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20 marzo 2011

Mazzetti : il presente come storia

Se si riconosce che la capacità di produrre le cose come merci e di praticare il rapporto di scambio non è affatto un dato originario, bensì è una conquista storica, ed in quanto tale è una conquista storica, ed in quanto tale rappresenta l’elaborazione di una forza produttiva sociale, è allora aperta anche la via per comprendere come e perché la conquista di una comunità più ampia possa a sua volta concretizzarsi nell’acquisizione di una nuova forza produttiva sociale ed in un nuovo sviluppo. Ed infatti, se non c’è alcun dubbio che attraverso l’elaborazione della capacità di procedere a forme sempre più sviluppate di scambio, gli uomini hanno imparato a produrre la loro vita in un modo che sarebbe risultato inimmaginabile per i loro antenati.

 

 

Se è certo che, senza questo specifico passaggio storico, concomitante all’affermarsi della borghesia come classe dominante, le capacità produttive dei singoli non avrebbero mai potuto essere staccate dagli specifici individui che ne erano portatori per essere poste come forze oggettive appropriabili da tutti. Tuttavia viene spontaneo domandarsi anche se la conquista della capacità di agire come proprietari privati rappresenti il definitivo passaggio ad una compiuta umanità degli esseri umani. E con tale domanda compare il bisogno di verificare se la liberazione dell’individuo dalle limitazioni che hanno contraddistinto la sua attività nel periodo in cui dominavano i rapporti di dipendenza personale si risolva nella liberazione da tutte le limitazioni. In altri termini prende corpo l’esigenza di valutare se il riconoscere che il presente è il risultato di una storia non implichi la conseguente spinta a trattare necessariamente il presente stesso come parte di tale storia.


1 marzo 2010

La teoria della crisi in Adam smith

 

Per Adam Smith capitalistica è un’economia caratterizzata dalla compresenza di tre figure fondamentali : il proprietario fondiario (che è il proprietario delle risorse naturali), il capitalista (che anticipa al lavoratore sia i mezzi di produzione occorrenti al processo produttivo, sia i beni di consumo occorrenti al suo sostentamento fino al momento in cui il prodotto non sia completato) ed infine il lavoratore il quale, non essendo più proprietario dei mezzi di produzione, ha perduto la sua indipendenza e non può vivere in nessun altro modo che lavorando per un padrone, che è appunto colui che gli anticipa mezzi di produzione e mezzi di consumo. Corrispondentemente a queste tre classi, il reddito sociale si divide in tre parti, che sono rispettivamente la rendita, il profitto ed il salario. L’economia capitalistica è considerata da Smith in contrapposizione ad un’economia di singoli produttori indipendenti, proprietari dei mezzi di produzione e perciò dei prodotti che si scambiano reciprocamente nel mercato. Per Smith quest’ultimo tipo di economia è un’economia primitiva.

In Smith inizia la riflessione sulla caduta del saggio di profitto che sarà poi considerata la ragione di fondo del carattere non stabile dell’ordine capitalistico. Il profitto ha una duplice funzione : considerato sotto il profilo del suo ammontare assoluto, esso costituisce il reddito accumulabile per eccellenza e perciò la fonte di gran lunga più importante da cui si trae la ricchezza convertibile in capitale addizionale. Considerato però in rapporto al capitale (ossia come saggio di profitto) il profitto stesso dà la misura del buon esito delle operazioni d’investimento e perciò costituisce, per la classe dei capitalisti, lo stimolo fondamentale all’esecuzione di quelle operazioni. Perciò una caduta del saggio di profitto (che oltre un certo punto comporta anche la diminuzione dell’ammontare assoluto del profitto) da un lato restringe le fonti dell’accumulazione e dall’altro abbassa lo stimolo ad accumulare. Tale caduta perciò comporta l’esaurimento del processo di accumulazione.

Smith pensa che il saggio di profitto debba diminuire in quanto, quando si verifica un afflusso di capitali in un certo settore produttivo, il saggio di profitto di tale settore tende a diminuire in quanto l’aumento dell’offerta fa diminuire il prezzo delle merci prodotte. Dunque se l’aumento del capitale in un settore provoca la caduta del saggio di profitto del settore stesso, l’aumento del capitale nell’intero sistema determina la caduta del saggio generale di profitto.

Claudio Napoleoni dice che questa generalizzazione è in realtà illegittima : basta riflettere al fatto che la ragione per cui, all’aumento del capitale in un certo settore, diminuisce in esso il saggio del profitto è che il prezzo di ciò che questo settore produce diminuisce relativamente agli altri prezzi e quindi ad es. relativamente ai prezzi dei mezzi di produzione impiegati dal settore considerato. Ma se l’aumento del capitale interessa contemporaneamente tutti i settori non si può più parlare di diminuzione relativa dei prezzi e quindi l’effetto sul saggio del profitto non può avere luogo. Tuttavia Smith ha avuto il merito di porre il problema.

 

Interessante l'argomentazione di Smith. La caduta del saggio di profitto diminuisce sia l’accumulazione (ma non sempre) sia la motivazione ad operare per l’accumulazione. In realtà esso agisce forse più su questo secondo aspetto, giacchè provoca una dinamica esponenziale.
C'è tuttavia da porre una serie di questioni : 

La diminuzione dei prezzi equivale ad una riduzione del saggio di profitto ? E se c’è una concomitante riduzione dei costi (l'argomento di Napoleoni)?
E i produttori di mezzi di produzione per non avere una riduzione del saggio di profitto debbono abbassare i salari (con la riduzione del lavoro necessario) ?


5 giugno 2008

Critica del marketing aziendale

 

La progressiva disgregazione di quelle che Jean-François Lyotard ha chiamato le «metanarrazioni» della modernità, cioè le grandi ideologie intorno alle quali si è sviluppata negli ultimi secoli la cultura occidentale, ha aperto uno spazio vuoto in cui ha cercato con successo di inserirsi il marketing aziendale, diventato così il nuovo «grande racconto» sociale. Nel suo tentativo di raggiungere il proprio obiettivo primario - consentire all'impresa di stabilire una sintonia con il consumatore - il marketing ha a mano a mano sviluppato efficaci strumenti operativi, e sebbene oggi stia attraversando una crisi culturale e teorica, continua tuttavia a funzionare molto bene perché si pone soprattutto come ideologia pragmatica.
Il marketing non impone infatti valori o comportamenti, come facevano le ideologie della modernità, ma si preoccupa solo di consentire all'impresa di raggiungere meglio il consumatore. Nel momento dunque in cui il mercato, sotto la spinta del crescente dominio esercitato dal pensiero liberista, sostituisce lo Stato come principale forza regolatrice della società, ecco che il marketing assume il ruolo di paradigma di riferimento per tutti gli ambiti della società. In questo suo continuo dilagare sul piano sociale, il marketing ha determinato naturalmente una crescente diffusione anche dei propri principali strumenti operativi, a cominciare dal concetto di target.
Le imprese infatti segmentano ormai da parecchi anni i mercati perché pensano che sia possibile semplificarne la complessità suddividendo l'insieme dei consumatori in raggruppamenti più piccoli, ognuno dei quali può essere considerato uno specifico bersaglio (target, appunto) di mercato da raggiungere. Tale operazione rappresenta per le imprese la premessa indispensabile per l'individuazione dei segmenti più adatti ai propri prodotti e costituisce di conseguenza uno strumento efficace dal punto di vista economico, in quanto consente di non disperdere le risorse aziendali, che possono essere così concentrate su un unico obiettivo.
Si pone invece in una prospettiva critica Remo Bassetti, direttore della rivista culturale Giudizio universale, in un recente volumetto uscito per Bollati Boringhieri ed esplicitamente intitolato Contro il target (pp. 125, euro 12). L'idea centrale di Bassetti è che sia necessario mettere in discussione questo concetto soprattutto perché esso rappresenta uno strumento conservatore. Una volta definito il gruppo sociale al quale ci si vuole rivolgere, infatti, si tende abitualmente a considerarlo uguale a se stesso, dunque a fossilizzarlo e congelarlo. In realtà, la società muta continuamente e di conseguenza mutano anche i gruppi sociali. Per le imprese il rischio è di perdere di vista i cambiamenti in corso nel mercato e di essere dunque emarginate da quest'ultimo.
Ma quello che interessa a Bassetti, assai più che le conseguenze per il mondo delle imprese, sono gli effetti sociali determinati dall'applicazione del concetto di target da parte dei principali ambiti della società. I quotidiani, per esempio, si sono generalmente costruiti un pubblico su misura, al quale cercano di riconfermare in continuazione le sue opinioni. Ne consegue dunque che non c'è più uno scambio di idee, quello scambio che rappresentava il motore del dibattito democratico all'interno delle società moderne. Ci sono tanti mondi separati e non comunicanti, tanti target autonomi e felici. E ciò vale anche nel campo della politica, dove analogamente lo scopo primario dei partiti non consiste più nel rappresentare le istanze di particolari gruppi sociali, ma nell'individuare un target e nel riproporre agli elettori che ad esso appartengono le opinioni di cui già sono convinti.
In una prospettiva temporale di lungo termine, i sistemi di «targettizzazione» attualmente adottati potranno probabilmente andare incontro a difficoltà crescenti perché le società si differenziano sempre di più, dal momento che le aspirazioni e gli stili di vita individuali e sociali si moltiplicano. Questo vale ovviamente anche nel campo dei consumi, dove si assiste non solo a un incremento dei target, ma anche a una progressiva articolazione al loro interno. In altre parole, ci si trova cioè sempre più spesso davanti a consumatori infedeli, a consumatori che possono appartenere a tribù di consumo differenti e che transitano di continuo tra molteplici prodotti e tra i flussi di comunicazione ad essi relativi.
Secondo Bassetti, questo fenomeno non intacca fondamentalmente il meccanismo della segmentazione, perché già oggi le grandi marche hanno reagito, rivolgendosi a più target contemporaneamente. E anche Internet, all'interno di questa analisi, non potrà mettere in crisi il funzionamento del meccanismo del target: potenzialmente, infatti, le particolari modalità di funzionamento della Rete potrebbero rendere difficili lo sviluppo delle relazioni con i gruppi sociali e il tradizionale processo di costruzione dell'identità attivato da parte degli individui - potrebbero cioè produrre instabilità e nomadismo, identità multiple e fittizie. Ma a tutt'oggi, nota Bassetti, questo non è ancora avvenuto. Almeno finora la Rete si limita semplicemente a spingere verso un aggiornamento degli strumenti di definizione del target, che ora vengono costruiti anche tenendo conto dei comportamenti tenuti dagli individui durante la navigazione.
Bassetti però non si limita a una critica del concetto di target ma nell'ultimo capitolo del libro propone di dare vita a una strategia di «detargettizzazione», indicando fra l'altro alcune linee-guida in tale senso. E a questo proposito fornisce l'esempio di due ambiti già oggi estranei al dominio dal target: la metropolitana e i link di Internet. Prospettive stimolanti, di fronte alle quali è però necessario chiedersi se e come sia effettivamente possibile sostituire qualcosa a quel concetto che sembra funzionare così bene per aziende e organizzazioni sociali di varia natura.

Vanni Codeluppi


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3 luglio 2007

Marx : produzione di merci e divisione del lavoro

 

La merce ha un duplice aspetto, di valore d’uso e di valore di scambio.

Date due diverse merci, un abito e 10 braccia di tela, l’abito è valore d’uso che soddisfa un bisogno particolare per produrlo. Occorre un determinato genere di attività produttiva determinata dal suo fine, dal suo oggetto, dai mezzi impiegati, dal risultato effettivo.

Da questo punto di vista il lavoro viene  considerato in rapporto al suo effetto utile.

Allo stesso modo che abito e tela sono valori d’uso qualitativamente differenti, a loro volta i lavori che ne procurano l’esistenza (sartoria e tessitura) sono anch’essi qualitativamente differenti. Se non ci fossero queste differenze, non ci potrebbe essere comparazione tra merci : un abito non si scambia con un abito identico.

Nell’insieme dei diversi valori d’uso, si presenta un insieme di lavori utili differenti e cioè una divisione sociale del lavoro. Essa è condizione di esistenza della produzione di merci, mentre la produzione di merci non è condizione della divisione  del lavoro : nell’India antica il lavoro è diviso socialmente senza che i prodotti diventino merci. Inoltre in una fabbrica il lavoro è diviso, ma tale divisione non deriva da uno scambio di prodotti tra operai.

Solo prodotti di lavori privati autonomi e indipendenti stanno a confronto l’uno con l’altro come merci.


 

Marx qui sembra seguire Aristotele anche se la causa formale è sparita, mentre la causa efficiente è implicita (il lavoro?), la causa materiale è l’oggetto, mentre compare il risultato effettivo che in Aristotele è implicito (è ciò che è causato). Queste differenze indicano una scansione storica ? Cosa è cambiato ?

Inoltre Marx giustamente considera la divisione del lavoro qualcosa che non dipende dallo scambio, ma che attiene all’organizzazione del lavoro tout court. Eppure l’avvento di un altro modo di produzione dovrà mettere in questione anche la divisione del lavoro….

 


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