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18 luglio 2009

Saverio Ferrari : le camicie verdi dal fascismo alla Lega

 

Quando nel maggio 1996 la Lega Nord decise di istituire le Camicie verdi, l'onorevole Domenico Gramazio della direzionale nazionale di An così commentò la notizia: «Bossi non sa che le Camicie verdi appartengono alla storia e alla tradizione del vecchio mondo attivistico della destra italiana. Apparvero per la prima volta nel 1953 ai funerali del maresciallo d'Italia Rodolfo Graziani. È proprio con le Camicie verdi che nel lontano 1956 l'allora segretario giovanile del Movimento sociale italiano, Giulio Caradonna, preparò il famoso attacco alle Botteghe Oscure, al quale parteciparono con la camicia verde, fra gli altri, Vittorio Sbardella, Mario Gionfrida, Romolo Baldoni e tanti altri attivisti dell'Msi».
Gramazio, pur sbagliando data, rammentò un episodio realmente accaduto. L'assalto alla sede nazionale del Pci avvenne infatti un anno prima, nel 1955, la sera del 9 marzo, quando un centinaio di neofascisti con camicie verdi, bracciali tricolori e cravatte nere, scesi da due pullman, tentarono di irrompere all'interno del Bottegone. La porta venne prontamente chiusa. A quel punto si scagliarono contro la sottostante libreria Rinascita con molotov, pietre e bastoni. Nell'occasione Mario Gionfrida, detto "er gatto" (mai appellativo fu così azzardato), nel tentativo di lanciare una bomba si tranciò di netto una mano. Lo si rivedrà di nuovo in giro con una protesi in legno.



Tornando al 1996, il 15 settembre Umberto Bossi dichiarava l'indipendenza della Padania, minacciando il ricorso a vie non democratiche. Il 22 settembre, come filiazione delle Camicie verdi, decideva anche di istituire la Guardia nazionale padana, suddivisa in cinquanta compagnie e dedita all'«esercizio del tiro a segno come motivo di aggregazione sociale».
Erano gli anni in cui ai magistrati ricordava che «una pallottola costa solo 300 lire». L'ex senatore Corinto Marchini, il primo comandante delle Camicie verdi, poi fuoriuscito dalla Lega, solo qualche anno fa in un'intervista a Claudio Lazzaro che stava appunto girando "Camicie verdi", un film-documentario uscito nel 2006, raccontò come lo stesso Bossi lo avesse istigato a organizzare manifestazioni eclatanti, ben più del semplice bruciare il tricolore nelle piazze. «Bossi mi chiamò all'una e mezza di notte - ribadì Marchini - mi disse di sparare ai carabinieri, che le Camicie verdi dovevano essere pronte a sparare». Seguirà a fine gennaio 1998 la richiesta di rinvio a giudizio del procuratore della Repubblica di Verona Guido Papalia per tutta la dirigenza della Lega e una ventina di Camicie verdi. I reati: attentato contro la Costituzione e l'integrità dello Stato, oltre a formazione di associazione militare a fini politici. Un processo mai fatto.
Sarà forse un caso, ma la camicia verde come uniforme fu anche adottata in Europa nel secolo scorso da alcuni dei principali movimenti fascisti. Tra loro, le Croci frecciate ungheresi, fondate nella primavera del 1935 da Ferenc Szalasy, un ufficiale ultranazionalista. Lo stemma ricordava la bandiera nazista: un cerchio bianco, su sfondo rosso, con all'interno al posto della svastica due frecce disposte a forma di croce. Strutturate come un ordine religioso invocavano la benedizione del cielo per la loro crociata «contro gli ebrei e i bolscevichi». Alleati dei nazisti, costituirono nell'ottobre del 1944 un governo fantoccio in Ungheria sotto la guida di Szalasy, autoproclamatosi «Reggente della nazione», deportando migliaia di ebrei nei campi di sterminio. Almeno 15 mila, invece, secondo gli storici, gli ebrei direttamente massacrati in quei mesi dalle Croci frecciate a Budapest.
Assai simile all'esperienza ungherese fu la Guardia di ferro rumena, movimento fanatico e antisemita fondato nel 1927 da Cornelius Zelea Codreanu. Nel gennaio del 1941, in un tentativo di colpo di Stato, le bande paramilitari della Guardia di ferro, con tanto di camicia verde, fecero irruzione al quartiere ebraico incendiando case e sinagoghe. Al termine trascinarono al mattatoio comunale centinaia di sventurati. Molti di loro furono sgozzati, simulando una cerimonia kosher, altri decapitati. I corpi furono successivamente appesi ai ganci da macellaio. «Li avevano scorticati vivi, a giudicare dalla quantità di sangue», riferì in un suo telegramma l'ambasciatore degli Stati uniti in Romania. Tra loro anche una bambina di cinque anni appesa per i piedi.
Movimenti fascisti a sfondo mistico-religioso che percorsero l'Europa, come furono anche i Verdinazo (Vereinigung dienst national-solidaristen) o Associazione dei solidaristi fiamminghi, fondata negli anni Venti da Joris van Severen, il cui progetto era di riunificare il Belgio, il Lussemburgo, i Paesi Bassi e le Fiandre francesi, riportando la ruota della storia al tempo dell'impero di Carlo V. Dotata di milizie con camicia verde, originò anche un corpo parapoliziesco che collaborò con i nazisti. Storie terribili e lontane, chissà se conosciute dai dirigenti leghisti.


18 luglio 2009

Lettera a Giorgio Napolitano

 

Caro Presidente Napolitano, sono un vecchio italiano ebreo, figlio di antifascisti, nato 79 anni fa nell'Italia fascista, bandito nel 1938 in quanto ebreo da tutte le scuole del Regno d'Italia. Sull'atto integrale di nascita a me intestato, che si conserva negli archivi dell'anagrafe di Milano, sta ancora oggi scritto a chiare lettere «di razza ebraica». Memore del fascismo e delle sue aberrazioni razziste, mi permetto di rivolgermi a Lei per chiederLe di non ratificare il cosiddetto «pacchetto sicurezza» approvato dal Senato il 2 luglio scorso, dopo ben tre voti di fiducia imposti dal governo. È un provvedimento che, in palese violazione dei principi fondamentali della Costituzione della Repubblica italiana, introduce nei confronti dei gruppi sociali più deboli misure persecutorie e discriminatorie che, per la loro gravità, superano persino le mostruosità previste dalle leggi razziali del 1938. 



Si pensi, ad esempio, al divieto imposto alle madri immigrate irregolari di fare dichiarazioni di stato civile: un divieto che, inibendo alle genitrici il riconoscimento della prole, farà sì che i figli, sottratti alle madri che li hanno generati, vengano confiscati dallo Stato che li darà successivamente in adozione. Per buona sorte, le garanzie previste dai costituenti Le consentono, caro Presidente, di correggere questo e altri simili abusi. Anche in omaggio alla memoria delle migliaia di vittime italiane del razzismo nazifascista Le chiedo di non promulgare un provvedimento che, ispirato nel suo insieme a una percezione dello straniero, del «diverso», come nemico, mina alla radice la convivenza civile, pacifica e reciprocamente proficua tra italiani e stranieri, rischiando di alterare in modo irreversibile la natura stessa della nostra Repubblica.

Bruno Segre


25 aprile 2009

Siamo tutti resistenti ?

Prendo in prestito il titolo dal Domenicale del Sole-24 Ore, dove Emilio Gentile commentando un testo di Mario Dal Pra sulla guerra partigiana, fa alcune considerazioni che si inseriscono nel pensiero unico bipartisan che si sta affermando in questo periodo storico nel nostro paese. Ovviamente non sono d'accordo con molte delle cose che dice Gentile.
In primo luogo il suo desiderio di chiudere un'epoca nella storia della coscienza politica italiana, fatta di contrapposizioni spesso retoriche per approdare ad uno stato in cui ogni giudizio sia pronunciato con intendimento storico, ebbene questo desiderio mi lascia perplesso.
Perchè presuppone positivisticamente una storia di fatti o di documenti a cui (anche qui retoricamente) si contrappone una storia ideologica che sarebbe stata sin qui portata avanti. Non è stato così, non sarà così. Perchè già è discutibile un giudizio storico che non sia contaminato dalla progettualità politica, o quanto meno dalla razionalità rispetto ai valori.
Nè mi convince la tranquillità con cui gentile cita De Felice per cui non è possibile negare l'importanza del movimento di liberazione. Perchè tale negazione non si realizza nel livello del ricordo celebrativo, ma molto più pericolosamente nella riflessione che si sta facendo sulla nostra Costituzione, Costituzione che è il parto attuale e duraturo della Resistenza e della Liberazione.
Nè sono d'accordo sulla valutazione negativa del concetto (Gentile parla anche qui di mito) della Resistenza tradita, che sarebbe stato usato per avvalorare posizioni di rottura con l'ordine democratico (qui Gentile condivide un ragionamento di Giorgio Napolitano). Questo per due motivi : il primo che l'uso di un concetto finalizzato ad azioni immorali non svaluta il concetto ma semplicemente l'uso che ne è stato fatto e di cui rispondono in concreto coloro che hanno operato con effetti moralmente rilevanti. Estendere in questo caso in maniera nebulosa l'ambito della responsabilità  serve a soffocare il dibattito politico sulla Resistenza e sulla Costituzione, non certo a liberarlo da certe pastoie. Il secondo motivo è che le organizzazioni terroristiche cosiddette di sinistra hanno avuto almeno una velleità per quanto distorta di comunicare le proprie ragioni e dunque di porsi nello spazio pubblico. Proprio per questo sono state identificate e debellate. Nel frattempo a distanza di decenni noi non sappiamo gli autori delle stragi che hanno insanguinato il nostro paese, anche perchè altre parti politiche si sono nascoste dietro il garantismo, la reticenza se non l'omertà e nessuno ha portato neanche una velleità di giustificazione del proprio operato nello spazio pubblico. E questo non per modestia o per consapevolezza morale, ma per vigliaccheria e per volontà di perpetrare l'intento doloso nascosto dietro queste azioni. Allora più che di criticare la Resistenza tradita, sarebbe il caso di indagare con più determinazione sul tradimento della Resistenza che è evidente in tutto quello che è successo in questi decenni. 



Anche perchè, come ho già detto, il tradimento della Resistenza non è un concetto paranoico, ma ciò che si evince (attraverso un'interpretazione criticabile come tutte le interpretazioni) dagli eventi che si sono succeduti, ma anche dalla storia della nostra Costituzione materiale, storia che da molti che non hanno niente a che fare con il terrorismo è stata vista come una storia di una spesso consapevole disapplicazione. Una disapplicazione che poi è stata sbolognata come prova del fatto che la Costituzione va rivista. E nel dibattito attuale sulla Costituzione, tale ipocrisia è palpabile anche nei ragionamenti di quelli che la Costituzione la dovrebbero difendere : la contrapposizione tra prima e seconda parte della Costituzione (la prima inviolabile dei principi, la seconda caduca delle istituzioni) è anch'essa retorica, dal momento che non pone come primo nodo problematico quello del rapporto di coerenza tra le due parti, un rapporto che potrebbe porre non pochi dilemmi a chi voglia intraprendere in buona fede tale opera di riforma (per quelli in malafede la coerenza basta salvarla con comunicati stampa fatti ad hoc).
Non continuo nell'esegesi dell'articolo di Gentile : basta vedere come il suo intendimento storico si schianta sulla visione manichea che ha del Partito comunista Italiano, inteso come mero manipolatore del mito. Ma voi avevate creduto alle sue buonissime intenzioni ?
In ultimo, faccio notare come nella Repubblica che si dovrebbe reggere sul lavoro, da un lato le morti bianche si buttano, dall'altro la Fiat a Mirafiori voleva che si lavorasse lo stesso il giorno della Liberazione, scatenando un putiferio. Ciò a dimostrare che a fronte delle celebrazioni bipartisan (condite da combattenti della Repubblica sociale in buona fede, manco fossero Arjuna nel pieno del suo dilemma morale), si avverte un calpestìo quotidiano degli ideali nati dalla Resistenza, rumore di fondo che ormai copre l'assoluta mancanza di informazione che caratterizza il dibattito politico che si svolge nel nostro paese


8 febbraio 2009

Mi sta diventando sempre più simpatico...

Giorgio Napolitano è applaudito e riverito. Ingenui. Il pesce in barile ha la sua ora di eroismo ed ormai l'attacco di Di Pietro è un'ombra pallida. E tuttavia il suo disegno oligarchico non si sa se andrà in porto. L'ostacolo è Silvio Berlusconi che mi sta sempre più simpatico. Perchè ?
Ricapitoliamo : Giorgio Napolitano contrabbanda l'unione delle due destre (il bipartisan) per unità della nazione. Water Veltroni l'imbelle è il doppio mento molle di questa operazione che deve normalizzare il paese : svuotare il Parlamento, eutanasia soft della Costituzione, abbattimento della legge 300, riduzione dei sindacati a magnaccia dei fondi previdenziali.
Basterebbe un po' di basso profilo del Cavaliere e l'operazione riuscirebbe perfettamente, la Cgil e la magistratura di arrenderebbero dolcemente e su di noi cadrebbe la notte dei Lotofagi.



Invece Berlusconi, che è genuinamente populista e fascista, scalpita. Lui ha ambizioni dittatoriali e le congiure delle elite lo lasciano insoddisfatto e sospettoso. Più Napolitano e Veltroni fanno i baciapile, più lui diventa esigente, violento, massimalista. E questo mi diverte. Perchè da un lato dimostra che alla Destra non v'è mai fine (la Destra non può mai essere normale perchè è l'iperbole di se stessa), e dall'altro che il partito democratico sembra essere disposto a percorrere la propria Lunga Marcia sino al ridicolo.
Ora papà Englaro vuole che Berlusconi e Napolitano vadano al capezzale della figlia. Li immaginate mentre fanno pace dinanzi al letto della morente ?
A questo punto Eluana diventerebbe la madre della Terza Repubblica. Dando ragione a Silvio, che aveva detto che poteva procreare.


7 febbraio 2009

La finta di Berlusconi

A Berlusconi importa qualcosa della vita umana ?
Ad occhio, per quella che è la sua storia, per quell'ottimismo ideologico che lo contraddistingue (in base al quale il mai esistito libero mercato risolve tutti i problemi) , direi di no. Ed allora perchè tutto questo baccano ? Perchè questa offensiva che sembra così pericolosa ?
In realtà Eluana morirà prima della legge che la dovrebbe far continuare a sopravvivere. Ma Berlusconi ha come obiettivo ben altre cose : le elezioni in Sardegna (un'ultima sortita? Un'accordo con l'Udc?), la decretazione d'urgenza, la riforma della Giustizia.




Agitando il cadaverino di Eluana, Berlusconi consente a Napolitano una difesa della Costituzione che lo assolva dalle accuse di Di Pietro, ma che renda il pavido guardiano esangue di fronte ai prossimi imminenti attacchi, ben più consistenti e rilevanti.
La pseudo-sinistra ballerà alla morte di Eluana, convinta di averci guadagnato qualcosina. In un paese dove l'eutanasia è correntemente praticata (quante volte ci si porta il paziente a casa perchè non c'è più niente da fare ?), dove l'assistenza sanitaria in molte regioni è poco assicurata grazie alla scarsa istruzione degli utenti, dove la sopravvivenza del debole passa solo per la disponibilità dei familiari, l'accanimento verso questioni limite come questa ha del ridicolo. Nel frattempo su questioni che sembrano lontane ma disegnano le condizioni in cui viviamo ci sarà il silenzio.


13 gennaio 2009

Sto con Rosetta !

Non mi illudo : l'asse Bassolino-Iervolino è una satrapia corrotta (magari con qualche eccezione individuale), un potentato locale. I rifondaroli vendoliani che cercano di ossigenare il morituro (vedi ad es. Giulio Riccio) sono parte integrante di questa satrapia. Ma Ferrero e Diliberto che si dissociano giustamente da questa esperienza sulla base del fatto che essa non ha niente a che fare con la Sinistra, comunque finiscono per appoggiare un'operazione del Pd nazionale che è ancora più discutibile ed oscura.
Come forse pochi sanno,
all'inizio l'allora Pds non caldeggiava la candidatura Bassolino a sindaco di Napoli, volendo un esponente di più basso profilo e più obbediente alla segreteria nazionale o una candidatura di alto profilo intellettuale e morale (come Aldo Masullo che adesso vorrebbe prendersi una rivincita), ma che costituisse alla resa dei conti un vello bianco (Masullo ad es. era maestro del discusso e acerrimo avversario di Bassolino e cioè Berardo Impegno che è stato il capo dell'ala liberal dei Ds a Napoli e cioè l'ala dell'attuale commissario del Pd Morando) che nascondesse pratiche amministrative di ben altro colore. Fu Rifondazione a volere Bassolino, che era il capo ambiguo della Terza mozione del Congresso che sancì la fine del Pci, ma che comunque era di ascendenza ingraiana (ricordo un suo dibattito con Pietro Barcellona all'Istituto italiano di studi filosofici) ed uno dei migliori uomini del Pds campano.  Infatti nei primi quattro anni si parlò di Rinascimento napoletano, Bassolino fu considerato il sindaco più amato dai suoi concittadini etc etc. Si trattava di ordinaria amministrazione e l'ordinaria amministrazione a Napoli è un miracolo. Ovviamente vennero poi le sfide vere, ma tra queste ci furono gli scontri tra Bassolino e i dirigenti nazionali dei Ds. Bassolino creò un alleanza ed un intreccio con rappresentanti del centrosinistra, intreccio di potere in cui entrarono De Mita, Mastella, la Iervolino e gli ex-socialisti (si pensi a Cardillo e Sarnataro) . Tale intreccio era solo l'effetto meridionale di quel processo di decentramento di compiti istituzionali che era il verbo leghista un po' sfumato dal centrosinistra settentrionale (si pensi a Bassanini, Cacciari, Bresso, Chiamparino, Penati, Errani).
Il fallimento sulla questione "monnezza" è il risultato del processo di corruzione causato da questo intreccio, ma è anche il fatto che da un lato Bassolino non si poteva inimicare la Sinistra radicale, dall'altro non poteva avocare quei poteri eccezionali che hanno consentito a Berlusconi di svuotare le strade dei centri cittadini (ma non quelle di periferia o extraurbane) dichiarando le discariche zona militare ( e togliendo così forza alla protesta). Il fatto che la corruzione e l'inefficienza campane siano state oggetto del can-can mediatico è per il resto il risultato di una precisa operazione politica. Quale ? 



P-p-p-passo dopo passo....sempre a schifìo siamo finiti...

A mio parere, il federalismo è il modo in cui si scaricheranno le contraddizioni sociali del sistema capitalistico italico, cioè lasciando il Meridione da solo con tutta la sua corruzione e la sua inefficienza. Perchè tale operazione funzioni però devono essere evitati tutti i protagonismi politici a Sud e si deve approfittare della strutturale alta corruzione dei processi politici meridionali per condizionare qualsiasi tentativo di progettualità politica e di autonomia decisionale del Meridione.
Tale operazione è fatta con l'alto avallo del
capocorrente della destra (del Pci, del Pds, dei Ds, del Pd) e cioè Giorgio Napolitano, che periodicamente fulmina la satrapia campana con i suoi comunicati e progetta un'Italia finalmente bipartisan che avvicini l'economia italiana al tanto amato capitalismo anglosassone (con tutti i suoi squilibri ben occultati da una patina di perbenismo old style)
Cosa sono i
Nicolais e i Iannuzzi infatti se non notabilato ben allineato, pronto in cambio di prebende a chiedere solo periodicamente l'elemosina e ad avallare un Italia a due velocità, con nuove gabbie salariali e previdenziali, con una continua osmosi tra poteri mafiosi, imprese ed istituzioni ? Perchè mai tra gli avversari più accaniti della satrapia campana c'è il sicario piddino del sistema di imprese che vuole impadronirsi anche dei servizi essenziali (es. la distribuzione idrica) e cioè la Linda Lanzillotta, memore della resa (almeno parziale e momentanea) di Rosetta al movimento che si opponeva a Napoli alla privatizzazione dell'acqua (movimento che era in parte lo stesso che non voleva l'inceneritore di Acerra) ?
Perchè a Bassolino e Iervolino non si rimprovera niente, se non la resa al movimento (il cui leader è
Padre Zanotelli) che meglio rappresenta a Napoli la Sinistra radicale. Un movimento tutt'altro che forte e strutturato, ma che tuttavia rallenta la digestione di questi coccodrilli.
Dunque non sto con Rosetta, ma la sua vana resistenza comunque mi diverte, perchè evidenzia l'ipocrisia farisaica di chi vuole sanzionarla e non ne ha nemmeno i titoli.




14 ottobre 2008

Riccardo Bellofiore : La crisi della finanza e lo Stato interventista

Nei commenti di queste settimane non ci è stata risparmiata la sequela di argomentazioni tranquillizzanti: crisi passeggera; non si può fare a meno della finanza; le banche europee sono al riparo; il vecchio continente, ancora manifatturiero, ne uscirà rafforzato; l'Italia può contare sulle medie imprese multinazionali. Peccato che questa finanza ci abbia portato sulle soglie di una nuova Grande Crisi. Che le banche europee abbiano aggirato la regolamentazione per garantirsi più elevati rendimenti. Che lo sganciamento dell'Europa dagli Usa si sia negli ultimi mesi sgonfiato come una favola. Che i pochi spezzoni vitali del nostro apparato produttivo siano fragilissimi e dipendenti dalla congiuntura. Certo, è finito un mondo. Il punto non è quello di capire il «perché» di breve periodo. Si tratta di capire come se ne esce. Meglio, come ne uscirà il capitale. Senza fermarci alle verità ovvie: socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti; la crisi verrà pagata dal mondo del lavoro. E senza saltare sul carro del solito Tremonti colorato «di sinistra», quando si ha a che fare con un neoliberismo compassionevole dai tratti fascistoidi e reazionari, incluso il protezionismo. 


Su queste colonne, un anno fa, segnalavo come lo scoppio della bolla immobiliare abbia visto il ritorno di un Minsky moment, di un punto di svolta superiore nel ciclo dell'instabilità finanziaria. La «nuova economia» si è nutrita di una convenzione Greenspan. La politica monetaria spingeva verso l'alto le «attività» (azioni, case), il che ha rafforzato l'effetto leva. Si ampliava l'indebitamento delle famiglie, a sostegno di un consumo «autonomo» da effetto ricchezza. E si forniva domanda ai neomercantilismi forti (come quelli asiatico e tedesco) e deboli (come quello italiano). Un sistema bancario ombra, ma interconnesso con le banche vere e proprie, poteva fornire moneta senza limiti, mentre la riduzione della disoccupazione di lavoratori «traumatizzati» non si traduceva in pressione sui salari.
A un certo punto, come nella poesia di Yeats, «le cose si dissociano, il centro non può reggere». La bolla scoppia, si rischia la deflazione da debiti. Dietro l'illiquidità fa capolino l'insolvenza, le relazioni interbancarie si bloccano. Facile prevedere i ripetuti interventi delle banche centrali come prestatrici di ultima istanza, e la politica di bassi tassi d'interesse, da parte almeno della Fed. Da marzo/aprile c'è stato un cambio di passo. Il Minsky moment si è mutato in un Minsky meltdown, in un collasso vero e proprio. Per lo spettro dell'insolvenza, sempre più operatori finanziari devono svendere attività: ma se lo fanno tutti, questo non aiuta i bilanci, li affossa. L'acceleratore finanziario è diventato un deceleratore finanziario. Quando il problema non è l'illiquidità, il prestatore di ultima istanza non può bastare. Lo si inizia a vedere con la prima crisi Bear Sterns. La Fed accetta come collaterale dei suoi prestiti titoli che sono cartaccia, e inizia a rifinanziare banche d'investimento non soggette a regolamentazione. E' evidente a questo punto che la politicizzazione della finanza ha fatto un salto, e che è solo il primo passo.
Mentre l'economia reale entra in fibrillazione, si deve nazionalizzare, direttamente e indirettamente, sia la finanza che l'immobiliare: i due pilastri della crescita Usa, dunque mondiale. La Fed prende il ruolo implicito di assicuratore e azionista ultimo, spalleggiata dal Tesoro. Anche questo non è però sufficiente. Lo stato deve acquistare direttamente i titoli «tossici». In questi giorni si sta proponendo che sia lui in prima persona a ricapitalizzare le banche, a diventarne esplicitamente azionista. Fed e Tesoro devono già oggi decidere chi vive e chi muore, in un sistema soggetto a un pesante consolidamento. Schizza ovunque verso l'alto il premio da pagare in eccesso al tasso di interesse di base, e si comprime il credito alle famiglie. Una profonda recessione a breve/medio termine seguita da una bassa crescita, e un razionamento del credito con più alti tassi d'interesse, è il futuro che possiamo attenderci: non solo negli Stati Uniti.
Inutile prendersela con Bernanke. Studioso della Grande Crisi, teorico dell'acceleratore finanziario, sa che la politica monetaria deve essere diversa nelle fasi espansive e in quelle di crisi. Ha fatto quel che ha potuto. Non ce la fa perché non ce la può fare: perché i problemi della finanza affondano nelle contraddizioni dell'economia reale. E' per questo che non valgono granché i buoni consigli di chi, soprattutto i social-liberisti, intona le lodi di migliore regolazione e più stretta vigilanza, e vuole riregolamentare. Ottime parole, buone nei tempi di crisi, e presto dimenticate quando le cose vanno bene.
Il problema di fondo è che il rischio sistemico globale della finanza viene dall'attacco al lavoro degli ultimi decenni. La finanza sregolata, ma politicamente governata, è stata il modo singolare ma efficace per rispondere alla tendenza alla stagnazione da domanda che è l'altra faccia della precarizzazione del lavoro. Non è un problema di instabilità finanziaria: è un problema di domanda effettiva, che nasce dalla organizzazione della produzione, e del lavoro al suo interno. Il paradossale «keynesismo» trainato dalle bolle speculative è oggi al capolinea. La crisi di questo meccanismo obbligherà a trovarne altri: a ricostruire da cima a fondo circuiti monetari, governo macroeconomico, equilibri internazionali.
Il verso successivo di Yeats recita: «e la pura anarchia si rovescia sul mondo». Non ci conterei. Scommetterei piuttosto su una buona dose di mano visibile. Non necessariamente benevola, sia chiaro. Invece di discutere di Stato e mercato, quando è fuori discussione che lo Stato non può che aumentare la sua presa sull'economia, sarà forse il caso di organizzare una resistenza, ma anche di riprendere davvero i temi di un intervento politico nell'economia diverso da quello che il prossimo futuro ci riserva.


10 ottobre 2008

Claudio Jampaglia : La disunione europea rispetto alla crisi

  Bastone e carota. L'Europa fa ancora la virtuosa monetaria con gli Usa bacchettando direttamente Congresso e Casa Bianca per il mancato varo del fondo anticrisi: «Il piano vada avanti». La Commissione europea si è spinta ieri a richiamare la «responsabilità particolare» degli Usa nella crisi, invitando le autorità ad agire. Angela Merkel detta pure i tempi: l'Ue si aspetta un varo del piano entro una settimana «condizione necessaria per ripristinare la fiducia dei mercati, cosa di importanza inestimabile» (e capiremo tra poco perché). Da parte sua, la Bce, saluta l'efficacia dell'azione delle autorità pubbliche europee nei casi di Fortis e Dexia, i due ultimi istituti di credito messi al riparo dall'intervento dei governi del Benelux e francese. La preoccupazione della banca centrale europea è quella del limite al soccorso del dollaro. Due giorni fa c'è stato il raddoppio delle linee di scambio monetario fino a 240 miliardi di dollari tra Fed e Bce. Allo stesso tempo la Fed ha autorizzato Europa, Gran Bretagna, Canada, Giappone, Svizzera, Australia e paesi scandinavi a pompare fino a 620 miliardi di dollari di liquidità nel sistema. Il sostengo c'è. Ma ci vuole il piano. Anche perché se non si muovono gli Usa, con un solo governo - sebbene malconcio - come fare a muovere la politica europea?
In attesa che a Bruxelles cerchino la risposta, diversi paesi se la sbrigano da soli. L'aria europea si è fatta densa di preoccupazioni e avvisi di tempesta ai naviganti, così la piccola Irlanda, non potendo contare sulla forza delle proprie riserve, dopo la prima giornata nera per i titoli bancari nazionali, passa al contrattacco: «Il governo irlandese garantirà tutti i depositi bancari per due anni per assicurare la stabilità finanziaria». Un piano immediato che vale per qualsiasi deposito sui conti di Allied Irish Bank, Bank of Ireland, Anglo Irish Bank, Irish Life and Permanent, Irish Nationwide Building Society e Educational Building Society. Il denaro dei contribuenti verrà utilizzato nell'eventualità di qualunque caso di dissesto di uno dei sei gruppi bancari registrati del paese. Garantisce lo Stato. Ad maiora.
Gli Stati, quindi, si muovono. Lo hanno fatto belgi, olandesi e lussemburghesi per Fortis, lo hanno fatto ieri ancora belgi e francesi per Dexia (il più grande istituto di prestiti agli enti locali al mondo) con un'iniezione da 6,4 miliardi di euro in cambio del 50% delle azioni spalmate in diversi istituti di interesse pubblico. E la Borsa apprezza. Dopo le batoste del lunedì più nero da vent'anni, tutti i titoli a rischio risalgono un po' la china. Apprezzamento? Sospiro di sollievo. La vita continua, viva l'intervento pubblico. Vale un po' ovunque nel continente: dall'Islanda che nazionalizza per 600 milioni di euro il 75% del capitale di Glitnir, terza banca del paese; alla Scandinavia con riassetti nel sistema bancario danese (la Roskilde Bank passa a tre banche nazionali dopo un salvataggio governativo) e svedese. Succede anche in Russia, dove lo zar Putin annuncia in tv un prestito di Stato da 50 miliardi di euro tramite "l'istituzione bancaria per lo sviluppo e gli affari esteri": «Qualsiasi banca russa o società si può rivolgere a Vnesheconombank per rimborsare i creditori stranieri su crediti acquisiti prima del 25 settembre». Ad memoriam.
Non succede, invece, in Italia, dove le autorità tengono sott'occhio la situazione, preoccupate, ma niente più. E la Borsa italiana ieri era l'unica al palo in Europa, con Unicredit, sospesa per il secondo giorno di fila più volte dalla contrattazioneche sprofondava a un -12%. «Le conseguenze sul sistema bancario e assicurativo italiano della crisi finanziaria americana rimangono contenute e la situazione di liquidità delle banche italiane è adeguata», dice il Comitato per la salvaguardia della stabilità finanziaria. Insomma, Tremonti, Draghi, Cardia e Giannini ovvero governo, Bankitalia, Consob e Isvap (organismo di controllo delle assicurazioni) stanno alla finestra. L'America è lontana, ma i nostri o stanno dall'altra parte della luna o non ci raccontano tutto. Fiducia, calma e poca trasparenza? Lo sapremo presto.
Anche perché il credit crunch europeo, la stretta del credito che spaventa più di ogni cosa gli operatori finanziari, è ormai innescata. Lo dice un dato semplice e finora secondario: i depositi di istituti di credito presso la Banca centrale europea cresciuti giorno per giorno in queste settimane. Un vero paradosso della crisi che funziona così. Le banche stanno attingendo ai prestiti d'emergenza della Bce. Da giugno le aste dell'autorità monetaria per irrorare di liquidità il sistema creditizio ormai asfittico sono già state 15 a botte di decine di miliardi di euro la volta. E vanno a ruba con richieste del doppio o del triplo. Anche le aste più costose. E' successo l'altroieri con 15,5 miliardi di euro di prestiti d'emergenza della Bce a un tasso di 5,25% (c'erano richieste per 77 miliardi). Ma nell'attuale crisi il timore di prestarsi soldi tra banche e di restare senza fondi è così forte che una volta comprata la desiderata liquidità dalla Banca centrale, gli istituti tornano a depositarla proprio presso l'istituto di Francoforte a un tasso più basso (il 3,25%) di quello che avrebbero sul mercato. 44 miliardi di euro sono già stati messi nella cassaforte della Bce. Un segnale che per molti dovrebbe convincere la Bce a tagliare i tassi. Perché se le banche comprano soldi e li mettono al riparo a un prezzo più basso, vuole dire che decidono di perderci sopra gli interessi, piuttosto che andare sul mercato e prestarli ad altri banche con margini di guadagno più alti, fanno il contrario del loro mestiere. D'altronde in tutto il mondo i tassi interbancari (quelli a cui si prestano soldi le banche tra loro) sono alle stelle. Siamo oltre il 5% per i prestiti a oltre un mese. Una situazione di avversione a qualsiasi rischio oltre l'orizzonte delle 24 ore. E chissà che succede domani? E se le banche non si fidano delle altre banche, non si fidano del mercato, non si fidano dei conti, noi cosa dovremmo pensare?
Anche i fondi comuni (quelli che gestiscono il risparmio di milioni di cittadini) sono in fuga dai mercati monetari globali e si coprono con obbligazioni e titoli di Stato più affidabili. Gli Stati poi emettono titoli per sostenere la propria esposizione proprio nei salvataggi bancari e ancor più per sostenere le banche centrali che continuano a prestare denaro alle banche e sostenere il sistema (l'ultima asta italiana di Btp e Cct per 6.75 miliardi si è chiusa giusto lunedì). E il girotondo si conclude, con noi. Cittadini. Solo che non lo sappiamo ancora.


10 ottobre 2008

Guglielmo Forges Davanzati : la crisi finanziaria attuale e l'Italia

 Quando esplose la crisi finanziaria dell’estate del 2007, molti economisti e autorevoli commentatori di orientamento liberista la imputarono alla scarsa ‘alfabetizzazione’ dei risparmiatori, alla loro scarsa conoscenza dei meccanismi che regolano il funzionamento di quei mercati, alle poche informazioni disponibili all’atto della sottoscrizione di contratti di compravendita di ‘spazzatura’. Alla luce di quanto è accaduto nel ‘settembre nero’ appena trascorso, questa diagnosi sembra, a dir poco, approssimativa. Peraltro, non si capirebbe chi e perché debba informare i risparmiatori, e informarli correttamente; né si capirebbe come rendere possibile un aggiornamento continuo rispetto a una rapidità dell’innovazione finanziaria che gli stessi addetti ai lavori stentano a seguire. In realtà, ben altre sono le cause effettive della crisi, come ormai molti commentatori anche sul versante neoliberista sono indotti a riconoscere. Agli inizi degli anni ottanta, l’amministrazione Reagan – per fuoriuscire dalla recessione del decennio precedente – ritenne praticabile una strategia di politica economica basata su una sorta di keynesismo privatizzato, basato, cioè, sulla tenuta della domanda interna non più mediante il tradizionale strumento della spesa pubblica, ma attraverso l’indebitamento privato, reso possibile da una più accentuata deregolamentazione dei mercati finanziari. Con andamenti altalenanti, questo modello ha fondamentalmente retto per oltre un decennio, garantendo profitti crescenti e crescita delle rendite finanziarie, pagate – in ultima analisi - dall’indebitamento dei lavoratori. Bush jr. ha ritenuto opportuno andare oltre, varando un programma denominato “American Dream Downpay”. Il sogno – quello propagandato - consisteva nel consentire alla working class statunitense di acquistare casa con mutui non coperti da garanzie reali (i subprime, appunto). Il sogno – quello nascosto – consisteva nel garantire ulteriori profitti al sistema bancario e, come recentemente messo in evidenza da tre economisti di Chicago – Mian, Sufi e Trebbi - nel finanziare la campagna elettorale di autorevoli candidati al Congresso, che scambiavano il loro voto a favore della deregulation con l’attività di lobbying da parte dei più grandi istituti di credito del Paese. La quadratura del cerchio doveva, però, passare per la crescita – o almeno la non riduzione – dei redditi più bassi, e, dunque, dei salari reali dei consumatori indebitati: nel caso si fossero ridotti, si sarebbe andati incontro a rischi di insolvenza. La recessione dei primi anni duemila, l’effetto inflazionistico dello stesso indebitamento privato, che, facendo aumentare i margini di profitto, teneva alti i prezzi, la pressoché totale subordinazione dei lavoratori americani incapaci di ottenere incrementi retributivi significativi, hanno distrutto il meccanismo, con gli esiti che conosciamo: aumento delle insolvenze e fallimento di banche. Si è arrivati, infine, a una crisi di liquidità che investe in primo luogo il sistema bancario americano, ma che – tramite i trasferimenti interbancari – riguarderà verosimilmente l’intero circuito della finanza internazionale, con ricadute significative sulle economie reali. La restrizione dell’offerta di moneta, conseguente non solo alle accresciute sofferenze bancarie ma anche alla drammatica caduta della fiducia sulla tenuta del sistema e sui singoli istituti di credito, promette di dar luogo a una sequenza di eventi la cui entità è difficile minimizzare. A fine settembre, nel corso di un paio di giorni, il tasso Euribor, che costituisce il tasso di riferimento sul quale si calcolano i rendimenti sui mutui, è passato dal 5,237% al 5,142% e soprattutto il tasso Euribor a sei mesi ha raggiunto il record storico del 5,315%; il che significa che gli operatori tendono a non prestarsi denaro per più di un giorno, temendo che, il giorno successivo, il debitore sia già fallito. Ora, è palese che riduzione del credito significa caduta degli investimenti, e caduta degli investimenti significa caduta della domanda aggregata. Nelle condizioni date, e in assenza di una radicale modifica degli indirizzi di politica economica dominanti, fatta salva la possibilità (mai negata negli USA) di far crescere la domanda interna tramite le spese militari, ciò che ragionevolmente ci si attende è una fase recessiva di considerevole entità. Le rassicurazioni del nostro Governo sulla stabilità dei mercati italiani sono solo in parte accoglibili. E’ vero che i risparmiatori italiani - rispetto a quelli statunitensi – sono meno indebitati e meno indebitati con tassi variabili e, dunque, il rischio che si verifichi una crisi da mancata restituzione del debito appare in prima approssimazione poco rilevante. Ma il Censis riferisce che ben il 35% delle famiglie italiane è prossimo all’insolvenza: in queste condizioni sarebbe quantomeno saggio evitare di dichiarare di essere un’isola felice. Vi è di più. Il meccanismo più importante di contagio della crisi può passare per canali diversi da quello finanziario. Si consideri che il più ampio mercato di sbocco per le imprese italiane è ancora costituito dagli Stati Uniti. E a ciò si può aggiungere che i conti esteri italiani sono, da qualche anno, in tendenziale disavanzo. Per l’Italia, il rischio – da prendere seriamente in considerazione – riguarda l’impatto sul nostro sistema economico di una caduta delle esportazioni dovuta alla recessione USA, innescando una spirale viziosa di caduta della domanda interna, dunque della produzione, dell’occupazione, dei salari e dei profitti delle imprese esportatrici. La gran parte dei processi economici è irreversibile: ed è verosimile che, almeno nel breve-medio termine, saranno davvero poche le opzioni di politica economica che possano consentire un’inversione di tendenza, contrastando la massima autonomizzazione della sfera finanziaria, che di questa crisi è la causa prima.


9 ottobre 2008

Intervista ad Emiliano Brancaccio sulla crisi finanziaria mondiale

 "In mancanza di una leadership mondiale alternativa, si corre il serio rischio di uno stallo del sistema monetario internazionale. E se così fosse, il profilo evolutivo della crisi finanziaria mondiale potrebbe assumere caratteristiche oscure e realmente imprevedibili. Per individuarne le radici occorre rievocare un fantasma: il conflitto tra capitale e lavoro".

Le spiegazioni che sono state date della crisi in corso sono numerose. I liberal americani denunciano l'assenza di regole nella finanza, altri puntano l'indice verso le responsabilità della Federal reserve e nelle norme di Bretton Woods. Sono tutte interpretazioni che contengono degli elementi di verità ma nessuna di esse ci offre una chiave di lettura generale del terremoto in atto. Ne parliamo con Emiliano Brancaccio, docente di Macroeconomia presso l'Università del Sannio, membro della consulta economica della FIOM e conoscitore dall'interno del
mondo bancario italiano

Possiamo dire che dietro la crisi finanziaria che sta smuovendo le fondamenta dell'economia mondiale ci sia una causa, un'origine sociale? Questo terremoto economico può cioè trovare le sue cause nella crisi sociale del lavoro e delle sue rappresentanze?

Le spiegazioni che sono state date della crisi in corso sono numerose. I liberal americani, da Thurow a Krugman, hanno denunciato soprattutto la deregolamentazione selvaggia della finanza, e altri hanno richiamato l'attenzione sulle responsabilità della Federal reserve, presenti e passate. Tutte queste interpretazioni contengono degli elementi di verità ma nessuna di esse sembra offrire una chiave di lettura generale del terremoto in atto. Il punto è che per individuare le radici della crisi occorre rievocare un fantasma: il conflitto tra capitale e lavoro.

Un conflitto che latita, che non c'è.

Esatto. Ed infatti, la crisi in corso può esser letta come un riflesso della pressoché totale assenza di quel conflitto a livello globale. Tutto parte da una constatazione: la debolezza del movimento dei lavoratori ha fatto sì che venisse creato un mondo di bassi salari. Questo mondo però è strutturalmente instabile, e adesso iniziamo a rendercene conto. Mi spiego. Ogni paese oggi punta a tenere bassi i salari e la domanda interna, e cerca quindi all'esterno dei propri confini uno sbocco per le proprie merci.
Questo meccanismo nel corso dell'ultimo decennio ha funzionato grazie al fatto che gli Stati Uniti hanno agito da "spugna assorbente" delle eccedenze produttive di tutti gli altri paesi. Tuttavia, questa "spugna" funzionava non certo perché i salari dei lavoratori americani fossero alti, ma perché negli USA montava un debito privato colossale, in grado di finanziare qualsiasi eccedenza di spesa rispetto ai redditi. L'espandersi del debito ha via via coinvolto tutti gli strati sociali della popolazione. Si è passati dai dirigenti ai quadri del sistema americano, fino ad arrivare ai lavoratori delle periferie estreme delle metropoli, spesso già insolventi e pignorati. Il sistema era ormai talmente drogato che permetteva a un operaio di pagare i debiti di un mutuo accendendo un nuovo prestito, e di rimborsare i soli interessi del prestito attivando una carta di credito, e così via. Insomma, parafrasando un grande economista, Hyman Minsky, potremmo parlare di "ultra-speculative working poors", cioè di poveri tramutati loro malgrado in ultra-speculatori
.

Poteva mai reggere un così fragile castello di debiti?

No, era più che altro una bomba a tempo, e alla fine la bomba è scoppiata. Il problema è che a pagarne le conseguenze potrebbero essere ancora una volta i lavoratori, mentre i padroni di Wall Street, che hanno fabbricato quella bomba, potrebbero addirittura arrivare a guadagnarci.
Prendiamo ad esempio il piano Paulson : esso prevede che lo Stato acquisti i titoli rischiosi dalle banche d'affari e a queste ceda in cambio freschi contanti, con la possibilità in una seconda fase di cedere nuovamente alle banche quei titoli, una volta che la tempesta sia passata. Ebbene, se il governo federale acquistasse a prezzi sufficientemente alti, i banchieri potrebbero alla fine ritrovarsi con un guadagno di capitale ottenuto a spese del bilancio pubblico.
Del resto, i sintomi di questo scandaloso effetto distributivo si stanno già facendo sentire nella campagna per le presidenziali. Obama, in odor di vittoria, ha già fatto intendere che l'aumento del debito pubblico causato dai salvataggi potrebbe costringerlo ad accantonare i piani di finanziamento dell'assistenza sanitaria pubblica. E questo in effetti è davvero un pessimo modo di presentarsi per un candidato sul quale, anche qui in Europa, i progressisti ripongono molte - forse troppe - speranze.

La crisi in atto è uno spartiacque che cambierà la vita, i paradigmi economici e sociali nel prossimo futuro?

Molto dipenderà dalla lunghezza e dalla profondità della crisi. Al momento l'establishment sta adottando una strategia gattopardesca, del cambiare affinché tutto rimanga come è. Il piano Paulson è un esempio di questa strategia, visto che consiste in uno scambio tra debiti e contanti che mira a incidere il meno possibile sugli assetti proprietari e di controllo del capitale bancario. La stessa variante della cessione al governo di azioni privilegiate, che limitano il diritto di voto nelle assemblee, rientra in questa linea gattopardesca.
Se però questa strategia conservatrice dovesse fallire, è possibile che in America e in Europa i singoli governi siano costretti ad assumere quote di partecipazione rilevanti sia nelle banche d'affari che nelle banche commerciali. E se intanto la crisi finanziaria si estendesse all'economia reale, è possibile che a quel punto i governi decidano di usare le posizioni acquisite per avviare massicci programmi di intervento pubblico di sostegno della produzione e dell'occupazione.
In effetti su questo tipo di evoluzione della situazione ben pochi avrebbero scommesso, fino a qualche mese fa. Ma ora sono numerosi gli economisti che prospettano scenari di questo tipo, e qualcuno arriva addirittura ad ammettere la possibilità di un tasso di disoccupazione americano a due cifre per la fine del 2009.

Ha dunque fallito l'ideologia del liberismo, eppure il capitalismo ha ancora "i secoli contati"?

Questa espressione, di Giorgio Ruffolo, è ironica e divertente, ma sarebbe molto ingenuo prenderla sul serio. Presa alla lettera diventerebbe speculare a quella di chi un tempo assegnava all'Unione sovietica il compito di tracciare il sentiero dell'avvenire per l'intera umanità. Insomma, per usare un'espressione filosofica, in entrambi i casi sento odore di teleologia, di destino, e la cosa non mi intriga per nulla.
Al tempo stesso, troverei curioso se qualcuno oggi avanzasse l'ipotesi eroica della fine imminente del capitalismo. Non vedo infatti come tale fine possa concretizzarsi, visto che il movimento dei lavoratori rappresenta il grande assente all'appuntamento con questa colossale emergenza.
Piuttosto, vedo la possibilità di uno spostamento dei poteri, dalle lobbies finanziarie a quelle politiche, e anche dalle lobbies politiche americane e occidentali a quelle asiatiche.

Potremmo cioè davvero parlare di declino dell'impero americano, questa volta?

Nonostante le apparenze, e al di là dei fremiti e dei sussulti temporanei, il declino americano è in corso da almeno un quarto di secolo. Di questo declino è sintomatico l'andamento di lungo periodo del dollaro, passato in un ventennio dall'equivalente di un euro e mezzo a circa due terzi di un euro. Questa caduta crea sfiducia nei confronti del biglietto verde, e probabilmente impedirà agli USA di svolgere ancora una volta il ruolo di "spugna" delle eccedenze produttive degli altri paesi. In mancanza di una leadership mondiale alternativa, si corre il serio rischio di uno stallo del sistema monetario internazionale. E se così fosse, il profilo evolutivo della crisi potrebbe assumere caratteristiche oscure e realmente imprevedibili.

L'Italia e la crisi: il governo usa toni rassicuranti, ma il rischio che gli istituti bancari finiscano nel vortice esiste. Un tuo parere.

La fiducia tra le banche è ai minimi storici in tutto il mondo, e quindi anche in Italia. Il timore che una banca possa all'improvviso risultare insolvente spinge l'intero sistema a non erogare credito. I tassi Euribor - ai quali le banche europee si prestano denaro a vicenda - hanno in questi giorni toccato picchi estremamente elevati. Il tasso sui prestiti per scadenze a una settimana ha raggiunto il suo massimo dal lontano 1994, ben prima dell'avvento dell'euro. E' chiaro che in questo clima anche gli istituti di credito italiani soffrono della situazione di sfiducia e vengono quindi sottoposti a forti tensioni. Tuttavia, rispetto alla Spagna e agli altri paesi del Sud Europa siamo messi un po' meglio, e questa situazione di relativa minore debolezza deriva dal fatto che in Italia il debito è in prevalenza pubblico, ed è quindi più sicuro di quello privato.

Vuoi dire che il tanto vituperato debito pubblico in questo caso ci sta aiutando?

Esattamente. Ma questa non è certo una novità: la maggiore stabilità finanziaria conferita da una quota di debito pubblico prevalente rispetto al debito privato è un dato di fatto largamente riconosciuto dalla comunità degli studiosi. Solo i pasdaran del liberismo faticano a riconoscerlo. Il problema è che in questo paese i pasdaran liberisti hanno forgiato le coscienze, arrivando a plasmare non solo le opinioni dei cittadini ma anche le linee di condotta dei vertici dello Stato. Penso ad esempio alla recente esternazione del Presidente della Repubblica Napolitano. In una fase in cui tutti i paesi si affannano a gonfiare il debito pubblico per stabilizzare il sistema, egli ha dichiarato che i tagli alla scuola si rendono necessari per proseguire nella direzione dell'abbattimento del debito pubblico. Detto francamente, più intempestivi di così si muore.


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