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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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29 marzo 2011

Perchè Germania e Italia hanno andamenti divergenti ?

Nel trattare dell’ipotesi di Emiliano Brancaccio relativamente alla possibilità che le economie di Germania ed Italia possano nel futuro divergere in maniera sempre più rilevante, andrebbe spesa qualche parola sul perché c’è stata questa divergenza. Brancaccio e altri appartenenti alla scuola post-keynesiana sottolineano il ruolo della politica tesa all’aumento delle esportazioni da parte della Germania ed all’aumento del rapporto tra produttività e costo unitario del lavoro in Germania. La tesi è condivisibile ma va ulteriormente articolata. Ci preme in questa contingente riflessione sottolineare alcune cose :

 

La Germania con la Merkel è più esposta all'estero...

 

1.      L’Italia nel 1996 presentava una percentuale dei consumi delle famiglie sul Pil del 62,8%, mentre la quota dei consumi collettivi era del 17,3% e gli investimenti ammontavano al 17%. La bilancia commerciale era in attivo del 3%. Nel 2009 i consumi delle famiglie erano scesi al 59%, i consumi collettivi erano saliti al 20%, mentre gli investimenti sono saliti al 21%. La bilancia commerciale è sostanzialmente in pareggio, anche se nel 2008 era in passivo dello 0,2%. Il reddito procapite PPA è sceso da 76 del 1996 a 67,5 del 2009 (con gli Usa come riferimento a 100). La crescita del Pil da +2,9% del 1996 è scesa a +2% nel 2000 e a +1,2% nel 2001. Nel 2005 l’incremento è stato dello 0%, mentre con la crisi si è scesi sino a -0,2%. Le ragioni di scambio con la Germania sono passate da un sostanziale pareggio del 1996 (nel senso che il 19% delle nostre esportazioni era verso la Germania, mentre il 19,2% delle nostre importazioni proveniva dalla Germania) ad un peggioramento per cui il 12,8% delle nostre esportazioni è verso la Germania, mentre il 16% delle nostre importazioni proviene dalla Germania. Possiamo interpretare questi dati dicendo che una prima grande flessione si è avuta con l’entrata nel sistema dell’euro, in quanto la conseguente impossibilità di svalutazione della nostra moneta ha peggiorato le nostre ragioni di scambio (non a caso da un +2,9% nel rapporto tra export ed import del 1996 si è scesi ad un +1,2% del 2001). A ciò si è aggiunto il fatto che la diminuzione dei consumi  (delle famiglie e collettivi) dall’80,1% del Pil al 78,1% ha finanziato l’aumento degli investimenti dal 17,3% al 18,6%.  Questi investimenti però sono stati effettuati aumentando fortemente le importazioni (dal 20,1% del Pil al 27,2% del 2001) e dunque peggiorando le nostre ragioni di scambio (appunto da +2,9% del 1996 a +1,2% del 2001). Infine l’impatto delle crisi del 2000-2001 e del 2007-2009 ha ulteriormente indebolito la posizione delle nazioni europee già svantaggiate. L’ingresso nell’euro ha evidenziato le debolezze del nostro sistema economico che prima erano nascoste dalla possibilità di svalutazione della moneta. Al tempo stesso lo spostamento della ricchezza prodotta dai salari ai profitti ha diminuito i consumi interni e peggiorato ulteriormente le nostre ragioni di scambio.

2.      La Germania invece che nel 1996 aveva solo un risicato attivo commerciale dello 0,7% (sempre in rapporto al Pil), manteneva comunque i consumi complessivi più bassi (nell’ordine del 77% del Pil) a vantaggio degli investimenti (nell’ordine del 22,5% del Pil) che, pur pesando sulle importazioni, hanno comunque dato slancio alle esportazioni al punto tale che la bilancia commerciale del 2008 ha registrato un attivo equivalente a +7% (in rapporto al Pil, cioè le esportazioni equivalevano al 46,9% del Pil, mentre le importazioni equivalevano al 39,9% del Pil). La percentuale dei consumi sul Pil è rimasta più o meno inalterata sino al 2006. Con la crisi c’è stata una riduzione percentuale dei consumi delle famiglie dal 58,9% del 2006 al 56% del 2009 e questo tutto a vantaggio delle esportazioni e degli investimenti. Questi ultimi però sono scesi al di sotto del 20% e si può prevedere che la Germania nei prossimi anni non avrà lo slancio che ha avuto nel corso del primo decennio del terzo millennio. C’è da aggiungere che, seppure la Germania abbia migliorato le proprie ragioni di scambio con alcuni paesi europei, essa ha migliorato la propria bilancia commerciale soprattutto inserendosi nei mercati extraeuropei (le esportazioni verso l'UE25 erano il 63,9% del totale nel 2005, mentre quelle verso l'UE27 sono il 63,3 % del totale nel 2009), per cui sarebbe possibile mantenere un attivo della bilancia commerciale pur riequilibrando l’eccessivo sbilancio nei rapporti con gli altri paesi dell’unione europea.

 


21 marzo 2011

Uno standard retributivo europeo secondo Emiliano Brancaccio

L’articolo di Emiliano Brancaccio su uno standard retributivo europeo è l’ultimo contributo sinora dato da questo giovane economista che con sagacia ed acutezza cerca di ricostruire una concezione economica per la sinistra radicale, sintetizzando elementi della scuola post-keynesiana e della tradizione marxista.

In questo articolo Brancaccio nota che sembra oggi molto ingenua la concezione di Blanchard e Giavazzi per i quali l’ampliamento degli squilibri commerciali tra paesi europei sia un sintomo virtuoso della maggiore integrazione finanziaria della zona euro. Sembra infatti prendere quota un’altra lettura per la quale la crisi dell’unità europea non deriva solo da finanze pubbliche sbilanciate, ma ad uno squilibrio nei rapporti di debito e credito tra i paesi della UE.

Esiste cioè una profonda asimmetria tra economie forti ed economie deboli dell’area,  asimmetria che determina surplus crescenti per la Germania a fronte di deficit commerciali sistematici per i paesi periferici dell’UE. Tale squilibrio può essere una minaccia per la futura tenuta dell’unione monetaria.

 

 

 

La causa di questi squilibri potrebbe essere una divergenza tra i costi del lavoro per unità prodotta tra i vari paesi dell’unione. L’economista Charles Wyplosz ha respinto questa spiegazione dicendo che il cambiamento relativo del costo unitario del lavoro della Germania (anche se è vero che i salari sono cresciuti pochissimo rispetto alla produttività) non ha quasi mai superato i 10 punti percentuali. Data la bassa elasticità delle bilance commerciali ai costi del lavoro, Wyplosz conclude che le variazioni di questi ultimi sono state troppo modeste per rientrare tra le determinanti principali degli squilibri intra-europei.

Brancaccio però osserva che, se il problema consiste nel verificare la robustezza della zona euro di fronte all’eventualità di nuovi attacchi speculativi, allora si deve tener presente che gli operatori sui mercati finanziari elaborano le loro strategie anche alla luce degli andamenti attesi delle principali variabili economiche. Dunque si dovrebbe tener conto non solo degli squilibri commerciali già registrati, ma anche dei fattori che possono concorrere ad accentuarli ulteriormente in futuro.

Guardando alla proiezione delle tendenze in atto per gli anni futuri, la divaricazione tra i costi unitari del lavoro assumerebbe ben presto dimensioni eccezionali. In particolare, il costo unitario del lavoro in Germania diminuirebbe, mentre ci sarebbero incrementi estremamente accentuati in Irlanda, Spagna, Italia, Grecia e Portogallo. Probabilmente si genereranno divari di competitività senza precedenti con una mezzogiornificazione delle periferie europee, con desertificazioni produttive e migrazioni di massa.

Vi è chi ritiene questa eventualità una conseguenza logica del processo di centralizzazione dei capitali europei che è in atto da tempo e della connessa tendenza all’egemonizzazione tedesca dell’Europa.

Per Brancaccio il secondo limite dell’analisi di Wyplosz verte sul fatto che egli esamina le divergenze tra i costi unitari guardando soltanto ai loro effetti sui prezzi relativi e quindi sulla competitività dei paesi della zona euro. Egli cioè trascura il fatto che i mutamenti nei costi monetari unitari possono avere implicazioni anche sui margini di profitto e quindi sulla distribuzione del reddito. Se in Germania il costo monetario del lavoro per unità prodotta si riduce può accadere che le imprese tedesche decidano di ridurre i prezzi ma può anche darsi che scelgano di aumentare i margini di profitto. Se si fa questa seconda scelta, la quota salari si riduce e la quota profitti aumenta. Poiché la propensione al consumo sui salari è più alta della propensione al consumo sui profitti, si verificherà in Germania un calo della domanda e delle importazioni e quindi un ulteriore aumento del surplus commerciale tedesco.

Si può contrastare questa tendenza ? Quale meccanismo può arrestare l’ampliamento della forbice tra i costi ? Attualmente in Europa vige ancora l’idea che il mercato da solo sia in grado di correggere spontaneamente gli squilibri. Si esorta ad accrescere ulteriormente nei paesi più deboli la flessibilità del mercato del lavoro e ad abolire ciò che resta dell’indicizzazione dei salari. Brancaccio però commenta che questo inseguimento della Germania nella corsa al ribasso dei costi non ha né può mai attenuare gli squilibri, ma al massimo può far piombare l’Europa in un uova recessione.

Brancaccio perciò propone uno standard retributivo europeo e cioè l’obbligo dei paesi membri dell’unione europea a garantire una crescita delle retribuzioni reali (includendo beni e servizi collettivi garantiti dallo stato sociale) almeno uguale alla crescita della produttività del lavoro. In questo modo s’interromperebbe la caduta della quota salari in Europa e si eliminerebbe la tendenza recessiva che da essa consegue. Al di sopra della crescita minima lo standard legherebbe la crescita delle retribuzioni reali agli andamenti delle bilance commerciali : i paesi caratterizzati da surplus commerciale sistematico dovrebbero essere indotti ad accelerare la crescita delle retribuzioni rispetto alla crescita della produttività, al fine di contribuire all’assorbimento degli avanzi con l’estero. I paesi nei quali gli andamenti del rapporto tra retribuzioni reali e produttività fossero divergenti rispetto allo standard dovrebbero essere sottoposti a sanzioni.

Brancaccio conclude che la sua proposta di standard retributivo segue la lezione keynesiana secondo cui la crisi può essere scongiurata solo se il peso del riequilibrio commerciale viene spostato dalle spalle dei paesi debitori a quelle dei paesi creditori, attraverso un espansione della domanda da parte di questi ultimi, più che una contrazione da parte dei primi.

In questo contesto l’interesse generale dell’unità europea coincide con l’interesse complessivo e convergente dei lavoratori, siano essi tedeschi, italiani o greci, nonostante la divergenza tra i rispettivi costi unitari del lavoro.

Per quanto riguarda l’attuabilità politica di questa riforma, Brancaccio la subordina alla sua assunzione da parte delle sinistre europee ed al suo collegamento con le iniziative già esistenti sul salario minimo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


13 marzo 2011

Mazzetti : il denaro è il padre dell'individuo

E’ vero che, per Marx, nel rapporto sviluppato di scambio, gli individui alienano se stessi, ma ciò va inteso in termini ben diversi rispetto al modo idealistico-romantico in cui i critici in questione lo interpretano. Si tratta infatti di una alienazione che, sul piano storico, è positiva e necessaria, senza la quale non sarebbe cioè neppure immaginabile la stessa produzione dell’umanità dell’uomo la quale non appare mai in Marx come un qualcosa di storicamente prodotto.

 

 

 

Il rapporto di denaro è dunque un rapporto produttivo, in quanto produce gli individui in quanto tali. Essa pone concretamente i singoli uno di fronte agli altri come entità separate e fa ergere di fronte a tutti la ricchezza prodotta come un qualcosa di meramente oggettivo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


12 marzo 2011

Mazzetti : necessità dell'astrazione mercantile

Nel rapporto di denaro gli individui si presentano come soggettivamente indifferenti l’un l’altro, sono spogliati di ogni reale contenuto di vita, sono diventati individui astratti

Ma, dice Marx, proprio per questo e solo per questo, essi sono messi in condizione di entrare come individui in collegamento tra loro. Prima di affermarsi su scala significativa del rapporto mercantile, non si può sostenere che gli individui sono realmente individui.

 

 

Essi non sono infatti in alcun modo riconducibili ciascuno ad una propria autonoma soggettività. Ognuno è ciò che è nella determinata collocazione sistemica che lo definisce parte, non scomponibile, del tutto. Le relazioni, pur presentandosi come relazioni personali, non appaiono come relazioni individuali, come rapporti tra soggetti distinti e separati gli uni dagli altri, che elaborano la propria socialità attraverso la mediazione di una reciproca indipendenza

 

 


24 gennaio 2011

Mazzetti : gli individui astratti del mercato

Quanto più si espande il mondo dei rapporti mercantili, tanto meno il soggetto stesso è in grado di esprimere immediatamente una determinata manifestazione di sé nell’ambito del suo processo riproduttivo. Nel momento in cui si stabiliscono legami di scambio con estranei, gli individui comunitari si limitano a cedere alcuni dei loro prodotti in cambio di prodotti altrui. Gli oggetti stessi si presentano così spogliati di qualsiasi proprietà personale. Il rapporto personale che essi mediano cade al di fuori della relazione che essi instaurano. Ha luogo cioè uno svuotamento di soggettività nel senso che l’individuo non esprime più immediatamente, nel rapporto riproduttivo che pratica, la particolarità personale della quale è portavoce.

 

 

La particolarità stessa, l’individualità decade così a fatto privato, ad articolazione socialmente muta, che può eventualmente farsi valere in sfere diverse da quelle che ora, assumendo la forma del mero scambio di cose, appare come dimensione economica. Il mondo economico si contrappone così agli individui come realtà oggettiva. Esso è da essi separato e non costituisce più un prolungamento immediato del loro essere. Il soggetto trasforma il proprio ambiente in un mondo di cose e rapporti in cui la sua natura di essere comunitario recede sino a scomparire del tutto.

Nel rapporto di denaro gli individui si presentano come soggettivamente indifferenti l’un l’altro, sono spogliati di ogni reale contenuto di vita, sono diventati individui astratti

 


10 gennaio 2011

Galbraith : la retorica dell'azionariato popolare

Un’altra truffa  consiste nel tentativo di attribuire alla proprietà, agli azionisti e ai sottoscrittori di obbligazioni un ruolo quale che sia nel governo dell’impresa. Avendo il capitalismo lasciato il posto al management più burocrazia, si attribuisce alla proprietà (soprattutto quella dispersa tra tanti azionisti) una rilevanza fittizia.

 

In questo caso l’inganno ha aspetti ritualizzati : una è il consiglio di amministrazione, selezionato dal management, pienamente subordinato al management, ma ascoltato in quanto voce degli investitori. Consiste in un certo numero di uomini, con l’aggiunta doverosa di qualche donna,la cui conoscenza dell’impresa può anche essere nulla. Il ruolo dei suoi membri è di semplice assenso. In cambio di una retribuzione e di qualche buffet, i consiglieri accettano di essere periodicamente informati dal management sul già deciso e l’universalmente noto. L’approvazione è data per scontata, compresi gli emolumenti dei dirigenti, decisi dai dirigenti stessi.

 


19 dicembre 2010

Galbraith : la retorica della libertà di scelta

E’ un dato di fatto che i media e i politici esercitino nelle campagne elettorali un’opera di persuasione sugli elettori. Grandi somme sono stanziate a questo scopo, tutt’altro che di nascosto. Ma è ai consumatori, non agli elettori, che si rivolgono le ancor più vaste, costose e sofisticate tecniche di persuasione legate alla gestione del mercato. Nemmeno l’abbinamento a notiziari e programmi di intrattenimento è trascurato, pur di conquistare il favore del potenziale acquirente. Le spese corrispondenti sono considerate normali e contabilizzate come tali. Altrettanto normale è giudicato l’impiego dei migliori e più pagati talenti della musica pop, del cinema e del teatro.

 

 

Per questi professionisti un elevato livello di creatività e compensi altrettanto elevati rappresentano la norma. Non meno dell’elettore ha diritto a diverse opzioni. E alcuni ne approfittano ed adottano uno stile di vita esterno al sistema, che tende ad essere giudicato eccentrico. Ma la possibilità di scegliere e l’uso che se ne fa non diminuiscono, per quanto riguarda il mercato, l’efficacia della persuasione. La teoria e l’insegnamento dell’economia sono ovunque molto lontani dalla realtà, tranne che nelle business school.

 

 

 

 

 

 


18 dicembre 2010

Galbraith : la retorica del consumatore

Cambiare nome al nostro sistema economico è servito a sottolineare la sovranità del consumatore. Parlare di mercato significa affermare che in economia l’ultima parola è di chi ha la facoltà di comprare o non comprare. Ovvero, sia pure con qualche distinguo, è il consumatore a condurre il gioco. Le sue scelte definiscono la curva della domanda. Come le elezioni sanciscono il potere dell’elettore, così nella vita economica la curva della domanda sancisce il potere del consumatore.

 

 

Purtroppo entrambi i termini del paragone celano un non trascurabile risvolto truffaldino.

Nel caso del voto, come in quello dell’acquisto di beni e servizi, esso sta nel sorvolare sulla straordinariamente efficiente e generosamente sovvenzionata capacità di influenzare la capacità di scelta dei cittadini. Soprattutto oggi nell’epoca della pubblicità e della moderna promozione commerciale. Una truffa tollerata dallo stesso insegnamento accademico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


11 dicembre 2010

Galbraith : la retorica del mercato

Il riferimento al mercato come alternativa benevola al capitalismo è una operazione cosmetica, fiacca ed insipida, destinata a coprire una scomoda realtà, quella delle corporation, ovvero di un predominio della produzione capace di manipolare e controllare la domanda. Nelle discussioni e nell’insegnamento dell’economia, questa situazione è praticamente ignorata.

 

Nessuno può dubitare che gli attuali giganti della produzione di beni e servizi siano una forza dominante nell’economia contemporanea. Meno che mai negli Stati Uniti. Ma le allusioni a questo stato di cose sono rare o assenti. Amici e beneficiari del sistema, quando hanno buon senso, preferiscono non attribuire l’autorità ultima alle corporation. Meglio il bonario, vacuo riferimento al mercato

 

 


4 novembre 2010

Schumpeter e Rostow

Schumpeter invece dà all’innovazione tecnica una rilevanza maggiore e dunque contesta le tesi stagnazioniste e nega il ruolo svolto dalla conquista dei mercati esteri nello sviluppo delle economie capitalistiche. Egli ritiene che sia assolutamente gratuito ritenere che le iniziative suscettibili di sostituire le colonizzazioni vengano ad essere inevitabilmente meno importanti quale che sia il significato che si vuole attribuire a questo aggettivo. Al contrario è possibile per Schumpeter che la conquista dell’aria possa avere una importanza superiore a quella dell’India : non bisogna confondere le frontiere economiche con quelle geografiche. Per Schumpeter le analisi marxiste dell’imperialismo sono solo divagazioni perché i grandi gruppi hanno esercitato assai scarsa influenza sulla politica estera ed anzi essi si uniformano alla politica dei loro paesi piuttosto che non determinarla secondo i loro interessi. A suo giudizio sebbene non ci sia da temere una scomparsa delle occasioni di investimento, il capitalismo verrà comunque meno, ma le ragioni sono sociologiche giacchè si tratterebbe della decomposizione della borghesia. Secondo Schumpeter la remunerazione del capitale è essenzialmente la ricompensa delle innovazioni realizzate dagli imprenditori dinamici. Ma il progresso tecnico diviene sempre più il monopolio di specialisti addestrati che lavorano su ordinazione facendo diminuire progressivamente i redditi della borghesia che si ridurranno a salari analoghi a quelli che remunerano le normali mansioni amministrative. Il potere della borghesia diminuirà nella stessa misura dei suoi redditi e sarà così la fine del capitalismo. La tesi di Schumpeter, secondo Denis, deriva dalla tesi del reddito del capitale : se il profitto non è un prelievo sul valore creato dal lavoro e se invece è solo la giusta remunerazione dell’imprenditore che innova, allora è chiaro che la burocratizzazione del processo di innovazione tecnologica deve effettivamente determinare il progressivo venir meno dei profitti.

 

 

W. W. Rostow distingue nell’evoluzione economica e sociale di ogni regione del mondo le seguenti fasi :

·         Società tradizionale

·         Condizioni per il decollo

·         Decollo

·         Progresso verso la maturità

·         Era del consumo di massa

Egli ha lo scopo di stabilire che la storia sociale è sempre la stessa in tutte le parti del mondo ed in tutte le situazioni, sicchè quella attuale si spiega semplicemente in base a determinati scarti cronologici e determinati ritardi che caratterizzano alcune regioni del globo rispetto alle altre. Tale tesi però viene a negare deliberatamente che il progresso degli uni e il ritardo degli altri possano essere dei fenomeni complementari la cui contrapposizione costituisce la caratteristica fondamentale del periodo storico in cui ci troviamo a vivere.

Rostow sull’imperialismo afferma che mentre il colonialismo è praticamente morto, il capitalismo ha conosciuto uno sviluppo straordinario. Secondo Denis però tutto questo non significa che sia finito lo sfruttamento economico dei paesi sottosviluppati. Per convincersene basterà dare uno sguardo alle cifre relative allo sviluppo degli scambi tra zone industrializzate e paesi sottosviluppati.  Del resto, dice Denis, quando Rostow ha descritto l’economia britannica del 1800 ammette il ruolo dell’apertura dei mercati di Cina, Asia ed Africa nella risposta al problema della sovrapproduzione e descrive anche la consapevolezza dei gruppi delle grandi imprese nel vedere nelle colonie una possibilità di salvezza. Per Denis la teoria di Rostow è una ideologia che consente ai gruppi dirigenti dei paesi sottosviluppati di credere in un futuro decollo.

Rostow dichiara che il saggio di sviluppo di un’economia dipende da :

·         La propensione a sviluppare la scienza di base

·         La propensione ad applicare la ricerca scientifica ai fini economici

·         La propensione ad accettare le innovazioni

·         La propensione a ricercare il benessere materiale

·         La propensione a consumare

·         La propensione ad avere figli

Secondo Denis si può riassumere la teoria di Rostow dicendo che per lui il progresso dipende dalla propensione a progredire. Anche le sue raccomandazioni alle nazioni sottosviluppate sono assolutamente vuote in quanto egli afferma di fatto che non c’è progresso perché non si desidera il progresso. La sua ideologia liberista secondo Denis lo porta anche a richiedere un intervento dello stato a livelli minimali.

 

 


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