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8 ottobre 2009

Vladimiro Giacchè : la nuova febbre dell'oro

 

Giovedì scorso le sale contrattazioni di tutto il mondo hanno assistito ad un fenomeno sconcertante: l'oro che saliva di 40 dollari all'oncia in una sola giornata, avvicinandosi ai 1.000 dollari all'oncia. La cosa ha preso in contropiede buona parte dei trader e dei giornalisti economici. Anche perché la domanda di oro fisico per gioielleria, nel secondo trimestre del 2009, è scesa ai minimi da oltre 5 anni. E quindi la spiegazione del rialzo va cercata da qualche altra parte. Ma dove? Qui la fantasia si è scatenata. Per il Sole 24 ore, «il movimento è nato dai grafici» (ossia dall'analisi tecnica, che avrebbe dato un segnale di acquisto). Per altri, dall'imminente chiusura di un fondo rialzista sul petrolio. Per altri ancora, da rumors di acquisti da parte delle banche centrali. Qualcuno ha ricordato che l'oro sale sempre nel mese di settembre. Qualcun altro, sul blog del Financial Times, ha tratto ispirazione dagli astri: «le recenti tendenze rialziste sono avvenute in anni dispari, le rotture al rialzo si sono verificate in settembre, quando Marte si trova in congiunzione con Saturno». Quest'ultima spiegazione rappresenta un'eloquente conferma del detto di Adorno, per cui «l'astrologia è la metafisica degli imbecilli». Ma in fondo non è molto più irrazionale del titolo del Sole.
In verità le cose sono più semplici. Per mesi si è alimentata l'illusione che il forte rialzo del mercato azionario da marzo fosse il segnale che «anticipava» (secondo i più ottimisti «di 6 mesi») la fine della crisi. È molto più probabile, invece, che si sia trattato solo di un rialzo inserito in una tendenza ribassista di più lungo periodo. Perché la crisi è tutt'altro che finita. Questo dicono i dati sulla disoccupazione Usa (salita al 9,7%, record dal 1983, con ulteriori 216.000 posti di lavoro bruciati ad agosto) e sulla disoccupazione in Europa (9,5%, con 21 milioni di disoccupati). Ma anche i dati sui noli marittimi (con il Baltic Dry Index sceso del 44% da giugno) e quelli sul prodotto interno lordo, che evidenziano un calo dal 4% al 6% in tutti i maggiori paesi industrializzati dell'Occidente.
Non solo: nessuno dei problemi aperti a livello finanziario è stato risolto. La mina dei derivati è ancora lì (lo ha rilevato la Banca Centrale Europea a proposito dei credit default swaps). Le regole contabili internazionali sono state alleggerite. E sul Sole24ore del 2 settembre abbiamo potuto leggere che gli attivi delle banche occidentali a fine 2008 erano pari a 62.000 miliardi di dollari, a fronte di un capitale di appena 3.800 miliardi. Questo equivale a una leva finanziaria di 16,5: di fatto, il portafoglio delle banche è oggi 3 o 4 volte più rischioso di quello degli hedge fund più aggressivi. 



Insomma, come ai tempi della «bubble epoque» che credevamo finita nel 2007. Ma con una differenza rilevante. Che nel frattempo, per tamponare la crisi, sono state impegnate risorse pubbliche di enormi proporzioni. Si è calcolato che i soli Stati Uniti abbiano impegnato risorse pari a 3 volte quelle spese per la seconda guerra mondiale e 12 volte di più, in rapporto al pil, di quanto fu speso per combattere la Grande Depressione. L'ovvio risultato è l'esplosione del debito pubblico Usa. Ma in Europa le cose non vanno meglio, con un deficit francese quest'anno veleggia all'8% e quello inglese addirittura al 12%. Per non parlare del Giappone, da tempo campione mondiale del debito pubblico.
Tutto questo avrà in un prossimo futuro enormi conseguenze per tutti noi (una per tutte: la definitiva distruzione del welfare - almeno in assenza di forti movimenti sociali di contrasto). Ma una conseguenza è già chiara: oggi nel mondo non esiste alcun porto sicuro dal punto di vista valutario. Se il debito pubblico statunitense è una bomba a tempo, nessuna reale alternativa in termini di investimento valutario è oggi all'orizzonte. Per questo motivo molti paesi emergenti, a cominciare dalla Cina, stanno cercando di creare proprie aree valutarie o di regolare i propri scambi facendo a meno delle valute tradizionalmente egemoni. Ma è un processo che richiede tempo. È in questo contesto che l'oro torna ad assumere il ruolo di valuta rifugio, di «moneta mondiale» (Marx). Oggi l'oro - ben lungi dall'essere quel «residuo di tempi barbarici» di cui parlava Keynes - è già «divenuto la terza valuta internazionale di riserva dopo dollaro ed euro, e si avvia rapidamente a diventare la seconda» (Gartman).
La febbre dell'oro è insomma, come ogni altra febbre, un sintomo. Un sintomo dell'attuale disordine valutario. Ma più in generale del fatto che è l'attuale ordine economico mondiale ad essere, sempre più chiaramente, un «barbarous relic».


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permalink | inviato da pensatoio il 8/10/2009 alle 15:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


30 aprile 2008

Marx e la legge del valore come tempo di lavoro

 Quel che interessa praticamente in primo luogo coloro che scambiano prodotti, è il problema di quanti prodotti altrui riceveranno per il proprio prodotto, quindi, in quale proporzione si scambiano i prodotti. Appena queste proporzioni sono maturate raggiungendo una certa stabilità abituale, sembrano sgorgare dalla natura dei prodotti del lavoro, cosicchè p. es. una tonnellata di ferro e due once d'oro sono di egual valore allo stesso modo che una libbra d'oro e una libbra di ferro sono di egual peso nonostante le loro differenti qualità chimiche e fisiche. Di fatto, il carattere di valore dei prodotti del lavoro si consolida soltanto attraverso la loro attuazione come grandezze di valore. Le grandezze di valore variano continuamente, indipendentemente dalla volontà, della prescienza, e dall'azione dei permutanti, pei quali il loro proprio movimento sociale assume la forma d'un movimento di cose, sotto il cui controllo essi si trovano, invece che averle sotto il proprio controllo. Occorre che ci sia una produzione di merci completamente sviluppata, prima che dall'esperienza stessa nasca la cognizione scientifica che i lavori privati - compiuti indipendentemente l'uno dall'altro, ma dipendentí l'uno dall'altro da ogni parte come articolazioni naturali spontanee della divisione sociale del lavoro - vengono continuamente ridotti alla loro misura socialmente proporzionale, perché nei rapporti di scambio dei loro prodotti, casuali e sempre oscillanti, trionfa con la forza, come legge naturale regolatrice, il tempo di lavoro socialmente necessario per la loro produzione, così come p. es. trionfa con la forza la legge della gravità, quando la casa ci capitombola sulla testa. Che cosa si deve pensare di una legge che può trionfare solo attraverso rivoluzioni periodiche? E' per l'appunto una legge di natura, che poggia sull'inconsapevolezza degli interessati  La determinazione della grandezza di valore mediante il tempo di lavoro è quindi un arcano, celato sotto i movimenti appariscenti dei valori relativi delle merci. La sua scoperta elimina la parvenza della determínazione puramente casuale delle grandezze di valore dei prodotti del lavoro, ma non elimina affatto la sua forma oggettiva. Tali forme costituiscono appunto le categorie dell'economia borghese. Sono forme di pensiero socialmente valide, quindi oggettive, per i rapporti di produzione di questo modo di produzione sociale storicamente determinato, per i rapporti di produzione della produzione di merci. Quindi, appena ci rifugiamo in altre forme di produzione, scompare subito tutto il misticismo del mondo delle merci, tutto l'incantesimo e la stregoneria che circondano di nebbia i prodotti del lavoro sulla base della produzione di merci.

 


Qui già c’è una parziale correzione della tesi arbitraria di Marx circa il lavoro come fondamento del valore. Tale equivalenza pienamente dispiegata è il frutto di una progressiva integrazione dei diversi mercati e delle diverse economie. Marx continua a considerare lo scorrere della storia come rivelazione di una verità antecedente e questo è un residuo dell’arbitrio e dell’errore di cui abbiamo parlato. Si tratta invece della necessità di uniformare le procedure di misura del valore reciproco delle merci data la sempre maggiore integrazione delle economie locali e data la nascita dello Stato moderno che avoca a sé la facoltà di emettere moneta e dunque i mezzi di intermediazione economica. La teoria del valore lavoro è proprio una delle versioni con cui si cerca al tempo di spiegare, di accelerare, di regolare i processi in corso.


30 marzo 2008

Marx e il passaggio alla merce denaro

La forma generale d'equivalente è una forma del valore in genere. Quindi può spettare ad ogni merce. D'altra parte una merce si trova in forma generale di equivalente (forma III) solo perché e in quanto viene esclusa da tutte le altre merci, come equivalente. E solo dal momento nel quale questa esclusione si limita definitivamente a un genere specifico di merci, la forma unitaria relativa di valore del mondo delle merci ha raggiunto consistenza oggettiva e validità generalmente sociale.

Ora il genere specifico di merci con la cui forma naturale s'è venuta identificando man mano socialmente la forma di equivalente, diventa merce denaro, ossia funziona come moneta. La sua funzione specificamente sociale, e quindi il suo monopolio sociale, diventa quella di rappresentare la parte dell'equivalente generale entro il mondo delle merci. Una merce determinata, l'oro, ha conquistato storicamente questo posto privilegiato fra le merci che nella forma II figurano come equivalenti particolari della tela e nella forma III esprimono insieme in tela il loro valore relativo. Se dunque nella forma III mettiamo la merce oro al posto della merce tela, abbiamo:

D) FORMA DI DENARO.

            20 braccia di tela =        |

            1 abito =                   |

            10 libbre di tè=            |

            40 libbre di caffè =        |         2 once d'oro

            1 quarter di grano =        |

            1/2 tonnellata di ferro=    |

            x merce A=                  |

Nel passaggio dalla forma I alla forma Il, dalla forma Il alla forma III hanno luogo cambiamenti essenziali. Invece la forma IV non si distingue dalla forma III se non per il fatto che adesso è l'oro ad avere la forma generale di equivalente, invece della tela. Nella forma IV l'oro rimane quel che era la tela nella forma III: equivalente generale. Il progresso consiste solo nel fatto che la forma della scambiabilità immediata generale, ossia la forma generale di equivalente ora s'è venuta identificando definitivamente con la forma specifica naturale della merce oro, per abitudine sociale.

L'oro si presenta come denaro nei confronti delle altre merci solo perché si era presentato già prima come merce nei confronti di esse. Anch'esso ha funzionato come equivalente, come tutte le altre merci: sia come equivalente singolo in atti isolati di scambio, sia come equivalente particolare accanto ad altri equivalenti di merci. Man mano esso ha funzionato, in sfere più o meno ampie, come equivalente generale; e appena ha conquistato il monopolio di questa posizione nell'espressione di valore del mondo delle merci, diventa merce denaro, e solo dal momento nel quale esso è già diventato merce denaro, la forma IV si distingue dalla forma III: ossia la forma generale di valore è trasformata nella forma di denaro.

L'espressione relativa elementare di una merce, p. es. della tela, in merce già funzionante come merce denaro, p. es. nell'oro, è forma di prezzo. La " forma di prezzo " della tela è quindi:

venti braccia di tela = due once d'oro

oppure, se due lire sterline è il nome monetario di due once d'oro,

venti braccia di tela = due lire sterline.

La difficoltà nel concetto della forma di denaro si limita alla comprensione della forma generale di equivalente, cioè della forma generale di valore in generale, la III forma. La III forma si risolve di riflesso nella II forma, la forma di valore dispiegata, e il suo elemento costitutivo è la forma I: venti braccia di tela = un abito, ossia x merce A = y merce B. Quindi la forma semplice di merce è il germe della forma di denaro.

 



 

Abbiamo visto come Marx ha sviluppato in maniera sistematica l’evoluzione ideale dallo scambio immediato delle merci (enucleandone i presupposti) alla istituzione della moneta-merce e del rapporto di prezzo (che non è altro che il valore di scambio tra una merce qualsiasi e la moneta-merce.

Solo astrattamente però la forma di equivalente può essere assunta da tutte le merci. Come vedremo tale funzione è stata svolta solo da alcune merci e per alcuni  motivi materiali e ideali ben determinati. In seguito faremo incrociare la storia della moneta con la storia delle cifre numeriche e la storia dei segni, in particolare dei segni scritti e con la storia antica più complessiva.

 

 

 


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permalink | inviato da pensatoio il 30/3/2008 alle 10:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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