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1 luglio 2008

Elogio dell'agricoltura biologica

 «Il cibo sia la tua medicina» ammonì Ippocrate, padre dei medici saggi. Ma il sistema agroalimentare mondiale è spesso «malato». Sul lato dell'offerta: in India i contadini si suicidano per i debiti contratti nell'acquisto di semi e input chimici, negli Stati Uniti molti braccianti agricoli avvelenati dai pesticidi muoiono a 50 anni. Sul lato della domanda: i cittadini coreani protestano contro la carne importata dagli Usa, i prezzi elevati significano penuria per i consumatori con scarso potere di acquisto. Per non parlare delle emergenze: come in Etiopia, dove in due decenni si sono avute ben cinque grandi siccità, e anche adesso per gli scarsi raccolti sono alla carestia milioni di produttori di cibo, contadini poveri.
In questa situazione, e sotto la spada di Damocle del cambiamento climatico, che ruolo ha l'agricoltura biologica? Una nicchia salutare per chi produce e per chi consuma: ma è riservata a chi ha potere d'acquisto, oppure è potenzialmente accessibile a tutti, compresi produttori e consumatori poveri? «Coltivare il futuro» è l'ambizione dell'insieme di organizzazioni - produttori, tecnici, associazioni, trasformatori - riunite nell'Ifoam, Federazione internazionale dei movimenti per l'agricoltura biologica, il cui sedicesimo congresso mondiale si è concluso ieri a Modena con partecipanti da 80 paesi (in maggioranza non direttamente agricoltori). Le coltivazioni bio sono quelle che, basandosi sul rispetto dei cicli ecologici ed escludendo in genere gli input di sintesi e le monocolture, «salvaguardano la biodiversità, proteggono la fertilità del suolo, liberano dal controllo delle compagnie multinazionali, producono cibi più nutrienti» spiega lo studioso etiope Tewalde Egziaber, noto per aver guidato il gruppo dei paesi G 77 (il grande gruppo delle nazioni «in via di sviluppo») nei difficili negoziati internazionali per i diritti degli agricoltori e la biodiversità agricola.
«Non confondiamo i 30 milioni di ettari totali interessati dalle certificazioni formali e in maggioranza concentrati in Europa, con le coltivazioni organiche non certificate che non riusciamo a quantificare e producono per i mercati locali, anche in Africa, Asia e America Latina. Nel nostro movimento c'è posto per tutti» dice Angela Caudle de Freitas, direttrice esecutiva dell'Ifoam.
In molti paesi occidentali, fra cui l'Italia, il biologico non è più una nicchia - e tantomeno lo sarebbe se i costi ecologici delle colture fossero incorporati nei prezzi. Ma, ha ricordato una partecipante africana, «nei nostri paesi le coltivazioni biocertificate sono per l'export, anche se magari "equo"; caffé, tè, cacao, frutta tropicale».
Dunque non si esce dalla logica della produzione per élite, e dall'impatto ecologico legato ai trasporti su lunga distanza, le famigerate «miglia-cibo». Risponde Caudle de Freitas: «Il problema non ci sarebbe se l'agricoltura organica diventasse la norma, che è una necessità ecologica e sociale. Noi cerchiamo di incoraggiare il ciclo corto, locale e diretto dal produttore al consumatore, così da ridurre prezzi e chilometri. Sta succedendo ad esempio in Africa dell'ovest, o in Brasile o in India. Occorre però anche la volontà dei governi».
Ma l'agricoltura biologica produce abbastanza per vincere la fame e aiutare il clima? Pare di sì, perché ottimizza l'uso di risorse che sono o diventeranno scarse, come l'acqua, l'energia fossile, il suolo fertile. Ma dovrebbe sganciarsi di più dai carburanti fossili (gli agrocarburanti per l'azienda agricola sono una buona idea), e non puntare sulle produzioni animali. Da qui l'importanza dell'educazione alimentare

(Marinella Correggia)


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permalink | inviato da pensatoio il 1/7/2008 alle 0:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


2 aprile 2008

Non esiste dimostrazione scientifica sulla dannosità degli Ogm ?

F. Sala citato dal blogger KK, premuratosi di individuare le bufale ecologiste sugli Ogm ha asserito tra l'altro che :
Non esiste una sola seria dimostrazione scientifica che gli alimenti derivati da piante gm possono avere effetti negativi sulla salute nonostante l’imponente mole di ricerche effettuate a riguardo. 
Non esiste una sola seria dimostrazione scientifica che  Il gene <<estraneo>> contenuto nel prodotto gm può trasferirsi nell’organismo umano nonostante l’imponente mole di ricerche effettuate a riguardo.
Faccio una premessa forse pleonastica : la locuzione "dimostrazione scientifica" mi sembra inappropriata. Meglio sarebbe parlare di verifica sperimentale di un'ipotesi quando si tratta di scienze naturali. La dimostrazione dovrebbe riguardare prevalentemente logica e matematica, basate su principi assiomatico-deduttivi.




Passiamo alla seconda affermazione di Sala. In realtà ci sono forti sospetti sulla possibilità che un gene si trasferisca in un altro organismo umano.
Infatti esistono studi su mammiferi che sostengono la reperibilità di transgeni, o per lo meno frammenti della dimensione media di geni, nel sangue e nei tessuti. La sopravvivenza all’interno dell’organismo espone al rischio di trasferimento orizzontale dei geni dimostrato nei mammiferi e negli uccelli.
Quanto all'affermazione più generica che non esistano prove della dannosità per l'organismo umano degli Ogm essa va affrontata nel trattare le questioni più specifiche ad essa connesse.
Qualche dubbio su questa ottimistica tesi ci può venire leggendo
qui
Naturalmente si può dire che sulla questione ci sono dubbi e dunque non v'è prova della dannosità o dell'assimilazione dei geni da parte del nostro organismo. Il punto però è che nel dubbio bisogna stabilire l'atteggiamento meno rischioso per la salute della popolazione. Quest'ultimo sembra escludere una ricerca ed una commercializzazione affidata ad imprese private e senza alcun controllo preventivo


29 marzo 2008

Il grande cocomery : gli Ogm sono garantiti per le allergie ?

Veniamo alla quarta "bufala" riportata da KK.
F. Sala asserisce a tal proposito che le piante gm sono certificate <<esenti da allergeni>> in quanto sono preventivamente controllate. Al contrario, le piante non-gm sono frequentemente allergeniche.
Anche qui ci troviamo di fronte ad un'affermazione piuttosto generica. Infatti non è possibile stabilire se un prodotto gm sia tale da non scatenare allergie.



A proposito del rapporto tra geni e allergie ci sono stati due casi interessanti
1) quello della soia arricchita da un gene della noce moscata. In quel caso l'azienda se ne accorse (del suo carattere allergenico) e istituzioni come Fao e Oms hanno poi introdotto dei sistemi di controllo
2) Tali sistemi di controllo si sono rivelati comunque limitati nel secondo caso nel quale un mais (detto Starlink) con proprietà insetticide, modificato con il gene di un batterio e approvato solo per uso animale, fu trovato nei tacos messicani e ha dato origine a diversi casi di allergia.
Tali casi sono meglio affrontati
qui e qui 
Dunque il rischio di allergie rimane sia per alimenti ogm che per alimenti non-ogm.


27 marzo 2008

Il grande cocomery : le piante GM sono sterili ?

Passiamo alla seconda bufala riportata da KK.
Secondo F. Sala le piante gm sono fertili come quelle da cui sono derivate. Saranno sterili solo nel caso in cui sia stato deliberatamente introdotto un gene che determini sterilità fiorale.
Dunque non è vero che le piante Gm sono sterili.
Sala però qui non fa capire perchè mai alcuni ecologisti dicano che le piante Gm siano sterili e dunque non fa capire (almeno nel passo riportato) il contesto a partire dal quale questa tesi viene sostenuta.
A quanto mi consta il problema è che le aziende che si occupano di biotecnologie cercano di commercializzare piante Gm sterili (i cosiddetti Terminator) per costringere gli agricoltori che le usano a non poter riutlizzare i semi e quindi a comprarle sempre da loro.



I reiterati tentativi di commercializzare questi tipi di piante sono trattati
qui  e qui e tecnologie cosiddette terminator già sono state brevettate. Un ulteriore tentativo ancora in corso di commercializzazione della tecnologia è descritto qui
Un tentativo di rispondere alla critica della possibilità di commercializzare semi sterili è stato fatto da Capemaster qui , ma non convince del tutto perchè non spiega perchè il coltivatore debba obbligatoriamente ricomprare i semi dall'azienda che li ha venduti in un primo momento. Non lasciare l'agricoltore libero di creare sua varietà delle sementi è una rigidità eccessiva dal momento che delega definitivamente alle industrie la creazione di varietà a partire da queste sementi.


26 marzo 2008

Nessuna pianta coltivata è naturale ?

Prendo spunto da un post di KK dove si elencano (il tutto tratto da questo libro) le 27 bufale anti-ogm per analizzare più in dettaglio le argomentazioni svolte.
Partiamo dal primo punto dove F.Sala dice che nessuna pianta coltivata è naturale: tutte sono il prodotto di profonde modificazioni introdotte con manipolazioni genetiche (incrocio, mutazione, modifica del numero di cromosomi) che ne hanno migliorato le qualità agricole e organolettiche.
C'è da dire in primis che sono poche le culture ambientaliste che oggi usano l'argomento del carattere naturale dei prodotti dell'agricoltura tradizionale.
Tuttavia più che fermarci a questa constatazione e tracciare una distinzione netta tra ciò che è naturale e ciò che non lo è, potremmo dire che naturale e artificiale sono due estremi ideali di una serie di oggetti e di processi. Potremmo dire che "assolutamente naturale" è l'oggetto la cui esistenza non prevede alcun intervento consapevole dell'uomo, mentre "assolutamente artificiale" è l'oggetto la cui esistenza ha come ragione necessaria e sufficiente l'intervento umano, e cioè l'oggetto interamente costituito dall'uomo o da materiale a sua volta prodotto consapevolmente dall'uomo.
Vi sono con tutta probabilità oggetti del tutto naturali (come il sole), mentre è più difficile pensare ad oggetti del tutto artificiali (anche perchè si potrebbe dire che anche del materiale di costruzione artificiale possa essere stato costituito a partire da elementi reperibili in natura) Sulla base di queste definizioni possiamo dire che ci sono piante più o meno naturali, misurando l'apporto di lavoro umano (o di energia apportata dall'uomo) necessario per porle in essere.
Su questa base (e sulla base del fatto che nel costo di una pianta ogm ci può essere il costo del brevetto) si può magari dire che la pianta ogm sia meno naturale di una pianta coltivata con metodi più tradizionali (anche se magari questa situazione si potrebbe anche rovesciare con il progresso tecnologico per cui una pianta ogm può ad un certo punto richiedere una minore erogazione di lavoro rispetto ad una pianta ottenuta con metodi più tradizionali)



Un altro criterio per distinguere il grado di "naturalità" di una pianta può essere stabilito a partire dal fatto che ci sono modi e modi di causare mutazioni e trasferimenti di materiale genetico.  A parte quelle che avvengono naturalmente, le mutazioni causate da tecniche tradizionali vengono fatte a livello fenotipico, in base a caratteristiche visibili ed all'interno di popolazioni molto grandi. Soprattutto però è il ritmo relativamente lento di immissione nell'ambiente di tali organismi a consentire una verifica delle capacità di sopravvivenza, di riproduzione, di diffusione e di compatibilità con le altre specie animali e vegetali. Tale verifica per gli Ogm è più problematica in quanto correlata ad un immenso potenziale di manipolazione e  legata alla volontà dei soggetti che li producono di fare un monitoraggio completo e dettagliato di tali conseguenze. Per questa ragione si può legare la naturalità di una pianta proprio alla verificabilità della sua compatibilità ambientale. Essa cioè sia pur essendo un prodotto artificiale può essere più o meno naturale nella misura in cui sia più o meno controllabile l'insieme degli effetti conseguenti alla sua immissione nell'ambiente. Si tratterebbe in questo caso di una naturalità intesa come "naturalità umanizzata" e cioè come interazione regolata e cosciente tra natura ed intervento umano.
In un contesto di questo tipo la distinzione tra prodotti agricoli tradizionali e prodotti ogm non è rigida e schematica ma fluida e tale da consentire una immissione regolata dei prodotti ogm nel mercato.


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permalink | inviato da pensatoio il 26/3/2008 alle 20:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


28 maggio 2005

La libertà della scienza...

Ogm, scienza Ue sotto accusa
L'Authority europea conosceva i rischi per la salute del mais Monsanto e diede il via libera
I danni del Mon 863 Secondo uno studio della stessa Monsanto su topi da laboratorio, provoca modificazioni del sangue e malformazioni e riduzione dei reni

GIORGIO SALVETTI
MILANO
L'Efsa (European food safety authority) sapeva dei pericoli per la salute causati dal mais Mon 863 della Monsanto. Ma, pur avendone preso ufficialmente atto, decise di liquidare la questione con un'alzata di spalle: «non hanno rilevanza biologica». E questo anche se erano propri gli studi eseguiti dalla stessa Monsanto a provare che il Mon 863 causava malformazioni nei topi usati come cavie. Domenica scorsa il giornale inglese Independent ha affermato di avere parte di quel dossier da sempre tenuto segreto da Monsanto è ha rilanciato la notizia in prima pagina facendola rimbalzare sui giornali di mezzo mondo. In realtà però da tempo i risultati allarmanti di quell'esperimento sono noti. La meritevole iniziativa del quotidiano britannico ha probabilmente lo scopo di riaprire il dibattito sugli organismi geneticamente modificati in Gran Bretagna, ma va anche dritta al centro della questione: l'oggettività delle agenzie scientifiche governative e comunitarie non è mai stata tanto dubbia come nel caso delle valutazioni a proposito degli organismi geneticamente modificati. Non a caso ieri Monsanto per propagandare la «bontà» del Mon 863 si è nascosta dietro l'autorevole parere dell'Efsa. Nel 2002 insieme alla richiesta di autorizzazione per l'entrata del Mon 863 nel mercato Ue «tutta la documentazione scientifica - si legge nella nota firmata Monsanto - è stata prodotta integralmente alle autorità competenti inclusa l'Efsa. Alcuni paesi membri hanno chiesto approfondimenti e Monsanto ha risposto a tutte le richieste integrative tra il 2003 e il 2004. Il 2 aprile 2004 Efsa ha dato parere favorevole». Tutto vero, ma non sufficiente a fugare i dubbi sul Mon 863 che da anni turbano scienziati altrettanto autorevoli in diversi paesi europei.

Il caso Mon 863 scoppiò in Francia già nella primavera del 2004. Fu l'organizzazione ambientalista Comité de recherche et d'information indépendentes sur le géenie Génétique (Crii-Gen) presieduta dall'ex ministro all'ambiente Corinne Lepage a far scoppiare il caso rendendo pubbliche le conclusioni dello studio fatto dalla Monsanto che dimostravano come il Mon 863 producesse malformazione e riduzione dei reni oltre che modificazioni della composizione del sangue nei topi da laboratorio. Già allora fu chiesto a Monsanto di rendere noto per intero il contenuto del lungo dossier di oltre mille pagine che descriveva l'esperimento, e proprio come oggi, Monsanto si rifiutò appellandosi al segreto industriale. L'agenzia francese per la sicurezza sanitaria degli alimenti, però, comandò ad una commissione scientifica nazionale (Cgb) di occuparsi della questione. Guarda caso la Cgb, si comportò proprio come l'Efsa. Prima ammise che lo studio Monsanto evidenziava «significative differenze» tra i ratti alimentati con mais tradizionale e quelli alimentati con il Mon 863, ma un anno dopo fece marcia indietro. Sulla base di che? Un nuovo studio ancora di Monsanto, realizzato in un laboratorio scelto dalla Monsanto e addirittura utilizzando un altro tipo di mais. Clamoroso, tanto che le polemiche sulla decisione non unanime all'interno della Cgb finirono su Le Monde e il Mon 863 destò perplessità persino in Germania, paese che pure è delegato dall'Ue a portare avanti la pratica di autorizzazione.

Lo scorso settembre anche Greenpeace-Italia ha chiesto alle autorità competenti di rendere pubblico integralmente il famoso dossier. Monsanto si è categoricamente rifiutata ed è ricorsa in tribunale. «E' difficile non dubitare dell'imparzialità di Efsa - commenta Luca Colombo di Greenpeace - è sempre favorevole agli ogm, i suoi giudizi si basano su studi compiuti dalle aziende che dovrebbero essere esaminate e si limitano ad un verifica letterale, mai sperimentale. Il tutto in un clima di forte pressione delle multinazionali». Ivan Verga di Verdi Ambiente e Società per questo chiede un'indagine della commissione Ue sull'operato di Efsa e la senatrice dei Verdi Loredana de Petris ribadisce l'importanza di una «ricerca scientifica pubblica e indipendente». Nel frattempo, Legambiente, Coldiretti e Cia chiedono il rispetto del principio di precauzione.

Settimana scorsa i rappresentanti italiani a Bruxelles non ha dato parere favorevole all'introduzione del Mon 863 nel mercato comunitario. L'Inghilterra invece ha votato sì. Nonostante ben tre studi sui quattro commissionati dal governo britannico in questi anni abbiano bocciato gli ogm, la linea Blair da sempre favorevole agli organismi geneticamente modificati e ben disposta verso gli interessi dei giganti agroalimentari americani è dura a morire. E questo spiega perché l'Independent abbia deciso di ritornare con forza sulla questione Mon 863. A Bruxelles se ne riparlerà a novembre. Anche se c'è da giurare che i cittadini europei abbiano già deciso: il Mon 863 in ogni caso non se lo mangeranno mai.



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permalink | inviato da il 28/5/2005 alle 19:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

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