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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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10 gennaio 2011

Galbraith : la retorica dell'azionariato popolare

Un’altra truffa  consiste nel tentativo di attribuire alla proprietà, agli azionisti e ai sottoscrittori di obbligazioni un ruolo quale che sia nel governo dell’impresa. Avendo il capitalismo lasciato il posto al management più burocrazia, si attribuisce alla proprietà (soprattutto quella dispersa tra tanti azionisti) una rilevanza fittizia.

 

In questo caso l’inganno ha aspetti ritualizzati : una è il consiglio di amministrazione, selezionato dal management, pienamente subordinato al management, ma ascoltato in quanto voce degli investitori. Consiste in un certo numero di uomini, con l’aggiunta doverosa di qualche donna,la cui conoscenza dell’impresa può anche essere nulla. Il ruolo dei suoi membri è di semplice assenso. In cambio di una retribuzione e di qualche buffet, i consiglieri accettano di essere periodicamente informati dal management sul già deciso e l’universalmente noto. L’approvazione è data per scontata, compresi gli emolumenti dei dirigenti, decisi dai dirigenti stessi.

 


18 maggio 2009

Emiliano Brancaccio : la beffa di Marchionne

 

La grande stampa, il governo e i vertici del partito democratico hanno salutato con euforia le recenti operazioni espansioniste della Fiat su scala globale. Oggi l’approdo nel mercato statunitense tramite l’intesa con Chrysler, e forse domani la conquista di Opel in Germania, sono stati interpretati come sintomi di quella italica capacità di “aggredire i mercati esteri” che è stata in questi giorni rimarcata dal presidente del Consiglio e da molti altri. I lavoratori tuttavia non dovrebbero lasciarsi ingannare da questa pioggia improvvisa di lustrini tricolore. La realtà infatti è che la Fiat ha acquisito il controllo strategico di Chrysler sotto la condizione che i sindacati americani accettassero un accordo capestro: congelamento dei salari, scatto degli straordinari solo oltre le 40 ore settimanali, cancellazione delle vacanze di Pasqua e di altre festività per due anni, pericoloso acquisto di una gran massa di azioni Chrysler da parte del fondo pensione dei dipendenti, e completa rinuncia agli scioperi fino al 2015. Massimo Giannini su Repubblica ha parlato di una soluzione responsabile e non ideologica da parte delle rappresentanze sindacali statunitensi. Ma sarebbe più onesta definirla una resa senza condizioni, che peserà non poco sulla localizzazione dei licenziamenti da un lato e dall’altro dell’Atlantico e che dunque costituirà un enorme problema per i sindacati italiani. Siamo insomma di fronte all’ennesimo episodio di quel generale processo di inasprimento della guerra tra lavoratori che sta sempre più caratterizzando l’evoluzione della crisi economica in corso.




Alla intensificazione del conflitto internazionale tra lavoratori la nuova strategia economica degli Stati Uniti contribuisce in misura significativa. Infatti, il ruolo dell’economia americana risulta oggi totalmente ribaltato rispetto agli anni passati. All’epoca del boom speculativo gli Stati Uniti agivano da spugna assorbente delle eccedenze produttive mondiali. Quel che gli altri producevano gli americani lo compravano, e in questo modo contribuivano a mitigare gli effetti della sfrenata competizione salariale nella quale si cimentava il resto del mondo. Adesso però l’America si ripresenta sulla scena internazionale in una veste opposta e feroce. Con i sindacati in ginocchio, il cambio del dollaro sempre più favorevole e un governo pronto a erogare montagne di denaro pur di rimettere in carreggiata le aziende nazionali, gli Stati Uniti non attenuano ma al contrario rendono ancor più violenta la concorrenza mondiale sulle retribuzioni e sulle condizioni di lavoro. Con questa storica mutazione di ruolo da parte degli americani, il capitalismo globale in crisi si tramuta dunque in un gigantesco “beggar my neighbour”, lo spietato gioco delle carte in cui lo scopo di ognuno è di vincere saltando al collo del vicino. Degli effetti di questo gioco ci accorgeremo presto anche in Italia. Infatti, dopo avere incassato la resa dei lavoratori americani, Marchionne non esiterà a imporre pesanti ristrutturazioni nel nostro paese. La grande stampa parlerà anche in quel caso della necessità di un atto responsabile da parte dei sindacati? C’è da temerlo.

            Per i lavoratori italiani non vi è dunque alcun motivo per partecipare all’allegro revival nazionalista che è montato in questi giorni attorno ai colpi messi a segno dalla Fiat. Piuttosto, essi dovrebbero augurarsi che emerga presto un’alternativa di classe alla guerra mondiale tra lavoratori che la crisi capitalistica e la connessa fine dell’egemonia americana stanno alimentando. Questa alternativa si costruisce recuperando consapevolezza di un fatto evidente ma troppo a lungo dimenticato: il libero scambio dei capitali e delle merci può andare contro gli interessi della classe lavoratrice e dello stesso internazionalismo operaio. La questione allora non è se si debba o meno discutere di protezionismo. Il problema è di dare una declinazione di classe al tipo di barriere ai movimenti di merci e di capitali che si dovranno per forza introdurre se si vorrà evitare l’abisso di una competizione salariale planetaria e senza freni. In questo senso, sono maturi i tempi per esigere un blocco dei trasferimenti di capitale verso quei paesi che pretendono di affrontare la crisi puntando sull’abbattimento dei salari e sul peggioramento delle condizioni di lavoro. Nel silenzio assordante dei partiti del socialismo europeo, la sinistra europea farà bene a battere un colpo.


8 aprile 2009

Victor Castaldi : liberati i manager, riprendono le trattative

 

Abbiamo vinto? Non saprei, mi sembra presto per dirlo, ma certo abbiamo segnato un punto a nostro favore». Benoit Nicolas, delegato sindacale Cgt della Caterpillar di Grenoble non nasconde il proprio ottimismo, ma ci tiene anche a restare con i piedi per terra, sa bene che il conflitto sarà ancora molto lungo e difficile. Quando lo raggiungiamo al telefono le agenzie hanno battuto da poco la notizia che i quattro manager “trattenuti” per ventiquattr’ore dagli operai sono di nuovo liberi: hanno passato la notte sulla moquette di un ufficio della direzione e al mattino sono stati svegliati dai lavoratori con croissant caldi e caffè e la notizia che la trattativa era stata sbloccata.
«Abbiamo ottenuto molti impegni dai vertici europei e americani del gruppo - spiega ancora Nicolas - ora dovremo verificare che vengano rispettati. Ci hanno promesso che i lavoratori perderanno una minima parte del salario con la cassa integrazione e che non ci sarà nessun
licenziamento. Per questo abbiamo deciso di sospendere l’occupazione degli uffici e abbiamo ripreso a trattare». E i quattro dirigenti bloccati dagli operai sono potuti tornare a casa.
Si è concluso così il terzo “sequestro” del genere avvenuto in Francia nelle ultime settimane, dopo quelli dei dirigenti di Sony France e dell’azienda 3M. Ieri, a fare le spese del duro clima sociale che si respira da alcuni mesi in Francia era stato il patron del gruppo del lusso Ppr, Francois Henri Pinault, bloccato per un’ora in un taxi, a Parigi, da una cinquantina di dipendenti in stato di agitazione contro la prospettiva del licenziamento. «Non sappiamo ancora se torneremo a occupare l’azienda - ci racconta ancora al telefono il delegato della Cgt, la maggiore confederazione sindacale del paese - ora serviva mettersi attorno a un tavolo e lo abbiamo fatto». L’azienda di Grenoble, leader mondiale delle macchine per cantieri, sta infatti discutendo da tempo di un piano di ristrutturazione che prevede 733 licenziamenti su un totale di 2.800 lavoratori presenti oggi nello stabilimento di Grenoble. Tra i segnali che hanno contribuito a sbloccare la situazione della  Caterpillar c’è stato probabilmente anche quello lanciato dal Presidente della Repubblica Nicolas Sarkzoy che, in partenza per il vertice del G20 di Londra, si era detto deciso, in un’intervista radiofonica, a «salvare lo stabilimento e difendere i posti di lavoro». La crisi della Caterpillar, aveva però aggiunto il Presidente, è globale e arriva a seguito della caduta di domanda di costruzioni - solo in Usa in diminuzione dell’80% -. Così l’azienda ha annunciato già a gennaio la soppressione di 22mila posti di lavoro, tra cui i 733 di Grenoble, su un totale di 113mila dipendenti in tutto il mondo. Le parole di Sarko avevano conosciuto subito anche un piccolo pendant politico, visto che al leader del centrodestra transalpino aveva replicato l’ex candidata socialista all’Eliseo Segolene Royal che aveva replicato con tono sarcastico: «Con me all’Eliseo Caterpillar e altre aziende che rischiano la chiusura sarebbero salve».



Per il momento il peggio sembra essere stato evitato, ma il confronto tra i rappresentanti dei lavoratori e la direzione della Caterpillar France resta serrato. I negoziati sul piano di ristrutturazione sono ripresi già ieri - terminato il blocco della fabbrica - alla presenza
di dirigenti europei e statunitensi del gruppo, oltre ai quattro ex “sequestrati” e dei rappresentanti del Ministero del lavoro francese. Secondo la stampa economica d’oltralpe le trattative non riusciranno probabilmente a salvare tutti i posti di lavoro minacciati di soppressione, ma potranno offrire migliori condizioni economiche ai lavoratori destinati ad andare via. Di altro avviso, naturalmente, il sindacato. «La direzione ha accettato anche di pagarci i tre giorni di sciopero, è un fatto storico - ci dice Benoit Nicolas - Sarkozy ha detto che garantisce lui per l’azienda e i nostri posti di lavoro. Per il momento stiamo a quello che ha dichiarato. C’è un calendario per la trattativa, gli incontri sono già cominciati, non dobbiamo essere pessimisti. Anche perché noi siamo pronti a riprendere la nostra lotta in forme anche più dure. Il nostro obiettivo è sempre stato chiaro: licenziamenti zero».


8 aprile 2009

Andrea Oleandri : vive la France !

 Se c'è una cosa che devo riconoscere ai francesi, è la massiccia dose di "palle" (scusate per il francesismo) che ci mettono quando devono lottare per un loro diritto.
Ce ne eravamo resi conto anche ai tempi del CPE, ovvero la modifica dei contratti di lavoro in chiave liberalizzatrice (un po' come la nostra tanto amata legge 30). Ce ne rendiamo conto quando scendono in piazza per gli scioperi generali, con la bassa dose di crumiraggio.
E soprattutto, ce ne siamo resi conto in questi ultimi giorni con i lavoratori che, messi di fronte al licenziamento, hanno preso a sequestrare all'interno della fabbrica i loro dirigenti e manager.
Pratica di cui tenere conto ma da rafforzare in altra direzione. Di fronte ad industrie e fabbriche che chiudono non perché in crisi, ma poiché rendita e profitto vanno difesi e garantiti (l'Indesit ne è l'esempio più clamoroso), bisogna fare un salto qualitativo nella lotta. A tal proposito mi è tornato alla mente in questi giorni il bellissimo documentario della Klein "The Take - La Presa". Brevemente, parla di gruppi di operai che durante la crisi che colpì l'Argentina alcuni anni fa (la sirena di quanto sarebbe accaduto in tutto il mondo oggi), presero ad occupare le loro fabbriche che il padrone aveva abbandonato, a formarsi in cooperative e a rilanciare la produzione.



Per questo più su dicevo che è necessario un salto qualitativo di quanto sta avvenendo in Francia. Sequestrare i dirigenti per chiedere una contrattazione seria, risulta una pratica fine a se stessa nel momento in cui l'azienda ha comunque deciso di chiudere. Può servire a garantire migliori ammortizzatori, una ricollocazione per alcuni, ma ad evitare tanti licenziamenti, probabilmente no.
Se devono saltare delle teste, queste sono quelle dei manager e non dei lavoratori.
E' dunque urgente che anche in Francia, in Italia e ovunque chiudano fabbriche, i lavoratori si facciano carico di ciò che è loro - una volta si sarebbe detto che i lavoratori si devono impossessare dei mezzi di produzione - rilanciando la produzione, lavorando alla ricerca di un mercato sul quale scambiare i loro prodotti. Del resto, da una parte, senza la necessità del profitto, i prezzi sarebbero più competitivi; dall'altra, i prodotti senza manager e dirigenti, sarebbero comunque di qualità, visto che non è il controllo dall'alto che migliorano gli stessi, ma è il lavoro degli operai che ne fa la qualità.
Ovviamente, come sempre, io posso dire la mia, ma poi sta ai lavoratori organizzarsi direttamente, e al sindacato (posto che ne abbia voglia, altrimenti se ne può fare anche a meno) agevolare e aiutare questa organizzazione, magari lavorando anche per trovare il mercato o l'indotto nel quale vendere i prodotti delle fabbriche recuperate.
La lotta al sistema capitalista e neo-liberista passa anche da qui, dalla messa in discussione del paradigma produttivo – in questo caso – in chiave organizzativa.


8 aprile 2009

Anna Maria Merlo, assalto al miliardario

 

L'ultimo in ordine di «sequestro» è anche il più illustre. François-Henri Pinault, presidente del gruppo Ppr e collezionista d'arte, proprietario di Palazzo Grassi a Venezia, è stato bloccato ieri pomeriggio per un'ora in un taxi in rue de Javel a Parigi (XV arrondissement), da un centinaio di dipendenti della Fnac e di Conforama, che protestano per un piano di ristrutturazione delle due società che prevede il licenziamento di 1200 persone: «Pinault, restituiscici i nostri posti di lavoro», hanno scandito i dipendenti, che hanno circondato il taxi, dove Pinault era salito dopo un consiglio di amministrazione. La polizia è intervenuta. Ma già nella mattinata gli operai della fabbrica Caterpillar di Grenoble avevano sequestrato cinque dirigenti, tra cui il direttore Nicolas Polutnick, con lo scopo di ottenere migliori condizioni di licenziamento. La Caterpillar, che ha due fabbriche nella regione di Grenoble, ha previsto di licenziare 733 persone sulle 2500 che impiega in Francia (il programma di ristrutturazione della multinazionale che produce macchinari per i cantieri è di 24mila licenziamenti nel mondo, dopo un crollo delle ordinazioni del 55%). 




«Non li lasceremo andare», ha affermato Benoît Nicolas, della Cgt. «Abbiamo proposto di passare a 32 ore, ma la direzione non ne ha voluto sapere - ha aggiunto il sindacalista - abbiamo delle proposte per limitare l'impatto dei licenziamenti», mentre da settembre gli operai di Grenoble sono in cassa integrazione 3 settimane su 4. Gli operai chiedono delle indennità di licenziamento pari a 3 mesi di salario per anno di anzianità e un minimo di 30mila euro, mentre la Caterpillar non intende oltrepassare 0,6 mesi di salario per anno e 10mila euro come minimo. Nel tardo pomeriggio un dirigente è stato liberato, mentre la polizia era pronta a intervenire. Nicolas Polutnick, che ha potuto incontrare dei politici locali, resta sulle sue posizioni: «Bisogna assolutamente che facciamo attenzione agli interessi dell'impresa - ha ribadito - per non dover essere obbligati a gestire non solo la perdita di 733 posti di lavoro, ma la totalità».
È la quarta volta in poche settimane che dei dirigenti vengono sequestrati in Francia dagli operai spinti alla disperazione dai piani di licenziamento. Era successo a metà marzo alla Sony di Pontonx-sur-l'Adour, nelle Landes, poi alla 3M di Pithiviers il 26 marzo. Ma al di là di questi episodi, la radicalizzazione dei conflitti sociali sta diventando moneta corrente in un paesaggio di desolazione sociale. Ieri, i rappresentanti del consiglio di fabbrica della Continental di Clairoix, in Piccardia, che è destinata alla chiusura il prossimo anno - 1120 persone resteranno senza lavoro - hanno lasciato la riunione con i dirigenti dopo dieci minuti: era stata organizzata a centinaia di chilometri dal sito della fabbrica, in un albergo a due stelle vicino all'aeroporto di Nizza, per evitare le manifestazioni. Una sentenza ieri ha sospeso la chiusura, chiedendo chiarimenti alla direzione tedesca. Nicolas Sarkozy è stato fortemente contestato nella visita a Châtellerault (Vienne), dove ha parlato delle «misure prese per far fronte alla crisi»: ma il presidente non si è accorto di nulla, perché un migliaio di agenti di polizia avevano bloccato la città, per contenere e mantenere a distanza la manifestazione di protesta, a cui hanno partecipato anche numerosi studenti, in una regione molto colpita dalla crisi. Ci sono stati nove fermi. A Gandrange, in Mosella - altra regione disastrata dalla crisi industriale - dove un anno fa Sarkozy aveva promesso un intervento per evitare la chiusura dell'acciaieria (aveva persino promesso di venire in vacanza con Carla), gli operai della Arcelor-Mittal hanno manifestato tristemente: la fabbrica ha chiuso ieri definitivamente, dopo aver licenziato i 575 operai.
L'esasperazione cresce, alimentata dalle notizie giornaliere su bonus, paracadute d'oro e stock option che finiscono nelle tasche dei manager: ieri, la polemica ha riguardato la "pensione" di Daniel Bouton, ex presidente della banca Société Générale (quella dello scandalo del trader Kerviel), che avrebbe un comodo emolumento di un milione di euro l'anno per gli anni della vecchiaia. Il governo ha anche varato un decreto per limitare i bonus, ma la moderazione riguarda solo le sei banche che hanno ricevuto aiuti dallo stato e le due case automobilistiche (Peugeot e Renault) e ha come limite temporale la fine del 2010. Ieri è scoppiato uno scandalo di evasione fiscale per Adidas, Michelin e Edf, con soldi in Lichtenstein. L'esasperazione cresce perché i cittadini hanno la sensazione che «la crisi non sia condivisa da tutti», spiega a Le Monde Jean-Michel Denis, del centro studi sul lavoro. I lavoratori sentono che «non hanno nulla da perdere e nulla da guadagnare», analizza un sindacalista per spiegare reazioni estreme come i sequestri dei dirigenti. «Una pratica detestabile, testimone dall'esasperazione dei lavoratori e segnale dell'assenza di dialogo sociale», secondo Patrick Devedjian, l'inesistente ministro del Rilancio.


8 aprile 2009

Emilano Brancaccio : lavoratori in campo ma la politica latita

 A  Parigi cento operai a rischio di licenziamento bloccano l’auto del patron del gruppo PPR, blasonato leader dell’industria del lusso. A Grenoble, i lavoratori della Caterpillar trattengono i manager negli uffici dell’azienda, per costringerli alla riapertura delle trattative contro il licenziamento di oltre 700 dipendenti. A Pithiviers, pochi giorni prima, la stessa sorte era capitata al direttore della filiale francese di una nota azienda farmaceutica americana. La “caccia al manager” che imperversa in Francia ha suscitato scandalo e imbarazzo presso i grandi media, ma la verità è che si tratta di una buona notizia. E’ il segnale che sui luoghi di lavoro inizia a maturare una consapevolezza: senza mobilitazione, senza lotta, i lavoratori saranno vittime predestinate della crisi di un sistema che dopo averli lungamente spremuti ora intende farli fuori senza tante cerimonie.  




Altro che scandalo, dunque. Piuttosto, occorre augurarsi che anche in Italia e nel resto d’Europa i lavoratori trovino la forza necessaria per opporsi, azienda per azienda, a un’ondata di licenziamenti che si annuncia pesantissima, e la cui velocità di propagazione sta oltrepassando persino quella del famigerato 1929. Al tempo stesso, però, bisogna comprendere che le mobilitazioni sui luoghi di lavoro, oggi più che mai necessarie, sono insufficienti per indicare una via d’uscita dalla crisi che realmente tuteli gli interessi della classe lavoratrice. In questa fase, infatti, i lavoratori in mobilitazione agiscono sulla base della paura, della disperazione e dell’istinto naturale alla difesa dell’occupazione. La loro azione a presidio delle unità produttive a rischio è impetuosa, e spesso efficace. I lavoratori tuttavia avvertono una debolezza nelle loro iniziative che deriva dal fatto che essi agiscono in assenza di riferimenti politici, un’assenza che a lungo andare potrebbe minare la forza delle loro rivendicazioni. La sensazione, in proposito, è che vi sia un clamoroso ritardo nella percezione della enormità della crisi da parte delle rappresentanze storiche del lavoro, sul versante sia sindacale che politico. In Italia, per citare un esempio, si è gridato a una fantomatica svolta “a sinistra” da parte del Partito democratico dopo che il neo-eletto segretario si è azzardato a proporre una imposta una tantum sui contribuenti più ricchi al fine di ricavare cinquecento milioni di euro da destinare ai soggetti maggiormente colpiti dalla crisi. La proposta è oggi in bella mostra lungo le strade del paese, su cartelli formato gigante che farebbero ombra ai celebri manifesti delle campagne berlusconiane. Ma chi si affretta oggi a lodare questo presunto “nuovo corso” del PD è a conoscenza del fatto che cinquecento milioni rappresentano appena lo zero virgola tre per mille del reddito nazionale? Una somma persino difficile da pronunciare, la cui ridicolaggine solleva dubbi non sulla buona fede, ma sullo stesso senno dei fautori dell’iniziativa.
Il PD italiano non è il solo partito imbambolato di fronte al tracollo sistemico in atto. Tutte le forze del socialismo europeo si mostrano incapaci di reagire all’emergenza storica che si para di fronte ad esse, e che contraddice totalmente il fideismo liberista al quale si erano pressoché all’unisono votate. Le destre approfittano della paralisi socialista gettando fumo negli occhi dei lavoratori: un giorno mettendo gli impotenti prefetti a far finta di vigilare sulle erogazioni delle banche foraggiate, un altro lamentandosi dell’immoralità degli speculatori finanziari, e sempre puntando a dividere la classe lavoratrice, privati contro pubblici, precari contro protetti e soprattutto nativi contro immigrati. In una fase decisiva per il corso futuro degli eventi, insomma, ci troviamo al cospetto di un immane vuoto politico, che rischia di vanificare le sacrosante azioni rivendicative dei lavoratori che ogni giorno riempiono le cronache dei territori colpiti dalla crisi. Per sostenere queste mobilitazioni occorre allora un cambio di mentalità politica. Occorre cioè che si interpreti la crisi non come il frutto di una diffusa immoralità finanziaria, ma come l’esito di un sistema contraddittorio, che espande enormemente la capacità produttiva dei lavoratori ma al tempo stesso controlla rigidamente la loro capacità di spesa. Si tratta di un sistema giunto al capolinea, la cui agonia distruttiva non potrà certo esser mitigata dai pannicelli caldi dei democratici nostrani o dalle improbabili quadre del G20, già fallito ancor prima di iniziare.


4 aprile 2009

Francesco Garibaldo : un new Deal per l'auto

 Mentre scrivo quest’articolo le notizie sulla crisi dell’auto registrano un crescendo di chiusure, licenziamenti e dismissioni di impianti; le notizie negative riguardano tutte le imprese in tutto il mondo: chi produce macchine di lusso (Porsche) e chi utilitarie (Tata), chi era considerato eccellente e profittevole (Toyota) e chi incapace (Chrysler), il vecchio mondo con cifre tra le 600 e le 900 auto per 1000 abitanti, in età di guida, e chi invece è ancora a 30 (Cina). Certamente il crollo di vendite è stato subitaneo e drammatico, con punte del 40%, e quindi è facile dire che ciò è un effetto indotto dalla più generale crisi finanziaria che spinge gli acquirenti a rimandare una spesa impegnativa. È proprio così? La domanda non è oziosa perché dalla risposta dipendono le scelte d’intervento. In realtà la crisi ha evidenziato in modo improvviso e totale un problema, ormai più che decennale nel settore dell’auto, che riguarda tutti i principali settori industriali: un eccesso di capacità produttiva installata a causa di un inseguimento senza fine tra i principali produttori per conquistare nuovi mercati e decidere chi, alla fine, sarebbe stato costretto a chiudere. Questa gara, che non è competitiva ma distruttiva, ha poi indotto e facilitato il prevalere degli investimenti finanziari richiesti per sostenere questa folle corsa, sia nel senso di finanziare gli investimenti, sia nel senso di finanziare l’acquisto dell’auto. Si pretendeva, infatti, nell’attesa che le verdi praterie indiane e cinesi soddisfacessero la capacità produttiva potenziale di tutti questi impianti, che, nel vecchio mondo, le vendite dell’auto continuassero a crescere nonostante una contrazione del peso dei salari, giustificata proprio da quella corsa competitiva. È il cane che si morde la coda. Vi è chi sostiene che è solo un problema di pagare il prezzo economico e sociale di un classico consolidamento del settore; insomma i “deboli” e i “malati” verranno soppressi, liquidando così l’eccesso di capacità produttiva, ristabilendo un uso profittevole dei capitali investiti.Dice Marchionne che resteranno solo sei produttori mondiali e che cinque sono già stabiliti (Toyota, Volkswagen, Renault - Nissan, GM, Ford), quindi resta solo da decidere chi è il sesto e non può essere uno di quelli esistenti, perché sono tutti troppo piccoli, quindi vi saranno alleanze e fusioni. Ciò fatto, si dice, non esisterebbe più alcun problema poiché una semplice proiezione della crescita del reddito cinese e indiano ci mostra che in pochi decenni, non appena il PIL per persona raggiunge i 5000 dollari, centinaia di milioni di loro comprerà un’auto e quindi il mercato si moltiplicherà in modo fino a ora mai visto – l’Economist parla di quasi 3 miliardi di auto in alcuni decenni. A sinistra, per converso c’è chi esprime la sua soddisfazione profonda per questa crisi che rappresenterebbe la fine del modello dell’auto. In tutte due i casi si ritiene che i governi non si dovrebbero occupare di questa crisi, ci penserà il mercato, e paradossalmente entrambe chiedono, sia pure in direzioni diverse, forti investimenti in infrastrutture e servizi: le strade, per l’Economist, vero vincolo a un’espansione dell’auto nei paesi emergenti e, per chi vuole uscire da quel modello, un ripensamento della mobilità. Io parteggio per la mobilità sostenibile ma trovo del tutto irresponsabile ritenere che non bisogna intervenire nella crisi. La prima ragione è banale ma sostanziale, infatti, solo in Europa l’auto e le attività da essa indotte interessano dodici milioni di posti di lavoro – 50 milioni nel mondo -, se si riducessero della metà in due anni, la società europea conoscerebbe uno shock da tempi di guerra. La seconda è che il mercato non risolverà nulla da solo, sia si voglia aiutare il consolidamento e il rilancio del settore, sia si voglia porre fine al modello auto-centrico di mobilità. Le notizie contraddittorie sull’intervento del governo e del parlamento USA che, comunque si voglia definire, rappresenta l’assunzione pubblica della responsabilità di definire la mobilità del futuro toglie ogni alibi all’Europa. Il grande passaggio, all’inizio del ‘900, dai tram all’auto dovrebbe insegnarci qualche cosa. Passaggi da una modalità di mobilità ad un’altra infatti richiedono una trasformazione sociale complessiva che non può che basarsi su una regolazione pubblica. In primo luogo, infatti, bisogna ripensare la pianificazione territoriale e urbanistica, fermando il crescente sprawling urbano, e rilanciando l’aggregazione urbana come modello di convivialità. Solo così, infatti, si può seriamente garantire una mobilità delle persone e delle merci non auto-centrica, come già avviene a Parigi, dentro la peripherique, e a Manhattan. Si tratta di un ciclo di pianificazione e riposizionamenti che richiederà, se iniziato, alcuni decenni durante i quali si può mettere in moto il processo di riposizionamento dell’industria dell’auto. La prima urgenza, in questa ipotesi è il problema ambientale. La crisi deve rappresentare l’opportunità della transizione, che può essere ragionevolmente fatta in tempi inferiori al decennio, da auto a combustione interna basata sul petrolio e derivati, ad auto elettriche, con diversi sentieri di aggiustamento. Alcuni di questi sono già in cantiere , richiedono una manovra congiunta sul lato della domanda e della offerta e quindi un forte intervento pubblico. Mi riferisco alla filiera dell’elettrico basato sulle nuove batterie, scelta che già molte case, ad esempio Renault-Nissan, stanno facendo, oppure all’elettrico basto sui motori a cella combustibile, scelta che appare un po’ più lontana nel tempo, e infine a quelli misti, con la possibilità cioè di alternate l’elettrico con una delle tante versioni a combustione, infine la filiera dei gas naturali quali il metano che può interessare in modo specifico certe aree geografiche. Inutile dire che ogni avanzamento in questa direzione riguarda non solo l’auto, come mezzo di mobilità personale, ma tutto il settore automotive; processo di trasformazione che, una volta innescato, può raggiungere in tempi ragionevoli quella soglia da cui inizia un effetto palla di neve. Non tutte queste soluzioni sono strategicamente equivalenti; bisognerebbe, infatti, considerare i vincoli ecologici che suggeriscono che solo quelle filiere che possono, alla fine, congiungersi con l’utilizzo di risorse rinnovabili hanno un respiro strategico. La cosa non è irrilevante, perché se il pubblico deve giocare un ruolo, allora è importante prevedere una linea di investimenti di capitali sia nei nuovi servizi da creare, ad esempio una rete di ricarica elettrica piuttosto che di distribuzione dell’idrogeno, sia nel vero e proprio ripensamento dei sistemi di propulsione.



Un altro sentiero di aggiustamento riguarda il modello proprietario; si stanno, infatti, sviluppando modalità di uso di un mezzo di locomozione, in particola modo in aree urbane, basato sull’auto ma non in proprietà. Una siffatta soluzione, se adeguatamente sostenuta anche con stringenti regolazioni della mobilità in ambito urbano, può ridurre ulteriormente l’impatto ambientale. Infine vi è il campo alquanto inesplorato e, a mio giudizio, il più strategico della costruzione ex novo di veri e propri sistemi integrati di mobilità urbana, sul modello degli aeroporti.

Una linea di riposizionamento dell’industria europea verso questa direzione richiede una manovra coordinata europea, senza la quale il rischio è di innescare una guerra per la sopravvivenza che, nel momento in cui acquistasse carattere di lotta tra nazioni, metterebbe in moto una spirale preoccupante di destabilizzazione della stessa Unione Europea.

Infine i sindacati. Il rischio è che, in assenza di un progetto di respiro europeo, ognuno dei sindacati nazionali si schieri con la propria industria e, dove ve n’è più di una, con il proprio marchio. Dato che la cura che è vista universalmente come salvifica, è il taglio di capacità produttiva, il risultato di una chiusura nazionalistica e corporativa è anche quello di difendere il nucleo duro e sindacalizzato di ciascun’impresa leader, a spese dei precari, in primo luogo – molti immigrati e giovani – poi della subfornitura a bassa specializzazione, poi dei servizi, ecc. Andrebbe messa in discussione la saggezza di puntare ad un taglio delle capacità produttive ed a conseguenti licenziamenti. Un new deal europeo non consiste nell’investire senza senso ingenti quantità di denaro per il rilancio dei consumi, come non lo fu il new deal degli anni ‘30, ma nella difesa e creazione di posti di lavoro per svolgere attività produttive che riorganizzino l’attività industriale e modifichino la struttura dei servizi. Un piano di transizione dell’industria dell’auto in Europa può partire dal rifiuto dei licenziamenti, infatti, nelle ipotesi avanzate vi è una grande quantità di lavoro da fare, da questo punto di vista è di grande interesse la posizione del governo tedesco che chiede alle grandi imprese un anno di moratoria sui licenziamenti. È evidente, e qui sta il problema, che in tale ipotesi il ritorno sui capitali investiti non può, per un periodo lungo, avere i livelli sino ad ora realizzati, il che ci porta di nuovo alla finanziarizzazione di questi decenni e a un ruolo dello Stato. È tempo quindi di superare Maastricht, non semplicemente per allentarne i vincoli, ma per ripensare l’idea stessa del patto di stabilità; appare, infatti, evidente che gli investimenti necessari per il new deal non possono essere considerati come pura e semplice spesa. Analogamente non ha più alcun senso l’idea che, all’inizio di una deflazione, ci si debba proteggere dal rischio d’inseguimento salari nominali-prezzi, adesso il problema è solo politico: che peso deve avere il monte salari nella ricchezza nazionale.


28 marzo 2009

Riccardo Chiari : Piaggio lacerata sugli integrativi

 

Dodici assemblee in quattro giorni alla Piaggio di Pontedera, da lunedì scorso e fino a domani, di fronte a circa duemila operai e un migliaio di impiegati. Con da una parte la Fiom Cgil, compatta, che spiega il perché del suo «no» all'ipotesi di accordo integrativo. Una bozza di intesa firmata invece dalle altre sigle sindacali metalmeccaniche, che a loro volta si battono per il «sì» al referendum fra i lavoratori, fissato all'inizio della prossima settimana. Clima caldo, insomma, nella più grande fabbrica del centro Italia. Riscaldato ulteriormente dalla decisione dell'azienda di convocare mini assemblee degli impiegati, proprio mentre si svolgono quelle organizzate da Rsu e sindacati. «Un chiaro comportamento antisindacale - osserva Maurizio Landini della Fiom nazionale - nel solco di quanto il management Piaggio ha già fatto nel corso delle trattative per l'integrativo, per dividere i lavoratori». Il giudizio di Landini è anche quello del segretario generale Gianni Rinaldini, che annuncia: «Se alla Piaggio l'azienda dovesse persistere nelle sue iniziative, la Fiom darà corso alle conseguenti azioni legali a tutela dei diritti dei lavoratori. Perché ci troviamo di fronte a una evidente operazione volta a esercitare una pressione inaccettabile sullo svolgimento democratico del voto».
Secondo la Fiom, l'accordo per l'integrativo pone condizioni ancora peggiori dell'offerta fatta da Piaggio nell'ottobre scorso. Un'offerta all'epoca rifiutata dalla Rsu e da tutte le organizzazioni sindacali. Ma Landini sul punto puntualizza: «Per noi non è in discussione quanto ottenuto, unitariamente, nel corso delle trattative fino all'ottobre scorso. In altre parole su ambiente di lavoro, sicurezza, relazioni sindacali, e sull'organizzazione della produzione che comprende sia l'inquadramento dei lavoratori che l'occupazione con l'entrata definitiva dei contrattisti a termine, l'ipotesi di accordo è ok». Quello che alla Fiom non va giù sono le parti dell'integrativo che riguardano gli orari di lavoro e i salari. Più in dettaglio, sul primo punto Landini osserva: «Sulla turnistica, l'azienda intende applicare un modello di orario su 17 turni e non più su 15, con il sabato lavorativo. Il tutto dimezzando la percentuale della 'banca delle ore', che fino ad oggi prevedeva l'esenzione fino al 12% degli operai su ogni linea, mentre nella nuova bozza di accordo la percentuale si riduce al 6%».
In quanto agli stipendi, la Fiom sul punto è chiara: «Nell'ipotesi di integrativo in discussione ci sono meno soldi a disposizione dei lavoratori di quanto la stessa azienda aveva proposto in ottobre, al momento della rottura, unitaria, delle trattative. In pratica la bozza di accordo prevede per il 2008 un aumento di soli 51 euro lordi. Mentre per quest'anno e per i due successivi, in teoria, gli aumenti dovrebbero andare da 400 euro a 650 fino a mille euro nel 2011. Ma sono tutte cifre legate in pratica alle variabili sul premio di risultato. Insomma non solo sono pochi soldi in assoluto, ma sono anche legati a indicatori di produzione fissati dall'azienda».



Di questo si sta discutendo in Piaggio nelle assemblee. Durante le quali la Fiom fa anche due conti: «Dal sito ufficiale Piaggio - chiude Landini - vediamo che i bilanci consolidati segnalano guadagni netti per 170 milioni di euro negli ultimi tre anni. Poi che Roberto Colaninno e i due più importanti dirigenti Piaggio nel 2008 hanno guadagnato, in tre, 2.5 milioni. Infine che le stock option per i manager Piaggio sono costate all'azienda circa 7 milioni di euro».


28 marzo 2009

Sara Farolfi : salviamo la Indesit

 

«La famiglia deve restare unita, nel bel paese che è l'Italia». In apertura del corteo la vicenda Indesit diventa una storia, e non solo un'impresa, di famiglia: «Lo sai che nostra sorella lavastoviglie è costretta a emigrare in Polonia?», dice il frigorifero alla lavatrice, «non lo permetteremo...», replica la cucina. Dalla provincia di Caserta, dove mille e cento operai producono più di un milione tra lavatrici e frigoriferi all'anno, sono partiti giovedì sera per arrivare in tempo, «ci siamo pagati il viaggio, ci è costato».
Una coltre di incredulità sembra rivestire ancora tutta la vicenda. La grafica di un cuore spezzato ricorre negli striscioni che ieri hanno attraversato Torino, manifestazione nazionale di tutto il gruppo Indesit organizzata dai sindacati (Fiom, Fim e Uilm) per dire no alla delocalizzazione in Polonia. «Non vogliamo il divorzio tra Indesit e None, vogliamo un'altra possibilità», «noi ti portiamo sul trono (su una lavastoviglie di cartone siede Maria Paola Merloni ndr) e tu ci abbandoni», hanno scritto negli striscioni. Non ha fiatato ieri Maria Paola Merloni, la deputata del Pd che è anche consigliera e azionista dell'azienda. In rappresentanza 'democratica' c'era l'ex ministro del lavoro, Cesare Damiano che getta acqua sul fuoco delle polemiche: «Non mi interessa il proprietario, ma il destino di 600 lavoratori e rispettive famiglie». 




Si possono congelare i lavoratori licenziati ?

Il dado sembra tratto, la paura contagiosa. Merloni (Vittorio) ha deciso di smettere la produzione di lavastoviglie nello stabilimento torinese di None per portare il tutto a Radomsko, in Polonia. Tra costo del lavoro, tasse e energia, «il 15% circa di risparmi», dice Maurizio Landini (Fiom). E non è tutto, perchè circola il sospetto che gli accordi con il governo polacco prevedano soldi in cambio di assunzioni, che aprirebbe un problema politico non da poco, «un incentivo a licenziare fatto con soldi pubblici, europei».
«Non siamo abbastanza competitivi», ha detto l'azienda il 5 marzo scorso, e quindi tanti saluti. «I polacchi possono anche produrre a meno ma noi più produttivi di così non possiamo essere, questo è sicuro», spiega Pietro, arrivato da Caserta: «Se questo è il concetto di efficienza che hanno, allora da domani possiamo chiudere tutti». Non è tanto la Polonia a fare paura, l'impero Merloni (17 mila dipendenti in 18 siti produttivi in diversi paesi) lì era già presente, e in forze. Neppure le delocalizzazioni, che già ci sono state. Mai una chiusura però, è questo che sconcerta.
«Può toccare anche a noi, tutti a Torino», hanno pensato i 600 operai che a Comunanza (Ascoli Piceno) fanno lavatrici. Come anche Giuseppe e Antonio, entrambi vicini alla quarantina, che invece lavorano all'Iveco. Maria Luisa è delegata della Fim Cisl nello stabilimento di Alpacina, provincia di Ancona. I numeri sono da capogiro anche lì: 640 operai a costruire forni e piani cottura a incasso. «Da noi hanno spostato in Polonia le cucine economiche - racconta - Finchè portano fuori prodotti che commerciano lì posso capire, se la mia azienda vende di più all'estero ha più soldi poi da investire, qui però stiamo parlando di un'altra cosa».
A None infatti di investimenti ne erano stati fatti eccome. «Quattro linee nuove l'anno scorso, una nuova piattaforma delle vasche, zona bar e, avevano promesso, spogliatoi con doccia... Dicevano che volevano investire...», dice Stefany, trentaquattrenne arrivata a Torino dall'altra parte dell'oceano e assunta alla Indesit nel 2003. «In Polonia ci finivano i vecchi modelli, a None si fa l'alta gamma, assicurava l'azienda». Anche i polacchi hanno conosciuto a None. «Sono stati qui da noi sei o sette mesi per imparare a fare le macchine vecchie... Gli abbiamo insegnato noi il lavoro, per poi scoprire che là erano già pronte tre linee nuove». I rapporti? «Freddini», dice Rino. «Ma nessuna guerra tra poveri, il lavoro c'è sia per gli italiani che per i polacchi, il governo però deve pensare prima a noi», conclude Stefany. «Noi non siamo contro i polacchi - spiega Marianna, 32 anni - Indesit è un marchio italiano, siamo contenti che abbia stabilimenti all'estero, ma prima veniamo noi, prima devono pensare alla nostra nazione».
«Volevamo un'Europa migliore», è la lavastoviglie di cartone che avvolge il corpo di Carmelina, 29 anni, assunta da dieci e già due figli. Anche Stefano c'è stato in Polonia a insegnare il lavoro a operai polacchi. Non lavora alla Indesit, ma in un'azienda dell'indotto che conta 78 dipendenti e che la proprietà americana ha deciso di chiudere. Ironia della sorte, per andare in Polonia. «Ho conosciuto polacchi che guadagnano 300 euro al mese, e mi dicevano di non riuscire a pagarci neppure l'affitto con quei soldi. Non c'è sindacato, assunti o licenziati a seconda dei bisogni dell'azienda... Ora prenderanno il posto nostro, e io dopo vent'anni di lavoro mi trovo così, sulla strada».
Fiom e Fim e Uilm dicono no alla chiusura e chiedono l'apertura di un tavolo nazionale. Di una cosa Giorgio Airaudo, segretario torinese della Fiom, è convinto, «che quel che perdi oggi non lo recuperi più».


28 marzo 2009

Fabrizio Salvatori : le previsioni dell'Ires

 

La ripresa? Un punto all'orizzonte che si allontana sempre di più. E anche i numeri della conferenza stampa di ieri organizzata dall'Ires-Cgil a corso d'Italia riconfermano questa sensazione. Come risponde il premier Berlusconi? «Non conosco i dati. E quindi non commento».
Se il 2010 era la data più probabile per il "fine corsa" della depressione economica, per l'Italia non sarà così, anzi. Da qui a quella data, l'Ires-Cgil prevede un milione di disoccupati e un prodotto interno lordo ridotto al -4% complessivamente. Ovviamente, sul banco degli imputati c'è la lentezza con la quale il Governo italiano sta rispondendo all'emergenza, e anche certe caratteristiche "strutturali" del mercato del lavoro, leggi flessibilità: il tasso di disoccupazione nel 2010 rischia infatti per la Cgil di salire fino al 10,1% ed anche nelle ipotesi più ottimistiche di arrivare al 9%. Ciò comporterebbe una perdita di 1 milione di posti di lavoro tra il 2007 e il 2010: solo nel 2009 si prevede infatti un calo di mezzo milione. I nuovi disoccupati, calcola l'Ires, porteranno il totale dei senza lavoro a 2,3 milioni nel 2009 e a 2,6 milioni nel 2010 (2,2 milioni nell'ipotesi più ottimistica). Il tutto mentre si allarga a 3,4 milioni di persone l'area della cosiddetta instabilità occupazionale: quel mondo di dipendenti a termine e di collaboratori vari su cui incombe di più il rischio di perdita di lavoro. 



«Sui possibili interventi sull'occupazione il Governo risponde che non ci sono le risorse ma con la nostra proposta fiscale si potrebbe avere 1 miliardo e mezzo di euro in più l'anno», dichiara Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil, che è pronto ad illustrare le proposte di intervento del sindacato. Proposte che hanno origine da quella tassa di solidarietà che prevede un aumento dell'aliquota dal 43% al 48% per i redditi che superano i 150mila euro. Il provvedimento dovrebbe dare un gettito di un miliardo e mezzo, da redistribuire su tre inteventi fondamentali, a metà tra rinforzo degli ammortizzatori sociali per i dipendenti classici e di nuove tutele per gli atipici. Per prima cosa, il sindacato propone di estendere l'indennità di disoccupazione, che attualmente (secondo i dati del 2007) copre il 26,6% dei disoccupati, ad una platea allargata rispetto alle normative vigenti che include coloro i quali hanno versato contributi tra 17-51 settimane (stimabile al 35% del totale dei disoccupati). Secondo la Cgil la platea aggiuntiva di beneficiari dell'indennità è di 191 mila disoccupati, per una spesa aggiuntiva stimata di 663 milioni di euro.
La seconda proposta della Cgil riguarda il sostegno al reddito dei collaboratori, un intervento che coinvolgerebbe 171 mila lavoratori. La proposta prevede l'estensione ai redditi lordi annui compresi tra 1000 e 20mila euro, per un importo pari al 40% dell'ultimo compenso annuale (3200 euro importo medio del bonus). Si allarga così la platea a circa 95 mila collaboratori disoccupati in più, con una spesa aggiuntiva di circa 427 milioni di euro. L'ultima proposta della Cgil riguarda l'ampliamento degli importi massimi mensili Cigo, Cigs e indennità di mobilità. In particolare: da 886,31 a 1086,31 euro per i lavoratori in Cig con retribuzione lorda mensile inferiore a 1917,48 euro e da 1065,26 a 1265,26 euro per i lavoratori in Cig con retribuzione lorda mensile superiore a 1917,48 euro. Il sindacato sostiene che, ipotizzando una distribuzione delle retribuzioni con il 70% sotto e il 30% sopra i 1917,48 euro mensili, il costo aggiuntivo sarebbe di 678 milioni di euro. In base a queste proposte, che utilizzerebbero il ricavato della tassa di solidarietà per estendere misure straordinarie di sostegno al reddito contro la crisi ad una platea più ampia dei potenziali aventi diritto, la Cgil stima una spesa complessiva di 1768 milioni di euro.
Tornando all'analisi macroeconomica, nello specifico, dopo il calo dell'1% nel 2008 la Cgil si attende un drastico ribasso del Pil nel 2009 che dovrebbe raggiungere il 3%. Nel 2010 la diminuzione dovrebbe ridursi ad un -0,1%, portando la somma del triennio ad un -4%. La stima dell'Ires-Cgil è peggiore della più pessimistica stima fatta dal Res che nel triennio prevede un calo totale del 3,4%, derivante da una riduzione del Pil dello 0,8% nel 2008, del -2,5% nel 2009 e del -0,1% nel 2010. Per il 2009 il calo del Pil calcolato dai diversi istituti economici e istituzioni europee varia dunque da un -1% dell'Ocse al -2,5% del Res e all'oltre 3% del Ires.
Sui numeri, la vastità e la gravità della crisi economica in corso, commenta il segretario del Prc Paolo Ferrero, «la Cgil ha ragione a lanciare l'allarme e il premier Berlusconi mente».
«Proprio per questo non servono le elemosine una tantum, come quelle proposte dal Pd - ha aggiunto Ferrero - ma misure che aggrediscano le cause vere e profonde della crisi: patrimoniale, tassazione delle rendite, tassa di successione e, più in generale, più tasse ai ricchi con l'aumento strutturale delle aliquote, per aumentare salari e pensioni e garantire il salario sociale a tutti i disoccupati».


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