.
Annunci online

  pensatoio passeggiate per digerire l'attuale fase storica
 
Diario
 


 

 

Sono marxista

 




Darfur Day

Annuncio Pubblicitario

gaza_black_ribbon






sotto la media l'Italia arranca, con questi media l'Italia crepa







  


        
Articoli di filosofia

Il futuro delle filosofie
http://www.italonobile.it/Il%20futuro%20delle%20filosofie.htm

L'argomentazione apagogica sulla verità in Vittorio Hosle
http://www.italonobile.it/Esiste%20verità.htm

Pensiero di Pensiero...
http://www.italonobile.it/pensiero%20di%20pensiero.htm

La teoria delle descrizioni definite di Bertrand Russell

La x è solo un segno ?

Dall'assenza del segno al segno dell'assenza

Dallo zero alla variabile


Frege e la negazione

Frege e l'esistenza

Senso e denotazione in G. Frege

Concetto e Oggetto in G. Frege

Frege e la logica

Frege e il pensiero

Concetto e rappresentazione in G.Frege

Funzione e concetto in G. Frege

Il senso e la denotazione dei concetti in Frege

La connessione dei concetti in Frege

Ontologia del virtuale
http://www.italonobile.it/Ontologia%20del%20virtuale.htm

L'eliminazione della metafisica di R. Carnap

Conoscenza e concetto in M. Schlick

Schlick e la possibilità di altre logiche

Tempo e spazio in Schlick

Schlick e le categorie kantiane

Apparenza e realtà in Schlick

Concetti e giudizi in Schlick

Analitico e sintetico in Schlick

Evidenza e percezione in Schlick

Giudizio e conoscenza in Schlick

Il reale secondo Schlick

La critica di Schlick all'intuizione

Definizioni e sistemi formali in Schlick

La logica in Schlick

La verificazione in Schlick

La verità in Schlick

Lo scetticismo nell'analisi secondo Schlick

Lo scopo della conoscenza in Schlick

Logico e psicologico in Schlick

L'unità di coscienza secondo Schlick

Schlick e la svolta della filosofia

Schlick e l'induzione

Matematica e realtà in Schlick


Alexius von Meinong e la teoria dell'oggetto


Bernard Bolzano e una logica per la matematica

Contenuto e oggetto in Kazimierz Twardowski

Jean Piaget e la conservazione delle quantità continue

L'attualità di Feyerabend

Sul Gesù storico
http://www.italonobile.it/La%20spartizione%20delle%20vesti.htm

La coscienza secondo Thomas Nagel
http://www.italonobile.it/la%20doppia%20vita%20del%20conte%20Dracula.htm

Filosofia e visione
http://www.italonobile.it/l'immagine%20della%20filosofia.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614562

Ermeneutica della luce e dell'ombra
http://www.italonobile.it/all'ombra%20della%20luce.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614557

Il test di Fantuzzing: mente e società
http://www.italonobile.it/Test%20di%20Fantuzzing.htm

Metafisica oggi
http://www.italonobile.it/metafisica.htm

La merce in Marx

Una teoria marxista della crisi : un primo livello di riflessione


Globalizzazione economica e giuridica
http://www.italonobile.it/globalizzazione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615609

Guerra, marxismo e nonviolenza
http://www.italonobile.it/Guerra,%20marxismo%20e%20non%20violenza.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615613

Utopia e stato d'eccezione
http://www.italonobile.it/utopia%20e%20stato%20d'eccezione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=622445

Il reddito di cittadinanza
http://www.crisieconflitti.it/public/Nobile1.pdf

Keynes da un punto di vista marxista

Appunti marxiani 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10



STORIA DEI NUMERI E DELLE CIFRE NUMERICHE
http://www.italonobile.it/genealogia%20della%20matematica.htm

La comunicazione nel linguaggio scientifico e la filosofia

 http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614558



Lemmi Wikipedia da me integrati
Alexius Meinong
Bernard Bolzano
Storia dei numeri
Sistema di numerazione
Sistema di numerazione cinese
Sistema di numerazione maya


Il Capitale di Marx e altro
1 2  3  4  6  7  8  9
10  11  12  13  14  15  
16  17  18  19  20  21
22  23  24  25  26  27
28  29  30  31  32 

 

Dibattito su Emiliano Brancaccio
1 2 3

Quelli che la crisi l'avevano prevista

Cazzari Nobel

Le molte cazzate del Nobel cazzaro

 

DISCLAIMER (ATTENZIONE):
l'Autore dichiara di non essere
responsabile per i commenti
inseriti nei post. Eventuali
commenti dei lettori, lesivi
dell'immagine o dell'onorabilità
di persone terze non sono da
attribuirsi all'Autore, nemmeno se
il commento viene espresso
in forma anonima o criptata.







12 aprile 2010

La verità in Schlick

 

La verità come coordinazione

 

Schlick si chiede : perchè coordiniamo concetti ed oggetti ? Perché formuliamo giudizi ? A cosa serve il designare ?

Egli si risponde dicendo che il segno rappresenta il designato, con il vantaggio che i segni possono essere più agevolmente manipolati che non gli oggetti reali.

Lo scrivere, il fare calcoli, il discorrere, il pensare è un lavorare con i simboli : lavorando con i simboli, si governa il mondo.

Condizione perché il segno sia un valido rappresentante dell’oggetto reale è che esso sia univoco, nel senso che non deve designare più di un oggetto (mentre ci possono essere più segni che designino lo stesso oggetto). La coordinazione deve  essere univoca anche tra un giudizio ed un fatto : un giudizio che designa univocamente uno stato di fatto si dice vero.  La concordanza tra giudizi e stati di fatto non è un’identità e vanno criticate le tesi metafisiche sull’identità tra pensiero ed essere. Ma allora, si chiede Schlick, in cosa consiste tale concordanza ? Si tratta di similarità (identità parziale) ?

Egli ribadisce a tal proposito che i concetti che compaiono nel giudizio non sono omogenei agli oggetti che designano ed anche le relazioni tra oggetti hanno caratteristiche spesso spazio-temporali che le relazioni tra concetti non hanno. Ad es. nel giudizio “La sedia sta alla destra del tavolo” il concetto di sedia non è posto alla destra del concetto di tavolo. Dunque l’identità e la similarità sono disciolte dall’analisi e quel che rimane è la coordinazione univoca.

Schlick dice che tutte le teorie ingenue,  secondo cui i nostri concetti e giudizi potrebbero raffigurare la realtà, ne escono distrutte.  Ci si deve liberare dall’idea che un giudizio possa avere con uno stato-di-fatto un’interconnessione più intima di una mera coordinazione. Essa non raffigura l’essenza del giudicato più di quanto una nota raffiguri un suono o il nome di un individuo la sua personalità.

 

 

Il giudizio falso

 

Schlick aggiunge che un giudizio falso è un giudizio che si rende colpevole di una equivocità o plurivocità di coordinazione. Ci fa l’esempio di quello che considera un giudizio falso e cioè “un raggio luminoso consiste in un flusso di corpuscoli in rapido movimento”. Questo giudizio non consente una designazione univoca degli stati di fatto, in quanto ci sono due diverse classi di fatti, coordinate dallo stesso giudizio ed in questo perciò c’è una ambiguità. Infatti ci sono corpuscoli in movimento da un lato e propagazione della luce dall’altro, designate dagli stessi simboli. Al tempo stesso, a due identiche serie di fatti (diffusione della luce e propagazione delle onde) vengono coordinati segni diversi : così l’univocità va perduta e la prova di questo è la falsità del giudizio.

Nella scienza, dice Schlick, il controllo della validità dei giudizi avviene così : si fanno derivare dai giudizi in esame nuovi giudizi su eventi futuri (previsioni) e, se invece di quegli stati di fatto previsti ne compaiono altri vi è contraddizione (equivocità) ed i giudizi di partenza vengono considerati falsi.

Se il giudizio “q”, segno per q (stato di fatto),  fosse usato per designare r, allora “q” sarebbe equivoco e designerebbe due diversi stati di fatto : a tal punto non sapremmo quale dei due eventi è inteso. La distinzione tra vero e falso deve solo salvaguardare l’univocità per ogni espressione del pensiero e del linguaggio, giacché l’univocità è un prerequisito necessario per qualsiasi comprensione.

All’obiezione per cui al giudizio falso non corrisponde alcuno stato di fatto (e non due stati di fatto contraddittori), Schlick risponde che è vero che ad ogni giudizio falso non corrisponde alcun fatto a cui esso potrebbe venir coordinato (osservate tutte le definizioni e le regole logiche), ma la falsità consiste nel fatto che, malgrado ciò, esso viene asserito per designare uno stato di fatto e, se si ammette tale designazione, si ripresenta l’equivocità sopra descritta. Le regole di coordinazione che salvaguardano l’univocità vengono violate e si instaura il disordine e la contraddizione. Che non esista uno stato di fatto a cui il giudizio falso potrebbe essere coordinato, lo si conosce in primo luogo  a partire da questa equivocità.

 

 

La negazione e la verità dei concetti

 

Schlick dice addirittura che, per esprimere che un dato giudizio “S è P” è falso, che esso cioè non designa un fatto in maniera univoca,  ci serviamo della negazione (S non è P). Dunque il giudizio negativo ha solo il senso di respingere il corrispondente giudizio positivo, di stigmatizzarlo come segno equivoco, inappropriato allo stato di fatto giudicato. In pratica la categoria di negazione si riduce a quella di pluralità (plurivocità, equivocità).

Non ci sarebbe giudizio negativo se non si presupponessero giudizi falsi. La negazione compare secondo Schlick per l’imperfezione psicologica del nostro spirito ed è dunque possibile fare logica e scienza senza prendere in considerazione giudizi di negazione. Questi hanno solo valore pratico e psicologico. Si deve dire che il giudizio di negazione “S non è P” designa lo stato di fatto che la proposizione affermativa “S è P” è falsa

Gli edifici concettuali delle scienze per Schlick consistono solo di asserti positivi e bisognerebbe sostituire la negazione con il concetto di diversità : “A non è B” diventa “A è diverso da B”.

Schlick poi si chiede, se la verità è univocità di designazione,  perché possono essere veri solo i giudizi e non anche i concetti ? Egli risponde che il giudizio non è semplicemente un segno : in esso non viene pensata solo una semplice designazione, ma una designazione che viene concretamente eseguita. Il giudizio designa non solo una relazione ma il sussistere di una relazione.

Se si pronuncia, continua Schlick, la parola “acqua” e ci si rappresenta mentalmente l’acqua, non c’è niente che si possa considerare vero o falso. Invece, se indicando un liquido incolore dico “acqua” voglio dire “questo liquido è acqua” faccio una coordinazione. Dunque non solo il giudizio come un tutto è coordinato ad un fatto inteso come un tutto, ma con il giudizio sono coordinati i concetti agli oggetti e l’univocità di quest’ultima coordinazione è condizione della coordinazione tra giudizio e fatto.

 

 

Verità e conoscenza

 

Schlick si chiede anche in virtù di cosa un certo giudizio diventa segno di un determinato fatto. O meglio, cos’è che ci fa conoscere quale fatto venga designato da un dato giudizio ?

E’ necessario a tal proposito partire da una preliminare e convenzionale assegnazione di determinati simboli per determinate cose e della possibilità di interpretare tali simboli solo per chi conosce tali regole convenzionali.

Schlick fa anche l’esempio interessante di come si agisce razionalmente interpretando i simboli senza un apprendimento dettagliato : un inserviente di un albergo, invece di imparare a memoria a chi appartiene un paio di stivali, mette sugli stivali il numero di stanza, tanto che anche un altro al suo posto può allocare esattamente gli stivali.

Per costruire una serie di verità sarebbe sufficiente inventare per ogni cosa un singolo segno ed impararlo a memoria (Cratilo, Politico,  conoscenza pre-greca, compilazione), ma la conoscenza non si riduce ad una serie di verità : la verità è coordinazione con segni di volta in volta nuovi, mentre la conoscenza è coordinazione con simboli già usati prima ed altrove.

Schlick aggiunge che, se un fisico scoprisse un nuovo tipo di raggi e desse loro il nome di “raggi y”, allora il giudizio “I raggi scoperti dal tale fisico sono i raggi y” sarebbe un giudizio vero, ma non significherebbe nuova conoscenza perché per la designazione del nuovo oggetto è stata impiegata una nuova parola.

Schlick continua dicendo che “Abracadabra è Abracadabra” è una proposizione vera, ma non ci dà alcuna conoscenza. Una serie di designazioni univoche darebbe una serie di verità isolate, ma non ci consentirebbe di derivare delle verità da altre verità. Solo in un sistema dove si possa effettuare una derivazione logica è possibile la conoscenza, perché ritrovare una cosa nell’altra presuppone un’interconnessione generale ed ininterrotta.

Per Schlick il giudizio conoscitivo è una combinazione nuova di nient’altro che vecchi concetti. Tali concetti vecchi costituiscono i raccordi grazie a cui ciò che è nuovo viene incorporato nel vecchio e viene inserito nel suo giusto posto. Con l’intera connessione dei giudizi, la nuova verità riceve un posto preciso nell’ordo idearum ed il fatto designato riceve il suo posto nell’ordo rerum. E solo quando il fatto viene inserito al suo posto, esso viene conosciuto. L’interconnessione dei nostri giudizi produce la coordinazione univoca ed è condizione della verità dei giudizi stessi. Solo i concetti ed i giudizi primitivi si basano su di una convenzione, mentre la conoscenza sta nell’interconnessione. La convenzionalità dei termini è tale solo da un punto di vista formale, perché storicamente la scelta dei termini ha delle ragioni che vanno indagate.

 

 

Tra formalismo e realismo

 

Per Schlick il linguaggio più evoluto è quello che ha più combinazioni di un numero relativamente scarso di suoni linguistici fondamentali. Un vero umanesimo preferirà un conciso linguaggio moderno alla tortuosa verbosità dei Greci. La mania di inventare nuove parole per esprimere i propri concetti è caratteristica degli spiriti più angusti tra i filosofi (al contrario di Hume che scriveva in maniera molto semplice).

Schlick considera la sua teoria della verità una teoria della coordinazione molto più semplice di quella di Russell. Egli risponde poi alla critica che dice che la teoria della coordinazione è troppo formalistica perché in realtà quelle che contano sono le relazioni materiali ed oggettive. Egli a questa critica ribatte che coordinazione univoca vuole dire che allo stesso oggetto deve corrispondere lo stesso segno e ciò è possibile solo se ogni oggetto è distinto da tutti quanti gli altri ed ogni volta riconosciuto come il medesimo. Presupposto della coordinazione conoscitiva è un “ritrovare” di cui è parte integrante l’accertamento di nessi materiali.

Schlick infine dice che coordinazione, ritrovamento dell’identico ed interconnessione sono tra loro strettamente collegati : gli stessi elementi (ritrovamento dell’uguale) si ripresentano in diversi

complessi (interconnessione)

 

 

 

 

 

Il problema della semiosi 

 

Si può dire che il segno sia lo stesso designato, ma in miniatura. Esso presuppone l’equivalenza tra tutto e parte (tra grande e piccolo) e presuppone una concezione manipolatoria della conoscenza (un sapere che vuole essere appunto potere), in cui il concetto è uno strumento, un afferrare, un chiudere nel pugno, un rimpicciolire l’oggetto per ricondurlo alla nostra portata.

Il fatto che ci siano più segni per uno stesso oggetto può sempre portare a problemi di comunicazione. La concezione di Schlick esclude forse non tanto che ci sia una differenza che derivi dall’identità, quanto piuttosto che ci sia un’identità che possa risultare da una molteplicità di oggetti differenti.

La tesi di Schlick circa l’assoluta convenzionalità della designazione in realtà non spiega come si instauri una relazione segnica. Il mistero della semiosi non viene assolutamente sfiorato e soprattutto la genesi storica dei sistemi di segni non viene per niente presa in considerazione. In questo Schlick è coerentemente formalista. Ma proprio tale indifferenza è all’origine del suo errore, perché l’univocità che egli vorrebbe raggiungere si rivela impossibile, mentre l’equivocità costituisce il ritmo stesso della semiosi.

Infine, non può essere che uno stato di fatto si riferisca ad uno stato di cose che sia reale in un altro mondo possibile ? Schlick non precisa se ciò sia possibile o meno.

 

Il convenzionalismo mostra la corda

 

A proposito degli enunciati circa la natura fisica della luce, Schlick fa confusione, in quanto l’uso simultaneo di diverse locuzioni quali “corpuscoli in movimento”, “raggio luminoso” e “propagazione di onde” evidenzia come non sussista proprio quel rapporto univoco tra segni e designato a cui egli aspira. Il giudizio “un raggio luminoso consiste in un flusso di corpuscoli in rapido movimento” vuole semplicemente dire che agli enunciati descriventi da un lato una realtà corpuscolare, dall’altro una di tipo ondulatorio, corrisponde la stessa realtà, per cui le due stringhe di simboli risultano alla fine equivalenti. Non si tratta dunque di un errore proprio di questo enunciato, ma della frequente equivocità terminologica in presenza di una grande complessità del Reale.

In tal caso mostra la corda la teoria convenzionalistica del segno, in quanto le due stringhe di simboli designano convenzionalmente lo stesso stato di fatto, ma comunque il loro senso è differente. E non basta la convenzione per coordinare due sensi differenti allo stesso stato di fatto.

 

 

La rimozione del senso

 

Schlick dunque non analizza la dimensione del senso, tematizzata da Frege, ma in questo caso assolutamente trascurata.

Schlick sovrappone contraddizione, confusione, ambiguità, falsità e menzogna e ciò causa molta approssimazione nel valutare gli errori filosofici.

Inoltre, se la coordinazione è assolutamente convenzionale, perché deve essere univoca ? Solo per un accordo sociale intercorso ? Giacchè non ci sarebbe niente nella proposizione per cui debba indicare questo e non quello, oppure per forza questo o quello.

In terzo luogo Schlick da un lato considera il pensiero come un segno e dall’altro si serve del pensiero per capire se ad es. un segno del linguaggio si riferisca ad uno stato di cose o ad un altro, per cui il pensiero si rivela essere una realtà più complessa del mero segno.

In quarto luogo considerare essenziale, per la significanza degli enunciati, la distinzione tra vero e falso è improprio in quanto le proposizioni vere e quelle false sono solo due sottoinsiemi delle proposizioni che hanno un senso. Al tempo stesso Sinn e Bedeutung sono due livelli di realtà assolutamente distinti.

Come crede Schlick che si possa riscontrare che ad un giudizio falso non corrisponda alcun fatto, osservate tutte le definizioni e regole logiche ? Cosa c’entra tale riscontro con regole logiche e definizioni ? Schlick vede nella falsità una contraddizione tra proposizione e stato di fatto, ma dimentica che, perché ci sia tale contraddizione, ci deve essere una comparazione tra le due strutture, comparazione possibile solo facendo riferimento al Sinn, al Logos.

Schlick ha ragione nell’individuare nella scoperta della falsità un momento di contraddizione, ma dire che la falsità de facto di un giudizio si desuma dalla contraddizione è inesatto. Se fosse una contraddizione si potrebbe anche negare ad es. il dato osservativo che smentisce l’ipotesi (in quanto la contraddizione non prescrive quale delle due proposizioni va eliminata). Invece è l’osservazione empirica e la preminenza epistemologica data ad essa che decidono della falsità di una proposizione scientifica.

 

Negazione e contraddizione

 

Per quanto riguarda la negazione, essa non stigmatizza il giudizio negato come contraddittorio né come equivoco, ma solo come falso. Popper rovescerà la prospettiva di Schlick (che dà alla negazione solo un valore psicologico) con il famoso principio di falsificazione.

Inoltre se nella concezione di Schlick “A non è B” diventa “A è diverso da B”, un enunciato come “x non esiste” cosa può diventare ?

Inoltre se la negazione si riferisce ad altre proposizioni, si può concludere che essa è immediatamente metalinguistica ?

Schlick poi giustamente ipotizza che il PDNC ed il terzo escluso risultano dall’essenza della negazione e non contengono quindi una qualche verità di significanza metafisica, né rappresentano una qualche barriera imposta al nostro pensiero umano (la quale forse non sussisterebbe per altri esseri con una diversa costituzione mentale).

Collegando i principi logici alla negazione, Schlick alla fine li psicologizza e dunque li relativizza. Ma ciò come si concilia con l’identificazione del falso con la contraddizione e l’equivocità ?

Frege, meglio di Schlick, elabora, con la sua teoria dell’asserzione, la tesi per cui il giudizio designa il sussistere effettivo di una relazione. Questa tesi però si presta al rinvio ad infinitum tipo “E’ vero che è vero che è vero…” o tipo il “really really ?” di Ronald Laing.

 

 

La scoperta e la conoscenza

 

Dunque per Schlick la verità sarebbe funzione della coordinazione tra più concetti e più oggetti ? E la deissi (“Questo è…”) è parte di una proposizione ?

Schlick in realtà non ha risposto alla domanda che egli stesso si è posto. Non si capisce infatti perché un concetto non possa essere vero. Forse perché il concetto non contiene in sé il verbo, il sussistere di uno stato di cose. L’esistenza dunque sfugge al concetto (Kant) ?

Schlick sbaglia nel pensare che nei nomi vi sia una elementarità che si sposa con l’arbitrio della designazione. Invece l’etimologia dei nomi ne evidenzia il carattere per niente arbitrario.

L’esempio fatto da Schlick delle azioni razionali non consapevoli fa pensare alle tecniche meccaniche con cui si fanno funzionare i computer. Ma così è stata anche la scrittura che evitava l’apprendimento mnemonico (lo sforzo era quello tutto iniziale di imparare a leggere).

Per ciò che riguarda l’esempio dei raggi di nuovo tipo scoperti da un fisico, non è vero che la designazione di un nuovo oggetto non significhi nuova conoscenza (essendo stata impiegata una nuova parola). La scoperta di un nuovo tipo di raggi è ad es. una nuova conoscenza : “Esiste un nuovo tipo di raggi” è una proposizione sintetica. Se è vero che il giudizio conoscitivo è una combinazione nuova di vecchi concetti, questi ultimi in realtà sono i raccordi grazie a cui ciò che è nuovo viene incorporato nel vecchio ed inserito al suo posto nel sistema della conoscenza. Risulta ancora un problema sapere come i concetti effettuano questo raccordo.

Dire che la conoscenza è diversa dalla verità è lecito. Dire che la conoscenza (intesa come interconnessione strutturale dei giudizi) fondi la verità dei giudizi non si desume dalle argomentazioni svolte sino a questo momento, o quanto meno va ben definito il senso del termine “fondare” o “essere condizione di…

 

 

 Un oscillazione non risolta

 

Schlick dunque in questa fase del suo pensiero somiglia molto al Neurath con cui polemizzerà successivamente : egli infatti tende a dissolvere le verità fattuali nelle verità concettuali

Schlick parla della sua teoria della verità come una teoria della coordinazione, che però nasconde in sé una teoria della coerenza. In pratica egli oscilla tra una teoria della verità come corrispondenza tra proposizione e fatto e la teoria della verità come coerenza e conseguentemente oscilla tra realismo epistemologico e formalismo. Inoltre altro è il fatto che i nessi materiali sono necessari per la verifica di una coordinazione, altro è dire che tali nessi siano necessari per la definizione e per la fondazione di una coordinazione. Alla fine il rinvio al riscontro dei nessi materiali diventa qualcosa di necessario solo per una sorta di postulato metodologico, ma comunque la coordinazione in quanto tale rivela la sua natura puramente formale. Infine una cosa è l’identità di un oggetto con se stesso, un’altra cosa sono le relazioni materiali ed oggettive che riguardano gli oggetti attinenti all’effettività. Queste ultime sono molto più complesse e sono descritte dalle singole scienze, mentre la prima è una relazione logica, più semplice ed astratta, a meno che Schlick non voglia indebitamente far rientrare in tale nozione la più complessa operazione psicologica del riconoscimento di un’identità. Ma questo non sarebbe un argomento condivisibile.

La costanza degli elementi che si ripresentano in diversi complessi invece fa pensare agli oggetti eterni di Whitehead.


9 ottobre 2009

Odifreddure : pensiero negativo e pensiero positivo

Odifreddi dice che, poiché una gran quantità di persone continua a credere a dei, spiriti ed anime, la logica dovrebbe servire almeno a fare piazza pulita delle illusioni metafisiche, smascherandole per quello che sono, cioè parole impure da cui purificarsi mediante un igiene linguistica. Questo compito la logica lo svolge soprattutto nel campo delle nozioni filosofiche e per questo essa ha sempre costituito una parte essenziale della filosofia. Non ci sarebbe logica se il linguaggio non si fosse trovato ad un certo punto in una crisi determinata dalla scoperta di un pensiero negativo da affiancare a quello positivo. Fino a quando le parole si limitano a descrivere percezioni sensoriali, non c’è bisogno d’altro che di espressioni positive per descriverle, anche se ciascuna di queste qualità esclude tutte le altre dello stesso tipo. Ma nessuno direbbe che un oggetto non è giallo, verde, blu e viola, per dire che è rosso.


 

Qui Odifreddi sbaglia, perché crede che gli uomini nel rapportarsi alle cose percepite si limitassero a descriverle. Mentre invece essi sono attraversati da desideri. C’è chi desidera quella cosa rossa e non quella verde, per non parlare dei bambini che se vogliono una determinata cosa, puoi portare loro mille altre ma essi le rifiuteranno sempre. La logica del desiderio, del piacere e del dispiacere fa si che non ci sia bisogno della proibizione etica perché compaia la negazione. Quest’ultima rappresenta il momento di autonomia di una soggettività che nasce e che desidera. Per cui pure le cose percepite ed i colori finiscono per interdefinirsi anche attraverso le negazioni.

.

 


19 maggio 2009

Frege e la connessione di pensieri

 

Il carattere saturo e insaturo dei termini e il mistero del linguaggio

 

Analizzando la possibilità della connessione tra i pensieri, Frege nota quello che poi ha notato anche Chomsky e cioè che con poche sillabe si può esprimere un immenso numero di pensieri.

Frege afferma che questo è possibile se a determinate parti dell’enunciato corrispondono certe parti del pensiero. L’atomismo logico (o la concezione che sarà così chiamata)  riesce per Frege a spiegare con pochi elementi la molteplicità delle espressioni linguistiche : tutto sta nelle possibilità di combinazione tra i diversi componenti del linguaggio: facendo un analogia, aumentando il numero di lettere aumenta il numero di combinazioni tra di esse, es. 1 lettera = 11 combinazioni; 2 lettere = 22 combinazioni; 3 lettere = 33 combinazioni .

Ipotizzando nel pensiero (e nel linguaggio) parti sature e parti insature, Frege asserisce che la coesione sintattica è data dal fatto che un pensiero satura una parte insatura (es. una negazione), cioè che nella logica la connessione che conduce ad un intero avviene sempre con la saturazione di qualcosa di insaturo (anche se questo processo non avviene nel tempo). Le parti insature debbono essere di numero il più possibile ristretto. Le parti sature (i pensieri) possono essere di numero illimitato.

Frege dice che non necessariamente ogni connessione di enunciati abbia come proprio senso una connessione di pensieri (e sin qui si capisce), ma poi afferma che non ogni connessione di pensieri sia il senso di una connessione di enunciati. Egli sostiene che, essendo i pensieri completi in se stessi, vanno collegati tra loro da qualcosa che non è pensiero e fornisce una spiegazione geniale per spiegare come due pensieri entrino in contatto ipotizzando che ci voglia un che di duplicemente incompleto. Rimane però il problema di come la connessione di pensieri sia a sua volta un pensiero.

Frege poi fa un esempio a mio parere improprio di enunciati che non esprimono alcun pensiero e cioè la proposizione relativa e dice che in un enunciato relativo, separato dalla principale, non possiamo riconoscere ciò che il pronome relativo deve designare e non abbiamo alcun senso proposizionale per cui si possa porre la questione della verità, e cioè non c’è un pensiero che sia il senso di un enunciato relativo preso separatamente.

Frege infine afferma che nella congiunzione, così come in tutte le connessioni di pensiero, i pensieri che la compongono non sono espressi in forma assertiva.

 

 

La congiunzione e la negazione come matrici di altre connessioni

 

Frege poi cerca di collegare in maniera quasi paradossale le due diverse concezioni della relazione (connettivo) dicendo che, venendo saturata da pensieri (relazionismo) essa relazione li connette tra di loro (atomismo logico). A tal proposito Frege dice che la congiunzione “e” è insatura a due livelli, semioticamente (come qualsiasi altra cosa) e semanticamente (in quanto congiunzione “e”). Dunque bisogna pensare che si tratti di un segno particolare, che ha una sua specifica e peculiare importanza?

Dice Frege che non c’è bisogno di dimostrare che “B e A” abbia lo stesso senso di “A e B” in quanto basta por mente al senso di entrambi. Dunque ad espressioni linguistiche diverse può corrispondere lo stesso senso. E tale divergenza tra segni e pensiero è una conseguenza inevitabile della diversità tra ciò che si manifesta nello spazio e nel tempo ed il mondo delle idee.

Frege poi passa all’analisi del giudizio e per esso intende il riconoscimento della verità di un pensiero, riconoscimento che si esprime linguisticamente con un’ asserzione: quando asserisco “A è vera” voglio significare “Il pensiero espresso nell’enunciato ‘A’ è vero”.

Analizzando la negazione Frege nota che la negazione di una connessione (tipo la congiunzione) è a sua volta una connessione tra pensieri. In tal caso la seconda connessione è vera se la prima è falsa e nel caso della congiunzione, la sua negazione significa l’incompatibilità tra i due pensieri considerati. A tal proposito, Frege fa notare che in tale incompatibilità “Non-(A e B)” compare chiaramente il connettivo e per dimostrarlo fa vedere i due spazi vuoti che permetterebbero di riconoscere la doppia insaturazione, es. “Non-(  e  )”. In realtà in “Non(  e  )” sono le parentesi tonde ad essere rette dalla negazione e si può anche dire che, essendo due i connettivi (Non ed Et), allora le insaturazioni sono tre, nel senso che si debbono contare le due variabili terministiche e la funzione proposizionale che esse compongono e dove lo stesso connettivo “Et” che è retto da “Non” diventa il contenuto (variabile) della funzione individuata dalla negazione. “( e )” in pratica diventa “xRy”, dove anche “R” diventa una variabile (può infatti essere congiunzione, disgiunzione, implicazione, equivalenza).

Frege poi giustamente aggiunge che non si può parlare propriamente di “produrre” una connessione di pensieri in quanto una connessione di pensieri è a sua volta un pensiero ed un pensiero non si produce.

Frege poi dice che “(non-A) e (non-B)” è una connessione applicata a due negazioni (di pensieri) e dunque  una connessione tra due pensieri ed infatti secondo lui “(non-  ) e (non-  )” mostrano la doppia insaturazione. In realtà l’insaturazione è quadrupla con un connettivo (Et) e due funtori (Non). Inoltre, c’è da dire che KNpNq non sarebbe un funtore a parte (come Kpq o l’inversa NKpq) dal momento che è quantomeno controintuitivo che KNpNq sia una connessione tra ‘p’ e ‘q’. A mio parere essa lo sarebbe solo se Np sia una connessione tra ‘p’ e qualcosa d’altro (forse tra ‘p’ e se stessa).

Per Frege inoltre “Non-[(non-A) e (non.B)]” è la negazione di una connessione di terzo tipo (che è, ribadisce, una connessione tra A e B) ed è a sua volta la connessione di secondo tipo “Non-(A e B)” applicata alle negazioni di questi pensieri. Essa dice che almeno una proposizione tra A e B è vera e dunque essa equivale a “A vel B” (in questo caso “Vel” non è esclusiva e cioè è possibile che siano vere entrambe). A tal proposito Frege, anche nel caso del “Vel” sostiene che le due proposizioni non hanno forza assertoria ed in questo ( contrariamente che con “Et”) a ragione. Egli nota che qui ci si discosta dall’uso comune della parola “Oppure” (che lui intende nel senso di “Aut”).

La connessione di quinto tipo è una connessione di primo tipo tra la negazione di un pensiero e di un altro pensiero, ad es. “(non-A) e B” (oppure KNpq).

Frege poi intende la connessione di sesto tipo come la negazione di una connessione di quinto tipo,oppure come una connessione di secondo tipo tra la negazione di un pensiero e di un altro pensiero. Egli continua dicendo che “non-A e B” è vera solo se A è falsa e B è vera, mentre “Non (non-A e B)” è vera se il primo termine è vero (indipendentemente dal secondo) o se il secondo termine è falso (indipendentemente dal primo). Va ricordato qui che “Non(non-A e B)” è l’inversa di “B implica A”.

Frege aggiunge che una connessione ipotetica è vera se è vero il conseguente o falso l’antecedente.

Frege poi analizza la proposizione “Se qualcuno è un assassino, allora è un criminale” e afferma che né l’enunciato antecedente, né l’enunciato conseguente esprimono, presi in sé, un pensiero. A tal proposito Frege afferma che ci sono periodi ipotetici che sono pensieri composti da altri (due) pensieri e ci sono poi periodi ipotetici che sono pensieri composti da due enunciati che non sono a loro volta pensieri.

Egli poi afferma che non si può utilizzare un pensiero come premessa di un inferenza fin quando non se ne riconosca la verità. Egli aggiunge che la premessa di un’inferenza non compare nella conclusione. Frege poi dice che, come nella connessione di quinto tipo, anche in quella di sesto tipo il primo pensiero si può sostituire con la negazione del secondo ed il secondo pensiero si può sostituire con la negazione del primo, cioè ad es. “P implica Q” equivale a “non-Q implica non-P”.

 

 

 

 

 

Nonsensi, scienza e linguaggio quotidiano

 

Frege dice poi di vedere la difficoltà maggiore per la filosofia nel fatto che essa si ritrova per il proprio lavoro uno strumento poco adatto e cioè il linguaggio quotidiano (naturale) alla cui formazione hanno concorso bisogni di un genere del tutto differente dalle esigenze della filosofia. Frege fa l’esempio di enunciati come “Se 2 è maggiore di 3, allora 4 è un numero primo”, che sembra insensato ma è logicamente vero, perché è falso l’antecedente. Frege giustamente critica il principio aletico dell’evidenza, la quale confonde per nonsenso (cosa che riguarderebbe solo la falsità logica) quello che è una verità magari scientifica comunemente accettata.

Frege tuttavia in questi casi si rifugia sempre in un autoritarismo scientista che diventa fonte di confusione e di oscurantismo. Egli infatti dice che nello stabilire il senso delle espressioni scientifiche, il nostro scopo non può essere quello di accordarci all’uso comune del linguaggio. Questo è nella norma inadeguato agli scopi scientifici per i quali si sente il bisogno di coniare termini più precisi. Allo scienziato deve essere consentito di discostarsi dal senso usuale quando utilizza ad es. la parola “Orecchio”. A confermarci nelle nostre perplessità, Frege utilizza un esempio che sembra essere più quello in cui si utilizza “Aut” che quello in cui si utilizza “Vel” e dunque un esempio dove è sicuramente falsa una delle proposizioni e cioè “Federico il Grande vinse a Rossbach oppure 2 3”.

In realtà proprio perché il linguaggio scientifico deve essere libero dalle ambiguità del linguaggio naturale, sarebbe necessario evitare l’uso dei termini del linguaggio naturale, proprio perché tale uso sarebbe passibile di equivoci. Dunque il termine “orecchio” dovrebbe essere di uso comune ed al posto suo lo scienziato dovrebbe usare un termine ad hoc, a meno che il significato non sia lo stesso. Se infatti allo scienziato deve essere consentito di discostarsi dal senso usuale quando utilizza una parola di uso comune, non è più facile utilizzare un altro termine con un significato più specifico o coniare addirittura un termine ex-novo? Forse questo non accade perché c’è un’analogia, un rapporto metaforico, una similarità, un’identità ed una differenza che vanno articolate dinamicamente (dialettica): bisogna spiegare cosa c’è di comune, per cui viene usato lo stesso termine e cosa c’è di differente per cui uno stesso termine viene usato con due accezioni diverse.

Nel caso di “Vel” ed “Aut” non ci troviamo di fronte a termini con un significato più o meno preciso (quasi “Vel” fosse un termine più esatto di “Aut”), ma a termini altrettanto precisi che significano sensi diversi tra loro.

Quanto alla riflessione di Frege sulla filosofia, bisogna prima chiarire cosa sia la filosofia e quali siano le sue esigenze. La filosofia è una delle scienze? O forse è un’attività problematica che media tra linguaggi specialistici e linguaggi storicamente comuni, usando alternativamente linguaggio naturale e linguaggi formali senza farsi condizionare né dal primo né dai secondi ?

Comunque l’intento di Frege lo si può interpretare in maniera diversa e più costruttiva : egli vuole sfidare la concezione per cui le proposizioni logicamente connesse tra di loro debbano appartenere ad un universo di discorso omogeneo dal punto di vista del senso comune. Egli dice giustamente che in logica (come fa il suo rivale Hilbert) ci può essere l’accostamento tra qualsiasi cosa, anche tra un evento storico ed un errore matematico.

 

 

Quadro riassuntivo delle connessioni in Frege

 

Riassumendo, le connessioni di Frege sono:

  1. A e B (Kpq) cioè il prodotto logico
  2. Non (A e B) e cioè l’incompatibilità logica (Dpq oppure NKpq)
  3. non-A e non-B (Xpq) e cioè la reiezione binaria
  4. Non [(non-A) e (non-B)] e cioè la somma logica (A oppure B) e cioè Apq
  5. non-A e B e cioè la non implicazione inversa (Mpq)
  6. Non [(non-A) e B] e cioè l’implicazione inversa (B implica A) e cioè Bpq

 

Le relazioni tra queste connessioni sono:

    • (2) è la negazione di (1)
    • (4) è la negazione di (3)
    • (6) è la negazione di (5)
    • (3) è equivalente alla (1) applicata a due negazioni
    • (4) è equivalente alla (2) applicata a due negazioni
    • (5) è equivalente alla (1) applicata ad un pensiero e ad una negazione
    • (6) è equivalente alla (2) applicata ad un pensiero e ad una negazione

 

I funtori utilizzati per ricavarne tutti gli altri sono “Non” ed “Et”.

Frege dice che è inutile aggiungere a questa serie “A e non-B” il cui senso è lo stesso di quello “non-B ed A”, che ha la stessa forme di “non-A e B”.

Frege aggiunge che il primato del primo tipo di connessione sulle altre è solo psicologico, dal momento che, da un punto di vista logico, si può prendere come base uno qualsiasi dei sei tipi di connessione e derivarne gli altri con l’aiuto della negazione. Per tutti i funtori si è poi visto che con due soli funtori (tra cui la negazione) è possibile ricavarne tutti quanti gli altri, ma solo con il funtore Xpq è possibile ricavare tutti gli altri funtori a partire da uno solo

A tal proposito Frege dimostra che “A e B” ad es. può essere ricondotta a “B implica A” più la negazione: in questo caso “Non (B implica non-A)”.

E dunque se tutti i funtori sono riconducibili ad “A e B” più la negazione, essi sono riconducibili anche a “B implica A” più la negazione.

In tal caso, dice Frege, non è il punto di partenza ad essere logico, ma la trasformabilità dei connettivi in tutti gli altri. Egli dice pure (quando le geometrie non euclidee si stanno affermando e pur essendo egli un avversario delle geometrie non-euclidee) che è possibile costruire due geometrie diverse invertendo il rapporto tra assiomi e teoremi.

Frege poi trattando dell’enunciato molecolare “A e A” individua i funtori I ed F (KpNp) e fa vedere come, mentre Kpp e App equivalgano a ‘p’, Dpp e Xpp equivalgano ad Npp. A tal proposito, se Cpp ed Epp equivalgono alla tautologia, questo comporta che anche tra i connettivi ci siano differenze di livello e di ordine ? Forse legati al differente ruolo che in essi ha l’asserzione ?


 

 

Il senso di tautologia e contraddizione

 

Frege nota dunque giustamente che Cpp è una tautologia, mentre Lpp è una contraddizione. In questo caso Cpp equivale a Bpp ed Lpp equivale a Mpp (ed anche queste equivalenze danno da riflettere).  Frege poi riflette su di esse e si chiede (come fece Wittgenstein) se questi enunciati esprimano un pensiero o se siano privi di contenuto e forse giustamente afferma che sia Cpp che Lpp sono due pensieri, per quanto assurdi e/o vuoti possano sembrare, e che l’apparenza d’insensatezza può derivare solo dal fatto che l’enunciato sia stato pronunciato con forza assertoria. Pure l’asserire un pensiero che contraddice una legge logica può apparire un contro-senso (e non un non-senso). Frege poi afferma che un pensiero che contraddice una legge logica può venire espresso proprio perché in tal modo esso può essere negato. Egli poi aggiunge che due pensieri hanno lo stesso valore di verità se sono entrambi veri o entrambi falsi. Se in una connessione logica di pensieri, un pensiero viene sostituito con un altro pensiero che ha il suo stesso valore di verità, il valore di verità dell’intera connessione rimane inalterato.

 

 

 

 

 

Aporie del saturo e dell’insaturo

 

Da questo scritto di Frege desumiamo che la svolta linguistica ha dunque il senso di una negazione dallo psicologismo (che riduce il pensiero a mente) e di un approdo ad una concezione visuale, grammatologica del pensiero (un pensiero che non può non essere scrittura), una concezione che permetta anche un approccio “microscopico”, atomistico.

Siamo a Kant? Le parti insature sono assimilabili a categorie vuote e senza contenuto? Qui il pensiero, più che un insieme di predicazioni attorno a cose già date, già esistenti, sembra essere una integrazione di forme di per sé insufficienti che quasi invocano la saturazione. Dunque il pensiero non come un fatto gratuito, ma un fatto necessitato che rinvia all’intrinseca incompiutezza dello spirito finito. Gli oggetti, di per sé completi ed indifferenti alla loro contestualizzazione, vengono utilizzati per placare questa istanza di saturazione: non è l’oggetto ad essere negato o ad essere collegato ad un altro oggetto, ma la negazione ad invocare qualcosa da negare, la relazione a richiamare due termini come un tavolo da ping-pong, fornito di racchette e pallina che invita due persone a giocare.

Cosa vuole dire Frege? Che ci sono pensieri che non possono essere tradotti in linguaggio? O meglio pensieri che sono stati sinora imperfettamente riportati nel linguaggio (ad es. con la metafisica) ? L’Ideografia è dunque il codice che permette di operare questa trasposizione?

Se connettivi e funtori non sono pensiero, cosa sono se non sono nemmeno oggetti?

È possibile chimicamente che qualcosa di completo si possa collegare con qualcosa di completo? E perché in logica questo è possibile? La connessione logica (che sarebbe essa stessa un pensiero) avrebbe in sé delle protesi di non-pensiero?

Se la proposizione principale più una relativa non esprimono un pensiero, perché mai esse nel loro insieme hanno un senso diverso dalla sola proposizione principale? In realtà la proposizione “Carlo Magno che era re dei Franchi sconfisse Desiderio” in primo luogo può essere tradotta in “Carlo Magno era re dei Franchi e sconfisse Desiderio”: se in quest’ultimo caso esprime un pensiero perché nel primo non dovrebbe fare altrettanto? Essa proposizione è costruita, approfittando del fatto che il soggetto di entrambe le proposizioni componenti è lo stesso, volendo sottolineare una delle due (la principale) e magari sottintendere “Se Carlo Magno è il re dei Franchi, esso sconfisse Desiderio” e dunque “…che è il re dei Franchi” seppure non sia un pensiero saturo, contiene un pensiero saturo e cioè “c’è un x tale che ‘x è il re dei Franchi’ “. Magari “…che è il re dei Franchi” è una proposizione non asserita, ma questo non vuol dire che il suo contenuto non sia un pensiero.

Frege si fa ingannare dalla grammatica ma in questo caso nella proposizione “Se Carlo Magno è il re dei Franchi proprio lui sconfisse Desiderio”, “…proprio lui sconfisse Desiderio” è un pensiero o no? È asseribile da solo oppure no?  Sembrerebbe trattarsi (potendoli tradurre nella forma Kpp) di due pensieri autonomi che però sono connessi in modo che almeno uno di loro abbia in sé un momento insaturo, cioè la connessione tra due proposizioni, per essere a volte asserita, comporta un incertezza per cui ad es. non si sa se il Carlo Magno di cui stiamo parlando sia quello che ha sconfitto Desiderio e dunque lo colleghiamo tramite la proprietà “Il re dei Franchi” e questo perché non asseriamo proposizioni che siano soltanto logicamente connesse, ma lo facciamo tenendo continuamente presente il loro senso, la loro designazione empirica, il loro riferimento ontologico.

Potremmo dire che al massimo una proposizione relativa non immediatamente comunica un pensiero (se non saturata con una principale), ma ciò perché non ogni pensiero è un pensiero saturo e completamente determinato. Ciò per una ragione ontologica: le variabili, le funzioni proposizionali, l’indeterminato hanno nel pensiero uno statuto ontologico proprio. Esse, in un certo senso, esistono.

 

 

La differenza tra congiunzione ed implicazione

 

Anche nell’analisi delle connessioni, non mancano i nodi problematici del ragionamento di Frege.

In Kpq, sia ‘p’ che ‘q’ in realtà sembrano asseriti, mentre in Cpq, sia ‘p’ che ‘q’ non sono asseriti. Cosa vuol dire questo? Nel primo caso asserendo le due proposizioni si asserisce implicitamente anche la loro congiunzione (proprio perché si asseriscono insieme). Nel secondo caso per asserire la relazione di implicazione, non è necessario asserire le due proposizioni: tale secondo caso è schiettamente metalinguistico.

Frege cerca quasi (utilizzando la forma interrogativa) di rimuovere questo dato di fatto. Ma se sia Kpq che Cpq sono rovesciabili in proposizioni relative, nella loro forma positiva (assertiva) esse continuano a rimanere irriducibilmente diverse. Frege poi, dicendo che Kpq è una terza proposizione rispetto a ‘p’ e ‘q’, vorrebbe ipotizzare che ad essere asserita è solo la loro congiunzione e non le singole proposizioni. Egli non tiene conto del fatto che, al contrario dell’implicazione (dove la verità di entrambe le proposizioni è solo uno dei casi in cui essa implicazione è vera), la congiunzione può essere vera se e solo se entrambe le proposizioni sono vere e dunque il fatto che siano entrambe vere è la congiunzione stessa .

In “p implica q” la connessione viene asserita a prescindere dalla verità delle due proposizioni ed in un certo senso antecedentemente ad esse, mentre in “p et q” sono le due proposizioni ad essere asserite e la loro connessione è una sorta di risultato contingente.

In pratica mentre la forma subordinata consente di non pronunciare assertivamente alcune proposizioni, la forma della congiunzione esige la pronuncia assertoria di entrambe le proposizioni (che forse proprio per questo sono coordinate sintatticamente tra di loro).

 

 

 

 

La connessione di quinto tipo e la natura della negazione

 

A proposito della connessione di quinto tipo giustamente Frege dice che KNpq non è permutabile in KNqp (“non-A e B” non equivale a “non-B e A”). Inoltre Frege ipotizza che, se “Non” è un operatore e dunque non può essere spostato, tanto vale aggiungerne un altro ed invertire le parti. Frege giunge alla stessa conclusione quando tratta “B e non-A” e “non-A e B”.

Ma ciò presuppone l’algebra della logica (Boole). E se una negazione non può essere spostata, perché a questo punto potrebbe essere aggiunta? Un’ipotesi potrebbe essere che la negazione essendo un funtore monoargomentale si sposta assieme al suo contenuto. Ma allora se si aggiunge, essa aggiunge un contenuto ex-novo ? O si può comunque collegare ad una parte del pensiero (o al pensiero nella sua interezza) dato ?

In realtà il fatto che KNpq non è permutabile in KNqp si verifica perché ci troviamo di fronte a due proposizioni molecolari, ognuna delle quali contiene in sé un’affermativa ed una negativa (se si trattasse di due negative o di due affermative la permutabilità sussisterebbe). Ma questo presuppone che la negazione sia un funtore e dunque contraddice la quantificazione (da noi già criticata), o meglio il computo da parte di Frege delle insaturazioni presenti nelle connessioni con proposizioni negative.

Inoltre questo presuppone che la negazione non faccia parte del contenuto della proposizione (contraddicendo la tesi di Frege circa la natura della negazione), altrimenti essa si sposterebbe con la proposizione stessa e dunque anche questa connessione risulterebbe permutabile, giacchè l’inversa di “non-A e B” sarebbe “B e non-A” e non “non-B ed A”.

La questione potrebbe essere precisata distinguendo tra connettivi e funtori : sarebbero da definirsi connettivi tutte le connessioni interne alla proposizione, mentre sarebbero da definirsi funtori i connettivi più la negazione e le funzioni interne agli enunciati atomici. Mentre i funtori sono anche monoinsaturi, i connettivi sono polinsaturi.

Inoltre Frege è costretto ad intendere “posizione” nel pensiero come qualcosa che incida sul contenuto dando al pensiero una connotazione spaziale. Più che spaziale la questione è relazionale e semantica e la pretesa di svincolare in maniera netta la forma dal contenuta andrebbe rivista.

C’è poi la possibilità positiva della semiotica come mediazione tra il contenuto (logos) e la forma (psychè), come disciplina che studia le relazioni tra logica e storia, tra Eternità e tempo.

 

 

Il significato dell’avversativa

 

 A sua volta, il “ma” potrebbe essere assimilato ad una connessione tra un’asserzione ed una proposizione che ne limita e  ne contraddice in parte il contenuto (es. “io sono andato all’appuntamento, ma lei non si è fatta vedere” oppure “io ero andato all’appuntamento, ma lei era andata già via”). Il “ma” ha anche una componente epistemica ed indica una connessione creduta, ma che non si verifica (“credevo che se fossi andato io, sarebbe venuta pure lei, ma io sono andato e lei non è venuta”): in simboli “(p et Nq)  implica  Non(p implica q)”.

 

 

Il senso della proposizioni con variabili

 

Quanto alla tesi per cui nell’implicazione con variabili (tipo “Se qualcuno è un assassino è un criminale”,  né l’enunciato antecedente, né l’enunciato conseguente esprimono, presi in sé, un pensiero, in realtà qui si tratta al massimo di pensieri non completamente determinati, altrimenti non sarebbero nemmeno distinguibili tra loro, né sarebbe possibile completarli. Inoltre la proposizione “Qualcuno è un assassino” è un pensiero completo e vuole dire “Esiste un individuo e quest’individuo è un assassino”: l’indeterminatezza del soggetto non ha niente a che vedere con la completezza del pensiero. Anche la funzione proposizionale “…è un criminale” è in realtà un pensiero e cioè “Qualcuno è un criminale”. In pratica il senso di questa proposizione è denotativamente incompleto (cioè non si sa chi precisamente sia un criminale), ma semanticamente compiuto (cioè comprensibile da terzi). Anche in questo caso Frege, che critica sempre il linguaggio naturale, qui ne diventa vittima, giacché confonde il fatto che una proposizione abbia un  valore di verità con il fatto che una proposizione abbia un senso.

Per ciò che riguarda invece i pensieri composti da due enunciati che non sono a loro volta pensieri, sorge spontanea la domanda di come da due non-pensieri si può generare un pensiero; forse Russell direbbe che in questo caso ci troveremmo di fronte ad una proposizione formata da due funzioni proposizionali?

La proposizione “Se qualcuno è un assassino, è un criminale” equivale al sillogismo “A) Tutti gli assassini sono criminali; B) x è un assassino; C) x è un criminale”.

Negando che “x è un assassino” sia un pensiero compiuto, Frege tende a ridurre il pensiero a proposizioni empiricamente verificabili e dunque prepara il terreno al Neopositivismo.

Per ciò che riguarda la tesi per cui non si può utilizzare un pensiero come premessa di un’inferenza fin quando non se ne riconosce la verità, c’è da dire che la locuzione “Se x…” vuol dire “Se assumiamo x…” e cioè “Se x è vero…”. Allo stesso modo dire che B è la premessa di A vuol dire che se B è vera, anche A è vera.

 

 

Implicazioni metafisiche

 

Il ragionamento di Frege sulla divergenza quasi inevitabile tra segni e pensiero rende possibile due assunzioni metafisiche: la prima che il mondo del pensiero è il mondo dell’eternità, della coesistenza e dell’equivalenza sostanziale tra tutti gli oggetti, in cui parmenideamente il mondo è tutto insieme (e dove “B ed A” equivale ad A e B) e dove ogni relazione cristallizzandosi nell’eterno presente diviene coimplicazione. La seconda considerazione è che la divergenza tra segno e pensiero è analoga all’apparire ed all’essere, al fatto che le cose appaiono in una successione temporale, ma non sono una prima dell’altra: il problema, l’aporìa è quella del tempo e della soggettività.

Quando Frege dice che quando asserisco “A è vera” voglio significare “Il pensiero espresso nell’enunciato ‘A’ è vero”, la domanda che sorge spontanea è perché non si può dire semplicemente “A”. E se non c’è un rinvio infinito all’Essere (“è vero che è vero che è vero…”), come la verità può essere spiegata?

La datità dell’Essere è l’evidenza di un Infinito che viene sino a noi e che ha già percorso (essendo se stesso) la distanza tra finito e Infinito, distanza che solo un pensiero infinito potrebbe colmare, se non fosse ab aeterno già colmata. Dunque la domanda di Leibniz “Perché qualcosa invece del nulla?” ha questa risposta: perché l’Essere è infinito.

Inoltre anche la negazione dell’ “Et” presuppone lo stesso Et. E l’Et è la forma più semplice di connessione, ma anche la più ferrea, perché per essere una connessione vera, lo può essere in un caso solo delle tavole di verità. Ma se può essere vera in un caso solo, può stare alla base dell’implicazione, che è invece vera in tre casi sui quattro forniti dalle tavole di verità?

Mentre l’Et è quasi una contraddizione, l’implicazione ed il Vel sono quasi tautologie. È possibile a partire da quest’impressione stabilire un rapporto di maggiore prossimità o lontananza tra connettivi?

Il fatto che la negazione di una connessione (tipo la congiunzione) è a sua volta una connessione tra pensieri può essere collegabile alla dialettica hegeliana, laddove dice che l’Unità persiste anche quando viene negata. Qui la filosofia  in qualche modo spiega la poesia  quando questa, attraverso il collegamento tra segni,  ripara allo scollegamento tra gli eventi della vita reale.

Il fatto che non si possa produrre una connessione di pensieri significa che le proposizioni c.d. atomiche sono ab aeterno collegate tra di loro in tutte le proposizioni molecolari ottenibili dalle loro combinazioni (connessioni di pensieri). Dunque i pensieri sono logicamente autonomi ma ontologicamente connessi tra loro ab aeterno.

Quanto alla natura dell’implicazione, essa è legata dalla possibilità di elaborare ipotesi ed al fatto che un evento può avere più cause (e la storia è la ricerca di quella causa). Questa natura paradossale dell’implicazione presuppone forse un’ontologia dialettica e cioè basata sulla contraddizione. Nell’implicazione logica si può trovare sia la relazione causale, sia la norma giuridica, sia l’imperativo ipotetico. Implicazione e “Vel” sono connettivi ad alto grado di formalizzazione e di astrazione (quasi come la tautologia) e cioè con tre casi di verità su quattro nella omonima tavola di verità.

Che in logica ci possa essere un accostamento tra proposizioni di qualsiasi significato è un indizio che la logica è il regno del possibile, della libertà semantica, della possibilità di elaborare infinite ipotesi. Essa presuppone una metafisica in cui queste infinite possibilità possano essere contemplate tutte insieme.

Oggi invece (v. Pinker, l’ontologia analitica, la computer science) si cerca di costruire dei robot simili a noi (con degli idola) perché l’intelligenza che si vuole simulare è quella esecutiva, il know how, il costume, l’usanza. Tutto ciò affinché essi facciano con efficienza quello che ordiniamo noi. Anche l’ontologia è un’ontologia che si limita a spiegare il senso comune. Ma può servire anche a farci andare oltre il senso comune (dialettica)?

La tesi di Frege della ricavabilità di tutti i funtori da due soli di essi (uno dei quali deve essere la negazione) implica che nel sistema dei funtori si può entrare da qualsiasi punto, si può iniziare da qualsiasi connettivo grazie (e questo è importante) a quel funtore anomalo, a quel connettivo monco che è la negazione. La negazione è essenziale per la logica e per l’ontologia. Essa introduce alla dialettica e ne fonda il valore. Variamente distribuita costituisce tutti i connettivi e tutte le forme logiche. E come negazione della negazione è un principio di trasformazione. E se il fatto logico per Frege è la trasformabilità dei connettivi in tutti gli altri, allora veramente la logica si presenta come conciliazione e tolleranza della pluralità di diversi atteggiamenti.

Il fatto che per Frege tautologia e contraddizione sono comunque pensieri ci fa pensare che la verità sia solo la possibilità di asserzione all’interno di un mero sottoinsieme dei pensieri. E se i pensieri in un certo senso esistono, si può dire che c’è allora un luogo dove anche l’impossibile sussiste? Frege qui si collega a Meinong? Sicuramente qui sembra a ragione rifiutare la tesi neopositivista degli enunciati senza senso.

La tesi poi di Frege per cui un pensiero che contraddice una legge logica deve essere esprimibile proprio perché possa essere negato, mostra una tendenza di questo filosofo ad esorcizzare, immunizzare, depotenziare il negativo. Qui si vede anche come la distinzione tra pensiero ed asserzione dello stesso sia sottile e quasi invisibile. Oltretutto, se la negazione non si trova allo stesso livello dell’asserzione (come egli stesso teorizza), come il pensiero negato può essere del tutto in collegabile ad un’asserzione? Un pensiero negato può sempre essere asserito, in quanto la negazione ha nello stesso Frege una potenza minore dell’asserzione. Se la negazione avesse invece pari potenza dell’asserzione, essa è una funzione apriori ed in quanto tale non ha un fondamento assoluto e può essere interpretabile come arbitraria.

Insomma, qualcosa che è pensato ha sempre un luogo dove esso è vero (dunque anche la contraddizione). Se la tautologia è una proposizione vera in tutti i mondi possibili, la contraddizione è una proposizione vera nel meta-mondo che contiene tutti i mondi possibili.

 

 

 

 

 

 

 


29 maggio 2008

Illogica logica : interrogazioni ed esclamazioni

 

Per Irving Copi ciò che distingue le proposizioni dalle interrogazioni, dalle esclamazioni e dagli imperativi è il fatto che le proposizioni possono essere affermate o negate, vere o false.




Ma allora “Non fare x” non può essere considerato la negazione di “Fai x” ?

E qual è il rapporto tra “Non è stato Giorgio?” e “E’ stato Giorgio ?”

Forse l’affermabilità e la negabilità di una proposizione non si riducono al poter essere vere o false.

 


7 aprile 2008

Frege e la negazione

 

La negazione nel saggio di Frege sulla logica del 1897

 

Un pensiero è vero o falso. Nel giudicarlo lo riconosciamo come vero o lo respingiamo come falso. Ma il pensiero respinto non cade in oblio, perchè sapere che un pensiero sia falso è importante come sapere che un pensiero sia vero, anzi sapere che un pensiero sia falso è sapere che un altro pensiero è vero.

In tedesco si dichiara falso un pensiero premettendo la parola "non" al predicato. Anche in questo caso l'asserzione non è connessa con la negazione, ma nella forma del modo indicativo. Possiamo poi lasciar cadere l'asserzione e tuttavia mantenere la negazione. Si può dire altrettanto bene : "Il pensiero che Pietro non andò a Roma" o "Il pensiero che Pietro andò a Roma". L'asserire e il giudicare non differiscono quando asserisco che Pietro non andò a Roma e quando asserisco che Pietro andò a Roma : solo i pensieri sono opposti.

Ogni pensiero ha un opposto : si tratta di una relazione simmetrica. Quando un pensiero A è opposto al pensiero B, quest'ultimo è opposto al pensiero A. Nel dichiarare falso il pensiero che Pietro non andò a Roma, si asserisce che Pietro andò a Roma. Si potrebbe aggiungere un secondo "non" e dire "Pietro non non andò a Roma" oppure "Non è vero che Pietro non andò a Roma". Risulta così che la doppia negazione si annulla. L'opposto dell'opposto dà ciò che avevamo all'origine.

Nel considerare la verità di un pensiero oscilliamo tra pensieri opposti e col medesimo atto riconosciamo l'uno vero e l'altro falso. Ci sono altre relazioni di questo tipo,  bello/brutto, buono/cattivo, positivo/negativo in matematica e fisica. La nostra dicotomia però si distingue per un duplice aspetto.

In primo luogo, qui non v'è nulla che possa occupare una posizione di mezzo, neutra tra opposti, come lo zero o l'assenza di elettricità. Si può certo dire che lo zero è l'opposto di se stesso relativamente al positivo e al negativo, ma non c'è alcun pensiero che sia l'opposto di se stesso. Ciò vale persino in poesia. In secondo luogo non abbiamo a che fare qui con due classi, tali che i pensieri appartenenti ad una classe hanno il loro opposto nell'altra classe, così come esiste una classe di numeri positivi e di numeri negativi. L'uso della parola "non" è solo una caratteristica esteriore ed inattendibile.

Si hanno anche altri segni per la negazione come la parola "nessuno" o il prefisso "in-". Tuttavia apparirebbe poco opportuno dire che gli enunciati "Questo lavoro è mal fatto", "Questo lavoro è sufficiente", "Questo lavoro non è mal fatto", "Questo lavoro è insufficiente" contengono i primi due pensieri che appartengono ad una classe e gli ultimi due pensieri che appartengono all'altra classe, in considerazione del fatto che "mal fatto" e "insufficiente" sono assai vicini nel senso ed è ben possibile che in un'altra lingua la parola "insufficiente" sia resa mediante una parola in cui la negazione sia altrettanto poco riconoscibile che in "mal fatto". Non si riesce a vedere sotto quale aspetto i primi due pensieri dovrebbero essere più affini tra loro che non il primo e l'ultimo.

A ciò va aggiunto che le negazioni possono figurare non solo nel predicato della frase principale, ma anche in altre posizioni e che queste negazioni non si elidono tanto semplicemente. Così ad es. al posto dell'enunciato "Non tutti i lavori sono insufficienti" non possiamo dire "Tutti i lavori sono sufficienti". Oppure in luogo di "Chi non è stato diligente non verrà premiato" non si può dire "Chi è stato diligente verrà premiato". Si confrontino anche gli enunciati "Chi è premiato è stato diligente", "Chi non è stato diligente va via a mani vuote", "Chi è stato pigro non  verrà premiato", "2 alla quarta potenza non è diverso da 4 alla seconda potenza" e "2 alla quarta potenza è uguale a 4 alla seconda potenza".

Frege conclude che non è nota alcuna legge logica che tratti della ripartizione dei pensieri nelle classi di affermativi e negativi.

Il prefisso "In-" infine non funge sempre da negazione : ad es. "unschon" quanto a senso differisce poco da "hasslich" . Il contrasto con "schon" non è quello della negazione. Pertanto anche gli enunciati "Questa casa non è unschon" e "Questa casa è schon" non hanno lo stesso senso.

 

 

 

Il saggio del 1919 : Frege e il rapporto tra pensiero ed interrogativi

 

Passiamo invece al saggio scritto proprio sulla negazione del 1919

Per Frege una  domanda in forma enunciativa contiene un invito a riconoscere un pensiero come vero o a rifiutarlo come falso. Perché sia così tale pensiero non deve appartenere alla poesia e deve essere riconoscibile al di là di ogni dubbio dalla sequenza di parole della domanda.  La risposta alla domanda è un’asserzione basata su di un giudizio, sia nel caso la risposta sia affermativa, sia che sia negativa. Ma se l’essere di un pensiero è il suo essere vero, l’espressione “pensiero falso” sarebbe contraddittoria quanto lo è l’espressione “pensiero privo di essere”. Pertanto l’espressione “il pensiero che tre è maggiore di cinque” sarebbe vuota e non potrebbe essere utilizzata dalla scienza se non tra virgolette. Non potremmo quindi dire “è falso che tre sia maggiore di cinque” perché il soggetto grammaticale sarebbe vuoto. Ma, allora, non ci si potrebbe chiedere se una certa cosa è vera ?

In una domanda si può distinguere l’invito a giudicare dal particolare contenuto della domanda o senso dell’enunciato interrogativo corrispondente. Ora avrebbe un senso l’enunciato interrogativo “3 è maggiore di 5 ?” se l’essere di un pensiero consistesse del suo essere vero ? Se così fosse un pensiero non potrebbe essere il contenuto di una domanda e si sarebbe portati a dire che l’enunciato interrogativo non ha senso alcuno. Ma ciò perchè in questo caso si coglie la falsità a prima vista. Nel caso invece di “ (21/20)100 è maggiore di 10v1021 ? ”, l’enunciato ha un senso ? Secondo la tesi esposta prima solo se la risposta è affermativa. Nel caso fosse negativa, la domanda non avrebbe come senso un pensiero. Ma , riflette Frege, l’enunciato interrogativo deve avere qualche senso se deve contenere una domanda. Ed in esso non si chiede effettivamente qualcosa ? Il senso dell’enunciato deve essere già afferrabile prima che vi si risponda, altrimenti non sarebbe possibile alcuna risposta. Allora il senso dell’enunciato interrogativo, afferrabile prima che vi si risponda, non potrebbe essere un pensiero se l’essere del pensiero consiste nel suo essere vero.

L’essere vero non può fare parte del senso di un enunciato interrogativo, perché ciò contraddirebbe l’essenza di una domanda, dal momento che il contenuto della domanda è ciò che deve venire giudicato. Se il senso dell’interrogazione fosse un pensiero (il cui essere consistesse nell’essere vero) si starebbe al tempo stesso riconoscendo l’esser vero di questo senso. Il pronunciare l’enunciato interrogativo sarebbe al tempo stesso un’asserzione e quindi una risposta alla domanda. Ma nell’enunciato interrogativo non è permesso asserire né la verità né la falsità del suo senso. E il suo senso non è qualcosa il cui senso consista nell’essere vero. L’essenza della domanda esige che vengano separati l’afferrare il senso ed il giudicare e ciò vale anche per l’enunciato assertorio che risponde alla domanda.

Si chiamerà dunque, conclude Frege, “pensiero” il senso di un enunciato interrogativo. Stando a questa accezione non tutti i pensieri sono veri e dunque l’essere di un pensiero non consiste nel suo essere vero. E che ci siano pensieri il cui essere non consiste nell’essere vero, lo si deve riconoscere dal fatto che nella ricerca scientifica servono le domande e spesso ci si deve, almeno provvisoriamente accontentare di averle formulate in attesa di una risposta. Ponendo una domanda un ricercatore afferra un pensiero il che non equivale a giudicare. Pensieri che si riveleranno forse falsi hanno una loro legittimità nella scienza e non possono essere trattati come privi di essere : si pensi alla dimostrazione indiretta.

Certamente, dice Frege, da un pensiero falso non si potrebbe inferire nulla, ma il pensiero falso può essere parte di un pensiero vero dal quale si può inferire qualcosa. Ad es. il pensiero contenuto nell’enunciato “Se all’epoca dei fatti, l’imputato era a Roma, non ha commesso l’omicidio”, può essere riconosciuto vero da uno che non sa se l’imputato era a Roma in quella occasione. Quando l’intero enunciato molecolare è asserito (come in questo caso), dei due pensieri parziali contenuti nell’intero, né l’antecedente, né il conseguente vengono espressi con  forza assertoria. Abbiamo un singolo atto di giudizio, ma tre pensieri (l’intero, l’antecedente, il conseguente). Se uno dei due enunciati parziali fosse privo di senso, sarebbe privo di senso anche l’intero. Da ciò si vede la differenza se l’enunciato è insensato o se esprime un pensiero falso.

 

Frege e i pensieri falsi

 

Frege dice poi che l’essere di un pensiero può anche venire inteso consistere nel fatto che il pensiero può venire afferrato come uno e un medesimo da parte di diversi esseri pensanti. In tal caso il suo non essere consisterebbe nel fatto che ciascuna di queste entità pensanti assocerebbe un senso tutto particolare all’enunciato, un senso che sarebbe il contenuto della sua coscienza particolare, di modo che non ci sarebbe un senso comune di un enunciato che possa venire afferrato da più persone. E’ dunque in questo senso che un pensiero falso è un pensiero privo di essere ? Se così fosse quegli scienziati che avrebbero discusso tra loro sulla trasmissibilità all’uomo e che si fossero trovati d’accordo sulla non sussistenza di questa trasmissibilità, sarebbero nella condizione di coloro che usano un termine da tempo e si accorgessero che tale termine non designava nulla, dato che ciascuno di essi aveva un’apparizione di cui egli stesso era il portatore. In realtà invece deve essere possibile che più ascoltatori di uno stesso enunciato interrogativo afferrino lo stesso senso e lo riconoscano come falso

Cosa accadrebbe poi, si chiede Frege, se l’esser vero di un pensiero consistesse nel fatto che esso può venir afferrato da molti come un solo e medesimo pensiero e se invece un enunciato esprimente qualcosa di falso non avesse un senso comune a più persone ? Ad es. un pensiero che sia vero e sia composto da pensieri parziali dei quali uno è falso, potrebbe venire afferrato da più persone come uno e medesimo, mentre non lo potrebbe il pensiero parziale che è falso, per cui un antecedente falso sarebbe associato per ogni portatore ad un senso privatamente inteso. In realtà, dice Frege, se l’intero non ha bisogno di un portatore, nessuna delle sue parti ne ha bisogno.

Di conseguenza, conclude Frege un pensiero falso non è un pensiero senza essere, anche quando per essere si intende il non aver bisogno di un portatore. A volte un pensiero falso deve essere considerato indispensabile, sia come senso di un enunciato interrogativo, sia come costituente di una connessione di pensieri ipotetica ed infine nella negazione. Deve essere possibile negare un pensiero falso e per poterlo fare si ha bisogno del pensiero. Non si può negare ciò che non c’è. E con la negazione non si può trasformare ciò a cui non siamo necessari come portatori e che può venire afferrato come il medesimo da più persone in ciò a cui siamo necessari come portatori

 

 

 

Frege e la negazione come dissoluzione del pensiero

 

Frege poi si domanda se si deve considerare il negare un pensiero come una dissoluzione dei suoi costituenti. In realtà  con il loro giudizio negativo i soggetti non possono cambiare nulla dello statuto del pensiero espresso, che è vero o falso del tutto indipendentemente dal fatto che essi giudichino correttamente o meno. E se è falso rimane sempre un pensiero. Se viene ridotto in frammenti, questi frammenti esistevano anche prima. Ciò che è vero o falso possiamo solo riconoscerlo ed un pensiero vero non può essere mutato dal nostro giudicare.

Frege si chiede poi se sia possibile modificare un pensiero falso negandolo : nemmeno questo è possibile, perché un pensiero falso resta comunque sempre un pensiero e può essere costituente di un pensiero vero. Inoltre come può essere dissolto un pensiero dalla negazione ? Nella negazione la sequenza delle parti del discorso che rispecchia l’ordinamento del pensiero è ancora perfettamente riconoscibile : non si tratta di dissoluzione, ma di ulteriore costruzione saldamente connessa.

Anche ragionando sul principio della doppia negazione, si può vedere che il negare non ha effetto separatore o dissolutore, altrimenti il secondo negare dovrebbe ricomporre quel che la prima negazione avrebbe frantumato, ma come la negazione può ricomporre ? E soprattutto come può ricomporre nella maniera giusta (es. la doppia negazione de “Il Monte Bianco è più alto del Cervino” perché non dovrebbe diventare nel riassemblaggio “Il Cervino è più alto del Monte Bianco” ? ). Dunque con il negare non si fa diventare un pensiero un non-pensiero, né si fa diventare non-pensiero un pensiero.

Ma poi, si chiede Frege, quali sono gli oggetti che il negare dovrebbe separare ? Non le parti dell’enunciato (che rimangono più o meno le stesse) né quelle del pensiero (si è visto che non è possibile) né gli oggetti reali (che sono indifferenti ai nostri giudizi), né le rappresentazioni ( che sarebbero diverse per ogni soggetto).

 

 

Frege e la distinzione tra affermativo e negativo

 

Frege poi dice che è strettamente legato al credere nel potere dissolvente della negazione il ritenere un pensiero negativo meno utilizzabile di quello affermativo. In realtà la distinzione tra pensieri affermativi e negativi è assolutamente irrilevante per la logica e il cui fondamento è esterno alla logica stessa. Inoltre non è facile stabilire quale sia un giudizio negativo : si considerino ad es. gli enunciati “Cristo è immortale”, “Cristo vive in eterno”, “Cristo è mortale”, “Cristo non vive in eterno”. Quale è negativo e quale è affermativo ?

Frege dice che noi pensiamo che il negare si estende all’intero pensiero se il “non “ si lega al verbo del predicato, ma a volte il termine negativo costituisce grammaticalmente anche una parte del soggetto come in “Nessun uomo vive più di cent’anni”. Una negazione può inserirsi in diversi punti dell’enunciato senza che con ciò il pensiero diventi automaticamente negativo. Dunque, conclude Frege sarebbe il caso a lasciare da parte la distinzione tra giudizi affermativi e negativi fino a che si avrà un segno sicuro per poter distinguere in ciascun caso un giudizio negativo da uno affermativo. Al momento quale sia l’utilità di questa distinzione non è dato sapere con certezza.

 

 

Frege e il giudizio come connessione

 

Frege dice poi che è sbagliato tentare di definire il giudizio come una connessione, dal momento che così vengono sovrapposti l’afferrare un pensiero e il riconoscere la sua verità (quest’ultimo è propriamente il giudicare) : tra l’una e l’altra cosa spesso si frappongono anni di studio. Il pensiero e la connessione tra le sue parti non sono creati da questo giudicare, dal momento che il riconoscere un pensiero come vero presuppone che questo sia già dato. Ma nemmeno l’afferrare un pensiero è un costituirlo, dal momento che tale pensiero è vero da prima che lo si sia afferrato, altrimenti qualcuno non avrebbe potuto riconoscerlo come vero prima che fosse stato afferrato e addirittura si potrebbe supporre che l’essere stesso di questo pensiero possa essere intermittente, a seconda che venga afferrato o meno. Anche parlare di giudizio sintetico è sbagliato perché una proposizione vera ben definita è vera sempre e non ha bisogno di un agente, per quanto lo scoprirla ed il riconoscerla avvenga nel tempo.

Secondo questa fallace concezione il negare in quanto distruggere il pensiero si può contrapporre al giudicare che il pensiero invece lo costituisce. Ma poiché l’afferrare un pensiero non è ancora un giudicare e che si può ancora esprimere un pensiero senza ancora asserirlo come vero, allora la negazione può ben essere un costituente del senso dell’enunciato (nel caso in particolare che sia implicita come nel predicato “infinito”) ed in quanto tale non è un opposto del giudicare dal momento che può essere antecedente ad esso e si può passare da un pensiero al suo opposto senza porre il problema della sua verità.

La negazione, al contrario del giudizio non ha bisogno di alcun portatore. L’equivoco che porta ad apparentare giudizio e negazione nasce dal fatto che non esiste un simbolo particolare per l’asserzione, la cui forza è implicita nell’enunciato stesso e soprattutto nel predicato (verbo). Il fatto che la parola “non” stia in forte rapporto con il predicato fa pensare che essa sia un costituente del predicato stesso e dunque si possa collegare alla forza assertoria.

 

 

Frege e due ipotetici modi di giudicare

 

Frege continua chiedendosi se si può pensare a due diversi tipi di negazione oppure a due diversi modi di giudicare, uno impiegato nella risposta affermativa e l’altro alla risposta negativa ad una domanda. Il negare è un giudicare o è preesistente al giudizio ? In realtà dice Frege, si può asserire anche una proposizione negativa (tipo “L’imputato non era a Berlino il giorno 12 Dicembre 2007). Magari se fosse vero che ci siano due modi del giudicare si può pensare a proposizioni tipo “E’ falso che..” quando si vuole fare un’asserzione e usare invece la particella “non” nei casi di enunciati privi di forza assertoria (es. la premessa di un’implicazione). Ma poiché dalla possibilità di asserire anche una proposizione negativa si può economizzare con il simbolismo e usare solo la forza assertoria ed un termine per la negazione.

Di conseguenza, dice Frege, ad ogni pensiero corrisponde un pensiero che lo contraddice, di modo che un pensiero viene dichiarato falso quando viene riconosciuto vero quello che lo contraddice. L’enunciato che esprime un pensiero che contraddice un altro viene costruito aggiungendo un segno negativo a partire dall’espressione di partenza. Il fatto che la negazione si colleghi al predicato non vuol dire affatto che la negazione neghi solo una parte del contenuto dell’enunciato, anche se a volte la negazione si estende effettivamente solo ad una parte dell’intero enunciato

 

Frege e l’integrazione della negazione

 

Frege aggiunge che il pensiero che ne contraddice un altro è il senso di un enunciato dal quale è facilmente costruibile l’enunciato che esprime quest’altro pensiero. Di conseguenza il pensiero che ne contraddice un altro, sembra  composto da quest’ultimo e dalla negazione (non intendendo per negazione l’atto di negare). Le parole “composto”, “parti” e così via ci possono però portare fuori strada. Se si vuole parlare di “parti”, non bisogna intendere qualcosa che sia autonomo dalle altre componenti l’intero : il pensiero non ha bisogno di alcuna integrazione per esistere ed è in sé completo mentre la negazione ha bisogno di trovare integrazione in un pensiero. La negazione viene integrata e il pensiero la integra e l’intero viene tenuto insieme da questa integrazione.

Tale esigenza di integrazione si rende riconoscibile a livello enunciativo (dove c’è analogia con il livello del pensiero) con la locuzione “la negazione di…”, la quale esige un completamento.

Ciò ad es. che contraddice il pensiero che (21/20)100 è uguale a 10v1021 è il pensiero che  (21/20)100 non è uguale a 10v1021 . Si può anche dire “Il pensiero che (21/20)100 non è uguale a 10v1021 è la negazione del pensiero che (21/20)100 è uguale a 10v1021”. Quest’ultima espressione, dopo il penultimo “è” , lascia intravedere la composizione del pensiero a partire da una parte che necessita di integrazione e da una parte che integra la prima. La negazione dovrà essere usata con l’articolo determinativo (tipo “La negazione del pensiero che tre è maggiore di cinque”) in modo che l’espressione designi un individuo determinato che è in questo caso un pensiero. L’articolo determinativo rende l’intera espressione un termine singolare, il rappresentante di un nome proprio.

 

 

Frege e la negazione della negazione

 

La negazione di un pensiero è dunque per Frege essa stessa un pensiero e può ancora servire all’integrazione della negazione. Utilizzando la negazione del pensiero che (21/20)100 è uguale a 10v1021 come integrazione della negazione, ottengo la negazione della negazione del pensiero che (21/20)100 è uguale a 10v1021 e questo è ancora un pensiero.

Si ottengono designazioni di pensieri costruiti in questo modo a partire dal modello “La negazione della negazione di A”, in cui “A” rappresenta la designazione di un pensiero. Tale designazione va pensata in primo luogo come composta dalle parti di “La negazione di…” e “La negazione di A”, ma è anche possibile pensarla composta da “La negazione della negazione di…” e “A”.

Ai due diversi modi di intendere tale designazione corrispondono anche diversi modi di intendere la costruzione del pensiero designato. Comparando le designazioni “La negazione della negazione che (21/20)100 è uguale a 10v1021” e  La negazione della negazione che 5 è maggiore di 3 si riconosce come componente comune “La negazione della negazione di…” che è una parte che necessita di integrazione. In entrambi i casi, dice Frege, questa parte viene integrata da un pensiero (es. da che 5 è maggiore di 3) e il risultato di questa integrazione è un altro pensiero. Il costituente comune che necessita di un’integrazione può esser chiamato doppia negazione.

Tale esempio mostra come ciò che necessita di un’integrazione possa fondersi con ciò che necessita di un’integrazione per formare qualcosa che a sua volta necessita di integrazione. Si ha il caso singolare di qualcosa (la negazione di…) che si fonde con sé stesso. Qui ci allontaniamo dalle rappresentazioni di cose sensibili perché un corpo materiale non può fondersi con se stesso per produrre qualcosa di differente da se stesso, ma i corpi non necessitano nemmeno di un’integrazione nel senso qui indicato. Si può paragonare, continua Frege, , ciò che necessita di un’integrazione ad una giacca che non può reggersi da sola, ma ha bisogno di qualcuno che la indossi. Naturalmente sopra la giacca si può mettere un soprabito e i due involucri si uniscono in uno : si può dire che chi aveva la giacca si è messo il soprabito, ma si può anche dire che uno ha un vestito composto di due abiti (giacca e soprabito). Questi due modi sono entrambi giustificati anche perché il rivestire e comporre sono processi temporali, ma quel che loro corrisponde nell’ambito dei pensieri è atemporale e in esso tutto si trova già dato.

Frege conclude che se A è un pensiero che non appartiene alla poesia, nemmeno la negazione di A vi appartiene ed in tal caso dei due pensieri ne è sempre vero uno e uno solo. Ciò vale anche per la negazione di A e la negazione della negazione di A, per cui se è vera la prima è falsa la seconda e viceversa. Quindi i due pensieri A e la negazione della negazione di A sono veri entrambi oppure non ne è vero nessuno. La doppia negazione che riveste un pensiero non ne altera il valore di verità.

 


 

 



Frege ed Hegel

 

Frege, nell'affrontare la negazione, nota che si può anche asserire una negazione, essendo una negazione sempre determinata. Con ciò egli intuisce il carattere dialettico della negazione. Se è possibile anche asserire un pensiero negativo, ciò vuol dire che da un punto di vista metalinguistico anche la negazione è un’affermazione. Frege dunque invera da un punto di vista analitico l’intuizione hegeliana.

Tale intuizione è confermata anche dal fatto che ciò che è negato per Frege non viene obliato perchè sapere che un pensiero sia falso è sapere che un altro pensiero sia vero (ed anche in ciò sembra risentire Hegel)

Frege ha anche buon gioco a mostrare che la dicotomia tra vero e falso non è come altre dicotomie che prevedono un termine neutro (anche se su questo le logiche polivalenti consentono qualche dubbio)o prevedono oggetti e contro-oggetti specularmente contrari ai primi (es. i numeri positivi e negativi)

Quanto agli esempi apparentemente paradossali fatti per spiegare l'uso corretto della negazione essi si riconducono, oltre al fatto che molte coppie di opposti prevedono un termine neutro (es. "schon" e "hasslich"), anche all'uso dei quantificatori.

 

 

  

Senso, interrogazioni e deduzioni dal falso

 

Ma un pensiero analiticamente falso non è un’espressione senza senso e dunque neanche un pensiero ? In realtà non dobbiamo confondere un pensiero che viola una regola consolidata (ad es. il principio di non-contraddizione) con un pensiero senza senso. “Dio esiste e non esiste”, “Napoleone è esistito e non esistito” non si possono entrambi accomunare nel non-senso, ma anzi hanno comunque un senso diverso l’uno dall’altro, anche se entrambi possono avere un valore nullo di verità.

Altro è l’insensatezza immediata, che è però soggettiva e cioè l’incomprensione da parte di chi ascolta di un enunciato tipo “prkdhtj fsgrojci” (enunciato che potrebbe appartenere semplicemente ad una lingua ignota). Altro è l’insensatezza risultato di un enunciato contraddittorio immediato, che però ha comunque un minimo di senso, come abbiamo visto (altrimenti non si distinguerebbe un enunciato contraddittorio da un altro) e che discende principalmente dalla violazione di una regola tradizionalmente condivisa. Altro ancora è l’insensatezza di un enunciato la cui presenza comporterebbe una contraddizione in un sistema di enunciati già dato (ad es. due parallele che hanno un punto in comune in un sistema euclideo).

Frege comunque almeno per quanto riguarda almeno le verità di fatto riconosce che le domande hanno un senso e che il pensiero non consiste del suo essere vero. Semmai, diranno i Neopositivisti, del suo poter-essere-vero. In realtà un’interrogazione da un lato esige un’ontologia (quella del pdnc), dall’altro lato ne presuppone un’altra (quella dove la contraddizione è ammessa), altrimenti la domanda non sarebbe neppure possibile porla in essere, dal momento che nella domanda sono unite le due opzioni che la essa vuole che siano divise. Ogni scelta presuppone una certa coesistenza tra le due opzioni tra cui scegliere. Il pensiero riferendosi alla dimensione del possibile evidenzia che ci sono livelli di esistenza diversi e che la realtà è più estesa degli ambiti a cui la si vuole ridurre.

Inoltre non si capisce perché una domanda posta poeticamente non possa essere passibile di risposta. La domanda di Foscolo all’inizio dei “Sepolcri” è senza senso ? E quella di Leopardi all’inizio del “Canto Notturno di un pastore errante per l’Asia” ?

Non è vero poi che da un pensiero falso non sia possibile dedurre alcunché : la regola aurea è proprio la deduzione dal falso (dialettica) e sono possibili implicazioni dove la premessa è falsa.

Frege riconosce poi che ci sono asserzioni come le implicazioni dove il valore di verità dei pensieri (proposizioni) che li compongono non deve  essere obbligatoriamente positivo. Ciò che è asserita è la proposizione molecolare non le due proposizioni atomiche che la compongono. Anche qui Frege invera analiticamente l’intuizione hegeliana per cui il Vero è l’Intero.

Tuttavia in una proposizione molecolare, basta che uno solo degli enunciati atomici che la compongono abbia senso perché essa sia almeno parzialmente sensata (con un  contenuto informativo cioè diverso da zero).

Inoltre non bisogna ridurre come fa Frege l’ambito noematico (i pensieri condivisi solo da singoli individui o gruppi) all’ambito del Logos ( i pensieri condivisi dalla maggioranza di una comunità), e dunque (in termini hegeliani) l’Idea allo Spirito, altrimenti la stessa idea di oggettività del Vero (tanto cara allo stesso Frege) si scioglierebbe in un Idealismo pragmaticistico (alla Peirce) per cui sarebbe una mera convergenza storica dei soggetti verso un ambito condiviso di senso, ma non sarebbe trascendente alla soggettività umana (per quanto questa possa essere complessa).

Riassumendo un pensiero falso dialetticamente può essere indispensabile nella negazione, nell’implicazione e nell’interrogazione. Da questa intuizione analiticamente rielaborata da Frege discendono molte importanti conseguenze.

 

Non si può negare ciò che non c’è (metalinguaggio e livelli di esistenza)

 

Frege giustamente dice che non si può negare ciò che non c’è. Anzi, il negare è un’ indiretta ratifica del fatto che il noema (l’oggetto in quanto pensato) è il presupposto di ogni nostra operazione mentale e/o linguistica, presupposto che si ripresenta sempre, sia pure ad altro livello, quale che sia la natura della nostra operazione

Qui Frege dunque conferma l’intuizione di Parmenide.

Ma perché meglio si comprenda la sua tesi ed anche il ruolo della negazione si può fare ricorso alla distinzione tra linguaggio e metalinguaggio e dal punto di vista ontologico alla distinzione tra diversi livelli di esistenza : la negazione è la descrizione dell’assenza di un oggetto (già presente in un livello ontologico più basico) ad un livello ontologico più complesso : ad es. Guglielmo Tell esiste in almeno un mondo possibile (livello ontologico del materialmente possibile), ma non esiste in questo nostro mondo possibile (livello ontologico del fisicamente esistente). Dunque sulla base di ciò noi diciamo “Guglielmo Tell non è mai esistito (nel nostro mondo possibile)” e dal punto di vista pragmatico (nel senso di “socialmente condiviso”) possiamo anche omettere la precisazione tra parentesi “nel nostro mondo possibile”. Dal punto di vista linguistico noi possiamo dire che quel che neghiamo a livello del linguaggio oggetto lo riaffermiamo implicitamente a livello di metalinguaggio : la negazione è un’operazione grazie alla quale  un oggetto viene tolto dal linguaggio oggetto e assunto nel metalinguaggio come concetto (si tratta di quella che l’intuizione chiamava aufhebung)

 

La negazione come dissoluzione ed i livelli di esistenza

 

La negazione non è la dissoluzione di un enunciato sia esso atomico o molecolare. O meglio : è possibile che la scomposizione avvenga ad un certo livello ontologico, ma la proposizione rimane intatta ad un livello ontologico più basico.

Frege a dire il vero nega anche questo giacchè altrettanto giustamente dice che la negazione di un pensiero è un pensiero più complesso  e che se invece fosse così la doppia negazione non è detto ricostituisca l’affermazione originaria. Ed è vero che se la negazione fosse intesa come scomposizione porterebbe ad alcune aporie. In un certo senso, perché la doppia negazione sia possibile, allora la negazione deve comunque conservare la struttura della proposizione negata.

In realtà la teoria dei livelli di esistenza consentirebbe tutto questo : la struttura della proposizione è conservata ad un livello di esistenza, mentre sarebbe scomposta al livello che è contenuto della negazione. Con la negazione si instaura un legame tra due livelli di esistenza : in uno dei quali l’oggetto è presente, in un altro no . La negazione della negazione scioglie il legame tra i due livelli di esistenza, per cui da un lato rimane un livello dove l’oggetto esiste, dall’altro un livello dove non esiste, ma dove nemmeno si può tematizzare la non esistenza di quest’oggetto (perché altrimenti il legame tra i due livelli ci sarebbe comunque). Da questo modello si potrebbe capire perché la doppia negazione può affermare, ma può anche far uscire dall’alternativa, può anche considerare insensata la domanda se ad es. quell’oggetto esista o meno (la questione del terzo escluso). Ovviamente questo sarebbe lo sviluppo secondo la teoria dei livelli di esistenza della tesi per cui la negazione decompone la struttura della proposizione negata.

Se poi si ammette che la negazione non toglie il pensiero, ma si aggiunge ad esso, allora Frege deve però ammettere che la struttura enunciativa ha un corrispettivo al livello ontologico della dimensione del pensiero (e ciò sarebbe compromettente nella sua lotta contro la grammatica dei linguaggi naturali), altrimenti sarebbe molto difficile far passare l’intuizione dialettica per cui la presenza di un segno per la negazione, renderebbe quest’ultima meno dissolutoria nei suoi effetti, meno conseguente alle intenzioni con cui viene comunemente usata (rimozione, censura, annullamento, nientificazione).

Sbaglia infine Frege a dire che  ad essere negate sarebbero le parti del discorso che rimarrebbero sempre le stesse. Sarebbero le stesse ma separate, mentre la loro composizione sarebbe sussistente ad un diverso livello di esistenza.

 

 

 

La dicotomia fasulla tra affermazione e negazione e le proposizioni molecolari

 

Frege ha ragione a dire che il fatto che una proposizione sia affermativa o negativa è solo una questione di forma. Ci sono molte proposizioni che sono sia affermative che negative o meglio molte proposizioni affermative sono logicamente equivalenti e addirittura sinonime a proposizioni negative (es. “Dio è immortale” ha lo stesso senso di “Dio non muore mai”) in quanto molti predicati hanno introiettato la negazione per cui “immortale” vuol dire “che non muore

Naturalmente ciò non annulla la differenza tra affermazione e negazione : “Lee Oswald non era a Dallas il giorno in cui è morto Kennedy è molto diversa da “Lee Oswald era a Roma il giorno in cui è morto Kennedy ”, giacchè la verità della seconda implica necessariamente quella della prima, mentre non è vero l’inverso. La proposizione negativa in tal caso può essere trasformata in positiva solo a livello metalinguistico (“E’ falso che Lee Osvald era a Dallas il giorno in cui è morto Kennedy”). Essa può implicare infinite proposizioni che si riferiscano al luogo dove si trovava Lee Oswald, mentre la proposizione positiva afferma che Lee Osvald si trovava in un determinato luogo ed in nessun altro. Naturalmente in senso strettamente logico, solo la premessa negativa scagiona direttamente Oswald dall’assassinio di Kennedy. Perché lo faccia l’affermazione positiva questa deve prima implicare la negativa (“Se Lee Oswald era a Roma, allora non era a Dallas e dunque non poteva assassinare Kennedy”)

Frege ha pure ragione a dire che la negazione può essere inserita in diversi punti di un enunciato con differenti conseguenze per quanto riguarda il senso della proposizione. Questo anche perché alcuni predicati sono in realtà funzioni o addirittura matrici (es. i quantificatori) per cui molte proposizioni apparentemente atomiche sono molecolari (es. è molecolare “Tutti i Romani sono italiani” ed è molecolare come dice Russell “Il re di Francia è calvo”)

Rimane un mistero il fatto che una piccola particella consenta di cambiare un pensiero nel suo contraddittorio. A nostro parere è plausibile pensare proprio alla tesi abbozzata da Frege che la negazione non annulli l’oggetto, ma lo presupponga e lo conservi ad un livello diverso di esistenza. Da ciò possiamo inferire che i due termini di una contraddizione sono quanto meno quasi identici, giacchè si tratta dello stesso oggetto inserito in due diversi livelli di esistenza.

 

Il vero senso dell’affermare e del negare

 

Frege da un lato ha ragione a dire che il giudizio sia una connessione, perché la struttura ideale di un evento sussiste sempre ad un determinato livello ontologico, ma si può dire che l’enunciato sia costruito dal soggetto che usa la struttura ideale (la proposizione) esistente a livello più basico per costituire ad un altro livello più complesso l’enunciato corrispondente. Perciò è possibile contrapporre il negare all’affermare : entrambi presuppongono che un determinato oggetto o stato di cose sussistano ad un livello di esistenza più basico (ed è per questo che anche una negazione presuppone l’asserzione dello stato di cose negato ed è anche per questo che la stessa negazione sia l’affermazione di un altro stato di cose negativo ad un diverso livello ontologico), ma l’uno dice che tale oggetto o stato di cose sussista anche ad un livello di esistenza più complesso, l’altro lo nega.

Non esiste un segno particolare dell’asserzione, perché l’asserzione è l’apriori assoluto (quello di Apel ed Hosle) il cui correlato oggettivo è l’Essere di Parmenide. Mentre affermare e negare sono operazioni del soggetto (hanno bisogno di un portatore al contrario di quanto dice Frege) che passa da un livello ontologico ad un altro, mentre l’asserzione riguarda l’esistenza di tutti gli oggetti e tutti gli stati di cose al livello minimo (il più basico) di esistenza. Però si deve sottolineare che tale livello intrascendibile dell’asserzione non è mai raggiunto una volta per tutte (come in altri termini si espresse l’ultimo Fichte), per cui la negazione è sempre reiterabile. Essa non nientifica, ma trasforma ogni enunciato nel suo contraddittorio. Non trova asserzione che non sia possibile negare, ma nemmeno trova un contenuto negato che non si ripresenti. Ed il livello dell’asserzione è in questa infinita compresenza  : l’asserzione fondamentale è perciò Contraddizione.

Poiché la negazione trasforma un enunciato nel suo contraddittorio, l’asserzione a cui non si contrapponga negazione è la Contraddizione da cui segue qualsiasi cosa (anche la negazione che formalmente le si può contrapporre).  Contraddizione dunque che è negabile, ma che ricomprende la sua negazione.

Inoltre se ogni affermazione può (ma non deve) essere negata, ogni negazione è necessariamente un’asserzione, e questo è il fattore che ci consente di non cadere necessariamente nello scetticismo e nel nichilismo.

La negazione nella sua reiterabilità illimitata sembra stare allo stesso livello dell’asserzione, ma al tempo stesso sembra confinata al passaggio da un livello ad un altro del discorso o, come dice Frege, interna al pensiero che è contenuto del giudizio. In realtà è tutte e due le cose, in quanto non c’è differenza a livello enunciativo tra pensiero e giudizio: si tratta solo di due gradi della stessa gerarchia linguistica ed ontologica.

Pensare perciò a due modi di negare è in realtà inutile perché quel che cambia non è la negazione, ma ciò che viene negato, i livelli ontologici tra cui la negazione opera.

 

Negazione, funzioni e oggetti

 

Frege dice giustamente che la negazione ha bisogno di un pensiero da negare (deve cioè presupporre che il contenuto del pensiero sia un oggetto o uno stato di cose esistente ad un livello ontologico meno basico di quello interessato dalla negazione), anche se invece una proposizione negativa è formata dall’insieme della negazione e della proposizione negata. La negazione è un funtore, mentre la proposizione negativa è una funzione (proposizione molecolare formata da una proposizione e da un funtore) che in quanto tale è anch’essa completa, tanto da essere considerabile un oggetto metalinguistico (ontologicamente il mondo possibile in cui non-p, fisicamente il mondo possibile in cui non-p e tutte le proposizioni equivalenti a non-p).

Il pensiero è invece un contenuto che è aldilà dei funtori dell’affermazione (implicito) e della negazione, un contenuto (senso, concetto) che diventa funzione quando è affermato o negato.

Questo anche se sarebbe interessante sapere se anche l’oggettivazione che avviene con le virgolette non sia anch’essa un operazione e dunque le virgolette un funtore e il pensiero immediatamente una funzione. Ed anche se sembra doveroso evidenziare che l’uso del genitivo al posto della proposizione indica che la relazione ed il funtore possono essere considerati come organicamente collegati all’oggetto, per cui la negazione non sarebbe più un operatore che abbia bisogno di integrazione, ma un oggetto come tutti gli altri.

L’articolo determinativo in “La negazione del pensiero che tre è maggiore di cinque” rende giustamente tale proposizione negativa (la funzione) un oggetto (ciò è possibile grazie alla riflessione dialettica che mette tutte le parti del discorso sullo stesso livello oggettuale), ma se sono possibili due alternative al pensiero che tre è maggiore di cinque (che sia uguale a cinque e che sia minore di cinque), sono anche possibili due negazioni di “tre è uguale a cinque” ?

 

Negazione della negazione e l’istanza mistica

 

Giustamente dunque per Frege la negazione di un pensiero è essa stessa un pensiero e quindi è soggetta alla negazione. Ma i due modi per operare tale doppia negazione e cioè 1) L’unione di “A” e “La negazione della negazione di…” e  2) L’unione de “La negazione di…” e “La negazione di A” possono essere considerati diversi tra loro nel risultato e nel loro senso. Il primo modo sembra far immediatamente neutralizzare le due negazioni (che sono pensieri o semplici segni sintattici? ) e far rimanere “A” nella sua immediatezza, confermando il principio del terzo escluso o meglio il principio di bivalenza (la negazione di non-A è per forza A). Il secondo modo invece sembra essere effettivamente la negazione di non-A in quanto pensiero e non sembra già anticipare tautologicamente il suo risultato, ovvero non sembra farci sembrare sicuro che il risultato sia il ritorno ad A. Oltre che nelle lingue dove i casi sono rappresentati dalle flessioni dei termini, anche nella metafisica e nella mistica “La negazione della negazione” riacquista una sussistenza autonoma, ma solo perché in questi ambiti non c’è differenza tra concetto, oggetto e relazione : tutte queste figure sono rese come oggetti stanti allo stesso livello. Le condizioni di possibilità di tale operazione vanno ancora indagate.

 

 


16 dicembre 2007

Frege e l'esistenza

  

Frege, l'esistenza e l'esperibilità

 

Frege nel dialogo con il teologo protestante Punjer chiede cosa significhi "è" in "Ciò che è....". Qualcosa di esperibile per noi ? Non è forse superfluo affermare l'esperibilità di qualcosa ? Se si ipotizza che ci sono rappresentazioni a cui non corrisponde alcunchè di esperibile, nell'enunciato "A è qualcosa di esperibile" il soggetto non linguistico è A oppure la rappresentazione di A ? Con l'affermazione di esperibilità viene determinato ciò da cui essa è predicata ? E se no, non è superfluo affermare l'esperibilità di qualcosa, dal momento che così non si apprende nulla di nuovo circa l'oggetto di tale affermazione ? Se poi "Questo è esperibile" vuol dire "La rappresentazione di 'questo' non è un'allucinazione" e dunque implica due specie di rappresentazione, allora il soggetto materiale di "A è qualcosa di esperibile" sarebbe la rappresentazione (che è ciò che è determinabile dall'attributo "esperibile").

In ogni enunciato, dice Frege, il soggetto concreto può essere raccolto in una classe e distinto da tutto ciò che non cade in questa classe. Negli enunciati "Ci sono uomini" o "Non ci sono centauri" si trova anche una classificazione. Essi però non classificando le cose, che in un caso neppure esistono e nell'altro non possono essere raccolte in una delle due classi, bensì classificano i concetti "uomo" e "centauro", assegnando il primo alla classe dei concetti sotto cui cade qualche oggetto, ed escludendo il secondo da questa classe. Perciò, per Frege,  i concetti costituiscono il soggetto materiale su cui vertono questi enunciati. Nel caso dell'esperibilità il soggetto è una rappresentazione, visto che si sta facendo una classificazione delle rappresentazioni. Si può dire anche che la rappresentazione ha la proprietà di avere qualcosa che le corrisponde. Non si può dire però che questo qualcosa sia esperibile, altrimenti "esperibile" verrebbe spiegato tramite se stesso (Una rappresentazione sarebbe esperibile quando ad essa corrisponde qualcosa di esperibile)

Inoltre se si ammette che l'oggetto della rappresentazione è diverso dall'immagine della rappresentazione stessa, quando abbiamo un'allucinazione della fata morgana, qual è l'oggetto della rappresentazione ?

 

 

Frege, i concetti e l'esistenza

 

Durante la disquisizione con Punjer, Frege dice che, per quel che riguarda enunciati come "Ci sono radici quadrate di 4", la differenza con giudizi come "Ci sono uomini" non sta nel "ci sono", ma nella diversità dei concetti "uomo" e "radice quadrata di '4'". Per uomo intendiamo qualcosa di autonomamente sussistente, per radice quadrata di 4 no .

Se si dice che ci sono oggetti di rappresentazioni che non sono stati prodotti da un'affezione dell'Io e dunque non esistono, nel caso "esistono" venga inteso come "esserci" ci troveremmo dinanzi ad una contraddizione.

"Ci sono esseri viventi" è poi per Frege l'enunciato  che "qualunque cosa si intenda con A, A non cade sotto il concetto 'essere vivente'" è falso. Il significato che si dà in questo caso ad A non deve essere soggetto ad alcuna restrizione. Dovendosene dire qualcosa potrebbe solo trattarsi di qualcosa di ovvio (un qualunque oggetto la cui definizione non implica alcuna contraddizione) intendendosi per ovvio ciò che non determina ulteriormente ciò su cui verte. Un affermazione verte sempre su qualcosa dal momento che "Ci sono affermazioni che non vertono su qualcosa" significherebbe "Ci sono giudizi nei quali non si può distinguere il soggetto dal predicato".

"Alcuni uomini sono tedeschi" equivale a "Ci sono uomini tedeschi", come pure "Sachse è un uomo" implica "Ci sono uomini", come pure "Sachse è un uomo" e "Sachse è un tedesco" implicano "Alcuni uomini sono tedeschi" o "Ci sono uomini tedeschi". Qualcuno potrebbe obiettare che "Alcuni uomini sono tedeschi" non significa la stessa cosa di "Ci sono uomini tedeschi" e che non è lecito inferire dal solo enunciato "Sachse è un uomo" che "Ci sono uomini", ma che si ha bisogno anche dell'enunciato "Sachse esiste"

A queste obiezioni Frege replica  che se "Sachse esiste" sta a significare "La parola 'Sachse' non è un mero suono, ma designa qualcosa" allora è giusto esigere che la condizione "Sachse esiste" sia soddisfatta. Ma qui non abbiamo a che fare con una nuova premessa, bensì con un ovvia presupposizione insita in tutte le nostre espressioni. Le regole della logica presuppongono sempre che le parole usate non siano vuote, che gli enunciati siano espressione di giudizi, che non si facciano solo giochi di parole. Non appena "Sachse è un uomo" diventa un giudizio effettivo, la parola "Sachse" deve designare qualcosa e quindi non ho bisogno di ulteriori premesse per potre dedurre "Ci sono uomini". La premessa "Sachse esiste" è superflua e sta a significare null'altro che quell'ovvia presupposizione di tutto il nostro pensiero. Saprebbe darmi un esempio in cui l'enunciato della forma "A è un B" ha senso ed è vero (dove A è il nome di un individuo), mentre l'enunciato "Ci sono B" è falso ? "Alcuni uomini sono tedeschi" può essere espresso anche così : "Una parte degli uomini cade sotto il concetto 'tedesco' ". Qui però per "parte" non si deve intendere una parte vuota, bensì una parte che contiene individui. Se così non fosse, non esisterebbe alcun uomo che è tedesco e si dovrebbe dire "Nessun uomo è tedesco". Ma questo è appunto il contraddittorio di "Alcuni uomini sono tedeschi". Pertanto si può per converso, inferire da "Alcuni uomini sono tedeschi" la proposizione "Ci sono uomini tedeschi".

 

 

Frege e l’esistenza

 

Frege, nel sintetizzare le questioni sorte durante la discussione con il pastore Punjer, dice che il problema consisteva nello stabilire se, analizzando gli enunciati “Questo tavolo esiste” e “Ci sono tavoli” il senso di “esiste” nel primo caso fosse equivalente a “Ci sono” nel secondo enunciato. Pare che una differenza ci sia, ma in che senso ? Per prima cosa, premette Frege, bisogna intendersi su come vada concepito un giudizio particolare affermativo contenente la parola “Alcuni” : in logica esso va inteso nel senso delle aggiunte esplicative del tipo “Forse anche tutti, ma almeno uno”.

In tal modo si potrebbe convertire un enunciato come “Alcuni uomini sono negri” in uno come “Alcuni negri sono uomini” (che vuol dire “Alcuni negri, fors’anche tutti, ma almeno un uomo è negro”).

Punjer, secondo Frege, proponeva che l’espressione “Esistono uomini” fosse equivalente in significato a “Qualche esistente è uomo”, ma l’espressione ha come predicato “l’essere uomo” e non l’esistenza. Di fatto però è l’esistenza che viene predicata.

Sin qui, aggiunge Frege si è sempre assunto che dal punto di vista di Punjer, la differenza di significato della parola “esiste” nei due enunciati “Leo Sachse esiste” e “Alcuni uomini esistono” è dello stesso genere di quella dell’espressione “è un tedesco” nei due enunciati “Leo Sachse è un tedesco” e “Alcuni uomini sono tedeschi” . Punjer , continua Frege, intende argomentare che “Ci sono uomini” significa lo stesso che “Tra gli enti c’è qualche uomo” oppure “Una parte di ente è uomo” oppure “Alcuni enti sono uomini”. Però per fare questo bisognava anche argomentare che l’espressione “essere” è usata in quest’ultimo caso nello stesso senso che nell’enunciato “Leo Sachse esiste”. Ora, dice Frege, si può convenire che l’espressione “Ci sono uomini” ha lo stesso significato di “Alcuni esistenti sono uomini”, ma solo a condizione che la parola “esistere” contenga un’affermazione ovvia e che dunque sia priva di contenuto. Se però l’enunciato “Leo Sachse è” è ovvio, allora nella parola “è” non può essere racchiuso lo stesso contenuto della parola “c’è” così come occorre nell’enunciato “Ci sono uomini”, poiché questo non dice nulla di ovvio. Quale che sia la formulazione (“Alcuni uomini esistono”, “Alcuni esistenti sono uomini”, “Esistono uomini”, “Ci sono uomini”, “Fra gli enti c’è qualche uomo”) l’errore consiste nel ritenere che il contenuto di tali affermazioni sia racchiuso nella parola “esistere”.

Ma non è così che stanno le cose : vi è contenuta solo la forma della predicazione, così come nell’enunciato “Il cielo è blu” la forma della predicazione è contenuta nella formula “è”. “Esistere” in quest’enunciato è una locuzione ausiliare come “Es” in “es regnet”. Come la lingua si è servita di “Es” come soggetto grammaticale, qui nella difficoltà di trovare un predicato grammaticale ha fatto ricorso ad “esistere”.

Che il contenuto dell’affermazione non risieda nella parola “esistere”, è dimostrato anche dal fatto che invece di esistere si potrebbe dire “identico a se stesso”. “Ci sono uomini” ha lo stesso significato di “Alcuni uomini sono identici a se stessi” oppure “Qualcosa di identico a  se stesso è un uomo”. Dall’enunciato “A è identico a se stesso” si apprende altrettanto poco di nuovo su A che dall’enunciato “A esiste”. Nessuno di questi due enunciati può venir negato ed in  entrambi si può sostituire ad A quel che si vuole e restano corretti. Essi non assegnano A ad una di due classi al fine di distinguerlo da un B che non vi appartiene. Si deve riconoscere che “Questo tavolo esiste” e “Questo tavolo è identico a se stesso” sono perfettamente ovvi e non vi si predica alcun contenuto genuino riguardo a questo tavolo.

Così come si potrebbero chiamare giudizi esistenziali enunciati come “Esistono uomini” assumendo che il contenuto dell’affermazione risieda nella parola “esistono”, allo stesso modo si potrebbero chiamare giudizi di identità enunciati come “Alcuni uomini sono identici a se stessi”. In questo caso “Ci sono uomini “ sarebbe un giudizio di identità. In generale potremmo scambiare “esistere” con “identico a se stesso” in ogni argomentazione volta a mostrare che il predicato dell’enunciato “Ci sono uomini” è rintracciabile nell’”esistere” di “Esistono uomini” senza con questo incorrere in nuovi errori.

Se però il contenuto dell’affermazione nel giudizio “Esistono uomini” non risiede nell’”esistono”, dov’è che risiede ? Nella forma del giudizio particolare : ogni giudizio particolare è un giudizio esistenziale, che può essere trasformato nella locuzione “Ci sono…”. Ad es. “Alcuni corpi sono leggeri” è lo stesso che “Ci sono corpi leggeri”, “Alcuni uccelli non volano” è lo stesso che “Ci sono uccelli che non volano”.

Più difficile è l’inverso: trasformare un enunciato con la locuzione “Ci sono…” in un giudizio particolare. La parola “Alcuni” non ha senso al di fuori del contesto e svolge la propria funzione logica solo nel contesto dell’enunciato. Tale funzione consiste nel mettere in una determinata relazione logica due concetti : nell’enunciato “Alcuni  uomini sono negri” i concetti “uomo” e “negro” vengono posti in questa relazione e c’è sempre bisogno di due concetti se si vuole formare un giudizio particolare. Naturalmente è facile passare dall’enunciato “Ci sono pesci volanti” all’enunciato “Alcuni pesci possono volare” perché si hanno due concetti “pesce” e “avente la possibilità di volare”. Le cose sono più difficili quando si opera sull’enunciato “Ci sono uomini”. Se si definisce “uomo” come “essere vivente razionale” si può anche dire “Alcuni esseri viventi sono razionali” e questo è equivalente a “Ci sono uomini”, assumendo la correttezza di quella definizione.

La correttezza di questo procedimento presuppone che si possa scomporre il concetto in due note caratteristiche. Un’altra possibilità è legata a questa. Se ad es. si vuole trasporre “ Ci sono negri” nella forma di un giudizio particolare si può porre : negro = negro che è uomo (dal momento che il concetto “negro” è subordinato al concetto “uomo”). In questo modo si hanno di nuovo due concetti e si può dire “Alcuni negri sono uomini”. Per l’enunciato “Ci sono betulle” si dovrebbe scegliere un altro concetto sovraordinato come ad es. “albero”. Volendo conferire completa generalità a questo procedimento, si deve cercare un concetto sovraordinato a tutti gli altri concetti. Tale concetto non avrà contenuto essendo la sua estensione illimitata ed ogni contenuto può consistere solo in una restrizione dell’estensione. Un concetto siffatto potrebbe essere “Identico a se stesso” : infatti si potrebbe dire che  ci sono uomini è lo stesso che “Alcuni uomini sono identici a se stessi” oppure “Qualcosa che è identico a se stesso è un uomo”.

La lingua però, dice Frege, ha scelto un’altra via. Per formare un concetto senza contenuto si è servita della copula, la mera forma dell’affermazione senza contenuto. In “Il cielo è blu” ciò che viene affermato è “è blu”, ma il contenuto vero e proprio dell’affermazione sta nella parola “blu”. Se la si omette resta un’affermazione senza contenuto (“Il cielo è”). Si può quindi dire : uomini = uomini che sono. “Ci sono uomini” è lo stesso che “Alcuni uomini sono” o “Qualche ente è uomo”. Il vero contenuto del predicato però non sta nella parola “ente”, ma nella forma del giudizio particolare. Si forma così il quasi-concetto di “ente”, senza contenuto e di estensione infinita. La parola “ente” è dunque un sotterfugio della lingua pere rendere possibile l’impiego della forma del giudizio particolare. Quando i filosofi parlano di “Essere assoluto” questa non è altro che una divinizzazione della copula.

 Ciò è accaduto perché si avvertì che ad es. l’enunciato “C’è un centro della massa terrestre” non è banale e l’affermazione ha un contenuto. Ed è anche perfettamente comprensibile che si sia ritenuto di rinvenire questo contenuto nella parola “esistere”, ricorrendo al giro di frase “Esiste un centro della massa terrestre”. Intorno alla parola “esistere” si addensò così un contenuto, senza che tuttavia nessuno fosse in grado di spiegare in cosa propriamente consistesse.

 

 

Frege e la contraddizione dell’oggetto possibile di esperienza

 

 

Punjer, conclude Frege, è stato indotto in affermazioni contraddittorie dall’errore principale di vedere nella parola “esistono” il contenuto dell’enunciato “Esistono uomini”. E’ stato facile persuaderlo che la negazione dell’enunciato “A è esperibile” è assurda se “essere esperibile” = “esistere”. Egli ha del pari dovuto convenire che predicando l’esperibilità non si determina ulteriormente ciò di cui essa viene predicata. D’altra parte egli voleva rivendicare un contenuto all’affermazione di esperibilità. Se infatti enunciati come “Questo tavolo esiste” dice qualcosa, non possono  contenere un predicato banale o superfluo. Egli, dice Frege, era indotto nella contraddizione di considerare la negazione dell’enunciato “Questo tavolo è esperibile” non come ovvia e superflua. Si trattava di scegliere dunque per la parola “esperibile” un contenuto tale che non la svuotasse di contenuto.

Secondo Punjer, il contenuto del giudizio “Questo è esperibile” potrebbe essere reso con “La rappresentazione del ‘questo’ non è un’allucinazione o una mia invenzione, bensì è una rappresentazione formata a causa di un’affezione dell’Io da parte del ‘questo’”. A ciò  Frege obietta che solo dopo aver formato il giudizio “A questa mia rappresentazione corrisponde qualcosa” si possono formare correttamente enunciati contenenti espressioni come “rappresentazione del ‘questo’” etc. . Infatti se alla mia rappresentazione non corrisponde nulla, l’espressione “rappresentazione del ‘questo’” è senza senso. Inoltre, dice Frege, Punjer da un lato voleva che “L’oggetto della rappresentazione B è esperibile” avesse senso compiuto, ma che al tempo stesso la negazione di “L’oggetto della rappresentazione B è esperibile” fosse assurda. Ma è impossibile conferire al predicato “esperibile” un senso che non sia ovvio ed al tempo stesso voler mantenere nella sua generalità l’idea che negare l’esperibilità non abbia senso. Il concetto di esperibilità acquista un contenuto solo attraverso il restringimento della sua estensione. Tutti gli oggetti si dividono in due classi, quelli dell’esperienza e quelli della rappresentazione e questi ultimi non cadono tutti sotto il predicato esperibile. Dunque non ogni concetto è subordinato al concetto di “esperibile

Se ne deduce inoltre che il concetto di esperibilità non è in generale atto a trasporre un giudizio che ha l’espressione “c’è” nella forma di un giudizio particolare. Punjer cadeva in contraddizione nel momento in cui sulla base delle sue incoerenti premesse esistevano oggetti di rappresentazione non formati sulla base di un’affezione dell’Io  e  dunque che fra quanto è esperibile (esistente etc) vi è (esiste, è esperibile) qualcosa di non esperibile (oggetti non formati sulla base di un’ affezione dell’Io) .

Frege conclude che si può anche dire che dalle due premesse “Ci sono oggetti di rappresentazioni che non sono formate sulla base di un’affezione dell’Io” e “Gli oggetti delle rappresentazioni che non sono formate sulla base di un’affezione dell’Io non sono esperibili” segue la conclusione contraddittoria (se “ci sono” è sinonimo di “essere esperibili”)  Ci sono oggetti di rappresentazioni non esperibili

 

Frege e la contraddizione dell’Essere

 

Riassumendo Frege dice :

1. Se si intende conferire alla parola “essere” un significato tale per cui l’enunciato “A è” non sia ovvio e ridondante, si è costretti ad ammettere che la negazione dell’enunciato “A è” è in certe circostanze possibile, vale a dire che ci sono oggetti ai quali si deve negare l’essere. Allora però il concetto di “Essere” non è più in generale idoneo per servire alla spiegazione dell’espressione “C’è” in modo tale che “Ci sono B” risulti equivalente in significato a “Qualche ente cade sotto il concetto B”. Se però applichiamo a questa parafrasi a “Ci sono soggetti cui deve essere negato l’essere” otteniamo “Qualche ente cade sotto il concetto di non-ente” oppure “Qualche ente non è”. Di qui non se ne esce dando al concetto di ente un significato arbitrario qualsiasi. E’ invece necessario se la spiegazione dell’equivalenza di “Ci sono B” e “Qualche ente è B” ha da essere corretta, che per “Essere” si intenda qualcosa di perfettamente ovvio

2. Per questo la contraddizione continua a sussistere anche se si dice che “A esiste” significa “La rappresentazione di A è prodotta sulla base di un’affezione dell’Io”. In questo casi ci sono anche difficoltà ulteriori : ad es. quando Leverrier si pose la domanda se oltre l’orbita di Urano ci fossero pianeti, non si pose il quesito se la sua rappresentazione di un pianeta oltre l’orbita di Urano fosse sorta o potesse sorgere sulla base di un’affezione dell’Io. Quando si discetta intorno all’esistenza di Dio non si contende intorno alla questione se la nostra rappresentazione di un Dio sia o possa essere sorta sulla base di un’affezione dell’Io. Molti di coloro che credono che ci sia un Dio, negheranno che la loro rappresentazione di Dio sia sorta sulla base di un’affezione immediata dell’Io da parte di Dio.

3. Si può affermare che i significati della parola “esistere”negli enunciati “Leo Sachse esiste” e “Alcuni uomini esistono” non presentano una differenza più marcata di “essere un tedesco” in “Leo Sachse è un tedesco” e “Alcuni uomini sono tedeschi”. Ma gli enunciati “Alcuni uomini esistono” o “Qualche esistente è uomo” hanno lo stesso significato di “Ci sono uomini” solo se il concetto “esistente” sia  sovraordinato al concetto “uomo”. Se dunque quei due modi di esprimersi devono essere generalmente equivalenti, il concetto di “esistente” deve essere sovraordinato ad ogni concetto. Ma questo è possibile solo se la parola “esistere” significa qualcosa di completamente ovvio, di modo che con l’enunciato “Leo Sachse esiste” non venga detto proprio nulla e che nell’enunciato “Alcuni uomini esistono” il contenuto di ciò che si afferma non stia nella parola “esistono”.

4. L’esistenza espressa mediante l’espressione “c’è” non è contenuta nella parola “esistere”, bensì nella forma del giudizio particolare. “Alcuni uomini sono tedeschi” va altrettanto bene come giudizio esistenziale di “Alcuni uomini esistono”. Non appena però si conferisce contenuto alla parola “esistere” così da poterla affermare di un singolo, allora questo contenuto può diventare anche una nota caratteristica di un oggetto, sotto cui cada il singolo del quale viene predicata l’esistenza. Se ad esempio si divide tutto in due classi, ciò che è nel mio spirito e ciò che è fuori di me e si dice di quest’ultimo che esiste, in tal caso si può concepire l’esistenza come una nota caratteristica del concetto di centauro, sebbene non vi siano centauri. Io non riconoscerei come centauro nulla che non fosse fuori dal mio spirito, vale a dire non chiamerei “centauri” le mie mere rappresentazioni 

5. L’esistenza espressa con le parole “c’è” non può essere nota caratteristica del concetto di cui è una proprietà, appunto per il fatto che è una sua proprietà. Nell’enunciato “Ci sono uomini” sembra che si parli di individui che cadono sotto il concetto “uomo”, mentre invece si sta parlando solo del concetto “uomo”. Il contenuto della parola “esistere” non può essere considerato una nota caratteristica di un concetto, perché esistere non ha alcun contenuto, cos’ come è impiegato nell’enunciato “Esistono uomini”.

6. Si comprende di qui con quale facilità la lingua ci seduce in false concezioni e quale importanza possa avere per la filosofia di sottrarsi al dominio della lingua. Quando si cerca di edificare un sistema di segni su fondamenta e con strumenti completamente diversi si va a  sbattere il naso contro le false analogie della lingua.

 




Più accezioni di esperibilità

 

In primo luogo va notato che "è" si riferisce ad un insieme di oggetti più vasto di quello a cui si riferisce "ciò che è esperibile", a meno che fenomenologicamente nel concetto di "esperibilità" rientri anche quello di "pensabilità". E nemmeno in questo caso forse dal momento che ci potrebbero essere entità impensabili nelle loro concrete determinazioni (esse sarebbero cioè categorizzabili solo come "impensabili")

Dunque dobbiamo distinguere tra esperibilità intesa come possibilità di un oggetto di essere accessibile ai sensi ed esperibilità intesa come possibilità di un oggetto di essere oggetto intenzionale, fenomenologicamente inteso. Un oggetto pensato o desiderato non è oggetto di esperienza se usiamo la prima definizione, ma lo è se usiamo la seconda.

E' superfluo affermare l'esperibilità di qualcosa ? Sicuramente no se ci chiediamo se un oggetto possa avere le proprietà adatte perchè sia accessibile ai sensi, se cioè si discute di entità che si reputano situate nel mondo fisico, ambito che è diverso dal mondo spazio-temporalmente inteso dal momento che molti oggetti dell'immaginazione possono avere relazioni spaziali e temporali tra di loro.

Anche dire che con l'affermazione di "esperibilità" non viene in alcun modo determinato ciò di cui essa si predica è quanto meno incauto, dal momento che se si accetta la prima definizione di "esperibilità", questa ci può suggerire che l'oggetto di cui essa si predica ha altre proprietà. Dunque si può anche dire che l'esperibilità sia un predicato.

 

Esistenza e non-senso

 

Quanto all'esistenza (che va distinta, come detto prima, dall'esperibilità quale che sia la definizione di quest'ultima che viene adottata) la questione è più spinosa, dal momento che si potrebbe dire che se l'esistenza non è un predicato, "x esiste" è o analitica o contraddittoria (e qualcuno potrebbe dire che la prova ontologica sia il tentativo di dimostrare il carattere analitico dell'esistenza di Dio). Magari qualcuno potrebbe parlare di "unsinnig" o "sinnlos", ma questi sono termini a loro volta vaghi e utili retoricamente ad hoc (si dicono "insensati" i termini non compresi nel personalissimo vocabolario di chi scrive)

 

Rappresentazione, concetto e livelli di esistenza

 

"A è esperibile" costringe Frege a chiedersi quale sia il soggetto logico della proposizione proprio in quanto non si distingue tra diversi livelli di esistenza : in realtà il soggetto è l'ente A, che ha un certo livello di esistenza (è immaginato o pensato), e di cui si afferma l'inclusione anche in un altro livello di esistenza (può cioè essere accessibile ai sensi). La locuzione "rappresentazione di A" è spesso controproducente nel discorso ontologico (magari non lo è nel discorso prasseologico), dal momento che si rimuove il fatto che "la rappresentazione di A" è "A inteso nel livello immaginario di esistenza" : in pratica la rappresentazione di A non è altro da A, se non in un senso molto specifico, che qui non ha rilevanza.

Dire poi che nei giudizi esistenziali il soggetto logico è un concetto e non un oggetto, da un lato è dare eccessiva importanza ed un'interpretazione capziosa allo spostamento da un livello di linguaggio oggetto ad un livello di metalinguaggio, dall'altro lato rinvia semplicemente la questione giacchè la paradossalità dell'oggetto che non esiste viene sostituita dalla nozione di un concetto privo di oggetti (che si tradurrebbe nella analoga paradossalità dell'insieme vuoto, o del predicato senza soggetto ) che può essere ritradotto con "Non esistono oggetti che cadono sotto il concetto A".

Quanto alla "fata Morgana" l'oggetto della rappresentazione è appunto la fata Morgana, dal momento che l'oggetto di una rappresentazione non è altro dal suo contenuto, a cui può contingentemente corrispondere l'oggetto di una sensazione.

 

 

Esistenza, concetti e impegno del parlante

 

Perchè la parola "esiste" ha diverse accezioni ? Ed utilizzare una parafrasi dove non ci sia "esiste" è sufficiente per risolvere il problema, se poi tale parafrasi può essere ritradotta con "esiste" ? Se solo un'opzione volontaristica può portarci ad utilizzare un determinato enunciato ?

Frege poi sembra avallare la concezione parmenidea dell'Essere quando dice che un affermazione verte sempre su qualcosa dal momento che "Ci sono affermazioni che non vertono su qualcosa" significherebbe "Ci sono giudizi nei quali non si può distinguere il soggetto dal predicato". Ma allora anche le affermazioni su concetti vertono su qualcosa e dunque anche i concetti possono essere gli oggetti di una proposizione. Dunque dire che un affermazione non è affermazione su oggetti, ma solo un'affermazione su concetti è quantomeno vaga se non del tutto errata. Inoltre in ogni proposizione è sempre implicito un livello minimo di esistenza. Frege la interpreta come un impegno del parlante a presupporre l'esistenza di ciò di cui si parla, ma la logica non si può fondare su un impegno soggettivo e contingente : ci devo essere oggettive condizioni di possibilità che consentano di enunciare un'asserzione e tale condizione di possibilità è appunto l'Essere o meglio il livello minimo di esistenza, quello che ci consente di affermare qualcosa di qualche altra cosa. Naturalmente questo livello è molto tenue, debole, tale da poter essere facilmente rimosso, ma la filosofia deve appunto platonicamente (la reminiscenza) garantire il ritorno del rimosso.

 

Cosa sono i concetti senza oggetto ?

 

Frege fa poi un parallelismo sbagliato tra ("Leo Sachse è un uomo" implica "Leo Sachse esiste") e ("Alcuni uomini sono tedeschi" implica "ci sono uomini tedeschi"). Il parallelismo corretto sarebbe con ("Alcuni uomini sono tedeschi" implica "Ci sono uomini").

Ma c'è un ulteriore passo da fare : anche "Nessun uomo è tedesco" deve implicare "Ci sono uomini tedeschi", anche se ad un livello diverso di esistenza, giacchè non si può asserire nulla degli uomini tedeschi (o del concetto "uomo tedesco") se non fossero esistenti almeno ad uno dei livelli di esistenza. Un concetto sotto cui non cade alcun oggetto è solo un rapporto di mancata corrispondenza tra due livelli di esistenza, per cui dire che il concetto è vuoto equivale a dire che l'oggetto in questione è il concetto (passaggio dal linguaggio al metalinguaggio)

 

“Ci sono” ed “Esiste” (Esistenza, Predicato e Identità)

 

La differenza tra "Ci sono.." ed "Esiste" al massimo è di grado, di livello ontologico : "Ci sono..." introducendo nel discorso un oggetto, si riferisce ad un livello ontologico più esteso e più basso, all'interno del quale si costituisce il giudizio di esistenza con "Esiste.." che fa riferimento ad un livello ontologico più alto e ristretto, che è il tema trattato dal discorso stesso.

Frege di fronte a "Alcuni uomini esistono" opera un sofisma dicendo che "esiste" in questo caso è solo un ausiliare, giacchè si tratta di enunciato del tutto ovvio. In realtà ciò dipende dal livello di esistenza in cui "alcuni uomini" si fanno rientrare. L'enunciato è ovvio solo se "esiste" è inteso nel suo senso più onnicomprensivo. Punjer ha ragione in un certo senso quando dice che "Alcuni uomini esistono" vuol dire "Alcuni esistenti sono uomini", nel senso che si tratta di un'intersezione tra l'insieme degli esistenti ad un certo livello e l'insieme degli uomini (insieme distribuito all'interno di più livelli di esistenza, nel senso che ci sono uomini solo immaginati da soggetti interni a questo mondo possibile, come Renzo Tramaglino, uomini che sono stati accessibili ai sensi dei soggetti interni a questo mondo possibile ma che non lo sono più, come Giulio Cesare, e uomini ancora accessibili a tali soggetti, come Giorgio Napolitano). Ovviamente anche Frege ha in un certo senso ragione quando dice che il predicato non è "esiste" ma "essere uomo", ma proprio perchè si tratta di un'intersezione tra due insiemi e dunque le due posizioni sono integrabili tra loro.

Il fatto che poi si possa sostituire a "esiste" anche "essere identici a se stessi" senza alterare il valore di verità dell'enunciato non vuol dire niente, dal momento che l'equivalenza vero-funzionale non implica alcuna identità di senso. Oltre al fatto che l'identità di una cosa con se stessa potrebbe coimplicare la consistenza e quindi l'appartenenza ad un livello molto comprensivo di esistenza, appartenenza necessaria ad un oggetto per essere ricompreso in livelli a loro volta più ristretti di esistenza.

 

Affermazione esistenziale e affermazione particolare

 

Pure dire che il contenuto dell'affermazione "Esistono uomini" è in realtà nell'affermazione particolare non è una negazione che il predicato sia "esiste", giacchè l'inclusione in una classe potrebbe ben essere l'inclusione in un livello di esistenza determinato. Frege fa l'esempio dell'equivalenza tra "Esistono corpi leggeri" e "Alcuni corpi sono leggeri" : in realtà perchè tale equivalenza sia esplicitata bisogna completare la proposizione "Alcuni corpi sono leggeri" traducendola in "Alcuni corpi esistenti nel mondo fisico sono leggeri" o "Alcuni corpi esistenti nel nostro mondo possibile sono leggeri". Infatti se "mago Merlino è un uomo" è vera si potrebbe dire che "Alcuni uomini sono dei maghi" senza implicare che "Esistono dei maghi" possa essere considerata vera e dunque in questo caso l'affermazione esistenziale e quella particolare non sarebbero equivalenti.

Con "Esistono uomini" Frege deve fare poi un'altra operazione discutibile e cioè tradurre "Uomo" in "Essere vivente razionale" (assumendo che non vi siano altri esseri viventi razionali) al fine di permettere la formazione di una affermazione particolare considerabile equivalente alla suddetta proposizione esistenziale.

Il fatto che sia più difficile tradurre una proposizione esistenziale in una particolare che non l'inverso da un lato segnala che l'identificazione proposta da Frege è anch'essa problematica, dall'altro individua la difficoltà nel fatto che bisogna trovare un insieme di oggetti esistenti (ad un livello ontologico considerato adeguato) nel quale rientri l'oggetto di cui si afferma l'esistenza (ad es. nel caso di "esistono uomini" bisogna trovare l'insieme degli esseri viventi)

 

Frege e il Genere Sommo

 

Frege poi incorre nell'opzione parmenidea (senza trarne le dovute conseguenze) quando dice che per dare generalità al procedimento di ascesa da concetti meno comprensivi ad oggetti più comprensivi, si deve trovare un concetto sovraordinato a tutti gli altri concetti. Ancora più significativo che egli trovi nell'identità di se con sè tale concetto, riproponendo l'equivalenza hegeliana (o meglio eleatica) tra l'Essere e il Concetto (o l'autoidentità), quando in precedenza tale sostituibilità era stata usata solo per criticare la concezione per cui l'esistenza potesse essere un predicato.

Frege infine fa male a criticare l'uso della copula senza predicato, dal momento che tale operazione rimanda proprio al genere sommo ed al suo essere proprio l'identità e cioè l'equivalenza tra il concetto che include ed il concetto che è incluso. Ogni oggetto trova comunanza con tutti gli altri nell'essere identico a se stesso : tale identità lungi dall'essere un che di vuoto, è il risultato di un'ascesa verso concetti sempre più comprensivi, ascesa al termine della quale l'oggetto è confermato nella sua ricchissima individualità, individualità nella quale sono ricompresi tutti i concetti intermedi che sono stati elencati in quest'ascesa. Nella copula senza predicato, nel termine "esiste" si allude a tale ascesa e la si presenta come un dato misterioso che va chiarito appunto dalla riflessione conoscitiva (non a caso Leibniz indugiava sul mistero che qualcosa esiste e non il nulla). L'estensione infinita di "ente" non è altro che la comprensione infinita del sommo genere e l'equivalenza tra l'esistenza e l'essere identici a se stessi.

 

Rappresentazione e contenuto semantico

 

Frege poi  trascura che “Rappresentazione di x” non si può formare solo dopo aver appurato che ad una certa rappresentazione corrisponda qualcosa in una presunta realtà. La “x” cui si riferisce la rappresentazione è il contenuto della stessa, contenuto che è il suo oggetto immanente. Altro è vedere se ad un certo livello di esistenza corrisponda qualcosa al contenuto della  rappresentazione, ma tale verifica non condiziona la possibilità di parlare di una rappresentazione di un qualcosa.

Inoltre Frege dice una cosa giusta quando afferma che è impossibile conferire al predicato “esperibile” un senso che non sia ovvio ed al tempo stesso voler mantenere nella sua generalità l’idea che negare l’esperibilità non abbia senso. Tuttavia egli non si rende conto che le critiche che egli stesso muove ad alcune posizioni filosofiche (critiche che saranno portate all’iperbole dal Neopositivismo logico) riposano su questa possibilità che egli critica e cioè negare senso ad una posizione filosofica e dare implicitamente valenza conoscitiva sintetica alla posizione contraddittoria a quella considerata insensata (è il caso proprio della tesi che nega senso alle posizioni che considerano le proposizioni esistenziali come delle proposizioni riguardanti oggetti).

 

La negazione contraddittoria dell’Essere

 

Frege infine nota giustamente come ridurre l’esistenza a una categoria subordinata come “esperibilità” porta a contraddizioni come “Ci sono oggetti di rappresentazioni non esperibili”, ma non esplicita il fatto che proprio per questo l’Essere si possa considerare livello basico e onnicomprensivo dell’esistenza dal momento che è immediatamente contraddittorio dire “Ci sono oggetti che non esistono”. Da ciò si deduce che  qualsiasi oggetto possa essere predicabile di qualcosa ha un livello minimo di esistenza, altrimenti “Ci sarebbero oggetti che non esistono” sarebbe vera.

 

Ovvietà dell’Essere e livelli di esistenza

 

Frege dice giustamente che l'esistenza è qualcosa di ovvio, nel senso che corrisponde al rientrare di un concetto sotto un concetto sovraordinato non esplicitato. E tuttavia tale ovvietà è propria solo del livello più basso e comprensivo di esistenza, dal momento che la subordinazione dei concetti si risolve in immediata e tautologica identità ("Esistono enti identici a se stessi", oppure "Ci sono enti") Per quanto riguarda gli altri livelli ontologici, l'esistenza diventa un predicato in quanto la subordinazione di un concetto ad un concetto sovraordinato perchè sia tradotta in proposizione esistenziale deve presupporre che anche il concetto sovraordinato sia subordinato ad altro concetto o che sia immediatamente identico con esso e/o con l'esistenza. In pratica per fare un esempio ("Alcuni corpi sono leggeri" è traducibile in "Esistono corpi leggeri") se e solo se (è vera "Esistono corpi") e ( "Esistono corpi" è traducibile in "Alcuni oggetti sono pesanti") se e solo se (è vera "Esistono oggetti") ed ("Esistono oggetti" è L-equivalente ad "Alcuni enti sono identici a se stessi") e ("Alcuni enti sono identici a se stessi" è a sua volta una tautologia).

 

 

 







13 agosto 2005

PENSIERO DI PENSIERO....

PENSIERO DI PENSIERO….

                                    Suggestioni dialettiche nel pensiero analitico

 

 

 

Nella ricostruzione del confronto tra la cosiddetta “filosofia analitica” ed il cosiddetto “pensiero continentale”, il percorso che ha portato a riconoscere tra di essi affinità più o meno nascoste è stato per lo più quello che ha collegato tradizione fenomenologico-ermeneutica ed analisi del linguaggio. Da un lato infatti Michael Dummett ha indagato le origini mitteleuropee della filosofia analitica che da Husserl e Frege hanno condotto poi a Wittgenstein1. D’altro canto Gadamer e Apel hanno riconosciuto le affinità tra l’ermeneutica (anche heideggeriana) e l’analisi del linguaggio ordinario inaugurata parallelamente da Austin e dal secondo Wittgenstein2. Sostanzialmente le due tradizioni filosofiche convergono prima in maniera sottaciuta, poi in modo esplicitamente elaborato in un atteggiamento antimetafisico e possiamo dire anche antidialettico.

Il percorso che in quest’articolo si vuole invece delineare sarebbe radicalmente alternativo: esso consiste nel ricercare all’interno delle prime riflessioni di quella che noi chiamiamo “filosofia analitica” alcune istanze che quantomeno sfiorano l’ambito dialettico, istanze, in pratica, che costituiscono un territorio di confine tra analisi e dialettica e che potrebbero indicare un ambito di sviluppo dell’analisi filosofica stessa. Per dialettica intenderemo qui il percorso di riflessione filosofica che prevede l’autoriferimento logico-semantico e cerca di utilizzarlo in maniera epistemologicamente costruttiva3.

 

 

 

A questo proposito già Franca D’Agostini in un recente saggio4 ha evidenziato come Frege utilizzi l’argomentazione elenctica (che con la dialettica ha un rapporto forte anche se a mio parere problematico) nella confutazione dello scetticismo operata nella sua prima Ricerca logica5

Sarebbe a tal proposito interessante vedere altri spunti nel pensiero di Frege che alludano ad una sorta di dialettica. Oltre il passo citato, rilevante è a tal proposito la seconda Ricerca logica6 dove Frege tra le altre cose dice: “Da un pensiero falso non si può inferire nulla, ma il pensiero falso può essere parte di un pensiero vero da cui si può inferire qualcosa 7. L’esempio fatto da Frege (l’enunciato “Se all’epoca dei fatti l’imputato era a Roma, non ha commesso l’omicidio”) sembrerebbe sminuire e banalizzare l’importanza della suggestione dialettica insita nel pensiero citato, ma ciò che è banale per noi non lo era all’epoca di Frege (le caratteristiche paradossali dell’implicazione non erano pane quotidiano dei filosofi). Questo può altresì gettare una nuova luce anche sulla dialettica hegeliana, che può essere una sorta di descrizione metalinguistica di enunciati che ci appaiono almeno oggi banali, una riflessione problematica di ciò che ci sembra ovvio e scontato (forse il sale della filosofia) ed in questo senso si può pensare ad una fruttuosa collaborazione tra dialettica ed analisi filosofica (oltre ad una lettura di Hegel più vicino alla tradizione analitica8).

Frege continua in questa riflessione dicendo: “ Di conseguenza un pensiero falso non è un pensiero senza essere anche quando per essere si intende il non aver bisogno di un portatore. A volte un pensiero falso, anche se non può essere riconosciuto vero, deve essere considerato indispensabile: in primo luogo come senso di un enunciato interrogativo, in secondo luogo come costituente di una connessione di pensieri ipotetica, e infine nella negazione. Mi deve essere possibile negare un pensiero falso e per poterlo fare ho bisogno di un pensiero. Non posso negare ciò che non c’è9

Frege poi esclude che la negazione possa dissolvere il pensiero che nega ed infatti più avanti sostiene che: “Considerando il principio ‘duplex negatio affirmat’ si può vedere in modo particolarmente evidente che il negare non ha alcun effetto separatore e dissolutore 10

Vale la pena comparare complessivamente questi passi con quello in cui Hegel a proposito del “Negativo” dice: “Il Negativo è anche positivo, ossia quel che viene contraddetto non si risolve nello zero, ma essenzialmente solo nella negazione del suo contenuto particolare, vale a dire che una tale negazione non è una negazione qualunque ma la negazione di quella cosa determinata ed è perciò negazione determinata 11

Nell’analisi della negazione Frege accenna ancora ad una sorta di argomentazione elenctica quando dice: “il linguaggio non ha nessuna parola o sillaba particolare per la forza assertoria, ma questa è insita nella forma dell’enunciato assertorio…12, poi più avanti si domanda “Il negare è un giudicare? Oppure la negazione è una parte del pensiero che è sotteso al giudicare?13 e ancora più avanti conclude “Va quindi respinta l’ipotesi che ci siano due diversi modi del giudicare 14

Frege in questo brano sembra ricomprendere dialetticamente la negazione all’interno della asserzione stessa, come momento interno dell’asserzione, momento fecondo e importante, ma non elevabile allo stesso piano dell’asserzione, che quasi kantianamente assume la valenza di un apriori.

Frege poi precisa: “La negazione di un pensiero è dunque essa stessa un pensiero…15. A questo proposito si faccia un confronto con Hegel che dice “La negazione è un nuovo concetto…16

Frege poi circa la negazione della negazione dice: “Questo esempio mostra come ciò che necessita di un’integrazione possa fondersi con ciò che necessita di integrazione per formare ciò che a sua volta necessiti di un’integrazione. Abbiamo qui il caso tutto singolare di qualcosa (la negazione di…) che si fonde con se stesso. A questo punto però ci vengono meno le immagini tratte dall’ambito dei corpi materiali…”.17 Possiamo ricordare a questo proposito quando Hegel dice: “…l’essenza è l’essere che si è profondato in sé; vale a dire che il suo semplice riferimento a sé è questo riferimento posto come la negazione del negativo, come mediazione di sé in sé con se stesso..18

Frege poi precisa, sviluppando l’analogia tra negazione di negazione e indumenti che si sovrappongono tra loro (tipo un cappotto che si mette sopra ad una giacca), : “L’involucro che viene indossato dopo si unisce pur sempre con il precedente a formarne uno nuovo. Ma non si deve dimenticare mai che il rivestire ed il comporre sono processi nel tempo, mentre quello che loro corrisponde nell’ambito dei pensieri è atemporale”.19 Si provi a confrontare tale proposizione con questo passo di Hegel a proposito dell’Aufheben: “La parola ‘aufheben’ ha nella lingua il doppio significato di ‘conservare’ e nello stesso momento di ‘mettere fine ’. Il conservare stesso racchiude gia in sé il negativo…così il tolto è insieme un conservato, il quale ha perduto la sua immediatezza, ma non perciò è annullato20. Sia Frege che Hegel condividono l’idea fondamentale (di matrice forse platonica e neoplatonica) per cui il ragionamento logico non si svolge veramente nel tempo, ma è un’articolazione immanente di un  ambito del pensiero che è oggettivo e atemporale. Quest’articolazione comprende in sé anche il momento della negazione che, come afferma lo stesso Frege, non dissolve il pensiero sottostante.

E in Frege (come in Hegel) tale svolgimento prevede anche il passaggio dal linguaggio al metalinguaggio, passaggio che non è ancora percepito come un peccato: infatti si potrebbe interpretare la distinzione tra oggetto e concetto in Frege come una reinterpretazione metalinguistica in cui “S è P” viene trasformata, con “…è P” ripresentato come funzione e con S ridotto ad oggetto: il soggetto grammaticale della proposizione diventa un oggetto logico alla stessa maniera della lingua latina dove il soggetto dell’infinitiva si mette all’accusativo in quanto non più individuo reale, ma contenuto dell’asserzione che, con la sua oscillazione tra un livello in cui viene esplicitata ed un livello quasi trascendentale21, costituisce un pensiero che rende il contenuto proposizionale così considerato non più appartenente al linguaggio oggetto, ma al metalinguaggio. Non è un caso che nell’Ideografia, ma soprattutto nei Grundgesetze, Frege tenta di considerare gli enunciati come un tipo particolare di nomi propri (potremmo quasi dire che tale passaggio dal linguaggio al metalinguaggio preveda la “zippatura”, la contrazione dell’enunciato in un nome)22

Frege naturalmente ribadisce che di due pensieri contraddittori (A e la negazione di A) ne è sempre vero uno e uno solo, e tuttavia (a parte il fatto che alcuni studiosi affermano che Hegel non negasse il principio di non-contraddizione23) quello che si vuole dimostrare è che nel riflettere sui fondamenti della logica e della matematica l’analisi filosofica si viene a trovare allo stesso livello di riflessione della dialettica.

In Frege queste suggestioni non si trovano solo negli ultimi scritti, ma anche in una delle sue prime opere, i Fondamenti dell’aritmetica, dove il numero ‘1’ viene definito come il numero che spetta al concetto ‘uguale a zero ’24. Il ragionamento implicito in questa definizione è che lo zero sia pur sempre qualcosa che, in quanto tale, è uguale a se stesso. Questo ha un parallelo sempre in Hegel, che parlando del Nulla, dice che “Il Nulla, considerato come l’immediato uguale a se stesso,è il medesimo che l’Essere25

Non è solo la lettura di Frege a stimolare queste assonanze: il Russell dei Principles of  matemathics, forse perché ancora influenzato dall’Idealismo inglese26, si addentra anch’egli in argomentazioni elenctiche e dialettiche: infatti parlando delle differenze tra concetti usati come tali e concetti usati invece come termini, Russell, volendo affermare il carattere esteriore di queste differenze, dice: “Supponiamo infatti che ‘uno’ come aggettivo differisca da ‘1’ come termine. Ma proprio in questo enunciato abbiamo trasformato ‘uno’, come aggettivo, in un termine; e quindi o è diventato ‘1’, e in tal caso la nostra supposizione è autocontraddittoria oppure c’è qualche altra differenza tra ‘uno’ e ‘1’, oltre al fatto che il primo denota un concetto e non un termine, mentre il secondo denota un concetto che è un termine. Ma se accettiamo quest’ipotesi, ci devono essere delle proposizioni che concernono ‘uno’ come termine, e dovremmo avere inoltre delle proposizioni che concernono ‘uno’ come aggettivo in opposizione ad ‘uno’ come termine; ma tutte queste ultime proposizioni devono essere false, dato che una proposizione intorno ad ‘uno’ come aggettivo fa di ‘uno’ il soggetto, e perciò verte in realtà su ‘uno’ come termine. Insomma se vi fossero degli aggettivi che non potessero essere trasformati in sostantivi senza mutare di significato, tutte le proposizioni concernenti quegli aggettivi sarebbero false, giacché esse li trasformerebbero necessariamente in sostantivi, e sarebbe ugualmente falsa la proposizione che tutte le proposizioni di questo genere sono false, dato che anch’essa volge gli aggettivi in sostantivi. Ma questo stato di cose è autocontraddittorio 27 Come si vede le argomentazioni sviluppate da Russell sono molto simili a quelle che chiamiamo “dialettiche”

Egli però successivamente, volendo risolvere lui stesso l’antinomia che porta il suo nome, elabora la teoria dei tipi e qui forse si determina esplicitamente quella frattura tra dialettica ed analisi filosofica che in buona parte si accetta anche oggi: infatti se, in qualche modo, la dialettica può essere contraddistinta dalla violazione del principio per cui “nessuna totalità può contenere membri definiti in  termini di se stessa28, essa dialettica (con buona parte della metafisica) consisterà in una serie sistematica di trasgressioni di quella che verrà poi definita sintassi logica di un linguaggio, di cui la teoria dei tipi potrebbe essere uno dei cardini: A.J.Ayer intuisce questa valenza estesa della teoria dei tipi correlandola alla concezione neopositivistica della metafisica come nonsenso e definendola come il complesso di regole che ci dicono quali combinazioni di simboli vanno considerate significanti29. Non a caso R.Carnap nel suo scritto L’eliminazione della metafisica mediante l’analisi logica del linguaggio30 evidenzia come, alla luce della teoria dei tipi, nell’idioma hegeliano (a suo dire mutuato da Heidegger) vi siano molti pseudo-enunciati dove, ad es., predicati che andrebbero applicati a certi tipi di oggetti sono invece applicati ad altri predicati che, a loro volta, si riferiscono a tali oggetti.

Carnap rappresenta l’esito più radicale della divisione tra analisi logico-filosofica e dialettica. Ma, come in origine questa divisione era più sfumata, è anche probabile che in futuro essa ridiventi meno radicale. Vediamo perché:

  1. la condanna neopositivista della metafisica è ora considerata troppo radicale e addirittura velleitaria. Un approccio condiviso più pragmatico guarda alla fecondità epistemica e filosofica di diverse ipotesi metafisiche31
  2. La teoria dei tipi logici di Russell non è, come si sa, l’unico strumento che consenta di evitare le antinomie della teoria degli insiemi32 e pertanto non va obbligatoriamente adottata, meno che mai nelle sue implicazioni filosofiche (antimetafisiche ed antidialettiche). Anche se bisogna ammettere che, differentemente agli altri sistemi sorti in risposta alle antinomie, la soluzione russelliana ha una dimensione filosofica molto rilevante e la gerarchia dei linguaggi elaborata da A.Tarski (con la distinzione esplicita tra linguaggio e metalinguaggio) che ha con essa molte analogie33, è considerata lo strumento per risolvere le antinomie semantiche. E’ ovvio che la critica alla teoria dei tipi va, a questo proposito, svolta, oltre per le eccessive limitazioni matematiche34 che essa pone, anche nel senso dell’individuazione della produttività epistemologica delle antinomie, la loro capacità di costituire nuova conoscenza o almeno nuova consapevolezza35
  3. Una serie di studi, che va da Lukasiewicz a Rescher alla logistica paraconsistente, sembra dimostrare che la contraddizione all’interno di un sistema formale non comporta necessariamente l’esito paventato dal principio dello Pseudo-Scoto36.

 

Naturalmente ci si può chiedere a questo punto se ci siano ragioni per giudicare interessante un incontro tra dialettica e filosofia analitica, giacché le considerazioni precedenti hanno semmai appurato solo che il percorso filosofico della dialettica non è del tutto fuori gioco.

A mio parere le ragioni di questo confronto sono essenzialmente tre:

·        Tale rapporto renderebbe più forte l’incontro (oggetto di tante speranze anche all’interno di opposte scuole) tra filosofia analitica e filosofia continentale37, poiché quest’ultima, oltre alla tradizione ontologica di tipo aristotelico, ha una tradizione idealistica altrettanto importante che attraversa tutta la storia della filosofia, da Platone ad Hegel38.

·        Esso darebbe nuovi stimoli al confronto tra filosofia e religioni e tra cultura c.d.”occidentale” ed altre culture (in particolare quella “orientale”)39 dal momento che, nella filosofia cinese (si pensi al Taoismo) ed in quella indiana (in particolare il buddismo Madhyamika) ci sono esiti analoghi a quelli della dialettica occidentale40

·        La rielaborazione della dialettica con i rigorosi strumenti della filosofia analitica permetterebbe di affrontare, con un respiro più ampio, un problema filosofico importantissimo quale quello del rapporto tra la dimensione logica e quella emotiva della conoscenza e della vita41.



1 DUMMETT, Michael, Alle origini della filosofia analitica, Il Mulino, Bologna, 1990

2 APEL, Karl Otto, Comunità e comunicazione, Rosenberg e Sellier, Torino, 1977 pp.3-47

3 HEGEL, Friedrich Georg Wilhelm, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, Laterza, Roma-Bari 1989, § 81

4 D’AGOSTINI, Franca, Pensare con la propria testa. Problemi di filosofia del pensiero in Hegel e in Frege, in VASSALLO, Nicla (a cura di), La filosofia di G.Frege, F.Angeli, Milano, 2003, pp.59-94

5 FREGE, Gottlieb, Il pensiero, in FREGE, Gottlieb, Ricerche logiche, Guerini, Milano, 1988 pp.43-74.

6 FREGE, Gottlieb, La negazione, in FREGE, Gottlieb, op.cit. pp.75-98

7 FREGE, Gottlieb, op.cit. p78

8 FINDLAY, John Niemeyer, Hegel oggi, Isedi, Milano, 1972; in particolare pp.401-419

9 FREGE, Gottlieb, op.cit, p.81

10 FREGE, Gottlieb, op.cit., p.83

11 HEGEL, Georg Wilhelm Friedrich, La scienza della logica, Laterza , Bari 1924-25, pp.37-38

12 FREGE, Gottlieb, op.cit, p.89

13 FREGE, Gottlieb, op.cit, p.90

14 FREGE, Gottlieb, op.cit, p.91

15 FREGE, Gottlieb, op.cit, p.94

16 HEGEL, Georg Wilhelm Friedrich, La scienza della logica, Laterza , Bari, 1924-25, pp.37-38

17 FREGE, Gottlieb, op.cit, p. 96-97

18 HEGEL, Friedrich Georg Wilhelm, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, Laterza, Roma-Bari, 1989 § 112

19 FREGE, Gottlieb, op.cit, p.97

20 HEGEL, Georg Wilhelm Friedrich, La scienza della logica, Bari, Laterza , 1924-25, pp. 105-106

21Una descrizione dettagliata di tale oscillazione è in  PENCO, Carlo, Vie della scrittura, Milano, Franco Angeli, 1994, pp.76-96

22 PENCO, Carlo, op.cit., p.152-160 dove viene ben articolata l’oscillazione di Frege anche su questo tema.

23 HOSLE, Vittorio, Hegel e la fondazione dell’Idealismo oggettivo, Guerini e associati, Milano, 1991, pp.197-207

24 FREGE, Gottlieb, (a cura di C.Mangione),Fondamenti dell’Aritmetica, in Id.,Logica e aritmetica ( antologia a cura di MANGIONE, Corrado), Torino, Boringhieri, 1964, p.317

25 HEGEL, Friedrich Georg Wilhelm, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, Roma-Bari, Laterza, 1989, § 88

26 DI FRANCESCO, Michele, Introduzione a Russell, Roma-Bari, Laterza, pp.11-23

27 RUSSELL, Bertrand, Linguaggio e realtà ( antologia a cura di M.A.Bonfantini), Laterza, Bari, 1970, pp.39-40

28 RUSSELL, Bertrand, Mathematical logic as based on the theory of types 1908 trad. parz. in RUSSELL, Bertrand, Linguaggio e realtà ( antologia a cura di M.A.Bonfantini), Laterza, Bari, 1970, p. 130

29 AYER, Alfred Jules, Russell, Mondadori, Milano, 1992, p.55

30 CARNAP, Rudolph, The elimination of metaphisics through logical analysis of language in AYER, Alfred Jules, Logical Positivism, Free Press, Glencoe Illinois, 1959, pp.60-81

31 Riflessioni su questo tema le troviamo in BARONE, Francesco, Il Neopositivismo logico, Laterza, Roma-Bari, 1977, pp.640-647, in MURE, G.R.G., Fuga dalla verità, Loffredo, Napoli, 1990 e in KALINOWSKI, Georges, L’impossibile metafisica, Marietti, Genova 1991, pp. 49-72. Un tentativo di riattualizzare la critica neopositivistica si trova in PARRINI, Paolo, Sapere e interpretare, Guerini e associati, Milano, 2002, pp. 123-139

32 Per una panoramica di tali soluzioni l’ottimo CASARI, Ettore, Questioni di filosofia della matematica, Milano, Feltrinelli, 1976.

33 HAACK, Susan, Filosofia delle logiche, Milano, Franco Angeli, Milano, 1983, p.173

34 HAACK, Susan, op.cit., p.172

35 Tentativi di questo tipo sono stati svolti da HOSLE, Vittorio, op. cit., pp.47-64; RESCHER, Nicholas, La lotta dei sistemi, Marietti, Genova, 1993, pp. 77-92; TARCA, Luigi, Elenchos. Ragione e paradosso nella filosofia contemporanea, Marietti, Genova, 1993, pp.363-384

36 MARCONI, Diego (a cura di), La formalizzazione della dialettica, Rosenberg e Sellier, Torino, 1979. In Italia altri interessanti studi sull’argomento sono svolti da Nicola Grana (si veda a tal proposito GRANA, Nicola, Logistica Paraconsistente, Loffredo, Napoli, 1983)

37 D’AGOSTINI, Franca, Breve storia della filosofia del Novecento, Einaudi, Torino, 1999, pp.284-295

38 BEIERWALTES, Werner, Platonismo e Idealismo, Mulino, Bologna, 1987

39 SCHARFSTEIN, Ben Ami ,“Il dubbio alle loro due case!” La cecità occidentale nei confronti delle filosofie non occidentali  in CREMASCHI, Sergio (a cura di )., Filosofia analitica e filosofia continentale, , La Nuova Italia, Scandicci 1997 pp. 253-282.

 

40 TARCA, Luigi, op. cit., pp. 389-391

41 MATTE BLANCO, Ignacio, L’inconscio come insiemi infiniti, Einaudi, Torino, 1982


sfoglia     marzo        maggio
 

 rubriche

Diario
Filosofia
Politica
Articoli
deliri
Schegge
Ontologia
Epistemologia
Storia
Ermeneutica
Conto e racconto
Comunismo

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

italo nobile
Periecontologia
blog filosofia analitica
porta di massa (filosofia)
Crisieconflitti
Blog di crisieconflitti
Rescogitans
Spettegolando
Being and existence
Josiah Royce
filosoficonet
Russell on proposition
Wittgenstein against Russell
Landini on Russell
Kalam argument
Internet enciclopedy of philosophy
Sifa
swif
Moses
Grayling
Bas Van Fraassen
Gilbert Harman
Nordic journal of Philosophical logic
Paideia Project
Ousia
Diogene : filosofare oggi
formamentis
riflessioni
Articoli filosofici
Ancient Philosophy
Dialegesthai
Hegel in MIA
MIA . risorse filosofiche
Gesù e la storia
piergiorgio odifreddi
renato palmieri
Dizionario sanscrito
Lessico aramaico
Cultura indù
Lessico indiano
Mitologie
Egittologia
Archeogate
Popoli antichi
Antichi testi cristiani
Bibbia
Testi biblici e religiosi
Agiografia
Eresie
Critica della Bibbia
Psychomedia
Rabindranath Tagore
La Pietà di Michelangelo
Sapere
google
Wikipedia
Libri in commercio
google traduttore
libri su google
Emiliano Brancaccio
Libri in commercio2
Dispense
crisieconflittiblog
l'ernesto
Essere comunisti
manifesto
Liberazione
Proteo Vasapollo
Appello degli economisti
Krisis
Rivista del Manifesto
n+1
Temi marxisti
Ripensare Marx
Gianfranco La Grassa
Ripensare Marx 2
Costanzo Preve
CriticaMente
Mercati esplosivi
Intermarx
Archivio marxista
35 ore
Gianfranco Pala
Contraddizione
falcemartello
Comunisti internazionalisti
Comedonchisciotte
Che fare
Teoria critica libertaria
Bellaciao
Anarcocomunisti
Informationguerrilla
Scambio senza denaro
Chaos
Guerra globale
Peacelink
Altraeconomia
Brianza popolare
indymedia napoli
Partito comunista internazionale
Prometeo
Giano
Cervetto
Rivoluzione comunista
P.C.internazionale (sinistra)
Teoria e prassi
Contropiano
Mazzetti
mazzetti2
vis a vis
Rotta comunista
Erre
Indymedia lavoro
Il pane e le rose
Articoli neweconomy
Noam Chomsky
Malcom X economia
La Voce.info
Z-Anarchismo
Iura Gentium
Domenico Gallo
Articolo 21
ansa
Openpolis
Asca (agenzia stampa)
Repubblica
Corriere della Sera
Adnkronos
Agenzia giornalistica italiana
Il Foglio
Informazioni on line
Rapporto Amnesty
Governo italiano
Inail
Avvisatore Parlamento
Inps
Istat
Censis
Rete no-global
Greenpeace
Utopie
Associazione pro Cuba
Rassegna stampa
Rassegna sindacale
Lucio Manisco
Nonluoghi
Osservatorio Balcani
Comunisti italiani
Rifondazione
Peace reporter
Centroimpastato
Democrazia e legalità
Società civile
Beppe Grillo
Alternative
Un mondo possibile
Laboratori di società
Antiutilitarismo
Mediawatch
Megachip
Le monde diplomatique
Report
Forum Palestina
Il filo rosso
Il Dialogo
Giulietto Chiesa
Guerraepace
Namaste
NensVisco Bersani
Unità
Sinistri progetti
Socialpress
Cafebabel
Terreliberedallamafia
Maria Turchetto
Carta
Carmilla
Lettera internazionale
Jacopo Fo
Globalproject
Attac
Anarchivio
Resistenze
Micromegas
Sbilanciamoci
War news
Tobin tax
Un ponte per
Uruknet
Lettera 22
Rainews
Reti invisibili
Centomovimenti
Euronews
Nidil Cgil
Chain workers
Cani sciolti
Ivan Ingrilli (sanità)
Sanità mondiale
Almanacco dei misteri
Rapporto Amnesty
Diritto del lavoro
Atlante geopolitico
Criticamente
Disinformazione
istitutobrunoleoni
Statistiche Bankit
Debitopubblico
Economia politica
Rasegna stampa economia
Dizionario economia
Cnel
formazionelavoratori
Confcommercio
Affari esteri
Teocollectorborse
Businessonline
Linneo economia
Economia e società aperta
Statistiche annuario ferrarese
Eures
Cgil Lombardia
Fondazione Di Vittorio
Fai notizia
Luogo comune
Zoopolitico
ok notizie
Wikio
La mia notizia
Youtube
Technorati
Blog
Answers
La leva di Archimede
Eguaglianzaelibertà
Liberanimus
Link economici
campioni pugilato
All words (dizionari)
Babelfish traduttore
Dieta
Cucina 2 : Buonissimo
Calorie
Cucina
Primi piatti
Dieta 2
Last minute
Dica 33
Schede medicinali
Dizionario etimologico
Dizionari
E-testi
Foto da internet
Ferrovie dello Stato
La Gazzetta dello Sport
Incucina
Cucina napoletana
Tabelle nutrizionali
Altalex
Pagine bianche
Calcola inflazione e interessi
Film Tv
Fuoco
Studium
Amica Mia di Pigura
prc valdelsa
Siddhartino
Altromedia
Trashopolis
lotte operaie nel mondo
vulvia
Korvo Rosso
La tela di Penelope
Conteoliver
Mario
Cloroalclero
Fronesis
Il mondo di Galatea
Polpettine
Tisbe
Lameduck
aiuto
Daciavalent
Arabafenice
Batsceba
Pibua
Guevina
Vietato cliccare
Cattivomaestro
Khayyamsblog
Francesco Nardi
Alex321
Ciromonacella
Comicomix
Devarim
Raccoon
La grande crisi del 2009 (cronache)
Giornalettismo
Zio Antonio
Radioinsurgente
Garbo
Vita da St(r)agista
sonolaico
serafico
jonathan fanesi
Valhalla
Millenniumphoenix
gianfalcovignettista
occhidaorientale
Undine
Capemaster
Mimovo
antonio barbagallo
Nefeli
Secondoprotocollo
Nessunotocchisaddam
Pragmi
Rigitans
Alessandro
Formamentisblog
Corso di traduzione letteraria
Filosofia del web
Mediamente
Psicopolis
Blog cognitivismo
Dswelfare
Caffeeuropa
Stefano Borselli
Domenico De simone
Andrea Agostini
democrazia diretta
Finkelstein
Movisol
Società e conflitto
menoStato
Settantasette
la Cia
misteri e cospirazioni
Globalizzazione
Centroimpastato
Tugan Baranovsky
Wright su reddito garantito
Contro il lavoro
Assenteismo e operai
Auschwitz e il marxismo
Cestim migrazioni
Salute naturale
Signoraggio
Umanitànova
Crisi della liquidità
Cooperazione tra cervelli
La Grassa su Bettelheim
Marx e Lange
Gramsci e la globalizzazione
Marx e la crisi
Prc quinto Congresso
Lessico gramsciano
Il virus inventato
Lotte disoccupati francesi
Biospazio
Storia nonviolenza
Tax justice network
Marx e la crisi
Seminari della controra
Valori e prezzi
Veti Usa a risoluzioni Onu
Anarchici
Nuovi mondi media
Stele e cartigli egizi
Libro dei morti
Egitto
Egitto2
Egitto3
Egitto4
Egitto5
Storia delle Brigate Rosse
Guide di Dada net
Aljazira.it
Arab monitor
Il Giornale
Cultura cattolica
Il denaro
Aldo Pietro Ferrari
Asianews
Storia della birra
Storia contemporanea
Dossier Legge Biagi
Ateneonline

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom