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7 agosto 2010

Come e perchè il presidente Usa ordinò l'uso di ordigni nucleari su Hiroshima e Nagasaki

Non è ancora l'alba del 6 agosto 1945, quando un quadrimotore B-29 che si chiama "Enola Gay" (dal nome della madre del pilota, il ventinovenne Paul W. Tibbets) si alza in volo da Tinian, un'isoletta delle Marianne; ha a bordo 12 uomini di equipaggio e un unico ordigno bellico: è "Little Boy", il "Ragazzino", la prima bomba atomica creata sulla terra. Sarà sganciata da lì a poche ore - precisamente alle ore 8,15'17"- su una città del Giappone destinata a diventare funestamente nota, Hiroshima.
A 600 metri dal suolo "Little Boy" esplode; dopo 7 secondi il silenzio è rotto da un tuono assordante: 30.000 persone muoiono sul colpo, altre 40.000 periranno nei due giorni successivi, tutti gli edifici nel raggio di tre chilometri sono distrutti, una colonna di fumo si alza lentamente a forma di fungo fino a 17 mila metri dal suolo, inizia a cadere una pioggia viscida, i fiumi straripano. Missione compiuta. Alle 14,58 ora locale, il B-29 di Tibbets è di ritorno, atterra regolarmente a Tinian. La storia del mondo è stata segnata in modo indelebile.
Ma perché la Bomba è stata lanciata? La domanda è ancora di interessante attualità. Molto, moltissimo si è scritto infatti sugli effetti di "Little Boy", ma pochissimo sulle cause che hanno portato quel bombardiere ad alzarsi in volo col suo specialissimo strumento di morte.
6 agosto 1945, bisogna sottolineare la data. La guerra in Europa è finita e vinta, il Terzo Reich è sconfitto in Francia e in Italia, a est la controffensiva sovietica ha liberato la Polonia e in marzo preme su Berlino; il 30 aprile Hitler si suicida. L'unico paese belligerante resta il Giappone che, nonostante le sconfitte subite, continua a impegnare duramente l'esercito Usa.
Il 17 luglio di quello stesso fatale 1945, si apre a Postdam la conferenza tra i vincitori della guerra in Europa, attorno al tavolo per discutere i nuovi assetti del mondo siedono Churchill, Stalin e Truman; Roosevelt è infatti morto pochi mesi prima, il 13 aprile. E' già stata firmata la carta dell'Onu, e i buoni rapporti tra i tre Grandi sembrano prefigurare un futuro di pace e armonia tra le potenze dominanti. Ma non è così liscio e pacifico come sembra all'apparenza. Infatti già si allunga l'ombra della Guerra Fredda (il discorso di Fulton, quando Churchill per la prima volta inventa la "cortina di ferro", è di appena otto mesi dopo, il 10 marzo 1946).
Nel corso della conferenza (l'annotazione è dello stesso Churchill) improvvisamente l'umore di Truman cambia: da affabile e condiscendente nei riguardi di Stalin, da un certo punto in poi si fa arrogante e imperativo. Scrive Churchill in persona: «Si scagliò contro i russi, affermando che certe loro richieste non potevano essere accettate e che gli Stati Uniti si sarebbero assolutamente opposti».
Quella repentina "virata" di Truman aveva una causa precisa: nasceva infatti da un telegramma che il suo segretario particolare gli aveva appena consegnato, sette parole in tutto: «Il bimbo è nato in modo soddisfacente». La frase in codice significava questo: il 16 luglio 1945 la prima bomba atomica della storia dell'uomo era stata fatta esplodere in una zona desertica del New Mexico. L'esperimento era pienamente riuscito. Un'arma dalla potenzialità distruttiva sin allora inimmaginabile cadeva adesso in mano americana. Dopo quel telegramma, Truman è diventato l'uomo più potente del mondo e anche l'Urss se ne deve rendere conto. E subito.
Del resto, la Bomba è costata uno sforzo colossale. A Los Alamos, dove una comunità di scienziati (tra i quali Fermi, Oppenheimer, Szilard, Compton, Lawrence) lavora alla costruzione della bomba atomica, sono impegnati 125 mila uomini, mentre l'investimento finanziario in campo bellico degli States passa dagli 8.400 milioni di dollari del '41 ai 100 mila milioni dell'anno dopo; il solo "progetto Bomba" (portato avanti in gran segreto, solo Inghilterra e Canada ne sono a conoscenza) è costato più di due miliardi di dollari. La Bomba era nata. Ora bisognava usarla. Truman non esita.
A Postdam, nel corso della stessa conferenza, Stalin informa il presidente Usa che il Giappone ha chiesto la pace; ma il presidente Usa se ne infischia. C'è la Bomba. E la Bomba deve essere sganciata per mettere in ginocchio il Giappone, ma soprattutto per dimostrare al mondo intero, e specialmente a Stalin, la inarrivabile potenza Usa.
Passano solo otto giorni. Il 24 luglio Truman ordina di sganciare; se "Little Boy" del 6 agosto su Hiroshima non basta, il 9 agosto è pronta "Fat Man"su Nagasaki; e quante altre ancora, parola di Truman. Dopo la seconda bomba, Il Giappone è costretto alla resa e accetta tutti i punti imposti dall'ultimatum di Postdam; in cinque mesi, per gli effetti delle esplosioni e delle radiazioni, moriranno 300 mila persone. Truman è soddisfatto.
Il suo annuncio radiofonico, il 6 agosto 1945, così incomincia: «Sedici ore fa un aereo americano ha lanciato una bomba su Hiroshima, importante base dell'esercito giapponese. Questa bomba possedeva una potenza superiore a quella di ventimila tonnellate di trinitrotoluolo. Si tratta di una bomba atomica. La forza da cui il sole trae energia è stata lanciata contro coloro che hanno provocato la guerra in Estremo Oriente».
Okey. Quando gli comunicano i dati della catastrofe provocata dalla Bomba, la sua frase è: «E' il più grande giorno della storia». Per poi aggiungere: «Siamo in grado di aggiungere che usciamo da questa guerra come la nazione più potente del mondo. La nazione, forse, più potente di tutta la storia». Conseguentemente (radiodiscorso trasmesso il 9 agosto 1945) aggiunge: «Se il Giappone non si arrenderà, sganceremo altre bombe». Il fine giustifica i mezzi, si giustifica: le Bombe, dice, «servono a risparmiare la vita di 500.00 soldati americani».
Ma non è vero, quello di Truman è un messaggio falso, basato su dati falsi. Lo smentiscono ad esempio i rapporti dello Stato Maggiore. Essi dicono che il Giappone aveva già chiesto la pace e che l'esercito nipponico si sarebbe arreso «entro l'anno» senza bisogno di bombe atomiche o di invasioni via terra. E dicono anche che le previsioni di eventuali attacchi di terra già programmati contro il Giappone, «danno perdite non superiori a 40 mila uomini», non i 500 mila di cui parla il presidente.
L'apparizione della terrificante arma apre drammatici interrogativi tra gli scienziati. Ma anche ai massimi vertici militari il dissenso sull'uso dell'atomica è significativamente vasto. A cominciare da Eisenhower, all'epoca comandante generale dell'esercito Usa. E' contrario nettamente: primo, perché i giapponesi erano pronti alla resa; e, secondo, perché gli ripugnava l'idea che gli americani fossero i primi a utilizzare la terribile Bomba. E scrive a Truman: «Se un'arma simile dovesse essere utilizzata, nessuno poi sarebbe in grado di controllarla».
E sono contrari parecchi membri dello Stato Maggiore. L'ammiraglio W. D. Leahy espresse così il suo no: «Personalmente ero convinto che usare per primi la bomba atomica significasse adottare uno standard etico non dissimile da quello dei barbari del medioevo». E Basil Henry Liddel Mart, storico e critico militare: «Gli Alleati non avrebbero avuto alcun bisogno di impiegare la bomba atomica. Con i nove decimi del naviglio mercantile affondato o fuori uso, le forze aeree e navali paralizzate, le industrie distrutte e le scorte di viveri in rapida diminuzione, il Giappone era già condannato, come ha ammesso lo stesso Churchill». Di identico tenore il rapporto dello Us Strategic Bombing Survey; e l'ammiraglio King, comandante in capo della marina da guerra Usa, dal canto suo affermò che «il solo blocco navale sarebbe bastato a costringere i giapponesi alla resa. Bastava aspettare».
Con il bombardamento di Hiroshima, scrive Camus all'epoca, «la nostra civiltà tecnica ha raggiunto il suo apice di barbarie». E Mauriac: «La Terra non resisterà a questo genio della distruzione, a questo amore della morte spinto fino all'ossessione, a questa bomba che il presidente Truman, con infernale ostensione, tiene levata su un mondo che fino a ieri credeva solo nella materia». 


Perchè allora il presidente americano ha agito e agito con una fretta così ingiustificabile? Lo spiega, lo stesso Liddel Hart: «Con la bomba gli Usa non avrebbero più avuto bisogno dei russi, la fine della guerra giapponese non dipendeva più dall'immissione delle loro armate, la richiesta dell'Urss di partecipare all'occupazione del Giappone poteva essere respinta».
Chiaro. Le vittime sono giapponesi, il destinatario è Stalin.
Il lancio della Bomba può essere considerato il primo atto della Guerra Fredda
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7 agosto 2010

Tommaso di Francesco : “Il potere nucleare. Storia di una follia da Hiroshima al 2015”

 (Articolo del 2003, ma ancora attuale)

In una realtà dominata dalla “verità televisiva”, il potere nucleare non si vede, sta bunkerizzato nel sottosuolo, o in orbita o sotto i mari. Eppure è il potere che può cancellare l'umanità dalla faccia della terra. A riaccendere i riflettori su di esso è il libro di Manlio Dinucci Il potere nucleare - Storia di una follia, da Hiroshima al 2015, con prefazione di Giulietto Chiesa (Fazi Editore, pp. 243, euro 12,50).
A distrarre dalla concretezza del pericolo atomico – premette l’introduzione – sono le “armi di distrazione di massa” usate ogni giorno nel bombardamento mediatico dei cervelli. Tra queste, la campagna che dagli Stati uniti è arrivata in Europa secondo la quale, con il crollo del Muro di Berlino nel 1989 e la fine dell'Unione sovietica nel 1991, era finalmente "scoppiata la pace" per il genere umano. Genere umano o America? Viene da pensare alle parole del 1996 di Bill Clinton nella vittoriosa campagna elettorale per la rielezione: "Abbiamo vinto la guerra fredda, non c'è più un missile nucleare puntato su una città americana, su una famiglia americana, su un bambino americano". Ma, ricorda Manlio Dinucci, a contribuire alla sottovalutazione del pericolo della "bomba", particolarmente tra i nuovi movimenti e nella sini-stra, è oggi anche la teoria, esposta in Impero da Michael Hardt e Antonio Negri, secondo la quale ormai "né gli Stati uniti, né alcuno Stato-nazione costituiscono attualmente il centro di un progetto imperialista", così che "la storia delle guerre imperialiste, interimperialiste e antimperialiste è finita. La storia si è conclusa con il trionfo della pace. In realtà siamo entrati nell'era dei conflitti interni e minori": di conseguenza "la guerra nucleare tra Stati sovrani è un'eventualità inconcepibile", dato che "la minaccia suprema della bomba ha ridotto qualsiasi guerra ad un conflitto limitato, a una infinita guerra civile, a una guerra sporca ecc.". Anche così si è continuato a diffondere l'illusione che ormai la minaccia di guerra nucleare sia scomparsa e che, quindi, non sia necessario mobilitarsi per scongiurarla. 



Completamente diversa e fondata la tesi del libro di Dinucci, che rappresenta – quanto a ricchezza di materiali e fonti – il primo documento ragionato della storia del nucleare militare e insieme l'aggiornamento dei dati che riguardano questo pericolo nelle crisi del presente. Esso ricostruisce la storia della corsa agli armamenti nucleari dalla fine della seconda guerra mondiale ai nostri giorni, ponendola sullo sfondo degli eventi che segnano il passaggio dalla guerra fredda al dopo guerra fredda, soprattutto di quelli che precedono e seguono l’11 settembre, poiché è attraverso tali eventi, in cui il governo statunitense svolge un ruolo fondamentale, che si rilancia la corsa agli armamenti nucleari e cresce di conseguenza la possibilità di una guerra nucleare.
"È questo – scrive Giulietto Chiesa nella prefazione – un libro prezioso sotto molti aspetti, ma soprattutto perché, attraverso un’analisi precisa, puntuale, esauriente, ci racconta la struttura, le coordinate, i postulati del pensiero geopolitico (e implicitamente ci descrive la statura politica, culturale e morale) degli occupanti del “ponte di comando” dell’Impero. Tutto ciò va ben oltre il riesame organico e complessivo dello “stato dell’arte” in materia di armi atomiche e di strategie nu-cleari, che pure è l’asse centrale del lavoro. [...] Questa offensiva planetaria dell’Impero è cominciata prima dell’11 settembre. Molto prima. I materiali raccolti in questo lavoro lo documentano in modo impressionante e, io credo, definitivo".
Quel che è accaduto, nel passaggio dall'epoca della guerra fredda al dopo guerra fredda, e dall'11 settembre a oggi, ci dice che – terminato il periodo della corsa agli armamenti tra i due blocchi contrapposti, nel quale proprio l'equilibrio del terrore nucleare impediva o allontanava di fatto la possibilità di una deflagrazione reale – si è passati alla fase in cui gli Stati uniti d'America, rimasti l'unica superpotenza sul pianeta, non hanno eliminato né ridotto come avrebbero dovuto il proprio arsenale nucleare, ma lo hanno ristrutturato per le nuove esigenze. Contemporaneamente, vista la fine dell’"impero del male", hanno azzerato o rimodellato i trattati. Parte integrante di questa strategia sono state la prima guerra del Golfo e quella contro la Jugoslava, conflitti in cui l'uranio, anche se impoverito, è tornato di scena. Per arrivare alla "guerra preventiva" e infinita, prima afghana e poi, per la seconda volta, irachena nelle quali la supremazia del potenziale militare e la "necessità" di un suo uso sempre più distruttivo e penetrante hanno riportato d'attualità la nuova tecnologia delle "piccole" bombe atomiche. Soprattutto dopo che nel Senato Usa la lobby del Pentagono ha cancellato il 20 maggio del 2003 la legge Spratt-Furse che proibiva la ricerca e lo sviluppo di armi nucleari di bassa potenza. "Siamo di fronte ad una seconda era nucleare" titolava il New York Times alla vigilia della conferenza tenuta nel Comando strategico Usa il 6 agosto 2003, sotto la supervisione del consigliere alla sicurezza Condoleezza Rice, allo scopo di mettere a punto una "nuova generazione di armi nucleari di bassa potenza".
Ricorda Dinucci: "Il Doomsday Clock – l'orologio dell'autorevole rivista americana Bullettin of the Atomic Scientists che dal 1947 mostra, in base alla situazione internazionale a quanti minuti siamo dall'apocalittica mezzanotte della guerra nucleare – nel 1980 indicava 7 minuti a mezzanotte, con la fine della Guerra fredda, nel 1991, la lancetta è tornata indietro a mezzanotte meno 17. Dopo, contrariamente a quanto ci si aspettava, ha ripreso ad andare avanti: 14 minuti a mezzanotte nel 1995, 9 nel 1998, 7 nel 2002: la stessa del 1980".
E così Hiroshima e Nagasaki non sono il nostro passato, ma il nostro futuro, e quella che fu l'iconografia del dottor Stranamore di Kubrick sembra moltiplicarsi di fronte al disordine mondiale che è sotto i nostri occhi. Visto anche il fatto che l'attuale presidente statunitense Bush, ben prima dell'11 settembre, ha cancellato tutti i trattati internazionali che impedivano la proliferazione di armi nucleari "tattiche"; che i centri di potere nucleari dal 1945 in poi e per effetto di quell'orrore si sono decuplicati, fino all'emergere di nuove potenze nucle-ari più o meno nascoste – vedi Israele che tiene in scacco le capitali del Medio Oriente con i propri missili nucleari puntati, ma tutti fanno finta di nulla. E visto soprattutto il fatto che dopo l'ancora sconosciuta dinamica terroristica dell'11 settembre – che sembra arrivata proprio a giustificare l'aggressività e la legittimità di un nuovo dominio imperiale del mondo – la teoria e la pratica della guerra infinita prevede il first strike sferrato anche con armi nucleari e solo di fronte ad una minaccia alla sicurezza americana. Questo sta scritto nel documento del Pentagono Nuclear Posture Review Report del gennaio 2002, e questo viene praticato dai comandi strategici Usa, con l'obiettivo dichiarato di proteggere gli interessi strategici degli Stati uniti, a partire dalle fonti petrolifere de-cisive, e gli alleati, anche per "ridurre il loro stimolo a dotarsi di armi nucleari" (sic).
Tutto, nel libro Il potere nucleare, è documentato. Con u-n'attenzione anche all'immateriale presente nella "bomba", che nelle parole del presidente Truman, il 7 agosto 1945, il giorno dopo Hiroshima e il giorno prima del massacro di Nagasaki, è "la forza da cui il sole trae la sua energia"; che, nel lessico dei documenti attuali del Pentagono, diventa l’arma dotata di "proprietà uniche", la quale permette agli Stati uniti di "esporre a rischio una serie di bersagli che sono importanti per il conseguimento degli obiettivi strategici e politici". Così il nucleare militare disegna la nuovissima strategia americana, ossessionata dall'emergente dinamismo economico, politico e militare dell'Asia, in particolare della Cina, unica vera pericolosa bipolarità potenziale, economica e militare, come sottolinea il documento Global Trend 2015 (Tendenze globali al 2015), scritto dal National Intelligence Council americano e diffuso nel dicembre del 2000. Dopo l'11 settembre 2001, la guerra in Afghanistan, con il conseguente inse-diamento di Hamid Karzai a Kabul, porta le truppe americane a controllare non solo le linee strategiche degli oleodotti dell'area, ma ad insediare basi militari in tutte le ex repubbliche asiatiche dell'Urss, in Tagikistan, Uzbekistan, Kazakistan e Turkmenistan. Ciò provoca perfino un riposizionamento delle forze nucleari russe. Allo stesso modo, la guerra disastrosa e a tutti i costi all'Iraq ha prodotto l'effetto, tutt'altro che collaterale, che oggi ogni paese in crisi aperta con gli Stati Uniti – Corea del Nord e Iran in primis – preferisce averle “davvero” le armi nucleari e di distruzione di massa.
Scrive Dinucci: "Stracciati i trattati che costituivano l’indispensabile base di un processo di disarmo, smantellati i pilastri del diritto internazionale, affossata l’autorità delle Nazioni unite, iniziata la conquista territoriale attraverso l’occupazione prima dell’Afghanistan e quindi dell’Iraq, varata la strategia della guerra “preventiva” contro chiunque possa mettere in discussione la supremazia statunitense, este-si i preparativi di guerra nucleare dalla terra allo spazio, l’amministrazione Bush ha ormai aperto tutti i possibili scenari. Si è creata, per un effetto domino, una situazione internazionale caratterizzata da crescente instabilità e imprevedi-bilità, nella quale l’unica certezza è quella dei rapporti di forza. Dal pericoloso “equilibrio del terrore”, instauratosi all’epoca del confronto tra le due superpotenze, si sta così passando a un ancora più pericoloso “squilibrio del terrore”, originato dal tentativo dell’unica superpotenza, rimasta sulla scena mondiale, di accrescere il proprio vantaggio su tutti gli altri, sia nel campo degli armamenti convenzionali ad alta tecnologia, sia in quello degli armamenti nucleari. Si svolge così, sotto la cappa del segreto militare, la nuova corsa agli armamenti che rende il rischio di guerra nucleare molto più reale di quanto fosse nel periodo della guerra fredda".
Tale crescente pericolo, sottolinea l’autore, non è percepito neppure dai movimenti per la pace, che, anche nei momenti di più forte mobilitazione contro le guerre, perdono quasi sempre di vista il fatto che le armi nucleari, grazie alle loro "proprietà uniche", vi svolgono comunque un ruolo impor-tante e che tali conflitti preparano il terreno a un loro futuro uso. Occorre, in tale situazione, rilanciare il movimento anti-nucleare, con l’obiettivo della completa messa al bando delle armi nucleari. Un compito non facile, ma irrinunciabile. A tal fine occorre anzitutto diffondere le informazioni necessarie a comprendere che, con la nuova e ancora più pericolosa corsa agli armamenti nucleari, è in gioco la sopravvivenza stessa dell’umanità. Occorre allo stesso tempo far leva sull’aspirazione alla democrazia reale, alla giustizia sociale, che si fa sentire ovunque in modo sempre più forte.
Il potere nucleare, quintessenza del potere verticistico politico e mili-tare, è l’antitesi della democrazia, la negazione dei più ele-mentari diritti umani. È il potere esclusivo, chiuso, segreto, che esercita il diritto di vita o di morte su tutti noi, che brucia enormi risorse nella corsa agli armamenti, sottraendole ai bi-sogni fondamentali dell’umanità e accrescendo così gli squi-libri socioeconomici e ambientali su scala globale. La lotta contro questo potere, conclude Dinucci, è la via obbligata attraverso cui passa ogni scelta per l’avvenire.


7 agosto 2010

Angelo Baracca : se 65 anni dall'atomica vi sembran molti

 

Sono passati 65 anni da quel 6 agosto - quando l'aviazione militare degli Stati uniti sganciò una bomba atomica sulla città giapponese di Hiroshima (tre giorni dopo una seconda bomba ha colpito Nagasaki), sul finire della Seconda guerra mondiale. Era la prima arma atomica della storia umana, e la minaccia nucleare non è scomparsa. Le promesse di Obama all'inizio del suo mandato aprirono grandi speranze, ma dopo un anno e mezzo i risultati concreti sono deludenti. Il presidente americano ha riallacciato il dialogo diretto con la Russia e riportato nell'agenda politica le parole disarmo nucleare.
Ma l'estenuante anno di trattative con Mosca testimonia più di ogni altra cosa le forti resistenze e le difficoltà, politiche e militari, interne e internazionali, che si frappongono sul cammino dell'eliminazione di queste armi. I risultati di queste trattative e l'ottava Conferenza di Riesame del Trattato di Non Proliferazione (Tnp) hanno disegnato il «nuovo» regime di non proliferazione per i prossimi anni. Il guaio è che esso non mostra differenze sostanziali da quello «vecchio».
Tensioni esplosive
La minaccia delle armi nucleari non si riduce alla loro consistenza numerica. Le tensioni con la Russia, che Bush aveva portato al parossismo, sono notevolmente diminuite. Ma in Asia rimangono esplosive: l'andamento disastroso della guerra in Afghanistan si intreccia con i rischi di implosione del Pakistan; un attacco militare all'Iran innescherebbe processi incontrollabili; ritornano venti di guerra nella penisola coreana. L'ombra del nucleare incombe minacciosa su queste crisi, come su un eventuale confronto militare tra India e Pakistan: chi pensa di poter dormire sonni tranquilli per una guerra così lontana, legga un articolo pubblicato su Le Scienze di marzo, che prevedeva milioni di morti e un «inverno nucleare» che potrebbe portare alla fame due miliardi di persone!
Ma non meno allarmante è l'escalation militare senza precedenti in corso con lo sviluppo dei sistemi di difese antimissile, un salto militare paragonabile solo all'introduzione dei missili balistici intercontinentali negli anni '60. I russi ne sono, giustamente, terrorizzati, e questa è stata la principale materia del contendere nel frustrante anno di trattative: hanno cercato inutilmente di inserire nel nuovo trattato Start (Strategic Arms Reduction Treaty) norme che limitassero questi sviluppi, ma gli Usa non hanno sentito ragioni, e Mosca si è riservata il diritto di recedere dal trattato qualora questi sviluppi divengano troppo minacciosi.

La manutenzione delle testate

Forse è da vedere qui uno dei motivi per la ridicola riduzione degli arsenali nucleari delle due potenze: 1.550 testate strategiche operative per parte (ma perché non 1.500?) per il 2017, mentre il Trattato di Mosca in vigore ne prevede 1.700-2.200, ma nel 2012. Il punto è che un sistema efficiente di difese antimissile a molti strati fornirebbe al paese che lo detenga una superiorità militare tale da necessitare di un numero molto inferiore di testate (la cui manutenzione è anche molto cara): a poco vale ragionare che probabilmente questo sistema non avrà un'efficienza del 100 % nel distruggere missili attaccanti, chi si arrischierebbe di... andare a vedere? La contromisura più efficace è disporre di un arsenale nucleare e missilistico sovrabbondante: ecco perché la Russia non può sguarnirsi più di tanto, e il numero di testate intatte nel mondo supera le 22.000 (12.000 la Russia, 9.600 gli Usa, quasi un migliaio gli altri Stati; e alcuni «trucchi» nello Start consentirebbero, se necessario, un reimpiego).



Sempre più terribili innovazioni
La verità agghiacciante è che le guerre dilagano e utilizzano mezzi tecnologici e innovazioni sempre più terribili, che moltiplicano le vittime civili: dai droni senza pilota, comandati da una base nel Nevada (ma Sigonella giocherà un ruolo fondamentale nel sistema di comunicazione militare), ad armi di nuova generazione (si accumulano le prove delle conseguenze dell'attacco a Falluja).
Le armi nucleari incomberanno a lungo, finché ci saranno sarà per usarle. Gli Usa mantengono una riserva al first use (altrimenti, perché non eliminarle?) contro chi, a loro giudizio, violi il regime di non proliferazione (l'Iran, ma non Israele, né l'India!).
L'impegno della Conferenza del Riesame - unico risultato concreto - di promuovere per il 2012 una Conferenza per liberare il Medio Oriente da armi nucleari e di distruzione di massa, è contraddetto dal rinnovato impegno di Washington di garantire l'infame copertura dell'arsenale di Israele. L'accanimento verso l'Iran tradisce intenzioni ben diverse da quelle dichiarate di impedire che sviluppi la bomba, dal momento che l'accordo con Brasile e Turchia per arricchire all'estero l'uranio è stato sprezzantemente scartato, anche se era solo un primo passo.
I programmi di rilancio del nucleare civile, per quanto velleitari, diffonderebbero ulteriormente la tecnologia nucleare dual-use, i pericoli di proliferazione, le scorie radioattive.
E quando le armi nucleari verranno finalmente smantellate ci lasceranno in eredità ulteriori quantità di materiali fissili, che manterranno i rischi di proliferazione. Il nucleare, militare e civile, è il moderno «fuoco di Prometeo» sottratto alla natura: la sua chiusura definitiva non verrà mai troppo presto.


16 marzo 2010

Manlo Dinucci e Tommaso Di Francesco :Obama torna sotto lo Scudo

Ormai è certo: gli Stati uniti installeranno in Europa un nuovo «scudo» antimissili. Si chiarisce dunque che il presidente Obama ha rinunciato al piano Bush, ma ne vara uno suo e anche questo fortemente contrastato dalla Russia. Come sono andate le cose, lo ha spiegato sul New York Times il segretario alla difesa Robert Gates, passato dall'amministrazione Bush a quella Obama. Fu lui, nel dicembre 2006, a raccomandare che gli Usa installassero 10 missili intercettori in Polonia e un megaradar nella Repubblica Ceca. Sempre lui, nel settembre 2009, ha raccomandato a Obama di scartare il piano Bush ma solo per sostituirlo con uno «più adatto». Precisando: «Stiamo rafforzando, non cancellando, la difesa missilistica in Europa».


Nella prima fase, completata nel 2011, gli Usa dislocheranno in Europa missili intercettori Sm-3 a bordo di navi da guerra. Nella seconda, operativa verso il 2015, installeranno una versione potenziata di questo missile, con base a terra, nell'Europa centrale e meridionale. Romania e Bulgaria si sono già messe a disposizione. In Polonia è in corso l'installazione di una batteria di missili Patriot, gestita da una squadra di 100 soldati Usa, nella città baltica di Morag, a circa 50 km dal confine con la Russia. Arriveranno quindi gli Sm-3 a bordo di navi Usa, dislocate nel Mar Baltico e, successivamente, i missili potenziati con base a terra. Il radar fisso, che avrebbe dovuto essere installato nella Repubblica ceca, verrà sostituito da un più efficiente sistema basato su aerei, satelliti e sensori terrestri. Anche l'Italia, con tutta probabilità, ospiterà missili e componenti dello «scudo» Usa. Lo conferma indirettamente lo stesso Gates, quando parla della loro installazione nell'Europa meridionale. L'Italia ha aderito allo «scudo» con un accordo sottoscritto dal governo Prodi nel febbraio 2007.
Lo «scudo» antimissili che gli Usa vogliono installare in Europa è un sistema difensivo od offensivo? Basta pensare a due antichi guerrieri che s'affrontano, uno armato di spada, l'altro di spada e scudo. Il secondo è avvantaggiato, può attaccare e colpire parando con lo scudo i colpi. Se un giorno gli Stati uniti riuscissero a realizzare uno «scudo» antimissili affidabile, disporrebbero di un sistema non di difesa ma di offesa: sarebbero in grado di lanciare un first strike contro un paese dotato anch'esso di armi nucleari, fidando sulla capacità dello «scudo» di neutralizzare l'eventuale rappresaglia. Proprio per questo Usa e Urss avevano stipulato nel 1972 il Trattato Abm che proibiva tali sistemi, ma l'amministrazione Bush lo affossò nel 2002. Ora Obama ha annunciato l'intenzione di ridurre l'arsenale nucleare Usa negoziando un nuovo trattato Start con la Russia, ma ha ribadito che gli Usa manterranno un «sicuro ed efficiente deterrente nucleare». Eppure, solo poche settimane fa, sei paesi europei, tra cui Belgio e Germania hanno chiesto agli Usa di smantellare le atomiche americane dall'Europa. È questa la risposta? E, secondo gli analisti del New York Times, la strategia che verrà enunciata nel prossimo Nuclear Posture Review prevede il ricorso al first strike, anche contro paesi non dotati di armi nucleari ma che abbiano armi chimiche o biologiche.
A Washington ripetono che lo «scudo» in Europa non è contro la Russia, ma fronteggerà la minaccia iraniana. Per Mosca invece è l'acquisizione americana di un decisivo vantaggio strategico. È infatti chiaro che il nuovo piano prevede un numero maggiore di missili dislocati ancora più a ridosso del territorio russo. Inoltre, saranno gli Usa a controllarli, nessuno potrà sapere se sono intercettori o missili per l'attacco nucleare. E ora, con i nuovi sistemi aviotrasportati e satellitari, il Pentagono potrà monitorare il territorio russo molto più efficacemente. Lo «scudo», che la Russia intende contrastare con «metodi adeguati e asimmetrici», non servirà quindi - come dichiara Gates - a proteggere il territorio europeo, in cui sono dislocati 80mila soldati Usa, creando una «Europa più sicura». Viceversa provocherà nuove tensioni, giustificando un ulteriore rafforzamento della presenza militare Usa in Europa.


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8 giugno 2007

Divido io scegli tu

Putin: "Posso scegliere io dove mettere i missili ? "
Bush: "Bravo, così sappiamo pure dove esportare la democrazia..."


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