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8 aprile 2011

Il Travaglio dell'Italia : antimafia omeopatica

E poi la squadra. Che squadra, ragazzi. Marcello Dell’Utri, imputato per mafia. Gaspare Giudice, imputato per mafia. L’avvocato Mormino, indagato per mafia. Gianfranco Miccichè, destinatario di 38 telefonate in due mesi da parte di Giuseppe Fecarotta, prestanome della famiglia Riina, deputato e vicepresidente dell’economia (Miccichè, non Fecarotta. Non ancora almeno. Senza dimenticare Pietro Lunardi che constatò “Con la mafia si deve convivere”. Per combatterla meglio, naturalmente.

 

Il 18 Agosto 1998 “La Padania”, organo di informazione della Lega e non dei magistrati titolava in prima pagina sui rapporti tra Berlusconi e la mafia. La Fininvest querelò Bossi, che alzò le spalle. Poi corse ad allearsi con liu. Forse per combattere la mafia dall’interno. Una specie di cura omeopatica.

(Marco Travaglio, 2003) 

 


23 ottobre 2009

Luigi Cavallaro : perchè non possiamo liberarci dalla mafia

 È un esperimento mentale che mi è già accaduto di suggerire tempo addietro, e immutato essendo rimasto il contesto vale forse la pena di riproporlo.
Immaginate d’essere a Palermo, nella piazza dove si erge l’imponente Palazzo di Giustizia, e da lì di risalire per il corso Olivuzza, uno degli assi principali del popolare quartiere Zisa-Noce. Non avrete percorso nemmeno cinquanta metri dal luogo dove si amministra la giustizia civile e penale che vi sembrerà d’esserne mille miglia lontano. Vi trovate infatti in una zona in cui non c’è alcuna forma di controllo né per il commercio, né per l’edilizia, né per il traffico, né per altro: chiunque può allestire una bancarella e vendere quel che vuole, chiunque può occupare lo spazio pubblico con un gazebo, sedie e tavolini, chiunque può parcheggiare come e dove crede, chiunque può piazzarsi ad un incrocio con una motoape (“a lapa”, come si chiama qui) e smerciare frutta e verdura, pesce, pane, perfino ricci appena pescati.
Le autorità pubbliche non si curano di questo proliferare di attività “autogestite”, cioè fuorilegge: negli ultimi otto anni, i residenti del quartiere – tra cui chi scrive – hanno contato sei interventi della polizia municipale, cessati i quali (cioè andati via i vigili) tutto è tornato come prima. Non parliamo della polizia tributaria o dei nuclei antisofisticazioni dell’azienda sanitaria locale: gli “ambulanti-stanziali” del luogo non sanno nemmeno chi siano, come non sanno dell’obbligo di emettere gli scontrini fiscali o di regolarizzare i rapporti di lavoro. Perfino l’azienda municipalizzata che cura (così dice) la pulizia rispetta lo status quo e si guarda bene dal rimuovere nottetempo le cassette di frutta vuote di cui tutti si avvalgono per delimitare il loro “posto di lavoro”.
Essendo Palermo retta da una giunta di centro-destra, si potrebbe essere tentati di non stupirsene: fenomeni del genere non sono forse espressione di quel laissez faire, laissez passer che la destra reca inscritto nel proprio dna? E cosa è in fondo il “mercato” se non codesto brulichio di iniziative autonome, ciascuna espressione della “soggettività” di chi la realizza e sempre insofferente nei confronti dei “lacci e lacciuoli” della regolamentazione pubblica?
Sennonché, ogni medaglia ha il suo rovescio e il “lasciar fare” dell’amministrazione palermitana non fa eccezione. Il motivo sta nel fatto che nessuna attività economica può prender piede se non vi è una qualche forma di garanzia dei diritti di proprietà. Nessuno, per dirla altrimenti, può guadagnare qualche soldo pulendo i vetri ad un semaforo o vendendo chincaglierie sul marciapiede o facendo il posteggiatore abusivo se non è sicuro che nessun altro (indigeno o migrante che sia) gli toglierà quel posto. Un ordine, una “legalità”, deve dunque pur sempre emergere; la differenza semplicissima è che, in mancanza di quella assicurata dalle istituzioni pubbliche, che certo non possono ergersi a protettrici di situazioni contrarie alla legge, ne emerge una privata, basata – non meno semplicemente – sulla legge del più forte.
La mafia siciliana, la camorra napoletana, la ’ndrangheta calabrese, le triadi cinesi, la yakuza giapponese, le loro non meno temibili “consorelle” balcaniche e, più in generale, tutte le “istituzioni” di questo genere, alla cui genesi assistiamo là dove i pubblici poteri chiudono un occhio (o tutti e due) sull’osservanza della legalità costituita, assolvono primariamente a questo compito: proteggere le transazioni che si svolgono nel circuito economico extralegale, si tratti di un posto da lavavetri, di una partita di eroina o di un appalto truccato. È per questo che il variegato e multicolore suq che si inscena quotidianamente nei quartieri popolari di Palermo non degenera mai in caos: nonostante le apparenze, c’è sempre chi controlla, assegna posti, garantisce pagamenti, dirime controversie (e riscuote tributi). Ed è per questo che è sbagliato credere che la mafia sia puramente e semplicemente un’organizzazione criminale: se così fosse, ce ne saremmo sbarazzati già da un pezzo.
Ora, c’è un fatto che non è quasi mai posto in correlazione con il quadro macroeconomico sparagnino già impostoci da Maastricht e ora dai tempi di crisi e che però, a ben guardare, ne è un figlio naturale, ed è lo sviluppo delle attività economiche illegali. È un fenomeno che ha interessato anche quelle economie periferiche su cui, anni addietro, si sono abbattute le famigerate misure di “aggiustamento strutturale” dell’Fmi, e ha alla base una semplicissima motivazione: se si prosciuga l’acqua per l’economia legale, i pesci debbono trovarne altra, più sporca, in cui nuotare. Insomma, debbono “arrangiarsi”.
È questa la ragione principale per cui l’illegalità endemica in cui vivono Palermo e il Mezzogiorno non può essere efficacemente contrastata da alcuna azione repressiva. Il problema, infatti, è che oggi le classi dirigenti possono continuare a godere del consenso dei “governati” soltanto se, in cambio dei diritti che prima erano tenute ad assicurare, sono disposte a “lasciar fare”. Detto altrimenti, esse possono evitare che i governati si ribellino alla mortificazione della loro cittadinanza sociale imposta da bilanci pubblici in costante contrazione solo garantendogli l’impunità sul versante del “sommerso” o dell’“abusivismo di necessità”.
Sta qui la vera ratio della “tolleranza” delle istituzioni nei confronti delle piccole (e spesso nemmeno piccole) illegalità di cui al Sud siamo quotidianamente testimoni; si spiega così la crescita esponenziale delle zone – quartieri, sobborghi, talora interi paesi – letteralmente sottratte all’imperio della legge. E sta qui, specularmente, la ragione del persistente (e verosimilmente duraturo) successo della mafia, della camorra e della ’ndrangheta: organizzazioni come queste, per quanto paradossale possa sembrare, svolgono un’importante funzione di mediazione sociale e di composizione delle controversie nel territorio eslege in cui operano e proprio su tale ruolo fondano quel consenso sociale diffuso che è indispensabile per la buona riuscita delle loro attività criminali. Non a caso Giovanni Falcone disse che, essendo in Sicilia la struttura statuale del tutto deficitaria, la mafia aveva saputo riempire questo vuoto a suo vantaggio, ma tutto sommato aveva contribuito a evitare per lungo tempo che la società siciliana sprofondasse nel caos. Perché mai, altrimenti, l’80% degli imprenditori siciliani pagherebbe il pizzo?



Un ruolo del genere, discreto, lontano dai clamori delle stragi, “invisibile” ma non per ciò meno significativo e lucroso, candida peraltro le organizzazioni mafiose a interlocutori privilegiati delle classi dirigenti nei loro rapporti con le classi medie e, soprattutto, con i ceti popolari. Non è certo nuova la capacità delle classi dirigenti meridionali di utilizzare la forza paramilitare delle organizzazioni mafiose come strumento di controllo capillare del territorio, da impiegare ora in funzione anticentralista ora antipopolare, ora innalzando il vessillo del “meridionalismo” ora quello dell’ordine costituito, ma è certo che, nel quadro attuale, non c’è patto elettorale coi ceti popolari che possa reggere senza una “garanzia” mafiosa: la “fine delle ideologie”, che poi è la fine di appartenenze politiche segnate da idealità e valori, rende l’elettorato erratico e ancor più diffidente che in passato verso i “politici”, e non si dà per questi ultimi alcuna possibilità di controllarlo se “qualcuno” non si fa garante che le loro promesse – per quanto miserabili – saranno mantenute.
Si obietterà che in quanto detto non c’è nulla di nuovo, ché storicamente è stato questo il rapporto fra governanti, governati e mafia nel Mezzogiorno. In certa misura è vero, purché non si dimentichi la differenza fondamentale: oggi l’illegalità diffusa è in certa misura necessitata, perché, se volessero realmente procedere lungo la strada della repressione, le classi dirigenti dovrebbero fare qualcosa che il quadro macroeconomico non consente più, cioè accordare in forma di diritti quei beni e servizi di cui i governati non dispongono e che attualmente conseguono ricorrendo ai circuiti illegali; altrimenti, scoppierebbe una rivolta. (Che poi le classi dirigenti abbiano solo da guadagnare, in termini di potere e denaro, dalla criminalità dei diseredati, e anzi storicamente abbiano usato quest’ultima come paravento per i propri crimini, è fatto ben noto e sul quale non vale certo immorare.)
Un “continuum” fra organizzazione mafiosa, concorrenti “esterni” e semplici conniventi assai simile a quello qui descritto è alla base del concetto di “borghesia mafiosa”, elaborato una quarantina d’anni fa da un marxista siciliano ormai dimenticato, Mario Mineo. In quel tempo, Leonardo Sciascia ammoniva che la “linea della palma” era salita già oltre Roma. Oggi che, complice l’incipiente desertificazione, la palma è giunta fino a Modena (e a Duisburg), quel concetto spiega l’ostilità diffusa verso il tentativo della magistratura di impiegare il “concorso esterno” per attrarre nell’ambito della rilevanza penale pratiche bipartisan che il senso comune giudica quasi “necessitate” (per fare un solo esempio: se il mafioso o il camorrista controlla voti ci debbo pur parlare, no?). Giustifica lo iato persistente fra i proclami bellicosi dei governi che si alternano a Palazzo Chigi e la realtà di un territorio che sempre più si auto-organizza secondo le uniche logiche disponibili (quelle mafiose, appunto). Conferma che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono morti ancora invano


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permalink | inviato da pensatoio il 23/10/2009 alle 8:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


5 aprile 2009

The Guardian : l'ombra del fascismo

L’obiettivo centrale di Silvio Berlusconi come Primo Ministro italiano è apparso da lungo tempo sconcertante e vergognosamente ovvio. Sin da quando scese in campo nel vuoto politico creato nel 1993 dai simultanei scandali della corruzione governativa a destra e dal collasso del comunismo italiano a sinistra, il signor Berlusconi ha usato la sua carriera e il suo potere politico per proteggere dalla legge se stesso e il suo impero mediatico. Durante il più lungo dei suoi tre periodi di detenzione del potere, il signor Berlusconi non solo ha consolidato il suo già forte controllo sull’industria dei mass media italiani – oggi egli ne controlla direttamente circa la metà – ma ha fatto approvare una legge che gli ha garantito l’immunità da ogni procedimento giudiziario. Poi, quando quella legge è stata dichiarata incostituzionale, il signor Berlusconi nuovamente rieletto l’ha riportata in vigore con una nuova formulazione lo scorso anno e l’ha reintrodotta nell’ordinamento giudiziario.
Il successo del signor Berlusconi è dovuto per un verso alla sua stessa audacia e molto più per l’altro in maggior misura alla sempre più profonda debolezza dei suoi avversari. La sinistra italiana in particolare è venuta meno al compito di dispiegare una opposizione efficace. Pur tuttavia l’ultimo atto del signor Berlusconi – l’unione nel nuovo blocco del Popolo della Libertà, completata ieri, del suo partito Forza Italia con Alleanza Nazionale che discende direttamente dalla tradizione fascista di Benito Mussolini – può aver lasciato una ben più durevole impronta sulla vita pubblica italiana di qualsiasi altro intervento precedentemente posto in atto da questo tycoon populista.



Differentemente da quanto accaduto nella Germania postbellica, l’Italia del dopoguerra non ha mai fatto i conti con la sua eredità fascista. Il risultato è stato che, mentre il neofascismo non è mai seriamente tornato in superficie in Germania, in Italia si sono verificate importanti continuità – leggi e funzionari ereditati dall’era mussoliniana, e la rinascita post bellica di un ribattezzato partito fascista – il tutto malgrado una nominale cultura pubblica antifascista. Queste continuità sono ora diventate più solide. E’ un giorno di vergogna per l’Italia.
E’ anche vero che AN ha percorso una lunga distanza in sessanta anni. Il suo leader Gianfranco Fini si è spogliato dei suoi vecchi indumenti politici e ha guidato il suo partito verso il centro. Per più di quindici anni ha operato come alleato del signor Berlusconi. Ora parla della necessità di un dialogo con l’Islam, denunzia l’antisemitismo e promuove un’Italia multietnica – prese di posizione che il signor Berlusconi con le sue campagne populiste contro gli zingari e gli immigrati e con la sua propensione per un razzismo soft troverebbe difficoltà a condividere.
Malgrado le sue lontane origini liberali l’Italia moderna è storicamente un paese orientato a destra. Rimane peraltro scioccante che un capo di governo tra i venti leaders mondiali nel vertice economico di questa settimana a Londra abbia ricostruito la sua base politica sulle fondamenta poste da fascisti e che ora come risultato rivendichi una probabile permanenza della destra al potere per generazioni a venire.


29 marzo 2009

La deificazione di una zucca

Il riferimento al testo di Seneca non è per dare dello zuccone a Berlusca, ma per evidenziare che siamo in una fase della storia della nostra Repubblica per cui qualsiasi cosa (e non chiunque) può andare al potere ed essere glorificato : questo è un effetto indesiderato del combinato disposto tra struttura politica democratica (un bene) e struttura mediatica fortemente monopolizzata (un male). Di Berlusca io parlo poco, rispetto ad altri blog, perchè rappresenta un paradigma politico-economico incommensurabile con il mio e quindi lo guardo con lo sbalordimento che si può avere alla vista di un marziano. Preferisco arrabbiarmi con quelli che potrebbero essere miei alleati politici e che (a mio parere) gli hanno permesso di proliferare come una metastasi in tutto il sistema politico italiano. 



Ritengo doveroso ricordare però che (mi perdonerete se l'esigenza di sintesi darà l'ìmpressione di essere semplificatorio) :
1) Berlusconi rappresenta la realizzazione di un piano eversivo (quello della loggia P2), riconosciuto come criminoso circa 25 anni fa.
2) Berlusconi rappresenta la legittimazione politica delle mafie, degli evasori fiscali e contributivi e cioè di quei soggetti che mantengono alto l'indice di percezione di corruzione del nostro paese, indice non paragonabile a quello della maggior parte dei paesi europei e/o sviluppati.
3) Berlusconi è colui che intende indebolire le garanzie dei lavoratori con il ricorso ad un'ideologia liberista la cui realizzazione per quanto utopistica (e dunque motivata da una pericolosa ipocrisia), porterà al massimo di danno per i lavoratori dipendenti.
4) Berlusconi intende svuotare e mutilare la Costituzione repubblicana attraverso modifiche deleterie per la liberale divisione dei poteri e l'indebolimento collegato del potere legislativo e del potere giudiziario.
5) Attraverso l'alleanza con la Lega, Berlusconi sta promuovendo una riforma federalista che aggraverà gli squilibri regionali esistenti nel paese e condannerà il Meridione ad altri decenni di sottosviluppo, con il rischio di una futura guerra civile.
6) Attraverso l'alleanza con AN e il culto della propria personalità Berlusconi sta favorendo un ritorno degli ideali fascisti all'interno del tessuto sociale. A questi si associano le pulsioni xenofobe alimentate dalla Lega.
7) Berlusconi con la sua alleanza sociale con gli imprenditori edili e trascurando l'impatto ambientale di qualsivoglia intervento pubblico o privato sul territorio, contribuirà alla devastazione di quel che resta dell'ambiente idrogeologico e biotico del nostro paese.


14 dicembre 2008

Speriamo : un intervista al direttore di Telejato (di Sara Picardo)



Tre piccole stanze sempre affollate di gente. Sei computer scalcagnati. Quattro telecamere che hanno fatto "battaglia", in tutti i sensi. Una fotocopiatrice che stampa quasi in bianco. E un fax che non smette mai di vomitare comunicati stampa di carabinieri e polizia. Bollettini di trincea da una terra infestata dalla mafia che, dopo la tregua imposta dallo zio "Binnu" Provenzano, ha ricominciato a sparare. Tutta qui la redazione dell'emittente più piccola d'Italia, Telejato, che dal centro di Partinico, in provincia di Palermo, ha dichiarato guerra a Cosa Nostra. E lo fa con un tg lungo due ore, un vero record di notizie, messo su con pochi mezzi da una redazione quasi a conduzione familiare: padre, madre e due figli di 23 e 20 anni. Gli aggueriti Maniaci, circondati dall'affetto e dall'aiuto di tanti collaboratori. Come Salvo Vitale, fondatore insieme a Peppino Impastato di radio Aut, Cosmo Di Carlo corrispondente da Corleone, oppure Franco Buzzotta coraggioso venditore di vini che spesso presta la voce ai titoli del telegiornale, e Gianluca Ricupati a Telejato da quando aveva sedici anni.
Proprio a causa dei suoi servizi schietti, che spesso utilizzano l'arma dello scherno e il tono diretto del dialetto siciliano, la tv comunitaria si è "conquistata" quasi trecento querele. Che insieme agli innumerevoli attentati da parte della mafia locale al suo direttore, Pino Maniaci, e ad alcuni suoi collaboratori e familiari, sono i veri e propri trofei, anche se pericolosi, di una televisione che fa giornalismo vero, di quello con la schiena dritta, che cammina sul territorio, ascoltando la voce della gente e non si ferma nemmeno di fronte alle minacce, alle botte, alle auto incendiate o alle "vie legali". Abbiamo intervistato Pino Maniaci a bordo della sua vecchia Bmw (l'ultima auto che gli è rimasta dopo che a luglio ignoti gli hanno incendiato la mitica Pinomobile di Telajato), mentre tra una sigaretta e l'altra, correva come un pazzo tra Cinisi e Borgetto, per girare l'ennesimo servizio per la "sua" gente, come la chiama lui, quella onesta. E contro quell' "altra", che con lui non ha niente a che fare e che insozza con la violenza e la corruzione la sua bella Sicilia.

 

Pino ma come ti è venuto in mente di fare un tg antimafia nella valle dello Jato, terra di boss come i Lo Piccolo e zio"Binnu" Provenzano? Evito di chiederti chi te l'ha fatto fare, perché so che mi manderesti a fanc... senza pensarci due volte, ma non sarai un pò pazzo?

Ti giro la domanda: come si fa, avendo una tv tra le mani, a non fare un tg antimafia proprio nella Valle dello Jato, dove si nascondevano e si nascondono mafiosi di quel calibro e dove la gente paga il pizzo anche per respirare? Anzi, ti dirò di più, quando ho rilevato la tv da Rifondazione comunista, nel 1999, che la stava chiudendo per debiti, e ho scoperto per puro caso che trasmettevamo anche a Corleone, ho cominciato ogni anno a gennaio a fare gli auguri allo Zio Binnu, u tratturi, dicendogli: consegnati pezzo di m.... Questa idea mi è venuta a poco a poco, guardando come le altre tv di zona omettessero di fare nomi e cognomi ogni volta che si verificava un fatto di mafia. Questo mi ha fatto incazzare e così ho cominciato a farli io.

Anche a costo di rimetterci tu e la tua famiglia. Se non sbaglio vivi sotto scorta e non si contano le volte che ti hanno staccato la luce perché non riuscivi a pagare la bolletta. E' vero che una tua celebre protesta è culminata in uno spogliarello in cui ti vendevi tutti gli organi per mandare avanti Telejato?

Ti sbagli, e due volte. Primo: non sono sotto scorta ma sotto tutela, che è diverso. La scorta l'ho rifiutata perché mi renderebbe impossibile muovermi in libertà. Ti immagini tu fare le interviste con un poliziotto sempre attaccato alle costole? La tutela invece me l'hanno messa dopo che il più piccolo della famiglia mafiosa del boss Vitale, detta Fardazza, insieme a un suo amico, mi ha picchiato in pieno giorno, ammaccandomi quattro costole e facendomi un occhio nero. Secondo sbaglio: non me li sono venduti tutti gli organi, i polmoni li ho risparmiati. Mi fumo tre pacchetti di sigarette al giorno e non se li comprerebbe nessuno così ridotti.

E per la tua famiglia, che ti segue ogni giorno nella realizzazione del tg, invece, non hai paura?

Per la mia famiglia, invece, è un altro conto. In questa mia follia ho trascinato anche loro ed è la mia unica preoccupazione. Però, dopo che il "fardazzino", come lo chiamo io, mi ha picchiato e dopo un pò ha anche provato a mettere sotto con il motorino mio figlio, ho detto a tutti loro che forse era il caso di rallentare un po'. Sai cosa mi hanno risposto mia figlia Letizia (che monta in diretta e fa le riprese del tg ndr ), insieme a mio figlio Giovanni (che aiuta il padre a girare i servizi ndr )? Mi hanno detto: "Papà, tu riposati, che ci pensiamo noi!". Allora ho capito che non c'era niente da fare, ormai avrebbero continuato anche senza di me. Così ho messo la firma e sono uscito dall'ospedale per leggere il tg. La mia faccia non è bella come quella di mia figlia, ma almeno sono io a fare i nomi e cognomi, non lei.

Oltre ai nomi e cognomi dei mafiosi, però, tu fai pure quelli di politici corrotti, industriali e potenti che inquinano la Sicilia. Tanto che ti sei beccato quasi trecento querele, di cui oltre 200 da parte della stessa signora, la Bertolino, cognata del pentito Siino, proprietaria dell'omonima distilleria che sorge all'interno del centro abitato. Se non sbaglio questa ha chiuso proprio a causa delle denunce di Telejato?

Eh già. Devo ammettere che ho goduto quando ho letto su un giornale: "la tv più piccola d'Italia chiude la distilleria più grande d'Europa". La Bertolino bruciava le vinacce esauste, considerate rifiuti speciali, proprio al centro del paese e la puzza che faceva si sentiva su tutta Partinico. Poi non contenta sversava tutto, e parliamo di reflui che hanno inquinato sia le falde acquifere del territorio sia fiumi e mare per i prossimi cento anni, senza che nessuno potesse fermarla o controllarla. Ci avvelenava. E sai qual è il bello? Che per il fatto che l'ho chiamata la signora della morte, avvelenatrice ecc. sono stato condannato io a tre anni di carcere e una mega multa per danni morali. Però lei ha chiuso e per ora non ci inquina più. Quella str.... Comunque al mio fianco ho avuto anche e soprattutto il "Patto per la salute e l'ambiente" e Nino Amato. Insieme eravamo un'armata.

Ma con tutte queste parolacce che dici e le offese che fai ai mafiosi, uomini d'onore appunto, come pensi che non vogliano farti la pelle. Pino, non ti incazzare, ma chi te lo fa fare di essere così diretto e rischiarci la vita?

E no, ora mi incazzo sì. Sai quanti sono i mafiosi nel territorio siciliano, circa 5mila, se vogliamo contare anche le famiglie. Sai invece la gente della valle dello Jato e della zona in cui arriva il nostro tg quant'è? Circa 150mila persone. Se facciamo una media di 5 milioni di siciliani diviso 5mila mafiosi abbiamo un mafioso su mille e quindi circa 200 mafiosi nel nostro comprensorio. Ecco chi me lo fa fare: circa 148mila persone che sono dalla mia parte e che mi fermano per strada per dirmi: Pino continua così, sei tutti noi. E poi quale onore e onore, questa è gente che squaglia i bambini nell'acido, come il pentito Brusca. L'onore non ce l'ha. Certo, il fatto che li offendo con il loro stesso linguaggio li fa incazzare di brutto. Ma non mi ammazzeranno certo per questo!

E per il fatto che con le tue inchieste tocchi i loro interessi, smascherando e facendogli chiudere imprese economiche, come le famose stalle abusive di Valguarnera, costruite dai Fardazza (ops, i Vitale, se no si arrabbiano e picchiano anche me)? Oppure che nei tuoi lunghi commenti alle notizie spingi la gente a denunciare il pizzo e ogni atto mafioso e illegale che vedono o subiscono?

Per questo magari sì, ma fammi un po' toccare... il fatto è che tutto deve partire dalla gente e dal cambio della mentalità, che qui è spesso collusa, soprattutto nella sfera politica. La mafia spesso è solo una questione di atteggiamento più che di vera e propria criminalità. E poi in un paese come il nostro, dove la disoccupazione è altissima, anche un pezzo di pane può essere scambiato con un voto o una promessa di un lavoro. Quello che facciamo con Telejato, che non sono solo io ma tutta la gente che ci aiuta e che la sostiene, è parlare con le persone: dire loro che devono denunciare e non subire.
Farli sentire ascoltati e renderli protagonisti. Sai una cosa bella che è successa?

No, però adesso cominci a farmele tu le domande...

Un uomo nei mesi passati è andato alla polizia denunciando un boss di zona, che gli aveva sparato alla macchina dopo una lite su una questione di confine di terre.
E quando il commissario di polizia gli ha chiesto come mai era corso a denunciarlo, sorpreso di una cosa che normalmente non sarebbe mai successa, il contadino gli ha risposto: perché così mi ha insegnato Telejato. La gente è con noi.


8 giugno 2008

Impunità assoluta

La Merda vuole che l'uso investigativo delle intercettazioni sia limitato alle indagini su organizzazioni mafiose  e terroristiche. Per fortuna che la Merda è mafiosa. La magistratura potrà continuare ad indagare su di lui.
I giovani imprenditori, degni emuli dei giovani leoni di "Gomorra", hanno applaudito.
Già hanno pensato per i lavoratori ad un contratto su misura, Come la bara.
I gruppi dirigenti (il primo e il secondo stato, i potenti ed i loro megafoni) dell'Italia e del mondo si stanno preparando a restaurare l'Ancien Regime. Vogliono fare i loro comodi e massacrare a campione proletariato e vecchia piccola borghesia.  La loro fretta è compulsiva : sa di sveltina, di fellatio in un cesso pubblico, di esplorazione rettale. Per costoro il centro del piacere è nella prostata. Ormai bastone e carota li mettono in confusione, non sanno cosa va qui e cosa va lì. Ora useranno solo il bastone. Dobbiamo sperare solo che a loro piaccia troppo per riservarlo a noi.


Non parliamo poi della Sinistra di governo : come una vergine torrida, cede su tutto. I rom ? Gli immigrati ? Lo straordinario ? Le discariche ? Il contratto nazionale ? La guerra in Afghanistan ?
Ormai non hanno più orifizi dove farselo mettere. Si bucano giusto per fornirne di nuovi.
Ad "Anno zero" Chicco Testa sembrava un afflitto da un morbo epatico, con il viso allungato come il pelo della Sharpei o come un ernia in cui si infilava il cervello. E come un cadavere si lasciava cullare stancamente dai tempi nuovi, dall'emergenza, giusto per fare un altro giro di giostra. Giusto per stare (da cadavere) sulla cresta dell'onda.
Parlava di una discarica del centro di Roma e sembrava esserne strisciato fuori proprio allora.
Vogliono parlare e dire ciò che a loro fa comodo e pretendere anche di convincere tutti.
I loro desideri sono illimitati.
Siamo una società in putrefazione. E' noto che chi desidera molto, desidera la morte.
Costoro sono inseguiti dai loro desideri quasi questi fossero delle Erinni.
E non vedono l'ora di gettarsi nel baratro con tutta la baracca, come i demoni in forma di maiali scacciati nel Vangelo.
Forse Ratzinger lo sa e basta guardarlo mentre li riceve in Vaticano per capire che schifa gli esseri umani da capo a piedi : ghigno pauroso di circostanza, busto proiettato all'indietro, braccia distese in avanti ad evitare qualsiasi ulteriore contatto.
Non posso dargli tutti i torti. L'arrembanza di questi squali fa gelare il cuore. Sono loro i veri estranei, i veri stranieri che andrebbero cacciati a pedate dallo Stivale.
Ma hanno il coltello dalla parte del manico. E i loro volti si alternano sullo schermo come i nostri riflessi negli specchi storti dei luna-park.
La contraddizione tra forze e rapporti di produzione sta assumendo la forma di una fatale costipazione.
E ' per questo che per tanti anni l'immagine degli aerei che si infrangono sulle Torri Gemelle è rimbalzata nelle televisioni di tutto il mondo. A modo suo era un'immagine liberatoria. Come una diarrea.
Servirebbe una generale regolarità. Ma il mercato ha un andamento nevrotico, oscillazioni tipicamente anali. Non vuole contenersi e ballonzola come Giumbolo, Jabba the Hut, Giuliano Ferrara, Goffredo Bettini, come un mostro di gelatina.



Come il barone Harkonnen prende una vittima predestinata (l'Iraq, la Serbia, adesso l'Iran) e ne succhia linfa vitale e sangue. E come ultimo sfregio, vomita sul selciato del tomato ketchup.
Alla faccia dello Slow Food.
A questo serve la libertà.


29 ottobre 2007

Nord/Sud

In Sicilia, un giornalista che fa interviste sul campo sulla mafia ed i mafiosi, spesso non riceve risposta. Stasera a Report lo stesso è accaduto a Parma al giornalista che faceva domande su Callisto Tanzi, grande amico di Ciriaco De Mita.



Mi chiedo : qual è il sottile confine tra Nord e Sud, o meglio tra discrezione ed omertà ?


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permalink | inviato da pensatoio il 29/10/2007 alle 1:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa


22 maggio 2005

Non si dice imposta regionale ?

Non si dice "imposta regionale?"

In Sicilia 70% negozi paga il pizzo
Studio Confcommercio, a Palermo e Catania l'80%
(ANSA) - PALERMO, 21 MAG - In Sicilia il 70% dei negozi paga il pizzo e a Palermo e Catania l'80% dei commercianti e' coinvolto nel racket delle estorsioni. Il dato, che emerge da uno studio diffuso da Confcommercio, e' stato analizzato durante la presentazione dell'iniziativa 'Negozio Sicuro'. Il progetto vuole essere una sorta di guida per difendersi dal racket e dall'usura e per conoscere gli strumenti e le normative a disposizione dei commercianti per contrastare gli atti di criminalita' organizzata.


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