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12 febbraio 2009

Tonino Bucci : intervista a Edoardo Sanguineti. Confindustria, scuola e meritocrazia

 

Addio ugualitarismo, viva la meritocrazia. Questo sarebbe lo slogan più efficace per riassumere il condensato filosofico di un inserto pubblicato sul giornale di Confindustria, Il Sole 24 Ore. «Appare tramontata un'idea egualitaristica sul lavoro: nei suoi confronti primeggia nettamente un orientamento volto a garantire pari opportunità a tutti in fase di partenza, poi però ciascuno deve darsi da fare autonomamente. Gli fa eco un atteggiamento meritocratico, mentre una visione egualitarista sul lavoro raccoglie poco più della metà dei consensi». Queste righe accompagnavano a titolo di commento i risultati di un sondaggio sui lavoratori dipendenti e sulla rappresentazione che questi hanno della loro professione (rapporto nazionale della Fondazione Nord Est). E, accanto all'essaltazione del merito e alla rottura delle tutele, non poteva mancare un attacco alla rappresentanza sindacale, dipinta come uno degli aspetti più vischiosi al cambiamento. Ci sono, in questi rapidi cenni, i capisaldi di una filosofia aziendalista, l'unica che le classi dirigenti mostrano d'avere dinanzi alla crisi economica. Si può riassumere così: dal collasso dell'economia reale si esce soltanto smantellando il sistema di regole e tutele universali dei lavoratori, a partire dal contratto nazionale. Come se una volta eliminata l'uguaglianza dei diritti potessero liberarsi i meriti personali. D'incanto si sprigionerebbe la creatività dei lavoratori e la produttività schizzerebbe in alto. "Meritocrazia" è una brutta bestia. E' la parola magica che ha accompagnato tutte le controriforme degli ultimi anni. Non a caso, anche la cosiddetta "riforma" della scuola trova la giustificazione ideologica nel voler smantellare un'università che non "premia i migliori". E quale sarebbe una scuola meritocratica? Una scuola dove per uno che passa, un altro non ce la fa. Una scuola improntata, per l'appunto, al modello azienda e a uno schema di competizione che si risolve in un gioco a somma zero: io vinco se tu perdi. La meritocrazia - che sia riferita al mondo del lavoro o a quello scolastico è lo stesso - è tutta ripiegata sulla dimensione individuale dove la misura del proprio successo è determinato dalla sconfitta altrui e viceversa. E' il contrario della cooperazione, tanto del sapere come impresa collettiva quanto del lavoro come opera sociale. Sta di fatto che negli ultimi anni la parola "meritocrazia" ha scavato nell'immaginario ed è entrata nel senso comune come l'unica ricetta possibile a un paese come l'Italia notoriamente afflitto da clientelismi e corporazioni. A Edoardo Sanguineti, scrittore, critico letterario e intellettuale storico della sinistra italiana, abbiamo chiesto di tracciare un percorso tra i termini della questioni, a partire dalla crisi economica e dall'invisibilità del lavoro per arrivare alla trasformazione delle università in fondazioni private.



Ogni volta che spunta una controriforma - si tratti dello smantellamento della scuola o delle tutele contrattuali del lavoro - salta fuori la filosofia della meritocrazia. E anche nel senso comune è passata l'idea che l'ugualitarismo, cioè la garanzia di diritti universali, sia sinonimo di piattume e depressione. Ma è proprio questa la via d'uscita alla crisi economica?

E' un vecchio problema. Il diritto formale borghese è fondato su questo principio: la legge sia uguale per tutti e poi vinca il migliore. Se vivessimo nel paese della cuccagna o in uno Stato dove non ci fossero distinzioni di classi, potremmo anche starci. Ma il guaio del diritto formale è proprio quello di prescindere dalle divisioni sociali ed economiche che in ultima istanza decidono delle nostre esistenze concrete. Se davvero tutti partissero alla pari la legge funzionerebbe splendidamente. Ma se invece c'è una parte della società che può permettersi di mandare i figli a frequentare l'università all'estero e un'altra no, se una parte può curarsi nelle migliori cliniche e all'altra questa possibilità è preclusa e via così di esempio in esempio, è evidente che c'è una condizione di ingiustizia. Sarebbe molto bello, per restare in tema di università, se tutti gli atenei funzionassero sul modello della Normale di Pisa. Lì si accede per concorso, quindi in base al merito. La Normale è un vero campus, si ha diritto a vitto e alloggio e si ha la possibilità di frequentare con agio tutti i corsi. Ma altra cosa è la trasformazione degli atenei in fondazioni private in concorrenza tra loro - che mi pare il principio ispiratore della riforma universitaria. La libertà di uno studente di scegliere l'università migliore è una libertà solo formale, sulla carta. Non tutti possono permettersi di andare a studiare in un'altra città e di sostenere il costo di una stanza vista la speculazione degli affitti nelle città universitarie. Si può filosofeggiare quanto si vuole sul merito e sulla bellezza delle fondazioni private, ma se non hai una famiglia che ti sostenga alle spalle non c'è nessuna libertà di scegliere l'università migliore.

Questa meritocrazia assomiglia molto alla competitività modello aziendale. Qualcuno vince perché c'è un altro che perde. E' la ricetta confindustriale: mettere i lavoratori in guerra tra loro. Non è così?

Abbiamo una Costituzione fondata sul lavoro che tutela chi produce. Ci stiamo allontanando da quella Carta. Si capisce che Confindustria invochi in nome degli interessi imprenditoriali il criterio del merito ma questo non è possibile in una situazione di ineguaglianze sociali. In questa società cominciano a essere in dubbio persino i diritti fondamentali a partire da quello della casa. Per anni le banche hanno comprato pezzi intere di città e hanno prestato denaro con molta disinvoltura fino al punto di strangolare le persone con l'innalzamento dei tassi dei mutui. Il risultato è la concentrazione della ricchezza nelle mani delle banche. Si può dire, senza forzature, che tutta la nazione sia ormai improntata al modello aziendale. L'azienda-Italia, per l'appunto. Ma la meritocrazia che sta al fondo di questa mitologia della produttività è il contrario della concorrenzialità. E', piuttosto, la via maestra al monopolio e alla concentrazione. Da un lato, calano gli investimenti e chiudono le fabbriche, dall'altro, aumentano gli sportelli bancari.

La crisi non è solo finanziaria ma colpisce anche l'economia reale. Scomparirà la decantata società dei ceti medi?

Sarà che sono un vecchio materialista storico ma mi pare che si restringe la base sociale della piccola borghesia. Il conflitto si restringe fra una élite di iperricchi e una massa di sventurati in difficoltà. La globalizzazione ha esportato in tutti i paesi precariato e instabilità dell'esistenza. Tutto il resto è mitologia. Tra questi due poli la piccola borghesia è schiacciata ed è destinata a sparire assieme a tutte le fantasie su una ipotetica terza forza. Non dimentichiamo che da questo gruppo sociale sono venuti in gran parte gli insegnanti delle scuole, di quelle elementari e medie soprattutto. La crisi della scuola è legata anche alla crisi d'identità di ceti medi e piccola borghesia. Anche quelli che una volta si chiamavano colletti bianchi non possono chiamarsi fuori dall'insicurezza generale. Anche un direttore di banca può essere spedito da un momento all'altro a dirigere una filiale in un'altra città abbandonando patria e famiglia. E se non accetta entra in esubero.

Nel senso comune è passata l'idea che l'uguaglianza opprime la libertà e impedisce a chi è creativo di emergere. Basta con le tutele per tutti i lavoratori e basta con la scuola uguale per tutti. Non è questo il messaggio predominante?

Continuo a fare riferimento alla Costituzione. L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. A me piace dire che il lavoro è la condizione centrale nella vita di ognuno. Fin da bambini compiamo un lavoro gigantesco per passare dalla condizione "naturale" a una condizione sociale che è la premessa per l'integrazione nella vita produttiva. Oggi l'etica del lavoro e l'universalismo dei diritti sono messi a dura prova. Quel che accade nella scuola è sintomatico. Pensiamo alla spinta del Vaticano perché lo Stato finanzi scuole private cattoliche. E' una filosofia che contraddice il principio costituzionale di una una scuola pubblica per tutti indipendentemente da provenienze sociali e culturali. E' come se proponessimo scuole elementari comuniste o rivendicassimo la presenza di insegnanti comunisti. Sempre per rimanere sul terreno dell'istruzione, un altro elemento che smantella il sistema dell'ugualitarismo è il conflitto tra dimensione nazionale e istanza regionalistica. D'accordo che le scuole abbiano l'autonomia di decidere il calendario di apertura e chiusura in base a esigenze locali, ma altra cosa è modificare i programmi nazionali. C'è una parcellizzazione dell'insegnamento, una regressione alle storie locali, si inventano genealogie che risalgono all'età della pietra. A tutto questo si aggiunge la precarizzazione degli insegnanti.

Da un lato c'è l'esaltazione dell'inglese, dall'altro andiamo verso una scuola chiusa sul localismo e le piccole patrie. Nella circolare Gelmini che sta per arrivare negli istituti scopriamo che scompare la seconda lingua comunitaria.Come sarà la scuola del futuro?

Mio dio, dove troveremmo tutti questi insegnanti per l'inglese? E poi quale inglese, quello che si parla in Australia o in Canada? Abbiamo già tante difficoltà per stabilire qual è l'italiano, se sia quello della televisione o degli sms o che altro. C'è poi questa visione utopica che sarebbero le famiglie a dover scegliere l'orario e se vogliono l'insegnante unico o no. Ma la verità è che le loro richieste non potranno essere garantite perché gli istituti non hanno né personale né risorse a sufficienza. A prevalere, al di là dei principi dichiarati, saranno i tagli. La crisi economica comincia a far sentire gli effetti anche a partire dalla scuola. E nella società si scatenerà una corsa al lavoro, quale che sia, non importa quanto bassa sarà la retribuzione. Questo significa che non vengono privilegiati i lavori qualificati o creativi, come ci raccontano. Un laureato, quando va bene, si accontenta di fare il custode in un museo. Magari in attesa di vincere un dottorato di ricerca. In questa situazione si sceglie di disinvestire e smantellare scuole e università. Questo sistema economico non ha bisogno di formare laureati. Il peggio è che queste politiche si ammantano del termine "riforma" che un tempo era una parola di sinistra. I conservatori oggi si presentano come innovatori.


7 luglio 2008

La cazzata della meritocrazia

 

Checché ne dicano quelli che fiutano sempre attacchi alla scienza e alla razionalità, la Dialettica dell'illuminismo di Theodor W. Adorno e Max Horkheimer è un grande libro.
Qui mi interessa ricordare che allo stesso blocco metaforico della luce appartiene, come l'illuminismo, il «contesto di accecamento» a cui ricorreva Adorno per indicare le situazioni in cui nessuno vede, per esempio nessuno vede gli orrori che si consumano, è il caso di dire, sotto gli occhi di tutti.
È qualcosa di diverso dall'ideologia, dalla falsa coscienza, dall'omertà o dalla complicità volontaria: è una cecità consona ad una situazione totale, nella quale un dissenziente assume le fattezze di una colpevole bizzarria o di una mostruosa anomalia.
All'accecamento vien fatto di pensare da quando è entrato nelle chiacchiere politiche quotidiane lo zelo meritocratico, con il corredo francamente ridicolo di ministri che minacciano di sguinzagliare le loro truppe a caccia di fannulloni e di mangiapane a tradimento, affinché dopo il repulisti emergano i veramente meritevoli. Già, meritevole: il lemma non è sfuggito al «Breve lessico dell'ideologia italiana» di Marco D'Eramo (in M. Bascetta - M. D'Eramo, Moderato sarà lei, manifestolibri).
Un lemma inquietante
L'aggettivo impazza senza incontrare resistenze, e i guai si moltiplicherebbero se scendesse in campo il «demerito». Non è inquietante, intanto, che si dica spesso che uno la tale disgrazia se l'è «meritata»? Ma non è il caso di infierire. Non si pretende che i politici, prima di appellarsi alla ricetta meritocratica, si ricordino del fatto che il più elementare dei legami sociali, l'amore, è per sua natura irrimediabilmente immeritato e immeritabile, e che di qui nasce la sua prossimità all'infelicità e finanche alla tragedia: per la semplice ragione che appartiene alla sfera del dono e della grazia, non a quella del merito. Né si chiede loro di districarsi nei labirinti teologici che fanno del «merito» un concetto complicatissimo e uno dei grandi misteri di ogni teoria della giustizia distributiva.
Ma qualcosa di politicamente ravvicinato si può dire. I furbacchioni che non perdono occasione per invocare la scure meritocratica sono convinti di promuovere la differenziazione, l'individualismo, la guerra senza quartiere contro le ammucchiate securitarie e parassitarie, l'abbattimento dell'egualitarismo piatto e monocromatico. Insomma, si sentono corifei della modernità contro le stagnanti paludi del passato.
Santa ingenuità: la gerarchizzazione meritocratica non farebbe altro che resuscitare fantasmi premoderni, rituali di piaggeria e di autogestione nell'entourage del re (a suo tempo descritti da Norbert Elias), corsa all'accaparramento della benevolenza del capo (magari a cottimo), ruffianeria schiavile, prostituzione quotidiana della dignità. Un tripudio della corte e del corteggiamento, altro che modernità.
Come vuole la moda di oggi, il cannibalismo ci sarebbe, ma tra gruppi, consorterie, parrocchie, corporazioni. Anche per muovere all'arrembaggio bisogna coprirsi le spalle. Sarebbe, come nel puritanesimo meritocratico americano, una festa dei poteri lobbistici. Quis iudicabit nell'attribuzione dei meriti, se non l'arbitrio e l'arroganza del feudatario di turno, stante anche l'auspicata scomparsa dell'orridamente garantista contratto collettivo?
Non sarà che i meritevoli coincidono con gli obbedienti? I paradossi e gli autogol, poi, non si contano. Lo zelo è alleato della gelosia, di cui è anzi la radice etimologica, per cui l'invenzione di meriti socialmente superflui diventerà - è facile pronosticare - un mestiere gettonatissimo. È del tutto evidente che in molti settori lavorativi la capacità di coordinamento delle forze e un efficace agire cooperativo valgono più di mille competizioni, che potrebbero anzi alterare in peggio equilibri che abbiano dato buona prova di sé.
Il vertice dell'autodistruttività si registra, tanto per cambiare, nel sistema di istruzione. Poiché la logica del pubblico è ormai impopolare, viene messa in conto la ricerca di finanziamenti esterni che, anche quando non sono direttamente privati, sono comunque estranei alla dotazione dei fondi ordinari. Ma il supporto finanziario aggiuntivo scatta solo a fronte di una graduatoria di merito, il cui punteggio è dato in buona misura dalla quantità di soggetti smaltiti (diplomati o laureati).
Affinché la febbre agonistica possa dispiegarsi nelle zone alte, tra istituti scolastici o tra sedi universitarie, bisogna allentare la tensione nelle zone basse ed evitare ogni severità selettiva: scacciata dal piano terra, la meritocrazia emigra ai piani alti delle strutture educative, i cui feticci istituzionali, impegnati come sono nella questua, non vedono più nemmeno all'orizzonte le vere esigenze formative.
I danni culturali
Fin qui i danni materiali, quelli simbolico-culturali sfuggono anche ad un censimento sommario. È un dato antropologicamente insormontabile la tendenza degli esseri umani a razionalizzare come meriti acquisiti il bottino di guerra o i colpi di fortuna: un palazzinaro non si autointerpreta come un grassatore di strada, ma come un abile imprenditore, un broker senza scrupoli vede nello specchio un geniale navigatore nei mari del capitale finanziario. La logica dei diritti interviene non come figlia della contrattazione sociale, ma come sanzione dell'esistente, e si può esser certi che questo è il marchio di autenticità di tutto ciò che si può pensare come premoderno.
Alcuni insegnanti delle scuole medie inferiori e superiori mi suggeriscono questa domanda: sarà proprio vero che la carriera senza sussulti (anche retributivi) dell'insegnante è stata finora l'effetto della sopravvivenza di una muffa antica? E se invece fosse l'immagine di nicchia di un futuro razionale, una volta che fossero venuti meno l'accecamento e le relative ubriacature?

(Bruno Accarino)


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