qualunque ruolo salvifico del lavoro, implicito nell'opposta visione impersonificata dall'altro leader nero a lui contemporaneo, Booker T. Washington, secondo la quale agli studenti dovrebbe essere insegnato «come guadagnarsi da vivere» (da Up to Slavery pubblicato originariamente da Washington nel 1901). Per nulla invecchiata, la riflessione di Du Bois è anzi profondamente in sintonia con l'Onda del movimento che dalla scuola all'università ha investito, tra Settembre e Dicembre, l'intero sistema formativo italiano criticando proprio quel nesso tra formazione e mondo del lavoro che più di un decennio di riforme ha tentato di far passare come desiderabile, oltre che come ineluttabile necessità.



Diritti transitori
Prendere come spunto di riflessione la polemica tra Du Bois e Washington consente di tematizzare entro uno schema coerente anche un'altra proposta che ha impegnato le cronache durante le ultime settimane, ovvero quella di istituire classi «ponte» per i bambini immigrati nelle scuole primarie, e di discuterla entro la questione più generale dell'accesso degli stranieri ai diritti di cittadinanza e, in particolare, all'istruzione. Nella mozione approvata in parlamento su proposta della Lega Nord - e ingannevolmente ammantata di ragionevolezza politica da una relazione introduttiva imbottita di dati - salta agli occhi la definizione della misura quale politica di «discriminazione transitoria positiva». Senza approfondire nel merito l'abuso con il quale viene utilizzata l'espressione discriminazione positiva (che pur con delle ambivalenze affonda le sue radici nella storia del movimento per i diritti civili americano e nella tradizione della Critical Race Theory) è proprio l'aggettivo «transitoria» che appare paradigmatico e inquietante. A essere considerata transitoria non è infatti la discriminazione, che se fosse introdotta perdurerebbe ovviamente a lungo, ma una condizione intrinseca alle migrazioni stesse per cui i migranti sono sempre visti come titolari di diritti pro tempore.
Nel caso specifico, l'introduzione di un canale di accesso parallelo e subalterno all'istruzione pubblica sarebbe addirittura giustificata da una duplice condizione transitoria: quella di essere immigrati e per giunta bambini. Questa transitorietà «destinata a protrarsi indefinitamente» - per utilizzare la bella espressione del sociologo algerino Abdelmalek Sayad - è carica di conseguenze sul piano politico, dal momento che ciò di cui si è espropriati quando si viene inchiodati alla contingenza presente è esattamente la possibilità di scegliere il proprio futuro, come non a caso denuncia anche uno degli slogan del movimento dei mesi scorsi.

Stanziali per legge
Questo approccio alle migrazioni acquisisce un significato ulteriore se si considerano alcune linee di tendenza che emergono dalle più recenti politiche europee e che puntano a realizzare un modello che la Commissione definisce come circular migration (una serie di articoli sull'argomento sono reperibili nel sito www.carim.org/circularmigration). Non si tratta più della «transitorietà» con la quale è stata gestita in molti paesi europei la manodopera immigrata nel dopoguerra, per cui i «lavoratori ospiti» erano incentivati a rientrare nei paesi di provenienza una volta soddisfatto il fabbisogno di forza lavoro; tanto meno siamo di fronte a una transitorietà che conduce virtuosamente verso la cittadinanza. Una delle specificità del sistema della Blue card che la Commissione europea vorrebbe introdurre per gestire a livello comunitario la manodopera immigrata «altamente qualificata», e che la differenzia, per esempio, dalla Green card statunitense, è esattamente quella di non dare accesso alla cittadinanza né, almeno in prima battuta, alla residenza permanente.
A ben guardare, è proprio in questo dispositivo, pensato per attrarre tecnici e ingegneri formati in paesi di economie emergenti come quella di Cina o India, che si possono scorgere caratteristiche specifiche e esiti politici di una formazione improntata a «rispondere in modo effettivo e puntuale alla domanda fluttuante di lavoratori immigrati altamente qualificati (ed a compensare le carenze di competenze attuali e future)» (si vedano la relazione alla proposta di direttiva comunitaria e i lavori della High Level Conference on Legal Immigration tenutasi a Lisbona nel settembre 2007). Il «premio» che i lavoratori altamente qualificati ottengono con la Blue card è costituito, infatti, da un alto grado di flessibilità e mobilità fisica nello spazio europeo, coniugata all'immobilità del proprio status giuridico - e quindi sociale - di fronte ai diritti di cittadinanza. In altre parole, l'artificiosa temporalità imposta dall'ordinamento giuridico alle migrazioni acquisisce, in questo contesto, il significato di gestione duratura del transito e della circolazione di manodopera attraverso un dispositivo che differenzia permanentemente l'accesso dei migranti ai diritti. Nessuno stupore, quindi, che tra gli obbrobri giuridici già sperimentati dal sistema possa essere concepita anche una «discriminazione transitoria positiva» di cui i bambini dei migranti porteranno addosso i segni in permanenza.
Prima di tornare alle splendide pagine di Du Bois sull'eccellenza che sola può salvare e far progredire le razze, è opportuno introdurre un ulteriore elemento di riflessione. Per ottenere la Blue card, oltre a una formazione altamente qualificata testimoniata da un diploma riconosciuto, sarà necessario presentare un contratto di lavoro con una retribuzione prevista di almeno tre volte superiore al salario minimo. Ma che cosa accadrebbe se un illuminato liberale, convinto assertore dell'autonomia contrattuale, decidesse di assumere come badante un'astrofisica laureatasi in un'università dell'Unione Sovietica o come giardiniere un raffinato linguista formatosi in qualche paese del Medio Oriente e di pagarli il triplo del salario minimo? Simili casi non sono certo previsti dalla direttiva che, prevedendo accessi separati alla mobilità, si illude di poter ignorare e liquidare come una massa indifferenziata di cittadini «illegali» i migranti vivono e lavorano qui ricevendo anche meno del salario minimo.

Adulatori della mediocrità
La domanda è certo posta in modo provocatorio, ma è contro l'incapacità di vedere l'eccellenza che Du Bois dirige il suo sarcasmo più feroce: ovvero, contro «I ciechi adulatori della Mediocrità che gridano allarmati: queste sono eccezioni, guardate qui morte, disastri e crimine - sono loro la regola compiaciuta!». Ed è sempre l'autore del classico manifesto nero The Souls of Black Folk (New York 1903) a ribattere che è stata proprio la stupidità di una nazione che ha sistematicamente umiliato i talenti ad avere fatto della mediocrità la regola. Una stupidità simile a quella per cui nelle università italiane il numero di stranieri iscritti è pari al 2,2 %, contro una media Ocse superiore al 7,5 % e che in paesi come Inghilterra e Germania raggiunge punte percentuali a due cifre. Un dato, questo, senza dubbio da imputare alle incredibili difficoltà delle procedure per ottenere un visto per studio o per convertire un permesso di soggiorno per studio in lavoro, ma specchio, altresì, dell'inadeguatezza di un'offerta formativa che pur blaterando di flussi di capitale si ostina a chiudere gli occhi di fronte a quelli umani. E ancora, la stessa stupidità che mentre è intenta a proporre accessi subalterni all'istruzione primaria non si accorge che le occupazioni e le mobilitazioni nelle scuole hanno coinvolto istituti dove l'incidenza dei bambini stranieri è altissima, e dove le loro famiglie sono impegnate, accanto alle altre, in difesa della scuola pubblica. Perché, scrive ancora Du Bois: «Non abbiamo diritto a stare in disparte in silenzio mentre si gettano i semi di un raccolto di disastro per i nostri bambini, neri e bianchi».


4 febbraio 2009

Salvo Intravaja : niente più fondi per i corsi di recupero, le scuole nel caos

 

Corsi di recupero nel caos e alle famiglie non resta che rivolgersi ai professori privati. A pochi giorni dall´avvio delle attività che dovrebbero consentire agli studenti delle superiori di recuperare le insufficienze rimediate nel primo quadrimestre, i presidi non sanno che pesci prendere. Mancano i soldi per pagare eventuali insegnanti esterni e le risorse per quelli interni sono insufficienti.
In provincia di Milano i capi d´istituto hanno chiesto lumi al dirigente dell´Ufficio scolastico provinciale (l´ex provveditorato agli studi) sentendosi rispondere che «al momento non c´è nessuna certezza». Il consiglio che arriva dal provveditorato è di svolgere i corsi interrompendo le lezioni. «Una soluzione ragionevole e già adottata in molte scuole - dice Antonio Lupacchino, il dirigente dell´Ufficio scolastico milanese - è fare i corsi al mattino, sospendendo per una settimana l´attività didattica. In questo modo i presidi non hanno da pagare ore di straordinario agli insegnanti». Ma non sempre la soluzione è praticabile perché occorre garantire almeno duecento giorni di lezione.
In difficoltà un po´ tutti i dirigenti scolastici della penisola, da Milano a Palermo. «La legge sui corsi di recupero è rimasta - dichiara polemicamente Roberto Tripodi, presidente dell´Associazione delle scuole autonome della Sicilia - ma quest´anno non è stata finanziata». Le scuole, dopo gli scrutini del primo quadrimestre, hanno l´obbligo di organizzare corsi di recupero per tutti i ragazzi che hanno riportato insufficienze in una o più materie ma i fondi scarseggiano. «Per evitare ricorsi da parte delle famiglie - continua Tripodi - ci sono due alternative: utilizzare i finanziamenti Idei, cioè quelli degli Interventi didattici educativi ed integrativi, che sono insufficienti, o interrompere le normali attività didattiche. Ma in questo caso cosa fanno i ragazzi che non hanno materie da recuperare?». Per oggi, annuncia Francesco Scrima, leader della Cisl scuola, nel corso del tavolo tecnico che si svolgerà al ministero».
Qualche giorno fa, i segretari (i direttori dei servizi amministrativi) delle scuole piacentine hanno denunciato «la gravissima situazione finanziaria ed economica in cui versano gli istituti della provincia». In un ampio documento i segretari della provincia di Piacenza segnalano una serie di «problemi aperti urgenti», tra i quali proprio il finanziamento per il corrente anno scolastico dei corsi di recupero. «Il problema esiste e assume particolare rilevanza proprio in questi giorni» spiega Giorgio Rembado, presidente dell´Associazione nazionale presidi. I capi d´istituto, senza sapere quanto potranno spendere per pagare i docenti a 50 euro l´ora, devono trovare la soluzione a numerosi quesiti.
Quanti corsi di recupero sarà possibile attivare? Per quali materie e per quante ore? E ancora: con quali risorse si dovranno eventualmente pagare i docenti esterni, se i professori della stessa scuola non intendono svolgere i corsi di recupero pomeridiani? La norma prescrive corsi di almeno 15 ore, ma la realtà sarà probabilmente un´altra. E rivolgersi ai prof privati può costare alle famiglie dai 15 ai 50 euro l´ora.
Nel 2008, le scuole hanno sfruttato un finanziamento di 240 milioni. Quest´anno, anche conteggiando il budget erogato con il fondo d´istituto (800 euro a docente), mancano all´appello 58 milioni.


Che speranze abbiamo con queste quadrumani ?

La Uil scuola ha inviato una lettera al ministro dell´Istruzione, Mariastella Gelmini, per sapere su quali risorse è possibile contare «al fine di consentire un´attenta programmazione dei corsi di recupero», scrive il segretario, Massimo Di Menna. «Oltre agli alunni che riportano insufficienze - rilancia Piero Bernocchi dei Cobas - in realtà a essere in difficoltà sono proprio le scuole che, come al solito, devono gestire fondi che sono scarsi in relazione alle reali esigenze». Anche per questa ragione, il prossimo 12 febbraio la Flc Cgil organizzerà un sit-in davanti la sede del ministero.
I corsi di recupero furono lanciati nel 2007 dall´ex ministro della Pubblica istruzione, Giuseppe Fioroni. Nell´anno 2007/2008 dopo il primo quadrimestre furono due milioni gli studenti che riportarono insufficienze nella pagella del primo quadrimestre. Ma il totale delle materie insufficienti, con in testa matematica e inglese, toccò quota 8 milioni: in media quattro a testa.


28 ottobre 2008

Le tre piaghe dell'Università : tagli, mercato e baroni

 

Studenti, dottorandi e lavoratori dell'università hanno almeno tre ottime ragioni per protestare. Il governo taglia fondi nonostante l'Italia sia il paese Ocse che investe meno nell'università. Il sistema non funziona, non produce laureati. In più, è viziato dai privilegi e dal nepotismo dei baroni. E il mercato italiano non investe in ricerca, produce disoccupazione intellettuale e condanna gli studenti alla precarietà.
Contro il governo
La spesa totale per le università in Italia nel 2005 ammontava a 16.700 milioni di euro. Lo stato contribuisce per il 67%, le tasse degli studenti per l'11,7%, altri enti pubblici e privati per il 35%. Le famiglie investono nell'educazione universitaria 1.379 milioni di euro (+35% dal 2000 al 2005), 380 milioni nel caso delle università private (+40%). La spesa media di iscrizione è 730 euro per le statali e 3 mila per le private. La spesa universitaria in rapporto al Pil è pari allo 0,9%, rispetto a una media dei paesi Ocse dell'1,3. Si tratta della più bassa d'Europa. Mentre in Corea il rapporto è pari al 2,4%, in Canada al 2,8% e negli Usa al 2,9%. Anche rispetto alla spesa pubblica totale, l'Italia è ultima con solo l'1,6% destinato all'università (media Ue 2,8%). Per ogni studente italiano lo Stato investe 8.026 dollari, contro una media Ocse pari a 11.512. I tagli Tremonti-Gelmini non fanno che aggravare pesantamente la situazione.
Solo per il taglio dell'Ici, all'università arriveranno 467 milioni in meno. Nel giro di 5 anni il governo prevede una riduzione del fondo di finanziamento ordinario alle università pari all'1,5 miliardi su un totale di 7,4 miliardi (-10,3%). Si passerà da 63,5 milioni di tagli nel 2009 fino a tagli di 455 milioni nel 2013. Inoltre è bloccato il turn over delle assunzioni. Solo il 20% del risparmio dovuto ai pensionamenti potrà essere reinvestito in assunzioni: un'assunzione ogni 5 pensionamenti. Eppure in Italia i professori non sono tanti, 29 studenti per ogni docente, contro una media Ue di 16,4. La manovra del governo è una mazzata mortale per gli atenei italiani che rischiano il fallimento. Paradossalmente non basterebbe neppure aumentare le rette. Per legge le tasse non possono superare il 20% del fondo di finanziamento ordinario, e siccome il governo taglia proprio questo fondo, taglia anche il potenziale aumento delle tasse.



Contro i baroni
Se ne parla pochissimo: i professori universitari hanno un privilegio raro che li accomuna a parlamentari, magistrati e alti gradi dell'esercito (d'altronde in parlamento ci sono molti prof). Il loro stipendio non è regolato da un contratto nazionale di lavoro ma aumenta in modo automatico ogni due anni. Non importa se il datore di lavoro, ovvero lo stato, abbia più o meno disponibilità, o se l'università produca bene o male. Loro, comunque, hanno il diritto di guadagnare di più. Un docente dopo 15 anni di carriera guadagna una media di 29.287 euro all'anno contro una media Ocse di 37.832 e un media Ue di 38.217 (un prof tedesco arriva fino a 50.119 euro l'anno), ma mentre un lavoratore italiano «non accademico», oltre a guadagnare meno di un pari grado tedesco deve sottostare alla contrattazione, gli stipendi dei prof lievitano motu proprio. E' proprio questo meccanismo a far saltare il banco. Gli stipendi infatti costituiscono ben l'88% del fondo ordinario elargito dallo Stato. Con i tagli questa percentuale è destinata ad arrivare fino al 90%-100%. Un docente ordinario della Statale di Milano guadagna in media 3.654 euro al mese, un associato 2.660 euro al mese, un ricercatore 1.838 euro (ma parte da 1.00 euro). Gli scatti per i prof salgono dell'8% ogni due anni nei primi anni di carriera, del 6% dopo qualche anno, e del 2,5% a fine carriera. A questi va aggiunto un aumento annuo medio del 2,5-3%. Il governo non intende più farsene carico e li scarica sui bilanci degli atenei. Lo slogan più riuscito degli studenti in protesta è «La vostra crisi non la pagheremo noi»: di certo la crisi non la pagheranno i loro professori. Mentre le retribuzioni dei prof salgono per magia, i lavoratori non docenti solo da un mese possono usufruire del contratto firmato nel 2006 e il governo già gli riduce lo stipendio tagliando i compensi accessori del 10%.
Gelmini, inoltre, ha rinviato sine die la costituzione della «Agenzia nazionale della valutazione dell'università e della ricerca» progettata ma non realizzata dall'ex ministro Mussi. Significa che i prof potranno continuare a lavorare senza controllo, e senza alcun controllo saranno anche le modalità di reclutamento dei giovani in una situazione di concorsi spesso viziati da nepotismo. E i tagli colpiscono in modo indiscriminato senza tenere conto delle differenze tra atenei e senza nessuna valutazione della proliferazione spesso sconsiderata dei corsi. Un ordinario ha l'obbligo di dedicare 350 ore alla didattica all'anno, 250 ore se non è a tempo pieno, ma in questo caso può fare anche altri lavori come professionista. E' vero che poi esiste, o esisterebbe, il lavoro di ricerca (secondo un criterio fissato dalla Ue un prof lavora in tutto fino a 1512 ore l'anno) ma, in assenza di meccanismi di valutazione, tutto è lasciato alla buona volontà dei singoli.
Il risultato è che la produttività dell'università italiana è pessima. Nonostante 305 mila nuovi immatricolati, per un totale di 1 milione e 130 mila iscritti, l'Italia è l'ultima in Europa per numero di laureati con solo il 13% nella fascia di età tra 24 e 65 anni (media Ue 24%; Usa 38%, Giappone 41%). Rispetto all'Europa siamo sotto di 3,5 milioni di laureati. Il 20% degli immatricolati abbandona al primo anno. Il 50% non arriva alla laurea. Anche se da quando esiste la laurea breve le cose sono leggermente migliorate, i fuori corso nel 2006 erano ancora il 66% dei laureati. E l'università italiana attrae solo l'1,7% di alunni stranieri (contro l'11% della Gran Bretagna, il 9% della Germania e l'8% della Francia). I sistemi di reclutamento hanno formato una classe docente, vecchia e maschia. L'università italiana è l'ultima in Europa per il numero di donne docenti (solo il 32%) che scende fino al 17% nel caso dei professori ordinari. Mentre ben il 55% dei prof ha più di 50 anni e gli ordinari sopra i 60 anni sono il 45%. E' vero che i nostri laureati sono più bravi degli studenti stranieri e i nostri dottorandi fanno ottima figura all'estero. E anche per quanto la ricerca l'Italia vanta ottimi esempi. Ma il sistema nel suo complesso è in pessime condizioni. Il governo se ne fa scudo, non fa nulla per migliorarlo (la riforma annunciata dalla Gelmini finora è un mistero). Il gioco è semplice, accentuare tutti i possibili difetti dell'università pubblica per giustificare il taglio delle risorse e premiare le università private.
Studenti, ricercatori e personale tecnico sono circondati da un parte dai privilegi della casta e dall'altra dai tagli del governo.
Contro il mercato
Dietro i difetti degli accademici si nasconde un sistema economico che non obbliga l'università a migliorarsi perché non la ritiene utile. Il mercato italiano non richiede laureati. Il tasso di disoccupazione tra 25 e 64 anni è più alto della media Ue per i laureati mentre è più basso per i diplomati. L'Italia è l'unico paese europeo in cui i disoccupati laureati sono più dei loro pari-età diplomati. A un anno dalla laurea solo il 53% trova lavoro (per un guadagno medio di 1000 euro) e ben il 48% è precario, mentre a cinque anni dalla laurea trova lavoro l'85%, con un stipendio medio di soli 1.300 euro e ben il 17% è ancora precario. Rimane forte il meccanismo ereditario e classista delle professioni: il 44% degli architetti ha un figlio laureato in architettura, il 42% dei giuristi ha un figlio laureato in giurisprudenza, il 41% vale per i farmacisti, il 39% per medici e ingegneri. Non solo. Il sistema industriale, inoltre, non attrae fondi privati. Si tratta di un sistema di piccole e medie imprese che continua a preferire la produzione di prodotti a basso valore aggiunto che non richiedono sviluppo tecnologico. Si preferisce risparmiare sul costo del lavoro, piuttosto che investire in ricerca, istruzione e università. «Pensare che siano i privati a salvare le casse degli atenei, significa non vedere la realtà del nostro sistema produttivo - spiegano gli amministratori di un ateneo - i privati qui non li vedi neppure in fotografia». Significa che per cambiare l'università, non basta opporsi ai tagli di Tremonti e alla casta dei professori, ma addirittura bisogna cambiare il mercato.
Contro tutti
Tanti giovani che in questi giorni protestano hanno mille altre ragioni per non gradire il mondo che gli viene servito, dall'ambiente, alla guerra, dalla casa alla famiglia. Che se ne rendano conto o meno, per cambiare l'università bisogna cambiare questo mondo. Il '68 è servito? No, manca lo scontro generazionale. Il '68 è un fantasma che aleggia sulle teste degli studenti esponendoli alla sensazione del dejà vu e alla coazione a ripetere gesta di altri tempi. Rimane il feticcio di una generazione che fu ribelle e che ora o è saltata sul carro del vincitore o pretende che già a venti anni ci si debba sentire vecchi, sconfitti e rassegnati. Ma anche le crisi di coscienza del secolo scorso non le dovrebbero pagare gli studenti. 0'9% È la quota del Pil
che l'Italia spende per l'università: la più bassa dei paesi Ocse. E Tremonti vuole tagliare un altro miliardo e mezzo in cinque anni

(Giorgio Salvetti)


8 settembre 2008

Maestro unico di Welfare vedovo

Quando si tratta di tagliare, le nostalgie monocratiche sono perfette.
Bisogna tagliare il personale scolastico ? Semplifichiamo le funzioni !
I bambini hanno bisogno di un punto di riferimento, così come gli Stati hanno bisogno di un governo compatto e i governi di un leader autorevole. Qualsiasi complessità va scongiurata. Qualsiasi articolazione va esclusa. Qualsiasi difformità di prospettive che necessiti dialogo e confronto va esecrata. Una Chiesa, Santa, Cattolica ed Apostolica. Unità, Unità Unità.
All'inizio della vita di Rifondazione ricordo Gianfranco Nappi, ora felicemente democratico, ma allora in cerca di un ascensore verso il Parlamento, che gridava nella bagarre di comitati politici cruenti : "Compagni, vi prego, cerchiamo di convergere verso un documento unitario...!!!"
Siamo ancora all'antico Egitto delle nostre emozioni, con la piramide, dove infiniti punti convergono verso un punto solo.
SkyTg 24, organo ufficiale del governo fascista mondiale intervista genitori entusiasti di tale soluzione, perchè è vero : dopo la mamma, tante figure confonderebbero il grande infante, che , come la "gente" e gli elettori della Sinistra in vendita,
non capirebbe.
E tuttavia questo discorso nasconde una contraddizione. Se c'è il Maestro Unico, tra questi due

"Prendi e leggi..."                                                                        "Tiè, mi guardo la tele..  

chi rimarrà in piedi ?


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