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10 febbraio 2009

Confronto tra Tito Boeri e Massimo Roccella

Tito Boeri
La proposta del «contratto unico» è stata presentata per la prima volta dal professor Pietro Garibaldi e da me nel 2002 all'università Statale di Milano e poi sul sito lavoce.info. Siamo passati da una fase di sostenuta crescita economica, in cui si registravano significativi tassi di crescita del prodotto interno lordo, non accompagnata però da un'altrettanto sostenuta capacità del sistema di generare nuovi posti di lavoro (è ciò che nelle pubblicazioni in lingua inglese viene definita jobless growth , crescita senza lavoro), a una situazione esattamente rovesciata, in cui la nostra economia è entrata in una fase di stagnazione che di fatto continua da circa la metà degli anni Novanta e tuttavia è riuscita a creare moltissimi posti di lavoro, più di 2 milioni.
Siamo passati dalla crescita senza posti di lavoro alla crescita del lavoro senza crescita economica [...]. Questo è un fenomeno - sulla cui analisi teorica abbiamo lavorato molto io e il professor Garibaldi - che abbiamo definito honeymoon , cioè «luna di miele»: quando in un mercato del lavoro che ha un regime di protezione dell'impiego abbastanza forte si introduce la possibilità per il datore di lavoro di assumere dei lavoratori molto flessibili e non eccessivamente tutelati, i datori di lavoro possono costruirsi una specie di «cuscinetto» di lavoratori, i quali saranno i primi a essere mandati via qualora la situazione del ciclo dovesse peggiorare. Ecco perché può avvenire che, anche quando l'economia non va a gonfie vele, si registri un aumento dell'occupazione.
Chiarito il quadro di fronte al quale ci troviamo, passiamo a vedere le patologie dalle quali è affetto, che sono principalmente tre. Il primo aspetto rimanda all'eccessiva complessità normativa determinata dalla moltiplicazione delle figure contrattuali [...]. Il secondo aspetto davvero grave e preoccupante concerne l'asimmetria molto forte che penalizza soprattutto i giovani, perché sono loro a entrare nel mercato del lavoro da una porta secondaria, attraverso queste nuove tipologie contrattuali [...]. La terza patologia è forse quella più grave. I lavoratori precari sono destinati ad avere carriere lavorative discontinue, con frequenti episodi di disoccupazione e salari bassi. Con le nuove regole del regime previdenziale - un regime di tipo contributivo - questi lavoratori sono destinati ad arrivare alla fine della loro carriera lavorativa con dei trattamenti previdenziali molto bassi, in molti casi al di sotto del minimo vitale [...].
Veniamo allora alla nostra proposta. Noi pensiamo che si debba superare questa stridente asimmetria tra i contratti a tempo indeterminato e le altre tipologie contrattuali, asimmetria che si è creata anche per l'incentivo fortissimo che le imprese hanno nel ricorrere ai contratti flessibili, dal momento che quelli a tempo indeterminato hanno fin da subito - o meglio, dopo il periodo di prova - regimi di protezione dell'impiego molto stringenti. Nella nostra proposta noi sosteniamo che si debbano creare degli standard minimi applicati a tutte le tipologie contrattuali; per esempio i contributi previdenziali devono essere gli stessi per tutti i tipi di lavori che vengono svolti [...]. In secondo luogo deve essere istituito un salario minimo orario, che deve tutelare tutti i lavoratori, e quindi anche quelli cosiddetti precari, i quali molto spesso hanno un potere contrattuale così basso da essere costretti a svolgere prestazioni a dei salari orari davvero bassissimi. Pensiamo solo al fatto che in Italia ci sono persone che percepiscono meno di 5 euro all'ora [...]. Il nostro «contratto unico» si prefigge infine di rendere progressiva la costruzione delle tutele nei primi tre anni del rapporto lavorativo, in modo tale da non porre il datore di lavoro di fronte al forte deterrente all'assunzione costituito dalle garanzie contenute nel tradizionale contratto a tempo indeterminato.

Massimo Roccella
Boeri e Garibaldi continuano a fare riferimento all'Ocse, sostenendo che il nostro mercato del lavoro sarebbe caratterizzato da uno dei regimi più restrittivi per quanto riguarda le tutele nei confronti del licenziamento, ma lo fanno trascurando dati della stessa fonte Ocse che oggi dicono esattamente il contrario [...]. Tutte le cose che si sono scritte per sostenere, in primo luogo, che la nostra legislazione in materia di licenziamento è particolarmente restrittiva e, in secondo luogo, che, quand'anche non lo fosse, molto restrittivi sarebbero i giudici del lavoro, non soltanto non riposano su dati empirici, ma anzi sono da questi contraddette.
Questa è la cornice teorica entro la quale è formulata anche la proposta del «contratto unico», ed è evidente che se la cornice teorica non regge alla prova empirica anche la proposta concreta ne risulta compromessa.
I giuristi sono abituati a utilizzare le parole con proprietà di linguaggio e quindi se dicono «contratto unico», intendono dire proprio «contratto unico». Invece nella proposta di Boeri e Garibaldi il contratto unico non è affatto un contratto unico. È un contratto ulteriore, nel senso che verrebbe introdotta una nuova tipologia contrattuale che si affiancherebbe a tutte quelle oggi esistenti, le quali rimarrebbero perfettamente in vita così come sono, grossomodo identiche [...]. Ora: questo contratto potrebbe essere uno strumento per migliorare le condizioni lavorative e le tutele rispetto alle situazioni attualmente esistenti? No, sfortunatamente le peggiorerebbe. Il contratto unico sarebbe sì un contratto a tempo indeterminato, ma si badi bene che «contratto a tempo indeterminato» non è affatto sinonimo di impiego stabile [...]. Di questo appunto si tratta nel caso della proposta dei professori Boeri e Garibaldi: un contratto a tempo indeterminato con libertà di licenziamento nei primi tre anni di durata del rapporto. 




Tito Boeri
Oggi i vari contratti atipici costituiscono il canale principale di ingresso nel mondo del lavoro: sappiamo che il 70 per cento dei lavoratori sotto i 40 anni viene assunto tramite queste nuove formule contrattuali. Per cui, quando l'Ocse nel corso del tempo aggiorna i suoi indicatori, è evidente che recepisce anche le novità della legislazione. E questo spiega la diminuzione del punteggio attribuito all'Italia. Tale diminuzione è dovuta unicamente ai contratti atipici, non ai contratti regolari, la cui rigidità è rimasta uguale nel corso del tempo. Fatta questa precisazione, perché definiamo la nostra proposta «contratto unico»? L'idea è che il contratto a tempo indeterminato deve tornare a essere la modalità principale di ingresso nel mercato del lavoro, per tutti. Noi siamo contrari a dei trattamenti specifici per i giovani, perché i trattamenti specifici sono quelli che spesso portano a delle condizioni di dualismo e di segregazione [...]. Non pensiamo che sia giusto proibire tutti gli altri contratti oggi esistenti, perché tale misura comporterebbe il serio rischio di distruggere posti di lavoro [...]. Quanto alla critica mossa dal professor Roccella secondo la quale il nostro contratto abbasserebbe le tutele, rispondo che non è affatto vero. Sicuramente le innalzerebbe moltissimo rispetto a coloro che entrano nel mercato del lavoro con le modalità attuali. Poiché è sicuramente molto più forte la protezione garantita da un contratto a tempo indeterminato sul modello del nostro «contratto unico», rispetto a quella garantita dai contratti di collaborazione coordinata e continuativa (nella pubblica amministrazione) o dai contratti a progetto (nel settore privato).

Massimo Roccella
L'indice Ocse è stato costruito sui rapporti di lavoro a tempo indeterminato. I lavori atipici non c'entrano, sono un'altra cosa [...]. Ritorniamo al contratto unico. Ribadisco: qui davvero si rischia di parlare due linguaggi diversi. Non ha nessun senso comparare le mele con le pere e dire, ad esempio, che alla scadenza di un contratto a termine il lavoratore non ha diritto a nulla, mentre nel caso del contratto unico sin dall'inizio avrebbe diritto a qualche cosa. Bisogna comparare situazioni omogenee. Quello che è certo è che, se tu sei licenziato durante un contratto a termine in maniera arbitraria, hai diritto a un risarcimento integrale del danno, corrispondente alle retribuzioni del periodo sino al termine originario del rapporto, mentre nel caso del contratto unico ventilato da Boeri e Garibaldi, il risarcimento sarebbe veramente irrisorio.
Ma andiamo al punto di sostanza [...]. Boeri e Garibaldi immaginano che al termine del triennio il datore di lavoro, avendo investito in capitale umano, sarebbe portato quasi automaticamente a confermare il lavoratore in servizio con tutte le tutele dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ma le cose non stanno affatto così: questa è una rappresentazione semplificata del mercato del lavoro, come se esistessero imprese tutte identiche e lavoratori tutti identici. In particolare l'offerta di lavoro è assolutamente diversificata: ci sono lavoratori con competenze molto elevate ed altri con competenze molto basse, destinati a mansioni per il cui espletamento è necessario e sufficiente un brevissimo periodo di prova, non certamente tre anni come immaginano Boeri e Garibaldi. Pensate che per imparare a fare il cassiere di un supermercato sia necessario un periodo di inserimento di tre anni? E pensate che al termine del triennio non sarebbe molto più conveniente per il datore di lavoro licenziare quel lavoratore e assumerne un altro, sempre con clausola di licenziamento incorporata? La verità è che in questo modo si finirebbe col creare una casta molto ristretta di lavoratori che accederebbero al beneficio dell'articolo 18, circondata da un vastissimo settore del mercato del lavoro che alla stabilità non arriverebbe mai. Allora sì, a quel punto l'articolo 18 diventerebbe un privilegio e si creerebbero le condizioni per la sua abrogazione definitiva.


7 gennaio 2009

Fabio Sebastiani : contro il precariato. Intervista a Mena Trizio, segretaria della Nidil-Cgil

 

«La crisi potrebbe essere l'occasione per uscire da una situazione della precarietà che non giova a nessuno e che dimostra che questo sistema non regge». Mena Trizio è la segretaria generale del Nidil, il sindacato che nella Cgil si occupa di precari o, come recita l'acronimo, di "nuove identità del lavoro". Liberazione l'ha intervistata chiedendole un parere sui dati presentati dalla Cgia di Mestre sull'entità della precarietà in Italia. Qualche mese fa il Nidil presentò una ricerca, in collaborazione con l'Osservatorio sulla precarietà dell'Università La Sapienza di Roma, che parlava di circa quattro milioni di precari e di precarie nel mondo lavoro. 



E' difficile riuscire a trovare dati concordanti sul fenomeno della precarietà. Perché questa discordanza?

Intanto c'è una articolazione all'interno della precarietà, perché non è mai la stessa e non contempla gli stessi diritti.

Proviamo a mettere un po' di ordine allora.

Hai i contratti a termine, che sono oltre i due milioni, a questo va aggiunto un numero di circa 600mila lavoratori che sono in somministrazione. Il dato riguarda il 2007-2008. E poi si aggiunge l'area complessiva della parasubordinazione, da distinguere tra tipicamente parasubodinati, per esempio gli amministratori di condominio, e gli esclusivi atipici, lavoratori che ricavano il loro reddito sclusivamente dalla parasubordinazione e con modalità non tipiche, peraltro simili al lavoro dipendente. Questa tranche si condensa in 850mila unità. L'insieme di queste figure a cui si aggiungono 200mila partite iva dà un numero di 4 milioni di lavoraotri in stato di precarietà. Un numero certamente cresciuto in modo consistente nel corso degli ultimi anni. Solo la parasubordinazione è cresciuta di 50mila unità nel giro di breve tempo. Non è un caso se nel 2007 per effetto dei provedimenti del governo Prodi c'era stato un calo di 50mila unità proprio nella parasubordinazione. Non solo nell'edilizia ma anche nel settore dei call center.

Il nodo dei numeri è importante perché ci introduce direttamente al tema degli ammortizzatori sociali, sul quale sembra di capire che siamo ancora ai preliminari.

In realtà si è fatta soprattutto molta polvere e nessuna sostanza. L'ultimo provvedimento del Governo Berlusconi, il "185" non è attuabile e va definito nella sua formulazione a cui deve eseguire ancora il decreto attuativo. Attualemente chi è uscito fuori dal circuito non ha avuto nessun sostegno e non ce l'ha nemmeno chi ancora è rimasto al lavoro.

Ma il Governo attraverso il sistema degli enti bilaterali vuole coinvolgere il sindacato.

Sulla bilateralità c'è da dire che viene negato alla radice il diritto universale agli ammortizzatori sociali. Quello che è discutibile, infatti, è subordinare l'intervento pubblico all'intervento degli enti bilaterali.

Non ti pare che l'esecutivo voglia fare, come si dice, "figli e figliastri"?

Nel 185 si prende in esame la sospensione del rapporto di lavoro prima della scadenza del termine. Il provvedimento del governo interviene su apprendisti, e contratti a termine. Ne è fuori l'area dei somministrati. E ci sono pure condizioni capestro e limitative. Da solo non basta. Anche qui, ad esempio, c'è un provvedimento del 2007 che riservava la possibilità di accesso di sostegno al reddito in presenza di stati di crisi e dava 15 milioni di euro come cifra iniziale. Perché non si dà corso a quello?

Intanto la crisi avanza. Non credi anche tu che si stia perdendo tempo?
 
Sì, si sta perdendo del tempo prezioso e chi è rimasto fuori è rimasto fuori senza un appiglio. Parlo di chi ha chiuso l'anno fuori dal posto di lavoro. Ci sono stati segnalati casi di agenzie che hanno premuto per avere le dimissioni dei lavoratori.

Tra qualche mese, poi, ci saranno molti precari del pubblico impiego che saranno senza un lavoro.

Questa è l'ulteriore tragedia. Piove sul bagnato. Finora abbiamo visto il setore privato. Se si dovessero verificare i provvedimenti del Governo con l'espulsione di circa 50mila lavoratori allora siamo proprio alla tragedia oltre che alla follia. Per quei lavoratori in parasubordinazione (co.co.co, ndr) non è previsto neanche nel 185 un intervento di merito.

I numeri su lla precarietà lascerebbero immaginare che anche per il sindacato è arrivato il momento di dare più attenzione al problema.

C'è indubbiamentoe una attenzione che si è rafforzata da parte del sindadcato. I processi di crisi rendono più evidente la drammaticità del problema. Occorre che ci sia un intervento coordinato anche perché c'è molta frammentarietà, ed anche un intevento immediato e credibile che dia sostegno vero al reddito e che impedisca che la crisi li trovi privi di qualsiasi sostegno. Occore che ci sia un ripensamento sull'input da dare al mondo del lavoro e al mondo delle imprese. Questo sistema non regge. E la crisi potrebbe essere l'occasione per strutturare quello che c'è da strutturare confinando la precarietà soltanto ad alcune forme ben definite.


23 febbraio 2008

Ginnastica precaria

 

E' uno dei settori più selvaggi e con il maggior sfruttamento: basti pensare che neanche il 10% degli addetti è inquadrato con il contratto nazionale, e il resto naviga nel mare magnum della precarietà e del lavoro nero. Sono gli operatori dello sport, gli istruttori delle palestre, delle piscine e dei sempre più numerosi centri di fitness/wellness che fioriscono nella penisola. Si calcola che sono circa 600 mila gli addetti in Italia, ma il contratto nazionale ne copre a stento 50 mila. La Cgil - in particolare il Nidil - ha diffuso oltre 500 questionari tra gli operatori, a partire dalla fiera del Wellness di Rimini, dello scorso maggio, e poi cercando contatti nei centri sportivi: ma già far emergere le storie sommerse è complicato, e la consapevolezza dei propri diritti tra questi «nuovi operai» è minima. Fa impressione che ben il 62% degli intervistati ha dichiarato di non sapere che il sindacato può lavorare per la loro tutela.
Non solo le retribuzioni risultano basse, ma per un combinato di varie leggi, i tanti precari dello sport spesso non sono coperti neppure sul fronte dei contributi, all'Inps e all'Inail, e dunque non si stanno formando una pensione né si tutelano contro gli infortuni (a parte quei pochi che stipulano un'assicurazione privata).
Quanto ai contratti, solo il 16% degli intervistati ha un tempo indeterminato, il 47% è precario (a termine, in collaborazione, in partita Iva, in apprendistato), e addirittura il 37% non ha contratto, dunque è in nero. Sette precari su 10 dichiarano di non aver scelto la propria condizione, e ben il 75% è precario o in nero addirittura da dieci anni. Grave il dato sugli over 40: ben il 64% è ancora precario. E dire che hanno un'alta professionalità: l'84% ha una qualifica riconosciuta, dalla laurea Isef ai titoli Coni.
Il lavoro nello sport non è un «lavoretto» o un hobby: sette operatori su dieci (67%) lo svolgono per trarne la prima fonte di reddito, e solo per il 24% è un'attività secondaria (appena l'8% lo fa per passione e non per lavoro). Il 73% lavora con lo stesso committente da più di un anno. Per la maggior parte dei casi (oltre l'80%) il reddito è inferiore ai 15 mila euro annui: in particolare, oltre il 30%b percepisce meno di 5 mila euro annui, e un buon 20% si trova tra 5 mila e 7500. Vuol dire insomma che un «salario» mensile, almeno quello dichiarato, va dai 400 ai 600 euro.
Il lavoro nero è incentivato dalle stesse leggi (la 342/2000 e la 289/2002, che allarga il principio ai cococò addetti a compiti amministrativo-gestionali). Queste norme assimilano i compensi degli addetti dello sport ai «redditi diversi da quelli da lavoro dipendente», agevolando fiscalmente chi sta sotto i 7500 euro annui: il lavoratore non paga l'Irpef, e i datori di lavoro sono esentati dal pagamento di contributi a Inpse e Inail. Si invogliano dunque le imprese a non contrattualizzare gli addetti come dipendenti, facendo figurare che stanno sotto i 7500 euro (non a caso il 55% dichiara redditi inferiori) e pagando eventuali altre ore in nero. Ma il risultato è che il lavoratore non si iscrive mai a Inps e Inail.
E non è che gli infortuni siano bassi: un lavoratore su tre (31%) si è infortunato sul lavoro, e oltre la metà (il 54%) ha dovuto recarsi al lavoro nonostante una malattia o infortunio. Ben il 29% non ha neanche un'assicurazione privata.
Ultima a intervenire è stata la legge 30 (276/2003), che, come per i giornalisti, ha confermato l'uso dei cococò nel settore, ed escluso i contratti a progetto. Dunque non c'è neanche il pensiero di giustificare un progetto. «Al legislatore - spiega Roberto D'Andrea, segretario nazionale Nidil Cgil - chiediamo di eliminare il regime di favore sotto i 7500 euro, in modo da indirizzare i lavoratori verso il contratto». Quanto alle controparti, la Slc Cgil ha chiesto a Confcommercio un tavolo per il rinnovo già a dicembre, ma non ha mai ricevuto risposte.

(Antonio Sciotto)


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