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3 marzo 2010

Luciano Gallino : Così il neoliberismo ha messo in crisi la civiltà

 L'interpretazione corrente, la quale vede la politica sopraffatta dall'invasione dell'economia, e dunque costretta suo malgrado ad adeguarsi alle esigenze di questa, arriva sì a descrivere con una certa proprietà gli effetti dell'invasione, ma al prezzo di ignorarne le cause.
Sono la cronaca e la storia degli ultimi decenni ha mostrare che i confini tra economia e politica non sono stati attraversati dalla prima grazie esclusivamente alle proprie incontenibili forze, come sostiene la interpretazione delineata sopra. Piuttosto va constatato che, a partire dai primi anni '80 del secolo scorso, in numerosi paesi tali confini sono stati deliberatamente spalancati all'economia non da altri che dalla politica, dal suoi parlamenti, e dalle leggi da questi emanate. L'attraversamento incontrollato dei confini tra politica ed economia non sarebbe potuto avvenire senza l'intervento di una ideologia che dopo esser giunta a pervadere l'intero sistema culturale ha promosso e legittimato tale attraversamento, e lo ha praticato essa stessa in forze riguardo ai suoi confini con tutti gli altri sotto-sistemi.



Questa ideologia è il neo-liberalesimo. L'ideologia neo-liberale non è una continuazione alla nostra epoca della dottrina politica liberale: per molti aspetti ne rappresenta una perversione.
Il neo-liberalesimo incorpora nella società contemporanea ciò che, nel suo campo, la fisica ambisce da generazioni a raggiungere, senza però riuscirvi: nulla meno di una teoria del tutto. In primo luogo, comprensibilmente, il neo-liberalesimo è una teoria politica, la quale asserisce in modo categorico che la società tende spontaneamente verso un ordine naturale. Di conseguenza occorre impedire che lo stato, o il governo per esso, interferiscano con l'attuazione e il buon funzionamento di tale ordine. Si tratta di un argomento che viene da lontano, poiché fu usato almeno dal Seicento in poi per contrastare il potere monocratico del sovrano; applicato ad una società democraticamente costituita, esso si trasforma nella realtà in un argomento contro la democrazia.
Parallelamente, il neo-liberalesimo è una teoria economica, in conformità della quale le politiche economiche debbono fondarsi su un palo di assiomi e sulla credenza in tre processi perfetti. Gli assiomi stabiliscono che lo sviluppo continuativo del Pil per almeno 2-3 punti l'anno è indispensabile anche alle società che hanno raggiunto un discreto stato di benessere allo scopo di continuare ad assicurarselo; a tale scopo è pertanto necessario un proporzionale aumento annuo dei consumi, ottenuto producendo bisogni per mezzo di merci e comunicazioni di massa. I tre processi la cui esistenza ed i benefici effetti non ammettono discussione sono: i mercati si autoregolano; il capitale affluisce dove la sua utilità è massima; i rischi (quali che siano: di insolvenza, di caduta dei prezzi, di variazioni dei tassi di interesse ecc.) sono integralmente calcolabili.
Il neo-liberalesimo contiene anche una esauriente teoria dell'istruzione. Il fine ultimo e solo di questa in ogni suo grado e comparto, stabilisce tale teoria, risiede nel conferire all'individuo competenze professionali tali da renderlo produttivamente occupabile. Infine il neo-liberalesimo incorpora una teoria inversa dei beni pubblici: di qualsiasi bene l'individuo e la collettività abbiano bisogno ai fini della loro convivenza e protezione sociale, essa afferma, è più efficiente, dunque necessario, produrlo con mezzi privati.

In sintesi, l'ideologia neo-liberale non riconosce, nè ha di fatto, alcun confine; appunto a questo deve la sua efficacia nel contribuire a riorganizzare il mondo sotto il profilo economico, politico e culturale in appena trent'anni.
La riorganizzazione politica, economica e culturale del mondo operata dal neoliberalesimo è alla base della crisi economica dei primi anni 2000; di quella cominciata nel 2007; degli immensi costi già inflitti in precedenza a quattro quinti della popolazione mondiale e al pianeta, nonché dei costi umani che l'ultima crisi scaricherà per molti anni sugli strati più deboli della popolazione, sia nei paesi emergenti che in quelli sviluppali.
E' questo insieme di cause e di effetti in ogni ambito che induce a definire la crisi economica in atto una crisi di civiltà, una crisi generale della civiltà-mondo.


20 luglio 2009

Recensioni del libro di Alberto Burgio "Senza democrazia"

 

Note a margine del libro “Senza democrazia. Un’analisi della crisi” di Alberto Burgio.

1. Controstoria del neoliberismo e cause della crisi.

Nella prima pagina dell’inserto “Finanza & Mercati” de “Il Sole 24 ore” di mercoledì 27 maggio 2009 campeggiava questa dichiarazione del banchiere David Renè James de Rothschild: “Governi e banche centrali hanno gestito bene la crisi”.
Di fronte a siffatti tentativi di falsificazione della storia, salutiamo con estremo favore voci critiche come quelle di Alberto Burgio, il cui nuovo libro (“Senza democrazia. Un’analisi della crisi”, DeriveApprodi, Roma 2009) ha il merito di riflettere sulla crisi inserendola in un ampio contesto storico e ricercandone le radici nella vicenda ultratrentennale del neoliberismo.
Questo largo angolo visuale, unitamente al confronto tra i caratteri del neoliberismo statunitense ed europeo (figlio della lezione gramsciana di “Americanismo e Fordismo”), è senz’altro uno dei maggiori pregi del libro, che offre al lettore una massa di informazioni di non sempre agevole reperimento.
Nell’elaborare la sua “controstoria” del neoliberismo, Burgio individua le cause di fondo della crisi nella sovrapproduzione di capitale e di merci, all’origine della quale operano le condizioni imposte al lavoro dipendente: deregulation del mercato del lavoro, precarietà e bassi salari. In sintesi: siamo di fronte a una crisi da sovrapproduzione figlia dei meccanismi di riproduzione del neoliberismo.
Secondo Burgio la crisi esplode, e non casualmente, nel momento in cui, dopo una fase di “guerra di posizione” durata circa un ventennio (1980-2001), il neoliberismo sferra l’attacco più duro e feroce alle conquiste sociali e politiche della c.d. “età dell’oro”, ossia dei trenta gloriosi anni che vanno dal dopoguerra fino alla fine degli anni 70 del novecento, iniziando una intensa “guerra di movimento” (dal 2001 fino al 2008) che ha come obiettivo principale l’asservimento totale e definitivo del lavoro e della forze sindacali agli interessi del capitale.

2. L’umanità davanti a un bivio.

D’altra parte, la portata sistemica della crisi parrebbe indurre la previsione di trasformazioni epocali. Anche sul punto l’analisi di Burgio è puntuale e rigorosa. Bando ai facili entusiasmi. Nessun scontato goodbye al neoliberismo è dietro l’angolo. Secondo l’autore la crisi pone l’umanità di fronte ad un preciso bivio: da una parte, la possibilità che il capitalismo, non soltanto difenda le proprie posizioni, ma le fortifichi e le estenda, trasformando la “rivoluzione passiva” neoliberale dell’ultimo trentennio in una vera e propria “restaurazione conservatrice” (come nella Germania post Weimar), con profonde e gravi conseguenze regressive anche sul piano delle libertà democratiche e dei diritti; dall’altra parte, si profila la possibilità di una “transizione egemonica forte”, ossia di una fuoriuscita dal capitalismo, la cui insostenibilità sociale, economica ed ecologica è ormai sotto gli occhi di tutti.
Questa seconda possibilità, tutta da costruire, si gioverebbe di taluni elementi di segno progressivo che la crisi sta facendo emergere e che Burgio, con grande puntualità e lucidità, individua nel ritorno alla centralità dello Stato e della politica (dopo anni di primato del mercato); nel ritorno alla centralità della produzione (dopo anni di primato della finanza) e, dunque, nella connessa possibilità di una riemersione “forte” del conflitto capitale/lavoro; nella crisi dell’unilateralismo statunitense e nel connesso spostamento del baricentro degli equilibri geopolitici verso la Cina, l’India e i paesi del sudamerica; ed infine, nell’assunzione, sul piano economico, di una sempre maggiore rilevanza dei fondi sovrani, ossia di ingenti masse di capitale appartenenti a paesi non capitalistici o comunque non asserviti all’occidente (es. Cina, paesi arabi ecc.).
Sugli esiti della sfida, Burgio non si avventura correttamente in alcuna previsione, ben consapevole del fatto che tutto dipenderà dall’evoluzione dei rapporti di forza in campo, dalla “coscienza operosa, dotata degli strumenti necessari a tradurre in realtà idee, giudizi e volontà” delle soggettività di sinistra e anticapitaliste e dalla loro capacità di sviluppare e mettere a frutto gli elementi progressivi sopra enucleati.

3. Il neoliberismo di “marca americana”: tra indebitamento privato e rivoluzione passiva.

In questo quadro, una delle parti più stimolanti del libro è certamente quella in cui l’autore, rispondendo all’interrogativo “perché non vi è stata difesa?” (al mortale attacco sferrato, a partire dagli anni 80 del novecento, al lavoro dipendente) e utilizzando categorie gramsciane, giunge alla conclusione per cui in Europa, a differenza che negli Stati uniti, il processo di affermazione del neoliberismo non ha assunto la forma di una “rivoluzione passiva”, bensì quella di una pura e semplice restaurazione, e ciò per l’assenza di una costruzione egemonica sul terreno materiale ed economico idonea a soddisfare, almeno in parte, le esigenze dei ceti subalterni.
Secondo una riflessione che Burgio conduce ormai da anni (iniziata quantomeno col suo “Gramsci Storico. Una lettura dei “Quaderni del carcere”, Laterza, Roma-Bari 2003, e proseguita con “Per Gramsci. Crisi e potenza del moderno”, DeriveApprodi, Roma 2007), ciò che Gramsci chiama rivoluzioni passive sono processi di trasformazione complessi della società caratterizzati da almeno tre elementi essenziali: la direzione dei processi di trasformazione economica, sociale e politica da parte delle classi dirigenti tradizionali; il soddisfacimento parziale delle istanze dei ceti subalterni, con conseguente, sia pur minimo, effetto progressivo; l’assenza di conflitto determinata, da un lato (a), dall’egemonia della classi dirigenti tradizionali e dall’altra (b), dalla debolezza e, in ultima istanza, dal trasformismo, delle forze politiche e sindacali “progressive” che rappresentano i ceti subalterni.
L’affermazione del neoliberismo negli Stati Uniti ha soddisfatto, secondo l’autore, tutti e tre gli aspetti salienti della nozione gramsciana di “rivoluzione passiva”.
In particolare, l’egemonia delle dottrine neoliberiste si è affermata, oltre (e prima) che sul terreno culturale (manipolazione dell’opinione pubblica attraverso i mass media, proposizione di valori e modelli di comportamento ecc.), sul terreno della struttura economica e materiale, attraverso la ricetta economica, favorita da precise scelte governative e del sistema bancario, del facile accesso all’indebitamento privato e ai guadagni di borsa generalizzati. Ricetta, questa, che ha permesso alla classe media e anche a strati della classe operaia statunitense di compensare la riduzione dei redditi di lavoro determinata dai processi di sistematico smantellamento del sistema industriale (in favore delle reti finanziarie) attuati dal capitale e di mantenere tendenzialmente stabile il proprio tenore di vita.
Il fenomeno non deve stupire se si pensa che, ad esempio, anche il “fordismo” ha costruito la propria egemonia sul terreno materiale, attraverso la politica degli “alti salari”.
Parafrasando Gramsci si potrebbe dire che negli Stati Uniti l’egemonia neoliberista “nasce dalla finanza (non più dall’industria) e non ha bisogno per esercitarsi che di una quantità minima di intermediari professionali della politica e dell’ideologia”.

4. Neoliberismo europeo e trasformismo della sinistra: un’ipotesi di mera restaurazione?

Secondo Burgio in Europa il processo di affermazione del neoliberismo avrebbe avuto invece una dinamica differente in quanto non sarebbe stato determinato dalla costruzione di un impianto egemonico operante (già) sul terreno delle condizioni materiali dei ceti subalterni e, quindi, non sarebbe stato sostenuto da elementi di relativa progressività sul piano del soddisfacimento delle esigenze economiche dei subalterni. Tale conclusione muove dalla constatazione (esatta) per cui nei paesi europei (si pensi all’Italia) la ricetta del facile accesso all’indebitamento privato e ai guadagni di borsa generalizzati non ha operato, così impedendo l’affermazione della pur effimera base materiale dell’egemonia costituita dal coinvolgimento del lavoro dipendente nella speculazione finanziaria.
L’assenza di conflitto nell’affermazione del neoliberismo, secondo l’autore, sarebbe da imputarsi esclusivamente alla sua egemonia culturale (e non materiale) e al trasformismo delle forze politiche e sindacali di sinistra, pronte a saltare sul carro del vincitore e a recepire acriticamente i principi e i dogmi del nuovo vangelo economico.
Secondo tale ragionamento, il processo europeo di affermazione del neoliberismo sarebbe stato peggiore di una rivoluzione passiva, in quanto privo di quei minimi effetti di relativa progressività per i ceti subalterni che caratterizzano ogni forma di rivoluzione-restaurazione. Ci saremmo, pertanto, trovati in presenza di una pura e semplice restaurazione.
Pur condividendo l’impianto generale e l’analisi del libro, sul piano critico, ciò che, forse, può essere eccepito alla stimolante riflessione di Burgio è l’assenza di una ipotesi di ricerca tendente ad individuare l’esistenza di vie proprie e originali (“non di marca americana”) che in Europa l’egemonia neoliberista potrebbe avere sviluppato (anche) sul terreno materiale ed economico.

5. Il “caso italiano” e la funzione del debito pubblico.

Con riferimento all’Italia, ad esempio, ciò su cui bisognerebbe interrogarsi è la natura e la portata della forza egemonica sul terreno materiale della scelta di conferire in tutto il trentennio neoliberista - al di là dei tanti proclami ideologici sulle virtù del libero mercato (la “fanfara” neoliberista) - permanente centralità al debito pubblico (in luogo del debito privato). Quest’ultimo aspetto avrebbero forse meritato un maggiore approfondimento da parte dell’autore, e ciò anche in considerazione delle dimensioni socio-economiche del fenomeno. Si consideri che secondo i dati forniti da Luigi Pasinetti in un noto saggio pubblicato nel 1998 con il titolo “The myth (and folly) of the 3% deficit/Gdp Maastricht parameter” sul “Cambridge Journal of Economics”, nel caso dell’Italia, il debito pubblico è per la stragrande maggioranza (tra l’80 e il 90%) posseduto da soggetti residenti.
Come gli studi dello stesso Pasinetti dimostrano, una cosa è il giudizio sul processo di accumulazione passata del debito pubblico e altra e ben diversa cosa è la funzione che il debito pubblico svolge una volta formatosi. Il debito pubblico offre due facce della medaglia. Da un lato, è una passività per lo Stato (e, attraverso, lo Stato, per l’intera comunità), ma, dall’altro, rappresenta un insieme di attività finanziarie per il singolo individuo o le singole istituzioni (private o pubbliche) che ne detengono il possesso, permettendo loro di trasferire nel tempo il proprio potere di acquisito. Non esistono dubbi sul fatto che una tale funzione, nella misura in cui determina un effetto di spiazzamento delle attività finanziarie private a favore di quelle pubbliche, svolga un ruolo molto importante quale fattore di (relativa) maggiore stabilità finanziaria di un sistema. In altri termini, se si considera l’indebitamento totale (debito pubblico più debito privato), quei paesi (come l’Italia) che hanno un elevato debito pubblico mostrano un indebitamento privato decisamente più basso. Il che potrebbe essere una delle ragioni per le quali in Italia gli effetti della crisi non sono stati così devastanti come in paesi a elevato indebitamento privato quali gli Stati Uniti.

6. Ipotesi di lavoro.

Bisognerebbe chiedersi se la politiche del debito pubblico del trentennio neoliberista (ma analogo discorso si potrebbe forse fare, nonostante il contrario avviso dell’autore, per le politiche dei redditi e di concertazione introdotte con gli accordi del 31 luglio 1992 e del 23 luglio 1993 e che oggi, non a caso, Confindustria e governo Berlusconi si apprestano a smantellare con l’opposizione della sola CGIL) siano state solo finzioni sovrastrutturali o abbia portato concreti vantaggi materiali, sia pure minimi e transitori, ai ceti più deboli, così costituendo l’equivalente “di marca italiana” e sul terreno materiale, dei transitori ed effimeri vantaggi concessi ai ceti medi e agli operai americani attraverso il facile accesso all’indebitamento privato e ai guadagni di borsa. La transitorietà dei vantaggi materiali è, infatti, un dato comune anche alle ricette neoliberiste statunitensi. Basti pensare all’inferno nel quale il facile accesso all’indebitamento privato ha condotto oggi milioni di famiglie americane.
Se l’ipotesi di lavoro qui sommariamente abbozzata fosse fondata (debito privato sta agli USA come debito pubblico sta all’Italia) la categoria della “rivoluzione passiva” potrebbe essere recuperata anche per qualificare il neoliberismo di casa nostra. Il che non dovrebbe stupire né scandalizzare, ove si consideri che, per Gramsci, persino il fascismo, pur differenziandosi dal fordismo, era una “rivoluzione passiva” in virtù della componente corporativa che introduceva embrionali strutture di Stato Sociale.
La ricostruzione qui suggerita, infine, avrebbe il pregio di coordinarsi perfettamente con le ipotesi dell’autore circa gli sviluppi futuri della “crisi”, dando conto, con coerenza, della possibilità di involuzione, anche sotto il profilo delle garanzie democratiche di libertà, degli assetti politici ed istituzionali dei paesi occidentali, in termini di passaggio da una fase, per l’appunto, di “rivoluzione passiva” a una fase di vera e propria “restaurazione conservatrice”. Ragionando diversamente il possibile “salto di qualità” in termini di risposta regressiva delle classi dominanti non risulterebbe allo stesso modo apprezzabile.

Roberto Croce

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Il libro di Alberto Burgio sulla crisi economica e sociale che stiamo vivendo, senza nulla concedere alle semplificazioni, si propone come uno strumento di conoscenza e lavoro per tutti coloro che vogliono andare alla radice di questa crisi e della sua genesi. Il libro è di agevole e piacevole lettura anche per i non specialisti.
La ricostruzione, accompagnata da una ricchissima bibliografia, parte, infatti, dalla conclusione della seconda guerra mondiale e dal periodo storico 1945 -1975, noto come i «trenta gloriosi». Il nodo centrale della ricostruzione storica è l'analisi di come gli Usa modellarono una fase di crescita che sembrava avere introdotto per sempre nel capitalismo una dimensione sociale eliminandone la congenita instabilità e di come si è poi arrivati alla fase neoliberista degli ultimi trenta anni. Infine si analizza criticamente l'esplosione della crisi uscendo dagli schemi semplificatori di molti altri libri e articoli, in particolar modo per quanto concerne il rapporto tra finanza e industria. Si punta il dito sul modello di accumulazione sviluppatosi dagli anni Novanta e sullo squilibrio sistemico del capitalismo e si affrontano le trasformazioni sociali avvenute in Italia a seguito dell'avvento del neoliberismo. Rilevare lo squilibrio sistemico del capitalismo, che oltre che ai capitalisti, appariva superato al personale politico occidentale, compresi i vari riformismi, consente di fare emergere la parabola discendente della prassi e del pensiero riformista sia in Italia che in Europa.
Tutto ciò sarebbe sufficiente a consigliarne la lettura. In questo volume però si sviluppa, contemporaneamente, una linea di analisi più coraggiosa e ambiziosa della sola ricostruzione critica di questa lunga fase storica. L'autore, infatti, sviluppa una riflessione sul presente attualizzando la domanda che Antonio Gramsci si pose sul perché Mussolini avesse vinto; insomma perché, in particolar modo in Europa, la rivoluzione neoliberista non ha incontrato una resistenza sociale, per non parlare di quella politica, all'altezza delle drammatiche conseguenze sociali che provocava? Su cosa si è basato il consenso di massa ottenuto, dai Bush, dalla Thatcher, da Berlusconi? Burgio, dopo avere richiamato anche l'esigenza di una riflessione sulle trasformazioni antropologiche avvenute - consumismo e individualismo -, ricostruisce, fuori da ogni imbastardimento, il concetto originario di Gramsci di «rivoluzione passiva», cioè di processi di trasformazione economica, sociale e politica diretti dall'alto. Tale concetto per essere utilizzato richiede, oltre alla direzione dall'alto, che le trasformazioni diano parziale soddisfazione alle istanze poste dalle classi subalterne e che vi sia l'assenza o la carenza del conflitto sociale.
Notoriamente in Gramsci tale concetto era associato all'analisi del trasformismo delle classi dirigenti italiane. L'autore ci ricorda che per Gramsci le rivoluzioni passive, così intese, sono «restaurazioni progressive», vi è cioè la capacità delle classi dominanti di fare i conti con importanti processi di trasformazione della società. Così definito il concetto, egli ne trae la conclusione che mentre negli Usa esso è pienamente utilizzabile, in Europa, specificatamente in Italia manca la condizione della parziale soddisfazione di esigenze delle classi subalterne che sono state solo vittime e non parzialmente beneficiarie, come negli Usa, della bolla speculativa finanziaria. Ne esce un atto di accusa molto radicale sui gruppi dirigenti del riformismo europeo, visti come un esempio di trasformismo, e la ricerca di una spiegazione meno politologica della crisi della rappresentanza politica a sinistra. In questo quadro si indica come maturi una pericolosa crisi democratica. Sarebbe di grande interesse fare interagire il richiamo alla spiegazione antropologica, nella linea di Pasolini e altri, con il concetto di rivoluzione passiva, il libro ce ne offre un'opportunità.
Negli ultimi due capitoli si affronta l'oggi, sia attraverso una valutazione critica delle misure adottate dai governi di tutto il mondo per uscire dalla crisi, sia rispetto alle prospettive aperte di fronte a noi. Il libro sottolinea l'ambivalenza della situazione odierna, e quindi la presenza di un'opportunità per una svolta radicale, senza nascondere i pericoli che dobbiamo superare. Si polemizza con grande forza contro il rischio, a sinistra, di una nuova fase di «pensiero desiderante che scambia la congettura per previsione e la previsione per analisi», in favore di un realismo attivo, basato sul conflitto sociale, la soggettività e la democrazia. Si tratta di trarre profitto dalla crisi di egemonia del capitalismo prima che si avvii una possibile nuova rivoluzione passiva, se non una crisi senza uscite. Si indica la via di un diverso modello di sviluppo, riassumendo quanto già elaborato dai saperi critici che a sinistra hanno in questi anni costruito delle opzioni di politiche alternative, sottolineandole la concretezza a fronte dell'irrazionalità del capitalismo.

Francesco Garibaldo



Una guerra contro il lavoro. La rivincita del capitale sulle conquiste sociali del ciclo precedente. E’ questa, in definitiva, la cifra con cui Alberto Burgio legge ed interpreta – nel suo ultimo libro – la grande trasformazione neoliberista degli ultimi 30 anni. Avvincente come un romanzo e documentato come un atto d’accusa, si legge nella quarta di copertina. Vero! Con un’attenzione scrupolosa alle cifre, Burgio ricostruisce con chiarezza genesi e geografia di un disastro. Un crollo mondiale, concomitante e irrefrenabile, del Pil, della produzione industriale, del credito a imprese e famiglie, dei consumi e dell’occupazione. Esplosa per l’insolvenza dei lavoratori sottopagati o disoccupati, la crisi si dispiega aggravando precarietà e disoccupazione. Le conseguenze socio-economiche di ciò sono prevedibili e dirompenti, laddove l’entità delle risorse necessarie al contrasto assume proporzioni tali da scardinare ciò che resta delle retoriche rigoriste che questa crisi hanno concorso a determinare. La situazione italiana è, se possibile, ancora più drammatica. Debito pubblico, salari, precarietà, disuguaglianza, famiglie povere. L’effetto del keynesismo delinquenziale dell’establishment nazionale degli anni 80-90, eversivo in alcune sue componenti e capace di dilapidare alcuni fra i settori strategici del nostro sistema industriale. La società si dissolve nei suoi estremi: senza legge in alto, senza diritti in basso. Non si fa politica industriale e dell’innovazione ma la colpa di tutto viene scaricata sul costo e sulla produttività del lavoro. Della Costituzione democratica e fondata sul lavoro non rimane che una parvenza.
Il contesto in cui matura questa rivoluzione conservatrice è quello della globalizzazione neoliberista. Le conquiste degli anni 60-70 vengono messe fra parentesi e il capitale è ora in grado di restaurare il ciclo storico precedente. Con una valutazione che da sola richiederebbe un supplemento di analisi, Burgio ritiene che tale smottamento sia dovuto non poco alla fine dell’URSS, concepita come riferimento fondamentale e termine di paragone con cui il capitalismo è stato costretto a misurarsi. Una tesi alla Hobsbawm. D’accordo, ma fino a quando? E a quali costi per quei popoli sottomessi? Di certo però c’è che a partire dagli anni 80 il capitale si prende la sua rivincita. Cerca lo scontro campale e vince (controllori di volo USA, minatori inglesi, operai Fiat e non solo da noi). Luoghi e attori della democrazia vengono via via espropriati di ogni potere reale, che si concentra nelle mani di una tecnocrazia globale fatta di multinazionali, operatori finanziari e società di rating.
Ma perché il mondo del lavoro subisce così pesantemente senza reagire? L’analisi di Burgio è gramsciana: questioni di egemonia e di rivoluzione passiva. I mutamenti del lavoro dissolvono le condizioni che avevano favorito l’ascesa operaia laddove, con un controllo pervasivo dei media, il capitale si riappropria di una egemonia culturale, foriera di una vera e propria svolta antropologica.
Il degrado italiano, per parte sua, è anche figlio del degrado della sinistra, che introietta con zelo esagerato le teorie della governabilità e della modernizzazione su cui la incalza l’avversario. Se oggi siamo un paese intossicato e assuefatto a tutto è anche a causa del vuoto lasciato a sinistra. Fra le sue cause recenti vi sarebbe per Burgio un antico vizio nazionale: il trasformismo. La fine del PCI e la concertazione sindacale rappresentano, ai primi anni ’90, gli eventi che per Burgio marcano il passaggio di fase. L’A. è ben conscio del carattere epocale entro cui, anche da noi, maturano le cause dell’arretramento. E tuttavia, scrive, c’è sconfitta e sconfitta. E ad andare perduta è stata, prima di tutto, l’autonomia culturale e strategica. Ci si carica dell’interessa nazionale ma col risultato di avallare, in un paese iniquo e incline all’illegalità, un risanamento pagato tutto dal mondo del lavoro. Troppe concessioni, in sostanza, senza contropartite per il mondo che si vuole rappresentare.
A questo punto la replica non può che essere: qual’era l’alternativa? Si potevano aggirare i vincoli della nostra collocazione internazionale? All’estero è andata tanto diversamente? Era ipotizzabile la conservazione del PCI? E quanto a lungo? E che dire di un’alternativa antagonista a relazioni industriali già estenuate dalle sconfitte degli anni 80? La lotta infatti c’era stata, ma la si era persa e a più riprese. E questo Burgio, forse, non lo sottolinea abbastanza.
Di contro però, nessun protagonista di questi anni può chiamarsi fuori rispetto al disastroso bilancio politico e sociale che è sotto gli occhi di tutti. Che non ci fossero veramente alternative va’ argomentato e provato, sul piano storico e politico, alla luce di ciò che ne è derivato. E quest’onere è tutto di chi quelle scelte ha voluto e perseguito. In questo Burgio ha perfettamente ragione.
Oggi, con la crisi, possono effettivamente aprirsi nuove opportunità. Ma quali? La ricetta di Burgio, intellettuale e militante comunista, è un ritorno all’organizzazione e all’antagonismo sociale. Un ripristino dell’impianto classista laddove egli stesso deve ammettere una tendenziale estinzione delle classi sociali, sia pure come esito regressivo in atto Il ceto medio scompare forse come classe in sé, ma la sua soggettività (stili, valori, culture) resiste alla crisi materiale che la attanaglia. La sua proletarizzazione economica non prelude affatto, crediamo, ad una sua proletarizzazione socio-politica. Piuttosto è il proletariato che ci pare “cetomedizzarsi” sul terreno della soggettività.
C’è poi l’obiettivo di un ricompattamento politico, in grado di riportare a sintesi una soggettività oggi dispersa, precarizzata e colonizzata ideologicamente. Ma in che modo? Ciò che per il momento ci tocca constatare è che sotto la spinta potente delle retoriche populiste, in Italia come in Europa, prende corpo una drammatica secessione di massa da quel poco che è rimasto di tutte le ideologie novecentesche del movimento operaio. Del resto, se di svolta antropologica si è trattato, si capisce come il compito che abbiamo di fronte risulti a dir poco titanico.

Salvo Leonardi

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Da ormai dieci anni, dai tempi di Modernità del conflitto e attraverso il recente Per Gramsci. Crisi e potenza del moderno , tutti pubblicati da DeriveApprodi, Alberto Burgio si impegna in un intenso corpo a corpo con i problemi della composizione, della soggettività e della lotta delle classi nella modernità capitalistica con i metodi e il rigore dello studioso messi al servizio di una militanza politica e intellettuale esplicitamente assunta. Questo suo ultimo lavoro - Senza democrazia. Per un'analisi della crisi , (DeriveApprodi, Milano 2009, pp.288, euro 15) - si propone di fornire ai lettori gli strumenti per comprendere l'attuale situazione del mondo del lavoro e della sinistra e per spiegare come i conflitti ineludibili che sorgono in luoghi e momenti diversi non riescano a collegarsi e a farsi rappresentare efficacemente. Senza democrazia : il titolo denuncia la situazione prodottasi nelle nostre società, nelle quali i soggetti implicati nei conflitti in passato definiti di classe non riescono a determinare le scelte generali. La grande speranza che il suffragio universale aveva aperto fin dal 1793, che le minoranze privilegiate sarebbero state accerchiate dalla volontà delle maggioranze consapevoli dei propri diritti sembra oggi illusoria.
In questi anni non sono mancate analisi lucide e rigorose della crisi e del rapporto fra la finanziarizzazione e la perdita di potere dei lavoratori organizzati. Non pochi economisti denunciano lo scandalo della costante riduzione dei salari in tutto il mondo capitalistico ma criticano anche la pura indispensabile richiesta di politiche di redistribuzione della ricchezza, proponendo invece vere e proprie politiche industriali. D'altra parte molte analisi sulla potenza dell'immaginario, abbinata a quell'invenzione della tradizione di cui le Leghe sono diventate esperte - che sono state messe in campo per spiegare la peculiarità del dominio esercitato dalla destra italiana nell'ultimo ventennio - trascurano spesso la contraddizione in ultima istanza e finiscono per limitarsi a una battaglia anche coraggiosa nel campo del costume, del quotidiano, dell'etica, o della contestazione del dominio biopolitico.
L'analisi di Burgio ha l'ambizione di analizzare le classi e le loro possibili soggettività dentro la crisi del capitalismo finanziario globale. Nei primi capitoli riassume e sistematizza le vicende della finanziarizzazione dell'economia e della politica di guerra della presidenza Bush, l'esplosione della "bolla speculativa" immobiliare, l'insolvenza generalizzata delle classi lavoratrici trascinate in una politica di credito al consumo che si era manifestata già nella crisi del '29. Ma per comprendere gli effetti sociali di questi processi utilizza la categoria gramsciana di "rivoluzione passiva" e l'applica al nostro presente. Specialmente nel quarto capitolo, "Egemonia e rivoluzione passiva", Burgio spiega i comportamenti collettivi di tanta parte del mondo del lavoro che in Europa e negli Usa come l'effetto dell'introiezione da parte della sinistra politica delle ragioni dell'avversario e dunque della superiorità del mercato capitalistico - che ha ben diverse finalità e razionalità - nel rispondere in ultima istanza ai bisogni economici, sociali e simbolici di tutti. A un capo di questo processo, l'implosione dell'Urss che «come ebbe a scrivere Guy Debord, ... tolse alle democrazie occidentali ogni incentivo alla virtù» e ai lavoratori organizzati, dall'altro il paradosso tragico dei fondi pensione.
La globalizzazione mercantile e finanziaria ha prodotto la ristrutturazione oligarchica dei centri di decisione. Le delocalizzazioni, le esternalizzazioni, i mutamenti dell' organizzazione del lavoro hanno contribuito a provocare una disgregazione corporativa della società, in cui il conflitto delle classi fondamentali è ideologicamente riletto come frizione, come concorrenza fra ceti e gruppi. Tale lettura è uno degli effetti della "rivoluzione passiva". A questo proposito, un passo del volume va raccomandato in particolare all'attenzione e lo cito quasi interamente: «Il mutamento trasformistico della sinistra italiana... è avvenuto nel segno della "scoperta della complessità" che ha indotto dirigenti politici e sindacali a dismettere la prospettiva classista». Contro letture riduttive e caricaturali, Burgio rivendica invece la modernità creativa del marxismo, per leggere le difficoltà attuali dei lavoratori e dei partiti che ad essi fanno riferimento ma anche per individuare le possibilità di un nuovo modello di sviluppo che ridia ad essi la capacità di autolegittimarsi anche soggettivamente. In un capitalismo in cui - come dice la presentazione editoriale del volume - «le forze produttive sociali si sono sviluppate in misura tale da surclassare le capacità metaboliche del capitalismo, che non è stato più in grado di metterle pienamente in valore e di alimentarne lo sviluppo in forme socialmente progressive» il volume permette di mettere meglio a fuoco una strategia, di lungo periodo, di emancipazione sociale.

Maria Grazia Meriggi


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