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25 febbraio 2009

Pietro Ancona : Veltroni e il fallimento della democrazia plebiscitaria

Da il Pane e le Rose 

Una riflessione può farsi a partire dalle dimissioni di Veltroni ma che riguarda la cosidetta "modernizzazione"della democrazia così come l'abbiamo conosciuta e praticata nel corso di tutti gli anni a partire dalla Costituzione. Credo che tirate le somme, per quanto le regole della democrazia prima delle recenti riforme fossero a volte macchinose e rallentassero il processo decisionale, tutt'ora sono preferibili a quelle innestate dal populismo e dal plebiscitarismo attuale. 



Prendiamo ad esempio le primarie e l'elezione di Veltroni con conseguente formazione di un organismo di circa tremila persone (nessuno sa chi siano e probabilmente non si conoscono tra di loro e molti sono sconosciuti al Partito). Alle primarie per l'elezione di Veltroni hanno partecipato (si dice) tremilioni e mezzo e persone. Se la democrazia è numero non c'è dubbio che l'investitura di tremilioni e mezzo di persone sia più suggestiva della elezione di uno dei vecchi Comitati Centrali del PCI e del Consiglio Nazionale della DC. C'è da osservare che tremilioni e mezzo di persone hanno votato in un'ottica truccata dalla assenza di reali contendenti se consideriamo che la Rosy Bindi partecipava per sua stessa ammissione per una propria scelta personale di identificazione nel nuovo gruppo dirigente del PD. La nomina dei tremila è stata una conta nel territorio, il prodotto dei rapporti di forza tra i seguaci di alcuni leader nazionali, personaggi della provincia che si sono piazzati al seguito o addirittura in rappresentanza di un potente oligarca. Ci sono eletti fedeli o fedelissimi di Veltroni, altri di Fassino, altri di D'Alema, Rutelli e cosi via. La politica non c'entra quasi niente! C'entra la benevolenza del leader nazionale verso il suo protetto che diventa per via di questa investitura un "potente", un capo bastone, una persona di quelle che contano specialmente quando si debbono scegliere i candidati che poi sono gli "eletti" per elezioni politiche prive del voto di preferenza, quando si debbono scegliere tutti gli uomini per le cariche nella amministrazione locale rigidamente lottizzata non solo tra i partiti ma anche dalle fazioni dei partiti.

Le dimissioni di Veltroni hanno messo a nudo l'inganno della neodemocrazia praticata a sinistra (cosa assai grave) in un Paese in cui il Presidente del Consiglio ha creato un suo Partito-azienda ove naturalmente non c'è mai stato nè mai ci sarà un congresso dal momento che non si saprebbe come fare, in cui c'è in corso una crisi della sinistra comunista, dei socialisti, dei verdi. Quale sarà il procedimento che porterà alla elezione del nuovo segretario e degli organismi dirigenti? Non sappiamo neppure se i tremila delle primarie siano ancora tutti nel PD e naturalmente le decisioni saranno prese dai capibastone nazionali delle varie fazioni dell'ex DS e dell'ex Margherita.

La neodemocrazia leaderistica ha prodotto danni enormi anche nella pubblica amministrazione. Viene arrestato il Presidente della regione Abruzzo e l'intero Consiglio Regionale viene sciolto e si indicano nuove elezione per eleggere il nuovo Presidente e tutto il Consiglio.. Lo steso dicasi per la Sardegna. Si tratta di una norma che paralizza il ruolo delle assemblee generali elettive che vengono legate alla sorte del Presidente. Perchè un Consiglio regionale si deve dimettere se muore, si dimette, succede qualcosa al Presidente della regione? Si annulla la distinzione tra potere di controllo, potere legislativo e potere esecutivo. La carica di consigliere regionale o comunale diventa in qualche modo una emanazione del Presidente della regione o del Sindaco. Un capovolgimento della democrazia in cui il controllato (presidente) diventa controllore e dante causa.

Erano molto ma molto più serie le norme che presiedevano alla formazione degli organismi dei partiti e delle pubbliche amministrazioni prima della ubriacatura generale di modernismo, di innovazione, di plebescitarismo. Un iscritto al PCI o al PSI che votava in Sezione valeva molto di più, era assai più importante, di un anonimo partecipante ad una primaria fasulla di tre o quattro milioni di persone. Il suo voto contava e si discuteva a fondo sulle qualità della persona da eleggere sia per il Comitato Direttivo della Sezione, sia per altre cariche. Il Partito era una cosa seria specialmente nel suo Comitato Centrale che era capace di discutere per giorni e giorni scelte politiche che oggi vengono assunte velocemente ma anche spesso con leggerezza. Tutto è cominciato dallo scioglimento del Comitato Centrale del PSI e della sua sostituzione con quello che Rino Formica definì una "corte di ballerini e nani". La qualità del dibattito e della democrazia italiana sono peggiorati. Le riforme della pubblica amministrazione hanno diffuso il virus dello oligarchismo nel vasto corpo dello Stato. Si è invertito il rapporto tra elettori ed eletto. L'Oligarca è diventato talmente potente da essere addirittura temuto da coloro che gli stanno vicini.

La riforma politica e la riforma amministrativa hanno degradato la qualità della democrazia italiana. Molte norme introdotte dalla riforma Bassanini si sono rivelate veri e propri cavalli di troia ed hanno fatto degenerare una pubblica amministrazione magari vecchiotta ma certamente assai più accettabile di quella odierna fatta di distanze siderali tra managers e comuni funzionari. I due processi di volatilizzazione dei partiti a vantaggio degli oligarchi e di riforma delle leggi elettorali e della struttura delle amministrazioni hanno fatto degenerare la democrazia italiana che è diventata quasi virtuale ed ha invertito il rapporto tra base e vertice. La base intesa come comunità di elettori o di cittadini non conta più niente. Tutto si consuma nelle stanze frequentate dagli oligarchi che sono privi di qualsiasi controllo, si stabiliscono gli stipendi che più aggradano,
insomma fanno quello che vogliono.

Non propongo il ritorno al Partito "pesante" ma credo che si debba trovare modo di restituire alle comunità di base il potere di scelta. Primarie di migliaia o milioni di persone sono il contrario della democrazia. Si svolgono in silenzio precedute da comizi dei candidati. La democrazia è discussione delle situazioni, scelta,
valorizzazione del bene comune. Insomma, è il contrario del punto in cui siamo giunti dopo venti anni di riforme demolitrici di un sistema vecchio ma rispettoso della libertà e del diritto di partecipazione dei cittadini.

La democrazia è la capillare partecipazione di quanti vogliono partecipare al processo decisionale, elettivo,
politico.

Pietro Ancona


20 febbraio 2009

Paolo Ferrero : fallimento di una politica, non di un uomo

 

Il risultato delle elezioni sarde ha reso evidente il fallimento del progetto politico del Pd. Non l'errore di un leader, ma la crisi organica di un progetto politico che copre un arco temporale lungo. E' la strategia nata dal progetto occhettiano di scioglimento del PCI e caratterizzata da un progressivo spostamento al centro che si mostra fallimentare. Con questo fallimento occorre fare i conti in modo non propagandistico. Anche perché il risultato sardo colpisce pesantemente un'esperienza di governo che nel bene e nel male non rappresenta certo uno dei frutti peggiori del Pd. Anzi. Il centrosinistra ha fallito non per imperizia di qualche dirigente ma proprio perché il suo progetto politico non è in grado di prefigurare una via di uscita dalla crisi. Così, anche le cose buone fatte da Soru - penso alla legge sulla tutela del territorio - si sono ritorte contro un centrosinistra che non è riuscito a dare uno sbocco positivo al drammatico problema della disoccupazione. Anche la speculazione edilizia può essere vista come un'ancora di salvezza in una condizione in cui manca il lavoro.
La sconfitta sarda ci pone quindi il problema di fondo. Il centrosinistra è nato e cresciuto in simbiosi con la globalizzazione capitalistica. Di quella globalizzazione ha assunto le culture e i valori: dal liberismo temperato alla centralità dell'impresa. Di fronte alla crescente insicurezza sociale prodotta dal quel modello di sviluppo, insicurezza diventata vero e proprio terrore dentro la crisi economica, il centrosinistra non è stato in grado di dare alcuna risposta credibile. Al contrario la destra ha usato l'insicurezza sociale come un'arma per fomentare la guerra tra i poveri e costruire su queste basi il suo consenso. La destra, di fronte alla crisi ha detto: la coperta è corta, è bene che restino fuori i piedi degli altri, immigrati in primo luogo; se si deve sacrificare un po' di libertà e democrazia, pazienza. Su questo ha vinto la destra.
Di fronte alla crisi la destra propone uno sbocco barbarico. il Pd non ha proposto nulla. Nel suo ultimo piano contro la crisi non è nemmeno stato in grado di porre la questione della redistribuzione del reddito, che è con ogni evidenza il problema più grande che abbiamo dinnanzi.



In questa situazione è bene, a sinistra, evitare illusioni che vedo pericolosamente affacciarsi.
Da questa crisi non si esce con un cambio di leadership. Non è un problema di nomi, né è sufficiente, come al gioco dell'oca, tornare indietro di qualche casella, magari riscoprendo i Ds al posto del Pd. Il problema è che tutto il gruppo dirigente che ha operato per sciogliere il Pci si è identificato con la gestione della globalizzazione liberista ed è andato in crisi proprio nella crisi della globalizzazione.
Un anno e mezzo fa è saltato Prodi, oggi Veltroni, domani chi? Questa crisi strategica non si risolve con i giochi di sponda con le correnti interne al Pd o con qualche belletto. Questa crisi non si risolve nemmeno con una rinnovata intesa tra Pd e sinistra. Il fallimento dei due governi Prodi, così come la giunta di Soru è li a dimostrarlo. Quello che manca oggi non sono le relazioni tra le due sinistre o un nuovo centrosinistra. Quello che manca è la credibilità di una sinistra di alternativa che sappia elaborare e declinare credibilmente una proposta di uscita dalla crisi. Una proposta alternativa alle ricette liberiste e "riformiste". Per questo Rifondazione Comunista lavora alla costruzione di una sinistra di alternativa, anticapitalista e comunista, non subalterna alla crisi del Pd, capace di costruire con la Cgil, il sindacalismo di base, la moltitudine di comitati locali, l'opposizione sociale nel Paese. E formulare proposte che diventino parole d'ordine di massa: redistribuzione del reddito, ammortizzatori sociali per tutti, intervento pubblico nell'economia, rilancio del welfare. Si tratta di promuovere un movimento generale, consapevole che dalla crisi non si esce con i sacrifici, ma con la radicale messa in discussione degli attuali assetti di reddito e di potere.
Nessuna scorciatoia, quindi. Il gruppo dirigente del Pd non ha sbagliato linea, ma la strategia di fondo, da vent'anni a questa parte. Costruire un progetto e una sinistra alternativi a questa fallimentare strategia è il compito che noi di Rifondazione abbiamo dinnanzi, sul piano sociale, su quello culturale come su quello elettorale. Lavorarci da subito è tanto più necessario per costruire un punto di riferimento che alla crisi del Pd opponga una risposta in avanti, in Italia come in Europa.


17 febbraio 2009

Grazie Silvio

Non so se sia vero, credo che ritorni sui suoi passi.
Ma se è vero, grazie Silvio.
Avresti potuto tenerlo in vita e fare qualche inciucio a senso unico con lui. Avresti potuto ammazzare questo paese con il consenso di tutti i benpensanti, Ed invece vuoi tutto : questo paese lo vuoi distruggere non con una lenta eutanasia, ma in maniera drammatica ed esplosiva. Nel frattempo però hai fatto sì che nell'opposizione ci fosse una scansione, un equivoco fosse chiarito, un mito della comunicazione svanisse dinanzi ai suoi fedeli. E' bastato solo un anno e qualche mese. Grazie, Silvio per il tuo istinto da fighter, per la tua voglia di K.O. Ora dobbiamo cercare solo di non fare peggio di questo ridicolo e pernicioso personaggio.



Ah, scusa Water...ma VAFFANCULO, tu e chi ti ha tenuto in piedi e ti ha dato fiducia, chi ti ha permesso di sgretolare la Sinistra con il voto utile, chi ha pensato che eri il nuovo.
 


25 ottobre 2008

Salva l'Italia

Ne sono sicuro. Quello di Veltroni sarà oggi un grande successo.
Water avrà il suo bagno di folla.



Ecco, mo' ci ho pure er coperchio...


Ma, trattandosi di Water, più che di un bagno di folla, si tratterà di un grande sciacquone.
E l'acqua, nonostante eretici scienziati, non serba memoria.
Altrimenti come si sopporterebbe la prossima ondata di merda ?


1 luglio 2008

La ola di Veltroni

Veltroni parlava di accordo sulle riforme istituzionali e opposizione sul programma di governo, ma in realtà voleva significare accordo sul programma di governo.
Ovviamente Berlusconi di questo accordo non ha assolutamente bisogno.



In alto a sinistra, sino al prossimo accordicchio....

La rabbia di Veltroni dunque produrrà una rottura insanabile : ci sarà accordo cioè solo sulle riforme istituzionali ma non sul programma di governo.
In attesa di tempi migliori.


30 giugno 2008

Veltroni costretto a combattere

Devo confessare di aver avuto un moto di soddisfazione quando ho visto il volto stanco e rassegnato di Veltroni dopo lo showdown di Berlusca alla Confesercenti.
Era il volto stanco di chi sarà costretto a cedere ancora di più pur di raggiungere i propri ridicoli obiettivi politici.
Veltroni rappresenta una classe politica marcita che vuole vendersi a tutti i costi al capitale internazionale. Per farlo deve passare però per il giogo capriccioso di Berlusconi che prima del capitale internazionale deve tutelare il proprio di capitale e  deve inoltre soddisfare tutte le varianti del populismo che ha portato con sè al governo.
Queste operazioni sono un costo eccessivo per Veltroni che deve fare buon viso a cattivissimo gioco. Berlusca non consente loro di salvare nemmeno quel poco di faccia che è rimasta.
L'annuncio di una grande manifestazione per l'autunno sa di necessaria dilazione, ma potrebbe trasformarsi nell'ennesimo fallimento di questo apprendista stregone della politica che sinora ha collezionato solo pomodori e pernacchie.


Che...cazzo ci fa Veltroni in politica ?

La stella polare di Veltroni è l'ipocrisia, ma il Berlusca non vuole nemmeno l'omaggio formale che il vizio fa alla virtù. Berlusca nel suo orgasmo da manipolatore delle coscienze vuole che il vizio sia virtù.
Ed a questa raffinatezza il critico cinematografico Veltroni non ci è ancora arrivato. Ci vuole un vero attore.
 


24 giugno 2008

Senilità politica precoce (Walter Gump)

 Basta un Parisi qualsiasi e già hai bisogno dell'accompagnamento di Rotondi e D'Alema




E pensare che
volevi correre da solo...

 


14 maggio 2008

Il falso riformismo del Partito democratico : le matrici

 Nella sua luce storica, il termine riformista, calato nella dimensione di politica economica, si manifesta nelle grandi trasformazioni del modello liberale propugnata dagli assertori del welfare state, in particolare quella visione keynesiana che venne travolta, a seguito della crisi petrolifera di fine anni Settanta dalla «rivoluzione» reaganiana e tatcheriana, che doveva contribuire significativamente di li a pochi anni, al crollo dell'esperienza del socialismo realizzato. È proprio nel quadro delle trasformazioni del contesto politico-culturale globale che vide i natali l'attuale ideologia del riformismo, una teorica non più sorretta da un disegno primario di giustizia sociale ma al contrario volta principalmente alla ricostruzione di un sistema capitalistico il più possible efficiente.



Il bisogno di confessare i propri peccati....

In quest'ambito, l'ordinamento giuridico, lungi dal proporsi come strumento di limitazione degli impulsi acquisitivi individuali, si propone di favorirne il libero dispiegarsi, sull'assunto che essi, incanalati soltanto da un processo privatistico a mano invisibile, avrebbero finito per favorire, seppure indirettamente, anche i soggetti più deboli tramite una «ricaduta verso il basso» (il cosiddetto trickle down effect) dei benefici di una sostenuta crescita economica. Il progetto reaganiano e tatcheriano non sposò alcun aspetto del modello contro cui si rivoltava ma, visto in prospettiva globale, effettivamente ne travolse, con violenza «rivoluzionaria», ogni contenuto politico e di civiltà. Sono infatti proprio i presupposti della costituzione economica di un modello misto (pubblico e privato) che il riformismo del welfare state aveva prodotto e costituzionalizzato a partire dall'esperienza della Repubblica di Weimar e poi, in Italia, nella Costituzione italiana del 1948 col grande compromesso fra Togliatti, Dossetti ed Einaudi, a crollare insieme al Muro di Berlino, riportando indietro di quasi due secoli il significato di riformismo.
Dal punto di vista contenutistico, nel nuovo ordine globale in cui la crescita economica viene considerate prioritaria indipendentemente da ogni preoccupazione distributiva, il riformista si propone solo di mitigare gli aspetti più estremi e disumani del modello dominante, in un'accezione del termine non diversa da quella che ci può far vedere come riformisti sovrani «illuminati» quali Maria Teresa d' Austria, Leopoldo di Toscana, Federico II di Prussia, Carlo III di Napoli o Caterina II di Russia. Una visione profondamente incardinata nella disuguaglianza sostanziale dei diritti di proprietà e che anzi fa di un modello autoritario, classista, etnocentrico, ma tuttavia preoccupato del proprio «volto umano» (emblematico è a questo proposito iul piano per l'Africa di Toni Blair o la Fondazione di Bill e Melinda Gates) la sua cifra caratterizzante.
Questo riformismo della «terza via», che con i lavori di Anthony Giddens cerca di espugnare il fronte intellettuale e politico che almeno in Europa separava la Destra e la Sinistra, trova in Tony Blair e Bill Clinton, i due eroi eponimi capaci dei naturalizzare e rendere bipartisan le ricette del neoliberismo confezionate nel decennio precedente dai loro predecessori nell'interesse degli attori forti dei mercati finanziari globali (Istituzioni Finanziarie Internazionali, Banche, Compagnie di Assicurazione, Edge Funds). Due eroi che non restano isolati in Occidente. In Germania Schroeder, con l'aiuto del Fondo Monetario Internazionale, emargina Oskar Lafontaine. In Italia sono Massimo D'Alema (primo ministro post-comunista ansioso di partecipare alle guerre globali) e poi Romano Prodi a sdoganare il riformismo neoliberale come pensiero «di sinistra» aprendo la via alla grande convergenza bipartisan.
La creazione di un ideologia riformista, come strumento che aliena la distribuzione a favore della produzione e dell'accumulo concentrato di ricchezza, sposa questo modello di sviluppo interamente «mercatista» (fondato sull' oligopolio reale accompagnato dalla retorica della competizione) che a casa nostra si è continuato a celebrare nel Partito Democratico, proprio mentre la destra sociale neocorporativa lo scaricava giusto in tempo attraverso l'impressionante piroetta di Giulio Tremonti, già campione di privatizzazioni e finanza creativa (La paura e la speranza, Mondadori 2008 è stato un bestseller in campagna elettorale vendendo antimercatisno, sicuritarismo e xenofobia).
Anche a sinistra, non soltanto le periodiche drammatiche convulsioni nei contesti di produzione (crisi dei mercati asiatici del '97, crisi subprime e recessione attuale) ma anche, soprattutto, il progressivo allargamento del baratro fra ricchi e poveri che strutturalmente condanna l'Africa e gli altri paesi periferici subalterni alla sete e alla fame dovrebbero suggerire un ripensamento onesto dei termini della questione «riformista». L'economista austriaco Joseph Shumpeter una volta scrisse che così come sono i freni che consentono ad un veicolo di poter avanzare spedito, senza incidenti, altrettanto avviene per un modello economico capitalistico. Quest'idea fu ripresa da Michel Albert nel suo famoso saggio sui due capitalismi, ed è stata sviluppata nella letteratura giuridica ed economica più avveduta (ancorchè minoritaria) ma ha ottenuto scarsa eco nella discussione sulla politica economica italiana. Al contrario, il riformismo a casa nostra si misura con il metro delle «lenzuolate» di bersaniana memoria, e fa proprio della crociata contro i «lacci e lacciuoli» (espressione che risale ad un maestro della grande destra come Guido Carli) la sua bandiera. Le riforme volte alla liberalizzazione denigrano così sistematicamente il controllo giuridico pubblico (i lacciuoli appunto) nel rivolgersi contro taxisti, farmacisti e notai nell'ambito dei lavoratori autonomi (particolarmente attivi qui i professori Giavazzi e Alesina) e in quello dei dipendenti prendono di mira, in nome della flessiblità le garanzie ottenute dai lavoratori attraverso le lotte sindacali degli anni Sessanta e Settanta (il nome che va citato qui è quello di Pietro Ichino).


(Ugo Mattei)


28 aprile 2008

Grazie Romaaaaaa.....

Sarò uno stalinista che vuole il tanto peggio tanto meglio, ma , compagni e compagne, ho avuto un orgasmo.
Pensando a Rutelli che faceva lo sbruffone in conferenza stampa, ahò....
Ma soprattutto pensando a Veltroni, questo apprendista stregone che ha in pochi mesi ottenuto due risultati di merda (il primo con il plauso dei suoi accoliti), lacerando il centrosinistra e contribuendo alla cancellazione parlamentare di una pur debole e velleitaria Sinistra radicale.
Ho seguito questa sua parabola, tremando ai suoi esordi, bestemmiando per ogni suo intervento, scongiurando gli amici democratici e democrats (versione apparentemente più radicale dei primi, che però si rimangia durante le elezioni tutto quello che ha vomitato tra un'elezione e l'altra) di non starlo a sentire.




Ebbene eccoci qua. Molti elettori di sinistra si sono astenuti, non fidando nè nei proclami antifascisti di maniera, nè nei rifondaroli che ancora si accucciano sotto i cuginastri in cerca di qualche poltrona di sapore locale.
Ora qualcuno seguirà ancora le mezzeseghe che professano il blairismo mediterraneo, pensando che il rinnovamento deve ancora far sentire i suoi effetti di lungo periodo.
Io faccio alla sinistra tiepida un ultimo appello : MANDATE A CAGARE IL VOSTRO LEADER !!!


22 aprile 2008

Il declivio del capitalismo italiano

 Il padronato si lamenta, batte i piedi in terra, ed egli dovrà sempre più spesso accorrere, rassicurare e promettere. E' questo in fondo il prezzo da pagare per diventare il delfino di quei centri del capitalismo italiano che poco si fidano di Berlusconi, e che tuttora puntano su un sostanziale pareggio elettorale e sulla grande coalizione per sperare di rovesciare l'Italia come un calzino. Ma perché mai i capitalisti italiani stanno così insistentemente alzando la posta? Come si spiega questa fretta, questa specie di voglia sessantottesca al contrario, che li spinge a "volere tutto", persino magari l'impossibile? Verrebbe immediato rispondere che si sentono forti, blanditi e vezzeggiati, e che di conseguenza intendono battere il ferro della politica finché è caldo. Questa spiegazione è in parte corretta, ma coglie solo aspetti superficiali del comportamento padronale, senza indagare sulle sue determinanti profonde. E' pur vero infatti che Confindustria si trova oggi più che mai al centro della scena politica nazionale. Ma il punto chiave è che questa centralità politica si verifica in contemporanea con una palese marginalizzazione economica del capitalismo italiano all'interno del quadro europeo e mondiale. I padroni nostrani non sono certo in braghe di tela, beninteso: molti di essi continuano a macinare ingenti profitti. Ma la distanza relativa tra i loro guadagni e quelli medi del capitale internazionale cresce a vista d'occhio.
Basti guardare all'andamento dei costi per unità di prodotto all'interno dell'Unione monetaria europea. Essi vistosamente divergono tra loro, con l'Italia e gli altri paesi del Sud Europa sempre più in affanno rispetto alla Germania e alle altre economie trainanti. I nostri capitalisti vedono quindi sempre più deteriorarsi le loro quote di mercato e questo, a lungo andare, comporterà la loro uscita dal mercato o il loro assorbimento tramite acquisizioni estere. Col risultato, in questo caso, che nella catena europea del valore aggiunto ai lavoratori italiani spetterà sempre di più la parte della fatica e delle briciole. E' bene chiarire che qualche indizio rilevante, in questo senso, ci è dato persino dall'assetto bancario, che al fondo delle cose riflette i limiti dell'industria sottostante: nonostante le poderose centralizzazioni dei capitali avvenute in Italia negli ultimi anni, il rischio di take-over esteri rimane elevato per più di un gruppo nazionale. E c'è da scommettere che Draghi non muoverà un dito per mantenere la testa pensante del capitale finanziario entro i confini nazionali.



Lo strabismo del Pd....


Questo ed altri segnali indicano in sostanza che i capitalisti italiani stanno progressivamente scivolando dal vecchio ruolo di capitani d'industria a quello molto meno edificante di modesti rentiers, possessori di quote di minoranza del capitale globale. Il che in fin dei conti non può meravigliare. Questa tendenza riflette l'arretratezza del nostro sistema produttivo, caratterizzato soprattutto da capitali piccoli, frammentati e polverizzati, contraddistinti da una bassa produttività e da un infimo potere di mercato rispetto ai giganti europei. Altro che "piccolo è bello, dunque". La lezione di Marx è sempre valida: il capitale tende a concentrarsi e a centralizzarsi, e i proprietari minori e periferici sono destinati a farsi da parte. Ovviamente, una così poco gradevole prospettiva dipende anche dalla inadeguata risposta che si è data nel tempo a questi problemi. Per anni i capitalisti nostrani hanno preteso di tamponare le loro debolezze strutturali esigendo dalla politica mani libere al fine di ridurre al minimo le retribuzioni e di intensificare al massimo gli sforzi produttivi dei lavoratori. Ebbene, il risultato di questa greve linea di indirizzo è oggi sotto i nostri occhi. Ci ritroviamo infatti con dei salari tra i più bassi d'Europa e con un numero di vittime per unità prodotta tra i più alti del continente. Eppure, nonostante l'elevatissimo prezzo pagato dalla classe lavoratrice, registriamo in ogni caso una perdita sistematica di quote di mercato e una tendenza inarrestabile al deficit con l'estero. I padroni italiani insomma hanno fallito, e con essi la politica che li ha assecondati. Verrebbe a questo punto naturale attendersi un cambio di rotta, ed invece ci ritroviamo alle prese nientemeno che con Waltindustria, vale a dire con una simbiosi ancor più stringente tra capitale e politica, per lo più finalizzata a reiterare la vecchia strategia del passato. Il professor Giavazzi del resto dovrebbe saperlo: le evidenze empiriche di cui disponiamo ci dicono chiaramente che l'eventuale abolizione dell'articolo 18 - o addirittura di tutto lo Statuto dei lavoratori - non avrebbe alcun effetto di rilevo sui tassi di disoccupazione o sulla dinamica della produttività nazionale, mentre darebbe luogo a un ulteriore indebolimento della capacità contrattuale dei dipendenti e quindi a una ancor più vistosa compressione dei salari. La solita minestra di sempre, insomma.

(Emiliano Brancaccio)


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