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28 settembre 2011

Lettera alla Cgil : c'entra qualcosa il referendum ?

Un’altra ipotesi inquietante circa l’attacco speculativo ai titoli del debito italiano lega tale attacco all’esito referendario. Il giorno 17/6/2011 l’agenzia Moody’s mise sotto osservazione il rating tricolore in vista di un possibile downgrade. Le ragioni addotte erano una perdita di consenso del governo che non aveva avuto il via libera degli elettori sulle scelte circa il nucleare e l’acqua pubblica, oltre che l’incertezza circa la realizzazione di riforme tese ad aumentare la produttività e a diminuire la rigidità del mercato del lavoro (quest’ultimo è un mantra costante per l’Italia e, come al solito, mira a noi). È molto probabile che, nel caso dell’Italia, l’oligopolio finanziario mondiale, ansioso di investire nella distribuzione privatizzata dell’acqua e di speculare sugli improbabili investimenti a lungo termine sul nucleare, abbia mal incassato la scelta democratica dei cittadini italiani ed abbia cercato di raggiungere gli stessi obiettivi (se non obiettivi più ambiziosi) attraverso questi attacchi speculativi.

 

 

L’Fmi si associava a questo giudizio sottolineando maggiormente la scarsa crescita, ma metteva in collegamento quest’ultima con politiche eccessivamente restrittive. Questo lato del ragionamento non a caso è stato lasciato sospeso tranne che nel ridurre le imposte alle imprese. Ora già si parla di privatizzazioni corpose (vedi la recente proposta di Lamberto Dini). A questa tesi qualcuno potrebbe obiettare che in realtà la crisi del debito degli ultimi tre mesi ha riguardato anche altri paesi (Portogallo e Irlanda in particolare), ma, mentre prima l’Italia sembrava essere ancora lontana da un attacco speculativo, ad un certo punto la situazione è precipitata e questo si può collegare all’ipotesi in oggetto.

 

 


10 marzo 2010

Alfiero Grandi : il nucleare è una fregatura

L’Italia ha perso il treno del nucleare o ha avuto la fortuna di non prenderlo ?
C’è chi pensa che con il referendum del 1987 l’Italia abbia perso un treno, anche se deve riconoscere che è stata la conseguenza del voto della grande maggioranza delle italiane e degli italiani.
E’ giusto ironizzare sulla strategia nuclearista del governo che vorrebbe riprendere il treno (per usare la metafora) del nucleare senza correre tanto forte da recuperare quello che viene ritenuto un ritardo, mettendo quindi in campo una strategia politica complessa, dall’industria all’Università, alla dipendenza per tecnologie e uranio dall’estero. Infatti il governo ha deciso procedure accentrate per decidere i siti e la loro militarizzazione, come dire con le buone o con le cattive le centrali si faranno.
E’ giusto ironizzare su un governo che vuole “risparmiare” sull’Agenzia per la sicurezza che dovrebbe controllare – per garantire la salute dei cittadini e l’ambiente - sia la scelta dei siti nucleari che le complesse e delicate procedure costruttive delle nuove centrali, per non parlare dello smaltimento delle scorie radioattive e dello smantellamento delle centrali, comprese quelle esistenti fino al 1987.
E’ giusto ironizzare sulla presunta convenienza dei costi dell’energia elettrica che deriverebbe dalle centrali nucleari, quando è ormai chiaro che le energie da fonti rinnovabili sono già in alcuni casi più convenienti (il kilowattora prodotto da idroelettrico ed eolico costa già meno) e in altri settori potrebbero diventarlo prima dell’entrata in funzione delle nuove centrali, sempre che il governo desista dall’insana scelta di tagliare gli incentivi al solare, ecc.
Del resto, la voce dal sen fuggita dell’ad dell’Enel, capofila della lobby nuclearista italiana, ha chiarito che condizione per provare a convincere i finanziatori a starci è la garanzia tariffaria, cioè una decisione presa oggi per i prossimi 30/40 anni. In altre parole, i cittadini dovranno garantire attraverso la bolletta gli investitori. Alla faccia della sicumera con cui viene detto che il nucleare farà costare meno l’energia elettrica.


Infatti, se vengono calcolati tutti i costi veri e cioè almeno 7 miliardi di euro per costruire un Epr, assicurazioni, interessi, risarcimenti per le disgraziate popolazioni coinvolte, ritardi, smantellamento delle centrali e poi gestione delle scorie - alcune delle quali saranno radioattive per centinaia di migliaia di anni - non esiste possibilità di produrre l’energia elettrica con il nucleare a prezzi più convenienti delle altre fonti.
Mit docet. Non a caso Obama deve offrire un aiuto pubblico ai costruttori. Aiuto di cui presto si parlerà anche in Italia, se la scelta del governo dovesse procedere.
Ma il punto vero è a monte: perchè mai l’Italia dovrebbe rincorrere questo treno ?
Tanto più che le Alpi costituiscono una non disprezzabile barriera naturale per proteggere, almeno in parte, dai (frequenti) incidenti altrui, visto che la centrale nucleare più vicina è a 200 km dal confine.
L’Italia sta rincorrendo con ritardo e fatica altri paesi nello sviluppo delle fonti rinnovabili di energia ed ha potenzialità enormi grazie anche alla collocazione geografica. I prudenti dicono che si potrebbero creare 100mila posti di lavoro nelle rinnovabili, altri più entusiasti 250mila (letto su 24 ore) soprattutto se ci decidessimo a prendere il treno (questo sì) di costruire da soli almeno parte delle relative tecnologie e magari di sviluppare la ricerca in sede nazionale.
Il nucleare serve solo a produrre elettricità mentre l’Italia deve puntare al 20% di risparmio di tutta l’energia, così al 20% di fonti rinnovabili e a diminuire del 20% l’emissione di CO2, entro il 2020 pena multe salatissime e il nucleare - se malauguratamente realizzato – porterebbe un modesto contributo del 5% solo dal 2020. Dov’è la convenienza economica a insitere su una teconologia vecchia e pericolosa ? Dov’è l’orizzonte europeo e mondiale dell’Italia in questa scelta ?
Su tutto naturalmente deve prevalere la sicurezza delle persone e dell’ambiente. Che patto generazionale è mai quello che lascia alle future generazioni per centinaia, migliaia di anni (in alcuni casi per periodi tanto lunghi che è perfino difficile immaginare) le conseguenze di un sistema energetico che durerà, una volta costruito, 50 o al massimo 60 anni ? Il gioco non vale la candela.
Chi non ci crede si informi presso l’Agenzia francese per la sicurezza, che se ne intende, e gli chieda quanto sono preoccupati non solo della qualità costruttiva del calcestruzzo protettivo (il ricordo va alla tragedia dell’Abruzzo), delle opere meccaniche mal eseguite, del programma informatico per la sicurezza che ha portato le Agenzie per la sicurezza di Inghilterra, Francia, Finlandia a chiedere di rifarlo da capo, ma anche del possibile smarrimento della memoria nei secoli a venire che fa correre il rischio che scorie e materiali radioattivi dopo qualche generazione vengano trattati con ignoranza.
La verità è che questo governo, colpito da sindrome neofaraonica, vorrebbe lasciare memoria di sè con 2 opere costose, inutili e pericolose come il Ponte sullo stretto (guardare la cartina del pericolo sismico nella zona) e le centrali nucleari, per di più entrambe affrontate senza alcun riguardo per i contraccolpi sul territorio, sulla salute, sulla sicurezza e infine per l’evidente antieconomicità.
L’Italia non ha risorse da buttare, deve garantire la sicurezza delle persone e dell’ambiente. Se il ricorso delle Regioni alla Corte Costituzionale bloccherà tutto bene, altrimenti non resterà altra via che chiedere alle italiane e agli italiani come la pensano. I candidati alle regionali della destra non sono vocati al suicidio, hanno letto i sondaggi e tra Scaiola e i voti hanno preferito rincorrere questi ultimi. Forse sono opportunisti ma in fondo fanno capire cosa pensa l’opinione pubblica.


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permalink | inviato da pensatoio il 10/3/2010 alle 16:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


19 luglio 2008

Intervista a Bashar Al Assad

 Ci riceve sulla porta, all'entrata di una casa a un piano sulle colline intorno a Damasco. Nessun protocollo, nessuna misura di sicurezza; non siamo perquisiti e i nostri apparecchi di registrazione non sono controllati. «Questa è la casa dove leggo e lavoro. C'è solo questo salotto, una sala conferenze e una cucina. E ovviamente internet e la televisione. Anche mia moglie Bassma ci viene spesso. Qui riesco a essere produttivo, al palazzo presidenziale è diverso». Nel corso di queste due ore, il presidente affronta tutti gli argomenti e non elude alcun soggetto. Dimostra un piacere evidente ad affrontare la discussione e gesticola con le mani per rafforzare i suoi argomenti.
Alla vigilia della sua visita in Francia, il presidente Bashar Al Assad è fiducioso, disinvolto, loquace. L'isolamento imposto alla Siria da Washington e dall'Unione europea da circa quattro anni si sta sfaldando. L'intesa fra il governo e l'opposizione libanese nel maggio 2008 ha permesso di voltare pagina. «La posizione della Siria è stata fraintesa e il nostro punto di vista è stato deformato. Ma l'accordo sul Libano ha riportato la gente alla realtà. Si deve capire che siamo parte integrante della soluzione della crisi in Libano, così come in Iraq e in Palestina. Si ha bisogno di noi per combattere il terrorismo e per arrivare alla pace. Non possiamo essere isolati, né risolvere i problemi della regione manipolando parole come "bene" e "male", "nero" e "bianco". Bisogna negoziare, anche se non si è d'accordo su tutto».
Mentre viene annunciata la prossima costituzione di un nuovo governo libanese, come vede Assad il futuro delle relazioni con Beirut? «Siamo pronti a risolvere i problemi rimasti sul tappeto. A partire dal 2005 abbiamo scambiato delle lettere sulla delimitazione delle frontiere, ho anche dichiarato all'epoca al presidente libanese Emile Lahud e al primo ministro che eravamo disposti ad aprire un'ambasciata a Beirut. Ma per fare questo ci devono essere delle buone relazioni e così non è dopo le elezioni del 2005». Il presidente Assad temeva infatti che il Libano si trasformasse in un centro di destabilizzazione del regime siriano. Ormai questo timore sembra fugato e la Siria potrebbe ristabilire delle relazioni diplomatiche con il Libano.
Dubbi sull'Unione mediterranea
Domenica Bashar Al Assad parteciperà alla cerimonia inaugurale dell'Unione per il Mediterraneo a Parigi, cosa che non gli impedisce di esprimere alcuni timori sul progetto. Quando il progetto euro-mediterraneo è stato lanciato nel 1995, spiega il presidente siriano, alcuni responsabili europei «pensavano che lo sviluppo di relazioni economiche fra i partecipanti avrebbe contribuito alla pace. Ma perché questo sia possibile, deve esistere un processo di pace». Era il caso nel 1995, non è più così oggi: «Se non si avvia un dialogo politico, cioè se non si affrontano i veri problemi, se non si fanno passi verso la pace, non vi sarà posto per alcuna iniziativa, che si chiami mediterranea o con un altro nome». Assad mette in guardia contro un nuovo fallimento, «perché in questo caso la fiducia verrà meno per molto tempo e le nostre società si indirizzeranno verso il conservatorismo e l'estremismo».
Questa idea lo ossessiona e vi torna sopra più di una volta. «Il terrorismo è una minaccia per l'intera umanità. Al Qaeda non è un'organizzazione, ma uno stato d'animo che nessuna frontiera può fermare. Dal 2004, dopo la guerra in Iraq, abbiamo assistito in Siria allo sviluppo di cellule qaediste senza collegamenti con l'organizzazione, ma che si alimentano di pubblicazioni, di libri e soprattutto di tutto quello che circola su internet. Ho paura per il futuro della regione. Dobbiamo cambiare il terreno che alimenta il terrorismo, e per fare questo dobbiamo sviluppare l'economia, la cultura, il sistema educativo, il turismo - e anche lo scambio di informazioni fra i paesi sui gruppi terroristici. L'esercito da solo non può risolvere questo problema. Gli americani se ne stanno rendendo conto in Afghanistan».
Che cosa spera per il suo paese fra cinque anni? «Che la nostra società diventi più aperta, che la nuova generazione sia moderna come lo è stata quella degli anni '60. E che sia anche più laica in un ambiente regionale più laico». Una confessione franca, che testimonia la crisi profonda delle società arabe.
E che permette di capire meglio perché la pace è più necessaria che mai per il presidente siriano. Dal 2003 Assad ha moltiplicato le dichiarazioni sulla sua volontà di riprendere il negoziato con Israele. Dopo la guerra del Libano del 2006, Assad si ha preso le distanze dalle dichiarazioni del presidente iraniano Mohamed Ahmadinejad: «Non dico che Israele debba essere cancellata dalla carta. Noi vogliamo la pace con Israele» (Der Spiegel, 24 settembre 2006). La risposta iniziale di Sharon e quella successiva di Ehud Olmert è stata negativa. Tuttavia nel maggio 2008 Tel Aviv e Damasco hanno annunciato l'avvio di negoziati indiretti sotto l'egida di Recep Tayyip Erdogan, il primo ministro turco.
Perché questa svolta?
«La guerra del Libano del 2006 ha fatto capire a tutti che non si può risolvere un problema con la guerra. Israele è la più grande potenza militare della regione e gli hezbollah un esercito minuscolo. E che cosa ha ottenuto Israele? Nulla». Il presidente ricorda che dopo questa guerra molte delegazioni americane vicino alle posizioni israeliane sono andate a Damasco. Nel dicembre 2006 la commissione Baker-Hamilton ha raccomandato l'adozione di un dialogo fra Washington e Damasco, e nell'aprile 2007 Nancy Pelosi, presidente della Camera, ha incontrato Assad. «Tuttavia, continua il presidente siriano, il più grande ostacolo alla pace è l'amministrazione americana. Per la prima volta un'amministrazione ha raccomandato a Israele di non impegnarsi sulla strada della pace».
Assad è consapevole che questa pace non potrà arrivare domani; ricorda che l'opinione pubblica israeliana, se si deve dare credito ai sondaggi, è contraria a una restituzione totale del Golan. «Dopo otto anni di paralisi , dopo la guerra contro il Libano, dopo gli attacchi contro la Siria, la fiducia non esiste più. Quello che facciamo in Turchia è mettere alla prova le intenzioni israeliane e la cosa è probabilmente reciproca». Il bombardamento da parte di Israele di un sito siriano - a carattere nucleare secondo Tel Aviv - all'inizio di settembre 2007 non ha però interrotto i rapporti fra le due parti e il presidente Assad sembra sereno: un'équipe dell'Agenzia internazionale dell'energia atomica (Aiea) ha visitato il sito interessato ed è convinto che non abbia trovato alcuna prova di un'attività nucleare illegale siriana.
Come rilanciare negoziati diretti e seri fra Israele e Siria? «Vogliamo essere sicuri che gli israeliani siano pronti a restituire l'insieme del Golan; vogliamo anche fissare le basi comuni del negoziato, cioè le risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di sicurezza, oltre ai grandi temi da esaminare: frontiera, sicurezza, acqua e relazioni bilaterali».
Il presidente sa che il negoziato comporterà l'intervento di un potente mediatore, gli Stati Uniti, cosa che presuppone l'arrivo di un nuovo presidente all'inizio del 2009. Ma nel frattempo bisogna andare avanti. In occasioni dei negoziati fra Hafez Al Assad ed Ehud Barak (all'epoca primo ministro israeliano) nel 1999-2000, numerosi passi avanti erano stati fatti sugli argomenti più delicati. «In passato ho detto che l'80% dei problemi era stato risolti. Era un ordine di grandezza. Se dovessimo ripartire da zero, come vuole oggi Israele, dovremo ancora perdere del tempo. Vorremmo che la Francia e l'Unione europea incoraggino Israele ad accettare il risultato dei negoziati del 1999-2000». In diverse occasioni Assad ha espresso la speranza che la Francia e la Ue svolgano un ruolo complementare a quello degli Usa. A parte la determinazione siriana di riprendere tutto il Golan, si ha l'impressione che si voglia arrivare a un compromesso. Sulla sicurezza, ad esempio, Israele chiedeva nel 2000 che una stazione di allerta rimanesse sotto il suo controllo in territorio siriano, una proposta inaccettabile per Damasco, che non può permettere una presenza militare israeliana sul proprio territorio. Alla fine le due parti sono arrivate a un accordo: dei militari americani sarebbero presenti in questa stazione.
Rompere con l'Iran?
Numerosi responsabili negli Usa, in Francia e in Europa sperano che i negoziati israelo-siriani spingeranno Damasco a rompere le relazioni con Teheran. La risposta del presidente è prudente. «Siamo stati isolati dagli Stati Uniti e dagli europei. Gli iraniani ci hanno sostenuto e adesso dovrei dire loro: non voglio il vostro aiuto, voglio rimanere isolato!», dice Assad ridendo, per poi riprendere più seriamente: «Non abbiamo bisogno di essere d'accordo su tutto per avere delle relazioni. Ci vediamo regolarmente per delle discussioni. Gli iraniani non cercano di modificare la nostra posizione, ci rispettano. Prendiamo le nostre decisioni, come ai tempi dell'Unione Sovietica». E insiste: «Se si vuole parlare di stabilità, di pace nella regione, bisogna avere delle buone relazioni con l'Iran».
La stabilità regionale e la pace non sono un fine a sé stante, ma per il presidente Assad creano un contesto che permette di affrontare i veri problemi. «La nostra prima priorità è la povertà. I poveri se ne infischiano delle dichiarazioni o di sapere qual è il nostro punto di vista su questa o quella cosa. Vogliono cibo per i loro figli, delle scuole, un sistema sanitario. Per questo abbiamo bisogno di riforme economiche. Le riforme politiche vengono dopo».
La crescita economica della Siria è passata da circa l'1% annuo, quando Bashar Al Assad è diventato presidente, al 6,6% nel 2007. Ma questo non basta ad assorbire le centinaia di migliaia di giovani che arrivano ogni anno sul mercato del lavoro. Milioni di siriani vanno a cercare un lavoro all'estero. Il presidente afferma che è in corso una liberalizzazione dell'economia, che l'apertura del settore bancario ha portato grandi benefici, che gli investimenti del Golfo Persico non sono mai stati così importanti e così via.
I prigionieri politici
E le riforme politiche? Il presidente affronta questo argomento in modo più convenzionale e spiega i «ritardi» con la situazione contingente. In sostanza afferma che la Siria si è trovata di fronte due minacce: l'estremismo alimentato dalla guerra in Iraq e i tentativi di destabilizzazione seguiti all'uccisione di Rafik Hariri nel 2005. A quell'epoca si stava preparando una nuova legge sui partiti politici, ma il presidente dice di essere stato costretto a rimandarla. Con il rinnovo dell'amministrazione americana «il 2009 sarà l'anno in cui potremo avviare serie riforme politiche, a condizione che nulla di grave avvenga nella regione, che non si parli più di guerra e che l'estremismo sia sempre meno accentuato».
E i prigionieri politici? «Centinaia sono stati liberati prima e dopo il mio arrivo al potere - dice -. Abbiamo più di mille persone arrestate per terrorismo, vuole che le liberiamo?».
Parliamo di Michel Kilo, un intellettuale arrestato nel maggio 2006 e condannato a tre anni di prigione per aver contribuito a «indebolire il sentimento di unità nazionale». Questo dissidente non ha mai raccomandato né fatto ricorso alla violenza. «Ma - precisa - ha firmato una dichiarazione comune con Walid Jumblatt , il quale due anni fa aveva chiesto apertamente agli Usa di invadere la Siria e di sbarazzarsi del regime. In base alle nostre leggi Jumblatt è diventato un nemico e chi lo incontra va in prigione. Perché Michel Kilo possa essere liberato è necessaria una grazia presidenziale, che sono pronto ad accordargli purché riconosca il suo errore». Né le ripercussioni negative per la Siria per la prigionia di Kilo né il fatto che lui si dichiari nazionalista e ostile alla politica americana riescono a far cambiare idea al presidente.
Evocando le speranze nate con la sua elezione nel 2000 e quella che era stata chiamata la «primavera di Damasco» - una sorta di disgelo politico - il presidente Assad parla di illusioni: «Non possiamo cambiare le cose in poche settimane». E aggiunge: «Non si possono cambiare le regole mentre si gioca a scacchi. Le regole sono quelle e vanno rispettate. Per mettere in pratica una vera riforma avremo bisogno di una generazione».
Sul futuro del paese, Assad è realistico: «Non sono l'unico a guidare la barca, ci sono molti capitani, europei, americani. Vedremo».

(Alain Gresh)


2 luglio 2008

Israele pronta a bombardare l'Iran

 

Non è una barzelletta. Dopo venti giorni giorni di manovre militari al largo di Creta che hanno visto impegnati ben 100 cacciabombardieri israeliani per una missione di 1500 km, la stessa distanza tra basi israeliane e impianto nucleare iraniano di Natanz, il responsabile dell'Aiea, Agenzia per l'energia atomica dell'Onu, Mohammed El Baradei ha dichiarato: «Quel che vedo oggi per l'Iran è un grave e urgente pericolo. Se qualcuno lanciasse un attacco contro il paese, questo renderebbe impossibile proseguire il mio lavoro».
Siamo all'ultima sulle guerre sotto Bush? È immaginabile, ora che il presidente Usa sta per lasciare? Un fatto è certo. L'allarme viene dall'uomo che è più informato del livello reale della crisi, da sempre schierato per la trattativa e che non a caso ha ripetuto che un attacco militare contro l'Iran trasformerebbe la regione in una «palla di fuoco». Perché, mentre il dossier nucleare si è arricchito dello scontro sul gruppo che dovrebbe condurre i negoziati - il famoso 5+1 - gli sforzi diplomatici in realtà continuano e Javier Solana a Teheran ha aperto un dialogo sulla sospensione dei programmi di arricchimento. L'Ue vede con difficoltà le nuove sanzioni che gli Usa vogliono imporre a Tehran perché diventerebbero un embargo finanziario alle economie europee che hanno vantaggiosi contratti con l'Iran. El Baradei è l'uomo che ha ribadito come il nucleare iraniano sia civile e tale deve rimanere, e che per ora non c'è prova della dotazione di armi nucleari. Stesso contenuto della relazione dell'intelligence Usa che a dicembre 2007 rivelava come l'Iran non sia ancora in grado di avere un'arma atomica e come ogni programma in tal senso fosse stato abbandonato nel 2003, smentendo così clamorosamente Bush.
Per il governo di Tehran l'attacco è «impossibile». A ragionare, dovrebbe essere così. Perché nessuno può illudersi che possa concludersi in poche ore con quel «one shot», colpo solo, che ha avuto già l'assenso di Berlusconi nel suo discorso al Congresso Usa nel marzo 2006. Sarebbe certo l'incendio per terminare la guerra cominciata in Iraq da Bush che in modo scellerato ha già favorito l'Iran facendola diventare potenza regionale. E poi non sarebbe guerra tradizionale, un'invasione di centinaia di migliaia di armati, ma il «colpo» di decine di bombardieri ben riforniti in volo che vanno a segno e tornano. Dove? Vediamo solo rovine. Altri vedono una «soluzione, anche tra quei paesi arabi che antagonisti all'Iran come Egitto e Arabia saudita (che intraprendono programmi sul nucleare civile con l'Europa). Il peggio è che è già successo: nel 1981, quando i jet israeliani colpirono in Iraq il centro nucleare in costruzione a Osirak, e nel 2007 quando è stato centrato dai caccia di Tel Aviv un presunto sito nucleare in Siria con l'uso di nuovi sistemi di guerra elettronica capaci di accecare i radar. Anche stavolta a colpire direttamente sarebbe Israele, certo supportata dagli Stati uniti. La stessa Israele che ha, da stime internazionali, almeno duecento testate atomiche e gli stessi Usa che hanno stracciato il Trattato di non proliferazione.
Resta l'interrogativo delle elezioni statunitensi. Gli americani sono stanchi di guerra. Eppure l'Iran come «il pericolo più grande per gli Stati uniti» è ritornato perfino in campagna elettorale. E chiunque governerà alla fine erediterà i «nemici» e il budget militare di 500 miliardi di dollari stanziati da Bush per le guerre in corso, non solo in Iraq e Afghanistan. Noi comunque vediamo solo una «palla di fuoco».

(Tommaso Di Francesco)


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permalink | inviato da pensatoio il 2/7/2008 alle 3:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


7 giugno 2008

La lotta interna a Teheran

 

Un nuovo schiaffo al presidente Mahmoud Ahmadi Nejad: il parlamento iraniano, che mercoledì ha formalmente inaugurato la legislatura, ha eletto come suo presidente Ali Larijani, ovvero il suo principale avversario politico.
E' un segnale importante: conferma che il parlamento appena insediato, eletto in due turni tra marzo e aprile scorso, benché a maggioranza conservatrice sarà molto meno simpatetico con Ahmadi Nejad di quanto fosse la legislatura precedente. I conservatori - circa tre quarti dei seggi - sono infatti tutt'altro che monoblocco. Perfino nella corrente che si definisce «fedele ai principi», o «principal-ista», è in realtà divisa.
Ali Larijani è una figura nota anche sulla scena internazionale per essere stato il capo del Supremo consiglio di sicurezza nazionale, dunque il capo negoziatore nucleare: era stato chiamato in quel ruolo proprio da Ahmadi Nejad nel 2005, e aveva inaugurato una linea ben più dura dei predecessori. Ma è pur sempre un politico, un negoziatore ditato di un certo pragmatismo, e ha abbandonato la posizione lo scorso ottobre per divergenze insanabili con il presidente e le sue «uscite» radicali, che hanno spinto l'Iran in una posizione sempre più isolata.
Larijani resta nel Consiglio di sicurezza nazionale come «rappresentante speciale» della guida suprema, l'ayatollah Ali Khamenei, e mantiene una grande influenza nelle alte sfere del potere in Iran. In marzo è stato eletto deputato nel collegio di Qom, candidato dalla più conservatrice delle società del clero di quella città sede di grandi scuole teologiche. E tutto questo non sarebbe stato possibile senza la benedizione e il sostegno della Guida suprema: segno che Ahmadi Nejad ha perso il sostegno del primo potere dello stato? o comunque, segno che Khamenei intende limitarne il ruolo, riequilibrarne l'influenza
Ora Larijani è anche presidente del parlamento, eletto con la schiacciante maggioranza dei voti: 232, contro la trentina ottenuta dallo speaker uscente Golam Ali Haddad Adel, considerato un fedele di Ahmadi Nejad (con cui però aveva avuto scontri di potere notevoli: qualche mese fa si era addirittura appellato alla guida suprema accusando il presidente di bloccare indebitamente le leggi approvate dal parlamento...).
Nel suo primo discorso come speaker, Larijani ha affermato che la massima priorità del parlamento sarà rafforzare l'economia. E' l'elemento principale della perdita di consenso di Ahmadi Nejad tra gli elettori: l'inflazione ha superato il 20%, gran parte della classe media fatica a chiudere i conti, e l'inverno scorso (uno dei priù freddi) è mancato il gasolio per i riscaldamenti. Il presidente è accusato di aver usato l'abbondante reddito del petrolio per una pioggia di sussidi assistenziali invece che per investimenti produttivi, col risultato da innescare una spirale di prezzi che vanifica anche i sussidi stessi: una politica sempre più criticata anche in campo conservatore.
L'altro tema toccato da Larijani è il nucleare, per criticare l'ultimo rapporto pubblicato dall'Agenzia internazionale per l'energia atomica, che solleva dubbi sugli studi condotti dall'Iran in tema di armi nucleari. E però è probabile che la presenza di Larijani in un ruolo così alto (il presidente del parlamento partecipa di diritto alle decisioni sul budget e ai meeting con il presidente e il capo della magistratura) avrà un effetto di «riaggiustamento» anche sulla politica estera, e sul dossier nucleare in particolare.

Marina Forti


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3 giugno 2008

Le balle di Scajola

 

Non credo che Scajola non sappia che sta raccontando un sacco di balle per giustificare la «storica» decisione di abbattere il «tabù del nucleare» nel nostro paese per portarlo finalmente (!) al livello tecnologico e produttivo dei paesi più avanzati dell'Occidente. Sa benissimo in primo luogo che, proprio in questi paesi (Stati uniti e Europa) di centrali nucleari non se ne costruiscono più dagli anni Settanta (la Finlandia ne ha una in costruzione che ha già sforato il costo previsto del 35 per cento) perché costano troppo e dunque sa che non è vero che l'energia prodotta in questo modo costa meno di quella proveniente da altre fonti.
In secondo luogo Scajola sa benissimo che gioca sulle parole quando parla, per tranquillizzare l'opinione pubblica sui problemi della sicurezza e delle scorie, di centrali «dell'ultima generazione» da iniziare a realizzare entro cinque anni, facendo surrettiziamente pensare che si tratterà di centrali all'avanguardia su queste questioni. In realtà, si tratta delle centrali di «terza generazione» disponibili oggi, che non contengono nessun sostanziale passo avanti avanti in termini di sicurezza e di quantità e qualità di scorie prodotte rispetto a quelle che oggi l'Europa sta già in parte smantellando, mentre quelle di «quarta generazione» che dovrebbero incorporare importanti innovazioni su queste questioni dovrebbero essere disponibili soltanto e forse, fra 25 anni.
Infine Scajola sa benissimo che il contributo dell'energia nucleare alla riduzione dell'emissione di CO2 in tutto il mondo andrà addirittura diminuendo nel futuro. E in particolare che quello che potrebbero fornire le centrali nucleari da realizzare in Italia - dato e non concesso che tutti i problemi di individuazione dei siti, di realizzazione di misure di sicurezza e di stoccaggio delle scorie possano essere risolti a colpi di bacchetta magica - sarebbe assolutamente irrisoria.
Non è un caso che l'Europa (con l'obiettivo del 20 per cento di solare e di eolico nel 2020) escluda il nucleare come possibile contributo.
E, proprio su questo tema, Scajola sa benissimo che gli investimenti in centrali nucleari faranno abortire miseramente ogni speranza di raggiungere l'obiettivo europeo, ostacolando il decollo dell'industria del nostro paese nelle tecnologie energetiche dell'avvenire: il solare, l'eolico e soprattutto il risparmio energetico. Perderemo dunque la speranza non dico di competere, ma di rincorrere la Germania, che è all'avanguardia per il solare (ma non eravamo noi il «paese del sole»?) e la Spagna che è in testa alla classifica nello sviluppo dell'eolico. Perderemo soprattutto anche questa occasione per sostituire il miraggio, peraltro anacronistico, di uno sviluppo industriale fondato sul modello novecentesco dell'industria pesante e centralizzata con uno sviluppo economico centrato sulle tecnologie «morbide» e sulla soft economy diffusa sul territorio.
Bisogna dunque domandarsi che cosa c'è dietro questo colossale battage pubblicitario che improvvisamente esplode, coinvolgendo la politica (con preoccupanti contributi anche dell'opposizione), il mondo della produzione con in testa la nuova Confindustria della Marcegaglia, e, naturalmente, il coro pressoché unanime dei media.
Non sono un esperto delle multidecennali faccende più o meno pulite dei protagonisti del capitalismo nostrano, che si è sempre ingrassato mettendo le mani - per usare uno slogan spudoratamente usato da uno dei maggiori esperti in materia - nelle tasche dei cittadini, ma non posso non rilevare collegamenti impressionanti tra questa operazione e alcuni episodi clamorosi di promesse mancate, di incompetenze clamorose, di colossali appropriazioni indebite di denaro pubblico.
Il ruolo dell'Impregilo, nello scandalo della «monnezza» in Campania ne è un recente esempio paradigmatico, ma i precedenti di imprese del genere sono numerosi. Non sarà che anche in questo caso tutto si ridurrà a un altro progetto faraonico (una strana coincidenza con il rilancio del ponte sullo Stretto di Messina) finalizzato soltanto a far intascare miliardi di euro ai soliti noti (e ai loro amici)?

Marcello Cini


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2 giugno 2008

Ma il nucleare conviene ?

 

Ministri, politici e Confindustria ripetono che dall'energia nucleare si può trarre energia abbondante, tanto da liberarci dalla schiavitù del petrolio e del gas, energia pulita, tanto da contrastare l'incubo del cambiamento climatico, energia a prezzi ben più limitati, tanto da ridar fiato alla nostra stanca economia.
Tutto ciò è una favola, non ha alcun fondamento scientifico razionale: non poco o tanto discutibile, semplicemente inesistente. Tanto che sorge una domanda ingenua: è possibile che ministri, politici e industriali possano proclamare tante assurdità senza che un tecnico amico gli suggerisca qualche dato?
Basterebbe guardare gli altri paesi nucleari: forniscono un quadro di crisi dell'energia nucleare, documentata dai rapporti dell'Agenzia Internazionale dell'Energia (Aie) e, in particolare, dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (Aiea) delle Nazioni Unite.
L'energia nucleare abbondante. Di che parliamo? Oggi essa copre il 6,4% del fabbisogno mondiale di energia, e di uranio fissile, a questo ritmo modesto di impiego, secondo il rapporto Aiea del 2001 ce n'era per 35 anni. Certo, si potrebbe ricorrere all'uranio 238, ben più abbondante in natura: si tratta di un tipo di uranio non fissile, ma attraverso il processo di cattura di un neutrone, si puo trasformare in plutonio, materiale fissile, anzi ingrediente principale per le bombe. Materiale dunque ad alto rischio di proliferazione militare e anche sanitario: un milionesimo di grammo è la dose che può essere letale per inalazione. La Francia, che aveva perseguito con decisione questa strada, l'ha abbandonata col venir meno dell'urgenza strategica della force de frappe.
La questione delle scorie radioattive provenienti dalla fabbricazione e dall'impiego del combustibile nucleare. Solo per l'Italia, con il suo modesto passato nucleare, si tratta di un centinaio di migliaia di metri cubi, da sistemare in modo che non vengano più a contatto - per «ere» intere - con l'ambiente, la falda idrica, tutti noi. Oggi non c'è soluzione. Si era fatto molto affidamento - anche per Scanzano - sulle strutture geologiche saline, fidando sul carattere idrorepellente: l'acqua è un temibile avversario per la sua capacità di fessurazione di qualsiasi contenitore e conseguente messa in circolazione dei materiali radioattivi. La fiducia è crollata qualche anno fa, quando, nel corso della messa a punto del deposito Wipp del New Mexico, l'acqua ha fatto irruzione là dove non ci si sarebbe aspettati di trovarla e, inoltre, si è anche ipotizzata la possibile circolazione d'acqua a causa dell'insediamento di materiali ad alta temperatura (a causa della loro radioattività) con conseguente alterazione delle condizioni di stabilità geologica. Oggi si spera nelle rocce argillose e la Francia indirizza a queste strutture geologiche la sua ricerca.
Ma allora quanto costa il kilowattora, in una situazione nella quale il ciclo del combustibile nucleare è tutt'ora materia di ricerca fondamentale?
E si torna alla complessità di una tecnologia che ripropone il problema della radioattività, l'insoluta sfida che conosciamo dal 1896, con la scoperta di Becquerel. E' questo in definitiva il fattore che ha fatto lievitare il costo dell'energia prodotta, man mano che le popolazioni (e i lavoratori) statunitensi chiedevano standard di protezione sempre più elevati.
Vorremmo ricordare a ministri, politici e Confindustria che tutt'ora il danno sanitario da riadioazioni non ammette soglia al di sotto della quale non c'è rischio: dosi comunque piccole - questa è la valutazione della Commissione Internazionale per la Protezione dalle Radiazioni Ionizzanti - possono innescare i processi di mutagenesi che portano al danno somatico (tumori, leucemia) o genetico. Da qui la lievitazione dei costi per la riduzione di rilasci di radiazioni, si badi, in condizioni di funzionamento di routine, degli impianti. E, a maggior ragione, la questione della sicurezza da incidenti.
Nasce da tutto questo il progressivo abbandono del nucleare civile, che dal 1978 diviene totale per gli Usa e all'inizio degli anni '90 per tutti i paesi Ocse (con la sola eccezione del Giappone), Francia compresa. Di qui il consorzio di ricerca guidato dagli Stati Uniti, Generation IV, che proclama la messa a punto di un reattore che si vorrebbe più sicuro, che usi con maggior efficienza l'uranio, non proliferante e che dovrebbe costare di meno. Il prototipo non è atteso prima del 2025, ma il premio Nobel Carlo Rubbia giudica già insufficiente il programma.
In questo quadro è incredibile parlare di energia pulita e poco costosa: il Department of Energy situa a 0,06 euro il prevedibile costo del kWh al 2010 e vien da sorridere se si pensa al costo del vento e alla sua formidabile espansione, altro che nucleare, su scala mondiale.
Certo, le imprese elettromeccaniche devono pur lavorare e forniscono impianti per esempio a Cina e India, ma continuano a non piazzarli in casa: solo gli enormi incentivi del provvedimento di Bush fanno dire alla Exelon, una delle principali elettriche Usa, che, in virtù di quegli incentivi, partiranno un paio di impianti entro il decennio, ancora di terza generazione, come di terza generazione è quello che si annuncia in Francia in mancanza di meglio.
È questo che ci propongono Governo, politici e industriali? Attendiamo chiarimenti.

(Gianni Mattioli-Massimo Scalia)


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1 giugno 2008

Centrali nucleari

 Il ministro Scajola fa anche un altro errore quando sostiene che le centrali nucleari sono «sicure e competitive».
Sicure? Nessuno dei problemi che spinsero gli italiani a bocciare il nucleare 20 anni fa è stato risolto: non il rischio d'incidenti, non lo smaltimento in sicurezza delle scorie, non lo smantellamento degli impianti in disuso, né la loro protezione da eventuali attacchi terroristici. La storia del nucleare è costellata da una lunga lista di gravi incidenti, da quello di Three Mile Island nel 1979 negli Usa a quello di Mihama nel 2004 in Giappone. In Europa, dopo la catastrofe di Cernobyl, a Temelin nella Repubblica Ceca negli scorsi anni si è verificata una serie di incidenti che hanno messo in allarme la vicina Austria. Per non parlare delle scorie. Si calcola che 250mila tonnellate di rifiuti radioattivi nel mondo siano in attesa di stoccaggio. Esistono circa 80 depositi «provvisori» nel mondo, ma non ancora un sito di stoccaggio definitivo. C'è poi lo smantellamento delle centrali una volta spente, processo delicato e oneroso, che comporta rischi altissimi per la sicurezza.
Competitive? Sarebbe corretto considerare nel costo tutto il ciclo, dalla progettazione allo smaltimento delle scorie e delle centrali. Negli Usa, dove i produttori sono tutti privati, non si mette in cantiere un impianto dalla fine degli anni 70 e oggi, nel mondo, solo la Finlandia sta costruendo un nuovo reattore, che ha già visto decollare i costi del 35%. Inoltre, la Energy Information Administration degli Stati uniti afferma che l'elettricità proveniente da una nuova centrale nucleare è più costosa del 15% rispetto a quella prodotta per il gas naturale e nel computo economico non sono considerati né i costi di smaltimento delle scorie né lo smantellamento dell'impianto alla fine del ciclo vita. Non è un caso che l'Aiea calcola che il contributo dell'atomo al fabbisogno mondiale di energia scenderà dal 15% al 13% entro il 2030.
 
(Vittorio Cogliati Dezza)

La produzione di energia elettrica tramite fissione nucleare costa tanto. Anche se i fautori del nucleare mettono l'accento sui bassissimi costi operativi, a questi, vanno però aggiunti gli esorbitanti costi di costruzione, di smantellamento e di gestione delle scorie radioattive. Senza contare gli «altri costi» non quantificabili, come quelli ambientali ed energetici.
Infatti una centrale nucleare difficilmente può entrare in funzione prima di dieci anni, e nel frattempo di energia, invece che produrne, ne consuma. Se il «piano Scajola» andrà in porto, quindi, di benefici per l'Italia, se di benefici si potrà parlare, se ne vedranno a partire dagli anni venti del Duemila. Nel frattempo, si continuerà a subire le bizzarrie del mercato petrolifero, con l'incognita assoluta sul prezzo che avrà l'uranio allora. Una centrale ha anche bisogno, per funzionare, di considerevoli quantitativi d'acqua, e di questi tempi non è cosa da poco. La scelta del luogo di costruzione poi, soprattutto in Italia, pone forti interrogativi, specie in tempi di «arresto per chi protesta». Dubbi anche sul rispetto della democraticità nello smaltimento delle scorie radioattive, in particolare dopo l'imposizione del segreto di stato su tutto ciò che riguarda il nucleare, tra gli ultimi atti del governo Prodi.
Ma anche escludendo questi costi da «esternalità», la situazione non è affatto così rosea per il nucleare, soprattutto dal punto di vista economico. Per costruire un reattore da mille megawatt, secondo un calcolo del Mit (Massachussets Institute of Technology), servivano nel 2003 circa due miliardi di dollari. Greenpeace cita il Doe, ministero per l'energia statunitense, che stima i costi di produzione dell'energia nucleare, con nuovi impianti, in 6,33 centesimi di dollari per ogni chilowatt (kwh). Produrre con il carbone ne costa 5,61, mentre con il gas, che è il metodo più economico, ne costa 5,52. L'eolico, ancora inefficiente, costa più del nucleare: 6,8 centesimi al kwh. A questi costi per la fissione tuttavia, va aggiunto un sussidio governativo di 1,8 centesimi/kwh, innalzando il costo di produzione «reale» a più di 8 centesimi complessivi. Inoltre, va anche sommato il necessario per lo smantellamento, o decommissioning della centrale, cifra difficilmente quantificabile a priori, ma di certo significativa. Il costo oscillerebbe dai 500 milioni ai 2,6 miliardi di dollari per i reattori più sofisticati: praticamente quanto il costo di costruzione di una centrale nuova di zecca.
Insomma, sembra chiarissimo il motivo per cui di centrali nucleari, al mondo, se ne costruiscono davvero poche: conti della serva alla mano, non conviene, anche in tempi di petrolio alle stelle. Su oltre 358 mila Mwe (Megawatt electric) di capacità complessiva mondiale, le nuove centrali in costruzione aggiungerebbero solo 18 mila Mwe. Ottomila di questi vengono però da Cina, India e Corea del Sud, «tigri» asiatiche affamatissime di energia. Gli Stati uniti hanno in costruzione solamente mille megawatt, contro i 100 mila attualmente in esercizio.



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