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14 marzo 2010

Orsola Casagrande : l'Europa non vede la protesta del popolo kurdo

Imrali non è poi così lontana. E a condividere le sorti del loro leader, Abdullah Ocalan, sono in tanti. Mai come in queste settimane è diventato evidente. L'isolamento è certo di Ocalan, rinchiuso da 11 anni nell'isola-carcere e fino a pochi mesi fa unico detenuto. Ma è anche, drammaticamente, dei milioni di kurdi che vivono in Turchia. Circondati da un muro di gomma difficile da penetrare. L'isolamento però è anche quello che vivono i kurdi che stanno in Europa. Centinaia di migliaia di persone. Soli. Invisibili.
In questi giorni questa solitudine si è come materializzata. Decine di giovani, attivisti, dirigenti di organizzazioni legali sono stati arrestati in Italia, Francia, Belgio. L'ultima in ordine di tempo è stata l'operazione condotta da trecento agenti dell'antiterrorismo belga contro RojTv, la televisione satellitare kurda (con regolare licenza in Danimarca). L'accusa è fumosa, si parla di Pkk, il partito dei lavoratori del Kurdistan che l'Europa ha inserito (su ordine di Usa e Turchia) nella black list delle organizzazioni terroristiche. La polizia (c'erano anche agenti turchi) ha fatto irruzione negli studi di RojTv. Ha perquisito e posto in stato di fermo diverse persone, tra cui alcuni giornalisti, poi rilasciati. RojTv (prima Med Tv, poi Medya Tv: non ha cambiato nome per vezzo ma perché messa fuori legge come accade in Turchia per i partiti kurdi) trasmette programmi di ogni genere: news, approfondimenti, talk show e programmi per bambini. Tutto trasparente: basta accendere e guardare.


Prima dell'operazione belga c'era stata quella congiunta Italia-Francia. Smantellato un campo di 'addestramento ideologico' in Toscana, dicono le agenzie. In sostanza, secondo l'accusa il Pkk reclutava giovani da mandare in Kurdistan a combattere. In Italia il partito kurdo si occupava solo dell'indottrinamento ideologico. Non sono state trovate armi. Non c'è traccia di un addestramento militare, precisa la procura di Venezia. Al presunto campo per giovani si insegnava solo 'ideologia'. Vengono in mente le Frattocchie, la storica scuola del Pci. Ma anche le parrocchie. 'Indottrinamento ideologico' è la definizione post-11 settembre con cui si etichettano incontri politici che potrebbero essere paragonati alle scuole quadri o al catechismo.
Decine di arresti, centinaia di migliaia di kurdi. Soli. Manifestano ogni anno al Newroz, il capodanno kurdo, il 21 marzo in molte città europee, e nessuno li vede. L'altro ieri a Bruxelles erano ottomila. I kurdi sono invisibili anche quando scendono per strada. L'Europa è complice di questo isolamento. La Turchia è un partner economico troppo importante. Ma è complice anche la sinistra che in tanti paesi è stata al governo. L'Italia? Dopo la vicenda Ocalan difficile sperare che recuperasse terreno. Il resto d'Europa? Ha scelto di non vedere migliaia di suoi cittadini.
Ma la cosa più grave è che ha scelto di non vedere i kurdi anche quando propongono una soluzione negoziata del conflitto in atto in Turchia dal 1984. Perché oggi il Pkk, che dal marzo 2009 ha proclamato un cessate il fuoco unilaterale, è promotore di una soluzione pacifica al conflitto. Ma l'esercito turco continua a uccidere e bombardare. Ormai si fa prima a contare quanti politici kurdi sono rimasti fuori dal carcere... Siamo al paradosso per cui parlare di pace è reato. Vale la pena ricordare che proprio mentre si consumano gli arresti di decine di kurdi, anche nei Paesi Baschi la sinistra indipendentista parla di pace, propone un percorso di pace e viene zittita. Con il carcere.
La pace non è un business, la guerra sì. Lo diceva Arnaldo Otegi, leader della sinistra basca, nel video inviato alla conferenza di pace organizzata dal comune di Venezia lo scorso novembre (si parlava di paci possibili, in Turchia come in Spagna, nessuno ha raccolto). Un video perché nel frattempo era stato arrestato. Otegi, ricordando il discorso storico di Arafat alle Nazioni Unite, diceva che la sinistra basca (ma vale anche per il Pkk) si presenta davanti al mondo con un ramo d'ulivo in mano. L'invito: «Che nessuno lasci cadere questo ramo d'ulivo». In questo momento sta cadendo a terra.


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29 maggio 2009

Stefano Rizzo : le difficoltà di Obama in politica estera

 

Un grande paese come gli Stati Uniti è come un grosso bastimento che può cambiare rotta solo molto lentamente. Nelle ultime settimane dalla torretta di comando Obama ha impartito ordini diversi da quelli del precedente capitano, ma, ammesso che siano arrivati nella sala macchine e che i macchinisti li stiano eseguendo, ci vorrà del tempo per vedere i primi risultati. Prova ne sia la recente vicenda delle manovre Nato in Georgia o i rapporti con Cuba. Le difficoltà maggiori nel cambiare rotta il neopresidente americano le incontra in Afghanistan e nel vicino Pakistan. E nelle insidiose acque della Palestina.

Tempo addietro, rivolgendosi a coloro che si aspettavano rapidi e sostanziosi cambiamenti nella politica estera americana, Barack Obama dichiarò che un grande paese come gli Stati Uniti è come un grosso bastimento che può cambiare rotta solo molto lentamente. Nelle ultime settimane dalla torretta di comando sicuramente Obama ha impartito ordini diversi da quelli del precedente capitano, ordini per spostare la nave su una diversa rotta, ma, ammesso che siano arrivati nella sala macchine e che i macchinisti li stiano eseguendo, ci vorrà del tempo per vedere i primi concreti risultati.

Prova ne sia la recente vicenda delle manovre Nato in Georgia e nelle acque limitrofe del mar Nero, che rientrano nella ripresa della guerra fredda nei confronti della Russia iniziata da George Bush. Le manovre furono programmate come risposta, o risposta alla risposta, nei confronti della Russia, che qualche mese prima aveva annunciato manovre navali congiunte con il Venezuela di Ugo Chavez in acque che gli Stati Uniti considerano di loro stretta pertinenza fin dal lontano 1823, dai tempi cioè della Dottrina Monroe. Specularmente è esattamente quello che pensano i russi del mar Nero e di un'area geografica che l'Impero russo prima, l'Unione sovietica poi, la Russia di Putin alla fine, considerano parte della zona esclusiva di influenza russa.

Nel suo incontro del G20 a Londra con Vladimir Putin Obama aveva annunciato che le relazioni russo-americane sarebbero ripartite da zero ("dobbiamo premer il bottone del reset" - disse). Ma evidentemente i comandi dei computer sono più veloci di quelli delle navi da guerra e le manovre georgiane-statunitensi, che tanto hanno innervosito la Russia, aumentando il nervosismo per lo scudo missilistico in Polonia-Repubblica ceca e per altre provocazioni "minori", si sono tenute.
Con la conseguenza che il sempre imprevedibile (e irresponsabile) presidente georgiano Sakashvili per aumentare la tensione tra lo storico egemone russo e il suo nuovo protettore americano non ha trovato di meglio che diffondere con grande fanfara la notizia di un presunto colpo di stato ai suoi danni che sarebbe stato orchestrato dai servizi segreti russi per "destabilizzare la Georgia". Gli americani non ci hanno creduto molto e in ogni caso hanno fatto finta di niente.

Lo stesso discorso vale per Cuba. Le aperture diplomatiche di Obama sono innegabili, anche se sono state ricevute in modo contraddittorio dai due fratelli Castro, con Raul (che sarebbe il presidente in carica) che ha mostrato di apprezzarle, mentre Fidel (che non avrebbe incarichi di governo) che le ha respinte con sdegno. Ma intanto la corazzata americana proseguiva il suo corso e la settimana dopo il dipartimento di stato confermava, per l'ennesima volta, l'inclusione di Cuba tra i paesi che sponsorizzano il terrorismo.
Una inclusione che non ha mai avuto alcuna giustificazione concreta, ma risale all'animosità tra i due paesi dopo la rivoluzione castrista del 1959, e precisamente al fatto che negli anni seguenti Cuba aveva dato rifugio ad esponenti delle Pantere nere e di altri gruppi "sovversivi" nordamericani e che negli anni ‘80 aveva sostenuto i movimenti di guerriglia marxista in America centrale. (Del resto anche Cuba considera - con qualche ragione dopo il tentativo di invasione della Baia dei porci e i molti attentati contro la vita di Fidel Castro -- gli Stati Uniti uno stato terrorista.)

Le difficoltà maggiori nel cambiare rotta il neopresidente americano le incontrerà in Afghanistan e nel vicino Pakistan. In quella regione la strategia politico-militare è tracciata già da molti anni (dall'invasione di fine 2001): liberare l'Afghanistan dai talebani puntando sulla presidenza di Hamid Karzai e sostenere il Pakistan come argine contro il fondamentalismo islamico, sostenendo qualsiasi leader che dimostri la capacità di controllare il paese. Chiaramente sia la politica sia la strategia militare elaborate dalla precedente amministrazione americana sono fallite: i talebani sono all'offensiva, controllano larga parte del territorio, mentre il governo Karzai si è dimostrato del tutto inefficace a contrastarli (oltre che particolarmente corrotto nell'amministrazione interna).
Obama non ha potuto fare altro fin qui che continuare quella politica, mandando più soldati e ordinando di intensificare le operazioni militari in tutto il paese per cercare di puntellare il traballante governo Karzai. Allo stesso tempo il neopresidente ha fatto trapelare il suo scontento per come stanno andando le cose e si è rifiutato di appoggiare esplicitamente Hamid Karzi nelle prossime elezioni presidenziali. Se, come è probabile, non ci saranno clamorosi risultati positivi di questa "surge" afgana (sul modello che ha portato ad una relativa stabilità in Iraq), Obama dovrà però presto cambiare rotta, in Afghanistan come in Pakistan, dove il governo di Ali Zardari sembra incapace di fermare l'offensiva talebana che minaccia di impossessarsi del piccolo ma pericolosissimo arsenale nucleare pakistano.

Le acque in cui si sta dimostrando più insidioso manovrare la corazzata americana sono quelle, da decenni tempestose, della Palestina, intesa come Israele e Cisgiordania. La politica di Bush era stata per otto anni di acritico appoggio a qualsiasi azione del governo israeliano: dalla continuazione degli insediamenti nei territori occupati, alla guerra del Libano dell'estate 2006, alla guerra contro Gaza di fine 2008. La riproposizione, stanca e tardiva, della soluzione "due popoli - due stati" nella Conferenza di Annapolis del novembre scorso, non aveva prodotto alcun risultato, eccetto, appunto, il brutale assalto israeliano a Gaza.

Da qui la necessità di un cambiamento di rotta, che tuttavia oggi si presenta ancora più difficile, non solo per le prevedibili resistenze interne, ma soprattutto per il fatto che il nuovo governo israeliano sembra avere abbandonato del tutto l'intenzione di consentire la nascita di uno stato palestinese e subordina adesso la sua creazione alla "soluzione del problema iraniano". Ora, non c'è dubbio che l'Iran rappresenti una minaccia, non tanto per le sue inesistenti armi nucleari, quanto per il suo viscerale antisemitismo e per l'influenza che esercita su tutto il Medioriente attraverso il sostegno ad Hamas e agli sciiti libanesi di Hezbollah (come anche agli sciiti del Bahrein). Una minaccia che viene denunciata esplicitamente da Israele, ma è avvertita anche dai paesi arabi (sunniti) della regione, primo fra tutti l'Arabia saudita.

Per Obama la difficoltà principale nei colloqui di questa settimana con Shimon Peres e in quelli ancora più impegnativi la settimana prossima con Benjamin Netaniahu sarà fare capire al governo israeliano che deve impegnarsi davvero in una soluzione di pace, senza allo stesso tempo dare l'impressione di ritirare il sostegno tradizionale degli Stati Uniti verso lo stato di Israele. Obama ha bisogno per questo della collaborazione dell'Iran e della Siria (quest'ultima cancellata dalla lista degli stati terroristici - suscitando le proteste di Israele), senza allo stesso tempo incoraggiare le spinte egemoniche di questi due paesi nella regione.
Una manovra complessa, come complesso è tutto ciò che avviene in Medioriente, che metterà a dura prova l'abilità di un comandante deciso a cambiare rotta come sicuramente è Barack Obama. Soprattutto ci vorrà tempo.


9 febbraio 2009

Reloaded (o prematurato) alla supercazzora...

Lo ammetto: è colpa mia. Sono il solito impreciso.
Quando scrivevo : "non ha niente a che vedere con il reato di genocidio definito dalla Convenzione Onu, reato di genocidio che è legato solo all'intento che non è dunque il secondo elemento costitutivo, ma l'unico" volevo dire che la distruzione di una parte sostanziale di un gruppo riguardasse l'intento e non gli atti compiuti. Ma la locuzione era imprecisa e giustamente mi dicevo : "non è che lasci credere che gli atti compiuti non abbiano alcuna importanza nella definizione del reato di genocidio ? Non è che qualcuno può pensare che tu definisci genocida anche l'atto di comprare un gingerino al bar con l'intento di fare un genocidio ?" ma poi (inviando il post) aggiungevo sicuro : "Ma chi può essere talmente fesso da interpretarlo così ?"
Il destino mi ha dato
una risposta spietata : Gnègnè, nel suo massimo splendore, ha così sentenziato : "Il reato di genocidio, dunque, sarebbe costituito da un solo elemento costitutivo: l’intento di distruggere, in tutto o in parte, ecc.
Una teoria del genere fa semplicemente ridere (non del genocidio, lo dico a scanso di equivoci perché con certa gente non si sa mai: della teoria). Vorrebbe dire che, se ho l'intenzione di uccidere qualcuno, commetto omicidio, o che se ho l'intenzione di rubare, sto commettendo un furto, e così via per tutti i reati possibili o immaginabili. ... Se non c’è atto, non c’è reato.  Il reato di genocidio, come ogni reato, è composto di due elementi, quello oggettivo e quello soggettivo (vabbè, e sempre a scanso di equivoci: esiste una teoria penalistica che sostiene che ci sono tre elementi costitutivi del reato, non due. Ma a casa mia, e anche altrove,  3 è diverso da 1, e se esistono teorie bipartite e teorie tripartite del reato, fino ad oggi ancora nessuno si era mai azzardato a sostenere una teoria monistica del reato: fino ad oggi). In caso contrario, temo, non esisterebbero prigioni abbastanza grandi per contenere tutti quelli che dovrebbero andare in galera per aver desiderato di commettere un reato"
Probabilmente una raffinata macchina di Turing avrebbe correttamente interpretato il mio passo così come ha fatto Gnègnè. Ma una macchina di Turing non segue il
principio di carità interpretativa (e per quanto riguarda Gnègnè per la carità meglio passare appresso, al massimo mi può chiamare Yunus) Tanto che ho sospettato che il nostro eroe fosse un computer e mi sono riproposto che al successivo post su di lui avrei collegato un captcha.
Per fortuna, continuando la chiosa, Gnègnè ha ammesso che io, in maniera inconseguente, sono uscito dal cul de sac che lui ha facilmente individuato. E dunque è arrivato al cuore del suo argomento. Prima però aveva già detto qualcosa che varrebbe analizzare : "
Come vedete, la differenza è che la definizione del dizionario è assai più ampia di quella della Convenzione (perché non comprende l’elenco degli atti tipici del genocidio, e  perché con ogni probabilità è tanto generica da  ricomprendere nella definizione stessa anche il tentativo, che invece nella Convenzione è indicato come una delle fattispecie “accessorie” al genocidio, anch’esse punibili, di cui all’art. 3).
Direte: Embe’? E avreste ragione. In entrambe le definizioni, infatti, gli elementi costitutivi della fattispecie “genocidio” restano gli stessi: un atto o insieme di atti da un lato e la finalità (l’intento “to destroy, in whole or in part, a national, ethnical, racial or religious group, as such") dall’altro."
Già da qui si può vedere che l'aspirante macchina di Turing ha qualche difetto di fabbricazione, dal momento che la definizione del dizionario non comprende un elenco di atti tipici del genocidio, ma presume che non si tratti di singoli atti (come invece previsto dalla Convenzione) ma di un complesso organico e preordinato di atti, per cui la definizione non è solo più ampia di quella della Convenzione ma sostanzialmente diversa dal momento che potrebbe escludere ciascuno degli atti elencati dalla Convenzione a meno che non siano organicamente collegati e preordinati tra loro e/o con altri atti non precisati.



Quanto all'argomento che Gnègnè ha semplicemente ribadito, esso sarebbe : "  Come avevo scritto nel post, la giurisprudenza in materia di genocidio ha definitivamente chiarito che per aversi genocidio ai sensi della Convenzione occorre che l’intento di distruggere in tutto o in parte si concretizzi in atti rivolti contro una parte sostanziale (“a substantial part”) del gruppo da distruggere. Il numero delle vittime attuali o potenziali ovviamente non è l’unico elemento da tenere in considerazione a questo fine, però è pur sempre il punto di partenza dell’analisi (“
The numeric size of the targeted part of the group is the necessary and important starting point, though not in all cases the ending point of the inquiry”).
Ecco perché i 1300 morti di Gaza  non bastano a fare un genocidio: non perché sono pochi (sempre a scanso di equivoci), ma perché non sono una parte sostanziale del gruppo (asseritamente) da distruggere. In caso contrario, sarebbe lecito e doveroso mettersi ad  indagare anche se nelle vittime di una strage di mafia o di una qualsiasi rapina sia possibile “riconoscere un intento genocida” e “per dimostrare ciò bisognerebbe approfondire la questione, esaminare ... più da vicino, i singoli episodi etc etc).” Magari, chissà, si potrebbe anche rubricare come “genocidio” le vittime di terrorismo e riprocessare Battisti ai sensi della Convenzione ONU (chissà, a quel punto forse il Brasile lo estraderebbe).
Dimenticavo di aggiungere: se volessimo dar retta all’inventore della teoria monopartita, e cioè trascurare la dimensione numerica dell'evento, allora dovremmo, per un mero scrupolo di coerenza (non che questi scrupoli siano troppo diffusi...),  considerare anche il migliaio abbondante di vittime civili uccise in Israele da Hamas e altre milizie palestinesi tra il 2001 e il 2006  e “approfondire la questione”, verificare se anche in quegli episodi ci fosse stato l’intento di distruggere in tutto o in parte ecc. Come dite? La verifica sarebbe facile? Toh, è vero: almeno nel caso di Hamas, è lo stesso Statuto di quella organizzazione (in particolare, il famoso articolo 7) a contenere un intento genocidario abbastanza chiaro e manifesto
."
Ecco, anche qui io credo che il nostro eroe confonda il "targeted" della giurisprudenza (che dovrebbe riguardare i gruppi che sono gli obiettivi dell'intento distruttivo) con il targeted inteso come obiettivo forse di un bombardiere o di un cecchino. Infatti come si desume dalla
definizione di "genocidio" della Convenzione (che non mi sembra sia contraddetta dai risultati della giurisprudenza) la substantial part non riguarda il gruppo oggetto dell'atto concreto tassativamente elencato, ma il gruppo oggetto dell' intent to destroy, per cui se si uccidono 1500 persone in un bombardamento di 23 giorni e si trovano elementi che testimoniano di un intento di distruzione di una parte sostanziale del gruppo a cui appartengono quelle persone si può parlare di genocidio. Oltretutto la definizione del reato è intesa a prevenirlo, per cui se si accettasse l'interpretazione di Gnègnè si interverrebbe "a babbo (o meglio a substantial partmorto", dal momento che dovremmo aspettare la distruzione o la mortificazione di una parte significativa del gruppo considerato. 

p.s.
Gnègnè mi ha per punizione messo (o meglio ha messo il mio link) nella fossa degli Annoiyng People, un'operazione che fatta da altri mi avrebbe offeso. Ma fatta da lui è una sorta di premio che un maestro fa ad un allievo. Per dimostrarvelo vi invito a leggere 
questa lettera fatta da Gnègnè ad Ezio Mauro, il quale dopo averla letta, ha immediatamente acquistato un cinto erniario.
Chiunque ha problemi di insonnia, provi a leggerla tutta e vedrà che non giungerà alla fine che la mattina seguente appena sveglio.
Last but not the least,
il famigerato post che presuppone la lettura del Trattato di Keynes è ricompreso nella categoria "Ironia e leggerezza". Fate un po' voi...


 




6 febbraio 2009

Richard Falk : vincere e perdere a Gaza. Se la vittoria militare è una sconfitta politica

 Da quando Israele ha lanciato la sua operazione militare con l'offensiva del 27 dicembre, l'attenzione è andata in massima parte alla guerra di terra, alle vittime e alle crudeltà della guerra urbana nell'affollata Striscia di Gaza. Ora che è in corso un cessate il fuoco, l'attenzione si sposta naturalmente dalla controversa questione se quello di Israele sia stato un atto di difesa giustificabile, alla valutazione degli effetti. Questo tipo di indagine sollecita degli interrogativi su cosa Israele abbia ottenuto. Gli scopi dichiarati dai suoi leader erano porre fine al lancio dei razzi e bloccare il traffico di armi attraverso i tunnel, ma la portata degli obiettivi israeliani appare ben più ambiziosa. Se la guerra di Gaza avesse avuto solo quegli scopi specificamente dichiarati, risulterebbe arduo spiegare perché Israele abbia ignorato le ripetute offerte di Hamas di un cessate il fuoco e di una tregua a lungo termine, di 10-20 anni. Anche se fortemente preoccupato per i razzi provenienti da Gaza, stupisce che Israele abbia lanciato la grande offensiva contro Gaza del 4 novembre che ha portato all'uccisione di diversi palestinesi e, com'era prevedibile, ad ulteriori lanci di razzi da parte di Hamas per rappresaglia. La campagna militare e il precedente blocco, se non esclusivamente punitivi, si spiegano solo alla luce della volontà di Israele di distruggere Hamas come soggetto politico, cosa che sembra essere stata il suo principale obiettivo sin da quando Hamas vinse le elezioni democratiche nel gennaio 2006. Lasciando da parte le motivazioni non dichiarate dei politici israeliani, che dovranno affrontare una dura sfida elettorale tra meno di un mese, chiaramente la posta in gioco per Israele è più alta che fermare i lanci dei razzi: una ragione per distruggere Hamas come soggetto politico è aprire la strada a un ampliamento del mandato dell'accondiscendente Autorità palestinese a Gaza; e probabilmente la cosa più importante per Israele era riaccendere nell'Iran sentimenti di paura e rispetto per la sua forza militare. Israele conta sul linguaggio, in qualche modo fuorviante, della «deterrenza» per descrivere questo obiettivo strategico, sottintendendo così un suo carattere difensivo, ma le vere motivazioni sembrano più sfuggenti: spaventare l'Iran e contemporaneamente rassicurare la popolazione israeliana, suggerendole che l'esercito israeliano resta una forza capace di garantire la sicurezza del paese, e rinnovarne l'immagine appannata ereditata dalla Guerra del Libano nel 2006. Nascono a questo punto interrogativi più profondi sulla vittoria e la sconfitta. Le cifre sulle vittime e il dominio militare di Israele sulla terra, sul mare e in cielo fanno certamente di Israele il vincitore sul campo di battaglia. Ma una valutazione di questo genere dell'esito della «missione compiuta» è quasi certamente destinata a risultare fuorviante a Gaza così come è accaduto in Iraq. Le indicazioni attuali suggeriscono con forza che Hamas, malgrado sul terreno sia stato sconfitto facilmente, ha nondimeno trionfato nella battaglia per i cuori e le menti dei palestinesi. Questa è un'affermazione eclatante e difficile da dimostrare, ma le notizie provenienti dalla West Bank e da Gaza rivelano una rabbia diffusa nei confronti dell'Autorità palestinese per la sua passività, e un maggiore consenso nei confronti di Hamas anche tra i palestinesi laici, che apprezzano la determinazione con cui Hamas ha resistito alla brutalità dell'occupazione israeliana e delle operazioni militari. Se quando si terranno le nuove elezioni Hamas dovesse imporsi come la forza politica dominante di tutta la Palestina occupata, allora agli occhi dei palestinesi, ma anche di molti israeliani e certamente del mondo, il principale vincitore risulterebbe essere proprio Hamas, e Israele avrebbe perso. Anche sul fronte diplomatico il bilancio è complicato. Forse l'esibizione di supremazia militare da parte di Israele avrà l'effetto di intimidire i suoi avversari regionali, ma l'estrema unilateralità della lotta ha suscitato proteste diffuse e alcune ripercussioni diplomatiche negative. Il Qatar e la Mauritania, tra i pochi stati nella regione ad accettare Israele, hanno interrotto le relazioni diplomatiche, e l'Unione europea ha sospeso la procedura in corso per accordare a Israele i benefici di un'interazione economica privilegiata. Il primo ministro turco ha persino proposto di espellere Israele dall'Onu. In questa atmosfera infuocata desta poca meraviglia che, per la prima volta, autorevoli figure internazionali normalmente dedite ai tatticismi - si va dall'Alto Commissario per i diritti umani al Presidente dell'Assemblea generale dell'Onu - abbiano chiesto un'indagine per crimini di guerra. Il parlamento della Malesia ha chiesto all'unanimità all'Onu di istituire un tribunale speciale per crimini di guerra, come si fece negli anni '90 per i crimini nella ex Jugoslavia e per il genocidio in Ruanda. Vincere militarmente ma perdere politicamente non dovrebbe sorprendere chi studia la guerra moderna, specialmente se riflettiamo su alcuni importanti conflitti recenti. Dopo tutto, gli Usa in Vietnam vinsero tutte le battaglie e tuttavia persero la guerra, così come era successo precedentemente alla Francia in Indocina e poi in Algeria. Alla Russia accadde la stessa cosa negli anni '80 in Afghanistan.

 

In tutte queste guerre, la parte militarmente dominante non solo ha perso la guerra ma ha anche attraversato una profonda crisi in patria, e la sua reputazione internazionale ne ha risentito. Queste guerre di contro-insurrezione o neocoloniali hanno in comune il fatto che «il nemico» si fonde con la società civile, la guerra ignora i paletti del diritto umanitario internazionale, e a causa dei ripetuti attacchi e delle uccisioni di civili indifesi, l'intera impresa è ampiamente percepita come una serie di crimini di guerra. Questo è il caso di Gaza, in cui l'indignazione dell'opinione pubblica mondiale infligge a Israele una sonora sconfitta nella guerra di legittimazione, che spesso alla fine è decisiva nel determinare l'esito di importanti conflitti. Né gli Stati uniti né Israele si sono ancora accorti dei limiti della supremazia militare nel mondo contemporaneo. La triste conseguenza è che hanno inflitto sofferenze di massa riportando allo stesso tempo un fallimento politico. I leader di entrambi i paesi appaiono incapaci di imparare dalla storia recente questa lezione: l'intervento militare in paesi stranieri nel mondo post-coloniale produce raramente i risultati politici sperati, a un prezzo accettabile. In questa prospettiva, nonostante il terribile prezzo pagato in termini di vite umane e di sofferenze, i palestinesi sembra stiano lentamente vincendo la «seconda guerra», la guerra di legittimazione, il cui terreno di scontro politico è diventato globale. Forse, la vittoria più schiacciante in una guerra di legittimazione è stata quella vinta dal movimento anti-apartheid contro il regime razzista arroccato in Sudafrica. Dopo la guerra di Gaza, probabilmente la battaglia palestinese per l'autodeterminazione è salita in cima all'agenda della giustizia globale, e questo rappresenta una grande vittoria per Hamas nella seconda guerra. Naturalmente Hamas non è l' Africa n National Congress (Anc), e Israele non è il Sudafrica. I palestinesi non hanno una leadership autorevole come fu per Nelson Mandela e altri esponenti dell'Anc. Tuttavia il punto principale è che c'è una seconda guerra, una guerra spesso non riconosciuta dai media. Non c'è dubbio che Israele abbia vinto la prima guerra, quella combattuta con gli F-16 e i razzi: anche se, data la straordinaria disparità delle forze in campo - come si vede mettendo a confronto il numero delle vittime - il risultato militare non stupisce, e ha prodotto un effetto boomerang a livello legale, morale e politico. Le campagne militari hanno un inizio e una fine ben definiti, e un campo di battaglia visibile, un teatro di morte e distruzione. Per contro, le guerre di legittimazione non hanno confini chiari e vedono sottili cambiamenti dell'opinione pubblica che a un certo punto raggiungono un punto di svolta tale da modificare il clima politico generale in un senso o nell'altro. Il mio assunto è che la guerra di Gaza, vista specialmente sullo sfondo del precedente assedio e della guerra del Libano nel 2006, stia avvicinandosi a quel punto di svolta, facendo intravedere ai palestinesi la vittoria finale nonostante la terrificante punizione recentemente inflitta alla popolazione di Gaza. Il fragile cessate il fuoco che è stato accettato da entrambe le parti comporta nuove sfide e opportunità. Si aprono degli scenari di speranza, dipendenti però da scatti di immaginazione e fiducia, così carenti da entrambe le parti in passato. Hamas potrebbe confermare la sua intenzione di comportarsi come un soggetto politico e astenersi dal lanciare razzi contro i civili. Israele potrebbe cercare di recuperare posizioni nella guerra di legittimazione smettendo di usare l'etichetta «terroristi», potrebbe trattare con Hamas in quanto soggetto politico, esplorare le possibilità insite nella sua offerta di un cessate il fuoco a lungo termine, e mostrare la volontà genuina di impegnarsi in un processo di pace sulla base delle Proposte della Mecca (2002), che anche in questa fase tardiva offrono a israeliani e palestinesi una strada promettente per uscire fuori dai recessi più profondi dell'inferno.


4 febbraio 2009

Dalla Bottega del Caffè al Salotto di Gnègnè

  Gnègnè ormai è un algoritmo noto, una categoria dello Spirito : invece di dichiararsi sinceramente fazioso e di contribuire con la sua faziosità (magari ben argomentata) al dibattito nella blogosfera, il nostro eroe si ostina a dire che in realtà parlava d'altro, si ostina a ribadire che a lui importa il linguaggio, mentre parla continuamente del mondo reale e così prende posizione ma rifugge dalla responsabilità che ne deriva. Non lo fa per vigliaccheria, ma perchè ha una forte predisposizione a cercare di controllare la realtà ed i suoi simili e per farlo deve aggredire dissimulando. Egli desidera fortemente il potere, quale che sia l'ambito (anche ridicolo) nel quale opera. Ed ogni giorno egli ci dà prova dei suoi tentativi di manipolazione.
L'ultimo quando dice che evidenziando le stronzate dette sul conflitto recente a Gaza, egli non vuole dire che Hamas abbia tutti i torti. Allo stesso modo un ladro che
mette fuori uso l'antifurto, entra in casa, asporta un quadro e fila via, ebbene questi non ha rubato nulla.



Anche quando tratta del presunto genocidio dei Palestinesi, il nostro eroe tra argomentazioni che meriterebbero maggiore attenzione (se fossero volte a definire con più precisione il tipo di azione eticamente e politicamente negativa perpetrata da Israele in questo contesto), evidenzia un intento assolutorio o minimizzatore, per cui "Si può certamente dire che Israele ha sbagliato nell’accettare troppo a cuor leggero di colpire anche i civili oltre agli obiettivi militari". Notare l'uso di "ha sbagliato", "troppo a cuor leggero". "accettare", quasi che Israele non sia politicamente ed eticamente responsabilie delle morti dei civili, ma che abbia fatto un peccatuccio di leggerezza, che abbia quasi subito la morte dei civili.
 Il brav'uomo però nella sua capziosità non ha capito che il numero dei morti (su cui lui si sofferma ed infatti dice "A Gaza, però, non è avvenuto nulla del genere. Non solo perché la dimensione numerica dei morti è estremamente esigua rispetto al totale della popolazione ,1300 morti secondo la stima più pessimistica, su una popolazione di oltre 1.500.000; nel caso del Rwanda, per dire, i morti tutsi sono stati tra il mezzo milione e il milione su un totale di circa 1.500.000, ma anche perché secondo tutte le stime anche quelle più ostili ad Israele la parte preponderante delle vittime era composta da miliziani di Hamas, non da civili") non ha niente a che vedere con il reato di genocidio definito dalla Convenzione Onu, reato di genocidio che è legato solo all'intento che non è dunque il secondo elemento costitutivo, ma l'unico (infatti la definizione è "  any of the following acts committed with intent to destroy, in whole or in part, a national, ethnical, racial or religious group, as such" e non quella riportata dallo Zingarelli come "un complesso organico e preordinato di attività commesse con l’intento di distruggere in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso")  Perciò anche i 1300 morti di Gaza possono essere atti fatti con l'intento di compiere un genocidio e la guerra israeliana potrebbe avere i tratti di un genocidio o meglio avere delle caratteristiche che farebbero riconoscere un intento genocida (io non lo credo, ma per dimostrare ciò bisognerebbe approfondire la questione, esaminare questa guerra più da vicino, i singoli episodi etc etc). Invece a Gnègnè basta dire che "Israele ha agito (bene o male, a  torto o a ragione, proporzionatamente o sproporzionatamente non importa) in risposta a una sfida militare di Hamas e di organizzazioni diverse da Hamas che colpivano da Gaza, ha agito sulla base di un piano ben definito che prevedeva un obiettivo chiaramente limitato (distruggere o danneggiare gravemente il potenziale bellico di Hamas) e a questo piano si è rigidamente attenuto, ritirandosi subito dopo" e tutto ciò limitandosi a prendere atto di ciò che è avvenuto alla fine dei 23 giorni di bombardamento, quasi che si dovesse consumare tutto il genocidio in quel lasso di tempo. Notare pure come Gnègnè accetti acriticamente la tesi che l'azione di Israele è stata "in risposta" ai razzi di Hamas, che il piano ben definito prevedeva un "obiettivo chiaramente limitato" e che a questo obiettivo si è "rigidamente attenuto" (e questa rigidezza non si è ammollata con l'accettazione alla leggera della morte di centinaia di civili ?)
Insomma in questi passi esce fuori tutto il perfido Gnègnè con i suoi fantomatici travestimenti e la sua retorica filosionista. Retorica che ricompare quando si dice che : "gli eroi di Hamas, chissà perché, hanno la tendenza a non sparare sui soldati israeliani, preferiscono prendersela con la gente disarmata, possibilmente quando tiene in mano buste della spesa e zaini della scuola o pezzi di pizza ", affermazione che trascura il fatto che non tutti quelli che accusano Israele considerano Hamas un insieme di eroi, ma semplicemente un degno interlocutore di Israele.
E' poi facile per Gnègnè dimostrare che le emozioni non ci avvicinano alle sofferenze dei belligeranti, più di quanto non lo faccia un ragionamento sempre che " si cerchi di ragionare seriamente e onestamente su quel che accade". Ma è questo che io contesto a Gnègnè : gli errori che egli fa (o che io credo che faccia) non sono errori dell'intelletto, ma errori della volontà e cioè di una faziosità non dichiarata. Ed è questo non dichiarare che lo rende imperdonabile.



31 gennaio 2009

Rossana Rossanda : la promessa di Obama (ovvero il caso Battisti)

Messaggio direttamente a Caio : la locuzione "Il caso Battisti" è dovuta alla promessa che ho fatto ad una ragazza che mi piace molto di mettere proprio oggi un post sul caso Battisti 

La «Lettera provocatoria» (in Passaggio Obama , Ediesse) di Mario Tronti agli amici del Centro riforma dello Stato contro le aspettative messianiche poste in Barack Obama mi sembra indirizzata più al Partito democratico italiano che al nuovo presidente degli Stati uniti. Obama infatti non si presenta per quel che non è, ha giurato sulla Costituzione del suo paese, si propone di riportarlo al prestigio perduto senza guerra e rimettendone in vigore i diritti politici, non si professa né comunista, né socialista, né socialdemocratico - parole che negli Stati uniti non hanno gran senso. E' un democratico americano che una sola cosa promette: di cambiare la linea di politica interna ed estera di George W. Bush. 




La potrà cambiare come e quanto un eletto del Partito democratico la può cambiare, cioè dentro un sistema capitalistico dove il mercato, parole sue, è imbattibile, ed è l'unico che gli Stati uniti conoscono e cui aspirano. E' molto? E' poco? Non è poco. Il capitalismo ha più facce, nessuna amabile, ma da diversi anni, come scrive Paul Krugman, ne presenta una delle peggiori. Che non è nata con Bush, si è affermata con Reagan. L'asse ne è stato un liberismo selvaggio, già fallito quando lo predicava von Hajek, ma ripredicato da Milton Friedman e dai suoi Chicago Boys, seguiti con entusiasmo dal Fondo monetario internazionale, dalle Banche centrali nonché dai trattati della nuova Europa. Lo aveva inaugurato Thatcher nel 1974, con la disfatta dei laburisti, e il crollo dei «socialismi reali» nel 1989 ha indotto ad aderirvi, confusi e pentiti, i partiti che ancora si chiamavano comunisti. E con questo è andato a pezzi quel che restava del «capitalismo benevolo» di marca rooseveltiana e più tardi keynesiana. L'arretramento delle condizioni di vita e della coscienza di sé da parte delle classi subalterne è stato grande, il salto tecnologico che poteva liberarle le ha schiacciate e precarizzate, le loro rappresentanze si sono indebolite e quel che in Europa si intendeva per democrazia - non solo votare ogni quattro o cinque anni ma contrattare salari e essere titolari di diritti di un'altra idea di società si è andato spappolando. Se nel secondo dopoguerra gli stati dell'occidente europeo avevano cercato di gestire il conflitto fra le classi, dalla metà dei '70 in poi, e precipitosamente con l'89, ne hanno disconosciuto fin l'esistenza. Produrre, come ebbe a dire perfino Berlinguer, diventava un valore in sé. Su questo Bush ha poi innestato la «guerra infinita», appoggiandone la gestione interna sul Patriot Act (del quale, detto per inciso, soltanto il manifesto si è accorto subito). Anche l'Unione europea si è fatta su questa filosofia, e quando Bush ha messo sotto i piedi i bei principi dei quali essa ammantava i vincoli di stabilità, concorrenza e competitività, si è dichiarata tutta americana (Francia esclusa). Quel che è accaduto, facilitando il successo di Obama, è che teoria e pratica liberista hanno deragliato con fracassso. Non sono state le sinistre, la classe operaia o le moltitudini a sbalzarle dai binari, ma l'ipertrofia della finanza - perdipiù virtuale quella su cui si è potuto puntare a profitti impensabili negli investimenti produttivi di beni materiali o immateriali. E' cresciuta la speculazione, il denaro diventava merce in grado di moltiplicarsi sul nulla, su crediti inesigibili, sui titoli «tossici» che banche e assicurazioni, dopo aver succhiato al di là di ogni limite i consumatori, si sono rimpallate per anni, prima di dover dichiarare di colpo, nel 2008, una bancarotta di dimensioni inimmaginabili. Ora gli stati attingono ai fondi pubblici, che saranno pagati dai contribuenti, per salvare le banche. Le grandi imprese, a partire dall'automobile, cui vengono meno i consumatori, ne chiedono anch'essi l'aiuto. Quello che pareva una bestemmia, dall'oggi al domani è diventato benefico e sollecitato dalla schiera degli economisti già liberisti. Soprattutto se dato gratis, senza contropartita, salvo nel Regno unito e forse negli Usa. Se a questo crollo della finanza, cui seguono a decine di migliaia, fra poco milioni di licenziamenti e una disoccupazione crescente, Obama riuscirà a metter un freno e ristabilire dei controlli, sarà un bene. Non è detto che ci riesca, ma certo non sono in grado di farvi fronte la classe operaia o le masse, senza più né una memoria né un'organizzazione che non vacilli. Anche se Obama riuscirà a mettere fine alla guerra sarà un bene, e non è detto che ci riesca per l'odio seminato nel Medio Oriente e l'ingiustizia assoluta mantenuta da quarant'anni nel conflitto fra Israele e i palestinesi. Per duro che sia riconoscerlo, c'è una dipendenza dalla potenza militare e ancora economica degli Stati Uniti, e un loro anche parziale mutamento di rotta riapre certi margini. Vorrà tentarlo, Barack Hussein Obama? Riuscirà? Tronti ne dubita e in ogni caso non gli basta. Nel dubitare esagera. Quella cui Obama ha dato voce è una rivoluzione simbolica, la sola che pare possibile ai nostri tempi anche a molti suoi interlocutori del Crs e le rivoluzioni simboliche sono comunque meno difficili di quelle che investono alle radici gli assetti di proprietà e di potere, cui peraltro sono necessarie. Quegli Usa che ora hanno intronizzato Obama avevano votato a piene mani il secondo mandato di Bush, a orrori e menzogne della sua guerra già noti. E' stato necessario che qualcuno svegliasse quel circa 16 per cento di cittadini in più dal sonno astensionista, forse l'eccesso dei morti d'una guerra troppo «infinita», certo un candidato più forte di quanto era stato Kerry e sarebbe stata la sola Hillary. Le prime mosse di Obama hanno confermato, nella chiusura immediata di Guantanamo, di fatto del Patriot Act, e nel mettere il negoziato al di sopra e prima della guerra, che non è un nero sbianchettato. Lo dice anche la chiamiamola così - prudenza dell'Europa e lo spiazzamento non solo di Berlusconi - ha ragione Dominijanni - ma di Sarkozy, per non dire dell'inquietudine di Israele, affrettatasi a lanciare e chiudere la razzia su Gaza finché erano ancora in carica Bush e i suoi. Altro è dire che il passaggio a un capitalismo meno guerrafondaio, più somigliante al «compromesso socialdemocratico», non basta: non basta a Tronti e neanche a me. Ma non è al presidente degli Stati uniti che affiderei una rivoluzione. A me Obama preme perché il suo effetto nella smorta Europa sarà forse di riaggregare le forze di quel vecchio e nuovo proletariato che oggi è preso alla gola ed appare schiacciato. Diversamente da Tronti, io non credo che il massimo di incertezza, sfruttamento e oppressione alimenti di più, se mai l'ha alimentata, una coscienza rivoluzionaria. Al più delle rivolte, che per gli stati sono un problema di ordine pubblico. Né i movimenti sono in grado di sostituire una forza organizzata e capace di egemonia. Essa mi sembra tutta da ricostruire. Come Tronti e, aggiungerei, Rita Di Leo, sono una novecentesca spero non del tutto impagliata: è una definizione che non si vuole affatto scortese di uno degli interlocutori, Mattia Diletti, della «Lettera provocatoria». E' che fra di noi c'è un lessico comune, cambiato nei più giovani. Un paesaggio dice cose diverse se guardato da un geologo, un agronomo, un possidente, un contadino, un pittore. In questi trent'anni gli sguardi sono cambiati più del paesaggio. Non sarebbe grave se non si affrettassero ad escludersi, anzi. Fra Mario Tronti e me, divisi sulla natura dell'agente di un mutamento di fondo dei rapporti sociali, è comune l'attenzione ai rapporti di proprietà dei mezzi di produzione, come ordinatori non unici ma primi di una società. Per i più giovani non è così. Ma di questo varrebbe la pena di discutere.


26 gennaio 2009

Ramon Mantovani : Per una svolta positiva nella politica estera Usa non basta il rilancio del multilateralismo

 

Dopo le mille suggestioni sulla vittoria di Barack Hussein Obama forse è necessario, come ha giustamente osservato Dino Greco, attendere dei fatti per esprimere giudizi fondati e seri.
Intanto ci sono questioni, connesse intimamente fra loro e di importanza centrale, sulle quali vorrei soffermarmi.
Nel corso degli anni 90, e fino ad oggi, il ricorso alla guerra è stato una costante da parte di tutte le amministrazioni Usa. Oltre alla ben nota funzione di volano svolta dall'economia militare in ambito interno ed internazionale c'è stato, con tutta evidenza, l'esplicito obiettivo di dare al mondo, dopo la caduta del muro di Berlino, un nuovo ordine fondato sull'espansione globale del capitalismo e sul dominio dei paesi "occidentali". L'uso della guerra si è generalizzato come strumento "normale" di governo del mondo. Mi si scusi la semplificazione, ma si può ben dire che per costruire un nuovo ordine internazionale era necessario destabilizzare e distruggere quello esistente. E' quello che è stato fatto con guerre che hanno generato instabilità sia nei teatri specifici dove sono state combattute sia nelle relazioni mondiali. Così come è altrettanto evidente che la globalizzazione capitalistica ha prodotto tali contraddizioni che il mondo non può essere governato che con una rinnovata politica di potenza e con l'uso permanente della forza.
La prima vittima di questa tendenza sono state le Nazioni Unite. Esse sono state private di funzioni fondamentali sul piano delle politiche economiche e sociali. Basti pensare all'Unctad (l'agenzia del sistema Onu preposta a governare il commercio mondiale) e alla funzione assunta dall'Organizzazione Mondiale del Commercio come motore della globalizzazione. Basti pensare al G7 che, pur essendo nato come una riunione informale dei paesi più industrializzati, ha assunto sempre più la funzione di direttorio mondiale (ed è questo il motivo dell'allargamento alla Russia e della ventilata ulteriore inclusione dei "paesi emergenti" come Cina, Brasile ecc) a scapito dello stesso Consiglio di Sicurezza dell'Onu, chiamato sempre più a ratificare supinamente decisioni prese in una sede nemmeno retta da un trattato internazionale.
In particolare, a livello militare, dopo la fine del patto di Varsavia e della guerra fredda, invece di procedere, come previsto dallo statuto dell'Onu, alla formazione di una forza permanente sotto il comando del Consiglio di Sicurezza per svolgere la funzione di polizia internazionale, abbiamo assistito al rilancio della Nato e al suo allargamento. Al punto che, nel pieno della politica multilaterale dell'amministrazione Clinton, la Nato ha scatenato la guerra contro la Jugoslavia senza nemmeno che il Consiglio di Sicurezza avesse discusso della questione e l'ha conclusa, nel modo che sappiamo, dopo una riunione del G8. Le guerre unilaterali dell'amministrazione Bush, con coalizioni militari a geometria variabile, hanno proseguito il lavoro di delegittimazione dell'Onu fino alla dichiarazione minacciosa del Segretario di Stato Colin Powell secondo il quale l'Onu sarebbe diventata un "ente inutile" se non avesse assecondato le scelte statunitensi. L'unica controtendenza è stata la missione Unifil in Libano. Missione subita e mal digerita sia dagli Usa sia da Israele. La prima composta da decine di paesi sotto il diretto comando del Segretario Generale dell'Onu, dopo più di dieci anni dal fallimento, appositamente provocato per spianare il terreno all'intervento della Nato, della missione di caschi blu in Bosnia.




Oggi Barack Obama sembra riproporre, in versione aggiornata, il multilateralismo come cifra della propria politica estera. La scelta di Hillary Clinton è per questo altamente significativa. Ma lo è anche quella di mantenere nel suo incarico Robert Gates, il Segretario alla Difesa del governo Bush.
L'aggiornamento della dottrina "multilateralista" è dovuto al fatto che per Obama, nel pieno della crisi del sistema, sarà necessario contenere le spinte spontanee dei più importanti governi alla protezione delle proprie produzioni e mercati nazionali, armonizzandole con il tentativo di soluzioni condivise e capaci di salvaguardare il sistema capitalistico globale e segnatamente gli interessi delle società multinazionali, che in trenta anni si sono moltiplicate passando da circa 600 a circa 50mila.
E' parimenti chiaro che una rinnovata politica multilaterale sul piano della guerra è fondata sulla condivisione, da parte dei paesi ricchi, di una strategia comune basata sul rilancio (e sull'allargamento) del G8 e del principale strumento militare a disposizione che è la Nato.
Come non vedere in questa chiave la scelta dichiarata di Obama di rilanciare e rendere centrale la guerra in Afghanistan?
Perché questo è già un fatto indiscutibile.
Vedremo se sarà contraddetto o confermato dai seguenti atti del nuovo governo Usa.
Ma per poter parlare di una svolta positiva nella situazione mondiale, determinata dalla nuova presidenza statunitense, bisognerebbe avere fatti precisi quali il rilancio della centralità dell'Onu in tutti i campi e l'abbandono della guerra permanente come strumento di governo reale del mondo.
Temo che, invece, il rilancio del multilateralismo, del G8, del Wto e della Nato sarebbero salutati, anche a sinistra soprattutto in Europa, come la svolta tanto attesa.
Ed è su questo punto, secondo la mia modesta opinione, che si vedrà il confine invalicabile entro il quale ricostruire il movimento pacifista e la sinistra anticapitalistica nei prossimi anni.


20 gennaio 2009

Marco D'Eramo : a sinistra di Obama

 

In un grigio primo pomeriggio, il vento soffia freddo sulla 16° strada che sbocca a sud nei giardini della Casa bianca, in Pennsylvania avenue. In quest'ampia via, quasi di fronte al palazzo del Washington Post, ha sede l'Institute for Policy Studies (Ips), uno dei più importanti centri studi (think tanks, «serbatoi di pensieri») della sinistra americana. Nella saletta riunioni con John Feffer, condirettore per la politica estera, e Marcus Raskin, cofondatore dell'Istituto, parliamo dell'avvio della nuova amministrazione.
La prima domanda è sulla nomina di Hillary Clinton a ministra degli esteri (segretaria di stato): lo sport più in voga a Washington è scavare nei retroscena di questa nomina e capire come mai Hillary ha accettato.
RASKIN: Che altro poteva fare? Ha capito che non potrà mai più essere presidente. Almeno così ha l'occasione di dare una sua impronta alla politica mondiale nei prossimi anni. E se fa un buon lavoro può persino essere candidata alla vicepresidenza nel 2012. Personalmente pensavo che lei volesse diventare giudice alla Corte suprema, ma la giurisprudenza l'annoia.
FEFFER: Barack Obama ha calcolato il proprio futuro politico. Se si vuole ripresentare fra quattro anni, deve fare i conti con i Clinton. Il suo obiettivo primario è far sì che Hillary non sia tanto scontenta da costituire una minaccia per lui. È anche nel carattere di Obama di unire il partito. E Hillary, se le gira, può dividere il partito democratico più di ogni altro. Obama doveva offrirle un posto abbastanza appetitoso da indurla a cedere il proprio insediamento sul territorio. Certo ci sarà un problema con Joe Biden che è stato scelto come vicepresidente proprio per la sua competenza in politica estera. E poi incombe anche Bill Clinton che - non c'è dubbio - sarà assai ingombrante. 



Obama si è circondato di clintoniani, ha nominato Hillary segretaria di stato e di fatto ha lasciato entrare Bill: insomma, non è ostaggio dei Clinton?
FEFFER: Devi fare compromessi se non vuoi spezzare il partito. I Clinton sono stati al potere per otto anni e il partito democratico non aveva avuto una simile esperienza di governo dagli anni '60. Non c'è altro a disposizione che la generazione Clinton. Della generazione più giovane, più radicale, ci sarà solo uno spruzzo nell'amministrazione Obama. Pensa alla politica estera. La scelta di Hillary è stata determinata in primo luogo da ragioni di politica interna al partito. Ma una seconda ragione per cui non è stato scelto John Kerry è che, se lui fosse diventato segretario di stato, automaticamente presidente della commissione esteri del Senato sarebbe diventato il nostro amico Russ Feingold, senatore del Wisconsin, che è troppo radicale, la pensa quasi come noi, e quindi bisognava trovare il modo di escluderlo da questa posizione. Vedi come ogni scelta si porta dietro altre scelte.
RASKIN: Bisogna tenere conto dei vari strati della politica. Non c'è solo il massimo livello. Qui parliamo non di una decina, ma di 5-8.000 posizioni che cambieranno di mano. Sono un sacco di posti. Quale politica sarà davvero attuata e messa in pratica dipende da tutta questa massa di persone ed è al loro livello che bisognerà misurare l'influenza della sinistra sulla nuova amministrazione. Ecco perché è una fase politica interessantissima da osservare, magari non quanto Berlusconi, ma lo stesso appassionante. E poi, al vertice, bisogna guardare più da vicino: prendi l'uomo più potente della nuova amministrazione, il capo dello staff della Casa bianca. Rahm Emmanuel è amicissimo dei Clinton, ma viene da Chicago, dove vige una peculiare concezione di cosa è il potere in politica. Subito dopo la sua nomina, suo padre Benjamin ha rilasciato un'intervista a un giornale israeliano (Ma'ariv) in cui diceva: «Certo che mio figlio influenzerà il presidente in senso pro-israeliano. Perché non dovrebbe? Non è mica un arabo, non sta andando alla Casa bianca per lavare i pavimenti». La comunità araba-americana insorge e subito Obama impone a Emmanuel di scusarsi pubblicamente. Lo fa per chiarire che la politica estera la decide lui e solo lui.

Tutti dicono che Obama deve fare qualcosa e rapidamente, visto le attese che ha suscitato.
FEFFER: Certo, e per ciò deve disporre di persone che sanno come operare nel sistema e conseguire gli obiettivi. A questo livello le politiche sono relativamente irrilevanti. È la ragione per cui ha confermato al Pentagono Robert Gates (ministro uscente dell'amministrazione Bush), non perché è d'accordo su tutto. Prima della nomina, Gates ha tenuto un discorso di appoggio alla nuova generazione di armi atomiche, ben sapendo che Obama è in totale disaccordo. Cioè, Gates, sapendo di essere candidato alla difesa, quasi deliberatamente ha tenuto questo discorso, come per dire: accetto il ministero, ma alle mie condizioni.
C'erano altri candidati con altrettanta esperienza militare e più consoni con Obama: per esempio, l'ex generale Eric K. Shinseki (scelto poi come ministro per i veterani, ndr). Se si è preso Gates, è sempre per la stessa ragione, perché ha bisogno che le decisioni vengano attuate e non ostacolate. Ricorda l'errore commesso all'inizio da Clinton, quando cercò d'imporre ai militari di riconoscere i gay. Il suo errore non fu di agire, ma di non reagire quando i generali si opposero: lì capirono che a loro bastava puntare i piedi, capirono che era debole. Obama non ha esperienza militare, e perciò deve chiarire subito chi comanda: deve avere qualcuno che gli copre le spalle di fronte ai generali, qualcuno capace di costruire un'alleanza tattica con i repubblicani moderati sui tagli alle spese militari. Il Pentagono sta già spingendo per ottenere un aumento delle spese militari di 400 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni. Nel frattempo il Homeland Security & Defense Business Council, uno dei collegamenti tra il Pentagono e l'industria bellica, ha pubblicato un rapporto in cui si dice che le spese militari vanno non scorciate qua e là, ma decurtate di brutto, e questo da un punto di vista puramente di business, non di geopolitica. Alla fine si avrà un compromesso con tagli qua e aumenti di spesa là, e un risultato totale più o meno uguale.

Ma Obama si è impegnato a restaurare il potere e l'influenza americana nel mondo. Non sembra un proclama pacifista.
FEFFER: Se vuole aumentare gli effettivi dell'esercito, procedere all'escalation in Afghanistan, Obama dovrà trovare qualcosa da tagliare nella spesa militare. Ha promesso modernizzazione, quindi dovrà procedere a solo tagli mirati sui nuovi armamenti, come il nuovo supercaccia F-35 Lightning. Né potrà tagliare sulle basi militari in patria, perché su di esse si regge l'economia di intere regioni, in particolar e nel sud. Dove potrà tagliare in modo deciso sarà sulle basi militari all'estero, in Germania, Giappone, Italia, persino in Corea del Sud. Se così, sarà un segno - magari imposto e non voluto, ma importantissimo - di ridimensionamento del progetto imperiale.
RASKIN: Obama vuole rafforzare l'esercito di 97.000 unità ma il problema è dove troverà i soldi per farlo. Perché lui è già in debito con Ted Kennedy che lo ha appoggiato da subito e che prima di morire vuole vedere approvata la riforma sanitaria che perciò sarà sul tappeto fin da gennaio. Ma se vuole più truppe in Afghanistan, la riforma sanitaria e gli investimenti nei lavori pubblici, non può farlo senza un sostanziale aumento delle tasse.

Nella politica americana però aumentare le tasse è una bestemmia che si paga con la sconfitta elettorale. E i responsabili che Obama si è scelto per l'economia non sono certo campioni di anticonformismo.
RASKIN: La crisi è un'opportunità da non sprecare. Quando le ricette tradizionali falliscono, quando i luoghi comuni si mostrano falsi, c'è un'opportunità per fare qualcosa di nuovo.
FEFFER: Il baricentro si è spostato. Paladini del liberismo sostengono oggi l'azione statale, conservatori prendono posizioni progressiste vicine alle nostre: Paul Volcker (ex governatore della Federal reserve, ndr) si è spostato dalla destra al centro. È cambiato il contesto ambientale. Oggi tutti riconoscono l'importanza dell'intervento pubblico. In discussione è solo la dimensione, la forma di questo interrvento. Da questo punto di vista Obama è vicino alle posizioni europee, che non sono straordinarie ma sempre meglio di quelle di Bush. Quando ci sarà un nuovo G20 ad aprile, ci sarà un'atmosfera completamente diversa.

Ma quale pressione può esercitare il fronte progressista su Obama? E come?
FEFFER: Intanto ci sono centinaia di migliaia di persone a sinistra che hanno speso mesi e mesi a cercar di farlo eleggere e ora sono sfinite. Quanto ai movimenti, ancora non sono pronti per uno scontro. Obama è stato assai discreto sui suoi obiettivi. È stato più esplicito sul riscaldamento globale: i gruppi ambientalisti sono stati molto soddisfatti del suo impegno a ridurre le emissioni di anidride carbonica: se mantiene le promesse, la posizione Usa diventerà migliore di quella europea. Quindi i verdi sono contenti e non sentono l'urgenza di spingere a sinistra Obama. E loro sono essenziali per qualunque pressing. Lo stesso vale naturalmente per i neri e per altre persone di colore che saranno assai riluttanti a esercitare una pressione forte su Obama: gli daranno il beneficio del dubbio. E poi c'è il sindacato che è una forza declinante nella nostra politica e può avere un impatto su temi specifici: vedremo come andrà sui due accordi di libero commercio, quello con la Colombia e quello con la Corea del Sud.
Ma il problema è che non ci sarà più un'amministrazione Bush a tenere insieme tutti quanti, a cementare una coalizione. La nuova amministrazione disferà questa coalizione, non perché lo vorrà - non siamo un bersaglio così importante - ma perché una parte sarà paga, un'altra riluttante e una terza attenta solo ai suoi interessi specifici. Sarà arduo mobilitare la gente. Già adesso il movimento pacifista sta cercando di capire cosa fare, si chiede: «e adesso»? Credo che il nodo centrale dovrà essere la spesa militare, per unire politica estera e politica interna, il portafoglio della gente e la pace. Ma opporsi all'escalation in Afghanistan sarà difficile.

Insomma, la sinistra è inerme, i verdi sono già contenti, i neri non si muoveranno neanche a cannonate, i sindacati sono preoccupati solo dalla loro cucina; e non c'è più un Bush a tenere insieme la coalizione progressista...
RASKIN: Non sono così pessimista. Ricorda la storia. Pensiamo al 1959-60: in quel momento i bianchi si sentivano abbastanza tranquilli rispetto ai neri e l'establishment si sentiva al sicuro da ogni contestazione. Quando Kennedy si candidò non si vedeva all'orizzonte un movimento in grado di premere sulla classe politica. Eppure bastarono quattro ragazzini di Greensboro (North Carolina) che nel febbraio 1960 andarono a sedersi in una tavola segregata della mensa del college (solo i bianchi potevano sedervisi, mentre gli studenti neri dovevano mangiare in piedi, ndr.), perché il movimento dei diritti civili crescesse a valanga. Oggi noi non sappiamo quel che succederà, ma è assai probabile che Obama si trovi come Kennedy quando fu eletto: seduto su un terremoto ancora impercettibile.
FEFFER: Un altro modo per premere da sinistra è l'influenza intellettuale. Oggi sono all'ordine del giorno tematiche che noi abbiamo proposto per anni ma non avevano mai avuto diritto di cittadinanza nel dibattito politico ufficiale. Adesso altri le fanno proprie, anche se non ci citano. Magari non sarà gente di sinistra ad attuare misure di sinistra, ma l'importante è che i nostri temi siano ora all'ordine del giorno. Per noi dell'Institute for Policy Studies è un'occasione irripetibile: potremo diventare nella nuova fase quello che è stato l'American Enterprise Institute (il più importante think thank conservatore) per il potere repubblicano. Sarà compito nostro nutrire di idee questa fase politica.


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20 gennaio 2009

Obamarama

Barack Obama vincendo le elezioni mi ha già smentito una volta. Spero lo faccia di nuovo, in quanto ritengo che il fatto rivoluzionario che lo riguarda sia il fatto che è stato eletto (un nero alla Casa Bianca), non quello che farà una volta insediatosi (proprio perchè i neri sono uguali a tutti gli altri). 




Lo aspetterebbe un compito storico, quello, spesso abbozzato da analisti di matrice democratica, di ridimensionare l'estensione dell'influenza americana, coinvolgendo altre potenze politico-economiche (Europa, Giappone, Cina, India, Brasile) in una sorta di partnership che faccia da premessa ad un multipolarismo che getti le basi per un funzionamento vero delle istituzioni sovranazionali. Tale ridimensionamento andrebbe di pari passo con una maggiore attenzione per i forti problemi esistenti negli Usa di redistribuzione della ricchezza e di tutela dei diritti sociali.
Riuscirà nel duplice intento ? La mia risposta è no, dal momento che attraverso le lobby il governo americano è subordinato al capitalismo statunitense (ma anche straniero) e tale anarchia di privilegi ed interessi non consentiranno mai ad Obama (così come non lo hanno fatto con Clinton) di realizzare un progetto politico di così ampio respiro.
Spero che Obama mi smentisca anche stavolta.
 


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15 gennaio 2009

Bastardi Cananei

Tra gli "errori" che Israele compie nel suo bombardamento intelligente ed eticamente ispirato, annoveriamo morti e danni riconducibili alle Nazioni Unite.
Se la memoria (artefatta) nel lungo periodo di Israele ricorda piangendo i martiri di Masada (quasi che noi andassimo piangendo per casa gridando "
Varo, Varo, rendimi le mie legioni ! "), figurarsi se la memoria a breve non causa brividi pensando alla risoluzione Onu 242 del 1967



Chissà forse è per questo che l'Onu è vittima spesso degli errori di Israele ?
O perchè il Palazzo di vetro ricorda i Fenici,
inventori secondo la tradizione iniziata da Plinio dell'utile e compianto materiale ?
Nazioni Unite, non siete che
Cananei bastardi !


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