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23 luglio 2008

L'Italia era un paese civile

 

Shawky è un nome troppo complicato per un sindacalista che batte i cantieri. Il cognome, Geber, è più facile da pronunciare e da scrivere per italiani, slavi, romeni, albanesi, latinos. Sessanta anni appena compiuti, fisico asciutto, Geber da giovane in Egitto è stato un campioncino di lotta libera. In Italia è stato un pioniere dell'immigrazione. E' arrivato nel 1973, quando a Milano gli egiziani erano «poco più una decina» e si conoscevano tutti. In tasca aveva 90 mila lire e 50 dollari, nella valigia i libri per continuare a studiare. Invece, ha fatto il muratore. E' stato uno dei primi extracomunitari eletti delegati della Fillea, «l'ultima volta con il 97% dei voti». E' diventato il primo funzionario straniero degli edili della Cgil milanese (ora sono sei), dal 2001 segue la zona Sud (Romana, Melegnano, San Giuliano). Geber, quindi, può confrontare l'immigrazione e l'Italia di ieri e di oggi. Il suo bilancio è desolato e desolante. «Io sono sempre andato avanti e indietro in aereo, bastava rinnovare il visto in Egitto ogni sei mesi, dieci minuti in Questura e ti davano il permesso di soggiorno. Ho ancora il primo, scritto a mano, tutto ingiallito. Adesso anche gli egiziani si mettono sui barconi e annegano nel Mediterraneo. Trent'anni fa i vicini di casa alla sera bussavano alla porta. Vieni giù, non stare lì da solo. Ero straniero e mi facevano sentire uno di loro. Se va bene, adesso mi ignorano. L'Italia era un paese civile, non lo è più. Un po' di razzismo c'era anche allora, ma gli italiani da piccoli avevano quasi vergogna a manifestarlo. Ora ne dicono e ne fanno di tutti i colori».
E' la legge dei grandi numeri. La svolta nell'atteggiamento degli italiani, secondo Geber, «c'è stata con le navi cariche di albanesi». Digeriti gli albanesi, nel ruolo dei cattivi sono subentrati i romeni, mentre non si placa la ventata di islamofobia post 11 settembre. «All'improvviso gli italiani, che si vantano di non andare in chiesa, sono diventati cattolicissimi». Nell'edilizia, contenitore di diverse nazionalità, le tensioni sono ancor più aspre. Nei cantieri di Milano ufficialmente il 42% della forza lavoro è immigrata, ma la percentuale quasi raddoppia se si considerano gli irregolari e le partite Iva fasulle. «Ogni nuova ondata d'immigrati viene percepita come una nuova dose di concorrenza sleale». E lo è: nelle migrazioni di ogni epoca gli ultimi arrivati sono sempre stati disposti a lavorare «per meno». La nazionalità non c'entra, c'entra il bisogno. «Gli italiani temono di rimetterci soldi e diritti, tirano su il muro, così ci si odia reciprocamente». Difficile far capire che «tutelando gli ultimi, si tutelano anche gli italiani» in un settore dove le differenze retributive sono enormi. Gli stakanovisti bresciani e bergamaschi, che lavorano 12 ore al giorno e si fanno pagare «a metro», guadagnano 3.500 euro al mese. «Di fronte ai 104 euro d'aumento conquistati con l'ultimo rinnovo contrattuale ti ridono in faccia». Nello stesso tempo, il contratto è un miraggio per le decine di migliaia di lavoratori irregolari e precari, quasi tutti stranieri, che lavorano per 4-5 euro all'ora, taglieggiati dai caporali, che non sono un'appendice patologica ma uno snodo ormai fisiologico della filiera delle costruzioni. «E' sempre lo stesso film. Con una differenza: il caporale straniero è peggio di quello italiano. Essendoci passato, conosce i punti deboli dei connazionali, sa come ricattarli meglio».
Non era un caporale, ma un padroncino che si era messo in proprio solo da cinque giorni Ahmed R., l'ultimo anello della catena di appalti e subappalti nel cantiere di Settimo milanese dove il 13 giugno sono morti due "clandestini" egiziani (vedi box). Pur di non avere personale alle dipendenze le aziende obbligano i lavoratori ad aprire una partita Iva, «dall'oggi al domani, senza avere neppure un secchio e una cazzuola, uno diventa imprenditore di se stesso». E' ovvio che uno così recluterà braccia in nero, con il placet delle imprese capocommessa. Un altro metodo fantasioso per risparmiare su paghe e contributi sono i cocopro. Geber ha visto con i suoi occhi «gente che fa la malta con il contratto a progetto». Dilaga l'epidemia di lavoratori part time, un controsenso in edilizia. Gli addetti inquadrati al terzo livello sono diventati una rarità. Alla Cassa edile di Milano più del 70% degli iscritti è inquadrato al primo livello, quello più basso. «Tutti 'sti palazzoni fatti solo da manovali, una cosa incredibile». L'edilizia è diventato un settore «troppo barbaro», tanto lavoro nero, con l'aggiunta di «mafia e riciclaggio di denaro sporco». Geber conferma che diversi infortuni sul lavoro vengono spacciati per risse o «cadute domestiche». Gente scaricata al pronto soccorso da automobili che sgommano via. O, peggio, «che sparisce nel nulla senza lasciar traccia, càpita anche quello».
Questo quadro fa dire a Geber che se nei cantieri non cambierà qualcosa «nei prossimi tre-quattro anni» per il sindacato la partita sarà chiusa. Aumenterà gli iscritti (a Milano i tesserati stranieri alla Fillea sfiorano i 7 mila), ma avrà sempre meno potere. Alla previsione non rosea per il sindacato Geber aggiunge le ammaccature per la catastrofe della sinistra e i moccoli all'indirizzo di Veltroni. E' un nostro fratello nella sconfitta. Nello stesso tempo, la sua è una storia d'immigrazione «di successo».
Riannodiamo il filo con un Geber ragazzino, «stregato da Nasser», primogenito di una famiglia contadina della regione di El Monofia. Sempre i voti più alti a scuola, dalla IV elementare alla gioia dello studio deve sommare la fatica nei campi. A 14 anni lo assumono in una fabbrica tessile dove fa il lavoratore-studente. Si sposa giovane e quando nel 1973 decide - contro il volere paterno - di venire in Italia per «migliorare» lascia al paese la moglie con due figli (che negli anni successivi diventeranno quattro). A Milano il primo lavoro che trova è al luna park delle Varesine. Quando gli mettono in mano il secchio per lavare le macchinine dell'autopista gli viene da piangere, «non mi conosceva nessuno, eppure mi nascondevo per la vergogna». Resiste un po', a 130 mila lire al mese. Dalla manciata di connazionali che allora formavano la «comunità» egiziana a Milano viene a sapere che in edilizia «si guadagna almeno il doppio». Si butta. Passano cinque anni, cambia tre imprese e lo fanno «sparire» due volte per «nasconderlo» al sindacato», prima di realizzare che non è «davvero» assunto. «Me ne accorgo un Natale quando agli altri danno un assegno e a me no». Riesce a farsi assumere con tutti i crismi al terzo livello. Nel 1984, quando chiede i contributi arretrati per gli anni in nero, il padrone non glieli dà e minaccia di fargli passare «un brutto quarto d'ora». Si rivolge al sindacato (non ha ancora ben chiara la differenza tra le varie sigle, opterà per la Cgil quando gli diranno che «sta con il Pci»). A lui basterebbero poche centinaia di mila lire, ne fa una questione di principio non di soldi. Il sindacalista invece gli impartisce la prima lezione: «Aspettiamo, la mossa deve farla il padrone». Che offre 3 milioni e mezzo. «Aspettiamo». Dopo una settimana, i milioni diventano 5. «Aspettiamo». Vertenza chiusa dopo 10 giorni a 7 milioni. «Allora il sindacato ci sa fare, mi sono detto».
La lezione Geber la metterà a frutto nella lunga esperienza di delegato nell'impresa Manara, dove tutti i dipendenti erano italiani. «Hanno visto che non mediavo sui diritti, non avevo né paura, né vergogna. Se mancava una lira, facevo casino. Le cose tutto sommato nella mia azienda andavano piuttosto bene». Nel 2001 quando Geber diventa funzionario di zona della Fillea scopre che negli altri cantieri «c'è da mettersi le mani nei capelli». E' tentato di tornare nella sua azienda, «poi ho resistito, per orgoglio, per puntiglio, per non sentirmi egoista». Cinque anni di vita così, per nulla da travet, con 300 cantieri da seguire nell'arco di un anno, lavoro di sportello pure al sabato mattina, separano Geber dalla pensione.
E' stata un pendolo la sua vita, divisa tra Italia ed Egitto, dove la moglie è tornata dopo una breve parentesi a Milano. «Qui per lei le case erano troppo piccole e c'era troppo freddo, in tutti i sensi». Geber si sente «al 50% italiano e al 50% egiziano». Al paese ha costruito una casa, «ci ho messo dieci anni», non ha ancora deciso se andrà a viverci da pensionato. «I ritmi in Egitto sono diversi, non mi ci trovo più. Non sopporto che gli emigrati che tornano siano considerati dei ricchi che devono spendere e spandere». A Milano Geber sta con uno dei figli. Laureato in sociologia, fa il capomagazziniere da sei anni, dice sempre che è l'ultimo e poi tornerà in Egitto. «Resterà qui. Farà come me. Gli è presa la malattia». Nonostante sia peggiorata, l'Italia merita ancora di farci su una malattia.

(Manuela Cartosio)


18 luglio 2008

Il ministro Sacconi e i caschi di protezione

 

E' indubbio che quanto più i lavoratori useranno mezzi di protezione adeguati, tanto più si potranno evitare le «morti bianche». Certo, non parliamo di «robottini» vestiti di tutto punto dalle aziende, messi in produzione con l'interruttore: forse potrà anche capitare, come lamentava ieri il ministro del Lavoro Sacconi, che qualcuno di loro ometta - per il caldo, la fretta (imposta dall'impresa), l'eccessiva confidenza - di indossare il casco o gli scarponi antinfortunistici. Ma la cultura che si va diffondendo - perlomeno tra la Confindustria e il governo - è che la gran parte degli infortuni avvengano per una «distrazione» del lavoratore, che magari è male informato o ha fretta di finire, ma tutto per colpa sua.
Per i sei operai morti a Mineo, Sacconi aveva parlato di «sottovalutazione del rischio»; e ieri ha riferito di un «diffuso rifiuto del casco» nel nostro paese. Ricordiamo un altro episodio eloquente: nell'Ikea più grande d'Italia, a Corsico, ben 33 infortuni hanno colpito i lavoratori in un anno, e uno ha provocato il ferimento leggero di un bambino, figlio di clienti. Ecco la versione della multinazionale svedese, ripresa letteralmente da un comunicato di qualche giorno fa: «L'oggetto che ha colpito il bambino era stato mal posizionato su un ripiano. Rimandano invece a casualità o distrazione tutti gli incidenti accaduti ai dipendenti». Il cliente (ma solo lui) ha sempre ragione.
Il problema è che anche se i lavoratori indossassero tutti il famoso casco, continuerebbero a mancare le protezioni intorno: chi dovrebbe costruire le passerelle, le ringhiere di protezione, chi dovrebbe fornire le imbragature agli operai? E i tanti immigrati che lavorano nei subappalti edili, scelgono forse di non autoapplicarsi il contratto nazionale? Quattro milioni di lavoratori sono precari, e altrettanti in nero, per «distrazione»? Chi non ha diritti contrattuali, non ha il coraggio di reclamare maggiore sicurezza, né riesce a fare sindacato: ma questo è «il grande rimosso» del governo Berlusconi, dato che il ministro del Lavoro Sacconi sta procedendo a smontare pezzo per pezzo le ultime garanzie a tutela dei lavoratori, mentre dall'altro lato si detassano gli straordinari e i premi individuali per imporre di fatto ritmi di lavoro sempre più pesanti e a rischio infortunio.
E se a tutto questo aggiungiamo comportamenti imprenditoriali come quello della Thyssen, o dell'oleificio umbro che chiede il risarcimento alle famiglie delle vittime, il cerchio si chiude. Mentre Emma Marcegaglia ci dovrebbe spiegare perché non ha ancora cacciato dalla Confindustria imprese carenti su questo fronte.
Il ministro che offre «più caschi per tutti», oltre a confermare le precarietà della legge 30, sta cancellando buone norme del passato governo: ad esempio le lettere certificate grazie a cui si impediva l'odiosa pratica delle dimissioni in bianco, imposte soprattutto alle donne per «tutelare» l'impresa dalla maternità. Il pretesto addotto è che si tratta di una «formalità burocratica» che rallenta: ci dica però il governo cosa sta proponendo in alternativa.
Poi si cambiano le leggi sugli orari, riducendo i riposi e portando la settimana lavorativa fino a 60 ore. Immaginiamoci i grandi progressi per la sicurezza in fabbrica, in fonderia o in un cantiere.
Un altro recente emendamento alla finanziaria, abroga le sanzioni a quegl'imprenditori che, sorpresi da un ispettore con lavoratori non denunciati, «non mostrino la volontà di volerli occultare». Come dire: d'ora in poi assumo tutti in nero, tanto se viene l'ispettore (e su 6 milioni di imprese italiane è davvero difficile) mi autodenuncio e non pago pegno.
Eppure i dati Inail registrano una diminuzione delle morti sul lavoro dal 2006 al 2007: scenderebbero da 1341 a 1210 (quest'ultimo dato, però, attende il consolidamento a fine anno). E' triste misurare le morti sul lavoro con il pallottoliere della statistica, però questi numeri ci dicono probabilmente che alcuni provvedimenti contro il sommerso e la precarietà del passato governo - per quanto graduali - cominciavano a dare qualche frutto. Ma dalle contro-riforme Berlusconi-Sacconi, certo non basterà un casco a proteggerci.

(Antonio Sciotto)

Tra le sorprendenti leggi proposte dal governo Berlusconi, c'è un emendamento alla manovra finanziaria - nascosto come tanti altri in un testo di inizio luglio - che andrà a legalizzare di fatto il lavoro nero. La denuncia viene da Cesare Damiano, ex ministro e responsabile del Lavoro per il Pd: si abrogherebbero le sanzioni per tutti quegli imprenditori che venissero sorpresi nel corso di una visita ispettiva con lavoratori in nero; è essenziale, però, che mostrino la «volontà di non occultare il rapporto». In poche parole: se l'ispettore trova i lavoratori non registrati, basta ammettere che lo sono per evitare le sanzioni. Secondo Damiano, si vuole affossare una norma varata dal governo Prodi che, proprio per evitare il ricorso al sommerso, imponeva alle imprese di registrare il lavoratore almeno il giorno prima dell'inizio dell'attività; in questo modo, oltretutto, si possono anche evitare il gran numero di infortuni che accadono - chissà come mai - proprio nel primo giorno di lavoro (per il fatto che l'impresa registra il lavoratore solo a infortunio avvenuto, o addirittura dopo la sua morte).
Ancora, Damiano denuncia come «altrettanto grave che il governo inserisca negli emendamenti la delega per la revisione della disciplina sui lavori usuranti da adottare "entro sei mesi dall'entrata in vigore della legge stessa"». «Tutto ciò - spiega - contraddice platealmente l'impegno assunto con una mozione votata recentemente da tutto il Parlamento che impegnava il governo ad attuare la delega non oltre il 31 dicembre prossimo». Insomma, i lavori usuranti rischiano ancora una volta il rinvio, e di saltare definitivamente.
Come se non bastasse, ieri la Commissione Bilancio della Camera ha definito «inammissibili» quasi la metà (13) dei 29 emendamenti finora presentati dal governo al decreto legge che contiene la manovra ( e ne sono attesi in tutto un centinaio); quasi tutti presentavano problemi di «estraneità di materia», e tra questi c'è proprio l'emendamento relativo alle sanzioni contro il lavoro sommerso, ma anche quello che limitava a 120 giorni (4 mesi) il tempo massimo per impugnare un licenziamento da parte dei lavoratori; così, non è stata ammessa la possibilità per i dipendenti pubblici di avere fino a 12 mesi di aspettativa per svolgere attività imprenditoriali, l'esternalizzazione di servizi pubblici, la «territorializzazione» delle procedure concorsuali.
Inoltre, la spasmodica ricerca di fondi ha spinto alla proposta di congelare per un anno gli scatti di anzianità di magistrati, professori e ricercatori universitari, dirigenti delle forze dell'ordine e ufficiali delle forze armate. E' confermato il ticket-fregatura (lo tolgono con un emendamento, ma poi con un altro lo impongono anche agli esenti) e l'altrettanta fregatura della «Robin tax», apparentemente contro i petrolieri ma che di fatto verrà scaricata sui consumatori.


25 giugno 2008

Ferma l'impianto e l'azienda lo sospende : the show must go on

 

Fermi l'impianto per motivi di «sicurezza», e l'azienda ti sospende. E' successo a Gela, alla Ecorigen, dove un capoturno è stato sospeso per tre giorni dall'azienda italio-francese, per avere fermato un impianto e avere così causato una perdita di produzione. La denuncia arriva dal segretario della Filcem cgil di Caltanisetta, Alessandro Piva, che insieme ai dirigenti chimici di Cisl e Uil, ha impugnato il provvedimento chiedendo un arbitrato davanti all'ufficio del lavoro. La Eurogen opera nel settore della rigenerazione di catalizzatori esausti, provenienti dalle raffinerie del Mezzogiorno. Secondo i sindacati, il tecnico era stato informato da due suoi operatori che nei capannoni dei forni di rigenerazione si avvertivano odori forti di idrocarburi. Dopo avere vietato l'ingresso ai locali, il capoturno avrebbe chiesto alla direzione di essere sostituito perchè anche lui aveva respirato l'aria pesante. Ma il sostituto non sarebbe arrivato, così il capoturno ha fermato l'impianto, mettendolo in sicurezza. Si è poi recato all'ospedale dove i sanitari lo hanno sottoposto a terapia di rianimazione prima di dimetterlo.


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22 giugno 2008

Guariniello sulla sicurezza sul lavoro

 

Prevenzione, cultura della sicurezza: «Parole al vento», secondo il procuratore aggiunto di Torino Raffaele Guariniello, titolare dell'inchiesta lampo sui morti della ThyssenKrupp: «La cultura della sicurezza rischia di essere uno slogan, una formula retorica dietro cui nascondere una sostanziale evasione dagli obblighi di prevenzione». Dieci giorni fa Guariniello era proprio a Catania per illustrare ai magistrati del tribunale il nuovo codice varato dal governo di centro sinistra. «Sono passato dalla Calabria alla Sicilia cercando di portare il messaggio della legge. Il fatto è che la legge è un ottimo messaggio, ma se gli organi di vigilanza funzionano a stento e se i processi non si fanno, come mi hanno detto i magistrati catanesi, è un messaggio quasi pittoresco». «Ma lei lo sa qual'è la legge più importante in materia di sicurezza sul lavoro?

Qual è?
È una norma che abbiamo dal 1930 e che dice una cosa molto semplice: chiunque omette di adottare misure contro infortuni è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni, se poi da quella omissione deriva un infortunio la reclusione passa dai tre ai dieci anni. E' una norma che punisce chi consapevolmente omette le misure anti infortunistiche e, dopo la prescrizione dell'ispettorato, non si mette in regola. Bene, questa è anche una delle norme più disapplicate del paese. Nell'ultimo anno, la Cassazione se ne è occupata due volte, con due sentenze: significa che questi processi non si fanno, che non si fanno accertamenti approfonditi, che le procure sono disorganizzate. Poi magari capita una tragedia come quella che è successa e c'è tutta un'energia ispettiva e giudiziaria che viene messa in campo: bisogna seguire i processi che riguardano la violazione delle norme di sicurezza, non solo dopo la tragedia.

Che rapporto c'è tra azione legislativa, giudiziaria e quella può competere alle parti sociali sul luogo di lavoro?
Il processo legislativo in Italia è sempre stato molto attivo, dagli anni '50 ad oggi. Abbiamo ottime leggi ma completamente disapplicate e credo sia un grande errore delle forze sociali e politiche quello di vedere nelle leggi il momento risolutivo della questione. La dimostrazione palese sta in quello che è avvenuto: si è fatta una nuova legge, ma non è che i luoghi di lavoro siano diventati più sicuri. Non si fanno accertamenti, le procure non sono organizzate, e anche dopo gli infortuni, i processi, quando si fanno, finiscono in prescrizione. La cultura della sicurezza, nel senso di impunità generalizzato, non si svilupperà mai. E anche le sanzioni, sono un deterrente se realmente applicate.

Pensa che anche sul versante del lavoro scarseggi la cultura della sicurezza?
Il lavoratore è la parte debole del rapporto di lavoro, è sempre stato così, e i singoli riescono a portare avanti istanze di sicurezza non in quanto singoli, ma se adeguatamente rappresentati. Le organizzazioni sindacali lo stanno facendo, ma la maggior parte degli infortuni avvengono nelle piccole aziende, dove la rappresentanza sindacale è più debole. La capacità e la forza di imporre sicurezza nasce anche dalla formazione, che non può esaurirsi nella distribuzione di opuscoli e nella firma del lavoratore a riprova dell'avvenuta consegna.

E le imprese, quali responsabilità hanno?
Cultura della sicurezza significa che tutti devono essere convinti della necessità. Ma la convinzione, realisticamente, nasce anche dal fatto che ci siano vincoli effettivi perchè la tentazione che può esserci di risparmiare è forte e risponde a una logica comprensibile. «Diffondere la cultura della sicurezza», è una di quelle frasi frequenti, quasi mitiche. Ma se vogliamo essere realistici e concreti la diffusione della cultura della sicurezza passa anche attraverso un'adeguata vigilanza degli organi preposti e un'efficiente azione dell'autorità giudiziaria. Tutto il resto mi sembrano parole al vento. Un paese in cui questo è carente, è un paese in cui la cultura della sicurezza vacilla.



(Sara Farolfi)


24 marzo 2008

Le simulazioni pericolose

Una delle scene comiche tipiche è la caduta accidentale. Lo sa bene Paolo Villaggio che di schianti a vario titolo correda molte sue pellicole, ma lo sa in genere in cinema comico che di cadute è ricco. Ancora più comica è la caduta fatta nel tentativo di imitare la caduta altrui. La perfezione dell'imitazione in questo caso non è richiesta nè desiderata e questo scatena l'effetto comico. E questo sia pure in maniera amara accade anche quando uno stunt-man che simulava la morte sul lavoro è morto per una caduta simulata male. L'effetto comico non lo dobbiamo censurare : esso è solo apparentemente una presa di distanza violenta dal malcapitato. In realtà è una presa di coscienza che anche la morte è solo la forma suprema della sproporzione tra i nostri desideri e la realtà e questa sproporzione è il nucleo centrale del comico, l'inaspettato, la parentesi che non si chiude mai, l'evidenza di quell'aforisma fatto proprio dalla New age che la vita è ciò che ci accade quando pensiamo ad altro (ed io di questo spiazzamento sono ormai un vero esperto).
Cosa ci dice l'incidente mortale capitato l'altro giorno ? Ci dice che la simulazione del lavoro è lavoro. E lo si vede come dopo l'incidente c'è chi parla delle condizioni di lavoro dello stunt-man, chi parla di fatalità, chi parla degli inevitabili rischi professionali. Lo si vede dalla difficoltà improvvisa di parlare di chi doveva solo descrivere e simulare e si è trovato invece dentro la realtà nella quale non voleva entrare se non fino ad un certo punto.



Condizioni che diamo per oggettive e date, sono invece sempre poste e rinnovate dalla volontà congiunta degli esseri umani.
Scoprire di poter cambiare una situazione è un'esperienza dolorosa. Perchè ci costringe a non inseguire i nostri desideri immediati, ad esaminare il groviglio di compromessi, di silenzi, di abitudini nevrotiche che spesso costituisce il cemento della nostra esistenza sociale. Quel groviglio che ci fa desiderare la morte (e ce la fa richiedere allo Stato) ogni qualvolta la possibilità di pensare ad altro ci è impedita dalla malattia, dalla sofferenza. 
Ci costringe a riprendere quella libertà che  per non pensare deleghiamo alle macchine, agli impianti, alla volontà del padrone (chiamiamolo così, perchè noi vogliamo che sia così).
Ecco la comicità dell'incidente sul lavoro : esso diventa una spia di come non ci sia terreno neutro, angolo di paradiso che sia escluso dalla necessità di guardare dove mettiamo i piedi.
Forse è questo il primo comandamento che bisogna rispettare per riprenderci le lotte e le conquiste dei lavoratori che ci hanno preceduto e che con il nostro passivo concorso stiamo perdendo una dopo l'altra.


15 marzo 2008

C'è del Marce in Confindustria

 In ogni caso abbiamo verificato con mano che all'interno delle fabbriche del gruppo Marcegaglia - il presidente e fondatore è il padre Steno, mentre Emma è tra i consiglieri - i lavoratori non se la passano troppo bene, in special modo sul fronte della sicurezza; ritorna insomma l'«incubo» della Confindustria, che in questi giorni ha dato immagine pessima di sé rifiutando le giuste sanzioni che il governo ha messo in cantiere per le imprese che violano le leggi: e dopo i fatti della Thyssenkrupp e di Molfetta è davvero increscioso che ci sia anche un solo cittadino del nostro paese che possa respingere un giro di vite sul tema. Vedremo se Emma saprà innovare, dando un'immagine di maggior rigore e accettando che la società metta dei paletti al profitto libero. Per ora quello che accade nel suo stabilimento di Boltiere, nel bergamasco, però non lascia ben presagire: c'è un gruppo di lavoratori, concentrato nel reparto stoccaggio, che rischia ogni giorno la vita.
Un breve ritratto del gruppo Marcegaglia ci parla di un colosso specializzato nella trasformazione dell'acciaio, in particolare per produrre tubi e trafilati, con 47 stabilimenti, 6500 dipendenti e un fatturato annuo di 4 miliardi di euro (2007). Il centro è a Gazoldo degli Ippoliti, nel mantovano, dove nacque nel 1959 il primo laboratorio, fondato appunto da Steno, e dove oggi c'è l'impianto più grosso, con oltre 1200 operai; notevoli anche i siti di Ravenna (più di 600) e Forlì (quasi 400); Boltiere e Casalmaggiore, in Lombardia, contano rispettivamente 240 e 340 dipendenti.
Come ci racconta Luca Pescalli, Rsu Fiom di Boltiere, da Casalmaggiore arrivano ogni giorno circa 15 camion di tubi, con singoli carichi tra i 5-600 chili fino a 30-40 quintali. A Boltiere, da qualche tempo e dopo lunghe richieste, è finalmente disponibile l'elettromagnete che solleva i carichi. Il problema è che da Casalmaggiore i tubi non arrivano adeguatamente imbragati, dunque l'elettromagnete è di fatto inutilizzabile. Gli operai di ogni turno devono dunque salire su una scaletta, e stare sospesi a un'altezza di sei metri sopra i tubi, per agganciarli manualmente. Non sono neppure assicurati a un cavo: se i tubi si muovono e se un operaio dovesse scivolare, farebbe un volo di sei metri.
Lo stabilimento di Boltiere non è nuovo a questi problemi. Nel 2007 un edile albanese, che lavorava in nero per una ditta in appalto che costruiva una palazzina per gli impiegati, è morto cadendo da un'altezza di 7 metri: è stato trasportato dai colleghi in ospedale, e all'inizio denunciato come «infortunio domestico». Nel 2006 un operaio è finito in rianimazione per il contraccolpo di un carico di tubi sganciato d'improvviso. E lo scorso dicembre i dipendenti hanno scioperato perché l'azienda ha fatto smantellare un tetto in amianto poco distante dai reparti senza avvertire le Rsu e bloccare la produzione.
Le Rsu sono ora impegnate in trattative con Marcegaglia. Bergamo registra comunque dati pesanti sul fronte infortuni: 35 morti nel 2007, in crescita sul 2006; la provincia è seconda in Lombardia solo a Milano. Alla fonderia Pilenga si è verificato qualche mese fa il caso di un operaio sospeso perché segnalava i rischi sulla sicurezza. Alla Technimont di Castelli Caleppio, denuncia il delegato Fiom, parlare di sicurezza è un tabù. «Dobbiamo fare tutti uno sforzo - spiega Mirco Rota, Fiom - Ma soprattutto non funziona il sistema dei controlli dell'Ispettorato: intervengono da 6 mesi a un anno dopo le segnalazioni, un tempo che vanifica il nostro lavoro».


(Antonio Sciotto)


6 marzo 2008

I morti sul lavoro sono di più...

 L'Inail non indica i casi di morte in cui la malattia professionale è intervenuta come causa diretta e unica, o come concausa. Le denunce di malattia professionale sono 26.000 l'anno, in maggioranza non mortali. Ma vi sono anche patologie tumorali, respiratorie, silicosi, asbestosi che possono essere causa di morte o di riduzione della durata della vita. I soli mesoteliomi (indotti dall'amianto e sempre fatali) risultano, sulla base dell'apposito registro nazionale (peraltro incompleto), oltre mille l'anno. Circa la metà sono riconosciuti dall'Inail. Sarebbe indispensabile che l'Inail fornisse il numero delle rendite ai superstiti, corrisposte al coniuge, in qualche caso ai figli, qualora il decesso sia stato riconosciuto come collegato all'attività lavorativa. Anche questo dato sottostimerebbe il fenomeno, risultando esclusi tutti i casi in cui non vi è un coniuge superstite, tuttavia sarebbe una prima approssimazione. Oggi l'Inail fornisce solo l'importo di spesa per tali rendite, dato inutilizzabile. Non è azzardato ritenere che i morti da lavoro siano per lo meno il doppio: non quattro ma otto al giorno. Le malattie professionali, praticamente tutte figlie dell'industria, sono quasi sempre prevedibili e tendono a reiterarsi per periodi anche lunghi. Nelle malattie da amianto, la lunga latenza di determinate patologie - conosciute dagli anni Sessanta - ha consentito all'industria di «tirare avanti» con la produzione sino agli anni Novanta, producendo migliaia di casi mortali.
Non ricordo di aver visto, negli ultimi 15 anni, contrattazione sugli specifici ambienti di lavoro o piattaforme rivendicative che, utilizzando i dati raccolti dai Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, pretendano cambiamenti nell'organizzazione del lavoro. Sono state prodotte montagne di accordi sui premi di produzione, straordinari e cassa integrazione, ma della salute dei lavoratori non si parla mai. Ma i Rls funzionano? E' possibile che non rilevino mai preventivamente i problemi e la pericolosità della produzione? O vi è un difetto nella comunicazione tra Rls e sindacati, per cui le esigenze di sicurezza non divengono mai piattaforma rivendicativa? O vi è uno scambio tacito tra imprese e sindacati e la sicurezza viene delegata all'impresa per evitare ripercussioni sul tema concretissimo del salario? Nel nostro sistema legale esiste, per l'imprenditore, l'obbligo di «rendere edotto» ogni lavoratore dei rischi che corre. Bisognerebbe rendere effettivo l'obbligo, oggi largamente evaso. E consegnare al singolo lavoratore uno scritto, aggiornato ogni sei mesi, con l'elenco dei rischi a cui è esposto. E organizzare una formazione obbligatoria sulla sicurezza, almeno di otto ore l'anno, per ogni lavoratore, con la partecipazione dei tecnici previsti all'art. 9 dello Statuto. Se a ogni esposto a rischio cancerogeni fosse stata fornita adeguata informazione scritta, sarebbero morti migliaia di lavoratori in meno. E invece, per tornare all'amianto, non mi risulta che un solo imprenditore, pubblico o privato, abbia mai informato sul rischio-cancro e sull'effetto sinergico tra amianto e fumo di sigaretta nel carcinoma polmonare. I due agenti congiunti moltiplicano per 150 le probabilità di contrarre la patologia. Quanti morti hanno sulla coscienza questi signori? A sentirli in sede processuale, quasi nessuno. In giudizio, quando si celebra, combattono come leoni per dimostrare che il lavoratore, con il «fumo voluttuario», si è creato da solo il problema.
Se è vero che per controllare tutte le imprese con l'organico attuale ci vorrebbero 30 anni, è anche vero che raramente i controlli portano a contestazioni di violazioni importanti e quindi costose per le imprese. Ne abbiamo un riscontro in sede giudiziaria. Il nostro sistema penale punisce l'imprenditore per omissione o rimozione delle misure di sicurezza, indipendentemente dal fatto che si verifichi l'infortunio o la malattia professionale. Anche in sede giudiziaria torinese, la più sensibile, la grande maggioranza dei procedimenti penali riguarda infortuni e malattie già verificatesi e raramente vi sono procedimenti che anticipino gli eventi mortali o lesivi. Ciò significa che le notizie sulla pericolosità degli ambienti di lavoro tendono a non affluire alla Procura. Vi è una responsabilità, almeno oggettiva, dei soggetti incaricati dei controlli e, in misura minore, dei sindacati. Non sono una leggenda metropolitana i preavvisi alle aziende sulle ispezioni imminenti, o le ispezioni «miopi» sulle inadempienze e i rischi gravi e invece occhiute sull'altezza da terra dei lavandini.

(Sergio Bonetto)


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9 dicembre 2007

Diritto di morire

Sul Giornale di ieri si celiava il governo presentando un titolo di questo tenore : "Mastella: Se non salta quella norma, si va subito ad elezioni. Ferrero: Se salta quella norma si va subito al voto"
Dunque se è così e se nessuno dei due fa il bluff (accennato dal D'Alema del penultimatum), Prodi può scegliere di che morte vuole morire : freddato dal boss di Ceppaloni o mandato alla fucilazione per mano dei soliti comunisti.
Credo sceglierà la seconda strada : sia perchè da tempo i comunisti non fanno più sul serio (poco fa Bertinotti ha rassicurato Prodi), sia perchè se facessero sul serio si potrebbe ricominciare a fare la solita propaganda reazionaria contro l'inaffidabilità di Bertinotti. Veltroni non aspetta altro che questo. Così che la sinistra si indebolisca e finisca tutta nel Wa(l)ter.
Ritengo che Bertinotti stia solo pensando quando sia opportuno che cada il governo Prodi e così pure la banda Bassotti (Mastella, Di Pietro, Dini). A dettare il tempo sono i quesiti referendari e i summit della cosca veltroniana con le cosche del centro-destra.
I temi sul tappeto sono come le ombre della caverna di Platone, o meglio come le entrate e le uscite dei personaggi delle soap.



Cioccolattini avvelenati per il Governo Prodi ?
(by Ferrero)


Nel frattempo i morti sul lavoro sono quest'anno 986 : sarà l'effetto del governo Berlusconi o quello del centrosinistra. Il trend sarà in miglioramento o in peggioramento. Non ci interessa. Sono troppi rispetto all'idea di sicurezza sul lavoro che dovrebbe essere promossa e concretamente applicata in un paese civile. Quello che è certo che il potere politico italiano, subalterno alle imprese nazionali e no, se ne strafrega della vita dei lavoratori.
Perchè noi ci dovremmo interessare alla vita del governo Prodi, se non per considerarne gli effetti grotteschi ?


20 settembre 2007

Lettera aperta a Francesco Caruso

Caro Francesco,
a parte Gabriella Carlucci, i centristri di Omnibus Weekend eTitollo, nessuno ha evidenziato troppo il fatto che tu abbia superato indenne l'esame che il tuo Partito doveva farti a furor di popolo. Evidentemente non sei più di moda e dovresti trovare qualche altro spunto per finire di nuovo sulle prime pagine di tutti i giornali.
Ora magari qualcuno dirà che il Partito è tuo complice, ma non sospettano che le tue aderenze stanno molto molto più in alto.




Chi se non il buon Dio infatti può aver fatto sì che, in un paese dove non succedono mai certe cose, una ragazza finisse schiacciata sotto una pressa, proprio nel giorno del (tuo) giudizio ?
E Chi, se non il buon Dio, può aver fatto sì che questa ragazza fosse, coincidenza tra le coincidenze, una lavoratrice precaria ?
Vedi, con un'incredibile coincidenza come questa, sarebbe stata un 'espressione di eccessivo umorismo condannarti e Rifondazione non è certo partito dove l'umorismo abbondi.
Mi raccomando però, caro Francesco, la prossima volta non esagerare : prima di parlare conta prima tutti i morti sul lavoro avvenuti dall'inizio dell'anno sino ad ora. Vedrai, avrai tutto il tempo per spegnere i tuoi bollori.


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