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5 agosto 2008

Il colosso petrolifero cinese taglia il 5% per cento della forza lavoro

 Caro petrolio, quanto ci costi. Un calo dei profitti del 31,5% nei primi quattro mesi, per un totale di circa 3,4 miliardi di euro di perdite (30% in meno di utili), dicono le cifre in rosso della più grande azienda produttrice di gas e di petrolio cinese, la China National Petroleum Corporation (Cnpc). Per fronteggiare la crisi attuale la compagnia ha così deciso di effettuare drastici tagli, secondo una formula ormai collaudata un po' ovunque. Secondo quanto riferito da Jiemin Jiang, direttore generale della compagnia petrolifera cinese, durante una riunione annuale di dirigenti della società (e riportato poi dal China Daily), il piano di contenimento dei costi significherà una riduzione del 5% del personale nei prossimi tre anni. Tradotto ancora in numeri si parla di 80.000 posti di lavoro in meno. «Quest'anno la società si trova di fronte a profondi cambiamenti, sia del mercato interno che esterno», diceva Jiang qualche giorno fa all'agenzia stampa Xinhua. L'attività di estrazione è diventata più impegnativa oltre che più costosa, spiegano i vertici della Cnpc, e la cura da prescrivere non potrà che essere quella dell'abbattimento del costo del lavoro, cioè i licenziamenti. La «misura necessaria» non sarebbe neanche una novità in casa Cnpc, visto che dal 1999 al 2002 il colosso petrolifero aveva mandato a casa, anche in malo modo, oltre 360mila dipendenti.
Sembra che alla Cnpc non sia bastata una politica di riduzione degli sprechi nei propri uffici (10%), così come pare non sia servito il blocco dell'acquisto di auto di lusso o quello della costruzione di nuove filiali. Nonostante l'aumento del prezzo dei carburanti deciso a giugno dal governo cinese in adeguamento al mercato internazionale, le raffinerie - la cui attività di esplorazione è diventata più costosa oltre che impegnativa - si sono trovate comunque costrette ad aumentare le importazioni di greggio. Così i conti restituiti dalle statistiche interne della Cnpc sono risultati irrimediabilmente in rosso, mentre le prospettive di quei lavoratori sui quali si abbatterà la mannaia dei tagli nel prossimo futuro non potranno che essere di colore nero


4 agosto 2008

L'unica Comune ancora esistente in Cina

 

«Solo i folli salveranno la Cina» è scritto sui muri di Nanjie Cun. I detrattori più astiosi la definiscono «l'ultima fattoria degli animali» e una volta l'anno ne predicono il collasso sotto una montagna di debiti. Ma l'unica vera comune maoista risuscitata dell'era Deng prospera e vive ancora, a modo suo, nel cuore dell'Henan. Una lucida e razionale follia, a ben vedere.
Sulla grande piazza d'ingresso un Mao di pietra bianca alto più di 10 metri indica con la mano sinistra tesa il mondo esterno. Gesto da icona che qui ha il sapore di un atto d'accusa, accentuato dai grandi ritratti di Stalin, Lenin, Engels e Marx schierati intorno come una giuria. Il Timoniere impietrito, e guardato a vista giorno e notte da un picchetto d'onore, domina su 2 chilometri quadrati di vasti viali silenziosi e immacolati, aiuole perfette curate da pensionati alacri, schiere di palazzine bianche e basse, una moschea per 300 anime islamiche, allevamenti di anatre, galline, maiali e 26 fabbriche da cui esce di tutto: birra, spaghetti, medicinali, imballaggi, dolci.
Grande è l'ordine sotto il cielo. Non si vede un'automobile, perché il possesso e l'uso privato non ne sono consentiti. Solo fruscianti biciclette e qualche motoretta. I mototaxi del villaggio vicino ogni tanto squarciano il silenzio mentre passano strombazzando, profani e irridenti. A ore prestabilite irrompono gli altoparlanti del villaggio: «L'Oriente è rosso» al mattino, «Solcando i mari con la guida del Timoniere» al tramonto, notiziari durante la giornata . Li trasmette la radio del villaggio, che ha anche una televisione, un giornale e un sito web.
Così è scandita la vita dei 3.500 residenti e dei 10mila migranti che lavorano nelle fabbriche. Per questi ultimi Nanjie è solo un luogo come un altro. Meno barbaro, più rispettoso dei loro diritti se paragonato alla giungla che divora l'esterno, ma anch'esso interessato solo alle loro braccia. Prendono salari stabiliti dai contratti, ricevono vitto e alloggio in dormitori, lavorano sette giorni su sette e hanno due giorni di riposo al mese. Così è per il giovane operaio che controlla le rotative della stamperia dove si producono le carte da imballaggio. No, lui non è stato attirato dagli aspetti ideologici. Lì ci lavora e basta, per un salario di 1000 yuan. Altro non gli interessa, dice.
Tutto come fuori, eppure diverso. Perché la vita dei residenti del villaggio scorre su altri binari, avendo loro scelto di suddividere equamente i profitti, retribuendosi con poco danaro e un generoso welfare. Lo stipendio si abbassa tanto più alta è la posizione gererchica e il contenuto intellettuale del lavoro (chi sta al vertice prende 250 yuan, 25 euro) ma il pacchetto dei beni necessari e garantiti è uguale per tutti: casa, istruzione, assistenza sanitaria, alimentari distribuiti sulla base di razioni trascritte su un libretto. La comunità si fa carico di tutto, della vita e della morte: dal matrimonio (collettivo, celebrato una volta l'anno con relativo viaggio di nozze a Pechino) al funerale (compresa l'urna per le ceneri). La comunità fornisce tutto: dall'arredamento agli elettrodomestici, dalle pentole alle stoviglie. Lo standard dei consumi è stabilito da una trimurti costituita da Partito, governo del villaggio e management della struttura produttiva, che tutto governa.

I santi di Pechino
L'ultimo aggiornamento del livello risale al 1993 e tutto è come allora. Nessun interno è diverso dall'altro e chi di solito apre la porta di casa ai visitatori curiosi è il signor Huang Zunxian, pensionato di 71 anni, che vive con figli e nipoti in una grande casa di tre camere, soggiorno e cucina. Le poltrone e i mobili di legno chiaro, la stoffa dei cuscini, i lampadari, i quadri, le tendine, il grande orologio digitale con l'immagine di Mao giovane che si illumina di colori psichedelici alla musica di «L'Oriente è rosso», tutto è come già visto nell'unico albergo del villaggio, nell'unico ristorante, nella sala riunioni. Nella Cina di oggi che celebra il culto della ricchezza personale, qui nulla appartiene al singolo. Né soldi né beni. Il motto è «promuovere il pubblico, eliminare il privato».
Passare da migrante a residente è possibile, anche se difficile. Dopo sei anni di lavoro condotto in modo irreprensibile si può fare domanda e se per tutti sei un lavoratore modello la domanda è accolta. In dieci anni solo 200 famiglie sono state accolte. Ma non è chiaro se ci sia la fila per entrare mentre il turn over degli operai è alto.
Il deus ex machina della situazione è Wang Hongbin, 58 anni, volto da adolescente invecchiato, dal 1977 alla guida della comune. E' lui che nel 1984 ha deciso di invertire il corso della storia, ricollettivizzando terre e industrie frammentate le une dal sistema di responsabilità familiare e le altre dalle privatizzazioni introdotte dalle riforme di Deng. I risultati del nuovo corso erano stati pessimi per la comunità, ma gli ci vollero cinque anni per ottenere il consenso di tutti. Alla fine, nel 1989, c'è riuscito anche grazie agli aiuti venuti da Pechino. Voglia di sperimentare più strade, fede, effetto Tian 'Anmen? Fatto sta che qualcuno che poteva ha dato un decisivo sostegno politico che si è tradotto in pressioni sulle banche affinché finanziassero generosamente l'audace esperimento, in sgravi fiscali e facilitazioni.
Ne è venuto fuori un intreccio assai ardito, fra una struttura economica e produttiva pienamente inserita nella nuova Cina delle riforme, e che di questa non potrebbe fare a meno, e un'organizzazione sociale che nei suoi principi la ripudia. Più che una comune agricola, una corporation dall'anima rossa difficilmente riproducibile su vasta scala. Ma, come dice Wang Hongbin «solo molti soldi possono rendere il comunismo migliore» e c'è chi pensa che sia questo il vero «socialismo dalle caratteristiche cinesi» inseguito dal Pcc.
Chissà che direbbe Mao a vedere il proprio pensiero cucinato in questa salsa così denghista. Shen Ganyu, responsabile della comunicazione, sorride all'osservazione ma non risponde direttamente. Lo incontriamo in una grande sala riunioni dove campeggia un gigantesco «Servire il popolo» scritto nell'inconfondibile corsivo di Mao. Per spiegare come tutto ciò funzioni espone la teoria del «cerchio all'esterno, quadrato all'interno». L'immagine richiama la cosmogonia cinese, con la sfera del cielo che circonda la terra quadrata in una suprema armonia, ma quel che viene in mente è il più occidentale «quadrare il cerchio». La circonferenza, spiega il funzionario, è il rapporto con il resto della Cina, di cui Nanjie fa parte, dove domina l'economia di mercato che consente di sfruttare lo sviluppo economico del paese per produrre con profitto. A vantaggio del quadrato interno, la collettività, gestita secondo principi comunisti e governata in modo ferreo.
Chi comanda a Nanjie Cun è una cupola ristretta costituita da 18 uomini: sette rappresentano il Partito (che li designa), quattro il governo del villaggio (nominati dal sindaco), sette la holding industriale (e sono scelti dai manager delle fabbriche). E' questo organismo che decide tutto: strategie di impresa, investimenti, campagne politiche, standard dei consumi. Wang Hongbin è sia segretario del partito che capo supremo del conglomerato industriale. Ha uno stipendio di 250 yuan al mese e gode di grande autorevolezza e stima. Per molti è la grande forza che sostiene la Comune, e forse tutto potrebbe finire con lui.
Il sistema ha funzionato, finora. Nanjie è uno dei villaggi più prosperi dell'Henan. Era, dicono i detrattori. L'esperimento avrebbe ormai i giorni contati perché le sue industrie sono in declino e le banche, in particolare l'Agricoltural Bank of China, non potranno intervenire come in passato per ripianare i debiti: norme di bilancio più severe in vista delle privatizzazioni impediscono di chiudere un occhio, anche se lo chiede qualche potente di Pechino. Il cerchio si sta incrinando e il quadrato rischia di essere spazzato via, se i profitti non affluiranno per pagare i beni che cementano la comunità.
Shen Ganyu respinge critiche e illazioni. Non nega i consistenti debiti con le banche, ma asserisce che la comune è in grado di farvi fronte. Non esalta i risultati economici delle 24 imprese, cinque delle quali sono joint ventures con società giapponesi, ma afferma che alla fine di ogni anno, al netto delle tasse, i profitti assommano a 40 milioni di yuan (circa 4 milioni di euro).

L'età degli abbandoni
Ma quanto attrae un simile modello nella Cina di oggi? Ed è in grado di riprodursi? Secondo alcuni studi Nanjie ha difficoltà ad attirare e trattenere quadri qualificati. Quanto al futuro, affidato alle nuove generazioni, l'istruzione scolastica garantita dal villaggio arriva fino alle superiori ed è nelle scuole che i ragazzi ricevono un'educazione politica mirata, che inizia con le canzoncine alla scuola materna e finisce con il marxismo leninismo e il Mao pensiero al liceo. L'università è la prova del fuoco. Secondo Shen Ganyu, mediamente il 20% delle ragazze non torna mentre solo il 10% dei maschi decide di allontanarsi dalla fin troppo tranquilla esistenza della Comune. Che ignora crimine e disoccupazione ma non ammette bar, né pub, né karaoke, né discoteche. I soli negozi sono quelli che vendono i prodotti locali ai turisti. Quando cala il buio l'unica luce visibile anche da lontano viene dalla statua bianca di Mao illuminata a giorno, nelle strade non gira un'anima e per incontrare un po' di gente bisogna andare al Centro sociale, dove ci si sfinisce in accaniti scambi di ping pong o in interminabili partite a scacchi. Certo ci si può sempre spingere fino alla vicina e tentacolare Linying ma una frequentazione troppo assidua di profani divertimenti non deporrebbe in favore dell'impegno ideologico. E il controllo della comunità è assai stretto.
Nella Cina lacerata dalle ineguaglianze sociali non meraviglia che Nanjie sia oggetto di studio e persino meta di turismo. L'anno scorso sono arrivati 400mila visitatori e i vertici stanno investendo nel settore. Ne viene fuori un curioso mix tra agrituristico e politico. C'è lo sterminato giardino botanico dalle enormi serre corredate da dinosauri di gesso (spaventosi solo per kitch) che si ergono fra palme nane e banani, cascate e ponticelli. Ma anche la ricostruzione della casa natale di Mao a Shaoshan, con tanto di mobili originali, foto di famiglia e albero genealogico. Sullo sfondo, colonna sonora che esce senza soluzione di continuità dalle casse acustiche sparse tra la vegetazione, inni epici, cori baldanzosi, canzoni popolari e melodie struggenti ispirati al Presidente, che presto sarà celebrato anche da un grande museo in costruzione.

Il buon esempio
E tuttavia dire che Nanjie ferve di passione politica sarebbe troppo, al di là delle adunate mattutine coi cori di prammatica, prima di iniziare il lavoro. Difficile anche dire con quali sentimenti chi ci abita viva un'esperienza così unica. La comune, ma sarebbe meglio definirla comunità, somiglia piuttosto a un laboratorio in cui si cerca di far convivere il diavolo del libero mercato e l'acqua santa dell'uguaglianza. Intanto due villaggi vicini hanno deciso di ispirarsi a Nanjie e stanno prendendo lezioni mentre nella Cina infiammata dalle rivolte contadine si contano almeno 1700 casi di ricollettivizzazione parziale delle terre e 8000 «comunità industriali» che agiscono sul principio della proprietà collettiva e della ripartizione egualitaria dei profitti. Nessuna però applica i principi comunisti di Nanjie alla propria organizzazione sociale. Ma «l'intenzione da sola non basta» afferma Shen Ganyu. «Bisogna capire tutte le variabili di un simile processo e per poterlo intraprendere devono esserci veri motivi di comunione, un obiettivo condiviso».
Lei Xiujuan è la nostra guida. Con una navetta elettrica ci conduce tra fabbriche e serre. E' nata in un villaggio dell'Henan, povero, sporco e arretrato, secondo la sua descrizione. Qui è arrivata 10 anni fa, con una laurea in Scienze delle comunicazioni, attirata dalle condizioni di vita. Ha un marito e una figlia, come lei residenti a tutti gli effetti. Prende l'equivalente di 45 euro al mese. Più che sufficienti, sostiene. Quel che la comunità assegna le sembra del tutto adeguato alle necessità e non desidera altro. Parla dello spirito collettivistico del comunismo, così raro oggi in Cina, e ammette che non è facile vivere in un luogo come Nanjie. «La gente che viene da fuori pensa che siamo strani». Eppure, osserva, non siamo diversi dagli altri: abbiamo un modello di governo verticistico basato sul Partito e pensiamo che al primo posto debba esserci il benessere economico, che le riforme hanno reso possibile, da ripartire in modo egualitario. Ci ispiriamo a Mao, dice, ma certo non possiamo definirci maoisti. Quelli erano altri tempi e bisognerà studiare ancora per capire come quel pensiero possa essere adattato ad un'epoca tanto diversa.
Per ora, come si legge, rosso e grande, sui muri di Nanjie Cun, «Seguiamo la nostra strada, e lasciamo che gli altri ne parlino".

(Angela Pascucci)


23 luglio 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : i limiti del keynesismo

 

Quel keynesismo che si è disfatto nel corso degli anni Settanta è, in ogni caso, morto, e nessuno potrà resuscitarlo. Vi sono ragioni che inducono alla cautela anche rispetto alla prospettiva, certo dignitosa, di voler recuperare il 'vero' Keynes non soltanto contro il neoliberismo, ma anche contro il vecchio keynesismo 'bastardo'. Queste ragioni sono, schematicamente, le seguenti tre. Per prima cosa, nel Keynes più noto, quello della Teoria generale, è presente una condizione distributiva precisa, secondo la quale il salario reale deve ridursi al crescere della produzione e dell'occupazione; una condizione che presuppone, da parte del movimento dei lavoratori, la rinuncia a mettere in discussione non soltanto la distribuzione del reddito, ma anche la natura e la dinamica della produttività di cui l'andamento del salario dovrebbe mantenersi una variabile dipendente. Seconda perplessità: ancora nel Keynes dell'opera maggiore l'impulso di domanda richiesto per innalzare l'attività produttiva rimane generico, ed esterno alla sfera capitalistica. Induce, infine, alla prudenza la circostanza che lo stesso termine 'piena occupazione' nei 'trenta gloriosi anni' si riferisse in realtà soltanto ai maschi nelle fasce d'età centrali. Questi tre caratteri di una economia 'keynesiana', a ben vedere, sono esattamente i punti su cui si è esercitata la critica, teorica e pratica, di sinistra: con le lotte del movimento dei lavoratori; con la coscienza suscitata dal movimento verde sulla questione della natura; con la rivoluzione femminista.
Resto convinto che la problematica che si pose tra gli anni Sessanta e Settanta, dentro i conflitti sociali, non fu più di tipo distributivo, o di parità ed emancipazione, ma esprimeva una istanza, in senso proprio, di liberazione: una critica materialistica - fondata su movimenti reali - della centralità della produzione, che si prolungava in un interrogativo sulla possibilità di un diverso lavoro, di una diversa tecnologia, di un diverso modo di stare insieme. Un interrogativo estraneo all'orizzonte culturale e politico di Keynes. In questo sta davvero, se si vuole, uno spartiacque storico.


(Riccardo Bellofiore) 


18 luglio 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : il mito dell'era keynesiana

 

Occorre, innanzitutto, sgombrare il terreno dai falsi bersagli. Spesso, nella discussione degli ultimi anni, si è attribuita l'etichetta di 'keynesiano' all'intero trentennio che segue la fine del secondo conflitto mondiale. Il keynesismo di cui si parla sarebbe stato la risposta 'dall'alto' alla crisi della domanda degli anni trenta, indotta dal salto organizzativo e tecnologico, prima di Taylor e poi di Ford, a fronte del sottoconsumo delle masse. Tale risposta sarebbe consistita, per un verso, in una crescita della domanda di consumi parallela alla crescita della produttività, e, per l'altro verso, in una spesa pubblica in disavanzo. È un quadro, bisogna dirlo, alquanto sbrigativo.



Per cominciare, non si può attribuire a Keynes l'idea che i consumi trainino la domanda effettiva e, quindi, il reddito: sono semmai, gli investimenti privati, la spesa pubblica, e le esportazioni nette ad essere le componenti autonome, cioè 'indipendenti' della domanda, che si trascinano dietro i consumi (su cui può incidere la politica delle imposte). In effetti, lo sviluppo postbellico fu prodotto da un eccezionale dinamismo di tutti e tre gli ingredienti della domanda autonoma. In secondo luogo, è bene non perdere di vista il fatto che, nonostante l'inedita crescita dei salari reali, anche nel periodo in questione questi ultimi restarono indietro rispetto alla produttività, e il salario relativo registrò una caduta, secondo la tendenza naturale del modo di produzione capitalistico. In terzo luogo, i bilanci dello stato rimasero in sostanziale pareggio sin quasi alla fine degli anni Sessanta pressoché dappertutto. La vicenda dei disavanzi è storia degli anni Settanta e Ottanta; il che non sminuisce, evidentemente, il contributo alla crescita economica che fu portato da una spesa pubblica che cresceva in assoluto, assieme alle imposte. Per ultimo, ma non da ultimo, va segnalato che politiche dichiaratamente keynesiane non furono attuate, se non a partire dai primi anni Sessanta negli Stati Uniti di Kennedy e di Johnson e, con qualche ritardo, in Europa. Il 'successo' delle politiche keynesiane, guarda un po', si generalizza negli anni Settanta, fuori tempo, per così dire: in presenza di forti spinte inflazionistiche dal lato dell'offerta, e in un contesto non più di cambi fissi e di rigidi controlli dei movimenti di capitale ma di cambi flessibili e di una già marcata deregolamentazione. L'era 'keynesiana', per come viene oggi ricostruita è poco meno che una leggenda Il punto chiave, comunque, è che le condizioni che consentirono la crescita della 'età dell'oro' furono del tutto peculiari e, in quella forma, irripetibili. Quel 'miracolo' capitalistico nacque sulla base di determinate condizioni istituzionali, costruite dalla politica - e che rispondevano agli scontri e alle crisi del periodo tra le due guerre - e il modello in cui si incarnò non poteva non rivelarsi instabile per ragioni interne. Tra le condizioni istituzionali vanno almeno ricordate, oltre all'egemonia degli Stati Uniti e al sistema di cambi fissi ma aggiustabili di Bretton Woods, anche la sconfitta operaia e il definirsi di governi conservatori alla fine degli anni Quaranta; a fronte di tutto ciò, però, la fresca memoria della guerra contro il nazifascismo e il simultaneo costituirsi del blocco sovietico, l'uno e l'altro cruciali nel spingere quei governi ad assumere come proprio l'obiettivo della 'piena occupazione'. Tanto il primato economico degli Stati Uniti su Giappone e Germania quanto la fiducia nel dollaro si rivelarono intrinsecamente fragili e destinati all'autodissolvimento, aprendo un'era di conflitto tra 'regioni' capitalistiche e di crisi nelle relazioni monetarie internazionali. Qualcosa di simile si può dire a proposito della situazione di debolezza del mondo del lavoro in presenza di politiche orientate verso livelli alti e stabili di occupazione. Il coincidere, tra la metà degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta, dell'esaurirsi di tutte e tre le condizioni propizie alla crescita accelerata e globale spiega la crisi del fordismo e apre al conflitto finanziario, produttivo e sociale che si svolge, ancor oggi, sulle macerie delle vecchie istituzioni, piegate ai nuovi interessi.

 

 (Riccardo Bellofiore)

 

 

 

 

 


15 luglio 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : tra crisi da domanda e crisi finanziaria

 

Nell'Europa continentale, negli anni Ottanta, si è venuto imponendo, a partire dalla Germania, un modello di crescita trainata esclusivamente dalle esportazioni. Se una strategia del genere ha luogo in un contesto di politiche restrittive e di generale ristagno della domanda si è, se va bene, in grado di crescere a spese dei concorrenti, ma si finisce comunque per rimanere, prima o poi, intrappolati in una situazione di deflazione generalizzata. Gli investimenti privati sono, infatti, rimasti a livelli insoddisfacenti negli ultimi due decenni, e a ciò ha senz'altro contribuito la crescita degli interessi, nominali e reali, seguita alla 'svolta' monetarista dei primi anni Ottanta avviata dalla signora Thatcher e da Reagan. La spesa pubblica, dal canto suo, è stata compressa in quest'ultimo decennio per adeguarsi ai parametri previsti dal Trattato di Maastricht, prima, e dal 'Patto di solidarietà e sviluppo' siglato ad Amsterdam e Dublino, poi. Benché la situazione dei singoli paesi sia non poco variegata, non pare contestabile che in Europa una strategia di risposta alla disoccupazione di massa debba passare per politiche macroeconomiche di espansione della domanda aggregata.

Il rischio di deflazione da bassa domanda è, comunque, più generale, ed investe anche il continente asiatico. Negli anni Novanta, la crescita lenta e l'accumularsi di squilibri non sono degenerati in crisi generale da sovrapproduzione e in instabilità aperta grazie alla crescita goduta dagli Stati Uniti e all'approfondirsi del disavanzo commerciale di quel paese, l'uno e l'altro favoriti dal ruolo di valuta di riserva mondiale ancora svolto dal dollaro e dalla posizione di Wall Street come centro del capitale finanziario. D'altra parte, il ridimensionamento del peso degli USA nell'economia mondiale impedisce al paese leader di essere in grado di trascinare all'espansione il resto del mondo. L'istituzione dell'euro - nella misura in cui quest'ultima fosse davvero in grado di costituirsi come moneta di riserva alternativa al dollaro - accentua il rischio di fluttuazioni rilevanti e improvvise dei rapporti di cambio, e rafforza il timore di una fuga dal dollaro qualora le contraddizioni della crescita americana si rivelassero prima o poi, come è probabile, insostenibili. L'economia mondiale, in breve, naviga rischiando, da un lato, gli scogli di una crisi da bassa domanda, e, dall'altro lato, quelli della crisi finanziaria.



 

 

Bellofiore non poteva prevedere ovviamente otto anni fa la congiuntura oggi in atto, ma l’alternativa tra crisi da bassa domanda e crisi finanziaria sembra ben individuata e così pure il ruolo dei rapporti di cambio (con l’aumento del petrolio collegato con il basso valore del dollaro)

Mi chiedo cosa succederebbe se i paesi esportatori di petrolio decidessero di essere pagati in euro (a breve potrebbe comunque loro non convenire) e se sia possibile in questa fase fare politiche di sostegno alla domanda attraverso l’intervento pubblico ed attraverso interventi in infrastrutture tese al risparmio energetico.

 

 

 

 


4 luglio 2008

Il supercapitalismo di Robert Reich

 

L'orgoglio di essere un liberal Robert Reich l'ha manifestato quando negli Stati Uniti le «guerre culturali» vedevano l'esercito dei «teo-con» all'offensiva con Fox News che annunciava la sua vittoria. Ma anche se era vittoria, la loro era una vittoria di Pirro, sosteneva l'ex-ministro del lavoro di Bill Clinton nel pamphlet Perché i liberal vinceranno ancora (Fazi editore). Nella società statunitense, i comportamenti, le attitudini che, con disprezzo, venivano considerati dai conservatori evangelici «nemiche dell'american way of life», erano invece maggioritari, come attestavano alcuni sondaggi citati dall'economista statunitense che sconfessavano il mantra teo-con sul consenso di massa alla controrivoluzione neoliberale. Da qui il suo invito agli altri liberal ad abbandonare la paralizzante melancholia da sconfitta e a riprendere la parola con l'orgoglio di chi, appunto, esprime il meglio della nazione americana.
Con lo stesso orgoglio Reich analizza il Supercapitalismo (Fazi editore, pp. 317, euro 25) che ha demolito il compromesso tra capitale e forza-lavoro su cui si basava il «capitalismo democratico» del secondo dopoguerra. Per Reich, la società americana, ma anche l'Europa occidentale, sono cresciute economicamente e socialmente grazie allo scambio politico, garantito dallo stato, tra movimento operaio e élite imprenditoriali illuminate. Aumenti salariali e servizi sociali in cambio di produttività e rinuncia al progetto politico di superare il capitalismo: questa era la formula magica degli anni «quasi» d'oro del keynesismo, che garantiva lo sviluppo economico. Ma la storia raccontata da Reich è storia nota. Ciò che più conta è perché quel compromesso sia andato in crisi. Ed è all'analisi dei motivi che hanno portato alla sua crisi che il libro di Reich è dedicato.
In primo luogo, gli anni Settanta non sono solo il decennio della crisi petrolifera, della sconfitta statunitense in Vietnam e dell'ascesa del Giappone come potenza economica. È il decennio in cui viene inventato il microprocessore, il container diventa un oggetto usuale nel trasporto delle merci e le grande imprese multinazionali cominciano, grazie alle tecnologie digitali, un decentramento produttivo per aggirare la rigidità operaia. E sono anche gli anni in cui alcune «regole» della finanza vengono modificate per facilitare il flusso di capitali oltre le frontiere nazionali. Quando Ronald Reagan e Margaret Thatcher vincono le elezioni nei loro rispettivi paesi, le basi del neoliberismo sono già state gettate. A loro spetta il compito di accelerarne le tendenze, trasformando radicalmente la forma stato per far diventare l'individuo proprietario il perno attorno al quale far ruotare l'insieme delle attività sociali e economiche. Il neoliberismo, per Reich, è dunque da considerare l'avvio del divorzio non consensuale tra democrazia e capitalismo, anche se non vengono aboliti né i diritti civili, né quelli politici.
Il libro di Robert Reich spazza via definitivamente ogni legittimità teorica alla querelle sulla vittoria o il fallimento della globalizzazione. Certo, siamo lontani anni luce dal tempo in cui l'economista americano analizzava acutamente i mutamenti nella composizione sociale della forza lavoro e la nuova divisione internazionale del lavoro. Nel Supercapitalismo Reich sostiene con altrettanta passione che la globalizzazione è un fenomeno irreversibile, che può conoscere momenti di stagnazione e di crisi, come dimostra la recessione in atto, ma non c'è nessun ritorno al passato all'orizzonte. È compresenza di modelli produttivi diversi, di lavoro servile, di catena di montaggio e di prevalenza degli «analisti simbolici» che garantiscono innovazione organizzativa e di prodotto. Poco convincente è invece la centralità che Reich vede nell'alleanza tra il consumatore e degli investitori, rappresentata dal successo di Wal-Mart in quanto impresa tipicamente postfordista per quanto riguarda i rapporti tra capitale e forza-lavoro.
È indubbio che in quegli ipermercati le merci hanno prezzi molti bassi, grazie al fatto che i fornitori e i produttori nel Sud del mondo ricevono quasi l'elemosina per i loro prodotti. Allo stesso tempo, anche chi lavora a Wal-Mart riceve salari spesso al di sotto della soglia di povertà. I consumatori sono contenti, gli investitori anche. Chi non lo è, sono i cittadini, che guardano con orrore le violazioni sistematiche dei diritti sociali, sindacali e umani compiute dalle grandi imprese.
Il limite del libro di Reich sta dunque nelle dissonanze provocate dall'uso delle categorie del consumatore, dell'investitore e del cittadino.
In primo luogo, ogni uomo e donna è sia produttore che consumatore e, talvolta, anche investitore attraverso il proprio fondo pensione o i propri risparmi. Pensare che il limite del supercapitalismo stia nel conflitto tra questi momenti distinti della vita di un singolo rimuove dall'analisi quella «guerra di classe» contro la forza-lavoro che è stata una costante del capitalismo neoliberista. Ridimensionarla, come fa Reich, conduce a quei salti mortali che fanno passare, appunto, senza soluzione di continuità, dal consumatore all'investitore e da questo alla figura salvifica del cittadino, che grazie al voto può scegliere i migliori rappresentanti per mitigare gli effetti del supercapitalismo.
Robert Reich ci offre una versione light del politico, che fa sue le regole oggettive dell'attività economica per poi chiedere che una parte della ricchezza prodotta sia destinata alla riproduzione del legame sociale, senza il quale il supercapitalismo implode per le sue dinamiche interne. La proposta politica di Reich è quella dei liberal ad ogni latitudine. Proposta che ritiene inessenziali o irrilevanti i conflitti sociali e di classe, perché presuppone che la società è un manufatto teorico prodotto all'interno di un sofisticato dispositivo di governance che garantisca la «convergenza parallela» degli interessi di quelle figure, tanto astratte quanto inagibili politicamente, del consumatore, dell'investitore e del cittadino. Il divorzio tra democrazia e capitalismo sarebbe così evitato. C'è da dubitare però che la compatibilità tra supercapitalismo e democrazia possa essere trovata mantenendo inalterati i rapporti di potere nella società. Semmai, va invertita la prospettiva e preferire la politicità dei conflitti sociali e di classe, relegando in soffitta la visione ingegneristica del politico tanto agognata dai liberal .

(Benedetto Vecchi)


29 giugno 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : la crescita basata sulle esportazioni

Nell'Europa continentale, negli anni Ottanta, si è venuto imponendo, a partire dalla Germania, un modello di crescita trainata esclusivamente dalle esportazioni. Se una strategia del genere ha luogo in un contesto di politiche restrittive e di generale ristagno della domanda si è, se va bene, in grado di crescere a spese dei concorrenti, ma si finisce comunque per rimanere, prima o poi, intrappolati in una situazione di deflazione generalizzata. Gli investimenti privati sono, infatti, rimasti a livelli insoddisfacenti negli ultimi due decenni, e a ciò ha senz'altro contribuito la crescita degli interessi, nominali e reali, seguita alla 'svolta' monetarista dei primi anni Ottanta avviata dalla signora Thatcher e da Reagan. La spesa pubblica, dal canto suo, è stata compressa in quest'ultimo decennio per adeguarsi ai parametri previsti dal Trattato di Maastricht, prima, e dal 'Patto di solidarietà e sviluppo' siglato ad Amsterdam e Dublino, poi. Benché la situazione dei singoli paesi sia non poco variegata, non pare contestabile che in Europa una strategia di risposta alla disoccupazione di massa debba passare per politiche macroeconomiche di espansione della domanda aggregata.

(Riccardo Bellofiore)


27 giugno 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : disoccupazione e domanda effettiva negli anni Novanta

 

Conviene cominciare a chiedersi se nella situazione economica europea e mondiale esista o meno,  un problema di domanda effettiva: se, insomma, il riemergere in vaste aree del pianeta della disoccupazione di massa sia o meno dovuta (anche!) ad un insufficiente utilizzo della capacità produttiva, o se invece la disoccupazione non abbia esclusivamente origine nel progresso tecnico. È chiaro che, in molti settori, la disoccupazione ha natura tecnologica. Ciò è vero, in particolare, per il lavoro poco qualificato delle grandi imprese manifatturiere, tanto più nel caso delle produttrici di beni di consumo di massa e, ancor di più, se il loro paese di origine è soggetto ad un rapido processo di integrazione internazionale. Un profilo che, non a caso, si adatta bene a quella parte del 'vecchio' triangolo industriale dentro l'Italia costretta alla rapida convergenza nominale imposta dall'adesione alla moneta unica. In un paese a scarsa autonomia tecnologica, il rapporto tra ristrutturazione industriale, la riduzione degli organici e la ridefinizione dell'organizzazione del lavoro non è peraltro una novità di questo decennio, ma risale al passaggio dagli anni Settanta agli anni Ottanta. È altrettanto evidente, però, che questo è soltanto un aspetto delle dinamiche attuali.
In generale, il tasso di crescita dell'occupazione dipende dal tasso di crescita della produzione meno il tasso di crescita della produttività. La dinamica del prodotto sociale può cadere al di sotto della dinamica della produttività perché la domanda effettiva cresce poco, e così creare una disoccupazione indotta dal basso livello della domanda di merci. Visto che la domanda di consumi 'segue' le componenti autonome della domanda aggregata - esportazioni nette, investimenti privati, spesa pubblica - viene da chiedersi quale sia stato l'andamento di queste componenti nelle varie aree.




Per Krugman la disoccupazione degli anni Novanta prima è legata al progresso tecnico e solo in un secondo momento alla nascita di un grande serbatorio mondiale di forza-lavoro. 

Oggi il problema si dice sia l'aumento della produttività. Ma se la produttività aumenta quale saranno le conseguenze sull'occupazione ? 


25 giugno 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : azione sociale e intervento politico

 

Da un lato, una diversa politica economica è di difficile realizzazione, perché il lavoro è frammentato e disperso, cioè a causa di una autentica impotenza 'sociale'. Dall'altro, le condizioni del lavoro potranno migliorare soltanto se vi sarà un impulso 'politico', dal lato della gestione statuale. Questa contraddizione la si risolve soltanto nella pratica, riscoprendo la politicità dell'azione sociale e il fondamento sociale dell'intervento politico. La situazione attuale, con il generalizzarsi dei costi sociali e dei rischi di crisi sistemica, fa sembrare non completamente folle la scelta di chi vuol provare ad attraversare la cruna dell'ago, di chi vuol rovesciare quel circolo vizioso in un circolo virtuoso che dalle lotte va alla politica e viceversa. Dividersi tra chi sostiene il primato della politica e chi sostiene il primato del sociale, senza vedere l'impasse reciproca e l'intreccio necessario tra le due dimensioni, mi sembra un lusso che non possiamo permetterci. Piuttosto, oggi c'è bisogno di un forte richiamo alla causazione ideale, c'è bisogno di credere che le idee, se sorgono dalle contraddizioni sociali e con queste interagiscono, sono in grado di trasformare la realtà. Penso che questa sia una scommessa, pascalianamente, da rischiare.

(Riccardo Bellofiore)


23 giugno 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : fine del lavoro ?

Quanto sta avvenendo si rivela un gigantesco processo di subordinazione reale del lavoro al capitale. La 'subordinazione reale' non va affatto identificata con una riduzione della concretezza del lavoro, con una dequalificazione del lavoro. Il lavoro è subordinato al capitale in quanto le 'qualità' della prestazione lavorativa individuale sono dettate dall'organizzazione capitalistica del lavoratore collettivo: un processo del genere è compatibile con ondate di dequalificazione come con fasi di riqualificazione. Allo stesso modo, l'idea che il lavoro divenga mezzo di produzione accanto ad altri mezzi di produzione, cancellato nella sua natura di elemento 'attivo' della produzione, è da rigettare. Come il lavoro nella produzione è, sempre, lavoro 'concreto', così il capitale ha, sempre, bisogno dell'attività del lavoratore; il processo lavorativo è, sempre, segnato dalla cooperazione come dal conflitto, in gradi diversi. Il punto chiave non è eliminare la volontà del lavoratore, ma controllarla e manipolarla. Obiettivo di gran lunga facilitato, oltre che dalle dinamiche tecnologiche e manageriali, dalla transizione dai mercati del 'keynesismo' degli anni sessanta e settanta ai mercati del 'neoliberismo' degli anni ottanta e novanta.
Il nodo dunque non è soltanto la quantità del lavoro (la questione della disoccupazione), ma anche, intrecciata alla prima, quella della qualità del lavoro (la frammentazione e precarietà del lavoro, tanto qualificato quanto non qualificato). Alla mancanza di occupazione si accompagna la mala occupazione. Le due cose talora si presentano unite, talora separate. D'altra parte, la questione del risorgere della disoccupazione di massa viene oscurata, più che chiarita, dalle tesi che sostengono che saremmo in presenza di una tendenziale 'fine del lavoro'. Oscurata, innanzi tutto, perché la base empirica di quella asserzione è debole. Come ha osservato di recente Vittorio Valli, l'occupazione nel mondo è nettamente aumentata, sia pure in modo assai differenziato fra paesi ed aree ed a ritmo spesso inadeguato per far fronte all'aumento della forza di lavoro. Se, poi, è da registrare una inversione di tendenza tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli anni ottanta, essa consiste piuttosto nell'interruzione o nel rallentamento, a seconda dei paesi, del movimento secolare alla riduzione dell'orario di lavoro. Per di più, se si effettua una comparazione tra l'epoca 'fordista' (sino al 1974) e quella 'postfordista' (gli anni successivi), assumendo come pietra di paragone il tasso di crescita del PIL necessario per far crescere l'occupazione, il risultato a prima vista sorprendente è che tale tasso è caduto pressoché ovunque, sicché la crescita 'postfordista' ha, paradossalmente, un più alto contenuto di lavoro. Ovviamente, a determinare l'autentico assorbimento di forza lavoro tra gli occupati concorre il tasso effettivo di crescita, e nella gran parte dei paesi esso è crollato ancora più in basso.

Il lavoro non pare proprio in procinto di 'scomparire', dagli stessi dati ufficiali - dati che certamente sottostimano così gli orari effettivi di lavoro come il lavoro sommerso. Ciò che pare caratterizzare il passaggio di secolo, sembra, semmai un allungamento e una intensificazione della giornata lavorativa sociale, che si accompagna spesso a un aumento della disoccupazione, in un misto di precarietà e di esclusione.



 

Quello che si può ipotizzare sia aumentata è la difficoltà di riprodurre il lavoro salariato, difficoltà che si può concretizzare a volte come aumento di disoccupazione, ma a volte anche come diminuzione della disoccupazione dovuta all’incremento di lavoro precario e/o dell’inoccupazione

Tale ipotesi è compatibile con quella che Bellofiore appunto chiama allungamento ed intensificazione della giornata lavorativa sociale, che potrebbe essere rappresentata dalla diminuzione del salario reale orario lordo pro capite.

 

 

 

 

 

 


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