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11 luglio 2009

Paolo Ramazzotti : il bruco, la farfalla e le morti bianche

 Le riflessioni nel dibattito che si aperto a partire dall’articolo di Cristiano Antonelli[1] offrono vari spunti, di ordine sia economico che politico e politologico. Mi limiterò, in quanto segue, ad alcune osservazioni volte ad evitare che l’attenzione alla realizzabilità degli obiettivi porti a sottovalutare come procedere per l’individuazione degli stessi.
Il lavoro di Antonelli è avvincente. Con una chiarezza e una capacità di sintesi notevole prospetta una possibilità di legare insieme politica progressista (di sinistra) e politica progressiva (di sviluppo). A ben vedere, però, né l’un concetto né l’altro sono chiari. Del secondo - pur intendendo sviluppo nei termini restrittivi di mutamento della struttura produttiva più crescita - non è chiara l’immagine proposta di un processo deterministico, ancorché non lineare, riconducibile al solo mutamento tecnologico. La perplessità non può che aumentare quando si riconosca l’importanza di studiare questo tipo di fenomeno seguendo l’approccio della complessità. Il primo concetto, invece – quello di una politica progressista - sembra ridursi al secondo: sarebbe di sinistra chi favorisce l’evoluzione del sistema economico anziché bloccarlo nel tentativo di conservare gli interessi costituiti propri o della propria base sociale. Si potrebbe integrare questa definizione di progressista aggiungendo che chi è di sinistra tenta di contenere i costi sociali che la politica progressiva produce sulle fascie più deboli della società. Non viene spiegato, tuttavia, come l’intervento sociale andrebbe collegato alla politica strettamente progressiva.




Antonelli argomenta che stiamo vivendo il passaggio da un’economia fondata sulla produzione di beni mediante grandi impianti ad una incentrata sulla fornitura di (beni e) servizi mediante tecnologie che richiedono minori quantità di capitali. Questo processo conduce, secondo l’autore, ad una lettura distorta delle statistiche – per esempio sopravvaluta l’effetto del calo degli investimenti sulla capacità produttiva – e fornisce un’immagine di declino economico laddove solo di metamorfosi si tratta. In sostanza verrebbe da dire, ricorrendo ad una metafora, che il bruco non sta morendo; sta diventando una farfalla.
In queste condizioni, viene argomentato, la sinistra oscilla fra difesa dei settori deboli e difesa dell’accumulazione ma rimane comunque legata a una visione del sistema economico – il bruco - che è in via di superamento. Quale che sia il terreno di intervento che sceglie, il suo finisce per essere un ruolo conservatore e, oltretutto, incapace di aggregare intorno a sé un ampio consenso.
La prospettiva neo-schumpeteriana di Antonelli è senza dubbio meritevole di attenzione, se non altro perché evidenzia che qualsiasi politica agisce su un processo storico e rispetto a questo va definita. Proprio per questo essa evidenzia le difficoltà interpretative di studiosi che, legati agli schemi teorici del dopoguerra, continuano a confidare nelle economie di scala come strumento per accrescere la produttività e la competitività. Ma una volta riconosciuto questo suo merito, il lavoro di Antonelli ci aiuta davvero a capire il processo in atto e – con del tutto indebita citazione – il “che fare?”?
Sergio Cesaratto ha segnalato come il sistema industriale italiano – in particolare la centralità che in esso vi hanno i distretti industriali - difficilmente corrisponde al quadro da rivoluzione tecnologica che ne fornisce Antonelli. È vero che il tessuto distrettuale sta modificandosi in modo significativo ma in una direzione che difficilmente è quella di una qualche efficienza dinamica. La gerarchizzazione dei rapporti fra imprese e l’irrigidimento delle forme di mercato verso configurazioni oligopolistiche caratterizza anche questi sistemi locali[2]. Se questi processi si associano alla precarizzazione marcata delle condizioni di impiego, non possono non sorgere dubbi sulla correlazione fra processi di trasformazione del tessuto produttivo e istanze progressiste.
Viene da chiedersi se non sia questo il punto di fondo: pur se è ragionevole la tesi di un processo di trasformazione del sistema industriale mondiale nel quale le nuove tecnologie giocano un ruolo importante, è lecito interrogarsi su quale sia la divisione internazionale del lavoro che le imprese italiane perseguono con le loro strategie. Si può, per esempio, ritenere che, prese nel loro insieme, esse preferiscano non misurarsi con i primi arrivati? Che optino per un posizionamento di mercato tale da evitare l’urto con quei concorrenti che godono di un vantaggio tecnologico? Che preferiscano perseguire la competitività scaricando i loro costi privati sui lavoratori e sulla collettività anziché (tentare di) accrescere il valore aggiunto collocandosi sulla frontiera tecnologica? Poco importa che simili strategie di basso profilo possano essere vincenti solo nel breve periodo: le imprese sanno ispirarsi a Keynes più di tanti studiosi e risponderebbero molto serenamente che nel lungo periodo saremo tutti morti. Che poi alcune morti siano anche di breve periodo – come, fuor di metafora, ci informano i dati quotidiani sulle morti bianche – è noto ma lo si può sempre attribuire a cattiva informazione dei lavoratori.
La domanda politica a questo punto è se siano questi gli interessi economico-sociali da aggregare in un progetto progressivo-progressista? La prospettiva di politica che Antonelli prefigura è definita rispetto a certe tendenze o vi si adegua passivamente, trascurando che i processi all’interno della tendenza delineata possono essere molteplici e non tutti auspicabili?
Mi chiedo se il requisito minimo per qualificare in un qualche modo una politica non sia di ricordare che l’efficienza non esiste a priori ma è definibile solo a partire da una data distribuzione. Partendo da questa premessa, rimane vero che la sinistra non è tenuta a difendere gli interessi costituiti o una struttura economica legata al passato. Non vale, tuttavia, l’equazione “progressista = progressivo + equo”, come se i due termini dell’addizione fossero determinabili indipendentemente l’uno dall’altro. La natura del processo “progressivo” dipende dalle scelte che si compiono riguardo all’equità. Una politica si qualifica, allora, se fissa alcuni punti chiari sul piano dei diritti e delle attribuzioni; se dichiara quali preferenze siano lessicografiche e irriducibili alla contrattazione sul mercato. Più prosaicamente, si qualifica se dichiara quali siano le soglie minime per pensioni, istruzione, livello, salubrità e grado di precarietà dell’occupazione, sanità; se definisce quale dispersione del reddito e della ricchezza ritiene accettabile.
Tutto ciò è pregiudizievole della crescita e, ancor più, di quel mutamento strutturale auspicato da Antonelli? Se ci si sofferma sul breve termine ci si può chiedere se per le imprese l’incentivo a rischiare sul terreno dell’innovazione non sia tanto più elevato quanto meno possono ricorrere a strategie di “fuga”, quali la traslazione dei loro costi privati sui lavoratori e la società. In altri termini, è ragionevole ritenere che una politica nella quale l’equità informasse ciò che è “progressivo” forse sarebbe più efficace di una che lasciasse indeterminate – quindi date dallo status quo - le condizioni di partenza.
Più in generale, ci si deve chiedere quale sia il fine ultimo della politica da realizzare. Proprio perché, come suggerisce Antonelli, qualsiasi politica si colloca in un contesto processuale, gli obiettivi che di volta in volta si perseguono non sono altro che gli strumenti per altri obiettivi. Gli uni e gli altri sono le due faccie di un’unica medaglia: il modello di società che si intende realizzare. Da questo punto di vista non ci si può non chiedere se la sicurezza sul posto del lavoro – o qualsiasi altro elemento fra quelli elencati sopra – debba rientrare nella contabilità del progresso oppure no e, nel caso, se vi debba entrare come onere, vincolo, costo oppure come strumento finalizzato a una diversa qualità della vita.
Far discendere in modo lineare le alleanze politiche da un’analisi economica fa tornare alla memoria i vecchi tempi quando si riteneva possibile separare nettamente struttura e sovrastruttura. Allo stesso tempo fa sorgere il dubbio che l’importante categoria concettuale della complessità, che si è fatta entrara dalla porta, venga fatta uscire dalla finestra. Forse può essere più proficuo prendere sul serio la provocazione di Amartya Sen[3] quando, nel riflettere sulla crisi attuale, invita a soffermarsi di meno su Keynes e di più su autori, come Adam Smith e di Arthur C. Pigou, che hanno sottolineato l’importanza di costruire relazioni che trascendono la logica di mercato.


1 maggio 2009

Una strana concezione dei costi

Festeggeremo il Primo Maggio facendo delle considerazioni su di un commento di Etienne 64 all'articolo di Guglielmo Forges Davanzati qui postato sul lavoro nero.
Etienne dice in sostanza che la semplificazione fatta nel Libro Unico importa un calo della possibilità di beccare gente in nero ma un minor costo di gestione della posizione lavorativa. E poichè il lavoro in nero non viene impedito da un registro in più o in meno, ma il registro in più nell'aumentare i costi di gestione del personale diventa un piccolo disincentivo ad assumere altra gente, allora sarebbe preferibile la soluzione proposta dal Libro Unico voluto da Sacconi.



A me l'argomento non sembra cogente. Fatta salva la tesi per cui mantenere un registro in più avrebbe un incidenza sulle assunzioni (ma in tal caso andrebbe fatto qualche conticino), ci sono tanti adempimenti che potrebbero essere messi in un fondo per assumere nuovo personale (e anche questa è un eventualità non una sicurezza), ma non per questo questi adempimenti vanno sempre cancellati (sarebbe come dire che se mangiassimo meno di 1000 calorie al giorno, potremmo comprarci la seconda casa). Poi dire che un registro in più non incide sul lavoro nero, quando un registro in meno diminuisce la possibilità di beccare gente in nero è un ragionamento che desta qualche perplessità. Il problema è che questo tipo di ragionamento viene continuamente fatto nel Mezzogiorno d'Italia (dove gli adempimenti spesso non si sa nemmeno cosa siano), che forse non a caso è un territorio con un tasso molto alto di disoccupazione.


26 aprile 2009

Roberto Croce : la sicurezza sul lavoro come bene disponibile

 A pochi mesi dall’entrata in vigore di un provvedimento così articolato e complesso come il nuovo Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro (decreto legislativo 9 aprile 2008 n. 81) è possibile procedere a un primo bilancio sul suo stato di attuazione.
Al di là dei tanti proclami e delle tante buone dichiarazioni di principio, è possibile così scoprire come la materia che doveva costituire il nodo centrale delle nuove misure previste in tema di salute e sicurezza sul lavoro, ossia la valutazione dei rischi, sia rimasta ad oggi pressoché inattuata.



La gravità di tale circostanza non potrà sfuggire ove si rifletta sul fatto che mediante la valutazione dei riscDecreto legge n. 207 del 31.12.2008 hi, il datore di lavoro individua le caratteristiche della propria realtà organizzativa e produttiva al fine di scegliere le misure idonee a costruire un modello di prevenzione adatto a garantire la sicurezza e la tutela dei propri lavoratori e di quanti, a vario titolo, intervengono od operano nell’ambito del contesto organizzativo aziendale.
Non è un caso che “la valutazione di tutti i rischi per la salute e sicurezza” compaia al primo posto nell’elenco delle misure generali di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro previste dall’art. 15 del nuovo Testo Unico.
Nonostante l’assoluta rilevanza della materia in questione (o, forse, sarebbe più esatto dire a causa della sua indiscussa centralità), l’art. 306 del decreto legislativo n. 81, in deroga al principio generale di immediata efficacia dell’intero Testo Unico, aveva rinviato l’efficacia delle norme riguardanti l’attività di valutazione dei rischi (e delle relative disposizioni sanzionatorie) al decorso del termine di 90 giorni dalla data di pubblicazione della Gazzetta Ufficiale.
Ma la storia dei rinvii, purtroppo, non finisce qua.
E infatti, su pressione delle lobbies imprenditoriali presenti in maniera trasversale nel Parlamento, il comma 2 bis dell’art. 4 della legge 2 agosto 2008 n. 129 (intitolata “Conversione di legge, con modificazioni, del decreto legge 3 giugno 2008 n. 97, recante disposizioni urgenti in materia di monitoraggio e trasparenza del meccanismo di allocazione della spesa pubblica nonché in materia fiscale di proroga dei termini”) ha disposto un ulteriore differimento dell’efficacia delle disposizioni in tema di valutazione dei rischi al 1 gennaio 2009.
A pochi giorni dallo scadere della fatidica data, il governo di centrodestra è intervenuto nuovamente sulla materia con l’art. 32 del Decreto legge n. 207 del 31.12.2008 (intitolato “Proroga di termini previsti da disposizioni legislative e disposizioni finanziarie urgenti”) concedendo alle imprese un ulteriore differimento del termine in questione fino al 16 maggio 2009 “con riferimento alle disposizioni di cui all’art. 28, commi 1 e 2 del medesimo decreto legislativo, concernenti la valutazione dello stress lavoro-correlato e la data certa” del documento di valutazione dei rischi.
Quest’ultimo aspetto del rinvio è particolarmente grave e insidioso.
E’, infatti, evidente che concedere una proroga fino al 16 maggio 2009 per ciò che concerne la “data certa” del documento da elaborare a conclusione dell’attività di valutazione dei rischi equivale a concedere alle imprese (fino a tale data) una fin troppo agevole “via di fuga” dall’adempimento tout court dell’obbligo di aggiornare ed integrare il documento di valutazione dei rischi secondo le nuove prescrizioni introdotte dagli artt. 28 e ss. del Testo Unico.
La certezza della data del documento è componente essenziale della garanzia di svolgimento dell’attività di valutazione dei rischi.
Il differimento al 16 maggio 2009 disposto dall’art. 32 del Decreto Legge n. 207 ha, inoltre, riguardato la disposizione che vieta le visite mediche “in fase preassuntiva” nonché la disposizione che obbliga le imprese alla comunicazione all’Inail o all’Ipsema dei dati, per fini statistici e informativi, relativi agli infortuni sul lavoro che comportino un’assenza dal lavoro di almeno un giorno, mentre, a fini assicurativi, delle informazioni relative agli infortuni sul lavoro che comportino un’assenza dal lavoro superiore a tre giorni.
Dal sintetico quadro fin qui esposto, la desolante conclusione a cui si può giungere è la seguente: una materia di rilievo costituzionale (art. 32 Cost.) quale la tutela della salute e della sicurezza sul lavoro è stata sistematicamente declassata a bene “disponibile”, a mero oggetto di scambio e di mediazione con le imprese, le cui potenti lobbies sono state persino in grado di congelare l’efficacia di una importante riforma legislativa per quasi un anno.
Non può, infatti, sfuggire ad alcuno che, così facendo, lo Stato ha garantito (e sta continuando a farlo) alle imprese per l’arco di un intero anno l’assenza di controlli da parte degli organismi ispettivi competenti in una materia così delicata quale la “valutazione di tutti i rischi per la salute e sicurezza” dei lavoratori.
Per avere una idea della gravità delle omissioni qui denunciate è sufficiente riflettere sul numero degli infortuni e dei morti sul lavoro nel nostro paese dall’inizio del 2008 fino al 22 dicembre: 1.027 morti, 1.027.436 infortuni, 25.685 invalidi (fonte dati: articolo 21).
Siamo di fronte a una guerra “a bassa intensità” che ha ucciso oltre 8.000 lavoratori dal 2001 a oggi e che comporta un costo sociale di circa 42 miliardi di euro l’anno (pari al 3% del Pil).
Ora, invece di potenziare le misure di prevenzione e di vigilanza, lo Stato ha deciso di ritirarsi dalla scena per un anno proprio nella materia che doveva costituire uno dei nodi centrali delle nuove misure previste in materia di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro.
Si tratta a nostro giudizio di concessioni gravi innanzitutto dal punto di vista delle loro implicazioni culturali. Si direbbe, riflettendo su tali produzioni legislative, che la sicurezza del lavoro sia materia sulla quale, in un’ottica di scambio, sia possibile chiudere gli occhi o (quantomeno) stare a temporeggiare.
Che nell’anno di grazia 2009, nel bel mezzo di una ennesima recrudescenza delle morti bianche, si accordi tolleranza nell’adeguamento alle norme poste a presidio della salute e della sicurezza dei lavoratori è cosa indegna di un paese civile.
La non conversione in legge da parte del Parlamento dell’art. 32 del potrebbe essere un modo (sia pur tardivo) per rimediare.


25 aprile 2009

Guglielmo Forges Davanzati : il lato nero del profitto

Il Ministro Sacconi dichiara, in ogni occasione possibile, che il lavoro nero va contrastato con tutti gli strumenti possibili, in primo luogo con l’attività di vigilanza e repressione. Si tratta dello stesso Ministro che ha voluto il Libro Unico del Lavoro, di cui al decreto-legge n. 112/2008, il cui primo obiettivo consiste nel ‘semplificare’ l’attività d’impresa, mediante due principali dispositivi. In primo luogo, si esonerano le imprese dal tenere la documentazione necessaria a comprovare la regolarità delle assunzioni nel caso in cui esse abbiano più sedi operative, rendendo obbligatoria la disponibilità dei registri nella sola sede legale. In secondo luogo, si dispone che se un ispettore riscontra manodopera non regolare, ma se l’imprenditore “non mostra la volontà di occultarla”, non è possibile comminare una sanzione. Non soltanto si è in presenza di norme che oggettivamente favoriscono il ricorso al lavoro nero, ma si è di fronte a una inversione di tendenza – difficilmente giustificabile - rispetto a quanto si è cercato di fare nel recente passato, soprattutto per impulso della CGIL, mediante l’adozione di “indici di congruità” finalizzati a quantificare l’impiego ‘normale’ di forza-lavoro in relazione al fatturato aziendale, con interventi di sanzionamento per deviazioni significative da tali valori, che hanno dato buon esito laddove sono stati sperimentati. Nel corso degli ultimi anni, si è potuto riscontrare il simultaneo aumento delle dimensioni dell’economia sommersa, in Europa e in Italia, e dei profitti. Il Fondo monetario internazionale stima che, nell’Unione europea, sono circa 20 milioni gli individui coinvolti in attività irregolari, che in Italia una percentuale di lavoratori oscillante fra il 30 e il 48% si colloca in segmenti di mercato ‘nascosti’ e che tale percentuale è di molto aumentata nel corso dell’ultimo decennio. Disaggregando il dato, si rileva, su fonte CENSIS, che il tasso di irregolarità si assesta intorno al 20% nel Mezzogiorno, in aumento rispetto ai primi anni 2000, a fronte di una media del 9% al Nord, dove subisce una pur lieve flessione.  Al tempo stesso, la BCE registra che i profitti complessivi in Europa sono aumentati dai circa 7 milioni di euro nel 1999 ai quasi 13.000 milioni nel 2007. Paiono sufficienti questi dati per destituire di fondamenta la tesi liberista secondo la quale l’intera economia sommersa costituisce causa di concorrenza sleale nei confronti dell’economia regolare e, dunque, comprime i profitti delle imprese che rispettano la normativa vigente. Ciò può portare a ritenere il sommerso – o almeno una sua porzione significativa – come semmai funzionale alla riproduzione capitalistica, per diverse ragioni. In primo luogo, soprattutto tramite esternalizzazioni, le imprese formalmente regolari riescono ad approvvigionarsi a più bassi prezzi di prodotti intermedi; il che consente loro di ridurre i costi di produzione, acquisendo quote di mercato a danno delle potenziali concorrenti, e soprattutto, delle imprese concorrenti formalmente e sostanzialmente regolari. In secondo luogo, data l’inesistenza di vincoli di orario di lavoro nell’economia sommersa, le imprese che operano in quel contesto riescono a ottenere ritmi di produzione superiori alle imprese che fronteggiano tali vincoli e, dunque, possono produrre in tempi più brevi e consentire alle imprese formalmente regolari di vendere prima delle proprie concorrenti, acquisendo – anche per questa via – quote di mercato e profitti. Si può anche notare che il crescente ricorso all’economia sommersa è strettamente connesso all’intensificazione dei processi concorrenziali, quantomeno nel senso che l’aumento dell’intensità competitiva – in larga misura derivante dall’accelerazione dei movimenti internazionali di capitale - stimola la crescente necessità di farvi fronte mediante l’acquisizione di profitti di breve periodo.

 

Vi è di più. Per quanto specificamente attiene al sommerso da seconda busta paga, in un’economia nella quale è significativamente elevata la trasmissione di informazioni, e nella quale dunque gli effetti di emulazione giocano un ruolo non secondario, l’aumento delle disuguaglianze – caratteristica delle economie OCSE almeno dell’ultimo trentennio – connesso all’ostentazione dei consumi, tende a generare un aumento dei consumi desiderati da parte dei ceti meno abbienti, il cui soddisfacimento si rende possibile per il fatto che le imprese irregolari hanno costantemente necessità di forza-lavoro da sottopagare.
L’Italia e, ancor più il Mezzogiorno, sperimentano una crescita delle dimensioni dell’economia sommersa maggiore rispetto alla media OCSE. Se è osservabile che il sommerso ha natura pro-ciclica, la variabilità delle sue dimensioni rispetto al PIL si spiega essenzialmente alla luce dei diversi modelli di sviluppo, nel senso che le economie che competono mediante strategie di compressione dei costi di produzione - ed è il caso dell’Italia - sono quelle nelle quali è vitale disporre di un bacino di manodopera da utilizzare in modo irregolare. E tali strategie sono strettamente associate alle piccole dimensioni aziendali. Può essere sufficiente ricordare, a riguardo, che, stando all’ultimo rapporto SVIMEZ, il 95% delle imprese meridionali occupa meno di 9 dipendenti. Letta in questa prospettiva, la tesi che vede nel sommerso meridionale un segno di ‘vivacità imprenditoriale’ – così che si ritiene che non debba essere contrastato – getta luce sul fatto che il sottosalario pagato ai lavoratori irregolari è comunque una componente della domanda interna e, per questa via, contribuisce alla realizzazione monetaria dei profitti, quantomeno di entità maggiore rispetto al caso in cui il sommerso venga significativamente ridimensionato. Si tratta di una tesi che, se ben maschera le ragioni strutturali che rendono il sommerso funzionale alla riproduzione del sistema, presenta seri vizi logici e che, messa alla prova dei fatti (vedi i contratti di riallineamento), si è rivelata fallimentare. Innanzitutto, non si capirebbe per quale ragione le imprese irregolari, in un futuro che non è dato prevedere, intraprendano più o meno spontaneamente un processo di regolarizzazione, dal momento che il mercato non dispone di meccanismi endogeni tali da rendere conveniente l’emersione spontanea. In secondo luogo, questa tesi regge sulla proposizione implicita - per nulla neutrale sul piano etico-politico - secondo la quale è preferibile tollerare l’ingiustizia oggi per avere (forse) maggiore crescita economica domani, piuttosto che sanzionare ciò che oggi è illecito.
Non è un fatto nuovo che, nei periodi di recessione, le imprese cerchino di recuperare i propri margini di profitto avvalendosi di ogni possibile strategia, anche violando le più elementari regole formali e morali. E’ semmai un fatto abbastanza nuovo, e allarmante, che il nostro Governo non solo le lasci fare, ma crei i presupposti normativi perché l’irresponsabilità sociale d’impresa diventi la norma.


24 aprile 2009

Luciano Del Sette : un caso di cantiere selvaggio

 

Questa è una piccola ma eloquente storia di mala edilizia, simile a tante che ogni giorno vanno in scena nei cantieri delle città. Storie che si aprono e si chiudono in alto, lungo le facciate dei palazzi, sopra la testa della gente che cammina per strada e non può vederle, e se magari anche le vedesse, non ci farebbe caso. Storie a volte ancora più nascoste dalle reti davanti ai tubi Innocenti e alle passerelle di legno, tese per arginare la polvere e i detriti dei calcinacci. Questa è una piccola storia di mala edilizia, mascherata dietro i cartelli previsti dalla legge, l'impianto antifurto, la recinzione di plastica rossa che delimita l'area dei lavori. E resa ancor più incredibile e spudorata dal luogo in cui si è appena svolta: il centro storico di Torino.
L'indirizzo è via Cavour 7-9, a pochi metri da via Lagrange, ripavimentata e pedonalizzata di fresco per farne la nuova regina dello shopping nella capitale sabauda. La casa è un edificio d'epoca brutalmente e forse abusivamente sopraelevato di due piani negli anni '70 del secolo scorso. Due piani che nulla hanno a che vedere con le architetture originali: un lungo balcone grigio su cui affaccia una fila di porte a vetri e, sotto il tetto, una serie di finestre altrettanto grigie. Proprio il tetto deve aver creato non piccoli problemi al condominio, visto che, per la seconda volta nel giro di pochi mesi, è stato necessario provvedere a ripararlo. L'accesso al tetto da parte degli operai dell'impresa incaricata è possibile soltanto montando un'impalcatura esterna: strutture fatte di tubolari, su cui poggiano lunghe passerelle fatte di assi di legno con alle spalle molti pesi sopportati negli anni. Cinque piani di impalcatura, che raggiungono almeno una quindicina di metri di altezza da terra. È un intervento abbastanza rapido, affidato a un piccolo gruppo di operai. Visto così, il cantiere sembra in perfetta regola: recinzione protetta sul marciapiede, cartello che indica le attrezzature obbligatorie per chi lavora (dal casco alla cintura di sicurezza, passando per le calzature e i guanti protettivi), segnali di divieto di accesso ai non addetti ai lavori. 



Alla voce "Soccorsi di urgenza" lo spazio per il relativo numero di telefono è però rimasto in bianco. Anche il cartello dei responsabili dell'intervento risulta a norma, con i cognomi del progettista, del direttore dei lavori, dell'assistente tecnico. Il responsabile della sicurezza viene indicato nell'architetto Rossetto. Due giorni fa, finiti i lavori, si cominciano a smantellare le impalcature. E due giorni fa, l'autore di questa cronaca apre la finestra di un appartamento al terzo piano, proprio davanti al cantiere, a pochi metri di distanza. Apre la finestra e rimane impietrito. Uno degli operai sta smontando, in alto, al quinto livello, i tubolari di ferro. Li sbullona con una grossa chiave inglese, li appoggia sulle assi traballanti e sconnesse delle passerelle, e quando ne ha radunato un numero sufficiente, li lega a una fune che sale e scende grazie a una carrucola. Tutto questo avviene senza che l'operaio indossi il casco e senza alcuna imbragatura che lo assicuri nel caso in cui un gesto brusco o un imprevisto gli possano far perdere l'equilibrio. A terra, un collega (anche lui senza casco) raccoglie il carico, che cala oscillando pericolosamente, e potrebbe benissimo precipitare sulla testa dei passanti prima di arrivare a destinazione. Ma c'è di più, molto di più. Basta uno sguardo appena attento per notare la totale mancanza di scalette per accedere ai vari livelli delle impalcature. E allora, come si fa? Si fa così, anzi lo fa l'operaio addetto allo smontaggio: una volta sbullonate le strutture di un livello, si aggrappa a un tubolare verticale e scende al livello inferiore. Qui, appoggia i piedi su un tubolare orizzontale, sotto c'è il vuoto, e fa scivolare dall'alto le assi per allestire una nuova e precaria passerella.
Alle sei del pomeriggio l'operaio, che ha iniziato il turno alle nove, è arrivato dal quinto al terzo livello. Sulla sua faccia e nei suoi gesti rallentati si legge tutta la fatica di un lavoro svolto in condizioni tali da rendere fatale anche il più piccolo errore. Un segmento di tubolare, con i suoi raccordi, è rimasto incastrato tra le colonne di un balcone, non vuole saperne di venire via. E allora bisogna impugnare con più forza la grossa chiave inglese, farla lavorare con una mano, mentre l'altra cerca un appiglio che dia un minimo di sicurezza. Ci vogliono cinque minuti buoni perché il problema si risolva. Cinque minuti, e poi a casa, ben lontano dalla centralissima via Cavour. Ieri mattina, alle nove, il cantiere ha riaperto. Chi scrive era già affacciato alla finestra, la macchina fotografica pronta. L'operaio, lo stesso del giorno prima, è arrivato. Ha indossato i guanti protettivi, il casco non c'era. Ha buttato uno sguardo verso l'alto, si è aggrappato a un tubolare dell'impalcatura e ha cominciato a salire. Poi, più su, mettendo i piedi sulla ringhiera di un balcone, si è issato a forza di gambe e di braccia fino a raggiungere la passerella di assi di legno al terzo livello. E ha ripreso il suo lavoro.
Capelli neri e ricci, pelle scura, baffi e barba corta, il suono delle poche parole scambiate con il collega tre livelli più sotto, dicevano senza ombra di dubbio che era un nordafricano. Con buone probabilità lavoratore irregolare quanto il cantiere aperto in una via della Torino chic. Ma questo, e altro ancora, bisognerebbe chiederlo all'architetto Rossotto: secondo il cartello, ma soltanto secondo il cartello, responsabile di una sicurezza che, nelle vie delle città, dove i cantieri di restauro sono all'ordine di ogni giorno, diventa una dichiarazione formale, una regola che si può fare a meno di non rispettare. La regola, quando si muore di lavoro magari cadendo da un'impalcatura, è quella della tragica fatalità.


24 aprile 2009

Guglielmo Forges Davanzati : quando le morti bianche non sono un problema

 L’Italia è il Paese europeo nel quale si muore di più sul lavoro. L’ultimo rapporto Censis segnala che il numero di incidenti sul lavoro è, nel nostro Paese, il doppio della Francia e il 30% in più rispetto a Germania e Spagna. Se si escludono i cosiddetti infortuni “in itinere” (ad esempio quelli avvenuti nel tragitto casa-luogo di lavoro), sebbene non siano rilevati in modo omogeneo in tutti i Paesi europei, si registrano – nell’ultimo anno - 918 casi in Italia, 678 in Germania, 662 in Spagna, 593 in Francia. E si tratta di un problema strutturale. Al 2004, l’Eurostat riporta che, in termini assoluti, l’Italia fa registrare 944 vittime contro le 804 della Germania; l’Italia conta un numero di vittime sul lavoro in rapporto alla popolazione per centomila residenti pari 1,62 contro una media UE dello 0,97; in termini di occupati si calcola una percentuale di 4,21 vittime contro il valore medio europeo del 2,24 per centomila lavoratori. Recenti ricerche condotte presso l’Università del Sannio, in particolare da Emiliano Brancaccio e Domenico Suppa, hanno messo in evidenza che le ‘vittime per unità di prodotto’ ammontano, in termini percentuali, allo 0,68 in Italia a fronte dello 0,36 in Germania. Eppure, a fronte di questa evidenza, autorevoli esponenti di Confindustria continuano a sostenere che la numerosità degli incidenti sarebbe in Italia circa uguale a quella registrata in Germania.



Alcuni esponenti del Governo, e non pochi commentatori vicini a Confindustria, ritengono che gli infortuni siano responsabilità dei lavoratori, poco attenti a utilizzare le misure di sicurezza che pure le imprese mettono a loro disposizione. E le recenti campagne televisive del Governo riflettono esattamente questa impostazione, rendendo esplicito che la causa delle morti bianche sta nella scarsa informazione dei lavoratori sul funzionamento dei dispositivi di sicurezza, assumendo che questi esistano e siano efficaci. E’ una congettura piuttosto singolare, almeno nel senso che attribuisce ai lavoratori un’attitudine masochistica, o una propensione al rischio talmente alta da mettere a repentaglio la propria salute per un presunto eccesso di fedeltà all’azienda. A ben vedere, e come è stato mostrato, fra gli altri, da Riccardo Realfonzo sulle colonne del Corriere della sera, l’elevato numero di incidenti in Italia deriva dal fatto che la struttura produttiva delle nostre imprese è tipicamente associata all’utilizzo di tecnologie di retroguardia. E’ ben noto che le imprese italiane – di dimensioni medio-piccole - cercano di fronteggiare la concorrenza internazionale comprimendo i costi di produzione, a fronte del fatto che le proprie concorrenti competono innovando. Comprimere i costi significa ridurre i salari nella misura del possibile, avvalersi di lavoro precario, ridurre le spese di formazione, ricorrere al lavoro irregolare e, non da ultimo, accrescere l’intensità del lavoro mediante l’accelerazione dei tempi di produzione. Ora, appare del tutto evidente che in prima istanza accelerare i tempi di produzione, con tecnologie di retroguardia, non può non determinare un aumento della probabilità di incidenti. In più, la precarizzazione del lavoro, che ‘disciplina’ gli occupati mediante la minaccia di licenziamento, contribuisce certamente ad aggravare il problema: se il rinnovo del contratto è subordinato a un elevato rendimento, è chiaro che l’intensità del lavoro tende ad aumentare. Ma l’aumento dell’intensità del lavoro – nelle condizioni date – può significare, e – come si è visto – significa, ulteriore aumento della probabilità di incidenti.

Occorre poi prendere atto che la sequenza di effetti che porta agli infortuni non parte dalle politiche aziendali di compressione dei costi. Queste ultime, a loro volta, sono state accentuate – negli ultimi anni - dagli indirizzi restrittivi delle politiche fiscali e monetarie, in ambito nazionale ed europeo. In primo luogo, gli elevati tassi di interesse – per effetto delle scelte ‘conservatrici’ della BCE – e il razionamento del credito, soprattutto nel Mezzogiorno, accrescendo le passività finanziarie delle imprese e/o riducendo la possibilità di espandersi, incentivano, di fatto, il ricorso alla precarizzazione, al lavoro irregolare e all’aumento dell’intensità del lavoro, in una condizione nella quale – è necessario ribadirlo - la propensione a innovare è sostanzialmente nulla. In secondo luogo, le politiche fiscali restrittive, riducendo la domanda interna, costringono ulteriormente le imprese a ricorrere a strategie di compressione dei costi per mantenere almeno inalterati i propri margini di profitto. Se il neoliberismo – pur rivisto e corretto alla luce della crisi in atto - riconosce la necessità di una maggiore regolamentazione dei mercati, non può ancora rimuovere il tabu delle politiche fiscali espansive: così come non può rimuovere i tabu della regolamentazione del mercato del lavoro, della lotta al sommerso, delle azioni di contrasto alle morti bianche. In questo contesto, non appare singolare la proposta del Ministro Castelli di escludere dal computo delle ‘morti bianche’ quelle che non si verificano direttamente in azienda, ma che, per esempio, si determinano per spostamenti durante la giornata lavorativa. Per lui non vale l’obiezione che si tratta comunque di erogazione di forza-lavoro: a rigor di logica, se l’argomento di Castelli fosse accettato, la morte di un operaio inattivo ma presente sul luogo di lavoro non sarebbe un incidente sul lavoro. Per Castelli, come per Confindustria, non sono più gli incidenti sul lavoro a costituire un problema: lo è semmai la metodologia utilizzata per calcolarli. Il funereo rimpallo di cifre che ne deriva – o soltanto il semplice tacere - serve a evitare di ‘legare le mani’ alle imprese, lasciandole così libere di non investire sulla sicurezza sul lavoro, e – cosa di non poco conto - a ridurre le spese per gli indennizzi.


21 maggio 2008

Congratulazioni Emma !

Non è un caso che l'elezione della Marcegaglia a presidente della Confindustria sia stata festeggiata con una morte bianca in una fabbrica appartenente al gruppo che fa capo alla sua famiglia.
La signora già aveva criticato le nuove norme del governo Prodi sulla sicurezza sul lavoro, dicendo che innalzare l'asticella non serviva a garantire l'applicazione delle norme di sicurezza. Parlava evidentemente con cognizione di causa.

 Emma prima dell'aumento di produttività

 Emma dopo l'aumento di produttività ( usura dei macchinari )


Ma che ci aspettiamo da una Confindustria in cui tutte le regole sono costi aggiuntivi da tagliare e freni all'aumento della cosiddetta produttività ?
Che ci aspettiamo da un atteggiamento che con la scusa della produttività (peraltro mal definita) vuole solo allungare il tempo di lavoro di fatto e aumentare lo sfruttamento dei lavoratori ?
Tutti ormai dicono che l'imperativo categorico sia la crescita, ed in questa crescita vogliono mescolare anche i morti, le cui ossa contribuiranno a formare il lievito del progresso del nostro paese. Perciò non piangete, non abbiate paura.
Viva il capitale, viva la produzione : un operaio nella pressa ? Lo confezioneremo e lo venderemo da qualche parte. Un carico ne schiaccia un altro ? Meglio, una bocca da sfamare in meno.
Rialzati Italia !
Rialzati operaio ! Che fai, non ti rialzi ? Insomma, vivo o morto, sempre fannullone sei ....


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