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6 agosto 2010

Cesare Pavese : una generazione (seconda parte)

Domattina i ragazzi ritornano in giro
e nessuno ricorda il clamore.
In prigione operai in silenzio
e qualcuno già è morto.
Nelle strade ricoprono
le macchie di sangue.
La città di lontano
si sveglia nel sole.
La gente esce fuori
e si guardano in faccia.
I ragazzi a quel tempo
giravano in strada
e guardavano in faccia le donne.
Le donne pure non dicevano nulla
e lasciavano fare.
I ragazzi pensavano al buio dei prati
dove qualche bambina veniva.
Era bello far piangere
le bambine nel buio :
eravamo i ragazzi.
La città ci piaceva di giorno.
La sera, tacere e guardare
le luci in distanza
e ascoltare i clamori.



Vanno ancora i ragazzi a giocare
nei prati dove giungono i corsi.
La notte è la stessa
ed a passarci si sente
l'odore dell'erba.
In prigione ci sono gli stessi.
E, come allora,
ci sono le donne
che fanno bambini
e non  dicono nulla.


2 agosto 2010

Ma che fa la Fiat in Serbia ?

 La lettera di una sindacalista della Zastava
Cari amici, care amiche
di Rajka Veljovic*

vi scrivo a nome del Sindacato Samostalni della Zastava e dei tanti lavoratori i cui figli sono stati aiutati da voi dal 1999, quando i nostri reparti furono rasi al suolo dalla NATO e quando partirono i progetti di solidarieta.
Aderirono parecchie associazioni, sindacati, adottanti singoli, tra i quali molti da Torino.
Noi del Sindacato siamo stati punto di riferimento e garanti del progetto delle adozioni a distanza, le consegne degli aiuti sono state sempre state organizzate in modo diretto (dai rappresentanti italiani alle famiglie) in pubblico e con la massima trasparenza.
Siamo convinti che grazie alle modalita’ di gestione del progetto, siamo riusciti a mantenerlo in piedi .
Sono passati dieci anni, l’economia del nostro Paese non si e’ ripresa dopo i bombardamenti della NATO (ricordiamo anche l’embargo precedente), e i vostri rappresentanti che sono venuti a trovarci periodicamente lo hanno potuto verificare di persona.



Siamo ben coscienti che sono passati 10 anni, che nel mondo ci sono altri disastri, e che anche nel vostro Paese c’e’ la crisi (anche se non e’ neppure paragonabile con la situazione economica e politica del nostro Paese).
A parecchi ragazzi del vostro Progetto mancano uno o due anni per finire gli studi.
In nome della solidarieta’ tra lavoratori vi chiediamo di non lasciarli soli ora, e di voler continuare gli affidi a distanza.Questo e’ il periodo peggiore che attraversiamo dopo i bombardamenti; l’arrivo della Fiat a Kragujevac, ha voluto dire un aumento vertiginoso della disoccupazione, salari sempre piu’ bassi e nessuna speranza nel futuro per i lavoratori licenziati e per le loro famiglie.
In particolare dopo l’accordo tra il governo della Serbia e la Fiat, queste sono le conseguenze sulle REALI condizioni di vita e sul futuro dei lavoratori della Zastava.

Vi ringraziamo tanto per la solidarieta’ finora dimostrata e vi inviamo i nostri piu’ fraterni saluti

Kragujevac, 1° febbraio 2010.

* Ufficio relazioni estere e adozioni a distanza presso Sindacato Samostalni Zastava



In seguito riportiamo la traduzione dell’articolo pubblicato il 24.09.2009 sul quotidiano Politika, il più diffuso in Serbia:

Buon compleanno cara Fiat

Per la Zastava e la Serbia non ci sono molti motivi per la festa. Per la Fiat invece sì.

di Nenad Popovic*

«La settimana prossima sarà un anno dalla costituzione formale della Fiat Automobili Serbia, uno dei progetti piu pubblicizzati dal governo attuale, il progetto che doveva riavviare l’industria automobilistica in Serbia. Tale progetto era «il prediletto» e la speranza piu grande degli esperti economici dell'attuale governo.

La sua realizzazione era stata presentata come l'investimento straniero più grosso nel settore industriale, con un versamento iniziale da parte della Fiat pari a circa 700 milioni di euro. Avevano annunciato la produzione di 200.000 unità all’anno e un esportazione di oltre 1 miliardo di euro entro il 2011. Si prevedeva lavoro per almeno 10.000 disoccupati e Kragujevac era stata nominata la Detroit serba.

Ogni primo compleanno è sempre una bella occasione in cui in una atmosfera piacevole si incontrano le persone e si fanno auguri reciproci per il successo comune.

Temo che questo avrà caratteristiche un po' diverse. Non c’e nessun motivo per festeggiare perché non possiamo dimenticare che la Fiat entro il 31 marzo dell’anno corrente doveva versare 200 milioni del capitale iniziale, che l’anno prossimo doveva partire la produzione del modello nuovo e che 2.433 lavoratori già da sei mesi dovevano essere assunti dalla nuova azienda.

Che cosa c'è da festeggiare?

Festeggiamo il fatto che abbiamo lo stesso prodotto con un nome diverso, assemblato con i particolari importati? Oppure il fatto che tutta la produzione viene eseguita sugli impianti che la Zastava aveva pagato 14 milioni di euro tre anni fa, invece di lavorare sulle attrezzature che la Fiat aveva promesso di portare a Kragujevac?

Forse festeggiamo perché abbiamo rinunciato alla licenza per la produzione della «Zastava 10» per la quale avevamo pagato tre milioni di euro tre anni fa, fino al punto di rinunciare al 50 percento del guadagno sul modello attuale a favore della Fiat?

Forse festeggiamo perché i salari ai lavoratori ancora vengono pagati dal fondo statale, o perché rinunciando alla pratica che dura da un decennio, forse potremmo provocare un tracollo del budget, che per questo motivo potrebbe andare in deficit o qualcosa di simile?

Forse festeggiamo perché 20.000 fornitori della Zastava sono rimasti senza lavoro, mentre i fornitori della Fiat lavorano a piena capacità ?

Forse festeggiamo perché abbiamo un altra zona franca per cui, oltre tutti i favori fatti alla Fiat, la Serbia rinuncerà anche dalle tasse doganali e ai dazi relativi alle attività della Fiat?

Per la Zastava e la Serbia non ci sono troppi motivi per la festa.

Per la Fiat invece si. In base all'accordo redatto dagli esperti socioeconomici del governo attuale, il produttore italiano, pur non avendo investito nemmeno un euro della somma promessa, ha un guadagno significativo. La Fiat ha il profitto garantito di 10 percento per ogni vettura venduta e siccome sugli impianti esistenti a Kragujevac, vengono assemblate 2.000 vetture al mese, possiamo facilmente calcolare che la Fiat in un anno incasserà circa 17 milioni di euro. Tenendo presente che di tale entrata vengono retribuiti solo i salari per i 35 manager della Fiat residenti a Kragujevac, quasi l'intera entrata si può ritenere profitto. Tutte le spese di produzione sono sostenute dalla Zastava e dallo Stato, la Zastava paga mano d’opera e tasse alla città di Kragujevac, mentre lo Stato dal suo fondo paga i contributi per i lavoratori, più 10 milioni di euro all’anno per le sovvenzioni d’acquisto per la vettura Punto.

Nessuno in Serbia può essere contento per l’insuccesso del governo relativo a tale progetto. A me personalmente dispiace perché un’idea buona, che poteva trasformarsi in un progetto efficace (se l'accordo si fosse realizzato in modo professionale e responsabile), si è sciupata, e perché invece di essere utile per lo Stato e i cittadini serbi, è diventata l'equivalente dell'imbroglio più grosso di questo governo, dall’inizio del suo mandato.
* responsabile consiglio economico, del Partito democratico serbo


4 aprile 2010

Loris Campetti : operai e voto

Il 69% degli operai francesi non è andato a votare, e c'è chi aggiunge: meno male, perché in molti avrebbero messo la croce sul Fronte nazionale di Le Pen. Il voto «proletario» e popolare delle banlieues aveva retto fino a qualche anno fa, quando ancora le cinture delle grandi città eleggevano sindaci comunisti. Il processo di disaffezione popolare verso la sinistra non è certo di oggi. E non è solo francese. In Italia è dagli anni Novanta che il voto operaio ha iniziato la trasmigrazione dalla sinistra alla Lega, elezione dopo elezione il fenomeno si è reso più evidente.
Sarà interessante il prossimo risultato elettorale in Piemonte: la «cittadella rossa» (ci si passi la semplificazione retrodatata), Torino, si estende fino alla prima cintura ma è sempre più accerchiata dalla Vandea dilagante in tutta la regione. Dilaga la Lega perché i suoi «valori» razzisti, rafforzati dagli egoismi classisti berlusconiani, fanno leva sulla paura e l'insicurezza sociale. Mors tua vita mea. A sinistra gli argini sul Po stanno cedendo, hanno cominciato a indebolirsi quando i lavoratori sono stati degradati a consumatori, al massimo a cittadini detentori di diritti civili ma non di quelli sociali. Le tute blu della Fiat e del suo indotto hanno perso di interesse agli occhi anche di quei partiti che sulla loro centralità avevano costruito le proprie fortune. Liberare Torino dalla Fiat, era il ritornello, riscoprire il terziario, persino il turismo - legato alla Sindone o al tartufo bianco di Alba poco importa.


Domani persino Bersani si è presenterà ai cancelli di Mirafiori, in quella fabbrica già simbolo del lavoro e dell'industria dove il Pci da solo aveva migliaia di iscritti mentre oggi, tra tutti i partiti di sinistra messi insieme di tessere se ne contano, a essere molto ottimisti, poche decine. Fra quegli eroici sopravvissuti, poi, molti finiranno nelle liste degli operai «esuberanti» di cui liberarsi. 2.500 solo a Mirafiori, secondo le indiscrezioni in parte verosimili di Repubblica, 5.000 in tutto il settore automobilistico. E parliamo soltanto dei dipendenti diretti, nell'indotto è in arrivo uno spaventoso tzunami. Che importa, c'è il Sacro Telo e - non se la prenda il nostro amico Carlin Petrini - ci sono il tartufo d'Alba e il cioccolato torinese. Ma per tre giorni, ne siamo certi, tutti metteranno al centro dei loro comizi l'occupazione che crolla (l'avranno scoperto dall'Istat, visto che non hanno più terminali nei posti di lavoro?). Almeno ci risparmino, da lunedì, la sorpresa e la preoccupazione per la fuga del voto operaio.
Marchionne non ha di questi problemi e naviga spedito verso il Nuovo mondo. È lì, in America, che sbarca la Fiat. Nella stiva Marchionne porta graziose Cinquecento, lussuose Lancia e sportive Alfa Romeo. Con l'acquisizione della Chrysler il Lingotto doveva portare tecnologia italiana negli Usa, ora si scopre che saremo noi a importarla - l'auto elettrica - dalla Chrysler, cioè dagli Usa. Il governo italiano prende atto, l'opposizione si dispiace. Ma l'oracolo ha detto che il mercato ripartirà alla grande e in Italia si costruirà il 50% di vetture in più, sia pure con 5.000 operai in meno. Se la profezia del futuro boom è miracolosa, non ci va l'indovino per spiegare la moltiplicazione della produttività. Il capitalismo ha scelto la sua strada per uscire dalla crisi: lavorare in pochi, lavorare come bestie.
Siccome alla politica interessano solo i risultati elettorali, sono inutili raccomandazioni e anatemi. Riparliamone dopo il voto.


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8 aprile 2009

Andrea Oleandri : vive la France !

 Se c'è una cosa che devo riconoscere ai francesi, è la massiccia dose di "palle" (scusate per il francesismo) che ci mettono quando devono lottare per un loro diritto.
Ce ne eravamo resi conto anche ai tempi del CPE, ovvero la modifica dei contratti di lavoro in chiave liberalizzatrice (un po' come la nostra tanto amata legge 30). Ce ne rendiamo conto quando scendono in piazza per gli scioperi generali, con la bassa dose di crumiraggio.
E soprattutto, ce ne siamo resi conto in questi ultimi giorni con i lavoratori che, messi di fronte al licenziamento, hanno preso a sequestrare all'interno della fabbrica i loro dirigenti e manager.
Pratica di cui tenere conto ma da rafforzare in altra direzione. Di fronte ad industrie e fabbriche che chiudono non perché in crisi, ma poiché rendita e profitto vanno difesi e garantiti (l'Indesit ne è l'esempio più clamoroso), bisogna fare un salto qualitativo nella lotta. A tal proposito mi è tornato alla mente in questi giorni il bellissimo documentario della Klein "The Take - La Presa". Brevemente, parla di gruppi di operai che durante la crisi che colpì l'Argentina alcuni anni fa (la sirena di quanto sarebbe accaduto in tutto il mondo oggi), presero ad occupare le loro fabbriche che il padrone aveva abbandonato, a formarsi in cooperative e a rilanciare la produzione.



Per questo più su dicevo che è necessario un salto qualitativo di quanto sta avvenendo in Francia. Sequestrare i dirigenti per chiedere una contrattazione seria, risulta una pratica fine a se stessa nel momento in cui l'azienda ha comunque deciso di chiudere. Può servire a garantire migliori ammortizzatori, una ricollocazione per alcuni, ma ad evitare tanti licenziamenti, probabilmente no.
Se devono saltare delle teste, queste sono quelle dei manager e non dei lavoratori.
E' dunque urgente che anche in Francia, in Italia e ovunque chiudano fabbriche, i lavoratori si facciano carico di ciò che è loro - una volta si sarebbe detto che i lavoratori si devono impossessare dei mezzi di produzione - rilanciando la produzione, lavorando alla ricerca di un mercato sul quale scambiare i loro prodotti. Del resto, da una parte, senza la necessità del profitto, i prezzi sarebbero più competitivi; dall'altra, i prodotti senza manager e dirigenti, sarebbero comunque di qualità, visto che non è il controllo dall'alto che migliorano gli stessi, ma è il lavoro degli operai che ne fa la qualità.
Ovviamente, come sempre, io posso dire la mia, ma poi sta ai lavoratori organizzarsi direttamente, e al sindacato (posto che ne abbia voglia, altrimenti se ne può fare anche a meno) agevolare e aiutare questa organizzazione, magari lavorando anche per trovare il mercato o l'indotto nel quale vendere i prodotti delle fabbriche recuperate.
La lotta al sistema capitalista e neo-liberista passa anche da qui, dalla messa in discussione del paradigma produttivo – in questo caso – in chiave organizzativa.


1 febbraio 2009

Loris Campetti :guerre tra operai

 «Sporchi immigrati. Tornate a casa vostra. Togliete lavoro a gente di qui che ne ha bisogno». Non siamo a Gela, e gli «sporchi immigrati» che rubano il lavoro agli operai indigeni non sono «bassa manovalanza» tunisina o rumena. Siamo al porto di Grimsby, nel Lincolnshire, e i lavoratori contestati sono italiani. Siciliani per la precisione. Gli operai in lotta che sfilano in corteo in molti porti inglesi contro gli «stranieri» lanciano un'accusa non priva di fondamento: le ditte italiane non rispettano le norme di sicurezza. Poi dicono un'altra cosa, probabilmente falsa, comunque preoccupante: gli italiani fanno errori sul lavoro. Insomma, siamo in pieno dumping sociale? Tutto è iniziato con un'asta lanciata dalla raffineria francese della Total e vinta da una ditta di Siracusa, la Irem, che si porta in Gran Bretagna centinaia di operai italiani, e portoghesi. Questa volta l'esercito del lavoro di riserva siamo noi, gli italiani. E il prode presidente della Sicilia, Lombardo, urla non più contro i migranti nordafricani ma contro «la perfida Albione» e a sua volta minaccia: visto «l'odio xenofono contro i siciliani» romperemo le trattative con l'inglese Erg-Shell che dovrebbe realizzare un rigassificatore a Priolo, nella stessa provincia di Siracusa che è la patria della Irem, contestata in Gran Bretagna insieme ai suoi operai «stranieri».
Quando la crisi economica precipita, brucia posti di lavoro e determina l'emergenza sociale, contraddizioni come questa esplodono ovunque, ingigantite dalle politiche statali protezioniste. Ognuno difende i suoi prodotti. E i suoi operai, che per essere più competitivi devono costare di meno, in salari e diritti. Dal nord degli Usa le lavorazioni non si spostano più oltre il muro della vergogna che spacca in due l'America ma nel sud degli States, dove salari e diritti sono competivi con quelli delle maquilladoras messicane. Obama dice che l'acciaio usato nel suo paese dev'essere prodotto nel suo paese. Sarkozy darà i soldi a Peugeot e Renault solo se non delocalizzerano il lavoro all'estero per difendere quello degli operai francesi. 



Fa eccezione Berlusconi, che tanto è ottimista.
Qualche crisi fa, quando i giapponesi invasero il mercato Usa dell'auto, fece parlare di sè un concessionario californiano della Gm che aveva messo a disposizione del pubblico una Toyota rossa fiammante e chiedeva 10 dollari per ogni martellata. C'era la fila davanti al suo autosalone.
L'illusione di difendersi contrapponendo tra loro gli stati si traduce a livello sociale in una suicida guerra tra poveri, il conflitto tra capitale e lavoro rischia di precipitare in un conflitto tra lavoratori. L'Europa a 27 si dimostra lontana mille miglia da qualcosa che assomigli a un'entità politica, e ogni paese dà risposte individuali. E i sindacati, rispetto alla globalizzazione capitalistica sono, se non nudi inadeguati. Non è contro i processi di internazionalizzazione che si possono alzare le barricate, ma in difesa - e per l'estensione - dei diritti dei lavoratori, a partire dal diritto al lavoro. E' facile a dirsi, terribilmente difficile da realizzare. Ma è l'unica strada possibile.


11 novembre 2008

L'assenteismo nel dibattito operaio degli anni Settanta

Un documento d'epoca :

Di fronte all'uso antioperaio della crisi, la classe ha mostrato inizialmente una forte rigidità dei

suoi comportamenti sia per ciò che riguarda la mobilità del lavoro che rispetto all'assenteismo. E' chiaro che nell'aggravarsi della crisi, nella complessità e nella violenza dell'attacco al potere operaio in fabbrica, anche la pratica dell'assenteismo ha subito delle modificazioni ed assunto un'importanza diversa. Valutare questo comportamento operaio dentro la crisi vuol dire, da una parte individuare nel piano capitalista il tentativo di ridefinire un nuovo rapporto fra occupazione e produttività, e dall'altra svolgere una critica delle insufficienze nell'organizzazione operaia all'interno della lotta contro l'aumento della produttività.
La prima parte della strategia antioperaia del capitale, iniziata con la CIG alla Fiat nel '73, aveva essenzialmente due direttive: ridurre la massa complessiva degli occupati e aumentare la produttività per operaio, in modo da assicurare un tasso medio di espansione produttiva e un minor costo di produzione per unità. L'attacco capitalista si poneva direttamente sul terreno della produzione, per combattere tutti quei comportamenti operai che nelle lotte precedenti avevano incrinato l'organizzazione capitalistica del lavoro: il. controllo del capitale sulla forza-lavoro in fabbrica.
E' quindi in un periodo preciso - dal 1973 a tutto il '75 - che il problema dell'assenteismo diventa centrale nel dibattito e nell'azione delle frange operaie più incisive. In questo periodo si saldano due aspetti dell' assenteismo: quello della risposta individuale alla ripetitività e alla parcellizzazione del lavoro di fabbrica e quello politico della lotta contro un diverso rapporto fra produttività e occupazione.
Da dato sociologico - la disaffezione al lavoro derivante dalla ristrutturazione tayloristica del ciclo, che ha segnato tutta la composizione di classe degli anni '60 - l'assenteismo diventa un dato politico preciso all'interno dello sconto di classe. I limiti della strategia capitalista si sono mostrati in questa fase con chiarezza nell'impossibilità di riportare immediatamente la produttività in fabbrica.
Nel settore metalmeccanico il tasso di gravità dell'assenteismo netto si mantiene stabiIe su una media dell'11,52%, per tutto il '75, una media leggermente superiore a quella del 1972; nei settori chimici su una media (10%) superiore al 1972, mentre nel settore tessile raggiunge nel primo trimestre 1975 il 14,76%.

Nella prima fase della crisi, il capitalismo italiano sperimenta l'impossibilità di riportare ordine in fabbrica. Si sperimenta cioè, da parte capitalista, l'impossibilità di attaccare direttamente una pratica operaia sostenuta da una forza autonoma di fabbrica che traeva le sue origini dalle lotte passate e che aveva imposto un potere operaio su tutta una serie di questioni riguardanti l'organizzazione del lavoro.
La disaggregazione di questa forza richiede l'allargamento della crisi fuori della fabbrica, coinvolgendo cioè l'intera società, i rapporti salariali, la struttura dei prezzi. La seconda fase della crisi, quella che stiamo vivendo, si apre con il tentativo padronale di formare un esercito industriale di riserva attraverso la disoccupazione e la sottoccupazione. Contemporaneamente la pressione dell'inflazione sui salari ha determinato una tendenza a ripiegare su forme di risoluzione individuale ed a usare spesso l'assenteismo in funzione di doppio lavoro. La crisi si sviluppa dalla fabbrica alla società per ritornare alla fabbrica attraverso una ridefinizione dei rapporti di potere fra classe e capitale. Questo allargamento, che trova impreparate anche quelle avanguardie interne più incisive, comincia alla lunga a logorare anche il terreno del potere in fabbrica.
L'intensificarsi della crisi ha mostrato anche i limiti dell'assenteismo come, azione autonoma di classe. I dati disponibili per il '76-'77, testimoniano una caduta netta del tasso d'assenteismo e una ripresa della produttività. Nella violenza della crisi, le due componenti dell'assenteismo, quella individuale (di massa) e quella organizzata, si sono scisse. Quasi sempre l'assenteismo è un fatto individuale di ogni singolo operaio una scelta personale di autodifesa e di autoregolazione, ma chiaramente il suo tasso in questi anni era maggiore in quei reparti e in quelle fabbriche dove era più alto il potere operaio. Scelta soggettiva dunque, ma sostenuta da una più incisiva capacità di decisione organizzativa; se questo, vien meno cresce anche la paura di praticarla. Nei reparti ove è forte una coscienza anticapitalista è stato possibile fare un uso organizzato dell'assenteismo (1). Gli operai si accordavano per distribuirsi i turni di assenza e di presenza quando addirittura non li imponevano ai capi. In questi casi. grazie a un forte potere operaio che minacciava azioni peggiori (fermate, danneggiamenti ecc.), l'assenteismo non poteva essere attaccato come fatto individuale perché era azione cosciente e collettiva, espressione di potere sull'organizzazione produttiva e l'opera di disgregazione della classe era più difficile da raggiungere.
Ciò, che si può immediatamente ricavare da un'analisi sommaria dell'assenteismo è essenzialmente la sua dipendenza strutturale da un determinato grado di potere operaio effettivo nella fabbrica, specialmente a livello di reparto. Il pericolo, insito nella contraddittorietà di questa forma di lotta si è visto quando dell'assenteismo si è tentato di fare un cavallo di battaglia per un'ideologia tesa a una centralizzazione intorno al programma del rifiuto del lavoro. Ciò che occorre contestare è la pratica di prendere una forma di lotta specifica e soprattutto complessa, astrarla dai tessuti reali di organizzazione che esprime e ribaltarla poi come pratica politica generale, come obiettivo.
In altri termini non si può organizzare l'assenteismo, come alcuni hanno preteso, propagandandolo come forma di lotta autonoma per eccellenza, ma si deve invece comprendere che questo comportamento operaio che esprime effettivamente elementi nuovi nella struttura specie ideologica della classe, può essere una pratica di lotta con una rilevanza politica nella misura in cui è parte di un tessuto di organizzazione interna reale.
Caduta l'ipotesi fantasiosa di organizzare un astratto attacco al lavoro prescindendo dalla complessità dei comportamenti di classe, si corre il pericolo di restare intrappolati nei suoi derivati, la teoria della figura politica che pratica una forma di lotta specifica, la frazione operaia o il settore di classe. In concreto si tratterebbe di individuare chi oggi pratica l'assenteismo, e si indicano giovani contro vecchi, sinistra operaia contro destra operaia: questi fornirebbero il soggetto politico della nuova orga­nizzazione di classe.
Ma la realtà dell'assenteismo è molto più complessa. Si può notare che chi pratica l'assenteismo non è tanto l'operaio giovane rispetto all' anziano, in quanto ciò che più condiziona sono le mansioni del lavoro (e quindi la fasce salariali), le condizioni di lavoro, la nocività. Generalmente l'operaio giovane preferisce restare a casa più spesso per periodi più brevi, mentre l'anziano nel corso dell'anno si mette in malattia per periodi lunghi. Chi svolge mansioni individuali (es. manutenzione, attrezzeria, ecc.) è meno assenteista di chi lavora alla catena. Così chi lavora nei reparti più nocivi lo è di più di chi lavora in un ambiente meno nocivo. D'altra parte chi fa i lavori più schifosi è anche il peggio pagato, perciò per lui assenteismo significa anche ridefinire il suo salario rispetto alla fatica. E' anche risaputo che l'assenteismo nasconde il doppio lavoro: sia che venga recuperato nelle fabbriche dell'indotto (cioè che fanno parte del ciclo produttivo che ruota attorno alla grande industria) e in questo caso è favorito dai capi stessi che a volte sono titolari delle fabbrichette; sia che si riversi nel lavoro marginale e nel lavoro nero, e in questo non vi è nulla di eversivo, al contrario passa il recupero del capitale.
L'assenteismo è stato attaccato già quando il suo livello stava scendendo. Diventa chiaro che tutto il moralismo dell'etica del lavoro sfoderata dal sindacato e dal P.C.I. contro un comportamento medio operaio, non ha nulla di metafisico, ma era una precisa azione politica tendente a contrattare il controllo sugli operai con una maggiore corresponsabilità nel potere (cogestione).
Andavano disarticolati i metodi organizzativi e le forme di lotta, espressione della coscienza operaia contro l'organizzazione del lavoro di fabbrica, cioè tutto ciò che poteva aggregare la classe con comportamenti consapevoli ed attivi, mentre l'assenteismo non ha questo carattere, caso mai lo riflette. Quasi sempre l'assenteismo è un fatto individuale di ogni singolo operaio, una scelta soggettiva di autodifesa e di autoregolazione, e in questi anni il suo tasso è stato tanto più alto quanto più potere operaio esisteva nei reparti. Scelta soggettiva dunque, ma sostenuta da una più incisiva capacità di decisione organizzativa; se questa viene meno, cresce anche la paura e viene meno la sicurezza di praticarla. Salto individuale che, il capitale recepisce come comportamento di massa e come costo, come fenomeno da controllare, ma non da estirpare, perché non è azione collettiva cosciente.
Contro l'assenteismo il sindacato riportava il discorso della produttività, quando poi nei fatti non solo contratta l'assenza rispetto alla cassa integrazione, (che significa lasciare al padrone le decisioni di quando e come usare gli operai) ma accetta il discorso della professionalità e mobilità che significa divisione di classe e smembramento organizzativo. 



Accanto alla trasformazione dei processi lavorativi e della organizzazione del lavoro, l'iniziativa del capitale procede - parallelamente - a ridefinire le sue strutture statali quali la Magistratura del lavoro e il sistema mutualistico. Da tempo il regolare scorrere delle funzioni dello Stato, necessario alla continuità del potere, procede tra continui intoppi. Pretori e giudici del lavoro sono Presi da una parte tra la morsa dei padroni e dei sindacalisti, gli uni preoccupati di riaffermare il loro potere decisionale ed esecutivo nella fabbrica, i secondi tesi a propagandare e ad imporre l'ideologia della moralità del lavoro; e dall'altra parte dalla pressione operaia che richiede l'applicazione delle norme dello statuto dei lavoratori, quando non si trasforma in azione diretta contro i giudici, come ultimamente si è verificato. Così si assiste ad ogni sorta di sentenze, le piú contraddittorie tra loro. In questa incertezza padroni e Stato sono costretti a muoversi contro i pretori che hanno velleità democratiche o che applicano alla lettera la legge, ora in un piano apertamente repressivo - trasferimenti da pretura a pretura o di funzione - ora, ed è questa la fase, tendendo a creare un consenso giuridico, vale a dire cominciare a far passare i casi più macroscopici ed indifendibili, per far seguire nella scia tutti gli altri.
Anche il sindacato con il quale gli uffici del personale giustificano i licenziamenti per assenteismo, avalla la motivazione che la continua mancanza al lavoro arreca danno all'attività produttiva. In questo modo la motivazione oggettiva, economica riceve la sua sostanza politica e ha come effetto di ridurre gli spazi di utilizzo della legalità. A queste operazioni politicamente pulite, il sindacato affianca iniziative di puro stile intimidatorio, indicendo riunioni alla Camera del Lavoro tra pretori e membri degli esecutivi di fabbrica che spiegano ai primi quanto sia dannoso far rientrare gli assenteisti. Anche i medici dal certificato facile vengono torchiati; hanno cominciato al sud. Il 9 maggio a Reggio Calabria il pretore ha incriminato Per truffa e falso ideologico un operaio e il suo medico in relazione a presunta malattia; dopo ciò nella provincia di Reggio la percentuale di assenze per malattia è diminuita del 45 per cento. Ora arrivano al nord. Rompere la collusione di interessi tra il medico e il suo cliente non sarà facile: ma anche qui lo Stato riscopre la necessità del problema; per conservare il potere, è necessario ampliare il controllo, e lo Stato lo sta facendo.


11 novembre 2008

C. Reeve : assenteismo, sabotaggio e lotte operaie

Il "rifiuto del lavoro", l'assenteismo, il sabotaggio, sono tendenze nuove in seno al movimento operaio? L'assenza di una ideologia del lavoro presso i giovani lavoratori è, in sé, portatrice di una contestazione radicale del sistema? Queste forme di rifiuto oltrepassano le forme tradizionali di lotta, mettono in questione il funzionamento stesso del sistema? Esistono oggi dappertutto delle piccole tendenze gauchistes che rispondono affermativamente a queste questioni ed erigono il "rifiuto del lavoro" a principio del nuovo movimento rivoluzionario. 



la Rivoluzione e Il ministro  o meglio o' tuorten' e' pan' e a' ionta


 

Innanzitutto il sabotaggio della produzione è un nuovo aspetto della lotta di classe oppure è una delle  forme di resistenza da sempre adottate dai lavoratori di fronte alla violenza del lavoro salariato, e risale alle origini della grande industria? In un libro straordinario, che descrive i momenti più radicali della violenza di classe nella storia del capitalismo americano (Dynamite: The story of the class violence in America, 1958, Vintage Book, New Vork), Louis Adamic, un ex-membro degli IndustriaI Workers of the World (IWW), racconta come il sabotaggio fosse diventato all'inizio del secolo una delle forme di azione privilegiate degli operai rivoluzionari americani. Era quella, per i movimenti sindacalisti­rivoluzionari americani ed europei, la risposta di classe cosciente alla barbarie capitalista. E' noto il testo famoso di Pouget, segretario aggiunto della C.G.T., siridacalista rivoluzionario, sulla questione: Le sabotage. Presentare il sabotaggio come una novità del movimento operaio rivela dunque una scarsa conoscenza della sua storia.

           E' tuttavia vero che con l'integrazione del sindacato nel capitalismo ciò che era un principio dell'azione sindacale non si manifesta più che nelle azioni selvagge. Il sabotaggio ha cambiato dì forma e di significato, appaiono altre forme di rifiuto. Con le trasformazioni del capitalismo, con la fine del capitalismo liberale e lo sviluppo della forma moderna dell'intervento statale, il movimento sindacale assume una nuova funzione, quella di gestire i vantaggi sociali resi possibili da questo nuovo sviluppo. La violenza del lavoro salariato aumenta parallelamente alla integrazione dei lavoratori attraverso i meccanismi della sicurezza sociale e delle diverse forme di aiuti pubblici. Tutto ciò allo scopo di rendere meno conflittuale il processo di riproduzione della forza-lavoro. Ma questi sistemi di assistenza sociale - il cosiddetto "salario sociale" - consentono anche ai lavoratori nuove possibilità di resistenza al lavoro. L'assenteismo, l'utilizzazione del sussidio di disoccupazione, appaiono allora ad un numero crescente di lavoratori come delle nuove possibilità di resistenza da utilizzare. Il sistema lo permette sintanto che l'accumulazione capitalistica procede senza scosse, poiché questa forma di resistenza è per lui il male minore. La lotta anticapitalista non appare forse superflua finché si può "approfittare" così dei sussidi e dei contributi della sicurezza sociale?

Sempre a questo proposito ci sembra molto discutibile l'affermare che è nell'assenteismo e nelle altre forme di rifiuto del lavoro che si può trovare la fonte principale della attuale crisi di produttività del capitalismo. La diminuita redditività del capitale, l'assenza di investimenti in nuovo capitale produttivo, il basso tasso di utilizzazione delle capacità produttive esistenti sono altrettante fonti di crisi della produttività. Lo sciopero allo stabilimento General Motors di Lordstown di cui si parla nell'opuscolo è, a questo riguardo, significativo. Messo alle strette da un calo della redditività, il settore automobilistico - in cui il taylorismo ha spinto al massimo la divisione del lavoro - cerca ancora, con un grosso investimento in nuovo capitale-macchine, di accrescere questa divisione dei compiti manuali, questa violenza del lavoro. E' questo bisogno capitalistico di accrescere. una produttività un tempo sufficiente che precede e provoca la rivolta degli operai. E' il fallimento di un tale tentativo che mostra i limiti del taylorismo e pone come questione fondamentale alla sopravvivenza del sistema la sua capacità a riorganizzare completamente il lavoro industriale su nuove basi.

Inversamente si può considerare che la permanenza della crisi attuale di redditività del capitalismo non mancherà di mettere in questione quel famoso "salario sociale", che, come ogni spesa pubblica, dipende dal buon funzionamento del capitale produttivo. L'annuncio di una riorganizzazione del sistema di sicurezza sociale, un maggior controllo sui disoccupati, ne sono i segni premonitori! Una volta ridotte le possibilità di utilizzazione dì questi "vantaggi sociali", si vedrà crollare il mito dell'assenteismo come forma di lotta radicale, così come già oggi la parola d'ordine "rifiuto del lavoro" crolla di fronte al dilagare della disoccupazione. Come sempre non resterà allora ai lavoratori che la lotta aperta contro il sistema del lavoro salariato oppure sottomettersi e piombare nella barbarie che esso genera.

Ma ora ritorniamo all'assenteismo e al sabotaggio in quanto forme di lotta. Nelle società in cui sono divenuti, da qualche tempo, un fenomeno di massa, come nel caso dell'Italia nell'industria automobilistica, alcuni militanti rivoluzionari cominciano, dopo un periodo di euforia, a trarre qualche conclusione critica da questi atteggiamenti. E' così che, analizzando l'assenteismo di massa, si può constatare che: «Anche se è una importante forma di azione operaia, produce un livello organizzativo contraddittorio. Gli operai per assentarsi debbono costruire strutture informali d'organizzazione, ma assentatisi si trovano isolati sul territorio ed in pratica vivono una situazione individualizzata. Ad esempio è normale che l'assenteismo sia legato al doppio lavoro (vedi l'Alfa) o che porti all'isolamento rispetto al reparto degli operai che lo praticano in modo spontaneo - dando spazio alla repressione padronale ... Questa forma d'azione non va infatti confusa col rifiuto del lavoro salariato, rifiuto che non può che esprimersi da dentro la fabbrica, in modo collettivo e da parte di tutto il proletariato.» (da COLLEGAMENTI, bollettino dei CCRAP, n.7, giugno 1975).

Ecco qui posta in modo chiaro la questione essenziale sollevata da queste forme di rifiuto: il loro rapporto con l'azione collettiva e cosciente dei lavoratori. Certo l'ideologia produttivista, l'esaltazione del lavoro è in crisi, crisi inseparabile dallo sviluppo della divisione del lavoro. Certo questa attitudine può avere una portata rivoluzionaria se si esprime in legame con delle azioni collettive ed autonome dei lavoratori. Ma è anche vero che sovente questo rifiuto esprime una attitudine individualistica di "scansafatiche", anch'essa prodotto della crescente divisione dei lavoratori operata dai moderni metodi di organizzazione del lavoro e non ha una cosciente portata radicale. Al limite, ciò che conta è la volontà e la determinazione di battersi contro il capitalismo e, a questo riguardo, I'attitudine verso il lavoro non è a priori determinante.

Se per l'operaio rivoluzionario dell'inizio del secolo il sabotaggio si accompagnava sovente ad una fierezza di corpo, oggi l'assenza di una ideologia produttivistica s'accompagna sovente ad una ripresa di individualismo operaio. Già verso la fine degli anni '20 i sopravvissuti: del movimento sindacalista rivoluzionario americano sottolineavano il contenuto individualistico delle nuove forme di sabotaggio, la perdita di ciò che essi chiamavano "la visione sociale del sabotaggio". L. Adamic nota a questo proposito che il sabotaggio diviene allora l'espressione di un "radicalismo individuale", "di forme di vendetta che la classe operaia americana utilizza ciecamente, incoscientemente, disperatamente", e non più "una forza controllata da coloro che la praticano e le cui conseguenze non gli sfuggono".

Più che una nuova forma di lotta, il sabotaggio e altri rifiuti del lavoro non sono infatti che il risultato, la manifestazione di una debolezza dei lavoratori, la manifestazione della loro incapacità ad affrontare in maniera cosciente, indipendente e collettiva il capitalismo. Il rifiuto del lavoro, prodotto lui stesso della trasformazione dei vecchi processi produttivi e della mentalità operaia ad opera del capitalismo, non ha in se una qualunque prospettiva rivoluzionaria. Questa prospettiva può farla apparire solo lo scontro aperto, collettivo e cosciente contro il capitalismo.

A partire dal suo contenuto individualistico questa rivolta contro il lavoro rimane una conseguenza inevitabile della violenza del sistema salariato, un prodotto dell'oppressione e della divisione dei lavoratori in seno al capitalismo. In rapporto a ciò i principi dell'azione rivoluzionaria rimangono immutabili. Solo l'azione collettiva, organizzata, cosciente e autonoma dei produttori porta in sé l'abolizione del lavoro salariato. Solo essa è creatrice di solidarietà, spirito d'iniziativa e immaginazione, volontà e decisione, qualità spirituali indispensabili per farla finita con questo vecchio mondo.

Quando si constata, come fa J. Zerzan, che i lavoratori hanno oggi la tendenza nelle lotte a voler assumere il controllo delle forze produttive, allora riesce difficile rifarsi all'idea secondo cui il rifiuto del lavoro ed il sabotaggio sono le forme decisive della moderna lotta rivoluziona­ria! In effetti è solamente dalla lotta collettiva che possono nascere queste nuove tendenze alla riappropriazione da parte dei lavoratori del controllo sull'apparato produttivo. Ciononostante, le lotte in cui queste tendenze si manifestano, in maniera più o meno confusa, non sembrano provocare presso gli adoratoti del rifiuto del lavoro un qualunque interesse, o tuttalpiù esse danno origine ad un paternalistico disprezzo (vedi lo sciopero della LIP).

La confusione che si fa nello slogan rifiuto del lavoro fra il lavoro, attività umana indispensabile al funzionamento di qualsiasi società, ed il lavoro salariato, non fa inoltre che eludere il vero punto nodale della trasformazione rivoluzionaria della società. Il rifiuto del lavoro non ha niente di originale come slogan ... esso è da sempre quello delIa borghesia e dei suoi lacchè! Come non sorridere quando J, Zerzan ci apprende che "il disprezzo dei lavoro è quasi unanime dal saldatore al redattore di giornale, passando per i vecchi impiegati! " A quando, la solidarietà operaia verso i padroni sovraffaticati?

Presso i lavoratori rivoluzionari l'orrore quotidiano del lavoro salariato non fa che rafforzare la convinzione che la trasformazione radicale della società consiste essenzialmente nella riorganizzazione della produzione e nell'immissione nel lavoro produttivo di tutta questa immensa massa di gente che oggi vive del nostro sfruttamento: borghesi, burocrati, poliziotti dì tutte le specie, militari ed altri parassiti. Poiché, al contrario di ciò che accade nella società capitalistica, sarà sulla base della partecipazione o meno al lavoro sociale necessario che si potranno regolare i principi, di produzione e distribuzione deIla nuova società. E solamente allora si realizzerà questo vecchio desiderio del movimento operaio, il cui senso è ben chiaro: abolizione del lavoro salariato, e ... diritto all'ozio!

Articolo sicuramente interessante, ma che stabilisce un rapporto non necessario tra assenteismo e salario sociale, come pure presuppone erroneamente che il rifiuto del lavoro perda consistenza di fronte al dilagare della disoccupazione, mentre è invece il dilagare della disoccupazione che rende necessario il salario sociale, salario sociale che può dare una maggiore libertà di scelta di fronte ad un lavoro a salari sempre più bassi sottoposti come sono alla pressione esterna dell'esercito industriale di riserva.


4 luglio 2008

Made in Italy e proletariato rumeno

 

Quali sono i guai dell'Italia che si scaricano sui romeni? A séguito del recente e perdurante ciclo di paranoia antiromena, i pochi commentatori meglio intenzionati hanno abbozzato un elenco dei disagi e delle frustrazioni che si esprimono nell'avversione all'immigrazione dall'Europa sud-orientale. Pochissimi sono andati a osservare le attività degli italiani in Romania e le conseguenze sociali delle loro operazioni.
Il nuovo libro di Veronica Redini affronta la questione e va oltre, aprendo nuove prospettive sull'invisibilità sociale e sui rapporti sociali che l'Occidente impone o contratta nei suoi traffici (Frontiere del made in Italy, ombre corte, euro 15). L'autrice rende conto «di un percorso etnografico che si è svolto a varie riprese tra il 1999 e il 2007 in due città romene, quella di Cluj-Napoca prima e di Timisoara poi» tra camici blu romeni, affaristi italiani, fungaie di capannoni in aperta campagna, voli aerei durante i quali si mutano non soltanto vestiti ma anche immagini di sé e visioni del mondo. Leggendo il volume si è continuamente sollecitati a fare i conti con l'Italia fuori dall'Italia e in particolare con i rapporti di lavoro che negli scorsi vent'anni il capitalismo italiano ha in parte negoziato e in parte imposto sia in Italia sia nei paesi euro-orientali, dove il comando euro-occidentale sperimenta una certa espansione.
La peculiarità del comando italiano in Romania non consiste tanto nel «made in Italy» e nell'aura che lo avvolge quanto nella penetrazione diffusa e nell'accaparramento di manodopera e beni locali da parte di imprenditori, esperti, tecnici di produzione di provenienza italiana. Mentre gli imprenditori di altri paesi, quali la Francia e la Germania muovono verso l'Europa sud-orientale con gli ingenti investimenti diretti di grandi aziende, sono ben 16.000 circa le ditte attive a capitale italiano in Romania, addensate perlopiù nell'ovest del paese.

Il cronometro al collo
La varia umanità italiana in Romania, dove primeggiano i veneti, ha stabilito una sua presenza capillare. Per gran parte degli espatriati e dei pendolari è diventata irresistibile la tentazione di far soldi e di condurre una vita più agevole spremendo le cosiddette risorse sociali, economiche ed emotive locali senza dover avventurarsi oltre i 700-800 chilometri. Come organizzare la spremitura non è facile: occorre che i ritmi di lavoro imposti in Romania siano occidentali, ossia stretti, e che il prodotto risulti «made in Italy» agli occhi del consumatore, che i salari rimangano assolutamente «romeni» e che si tenga alla larga lo spettro delle rivendicazioni di chi lavora.
Questa sommaria architettura sociale presenta alcuni effetti di spaesamento e molti attriti. L'autrice mette a fuoco gli uni e gli altri ponendo sotto osservazione il settore delle calzature. Il clima sociale risulta carico di tensioni, soprattutto in concomitanza con l'espansione economica che la Romania va sperimentando. Le tensioni più acute riguardano tre campi: i ritmi di lavoro, la distanza messa tra le maestranze romene e le merci che producono e infine la difesa di un «made in Italy» che viene prodotto lontano dallo Stivale.
Sui ritmi di lavoro questo libro contiene pagine memorabili, tali da diradare come nebbia al sole le storie della fine del lavoro seriale. Secondo un navigato esperto «noi abbiamo ancora il cronometro attaccato al collo!»; e a parere di un altro: «c'è questo impiego di tecnici italiani, perché è il tecnico italiano che deve imprimere il ritmo». Non soltanto vengono imposti standard dei tempi che si avvicinano sempre più a quelli italiani ma, in qualche caso, trattandosi di manodopera femminile ricattabile, la si blocca alle macchine persino durante la consumazione del pasto. Il divario salariale rispetto all'Italia permette addirittura di produrre con più cura, specialmente nelle fasi più delicate. È ovvio che una parte degli occupati di ditte italiane in Romania punta a superare le frontiere e a cercare un posto di lavoro in Italia a ritmi analoghi ma con il vantaggio dei salari italiani, un fenomeno che si osserva anche in altre aree euro-orientali nei confronti della Germania e di altri paesi dell'euro.
Consumatori e consumi sono dappertutto evidenti, non altrettanto coloro che vengono consumati nel processo di produzione e distribuzione. Veronica Redini ne porta alla luce le testimonianze partendo dall'analisi del geroglifico sociale della merce, nella fattispecie della calzatura «made in Italy».
Racconta un'imprenditrice italiana in Romania: «Negli anni Novanta (a Vigevano) facevamo solo un lavoro specifico, con roba pregiata. Pregiata vuol dire che lavoravamo solo rettile, pitone, coccodrillo... è un prodotto per l'America, per gli sceicchi». Adesso in Romania l'imprenditrice comanda lavoro femminile che produce per un marchio famoso, un marchio che punta alla quantità, ai grandi numeri dei consumatori occidentali, ma soltanto grazie al margine di distinzione (e di prezzo) di una mitica innovazione di prodotto. Si tratta di un «made in Italy» che viene prodotto in Romania e che è destinato esclusivamente ai mercati occidentali. Qui si apre un gioco di recinzioni mercantili apparentemente italiane e di passe-partout altrettanto apparentemente romeni.
In realtà si tratta di una modalità elementare della vituperata lotta tra le classi sociali che è vecchia almeno quanto il capitalismo: imprenditori che intendono vendere agli abbienti a caro prezzo le merci alle quali le operaie non dovrebbero accedere, pena la svalutazione delle merci medesime; operaie che sono decise a riappropriarsi di beni creati dalle loro mani. Si intravvede che le barriere di questo ridicolo doppio corso della moneta cominciano a incrinarsi, poiché, a fronte dei furti di scarpe, la direzione si acconcia a vendere a prezzo ridotto alle operaie una quota della produzione destinata al mercato locale. Sono forse questi i primi segni per le ditte straniere che è bene evitare di prendere sottogamba il consumo interno.
Questo volume, con pochi altri, mostra su quali spalle si regge l'ascesa economica romena e i suoi effetti: donne o uomini ordinari in larga parte sradicati dai territori di origine dalla vecchia nomenklatura e dalla nuova democrazia, costretti o a sottostare ai dettami e al regime salariale dei nuovi signori, oppure a emigrare - e tuttavia non rassegnati a piegare la testa sotto il peso del «made in Italy». Veronica Redini guida il lettore attraverso il campo minato di dibattiti e definizioni del «made in Italy» e lo conduce indenne fino al luogo della demistificazione. Per molti «il vero prodotto italiano» appare connotato dalla nazionalità del produttore, da una componente «culturale» e da una traiettoria commerciale.

Lungo il Danubio
Secondo gli imprenditori e i tecnici intervistati, il displuvio tra l'elemento italiano - «il bello», «l'armonioso» - e l'elemento romeno - «il brutto», «la romenata» - segna pure la separazione tra l'autenticità e la contraffazione. Poi, come già negli anni Ottanta a Hong Kong per la moda italiana, gli esportatori italiani esaminano la merce contraffatta e sovente giungono alla stessa conclusione asiatica di allora: «Trattiamo con questi qui». Descrivendo i negozi di un noto marchio italiano a Bucarest e Timisoara, Veronica Redini scrive: «dall'Italia provengono il progetto espositivo, i mobili e gli accessori d'arredamento, solo gli elementi in qualche modo meno visibili come i vetri e la manodopera sono romeni».
Il suo libro riesce a mettere sotto la lente d'ingrandimento gli elementi meno visibili, quelli che il baccano mediatico intende seppellire sotto lo scalpitio delle ronde antiromene. Dunque, fatica coraggiosa e di lunga lena, quella dell'autrice; e pubblicazione tempestiva in una congiuntura difficile qual è certamente questa, una congiuntura che aumenta le distanze sociali e l'ostentazione mentre colpisce chi crea il «made in Italy» lungo il basso Danubio ancor più che lungo il Po.

(Ferruccio Gambino)


5 giugno 2008

Cocaina : il doping dell'operaio

 

«Il carcerato almeno una speranza ce l'ha: quella di uscire dalla galera, per fine pena o tentando la fuga. Spesso si ha l'impressione che al giovane, al giovane operaio, sia negata anche la speranza di fuga. Se a un ragazzo togli la speranza di costruirsi un futuro gli hai tolto un diritto fondamentale». Il ragionamento di Emilio Rebecchi segue una logica stringente quanto disperante. Psichiatra, psicoanalista, attentissimo ai comportamenti giovanili e alle dinamiche sociali nei posti di lavoro, Rebecchi ha lavorato a molte ricerche e inchieste ed è a lui che chiediamo un aiuto per tentare di decodificare le ragioni che stanno dietro la spaventosa diffusione di sostanze stupefacenti nelle fabbriche, negli uffici, nei cantieri. Il consumo di droghe tra i lavoratori non rappresenta certo una novità, ma oggi sono cambiate le motivazioni, le modalità del consumo, le stesse sostanze assunte e soprattutto, è cambiata la dimensione del fenomeno. Lo incontriamo nel suo studio sulla collina bolognese.
«Io ho sempre apprezzato moltissimo Pantani. Mi ha colpito il ragionamento che faceva ancora prima di diventare un grande campione: 'io sono il più forte, diceva, ma se gli altri prendono le sostanze resto indietro. Bisognerebbe che tutti smettessero, e siccome questo non avviene sono costretto a prenderle anch'io'. Il ragionamento non fa una piega, ma così si alza il livello dello scontro. Conosco un gruppo di bolognesi che pratica il ciclismo per passione, diciamo che fanno cicloturismo. Lo sai che si bombano anche loro? Mica lo fanno per vincere, non c'è niente da vincere; lo fanno per competere, per reggere il livello degli altri. Per non lasciare adito a dubbi di sorta preciso subito che di questo gruppo non fa parte Romano Prodi». La competizione, il miglioramento delle prestazioni, sono i nodi centrali della chiave interpretativa che ci offre Rebecchi. Ma procediamo con ordine. «Io non criminalizzo la chimica: la chimica esiste, è utile in mille circostanze. Ma se la utilizzi per aumentare le tue prestazioni, sessuali, lavorative, persino per divertirti, allora vuol dire che c'è un problema. Intendiamoci, tanti artisti, poeti, scrittori hanno assunto droghe per curiosità, per conoscenza. Lo stesso Siegmund Freud. Ma stiamo parlando del Medio Evo. Oggi i ragazzi si drogano come noi si beveva il caffè o si succhiava il latte dalla mamma. Per loro farsi una striscia di coca o un'anfetamena è un fatto normale, persino ovvio. Senza alcuna solida motivazione il giovane diventa 'spontaneamente' consumatore. Incindono molto i modelli culturali (la competizione spinta all'esasperazione) e interviene un fatto imitativo. Così come da bambini si vuole andare al Burghy o al Mcdonald's perché lo fanno tutti a prescindere dalla schifezza che ti danno da mangiare, così qualche anno più tardi, con lo stesso atteggiamento, può capitare di farsi di cocaina. Questo segnala la presenza di un vuoto che spesso si tenta di riempire con la droga. E siccome la società è classista, se non hai soldi di famiglia, per pagarti la dose rubi, o spacci, o ti prostituisci».
Arriviamo al mondo del lavoro. Se con le categorie interpretative classiche si comprendono alcuni comportamenti 'devianti' nel sottoproletariato, è più difficile farsene una ragione quando il soggetto interessato è l'operaio di fabbrica. «Saltano le differenze etiche. Ammettiamo pure che in fabbrica a spingerti al consumo possa essere una condizione difficile, segnata dalla fatica. La fatica alla linea di montaggio, dove la durata della mansione che si ripete sempre uguale a se stessa è al di sotto del minuto, provoca effetti negativi sulla salute dell'operaio, dolori, lombalgie. Una situazione di questo tipo farebbe pensare che la sostanza adatta ad alleviare la condizione di sofferenza sia l'eroina che è un anestetico e dunque attenua il peso e le conseguenze di un lavoro faticoso. Invece sempre più spesso la droga assunta, anche in fabbrica, è la cocaina. La cocaina è un eccitante, serve ad aumentare la produzione». Le parole di Rebecchi sono confermate dal racconto di tanti operai che abbiamo intervistato: il picco produttivo spesso e volentieri si verifica durante il lavoro notturno, il terzo turno che è quello dove il consumo di cocaina è più alto, anche per una rarefazione dei controlli. Se ne deduce, chiedo a Rebecchi, che la cocaina è funzionale alla produzione e dunque è una 'droga di sistema'? «Negli anni Settanta l'uso di sostanze poteva avere una qualche connotazione antisistema, oggi è tutta interna, verrebbe da dire funzionale al sistema. Non vale solo per gli operai, vale per i manager, per gli sportivi». In fabbrica c'è chi sostiene che si riesce a convivere meglio con l'eroina che non con la cocaina... «E' verissimo, con l'aggravante che la cocaina ha un'azione sulle arteriole, può provocare microinfarti. Alla lunga ti brucia il cervello. Un effetto analogo può essere provocato dalle anfetamine di cui è quasi sempre sconosciuta la composizione».
Come si può intervenire rispetto a questo fenomeno, come si possono aiutare i giovani operai finiti nell'imbuto del consumo, in molti casi nello spaccio per potersi pagare la dose quotidiana? «La cosa che rende più difficile l'intervento è proprio la mancanza di motivazione sociale nella decisione di assumere sostanze, che non sia l'aumento della prestazione individuale e di conseguenza della produzione. Sei disarmato, anche gli strumenti tradizionali come la psicoanalisi sono spuntati. Ti può capitare di chiedere a un giovane paziente di fare delle libere associazioni, dopodiché a un certo punto ti domandi: ma che vuoi che associ questo poveraccio, se non ha un cazzo di idea nel cervello? Dico che ti senti disarmato perché se il giovane consumatore, che sia operaio o studente, non ha una motivazione, quando gli dici di smettere ti risponde semplicemente 'e perché? Mi piace'. Guarda che domani starai male, avrai delle conseguenze gravi sulla salute, gli contesti, ma ti accorgi che non glie ne frega niente. Il che vuol dire, lo ripeto, che nelle giovani generazioni c'è una caduta, una rinuncia a costruirsi un futuro, una prospettiva di vita». E la vita stessa perde di valore... «Senza ideali, non solo politici o religiosi ma semplicemente civili, si resta solo dentro una realtà durissima che non si sopporta più. Così si finisce per tornare all'infanzia, si regredisce allo stadio all'oralità. Vuoi dimostrare di essere più potente di chi ti sta vicino».
La scelta può essere individuale, ma un fenomeno di queste proporzioni assume inevitabilmente un carattere sociale. Dice Rebecchi: «La regressione è legata alla natura della società in cui viviamo, e l'aumento della prestazione individuale, in qualsiasi campo, risponde al comandamento della competitività». Alcuni operai, a conferma di quanto ci dice Rebecchi, ci hanno spiegato che ci si fa, e si convince anche il partner o la partner a tirare coca, prima del rapporto sessuale per migliorare le prestazioni. «E' la logica maschile classica di chi vuole dimostrare che ce l'ha più lungo, la sessualità si riduce all'aspetto penetrativo. Pensi che in un rapporto sia questo e solo questo a interessare la donna. E ti esalti perché una striscia di cocaina ti fa sentire più potente ma non sai, o non ti interessa sapere che col tempo quella roba ti renderà impotente».
Rientriamo in fabbrica. Alcuni operai sostengono che la cocaina aiuti la socializzazione con gli altri operai, oltre a migliorare la prestazione individuale. «Certo - risponde Rebecchi - ma è la socialità della colpevolezza, certo non è la socialità della condivisione. E' la denuncia estrema di una condizione di solitudine. E se in passato drogavi generazioni intere per mandarle a combattere e morire in guerra, oggi con la caduta dei valori le distruggi drogandole per farle produrre di più alla catena di montaggio». Rebecchi conclude il suo ragionamento tornando al concetto della mancata motivazione nell'assunzione di sostanze 'dopanti', da cui discende la mancata motivazione a smettere: «Il generale cinese Zhu De era dedito al consumo di oppio. Quando iniziò la Lunga marcia, prima di assumerne il comando fece una scelta, aveva una motivazione forte per smettere. L'unico luogo in cui era vietato il consumo dell'oppio era il fiume Yangtze, così salì su una barca che scendeva il fiume chiedendo al proprietario di non fargli mettere i piedi a terra per alcuni mesi, per nessuna ragione. Così, con una motivazione forte, vinse le sue due guerre».

Loris Campetti


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21 maggio 2008

Congratulazioni Emma !

Non è un caso che l'elezione della Marcegaglia a presidente della Confindustria sia stata festeggiata con una morte bianca in una fabbrica appartenente al gruppo che fa capo alla sua famiglia.
La signora già aveva criticato le nuove norme del governo Prodi sulla sicurezza sul lavoro, dicendo che innalzare l'asticella non serviva a garantire l'applicazione delle norme di sicurezza. Parlava evidentemente con cognizione di causa.

 Emma prima dell'aumento di produttività

 Emma dopo l'aumento di produttività ( usura dei macchinari )


Ma che ci aspettiamo da una Confindustria in cui tutte le regole sono costi aggiuntivi da tagliare e freni all'aumento della cosiddetta produttività ?
Che ci aspettiamo da un atteggiamento che con la scusa della produttività (peraltro mal definita) vuole solo allungare il tempo di lavoro di fatto e aumentare lo sfruttamento dei lavoratori ?
Tutti ormai dicono che l'imperativo categorico sia la crescita, ed in questa crescita vogliono mescolare anche i morti, le cui ossa contribuiranno a formare il lievito del progresso del nostro paese. Perciò non piangete, non abbiate paura.
Viva il capitale, viva la produzione : un operaio nella pressa ? Lo confezioneremo e lo venderemo da qualche parte. Un carico ne schiaccia un altro ? Meglio, una bocca da sfamare in meno.
Rialzati Italia !
Rialzati operaio ! Che fai, non ti rialzi ? Insomma, vivo o morto, sempre fannullone sei ....


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