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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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Quelli che la crisi l'avevano prevista

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31 marzo 2011

Mazzetti : l'ottimismo dei giovani come must

L’idea che la modalità prevalente della socialità, lungi dall’essere sperimentata da tutti come una forza, possa costituire per molti una catena, viene allontanata da Popper con esecrazione. Si giunge addirittura a sostenere che l’eventuale apparire nei giovani di un senso di estraniazione non rappresenterebbe l’esperienza corrispondente al loro modo di vita, quanto la conseguenza di una manipolazione praticata nei loro confronti in mala fede.

 

Ma la convinzione che tutto il futuro possa essere indefinitamente contenuto all’interno delle forme produttive date e che sarebbe stato cioè costruito un mondo nel quale questo divenire potrebbe ricorrentemente compiersi in forma non contraddittoria, perché la società avrebbe finalmente trovato la forma adeguata di apertura, è una illusione, l’illusione tipica della classe media.

Quest’ultima, sin dal tempo di Marx,si affanna a sostenere che le forme di volta in volta date della vita sociale siano le ultime.

 

 


24 settembre 2010

Rosier : le grandi crisi come mutazioni delle forme dell'ordine produttivo

Le forme che caratterizzano un ordine produttivo sono operanti nella misura in cui permettono lo svolgimento di un periodo lungo di accumulazione, ma lo studio della fase contemporanea mostra che il successo stesso di queste forme che tende a metterle progressivamente in discussione, suscitando l’apparizione di nuove contraddizioni. Sono queste ultime, quando una di esse raggiunge il parossismo, rendendo aleatorio il prelievo del surplus, a provocare l’inversione lunga della congiuntura.

 

 

Su questa base si possono interpretare le depressioni lunghe, o grandi crisi, come crisi di mutazione delle forme che, specificando un ordine produttivo, hanno consentito la fase di espansione. Affinchè il sistema possa perdurare, queste forme devono cambiare. La depressione lunga diventa di conseguenza fase di genesi di forme nuove. E si vede che ogni fase del movimento (espansione e depressione) produce dialetticamente la successiva. Tali forme nuove devono essere suscettibili di organizzarsi in un nuovo ordine produttivo coerente, capace di superare per una fase le nuove contraddizioni e di conseguenza di instaurare nuovi mezzi atti ad estrarre durevolmente un surplus economico sufficiente. Questa è la funzione svolta di fatto dalle depressioni lunghe, quale si ricava dall’analisi. Non vi è però nessuna necessità che questa ricerca vada a buon fine ed in particolare non ve ne è nessuna strutturale.

L’analisi dei ritmi lunghi rifiuta di conseguenza qualsiasi idea di meccanicismo. Ciò significa in particolare che la fuoriuscita da una depressione lunga non è necessariamente nel sistema. Essa potrebbe anche dare luogo ad un cambiamento di sistema, all’innesco di una transizione fuori dal capitalismo. Il ritmo lungo storicamente osservato diventa alternanza di operatività di certe forme, rimessa in discussione e produzione di forme nuove.

 


15 settembre 2010

La crisi degli anni Settanta : Mandel e le onde lunghe

 

L’interpretazione delle onde lunghe offerta da Mandel e incentrata sul movimento del tasso di profitto e sui fattori che lo influenzano. Egli preferisce il termine onde lunghe e non cicli lunghi, per meglio sottolineare che non si tratta di automatismi. Mandel spiega l’inversione della congiuntura espansionistica con un processo endogeno, mentre per contro l’uscita dalla depressione deriverebbe da fattori esogeni extraeconomici (tesi di Trotzkij). Per Mandel come per Schumpeter la fase di espansione prolungata è legata alla messa in atto di una rivoluzione tecnologica centrata su di un tipo specifico di macchine. Vi furono dapprima macchine come il telaio, prodotte artigianalmente e mosse da macchine a vapore. Poi ci sono macchine, come le locomotive, prodotte industrialmente, azionate da specialisti e mosse da motori a vapore. In seguito sistemi di macchine azionati da operatori semi-qualificati e mossi da motori elettrici (come l’automobile). Infine macchine concepite per la produzione a flusso continuo, integrate entro sistemi semi-automatici, resi possibili dall’elettronica.

 

 

 

Ma Mandel vede chiaramente che ogni sistema di macchine implica un certo tipo di organizzazione del lavoro e che la transizione dall’uno all’altro si scontra con la resistenza operaia nella misura in cui si accompagna alla degradazione delle condizioni di lavoro. Essa avrebbe luogo per Mandel sotto la pressione del capitale che, verso la fine del periodo di espansione lunga, non riuscirebbe più a compensare il declino del tasso di profitto, con l’allungamento dell’orario di lavoro o con l’intensificazione del lavoro, dovendo fare i conti con le lotte sociali. Ogni trasformazione nell’organizzazione del lavoro, resa possibile dalle rivoluzioni tecnologiche successive, emerge da tentativi coscienti del capitale di spezzare la resistenza della classe operaia all’accrescimento del tasso di sfruttamento ed aumentare i propri strumenti di controllo. L’uscita dalla depressione lunga si realizzerebbe per l’azione di un fattore esogeno che provocherebbe una inversione di tendenza del tasso di profitto e consentirebbe la messa in atto divenuta profittevole, della rivoluzione tecnologica e in un certo senso covava sotto la cenere e che si organizza intorno ad un nuovo sistema di macchine. A tal proposito Mandel si rifà ai lavori di G. Mensch che ha messo in evidenza l’apparizione di grappoli di innovazioni di base nel corso delle fasi di depressione lunga. L’analisi di Mandel apporta elementi interessanti ma resta tuttavia insufficiente, specialmente per ciò che concerne la spiegazione della fuoriuscita dalle depressioni lunghe, in quanto i fattori esogeni indicati sono in realtà fortemente legati alle contraddizioni del sistema economico. Inoltre la genesi delle rivoluzioni tecnologiche è poco esplicitata.


13 settembre 2010

Boccara e Gordon sulla crisi degli anni Settanta

L’inversione congiunturale degli anni ’70 che apre un lungo periodo di depressione ha ridato una grande attualità all’analisi in termini di onde lunghe.  I lavori e i dibattiti contemporanei sulle onde lunghe sono di natura molto diversa. Alcune ricerche induttive riprendono il lavoro intrapreso da Kondratiev di messa in evidenza dei cicli lunghi a partire da trattamenti statistici. All’opposto la maggior parte dei lavori a carattere deduttivo, che partono dall’ipotesi dell’esistenza dei movimenti lunghi, si preoccupano essenzialmente di cercarne una spiegazione e dunque di costruire uno schema esplicativo. Alcuni lavori hanno una forte impostazione schumpeteriana e mettono l’accetto sulle innovazioni tecniche (Mensch, Freeman). Altri si ricollegano maggiormente ai fattori sociali ed istituzionali (Mandel, Perez, Bowles, Gordon, Weisskopf).

 

 

C’è poi la scuola del capitalismo monopolistico di Stato che ha prodotto un’analisi molto controversa delle relazioni tra lo Stato ed il grande capitale, relazioni considerate come una vera e propria fusione. La sua analisi della crisi contemporanea si iscrive nel quadro dei ritmi lunghi soprattutto con Paul Boccara. A differenza degli economisti liberali che privilegiano in modo eccessivo i fattori esterni, questi ultimi autori ritengono che le cause della crisi siano soprattutto interne e rivolgono la loro attenzione essenzialmente alla crisi francese. Per questi autori la fonte della crisi va vista in un processo di sovra accumulazione del capitale (accumulazione eccessiva in rapporto alle capacità di profittabilità normale del capitale investito) e si osserva effettivamente in particolare negli Usa alla fine degli anni ’60 con una flessione della profittabilità del capitale mentre sale il tasso d’investimento. Vi è dunque una trasposizione dello schema teorico originariamente elaborato da Marx per spiegare i cicli classici nell’analisi del ciclo lungo. In questo caso però questa tendenza ad una sovraccumulazione relativamente durevole deriverebbe da una sostituzione del capitale al lavoro durante il periodo di espansione lunga. Di qui l’eccesso del capitale tecnico accumulato rispetto al profitto autorizzato. Questa situazione implicherebbe per Fontvieille delle trasformazioni strutturali consistenti nell’elaborazione di nuove tecniche atte a ridurre la spesa di capitale per unità prodotta e ad aumentare il tasso di salario per rilanciare infine la domanda e il tasso di profitto, con la mediazione dell’incremento della produttività del lavoro. Se il processo di sovraccumulazione del capitale può aiutare a capire l’inversione lunga della congiuntura (vi è allora coincidenza tra l’inversione del ciclo classico e quella del ciclo lungo) esso non spiega come possano verificarsi e perpetuarsi dei periodi così lunghi di sovra accumulazione (quando la depressione lunga contiene dei cicli classici) così come non spiega il ruolo e la portata delle fluttuazioni lunghe di cui i teorici del capitalismo monopolistico di stato non sembrano veramente percepire il carattere specifico e la complessità.

 

Gli economisti radicali Bowles, Gordon, Weisskopf iscrivono la loro analisi della crisi nel quadro più generale dei ritmi lunghi. Gordon in particolare ragiona in termini di tappe dell’accumulazione di capitale. Queste grandi tappe avrebbero il loro fondamento in basi istituzionali specifiche come il sistema della grande impresa dopo la seconda guerra mondiale. La loro efficacia permetterebbe per qualche tempo l’accumulazione del capitale e stimolerebbe l’espansione intorno a grandi infrastrutture economiche ed organizzative. Questo complesso istituzionale è molto vasto e include le strutture industriali, la concorrenza, la posizione del lavoro ed il ruolo dei sindacati non che la natura dei rapporti politici internazionali. Esso sarebbe efficace nel corso di una fase prolungata di espansione prima di vedersi rimesso in discussione dall’apparizione di contraddizioni date che comportano una prolungata inversione della congiuntura e l’apertura di una crisi universale. Quest’ultima espressione ha un duplice significato : la crisi ignora le frontiere nazionali ed i suoi effetti non sono confinati al campo economico in senso stretto, ma intuiscono su tutte le dimensioni della vita quotidiana. La crisi imporrebbe l’elaborazione di nuove basi istituzionali


10 settembre 2010

L'analisi marxista francese della stagflazione

In Francia gli economisti che si rifanno a Marx si dividono in due correnti :

·         Il gruppo di de Bernis secondo il quale bisogna iniziare da due leggi del profitto e cioè la tendenza all’uniformità dei tassi di profitto di Ricardo e la caduta tendenziale del tasso di profitto di Marx. Il modo di regolazione che garantirebbe l’equilibrio sarebbe costituito dall’articolazione della tendenza all’uniformità e dello sviluppo delle controtendenze alla caduta dei tassi di profitto nella misura in cui esse condizionano il processo di accumulazione del capitale. Ognuna di queste leggi si incarnerebbe in forme specifiche a ciascuno dei periodi lunghi di crescita, ossia in istituzioni regolatrici in grado di giocare il ruolo di procedure sociali necessarie al funzionamento ed alla dinamizzazione dell’economia. La crisi esploderebbe nel momento in cui la legge di uniformazione fosse messa in causa e le controtendenze alla legge della caduta tendenziale non funzionassero più, con la distinzione classica tra crisi regolatrici (le crisi classiche) legate all’insufficiente efficace delle procedure di regolazione (da cui la caduta del tasso di profitto) e crisi del sistema di regolazione (o grandi crisi) come l’attuale, quella degli anni 1921-1933 e quella della fine del XIX secolo (1873-1896). Crisi caratterizzate nello stesso tempo sia dalla caduta dei tassi di profitto, sia dalla messa in discussione della tendenza alla loro uniformazione nella misura in cui questa traduce dei movimenti necessari di capitale da un settore all’altro.

·         Gruppo di Barrere-Kebad-Weinstein. La loro interpretazione parte dalla specificità del capitalismo del dopoguerra, specificità risiedente in due elementi, da una parte l’esistenza di un regime di accumulazione intensivo del regolazionismo, da un’altra parte la messa in atto di rapporti e di forme strutturali istituzionalizzate che comportano negazione dei caratteri capitalistici. Si tratta di forme pubbliche di proprietà, riconoscimento dei diritti dei lavoratori etc., insieme di rapporti e di forme strutturali che rivelerebbe la presenza di una logica non operante a favore del profitto del capitale, manifestando anche una perdita di sostanza del capitalismo o ancora dell’espansione delle attività non mercantili legate in particolare all’assunzione su di sé da parte della collettività delle spese sociali. La messa in causa del modo di regolazione da parte statale di questi due spazi considerati come contraddittori avrebbe condotto alla crisi : l’economia mercantile capitalistica incontrerebbe limiti nuovi e forti, tenuto conto della pressione considerevole delle interdipendenze economiche e dei bisogni di attività non mercantili. Questa impostazione ha il merito di sottolineare l’importanza crescente di settori non lucrativi e del ruolo dello stato (che altri autori hanno analizzato in termini di crescita dei lavoratori improduttivi o della crisi dello stato assistenziale), ma è lecito dubitare del carattere di negazione della logica del profitto che tali attività porterebbero in sé. In realtà esse sono state instaurate storicamente sotto la spinta di conflitti sociali per permettere il perseguimento dell’attività del capitale privato in una abile divisione dei compiti ( e del resto queste attività sono state sempre meno importanti negli Usa) e piuttosto che una perdita di sostanza del capitalismo si potrebbe scorgervi una fantastica capacità di adattamento di questo sistema.

 

 


15 marzo 2010

Giuliano Battiston : intervista a Samir Amin

Memorie di un marxista indipendente: così recita il sottotitolo del più recente libro autobiografico dell'economista egiziano Samir Amin, A Life Looking Forward (Zed Books, 2006), che ha dedicato buona parte della sua vita di studioso e militante alla ricerca di alternative per il superamento della parentesi storica del capitalismo. E che anche nel suo ultimo libro tradotto in italiano, La crisi. Uscire dalla crisi del capitalismo o uscire dal capitalismo in crisi? (Punto Rosso, pp. 208, euro 13), continua a rivendicare la necessità di appellarsi all'utopia critica e di «partire da Marx, senza fermarsi a lui», per capire e trasformare il mondo. Nonostante l'obsolescenza del capitalismo e il fallimento del modello neo-liberista - «un apartheid a livello globale» - Samir Amin è però consapevole degli ostacoli che si oppongono alla «lunga transizione al socialismo» che propone. Dopotutto, scrive nel suo ultimo libro, la crisi «non è il prodotto di una fiammata di lotte sociali», ma delle contraddizioni interne al sistema di accumulazione del capitale. E «l'iniziativa rimane comunque nelle mani del capitale». Anche perché, come spiega al manifesto, a distanza di dieci anni dal primo World Social Forum «i movimenti restano terribilmente frammentati e deboli: si difendono dagli attacchi del capitalismo degli oligopoli finanziarizzati, ma non elaborano efficaci strategie politiche e d'azione. Scontando ancora quella illusione naïf secondo cui sarebbe possibile cambiare il mondo senza prendere il potere». Per Amin, invece, è solo riconoscendo «l'ineludibilità della questione del rapporto tra potere e trasformazione» che sarà possibile costruire la «convergenza nella diversità delle lotte» per l'emancipazione degli individui.

 




Con la crisi economico-finanziaria ci si interroga nuovamente sui limiti della globalizzazione neoliberista e, più in generale, sui limiti del capitalismo. Ci spiega in che senso, come scrive in «The World We Wish to See», «lo sviluppo mondiale del capitalismo è sempre stato polarizzante», e l'imperialismo rappresenta non «una fase del capitalismo, ma la caratteristica permanente della sua espansione globale»?

All'inizio ho adottato la tesi di Lenin, secondo la quale il capitalismo dei monopoli costituisce una nuova fase nella storia del capitalismo, annunciata alla fine del diciannovesimo secolo, e il capitalismo è diventato una forma di imperialismo soltanto a partire da quella data. In seguito, però, ho finito per elaborare l'idea del carattere originariamente polarizzante - dunque in qualche modo imperialista - del capitalismo sin dalle sue origini. Ritengo infatti che l'accumulazione su scala mondiale sia sempre stata, in modo non esclusivo ma prevalente, una accumulazione per esproprio. Un esproprio che non riguarda soltanto l'«accumulazione primitiva» analizzata da Marx e riferita alle origini del capitalismo, ma che è un tratto permanente nella storia del capitalismo storico realmente esistente, a partire dall'epoca mercantilista. Quel lungo periodo di transizione in cui il ruolo centrale nella mondializzazione, organizzata intorno alla conquista delle Americhe e alla tratta dei neri, assume la forma evidente e indiscutibile dell'accumulazione per esproprio. Questa accumulazione si dispiega poi lungo tutto il corso del diciannovesimo secolo, e si radicalizza con la formazione dei monopoli, che favoriscono l'esportazione di capitale su una scala molto più ampia, «installando» segmenti del sistema capitalista mondializzato nelle colonie «d'oltremare», nelle semi-colonie, nelle colonie dell'America latina. D'altronde, che la polarizzazione sia immanente allo sviluppo mondializzato del capitalismo, accompagnandolo sin dalle origini, lo dimostra un semplice dato: fino al 1820 circa il prodotto interno lordo pro capite della Cina era superiore a quello, medio, dell'Europa avanzata. Tra il 1820 e il 1900, si passa invece da un rapporto 1 a 1 a un rapporto 1 a 20, e dal 1900 al 2000 da 1 a 20 a 1 a 50.


Già in «Oltre il capitalismo senile» lei scriveva che, proprio a causa del suo «tallone d'Achille» - la dimensione finanziaria - il sistema capitalistico stesse preparando «una imminente catastrofe finanziaria». Ora l'imminenza è realtà: cosa intende quando sostiene che quella attuale è «la crisi del capitalismo imperialistico degli oligopoli», organicamente legati alla finanziarizzazione del sistema?

Proseguendo una direzione di ricerca inaugurata dal libro di Sweezy e Baran del 1966, Monopoly Capital - la prima formulazione coerente della trasformazione qualitativa del capitalismo avvenuta alla fine del diciannovesimo secolo con l'istituzione dei monopoli - ho individuato l'impatto di due grandi ondate nel processo di monopolizzazione: la prima ha inizio alla fine del diciannovesimo secolo e si estende fino al 1945, la seconda comincia negli anni Settanta del secolo scorso, e, dunque, non coincide affatto con la crisi finanziaria del 2008. In questa seconda ondata, il grado di monopolizzazione assume un rilievo senza paragoni. Il che mi porta a ritenere che quello contemporaneo sia un capitalismo degli oligopoli generalizzati, mondializzati e finanziarizzati. Oligopoli generalizzati perché controllano l'economia nel suo complesso (oltre che l'ambito politico e culturale), perfino quei settori non direttamente monopolizzati. E mondializzati anche per effetto delle politiche liberali e neoliberiste degli anni Ottanta, Novanta e Duemila. Ora, per quanto riguarda la finanziarizzazione, anche da «sinistra» buona parte delle analisi sul sistema finanziario tendono a separare la finanziarizzazione, artificiale e negativa, dal buon capitalismo produttivo. Non è così: i due aspetti vanno di pari passo. Gli oligopoli sono finanziarizzati proprio nel senso che non c'è da una parte un settore finanziarizzato, quello delle banche, delle assicurazioni, dei fondi pensioni, e dall'altra un sano settore produttivo. Piuttosto, sono gli stessi oligopoli a essere proprietari delle grandi imprese produttive e, allo stesso tempo, delle grandi istituzioni finanziarie. E a loro volta questi oligopoli hanno bisogno dell'espansione finanziaria per assicurarsi il dominio sull'economia e sull'intera società. La «sovrapposizione», come sosteneva già Baran, è totale. E ha radici in un sistema che conduce di per sé alla stagnazione relativa, particolarmente marcata a partire dal 1970, quando nei paesi della Triade imperialista (Usa, Europa, Giappone) si è verificata una drastica riduzione dei tassi di profitto, di crescita e investimento. È questa stagnazione - una eccedenza di surplus rispetto alla possibilità di espansione del capitale per ampliare e incrementare gli investimenti produttivi - a alimentare le bolle finanziarie. Che non sono il prodotto di derive o deregolamentazione, ma un'esigenza immanente al sistema capitalistico contemporaneo: la finanziarizzazione è l'unica maniera a disposizione dei capitalisti degli oligopoli generalizzati e mondializzati per superare la tendenza profonda e intrinseca alla stagnazione. Per questo sono convinto che non ci resti, come alternativa, se non uscire da questo capitalismo in crisi. O, più modestamente, di iniziare a imboccare l'uscita, verso un altro modello di sviluppo, la cui fisionomia ancora non è chiara, e per la cui definizione serviranno altri cinquanta, cento anni.


In un suo recente saggio, «A critique of the Stiglitz report», lei afferma che una mondializzazione negoziata passa per lo «sganciamento», per la costruzione di un'economia nazionale autocentrata ma non autarchica. Una economia che - scrive in «A Life Looking Forward» - «incontrerebbe seri ostacoli se non fosse rinforzata da forme di integrazione regionale capaci di accrescerne l'effetto positivo». Come combinare strategie di sganciamento dal sistema globale con la costruzione di blocchi regionali?

Non esistono alternative praticabili allo sviluppo autocentrato, che subordini le relazioni esterne alle esigenze di trasformazione interna, le più progressiste possibili. Non si tratta di semplice autarchia, ma del capovolgimento della logica attuale: anziché adeguarsi, anziché piegarsi alle tendenze dominanti su scala mondiale, occorre operare affinché siano tali tendenze ad adeguarsi alle esigenze interne. Questo è il senso che attribuisco alle iniziative indipendenti da parte dei paesi del Sud del mondo. Le ragioni per farlo sono evidenti nella maggior parte dei casi. Forse non per i tre nuovi giganti economici: Cina, India e Brasile, che, ciascuno per sé, possono contare su un peso equivalente a quello di una grande regione, e che per questo sembrerebbero non avere bisogno di affidarsi ad accordi sottoregionali e inter-regionali. Eppure, anche questi paesi accusano dei deficit, basti pensare alla scarsità delle risorse naturali, energetiche in primo luogo, di cui hanno bisogno. E questo vale a maggior ragione per le altre regioni, per i paesi del sud-est asiatico, del mondo arabo, dell'Africa subsahariana, dell'America latina spagnola. In tutti questi casi, gli accordi sottoregionali servono a istituire, in via negoziata, forme di complementarietà, che si articolino su più piani. Per esempio quello delle tecnologie: oggi i paesi del Sud sono in grado - non tutti allo stesso modo - di sviluppare capacità tecnologica senza dover necessariamente sottomettersi al protezionismo del diritto industriale promosso dall'organizzazione mondiale del commercio. Lo stesso dovrebbe accadere per le infrastrutture, per l'individuazione di strategie di complementarietà industriale, a partire dalle industrie di base, ovviamente, ma anche per le industrie del grande consumo, per l'accesso alle risorse naturali.


A proposito di risorse naturali: lei sostiene che, «lungi dall'essere risolta, la 'questione agraria' è più che mai al cuore delle sfide che l'umanità dovrà affrontare nel ventesimo secolo». Perché ritiene che il capitalismo, «per sua stessa natura, è incapace di risolverla», e perché crede che sappia offrire soltanto la prospettiva di un pianeta di bidonville?

L'accumulazione per esproprio che caratterizza il capitalismo storico, quello che all'inizio del diciannovesimo secolo è andato cristallizzandosi intorno al triangolo Londra-Amsterdam-Parigi, non riguarda soltanto i popoli delle Americhe, ma anche i contadini europei. Il modello è quello delle enclosures della Gran Bretagna, l'esproprio dei contadini inglesi e irlandesi, che hanno subìto, per primi in Europa, una forma di appropriazione privata della terra, poi generalizzata sul continente europeo. Questo modello storico avrebbe avuto conseguenze esplosive se non fosse stato accompagnato da quell'enorme «apparato di sicurezza» e «valvola di sfogo» costituita dal sistema delle migrazioni verso le Americhe: i processi migratori hanno permesso all'Europa di costruire altrove un'altra Europa, altrettanto, se non più importante in termini di popolazione di quella del continente. Ma se consideriamo gli altri continenti, l'Asia, l'Africa, l'America latina, dove oggi vive il settantacinque per cento della popolazione mondiale, di cui una metà contadina, ci rendiamo conto che questo sistema è inaccettabile e inefficace. Come dimostra la recente nascita di un pianeta di bidonville: i contadini espulsi dalle terre non possono venire «assorbiti» dai meccanismi della moderna industrializzazione, e non possono ricorrere in modo massiccio alle migrazioni. La soluzione alla questione agraria proposta dal modello capitalista richiederebbe che si concedessero all'Asia, all'Africa, all'America Latina, almeno altre quattro Americhe.


19 ottobre 2009

Emiliano Brancaccio : i premi Nobel del 2009

 Nata nel 1933 a Los Angeles, l’americana Elinor Ostrom dell’Università dell’Indiana è la prima donna ad aver conquistato il premio Nobel per l’Economia [1]. Il riconoscimento le viene assegnato in coabitazione con il connazionale Oliver Williamson, nato a Superior nel 1933 e docente presso l’Università di Berkeley. In apparenza siamo al cospetto di due studiosi molto lontani tra loro. Williamson è un teorico dell’impresa particolarmente innovativo, che tuttavia è rimasto sempre con i piedi ben piantati nel filone tradizionale neoclassico fondato sulla ipotesi di agenti economici egoisti e razionali. Ostrom ha seguito invece un itinerario di ricerca atipico, scandito da pubblicazioni sulla prestigiosa Science e su riviste politologiche più spesso che economiche, e costellato da ricerche empiriche tese a evidenziare quei tipici aspetti “comunitari” del comportamento umano che smaccatamente travalicano gli angusti confini ortodossi dell’homo oeconomicus. Tuttavia, come nota l’Accademia delle scienze di Svezia, entrambi gli studiosi hanno fornito contributi decisivi per «l’analisi delle transazioni economiche che si verificano al di fuori del mercato».



Il principale apporto di Ostrom, al riguardo, consiste in una inedita interpretazione dei meccanismi che governano lo sfruttamento di beni comuni come i laghi, i pascoli, i boschi, e in generale le risorse naturali condivise. Gli studi passati erano dominati da una concezione che va sotto il nome di “tragedia delle proprietà comuni”: per impedire lo sfruttamento indiscriminato e il depauperamento di queste risorse occorrerebbe necessariamente privatizzarle, oppure al limite bisognerebbe sottoporle al controllo del governo. Ostrom contesta questo tipo di conclusioni, ritenendole viziate da una rozza teoria individualista dell’azione umana. In effetti i dati empirici che raccoglie nel corso delle sue ricerche sembrano in varie circostanze darle ragione: soprattutto nelle aree rurali, situate ai margini dello sviluppo capitalistico, può accadere che una gestione comune delle risorse - basata su regole condivise dagli abitanti del luogo e sedimentate nel tempo - risulti più efficiente delle gestioni fondate sulla rigida assegnazione di specifici diritti di proprietà e di controllo a favore dei privati oppure dello Stato. E’ il caso questo dei terreni della Mongolia coltivati in comune, decisamente più produttivi di quelli confinanti della Cina e della Russia, sottoposti a inefficienti sistemi di gestione prima statale e successivamente privata. Ed è anche il caso dei sistemi di irrigazione del Nepal, la cui efficienza sembra esser crollata dopo l’abbandono della gestione in comune da parte degli abitanti, verificatasi a seguito di massicci interventi di ammodernamento da parte del governo in joint venture con alcuni finanziatori esteri. Gli esempi di questo tenore riportati da Ostrom e dai suoi collaboratori sono numerosi. Essi tuttavia non stanno ad indicare che la proprietà comune delle risorse sia sempre preferibile alle gestioni private o statali. Esaminando questi casi la politologa americana ha voluto piuttosto mostrare che in genere la proprietà comune rappresenta l’esito di un plurisecolare processo di evoluzione e di consolidamento di un insieme di regole condivise da una popolazione. Ed è proprio questa lentissima sedimentazione delle norme e delle procedure che sembra garantirne la corretta applicazione e quindi il successo. Alcuni economisti hanno in questo senso provato a interpretare teoricamente i risultati empirici di Ostrom nei termini di quello che viene in gergo definito un “gioco ripetuto”, che da conflittuale diviene col tempo cooperativo. In base a questa visione gli individui sarebbero naturalmente egoisti, ma dopo aver compreso che le loro azioni opportunistiche conducono a risultati fallimentari per tutti, si vedono a lungo andare costretti a cooperare con gli altri. Ostrom però ha fortemente criticato questa chiave di lettura, considerandola un tentativo del mainstream di rinchiudere le sue analisi nei vecchi canoni dell’individualismo neoclassico. Non è un caso che le sue più recenti verifiche di laboratorio siano state centrate sull’obiettivo di mostrare che molte persone sembrano disposte ad accollarsi individualmente elevati costi di monitoraggio pur di garantire che le regole comuni siano applicate e che i trasgressori siano puniti. Un esito, questo, di fronte al quale i costruttori dei tipici modelli neoclassici di comportamento egoistico e massimizzante esprimono un comprensibile imbarazzo.
Le ricerche di Williamson si concentrano invece sui motivi per i quali le imprese nascono e si espandono. L’idea di partenza è che in un ipotetico sistema di pura concorrenza, del tutto privo di imperfezioni e asimmetrie, non vi sarebbe alcun bisogno di costituire un’impresa: la produzione potrebbe avvenire attraverso contratti di volta in volta stipulati tra i vari agenti economici, siano essi capitalisti, manager o lavoratori. Come ha ironicamente affermato Paul Samuelson, in un simile idealtipico scenario «non avrebbe proprio nessuna importanza chi assume chi: al limite potremmo anche immaginare che il lavoro assuma il capitale» [2]. Se tuttavia si ammettono costi di transazione, incompletezza dei contratti e incertezza sul futuro, i meri scambi di mercato possono rivelarsi inadeguati alla risoluzione delle controversie tra gli agenti. Ecco allora che sorge la necessità di costituire un’impresa, vale a dire una organizzazione basata non più sul libero scambio ma sulla gerarchia. Naturalmente, precisa Williamson, anche i rapporti gerarchici possono dar luogo a inefficienze, determinate da una gestione arbitraria delle risorse da parte di chi comanda. Tuttavia, ogni volta che i costi degli scambi risultino superiori ai costi derivanti dal controllo gerarchico, il rapporto di potere interno all’impresa tenderà a sostituirsi al rapporto di mercato tra soggetti formalmente indipendenti. Una spinosa implicazione di politica economica di questa visione è che anche le fusioni e le acquisizioni tra imprese dovrebbero esser considerate una conseguenza naturale dell’obiettivo di minimizzare i costi di transazione. La grande impresa cioè decide di fagocitare le altre anziché trattare con loro semplicemente perché mira a superare le incertezze e le inefficienze tipiche degli scambi di mercato. Sulla base di questa teoria, Williamson è dunque giunto alla conclusione che le imprese di grandi dimensioni esistono perché sono efficienti, e possono quindi garantire un maggior benessere per tutti, capitalisti, lavoratori e consumatori. Egli in effetti ammette che l’enorme centralizzazione di capitale che le caratterizza può consentir loro di esercitare pressioni lobbistiche per controllare i mercati ed eliminare qualsiasi concorrenza. A suo parere tuttavia tali “distorsioni” andrebbero semplicemente regolate, mentre bisognerebbe assolutamente evitare un ritorno alle vecchie politiche anti-trust che imponevano limiti secchi alla crescita dimensionale delle corporations [3].

Sebbene non vi sia unanime consenso sulla loro piena validità empirica [4], gli studi di Williamson hanno indubbiamente contribuito a una più accurata comprensione dei processi di espansione delle imprese, e più in generale della centralizzazione dei capitali. Così come le ricerche di Ostrom hanno senz’altro fornito importanti elementi di conoscenza per una gestione sostenibile dei beni comuni, e in particolare delle risorse ambientali. Se tuttavia si guardano tali apporti nell’ottica di un aggiornato materialismo storico, non si può fare a meno di rilevare in essi alcune fragilità di fondo. Riguardo ad Ostrom, c’è da dire che fin dai tempi degli studi di Marx sui devastanti effetti delle enclosures, il problema per i materialisti storici non è mai stato quello di esaminare i danni prodotti dalla distruzione delle proprietà comuni, ma è stato invece di comprendere quali immani forze riuscissero inesorabilmente a disintegrare le forme primitive di organizzazione comunitaria delle risorse, del tutto indipendentemente dalle devastazioni economiche e sociali che quelle stesse forze provocavano. In effetti negli ultimi tempi Ostrom sembra aver preso coscienza del rischio di una interpretazione per così dire “conservatrice” e “nostalgica” delle sue analisi, e si è quindi impegnata ad effettuare ricerche sulla gestione dei beni comuni non più soltanto nei vecchi ambiti rurali e pre-capitalistici, ma anche in settori estremamente avanzati, come ad esempio quello della conoscenza. In questo nuovo ambito tuttavia le sue conclusioni sono per forza di cose divenute ben più articolate e controverse. E’ chiaro infatti che il campo della conoscenza scientifica e tecnologica è attraversato più di ogni altro da continue innovazioni che sconvolgono il quadro delle relazioni economiche e sociali, e che rendono dunque molto improbabile l’affermarsi di quei lunghi processi di sedimentazione delle regole indispensabili per l’affermarsi “dal basso” di forme di gestione “comune” delle risorse. Ecco perché, contro tutte le apparenze, il nucleo dell’analisi di Ostrom sferra implicitamente un duro colpo a quei teorici delle moltitudini che proprio nell’ambito della conoscenza vorrebbero addirittura poter individuare i semi dello sviluppo spontaneo di nuove forme di comunismo. Riguardo poi alle analisi di Williamson sulle modalità di costituzione e di sviluppo dell’impresa, suscita molte perplessità l’idea che queste si fondano su una scelta ottimale tra scambio di mercato e gerarchia interna all’azienda. In realtà sia lo scambio che l’impresa ineriscono al medesimo rapporto di dominio: quello del capitale sul lavoro, che potrà poi esprimersi nell’una o nell’altra forma a seconda delle diverse contingenze e convenienze (non è un caso che le centralizzazioni del capitale avvengano spesso in concomitanza con poderosi processi di esternalizzazione di alcune parti dell’attività produttiva) [5]. Tali critiche naturalmente non possono gettare nell’ombra le importanti novità contenute nelle ricerche dei Nobel 2009 per l’Economia. Ad Ostrom e Williamson va senza dubbio riconosciuto il merito di aver aperto squarci nel buio oltre la siepe del mercato, al riparo del quale i vecchi teorici dell’equilibrio generale neoclassico preferivano invece chiudersi in un ostinato silenzio. Bisogna però al tempo stesso riconoscere che anche quest’anno ci ritroviamo alquanto lontani dai tempi in cui l’aria di Stoccolma veniva infiammata dal vento della critica della teoria economica. E’ questo un dato incoraggiante per una disciplina dalla quale molti si attendevano nientemeno che una via d’uscita dalla Grande Crisi? Osiamo francamente dubitare.

* Questo articolo è stato pubblicato anche su http://www.emilianobrancaccio.it/ e in versione ridotta sul manifesto del 13 ottobre 2009 (con il titolo “Il vento della critica non soffia a Stoccolma”).
[1] Dal 1901 al 2009, escludendo i riconoscimenti conferiti a organizzazioni, i premi Nobel sono stati assegnati a 802 persone, tra le quali soltanto 41 donne (il 5,1%). Il Nobel per la Pace è stato assegnato a 12 donne su 97 premiati (il 12,3%). Il Nobel per la Letteratura è stato conferito a 12 donne su 106 premiati (l’11,3%). Il Nobel per la Medicina è stato assegnato a 195 persone, tra cui 10 donne ( il 5,1%). Il Nobel per la Chimica è stato attribuito a 4 donne su 156 (il 2,5%). Il Nobel per la Fisica è stato assegnato a 2 donne su 186 premiati (appena l’1%). Con la vittoria di Ostrom, il Nobel per l’Economia – assegnato solo a partire dal 1969 - passa da zero donne a una donna su 64 premiati, corrispondente all’1,5%.
[2] Paul Samuelson (1957), “Wage and interest: a modern dissection of Marxian economic models”, American Economic Review, 47.
[3] Questa almeno è l’interpretazione degli indirizzi di politica per la concorrenza di Williamson che ci viene offerta dai membri dell’Accademia delle scienze di Svezia (“Economic governance”, compiled by the Economic Sciences Prize Committe of the Royal Swedish Academy of Sciences; scaricabile dal sito http://www.nobel.se/), e che in effetti scaturisce dalla grande maggioranza dei contributi dell’economista di Berkeley. Tuttavia, in un commento a caldo sull’assegnazione dei Nobel 2009, Robert Solow sembra aver suggerito una pressoché opposta chiave di lettura della vittoria di Williamson. Solow – a sua volta premiato nel 1987 - ha infatti dichiarato che “potremmo e dovremmo interpretare il lavoro di Ollie Williamson come un criterio per esaminare in che modo le grandi banche di investimento operano e come esse ci abbiano portato a quel che in retrospettiva sembra un comportamento molto stupido e rischioso” (intervista rilasciata a Janina Pfalzer e Rich Miller di http://www.bloomberg.com/). Resta da vedere se Williamson sia o meno d’accordo con questa peculiare interpretazione della sua opera.
[4] Il documento dell’Accademia delle scienze di Svezia (cit.) fornisce numerosi riferimenti alle ricerche che sembrano confermare sul piano empirico le ipotesi di Williamson sulle determinanti dei processi di espansione e di integrazione verticale delle imprese. Non vi è tuttavia alcuna citazione delle pur numerose verifiche empiriche che sembrano fornire risultati più controversi, e che sembrano dunque aprire la strada ad interpretazioni teoriche alternative a quella di Williamson. Tra queste, si veda ad esempio Richard Carter e Geoffrey M. Hodgson (2006),”The impact of empirical tests on transaction costs economics on the debate on the nature of the firm”, Strategic Management Journal, 27.
[5] Diversi ordini di critiche di stampo istituzionalista o marxista sono state rivolte a Williamson e più in generale agli esponenti della New Institutional Economics. Tra i numerosissimi contributi, segnaliamo qui Ugo Pagano (2000), “Public markets, private orderings and corporate governance”, International Review of Law and Economics, 20, e Antonio Nicita e Ugo Pagano (2001), The evolution of economic diversity, Routledge, London. Si veda anche Daniel Ankarloo e Giulio Palermo (2004), “Anti-Williamson. A marxian critique of new institutional economics”, Cambridge Journal of Economics, 28.
Un’ampia raccolta di informazioni e di riferimenti bibliografici su Elinor Ostrom e Oliver Williamson può essere acquisita dal sito www.nobel.se.
 


15 ottobre 2008

Emiliano Brancaccio : una riflessione critica sul Premio Nobel Paul Krugman

 

Paul Krugman è il vincitore del premio Nobel per l'economia 2008, per i suoi contributi in tema di "scambi commerciali e di localizzazioni delle attività economiche" a livello mondiale. Nato nel 1953 a New York, docente presso la Princeton University, Krugman gode di larga fama presso il grande pubblico soprattutto per la sua prolifica attività divulgativa. Editorialista prima della rivista Slate e oggi del New York Times, Krugman si caratterizza per uno stile indubbiamente corrosivo ma per delle ricette che potrebbero in fin dei conti esser considerate di moderato buon senso. In effetti, proprio per questa sua miscela di aggressività nei modi e di pacatezza nelle proposte, egli sembra avere incarnato meglio di ogni altro opinionista la ovattata cultura liberal americana del nuovo secolo. Krugman infatti non è assolutamente un radicale.
Sul piano teorico l'economista ha sostanzialmente difeso il paradigma neoclassico dominante, sia pure ritoccato in alcuni suoi punti. Sul piano politico, egli è stato non solo un impietoso fustigatore delle amministrazioni repubblicane statunitensi ma anche dei governi socialisti francesi dei primi anni Ottanta, e si è in generale contraddistinto per delle proposte di limitato interventismo keynesiano (già tipiche del resto dei suoi mentori del MIT, Samuelson e Solow). Ma in che senso Krugman ha contribuito al ritocco e all'ammodernamento della teoria neoclassica? L'innovazione cruciale che ha contraddistinto i suoi contributi riguarda i cosiddetti rendimenti di scala, vale a dire i guadagni di efficienza che si possono ottenere dall'aumento della scala di produzione. Nelle analisi neoclassiche tradizionali veniva esclusa la possibilità che al crescere della produzione potesse aumentare la produttività dei fattori e quindi potessero ridursi i costi di ogni singola merce. Tuttavia nella realtà dei fatti accade spesso che l'aumento delle dimensioni dell'attività economica permetta di aumentare l'efficienza del processo produttivo. Il caso di scuola è quello di un magazzino il cui costo viene calcolato in base ai metri quadrati che occupa, ma la cui capacità di carico viene determinata dalla cubatura. Se dunque il magazzino si ingrandisce la sua capacità aumenterà al cubo mentre i costi cresceranno solo al quadrato, il che evidentemente potrà dare luogo a una espansione dei profitti netti. Ma si pensi anche alla possibilità di organizzare e di mettere in relazione i lavoratori in modo più efficiente al crescere delle dimensioni e della concentrazione dell'attività economica. E' questa una caratteristica non solo dei vecchi regimi tayloristici ma anche dei più moderni processi basati sul continuo scambio di esperienze e di informazioni. Entro certi limiti, dunque, il gigantismo delle imprese può determinare un abbattimento dei costi e quindi una maggiore competitività. Partendo da queste semplici intuizioni Krugman ha saputo costruire dei modelli estremamente chiari ed eleganti, dedicati soprattutto all'analisi degli scambi commerciali e della localizzazione internazionale delle imprese. Le conclusioni di questi modelli sono state il più delle volte di conforto all'ideologia dell'apertura totale dei mercati e del libero scambio. Ma sono emerse da essi pure delle riflessioni inquietanti sul possibile sviluppo futuro delle relazioni economiche internazionali. Per esempio, in base alle sue analisi Krugman è arrivato a sostenere che l'integrazione dei mercati causata dall'unificazione europea potrebbe scatenare un gigantesco movimento migratorio di capitali e di lavoratori, dalle zone periferiche verso le aree centrali del continente. L'obiettivo di sfruttare al massimo i rendimenti di scala determinati dal gigantismo potrebbe cioè determinare una sorta di "mezzogiornificazione" delle periferie meridionali d'Europa, a tutto vantaggio del quadrilatero industriale situato in prevalenza entro i confini della Germania.



In effetti, non sempre i risultati delle analisi di Krugman hanno trovato conferma nei dati empirici. La tesi della "mezzogiornificazione" delle periferie europee ad esempio trova diversi riscontri ed è in linea generale condivisibile. Tuttavia essa sembra manifestarsi in termini finanziari ancor prima che fisici, e pare aver bisogno di spiegazioni più complesse rispetto al semplice fenomeno tecnico dei rendimenti di scala generati dal gigantismo industriale. Ad un loro esame approfondito, insomma, i modelli di Krugman colgono alcuni nodi cruciali ma non sembrano in grado di andare molto al di là di una lettura superficiale delle tendenze in atto. Il che si spiega, a nostro avviso, con il fatto che le strutture logiche dell'economista americano restano saldamente ancorate al paradigma neoclassico dominante. Riguardo ai suoi modelli di commercio e di localizzazione, basti pensare che essi di fatto si basano sulla eroica tesi neoclassica della piena occupazione dei lavoratori e degli altri fattori produttivi esistenti. Ma una dipendenza analoga dagli stringenti vincoli neoclassici può essere ravvisata anche nei suoi modelli di previsione delle crisi economiche, che molto hanno fatto discutere soprattutto nel corso dell'attuale emergenza finanziaria. Va ricordato infatti che Krugman è stato uno dei più strenui oppositori del Piano Paulson di salvataggio delle banche americane. Egli ha criticato il piano sulla base di considerazioni di buon senso politico, come quella secondo cui lo Stato avrebbe dovuto acquistare direttamente le banche e non semplicemente i loro titoli spazzatura. Tuttavia, riguardo alle determinanti profonde della crisi Krugman ha fornito un'analisi discutibile, che è in linea con la vecchia tradizione della sintesi neoclassica: si tratta infatti di una spiegazione di tipo meramente soggettivo e psicologico, fondata sul rischio di uno stallo nei meccanismi di fiducia necessari al corretto funzionamento del sistema finanziario. E' questa una linea interpretativa che del resto contraddistingue non solo l'economista americano ma anche numerosi osservatori nostrani della tempesta finanziaria, da Lorenzo Bini Smaghi a Francesco Giavazzi. L'idea più o meno implicita di questi autori è che, se si ripristinano i meccanismi istituzionali necessari per risollevare la fiducia, le cose dovrebbero tornare a posto. Alle interpretazioni di Krugman e degli altri è possibile tuttavia contrapporre una lettura alternativa della crisi: quella di tipo oggettivo, tipica delle scuole di pensiero critico, basata sul dato materiale della colossale sperequazione tra profitti e salari. Secondo tali interpretazioni critiche, le origini della emergenza finanziaria possono essere individuate nel mondo di bassi salari che si è voluto creare attraverso anni di deregolamentazione dei mercati, da quelli finanziari a quello del lavoro. Lo schiacciamento mondiale dei salari diretti e indiretti ha infatti aperto una gigantesca forbice distributiva, che non aveva finora avuto riflessi sulla domanda di merci grazie alla capacità degli Stati Uniti di assorbire le eccedenze produttive mondiali tramite una enorme espansione del debito privato. Una volta però scoppiata la bolla del debito, si fa adesso concreto il pericolo che la produzione globale si incagli in una crisi generale, fatta di sproporzioni e di depressioni.
Krugman ha talvolta intelligentemente circumnavigato questa interpretazione critica della crisi. Ma da un premio Nobel allevato al MIT di Boston non si poteva pretendere che sposasse senza indugio una chiave di lettura che un tempo si sarebbe opportunamente definita "di classe". Capita tuttavia che dal punto di vista di un interesse specifico, quello del lavoro, si riescano a individuare in modo assolutamente cristallino le cause profonde delle tendenze storiche in atto, e quindi anche dello sconquasso finanziario di questi mesi. Con o senza l'aiuto di Krugman, dunque, sarà bene in futuro battere su questa specifica interpretazione, materiale e oggettiva, di una tempesta finanziaria che potrebbe a lungo andare tramutarsi in un tracollo occupazionale e retributivo.


14 ottobre 2008

Riccardo Bellofiore : La crisi della finanza e lo Stato interventista

Nei commenti di queste settimane non ci è stata risparmiata la sequela di argomentazioni tranquillizzanti: crisi passeggera; non si può fare a meno della finanza; le banche europee sono al riparo; il vecchio continente, ancora manifatturiero, ne uscirà rafforzato; l'Italia può contare sulle medie imprese multinazionali. Peccato che questa finanza ci abbia portato sulle soglie di una nuova Grande Crisi. Che le banche europee abbiano aggirato la regolamentazione per garantirsi più elevati rendimenti. Che lo sganciamento dell'Europa dagli Usa si sia negli ultimi mesi sgonfiato come una favola. Che i pochi spezzoni vitali del nostro apparato produttivo siano fragilissimi e dipendenti dalla congiuntura. Certo, è finito un mondo. Il punto non è quello di capire il «perché» di breve periodo. Si tratta di capire come se ne esce. Meglio, come ne uscirà il capitale. Senza fermarci alle verità ovvie: socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti; la crisi verrà pagata dal mondo del lavoro. E senza saltare sul carro del solito Tremonti colorato «di sinistra», quando si ha a che fare con un neoliberismo compassionevole dai tratti fascistoidi e reazionari, incluso il protezionismo. 


Su queste colonne, un anno fa, segnalavo come lo scoppio della bolla immobiliare abbia visto il ritorno di un Minsky moment, di un punto di svolta superiore nel ciclo dell'instabilità finanziaria. La «nuova economia» si è nutrita di una convenzione Greenspan. La politica monetaria spingeva verso l'alto le «attività» (azioni, case), il che ha rafforzato l'effetto leva. Si ampliava l'indebitamento delle famiglie, a sostegno di un consumo «autonomo» da effetto ricchezza. E si forniva domanda ai neomercantilismi forti (come quelli asiatico e tedesco) e deboli (come quello italiano). Un sistema bancario ombra, ma interconnesso con le banche vere e proprie, poteva fornire moneta senza limiti, mentre la riduzione della disoccupazione di lavoratori «traumatizzati» non si traduceva in pressione sui salari.
A un certo punto, come nella poesia di Yeats, «le cose si dissociano, il centro non può reggere». La bolla scoppia, si rischia la deflazione da debiti. Dietro l'illiquidità fa capolino l'insolvenza, le relazioni interbancarie si bloccano. Facile prevedere i ripetuti interventi delle banche centrali come prestatrici di ultima istanza, e la politica di bassi tassi d'interesse, da parte almeno della Fed. Da marzo/aprile c'è stato un cambio di passo. Il Minsky moment si è mutato in un Minsky meltdown, in un collasso vero e proprio. Per lo spettro dell'insolvenza, sempre più operatori finanziari devono svendere attività: ma se lo fanno tutti, questo non aiuta i bilanci, li affossa. L'acceleratore finanziario è diventato un deceleratore finanziario. Quando il problema non è l'illiquidità, il prestatore di ultima istanza non può bastare. Lo si inizia a vedere con la prima crisi Bear Sterns. La Fed accetta come collaterale dei suoi prestiti titoli che sono cartaccia, e inizia a rifinanziare banche d'investimento non soggette a regolamentazione. E' evidente a questo punto che la politicizzazione della finanza ha fatto un salto, e che è solo il primo passo.
Mentre l'economia reale entra in fibrillazione, si deve nazionalizzare, direttamente e indirettamente, sia la finanza che l'immobiliare: i due pilastri della crescita Usa, dunque mondiale. La Fed prende il ruolo implicito di assicuratore e azionista ultimo, spalleggiata dal Tesoro. Anche questo non è però sufficiente. Lo stato deve acquistare direttamente i titoli «tossici». In questi giorni si sta proponendo che sia lui in prima persona a ricapitalizzare le banche, a diventarne esplicitamente azionista. Fed e Tesoro devono già oggi decidere chi vive e chi muore, in un sistema soggetto a un pesante consolidamento. Schizza ovunque verso l'alto il premio da pagare in eccesso al tasso di interesse di base, e si comprime il credito alle famiglie. Una profonda recessione a breve/medio termine seguita da una bassa crescita, e un razionamento del credito con più alti tassi d'interesse, è il futuro che possiamo attenderci: non solo negli Stati Uniti.
Inutile prendersela con Bernanke. Studioso della Grande Crisi, teorico dell'acceleratore finanziario, sa che la politica monetaria deve essere diversa nelle fasi espansive e in quelle di crisi. Ha fatto quel che ha potuto. Non ce la fa perché non ce la può fare: perché i problemi della finanza affondano nelle contraddizioni dell'economia reale. E' per questo che non valgono granché i buoni consigli di chi, soprattutto i social-liberisti, intona le lodi di migliore regolazione e più stretta vigilanza, e vuole riregolamentare. Ottime parole, buone nei tempi di crisi, e presto dimenticate quando le cose vanno bene.
Il problema di fondo è che il rischio sistemico globale della finanza viene dall'attacco al lavoro degli ultimi decenni. La finanza sregolata, ma politicamente governata, è stata il modo singolare ma efficace per rispondere alla tendenza alla stagnazione da domanda che è l'altra faccia della precarizzazione del lavoro. Non è un problema di instabilità finanziaria: è un problema di domanda effettiva, che nasce dalla organizzazione della produzione, e del lavoro al suo interno. Il paradossale «keynesismo» trainato dalle bolle speculative è oggi al capolinea. La crisi di questo meccanismo obbligherà a trovarne altri: a ricostruire da cima a fondo circuiti monetari, governo macroeconomico, equilibri internazionali.
Il verso successivo di Yeats recita: «e la pura anarchia si rovescia sul mondo». Non ci conterei. Scommetterei piuttosto su una buona dose di mano visibile. Non necessariamente benevola, sia chiaro. Invece di discutere di Stato e mercato, quando è fuori discussione che lo Stato non può che aumentare la sua presa sull'economia, sarà forse il caso di organizzare una resistenza, ma anche di riprendere davvero i temi di un intervento politico nell'economia diverso da quello che il prossimo futuro ci riserva.


14 ottobre 2008

Emiliano Brancaccio : come si salveranno ? Colpendo il lavoro

 

Avevano nei giorni scorsi giustificato il tracollo di Fannie e Freddie con la classica litania dei carrozzoni a partecipazione pubblica, protetti dal governo federale americano e inquinati dalle solite clientele politiche. Poi però la crisi si è nuovamente spostata al centro del capitalismo privato americano, e gli ultras del liberismo sono rimasti per l'ennesima volta a corto di argomenti. Lehman Brothers, una delle quattro banche d'affari più grandi del listino di Wall Street, ieri ha dichiarato fallimento. Cade dunque un altro importantissimo mattone dell'immenso domino finanziario globale, e c'è da ritenere che diversi altri nei prossimi mesi subiranno una fine analoga.
Lehman rappresenta una delle massime interpreti del famigerato "subprime capitalism", vale a dire il sistema che nel corso degli ultimi anni ha stravolto e reinventato il circuito monetario dei crediti, dando luogo a quella che potremmo considerare una sofisticata istituzionalizzazione del meccanismo dell'usura. La logica dei subprime ha infatti per lungo tempo funzionato così. Prendi un lavoratore americano, di norma residente in un sobborgo periferico e già abbastanza carico di debiti e di pignoramenti. Fregatene della sua elevata probabilità di insolvenza e offrigli mutui e carte di credito a tassi particolarmente alti. Quindi spezzetta in mille parti i debiti del tizio in questione, trasformali in titoli e diffondili in ogni angolo del globo, con il prestigioso marchio della banca d'affari emittente posto in bella mostra sulle cedole. Strozza finché puoi il lavoratore, fallo andare sulla giostra dei tassi variabili, costringilo a doppi turni, tripli lavori e tagli progressivi al suo tenore di vita. Distribuisci i dividendi ai possessori dei titoli e poi, quando il tizio andrà in bancarotta, poco male: che si faccia avanti il prossimo working poor afflitto da un salario reale in caduta libera fin dai tempi di Carter.
Applicando questa procedura le grandi banche d'affari americane hanno convinto migliaia di operatori finanziari a comprare questi titoli, al tempo stesso bollenti e patinati.
Fondi cinesi, russi, giapponesi e pure tanti istituti europei hanno fatto incetta di subprime, rassicurati dall'idea che un pezzettino di rischio per ciascuno non avrebbe fatto male a nessuno. Ma le cose non stavano così. Lo strozzinaggio su larga scala aveva le sue crepe, che si sono trasformate in voragini man mano che i pezzetti di rischio andavano cumulandosi, che i potenziali lavoratori da incravattare andavano esaurendosi, e che le garanzie poste alla base di quei debiti cominciavano a perdere di valore. Il risultato finale è che i massimi finanzieri di Wall Street potrebbero a questo punto esser seduti su una montagna di crediti che valgono carta straccia. E non si capisce chi pagherà adesso la corrispondente montagna di debiti che essi hanno contratto con il mondo. Una situazione, questa, che avrà inevitabili effetti a catena: basti pensare ai contratti di copertura del rischio di cambio che il Ministero del Tesoro italiano ha lungamente contratto con Lehman per la collocazione di titoli pubblici sulla piazza americana, e che ora rischiano di non poter essere onorati.



Siamo insomma di fronte alla ennesima, contraddittoria torsione del capitalismo deflattivo del nostro secolo. Da tempo questo sistema impone a tutti i paesi del mondo una politica di schiacciamento dei salari e della domanda interna, e li costringe a cercare sbocchi commerciali all'esterno dei propri confini. Gli Stati Uniti hanno agito per anni da spugna assorbente, domandando ben al di là di quel che potevano acquistare. E questo non certo in virtù di una politica di alti salari, ma al contrario grazie a una spaventosa esplosione di spese finanziate con debiti, che negli ultimi tempi hanno coinvolto anche e soprattutto la classe lavoratrice. Con il diffondersi delle insolvenze tra i lavoratori il sistema è andato in stallo, e adesso si prevedono due diverse vie d'uscita. La prima è quella "capitalistica pura": si lasciano le banche al proprio destino, le più fragili ed esposte falliranno o verranno assorbite, e assisteremo a una ulteriore accelerazione del processo in corso di centralizzazione dei capitali mondiali in poche mani. Questa soluzione trova però un ostacolo nel fatto che gli assetti proprietari e di controllo del capitale finirebbero per subire un vero e proprio terremoto. Per esempio, la finanza asiatica sembra esser tra le poche attualmente in grado di ricapitalizzare gli istituti bancari, soprattutto americani ma in parte anche europei. Non sarebbe certo la prima volta, beninteso, ma in questa occasione l'intervento necessario ai salvataggi potrebbe rivelarsi di tali proporzioni da rendere inevitabile l'ingresso dei cinesi nelle stanze dei bottoni di Wall Street e della City, dalle quali sono stati finora tenuti accuratamente alla larga. Ecco allora che alcuni guru della finanza statunitense ed europea iniziano a levare alte le voci sul pericolo di una recessione globale, e sul rischio conseguente di una reazione neo-protezionista. La diffusione di queste paure verte su un preciso obiettivo strategico: spianare la strada a una soluzione "assistita", ossia basata su un intervento pubblico che permetta di scaricare sui contribuenti occidentali il peso dei rifinanziamenti bancari e che eviti eccessivi scossoni negli assetti di controllo. Quello che suscita maggiori preoccupazioni, comunque, è che in entrambi i casi il sistema scaricherebbe il peso dell'aggiustamento sulle spalle dei lavoratori e delle categorie sociali più deboli: o attraverso la recessione e la disoccupazione, o tramite un aumento dei carichi fiscali sul lavoro e delle iniezioni di liquidità pubblica a sostegno del capitale privato in crisi, oppure ancora attraverso una combinazione intermedia delle due soluzioni. Nella storica emergenza in atto, insomma, i lavoratori restano al tempo stesso la variabile residuale per eccellenza, pressata sul piano economico e silente sul piano politico. Un paradosso, questo, dal quale non si uscirà né a breve né in modo necessariamente pacifico.


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